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Non ripetere il mio errore

Sono stato assente per un po’. Ricominciare (ancora una volta) è strano. Sono successe veramente un sacco di cose nel frattempo, ma non voglio ammorbarvi con ciò che mi passa per la testa ogni volta che torno a scrivere su questa rubrica. Mi è mancato tutto questo, ma ora andiamo al dunque.

Un argomento che ho trattato poco riguarda l’altra mia grande passione: i videogiochi. Non solo i film, ma anche questa tipologia alternativa di narrazione ha saputo lasciarmi qualcosa e ispirarmi nella vita, così come nel lavoro. Ho deciso quindi che in futuro e con la costanza che finora non ho avuto, ma su cui sto lavorando, cercherò di alternare articoli sul cinema ad altri sui miei videogiochi preferiti. Questa volta, tanto per iniziare a scaldarsi, sperimenterò una forma ibrida.

Il titolo che sto giocando in maniera assidua ultimamente è Animal Crossing: New Horizons, per Nintendo Switch (per chi non lo sapesse è una serie di videogiochi di casa Nintendo, il cui primo capitolo risale al 2001). Appartenente alla categoria dei simulatori di vita, Animal Crossing narra di un personaggio che si trasferisce in un villaggio o un’isola deserta e questi dovrà letteralmente crearsi una nuova vita, alternativa a quella reale: ci saranno edifici da costruire, fossili da scovare e collezionare, frutti e piante da coltivare, tanti amici dalle fattezze animali da conoscere; e ancora, ci sono lavori da svolgere, debiti da pagare, rapporti che si creano, altri che si incrinano e così via. Un’ingente mole di attività che oltre a divertire in mille modi diversi, permettendo a chi gioca di personalizzare al massimo la propria esperienza, fa assumere al tutto un valore educativo, soprattutto se a giocare non sono persone adulte. Questo, infatti, a mio parere, ha determinato il successo della saga. Rispetto ad altri simulatori di vita (mi viene in mente The Sims), è molto meno complesso nelle dinamiche e questo non fa altro che rendere il gioco più leggero e rilassante possibile, eppure è pieno di elementi che fanno ragionare il giocatore. Il/la bambino/a che si approccia al gioco dovrà fare amicizia con altri personaggi e mantenere il rapporto sano, apprenderà il valore della gratitudine e della diversità; addirittura, attraverso la compravendita delle rape, si avrà un’infarinatura generale e molto semplificata sul funzionamento del mercato azionario. Si tratta di un titolo intelligente e originale. Parlo per lo più di un pubblico giovane, perché mi auguro che un adulto conosca il significato del rispetto per il prossimo, dell’amore contrapposto all’odio e quant’altro, ma forse è bene specificare che è rivolto a chiunque.
Permette anche di esprimere al meglio la propria creatività, non solo attraverso la possibilità di terraforming del villaggio/isola; mi riferisco per esempio alla modalità foto, che ha permesso ad alcuni utenti di Twitter di ricreare una famosa scena del film The Lighthouse di Robert Eggers.

‘Bad luck to kill a sea bird’


Questa grande parentesi mi permette, infine, di affermare che se queste caratteristiche sono valide ed estremamente efficaci, e hanno determinato il successo di ogni capitolo della saga, altrettanto non si può dire se queste vengono applicate al cinema.

Animal Crossing – Il Film, uscito nel 2006 per la regia di Jōji Shimura, è l’esempio perfetto di come non si realizza la trasposizione di un videogioco sul grande schermo. Spinto dalla curiosità mi sono deciso a guardarlo recentemente; ora ho capito perché si tratta di una pellicola inedita al di fuori del Giappone.

La trama è la seguente: una ragazza di nome Ai si trasferisce nel villaggio degli animali; successivamente all’acquisto della sua casa, inizierà a lavorare per ripagare il costo dell’abitazione, farà amicizia con gli abitanti del villaggio, andrà a caccia di fossili per la collezione del museo, raccoglierà della frutta per cucinare delle deliziose torte. Questo permea i quasi novanta minuti di durata della pellicola. Il finale – decisamente spiazzante, aggiungo – è una sorpresa che lascio scoprire ai più curiosi e coraggiosi di voi. Ora concentriamoci sul punto della questione.

Tutte le attività che svolge Ai nel corso del film sono riprese, se non proprio copiate, dal videogioco, nel senso che lo stesso rituale di azioni che nel gaming permette, ad esempio, di raccogliere i frutti dagli alberi, viene ripetuto dai personaggi del film; e se nel primo caso ciò genera il divertimento e la semplificazione che rendono godibile il gameplay, quando sei costretto a fare da spettatore, la cosa non funziona. Vuoi perché l’attività, “fisica”, prettamente individuale, non ti coinvolge personalmente; vuoi perché l’immagine cinematografica deve per forza di cose andare a parare da qualche parte, dunque se non deve mandare avanti la trama (caratteristica inevitabile, dato che la saga videoludica originale ne è per lo più priva), deve trasmettere almeno qualcosa: un significato, un’emozione e, parafrasando le parole di Scorsese, già questo è difficile di per sé.

Cercando di scovare il motivo che ha spinto a realizzare questo film, mi sembra che l’intento alla base di tutto fosse quello di raggiungere il pubblico più giovane, poiché più redditizio (per ogni bambino equivalgono almeno 2 biglietti strappati: il suo e quello del genitore). L’operazione per catturare questo pubblico corrisponde dunque a far rivivere le stesse esperienze di quando ci si trova davanti alla console; durante la visione infatti si proverà rabbia all’incontro del “capitalista insensibile” Tom Nook, si faranno grasse risate quando i personaggi tentano in ogni modo di evitare le lezioni di storia di Blatero etc. Ma oltre questo non c’è altro.


Secondo me un’operazione del genere dovrebbe considerare due elementi fondamentali: il coinvolgimento del genitore, dell’adulto, attraverso la creazione di “strati” di fruizione e anche quello del bambino, facendolo magari immedesimare nel/la protagonista; elementi che appartengono al videogioco, tra l’altro.È pur vero che rimane una pellicola per bambini, ma dovremmo ricordarci che non stiamo parlando di persone incapaci di intendere e di volere, quindi anche loro meriterebbero prodotti di qualità.

Finisce qui la mia analisi da nerd incallito e fanboy. Mi auguro di aver invogliato ad imbracciare il controller e iniziare l’avventura su New Horizons… e di avervi convinto a evitare il film. Ora posso dedicarmi alla prossima pellicola da portarvi, prometto che sarà estrema e underground, come piace a noi.

-Matteo Verban

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