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Chi non ha Paura vive PER SEMPRE

Così si presenta “Bohemian Rhapsody”,  il film biografico/tributo più rischioso degli ultimi anni. L’impavida pellicola segue i primi quindici anni della celeberrima rockband dei Queen e del suo carismatico frontman Freddie Mercury. Un film che non ha decisamente avuto paura di tentare l’impossibile: riportare in vita la leggenda.

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*SPOILER FREE*

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Quando e se si decide di parlare di film come Bohemian Rhapsody, così come molte altre opere del genere biopic/tribute movie, si dovrebbe evitare di analizzarli unicamente da severi storiografi. Potrà generare disaccordo ma a volte le licenze poetiche e le inesattezze storiche sono inevitabili e funzionali allo scopo: rendere protagonista, nel bene o nel male, il soggetto che si sceglie di omaggiare e far risaltare raccontandone la storia più o meno rielaborata. Bohemian Rhapsody  non vuole essere un film storico né un fedele documentario sui primi 15 anni di attività dei Queen, è bene ricordarlo prima di proseguire.
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Dunque, mettere mano su una figura non solo iconica -sotto più punti di vista- ma anche amata all’inverosimile quale lo era e lo è tutt’oggi quella di Freddie Mercury (fan o meno, nel 2018 non è ormai necessario aprire una digressione esplicativa su quest’uomo e la sua band), ha significato entrare nell’intimità di un’amplia fetta di popolazione mondiale e dirle: “Ok, proveremo a riportare in vita per 130 minuti un idolo e a restituirvi delle emozioni viscerali che vi sono state tolte decisamente troppo presto”. Una sfida importante e rischiosa che non a caso ha richiesto anni di progettazione, varie peripezie e una buona dose di volontà da parte dei produttori della pellicola tra cui Brian May e Roger Taylor, rispettivamente  il chitarrista ed il batterista/membro fondatore dei Queen nonché compagni storici di vita del frontman della band.  Anni trascorsi a cercare il volto che potesse riportare in vita una leggenda e svariate controversie a riguardo, giusto qualche difficoltà nella sceneggiatura di un pezzo di storia della musica, un delicatissimo processo di estrazione e pulizia delle tracce vocali originali dai vari concerti live (fare un film su un uomo dalla voce ineguagliabile fornendogliene un’altra sarebbe stato al quanto controproducente) e, per concludere in bellezza, un cambio improvviso di regia da affrontare a pochi mesi dalla data di rilascio della pellicola. C’era dunque abbastanza materiale per giustificare una resa incondizionata da parte dell’intera produzione ma, e questo è un “ma” grande quanto un palazzo intero, accade spesso che quando sono gli stessi protagonisti della storia a volerla raccontare, ci riescono a qualsiasi costo. Perciò eccoci qui a parlare di un film di cui si parla ormai da mesi, da anni per chi lo ha sempre aspettato. Risulta d’obbligo in tali circostanze  ribadire l’ovvio, quanto stavolta (come nella maggior parte dei casi) corrisponde con ciò che ha omogeneamente messo d’accordo la critica mondiale: la prova attoriale fornita da Rami Malek nei panni di Freddie Mercury è inaspettatamente e perfettamente all’altezza del personaggio. Chi ha amato con tutto il cuore il performer dei Queen, di fatto uno dei più ben voluti showmen nella storia della musica, sa bene perché si renda necessario l’utilizzo di avverbi come “inaspettatamente” quando si parla del risultato ottenuto da questo film. Probabilmente tutti, una volta appreso in via ufficiale il nome di chi avrebbe interpretato Sua Maestà, avremo avuto un pensiero del genere: “Oh povero Rami. Così hanno rifilato a te la patata bollente, eh? Peccato eri simpatico e così promettente. Chissà se ne uscirai vivo.”. Eppure il signor Malek è attualmente vivo e vegeto e si gode i meritati frutti del suo miracolo, rispondendo così a chi chiede cosa abbia significato per lui questa fatica Eraclea:
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Prima di interpretare Freddie Mercury per questo film, non avevo un così immenso e a dir poco reverenziale rispetto nei confronti della sua figura di artista. Ma adesso, che dire…ecco un uomo capace di cantare “We Are The Champion” in un’arena, piena di gente, in cui tutti cantavano insieme a lui. La sua abilità nell’unire le persone al di là di lingue, nazionalità e differenze culturali era davvero avanti con i tempi. Non c’è nessuno come lui in questo.
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Ironia della sorte l’attore sembra aver ereditato dal personaggio la medesima caratteristica; la capacità di unire i critici che passano al vaglio da circa un mese, senza trovarvi la minima pecca, le sue movenze, la sua mimica facciale ed il suo modo di esprimersi parlando, o stando in silenzio, nelle vesti del cantante. Tuttavia l’uomo che ha dovuto addossarsi il peso di una leggenda, non l’ha fatto di certo a cuor leggero. Malek racconta infatti di aver trascorso notti insonni a guardare e riguardare tutti i video attualmente disponibili delle più celebri esibizioni dei Queen e dei vari backstage e interviste. Mesi passati a studiare un animo così geniale, complesso e turbato che “non voleva morire ma a volte desiderava di non essere mai nato”. Imitarne gli slang, l’ironia e ogni minimo gesto quotidiano, persino il modo di accendere una sigaretta, arricciare le labbra o portarsi la mano alla bocca per nascondere i denti. Il tutto, a tal proposito, con in bocca ogni giorno, per almeno 12 ore al giorno, un’ingombrante dentiera plasmata sul calco più verosimile possibile della celebre dentatura di Freddie Mercury. Per non parlare del dover riprodurre l’incredibile empatia che quest’ultimo aveva con ogni pubblico, ovunque si esibisse, concedendovisi ogni volta senza riserve. Tutto ciò, per dare un’idea della giusta proporzione del suo trionfo, ha costituito la sfida brillantemente superata da Malek. Del resto Brian May aveva dichiarato più volte che l’attore avrebbe convinto tutti indistintamente senza dissacrare ma anzi fornendo un indimenticabile tributo. Accanto a lui poi, un cast corale altrettanto talentuoso e degno di nota: Lucy Boynton interpreta Mary Austin, compagna storica e migliore amica del frontman della band, l’amore indissolubile più volte cantato dal pubblico di tutto il mondo, Gwilym Lee e Ben Hardy interpretano i già citati Brian May e Roger Taylor e Joe Mazzello veste i panni di John Deacon, storico bassista del gruppo. Riguardo quest’ultimo inoltre torna a galla in questa circostanza una nota dolorosa che non può essere ignorata: l’ultimo membro ad unirsi alla band infatti, a seguito della morte di Mercury, resistette per ancora qualche anno tra vari tira e molla e poi lasciò definitivamente i Queen nel 1997 rimanendone silente supervisore per affari perlopiù finanziari. I suoi due compagni continuano ad oggi a far esibire la “Vecchia Regina”, non con poca amarezza, trainandone la memoria storica e riconfermandosi ogni giorno come tributo vivente all’amico scomparso. Deacon invece, a detta degli ex compagni, si chiuse nel suo dolore ammettendo serenamente che la prematura dipartita di Mercury per lui aveva significato la fine della corsa, la fine dei Queen. C’è chi dice che egli sia stato l’unico dei membri della band a guardare in faccia la realtà mentre gli altri avrebbero preferito continuare a rifugiarsi in un passato niente affatto facile da accantonare. Tutto ciò che sappiamo oggi riguardo allo storico bassista del gruppo è che fosse già da tempo d’accordo con il progetto del film. E’ certo però che se ora torniamo a chiederci che fine abbia fatto Deacon, se abbia visto il film e cosa ne pensi, è principalmente perché questi quattro giovanotti nei panni dei Queen ci hanno davvero convinti e resi dunque nostalgici di qualcosa che è ormai ben lontano, purtroppo. Come ha efficacemente espresso Ben Hardy ( nel film Roger Taylor), i quattro attori una volta ingaggiati si sono immediatamente riconosciuti come band e voluti bene.
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Il risultato è stato piuttosto evidente.   Abbiamo visto i primi 15 anni di quattro ragazzi incredibilmente talentuosi, diversi e complementari che misero in piedi una rockband che produsse innovazione e arte. Li abbiamo visti ridere di gusto insieme, litigare, prendersi in giro, innamorarsi e segnare la cultura pop/rock con successi come Killer Queen, Love of My Life, Hammer To Fall, We Are The Champions, I Want To Break Free, We Will Rock You, Another One Bites the Dust e svariati altri. Li abbiamo visti separarsi per poi piangere lacrime vere quando uno di loro ha confidato di “averlo preso”, di aver contratto il mostro invisibile e invincibile degli anni ’80: l’AIDS. Li abbiamo visti e abbiamo riso, pianto come bambini e soprattutto cantato ogni singolo brano insieme a loro. Li abbiamo visti ma non siamo stati più in grado di distinguere tra realtà e finzione. Siamo tornati sul palco insieme a loro nella storica esibizione del Live Aid di Wembley nel 1985, una performance di appena 20 minuti che passò alla storia e che ancora oggi resta il principale motivo per cui chiunque abbia memoria di quel mastodontico concerto. Uno spettacolo riprodotto fedelmente in ogni minimo dettaglio, minuto per minuto, a chiusura della pellicola.  Li abbiamo visti e ci siamo emozionati con loro rivivendo un’avventura che si era conclusa troppo presto. Abbiamo assistito alla restituzione di un pezzo di storia della musica che da tempo ormai cercava di tornare al proprio posto. E’ stata esorcizzata una forte mancanza e riportato in vita chi ormai ci ha lasciati da 27 anni senza in realtà però lasciarci mai davvero ed era proprio questo lo spirito della pellicola, ben espresso nella tag-line dell’opera: Chi Non Ha Paura Vive Per Sempre ( Fearless Lives Forever ).
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Proprio per questo motivo, nonostante le innumerevoli inesattezze storiche e l’evidente e innegabile natura romanzata di alcuni momenti della narrazione -in entrambi i casi elementi considerati scientemente e voluti dalla stessa produzione e regia- non si può dire che sia stata raccontata tutta un’altra storia o che le incongruenze siano state tali da vanificare il messaggio del film. Per sempre infatti vivrà l’incredibile voce di un povero ragazzo di origini parsi che sconvolse il mondo e non ebbe paura nel cercare di diventare ciò per cui era nato, sia al livello artistico che personale. Per sempre vivranno quattro amici, quattro talentuosissimi artisti le cui ineguagliabili poesie scrissero la storia della musica e ci accompagnano tuttora. Per sempre vivrà una canzone che non ebbe paura, che ad oggi resta un capolavoro musicale quasi inclassificabile ma che all’epoca del suo primo rilascio rappresentò un flop totale, attirando su di sé severissime critiche negative: Bohemian Rhapsody.             
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FEARLESS  LIVES FOREVER

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-Margherita Cignitti

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