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L’Universo in Espansione

Se comparata al tempo dell’universo, la storia dell’umanità risulta così effimera e di relativa grandezza che, se la nostra specie dovesse vedere ancora la luce dei secoli e dei millenni avvenire, ciò che viviamo ora non sarà stato che l’alba di un qualcosa che ancora neanche immaginiamo. Ma c’è e c’è sempre stato qualcuno che in questi tempi così terrestri si è ribellato alle leggi che ci vincolano sulla Terra, sono uomini di scienza che si sono distinti nella nostra breve storia per l’ardore di osare tanto. Esattamente un anno fa, il 14 marzo 2018, ci ha lasciati una delle persone che più ha saputo incarnare il sentimento di tensione verso il sapere, Prometeo dei tempi moderni, Stephen William Hawking. Avrei voluto scrivere qualcosa al tempo, l’astrofisico inglese morì proprio mentre stavo leggendo il suo famoso libro di divulgazione scientifica Dal Big Bang ai Buchi Neri, ad un anno di distanza ho deciso di rimediare; “L’Universo in espansione” è il titolo del terzo capitolo del suo libro, poche semplici parole che dicono tanto, dell’umanità, della natura, del nostro rapporto con la conoscenza, del nostro viaggio nella storia. Mi risultava difficile, essenzialmente, trovare un titolo migliore per questo editoriale.

Parlare di scienza era per Hawking una missione, lo ha sempre fatto ad ogni costo e questo deve essere il più grande lascito ideologico per l’umanità. Nonostante l’ateismo conclamato, ha avuto l’occasione d’incontrare ben quattro Papi nel corso della propria vita ed è divenuto membro dell’Accademia Pontificia delle Scienze; nonostante la malattia ha raggiunto un’età ragguardevole e non ha mai ceduto all’incedere dei deficit fisici continuando nella propria opera di ricerca e divulgazione; ha tenuto la cattedra lucasiana di matematica a Cambridge che un tempo appartenne a Newton, è stato membro della Royal Society e fregiato di onorificenze massime in più parti del mondo, non è però riuscito a vincere il Nobel, la sua teoria sui buchi neri infatti, se pur dimostrata matematicamente, era e rimane tuttora praticamente impossibile da provare empiricamente.

A prescindere dai riconoscimenti, Stephen Hawking si è inserito prepotentemente in quel novero di grandi uomini di scienza che la gente ricorda; non è la singola teoria scientifica a portare prestigio all’uomo, ma la voglia forte di aggiungere qualcosa al lungo percorso dell’umanità verso la conoscenza. E qui arrivo al punto che maggiormente sento rilevante, com’è percepita la scienza nella cultura di massa?

Sin dai tempi antichi, la spinta a trovare risposte ai tanti misteri che ci circondano ha spinto l’umanità sulla via della ricerca, in tempi lontani scienza e religione si sono fuse in un binomio stretto che legava le spiegazioni ai più disparati fenomeni a dogmi di fede. La rivendicazione di autonomia da parte della scienza ha dovuto attraversare una strada lunga e tortuosa, spesso si è intrecciata con la filosofia, anche felicemente talvolta, un punto di svolta però lo individuiamo sicuramente nell’avvento di scienziati celeberrimi quali Copernico, Keplero e Galilei che con le loro teorie e osservazioni sono riusciti a mettere in ginocchio la millenaria teoria aristotelico-tolemaica sulla Terra e lo Spazio, piegando lentamente l’ingerente opposizione vaticana. È in questi tempi che il cammino delle scienze subisce un’accelerata importante, torna a elaborare concetti arditi in una società maggiormente aperta e via via meno soggetta a censure ideologiche. E qui sta il cuore del discorso; senza dubbio anche prima del XVI/XVII secolo sono vissuti uomini di scienza importanti, ma la fama di alcuni è talmente luminosa da offuscare tutto il resto; pensiamo a Galilei, al quale associamo il metodo scientifico e la nascita della scienza moderna, una fama del genere spazza la concorrenza e consegna alla storia, rende immortali. Non per forza gli scienziati più conosciuti sono anche stati i più grandi nel proprio ambito, ma sono legati a qualcosa che li rende speciali. Seguendo questa logica e rimanendo nel campo della fisica, se dovessi pensare ad un nome dopo Galilei la mia mente andrebbe direttamente a Newton che per fama gli è paragonabile, così come peculiari sono gli aneddoti che gli si associano e poi andando ancora avanti parlerei di Einstein, della teoria della relatività, di come sono affascinanti i suoi discorsi sullo spazio-tempo, di quanto poco in realtà conosciamo e sappiamo spiegare di questa teoria e concluderei con Hawking per l’appunto . Dai primi nomi citati all’ultimo passano cinque secoli abbondanti e chiaramente l’umanità non ha conosciuto solo questi pochi scienziati. Sono vissuti e vivono ancora uomini ma anche donne (da Ipazia a Marie Curie a Margherita Hack, solo per citarne alcune), che hanno portato e continuano a portare scoperte importantissime non solo per la comunità scientifica ma per l’intera popolazione mondiale attuale e futura. Tuttavia in un sondaggio per strada non scommetterei sulla popolarità di James Clerk Maxwell per esempio, eppure la sua teoria sull’elettromagnetismo ha una rilevanza clamorosa. È quindi inevitabilmente il corso della storia a decidere i propri esponenti di punta, è la cultura di massa che stabilisce la differenza tra un grande scienziato ed un rivoluzionario, non sempre razionalmente, è profonda infatti l’ignoranza di fondo sulle grandi teorie degli stessi uomini che ho citato. La scienza trionfa davvero quando riesce a diffondersi nella società civile ed un buono studio necessita sempre di un’adeguata divulgazione per essere completo.

Alessandra Testoni e Riccardo Prosperococco©Alessandra Testoni e Riccardo Prosperococco

Hawking sosteneva che rispondere ai misteri del Cosmo con Dio equivaleva a sostituire un mistero con un altro; convinzioni religiose e filosofiche a parte, la battaglia di Hawking era proprio contro il mistero, o meglio, contro l’appagamento che dà il mistero, contro la voglia di non provare perché la sfida è complicata. Lui ha sempre lottato, anche quando l’unico muscolo del corpo che riusciva a controllare era la guancia, ha lottato strenuamente e con altruismo, ha faticato e sofferto in questa vita per poter aiutare l’umanità ad uscire dal dubbio, da quel tunnel che forse un’uscita neanche ce l’ha ma che vale comunque la pena cercare perché Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. A noi persone comuni non rimarrà la teoria sui buchi neri molto probabilmente, ma deve rimanere l’attitudine alla ricerca, lo sviluppo del pensiero critico, l’apertura mentale, di scienza si deve parlare e bisogna farlo con convinzione e cognizione, bisogna parlarne ai bambini, ai ragazzi, agli adulti, agli anziani, è sempre il momento buono per aprirsi al sapere, mai un uomo sarà abbastanza saggio da potersi permettere di non ascoltare più. La grande sfida della scienza nel terzo millennio consiste nell’affermarsi definitivamente come faro per la nostra specie mostrando tutte le sue facce migliori e prestando attenzione a non dimenticarsi mai da dove veniamo; non tutti siamo scienziati ma tutti dobbiamo avere la sensibilità scientifica, elemento imprescindibile per una buona società nel futuro.

Così nel mio immaginario voglio ricordare Hawking e tutti i grandi uomini e le grandi donne di scienza della storia, come persone devote ad una causa molto più grande del tempo in cui sono vissuti, la voglia di scalare nuove vette da sempre e per sempre connaturata nell’uomo e che è l’unico viatico di salvezza dalla morte della ragione, insomma, l’importante è che se ne parli.

-Gabriele Russo

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Gravity. Immaginare l’universo dopo Einstein

Chi, guardando il limpido cielo notturno, non ha mai immaginato almeno una volta di poter esplorare l’universo?

L’atavico desiderio di conoscere le nostre origini proietta da sempre l’uomo verso il cielo, e nell’ultimo secolo il lavoro di grandi astrofisici è riuscito a potare la specie umana oltre i confini del nostro pianeta: probabilmente, però, questo è solo l’inizio di un meraviglioso percorso, destinato a durare ancora per lungo tempo; si potrebbe dire che, rispetto alla vastità del cosmo, l’umanità non abbia fatto altro che spostarsi dal soggiorno alla cucina. Arrivare, in questo caso, sarà solo l’atto conclusivo di questo viaggio appena intrapreso.

La mostra in corso al MAXXI, L’universo dopo Einstein, prende le mosse dalle teorie del grande fisico tedesco nell’ambizioso tentativo non solo di riassumere la storia dell’astrofisica nello spazio di poche sale, ma soprattutto di spiegarla in maniera fruibile al grande pubblico. Devo astenermi, per mancanza di competenze, da un giudizio scientifico sulla bontà dei contenuti, ma da appassionato ho profondamente apprezzato la linearità, la chiarezza e l’imprevedibilità del progetto.

L’esposizione si sviluppa in un ambiente più che adeguato: la sala principale, particolarmente ampia, è infatti immersa in un evocativo buio “cosmico”; il percorso della mostra è coerente e non dispersivo. I manufatti esposti non sono molti, ma significativi; si possono infatti trovare un telescopio seicentesco e parti di sonde moderne. La vera ricchezza del percorso sono però i contenuti multimediali, rigorosamente bilingue e comprensivi del percorso speciale in LIS: non manca inoltre l’occasione di fare veloci esperimenti inerenti al campo gravitazionale.

Se dunque i contenuti nel complesso si fanno apprezzare, qualcosa di più profondo ha attirato la mia attenzione: filo rosso della mostra sembra infatti essere il tema dell’incertezza, sentimento che porta all’ansia dell’età contemporanea. D’altronde, come si potrebbe avere certezze su qualcosa che non possiamo né toccare né vedere? L’ambiente circostante aiuta l’intento degli allestitori, conducendo passo dopo passo il visitatore a immergersi in una dimensione senza riferimenti; il video conclusivo sulla ricerca di vita intelligente nello spazio consacra questo tema e allo stesso tempo proietta la riflessione verso una dimensione poetica, romantica e malinconica che coglie di sorpresa lo spettatore e porta la mostra verso un epilogo estremamente “terrestre”, per certi versi inaspettato.

L’incertezza si ricollega infine anche al sottotitolo della mostra: “entri oggi, esci ieri”, che non deve far pensare necessariamente a fantomatici effetti speciali; da questo spettacolo contemporaneo si esce con la consapevolezza — e questo accade sempre più spesso al MAXXI, di cui ricordo la splendida mostra su Beirut — che le domande spesso valgono più delle risposte e che, soprattutto nell’ambito della ricerca, non dovremmo mai dimenticarci delle nostre origini.

 

Informazioni dal sito:
Il progetto è il risultato di una inedita collaborazione del museo con l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la parte scientifica e con l’artista argentino Tomás Saraceno per la parte artistica.

Dal martedì al venerdì, dalle 11:00 alle 17:00, e il sabato e la domenica, dalle 11:00 alle 19:00, sono presenti in galleria dei mediatori scientifici per informazioni e approfondimenti sui temi della mostra.

-Gabriele Russo.