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Pixar : 30 anni di Animazione

Le foto della mostra sono accessibili a questo link.
Foto di Matteo Memè

Per la gente è come se la Pixar fosse un unico individuo (…) dimenticando però l’ingente mole di lavoro – e di persone impiegate – che c’è dietro

 

Edwin Catmull, Alvy Ray Smith, Steve Jobs e John Lasseter: questi sono i nomi delle persone che, unendo le loro esperienze in vari ambiti, hanno fondato nel 1986 la Pixar, una delle più grandi case di produzione di film di animazione a livello mondiale. Quattro nomi che hanno reso la Pixar differente dalle altre case di produzione tanto da far dire ad ognuno di noi “vado a vedere un film della Pixar”. Per la gente è come se la Pixar fosse un unico individuo capace di sfornare film d’animazione di buona qualità, dimenticando però l’ingente mole di lavoro – e di persone impiegate – che c’è dietro. A ricordarci questo sono da un lato i classici titoli di coda, che purtroppo nessuno guarda più e che nei film Pixar sono affiancati da scene extra proprio per “costringere” a rimanere seduti in poltrona un altro po’ e poter leggere i nomi di quelle centinaia di persone che hanno preso parte alla realizzazione del film; dall’altro c’è un’iniziativa itinerante nata ormai più di dieci anni fa, si tratta di una mostra che porta in giro per il mondo tutto ciò che riguarda il lato nascosto dei film Pixar. Debuttata nel 2005 al MoMA di New York, dopo 13 anni giunge a Roma “Pixar. 30 anni di anni di animazione”, una rassegna che vuole raccontare anche al pubblico italiano la magia di queste produzioni di successo internazionale. Il Palazzo Delle Esposizioni ospiterà la mostra dal 9 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019.
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All’interno sarà possibile trovare degli spazi dedicati ai film e si potranno ammirare le sculture che, una volta scannerizzate al computer, danno vita ai personaggi con gli occhi grandi che hanno segnato la nostra infanzia e che continuano a stupirci tutt’ora. Insieme a queste sculture troveremo bozze, schizzi, storyboard e studi di personaggi realizzati dal team che ha lavorato a quella determinata pellicola. Anche solo questa parte può già farci capire non solo quanto sia impegnativo realizzare un film simile ma anche quanto un qualcosa di apparentemente futuristico e fantascientifico (non a caso, la Pixar realizzò del materiale in computer grafica per i film Star Trek II – L’Ira di Khan), abbia delle forti radici piantate ancora nell’ambito dell’arte “vecchio stampo”, quello del foglio e della matita o delle sculture. Questi sono dei veri e propri pilastri senza i quali non sarebbe possibile realizzare quelli che possono definirsi sogni in CG.
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Proseguendo per la mostra si potrà consultare una linea del tempo con tutte le fasi di nascita e crescita dello studio californiano e vedremo le storie dei 4 nomi già citati, scopriremo perché il fondatore della Apple è coinvolto in tutto ciò e soprattutto troveremo una spiegazione alla presenza di George Lucas nelle foto con Catmull e Smith, fino a trovare informazioni sui successi collezionati anno dopo anno fino ad oggi. Inoltre un’altra linea temporale servirà a spiegare nel dettaglio, passo dopo passo, la realizzazione di un lungometraggio, chiarendo il quesito sul perché ci vogliano cinque o sei anni per realizzare un solo film. Ci si potrà rilassare un attimo, prima delle due installazioni speciali di cui si parlerà a breve, sedendosi a guardare i corti Pixar, esperimenti mediante i quali si è giunti nel 1995 a Toy Story, il primo lungometraggio, a sua volta un esperimento di una recalcitrante Disney per valutare i benefici del passaggio dall’animazione tradizionale a quella digitale.
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Concludo presentando le due grandi installazioni della mostra: l’Artscape e lo Zootrope. Partendo da quest’ultimo, lo zootropio è uno strumento risalente al 1834 in grado di ricreare, mediante dei disegni o fotografie, l’illusione del movimento, quello Pixar opera in tre dimensioni, quindi non troveremo dei disegni, ma i “pupazzi” di Toy Story. L’Artscape invece è una brillante rassegna della storia della Pixar e piuttosto che descriverla sarebbe più opportuno invitare a vederla dal vivo.
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In tutto questo si noterà la presenza dell’ideologia pixariana, ma anche fortemente “yankee”, del guardare al passato per proiettarsi nel futuro. Questo è anche lo scopo della mostra in sé, come afferma la curatrice nonché direttrice degli archivi Pixar Elyse Klaidman, ossia il dare uno sguardo a ciò che era la Pixar e ciò che è ora, per ispirare i creativi e procedere sempre verso qualcosa di nuovo. Una mostra con lo scopo non solo di far conoscere ma anche di spronare la creatività.

-Matteo Verban

 

La ricerca non ha dato alcun esito positivo. Riprova inserendo altri termini

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HUMAN+ – Il futuro della nostra specie

La mostra in corso a Palazzo delle Esposizioni pone come obiettivo l’indagine sull’ancora oscuro rapporto tra uomini e macchine nell’imminente futuro; il percorso è un continuo crescendo che, partendo da “semplici” protesi artificiali, sembra mettere clamorosamente in discussione lo stesso confine tra vita e morte. Il tema del rapporto fra l’uomo e la tecnologia è stato ampiamente discusso negli ultimi anni, specialmente attraverso serie televisive come Black Mirror — a tratti la sensazione è infatti quella di essere stati catapultati all’interno del Black Museum presente nell’ultima puntata della serie. Lungi però dall’essere un percorso esclusivamente disumanizzante, la proposta degli allestitori lascia molto spazio anche a una visione del futuro il cui l’arte può porsi come strumento di accettazione del “nuovo mondo”, rendendo più bello e comprensibile un universo in cui l’uomo potrebbe perdere la centralità.

Le prime opere in mostra si concentrano sul tema della bellezza e dei sensi: come rendere delle protesi artificiali maggiormente gradevoli alla vista, facendo sì che il paziente non se ne vergogni ma possa addirittura trovarle esteticamente belle; significativa e d’impatto la performance dei Venezuelani Billy Spence e Regina Galindo Cut Through the line (2005) sul concetto standardizzato di bellezza nel mondo occidentale. Sull’aspetto sensoriale desta attenzione una protesi piuttosto ingombrante capace di farci vedere e toccare il mondo come una formica, o ancora il dispositivo empatico improvvisato (2005) di Matt Kenyon, una sorta di “protesi emotiva” capace di far provare del lieve dolore fisico a chi lo indossa per ogni soldato morto in guerra, al fine di sensibilizzare la popolazione sulla crudeltà dei conflitti nel mondo. Questo primo filone va esaurendosi con alcune proposte curiose, come la Macchina Avatar di Marc Owens (2010), un esoscheletro che restituisce all’ospite una realtà fittizia nella quale si comandano le proprie azioni dall’esterno, o il Casco Deceleratore di Lorenz Potthast (2014), tentativo di farci percepire il mondo a velocità variabile.

Più disturbante la seconda parte dell’esposizione: scomoda negli interrogativi che fa sorgere al visitatore, terribilmente vera, drammatica nell’evidenza che il mondo tecnologico del futuro è spesso già presente. La sezione viene introdotta dalle emblematiche parole di Ludwig Wittgenstein: «Ma una macchina potrebbe pensare? Potrebbe provare dolore?». L’installazione Area V5 di Louis-Philippe Demers (2009-10) lascia di stucco: 18 teschi robot sistemati su tre file non  fanno altro che seguire i passanti con i loro occhi inanimati; un’opera grandiosa nel suo intimo significato, che si concentra sul concetto di uncanny valley (zona perturbata) e vuole stimolare il disagio fisico nel sostenere lo sguardo di un qualcosa, il robot, che agisce similmente all’uomo senza essere vivente. Troviamo poi installazioni incentrate sulla “vitalità” delle macchine come Equilibrium Variant di Roberto Pugliese (2011), Leonardo sogna le nuvole di Donato Piccolo (2014) e Indisciplinate: le macchine si ribellano di Heidi Kumao (2002-2015); questi tre progetti, diversi tra loro, comunicano tutti un senso di ansia nel vedere delle macchine piene di energia agitarsi e all’apparenza essere quasi pronte a parlare con cognizione da un momento all’altro, senza far trasparire nulla di ciò che si potrebbe chiamare propriamente vita. Opera collettiva è invece J3RR1, una tortura programmata (2018), installazione di uno speciale computer intrappolato per sistema in un perpetuo stress test dell’hardware. Straordinario il grado di empatia che si prova nei confronti della macchina: egli è costantemente alla strenua ricerca di un modo per migliorare le proprie prestazioni, senza darsi un perché, agendo senza pensiero. Si percepisce in quest’opera la fatica nell’obbedienza di quel comando imperativo da cui J3RR1 non può prescindere ma, come suggeriscono gli artisti, è proprio osservando il suo tormento che scopriamo il nostro riflesso.

Inevitabile è poi uno spazio dedicato ai possibili metodi di adattamento dell’uomo e della terra a futuri dove, per sovrannumero della popolazione o per mutate condizioni climatiche, bisognerà trovare nuove soluzioni a nuovi problemi; spicca Trasfigurazioni di Agatha Haines (2013), dove l’artista specula su sei possibili modificazioni corporali dei neonati in fasce, capaci di rendere l’organismo più adatto a delle specifiche condizioni nelle quali la persona dovrà poi vivere e lavorare. Conclude l’esposizione il fatidico intreccio tra la vita e la morte, aperto questa volta da una citazione da Frankenstein: «Per analizzare le cause della vita, bisogna prima rivolgersi ai principi che determinano la morte». Alla luce di quanto detto fin qui, potrà mai l’uomo dominare la vita? Potrà mai darla a cose che per natura non l’hanno, rendere vitale ciò che è inanimato? Una seria incognita esistenziale viene posta da Bambole scacciapensieri semiviventi, opera di ingegneria tissutale nata nel 2000: piccoli manufatti in cui polimeri biodegradabili vengono lentamente sostituiti da cellule animali, qualcosa di difficile da spiegare, né vivo né morto, che rappresenta drammaticamente la crisi delle nostre certezze, quelle che non abbiamo e probabilmente non avremo mai. Sul tema della vita dopo la morte James Auger e Jimmy Loizeau, partendo da considerazioni atee, concepiscono il corpo umano come entità chimica soggetta al decadimento e ne immaginano la sintesi in energia elettrica sotto forma di batteria: se la vita potesse trasferirsi dal corpo a una batteria, si potrebbe dire che l’umanità abbia domato la morte? Difficile da dire: atei o credenti, nessuno è fino ad ora riuscito a cogliere l’intimo mistero della vita; la sfida nella creazione di una macchina in grado di provare emozioni che possano dirsi “umane” o di aggirare la morte con processi scientifici, è affascinante quanto oscura. Che posto ha l’anima in tutto questo? Ma soprattutto è la sua “esistenza” a renderci speciali?

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-Gabriele Russo.

I vinti

L’Umanità si serve della tecnologia dalla preistoria. Nell’espressione più generale essa consiste nell’evoluzione puramente tecnica, negli strumenti creati dall’uomo per potenziarsi, per facilitarsi il lavoro e per renderlo economicamente più efficiente e più efficace.
Ad ogni progresso tecnologico si sono sempre accompagnati enormi cambiamenti dal punto di vista economico e conseguentemente della società a livello strutturale e culturale.
E’ opinione comune che la nostra cultura stia vivendo un momento di crisi – intesa come mutamento, senza giudizi morali- e che essa abbia una determinata correlazione con ciò che la tecnologia ci sta facendo, nel bene e nel male.
Entriamo sulla metropolitana e vediamo uomini e donne di ogni età totalmente assorbiti dai loro “telefoni intelligenti”, lontanissimi l’uno dall’altro nonostante si trovino a pochi centimetri, isolati con le cuffiette nelle orecchie. Una signora anziana si avvicina, vuole conversare nell’attesa raccontando storie più che vecchie ormai antiche, di un mondo che è esistito pochi decenni fa ma che è già storia.
E’ diventato reale ciò che soltanto una decina di anni fa sognavamo, ciò che ci procurava stupore è diventato parte della nostra routine
La gestione di uno strumento elettronico semplicemente con la pressione dei polpastrelli, comandi vocali, localizzazione da satellite con precisione di pochi metri.
La possibilità di entrare nella vita di qualcuno dall’altra parte del mondo, la diffusione istantanea e globale delle notizie, vere o false, insignificanti e cruciali, in una continua costante fagocitazione di immagini, video, volti che non rivedremo mai più.
E questo è solo ciò che vediamo come semplici componenti della massa. E’ soltanto l’inizio.
Dagli albori dell’essere umano l’utilizzo diffuso di ogni nuova invenzione diviene abitudine nel corso di non molto tempo. Non è difficile osservare come l’Uomo divenga dunque dipendente da essa, relativamente a bisogni legati alla sopravvivenza fino alla più semplice facilitazione nella vita quotidiana
Quello che ci aspetta è probabilmente un mondo nel quale l’uomo e la macchina diventeranno inscindibili, nel quale il concetto di Umanità verrà rielaborato, evolvendosi, come ha già fatto tante volte in passato. Ma non basta.
Questa volta si parla di strumenti che per la prima volta nella storia possono superare l’intelligenza e la comprensione non solo dell’essere umano, ma dell’Umanità tutta. Siamo riusciti a creare dei calcolatori che in un istante possono conoscere ed analizzare quello che l’uomo più geniale non riuscirebbe ad elaborare in mille vite.
Stiamo passando le colonne d’Ercole e non siamo ancora consapevoli di ciò che ci aspetta dall’altra parte.
Molto spesso tale rivoluzione viene demonizzata. In particolare nei paesi così detti “avanzati” si guarda alla tecnologia come produttrice di ansie e depressione, come fonte di alienazione. Si teme la perdita stessa della nostra capacità di pensare, si immagina una generazione di idioti incapaci di ragionare e creare avendo delegato ogni compito manuale ed intellettuale alle macchine e avendo perso la concezione di giusto e di sbagliato, l’uomo ridotto ad un “Serafino Gubbio Operatore” Pirandelliano, passivo e insensibile.
Questa visione è comprensibile, i cambiamenti ci spaventano e l’istinto di conservazione ci spinge al riparo da ogni possibile minaccia.
Tuttavia è probabilmente questo il concetto di progresso, che ha insito in sé il mutamento.
Verso cosa? Verso il meglio? Verso la distruzione?
Nel processo evolutivo non c’è spazio per la morale, ma solo per l’adattamento. In un mondo come il nostro, nonostante la selezione naturale sembra riguardarci sempre meno, non illudiamoci di poter sfuggire a questa legge.
Il progredire tecnologico verso un’intelligenza artificiale che rivoluzionerà il concetto di Umanità e si imporrà sull’intelligenza umana non è uno scenario apocalittico, ma è perfettamente coerente con ciò che nel corso dei millenni ci ha spinti fin qui, dal primo australopiteco al primo uomo sulla Luna.
Siamo collettivamente Noi gli artefici di questa evoluzione della quale stiamo soltanto vedendo la semina.
La sofferenza che proviamo nel cambiamento è reale e necessaria.
In ogni cambiamento sociale, politico, tecnico esiste chi si estingue, chi non è in grado di adattarsi.
Che sia tutta l’Umanità a non farcela o solo una parte di essa.
Sono “I Vinti” di cui già raccontava Giovanni Verga, coloro che non riescono a lasciarsi trasportare dalla fiumana del progresso ma che nuotano controcorrente, forse consapevoli della necessaria sconfitta ma incapaci di arrendersi, incapaci di rinunciare a se stessi e ai loro valori.
Ed è forse questa la caratteristica più Umana.

Cracking Danilo Rea, intervista agli sviluppatori

In occasione della Notte Europea dei Ricercatori 2017, svoltasi il 29 settembre nei Dipartimenti di Scienze, Matematica e Fisica, Architettura ed Ingegneria, è stato presentato un progetto nell’ambito dell’intelligenza artificiale, curato dai docenti dell’ Electrical Science and Technology LABoratory del dipartimento di Ingegneria del nostro Ateneo. Abbiamo quindi colto l’opportunità di poter intervistare alcuni degli ingegneri che hanno partecipato a tale progetto, ovvero:
il professor Francesco Riganti Fulginei, docente di elettronica ed elettrotecnica e direttore del laboratorio ESTLAB, che si occupa degli aspetti dei dispositivi magnetici, del calcolo numerico e di algoritmi ottimizzazione in vari ambiti, e di energie rinnovabili;
il professor Antonio Laudani, ricercatore nelle medesime attività dell’ESTLAB. Non presenti ma altrettanto importanti, sono il professor Alessandro Salvini, responsabile del progetto ed ordinario di elettrotecnica; la professoressa Carla Limongelli ed il dottor Filippo Sciarrone, del laboratorio di Intelligenza Artificiale di Ingegneria Informatica.
I rapporti tra l’intelligenza artificiale e l’ESTLAB si hanno in quanto l’elettrotecnica nasce come contenitore di argomenti fondamentali nell’ingegneria elettronica ed informatica, sfruttando l’intelligenza artificiale come modello matematico di rappresentazione di aspetti metodologici di ottimizzazione e progettazione mirata di dispositivi elettromagnetici. Si arriva quindi a soluzioni top-down a vari problemi, senza concentrarsi al mero aspetto teorico dell’intelligenza artificiale.

Il progetto nasce da Alex Braga, noto dj, ed Andrea Canapa, manager della parte artistica del progetto, i quali contattarono il direttore del Dipartimento di Ingegneria, Paolo Atzeni. La proposta venne fatta anche ad altre università, ma solo il nostro Dipartimento rispose perché il progetto è trasversale e contiene conoscenze ortogonali tra loro. Grazie anche alla cultura musicale del professor Alessandro Salvini, pianista compositore, ESTLAB accettò la sfida, dietro indirizzazione del direttore Atzeni, grazie anche all’occasione dal neonato laboratorio di tecnologie musicali e acustica che coinvolge Ingegneria e DAMS, nella figura del professore Luca Aversano.

I primi progressi progettuali si ebbero dopo un mese dal primo incontro, quando i professori presentarono un primo concept del paradigma che poi svilupparono. Da lì l’interazione, con un continuo scambio di informazioni sugli obiettivi.
Vennero forniti dei demo di esecuzioni del pianista Danilo Rea ed i ricercatori provarono a vedere quale delle loro soluzioni fosse la più funzionale, sottoponendole al feedback musicale degli artisti: Le soluzioni si fecero man mano  sempre più avanzate.  Un software di questo tipo non esiste sul panorama mondiale, attualmente tutti gli altri competitor hanno approcci diversi.
Il progetto vuole che ci sia un pianista jazz, musica complessa dal punto di vista di sensazioni che si costruisce diversamente dalle tecniche della musica classica, utilizzando cromatismi, cambi modali e sostituzioni. L’intelligenza artificiale si deve quindi addestrare sul campo, non si basa su tecniche musicali vere e proprie ma è come un bambino che impara. Danilo Rea suona e poi l’intelligenza inizia a crackare il pianista e cerca di emularlo, senza copiarlo ma accompagnandolo come se fosse un altro artista con tempi, accenti, strumenti, accordi diversi. L’intelligenza è, con il pianista, in una fase continua di autoapprendimento. Se il pianista cambia genere, l’AI lo segue, arricchita dalle direttive di Alex Braga. L’AI genera dei messaggi midi: mappatura digitale di una grande mole di informazioni che viene riarrangiata tramite gli strumenti decisi dal DJ Braga. Nel nostro caso è possibile gestire fino a 16 strumenti, un’orchestra virtuale. Molti degli strumenti scelti sono di natura elettronica per ricollegarsi alla modernità del progetto. I gradi di libertà sono comunque limitati, si può scegliere gli strumenti, come farli suonare, ma rimanendo sempre legati ai dati.  La cosa interessante è che il sistema non ha memoria di ciò che è stato fatto negli ultimi 3 secoli, ma ci sono solo il pianista con la rete neurale.
Un esempio di un’altra piattaforma musicale AI è iDuet di google, che duetta con chi si cimenta attraverso una tastiera; consiste in una rete neurale addestrata su midi già confezionati, rispondendo subito. Una possibile implementazione futura potrebbe essere che non sia la AI a crackare Danilo Rea e accompagnarlo, ma piuttosto che Danilo Rea accompagni lei, creando musica da sola.
In ESTLAB o altri laboratori di Ingegneria Elettronica, chiunque usi applicazioni di AI le sfrutta per i suoi scopi. Ad esempio, il laboratorio di telecomunicazioni usa l’AI per il riconoscimento delle immagini. Oppure ESTLAB stesso, usavano l’AI per problemi fisici e di elettromagnetismo.
Il problema interpretativo è che AI dice tanto ma dice poco di per sé. Noi spesso cerchiamo di associarla ad un oggetto neurale che somiglia al cervello umano, ma il concetto è astratto: si confonde la teoria assoluta di un sistema astratto, che in realtà è un modello matematico per descrivere una fenomenologia, dotato di capacità di apprendimento da noi controllate. Spesso per motivi scenografici l’AI si confonde con la  robotica: basta vedere un robot che si muove, dirige orchestra; una AI che suona il piano senza robot che muove le dita ha molto meno appeal.

Nei confronti delle chiacchiere da bar, il professor Riganti Fulginei non ha paura dell’avanzamento dell’AI, tanto quanto della stupidità naturale: siamo in balia di persone che di intelligente hanno poco, e ci spaventiamo. L’AI ci può aiutare, tramite algoritmi che possono semplificare la vita; Nel caso dei cellulari siamo sicuramente schiavi.
Per il professor Laudani avere paura dell’AI è normale. Il concetto è l’uso che se ne fa della tecnologia: se vogliamo usarla per creare armi o sostituire persone. Se sostituisse un medico non espertissimo o altri sistemi decisionali, ci si potrebbe fidare di più dell’AI. La paura ce l’ha chi non capisce l’utilità dell’AI: essa deve far paura agli stupidi. Non ci sarà la macchina che sostituisce l’uomo, se non nei lavori pesanti. Non sostituirà il pensiero,ed il concetto importante, anche nell’ambito artistico, la macchina ha difficoltà ad apprendere il concetto di bello, non traducibile in equazioni, e finché ci saranno questi aspetti non verremo sostituiti dalle macchine.

 

-Andrea Menichelli.

Tecnologia distorta, uno sguardo poco piacevole al futuro

Come si può descrivere il cinema in una sola parola? Intrattenimento, compagnia, riflessione, emozione, insomma un qualcosa che ti porta ad un determinato ragionamento e che ti mostra la visione di determinati argomenti con un’ottica diversa dalla tua. Il cinema ci ha portato molte volte nel futuro e mostrato che la tecnologia non ha limiti e di come possa cambiare la vita umana in positivo; ci sono però altre prospettive con cui vedere il futuro dell’uomo e alcune di queste non sono proprio piacevoli. Vari sottogeneri cinematografici, come il cyberpunk, affrontano l’avanzata della tecnologia e della scienza che si inoltrano con prepotenza nella nostra vita insieme a cambiamenti radicali nella società portando dunque anche a ribellioni e guerre. Gli esempi da prendere in considerazione sarebbero molti ma mettiamo in evidenza quelli più significativi che hanno un impatto visivo maggiore sullo spettatore. In questo breve articolo vorrei mettere in evidenza come la visione pessimistica verso le nuove tecnologie abbia influenzato alcune pellicole negli ultimi cinquant’anni.

Qui le 3 pellicole prese in esempio:

  • 2001: Odissea nello spazio (1968, Stanley Kubrick) considerato l’archetipo della fantascienza e come uno dei migliori film mai realizzati. Un film che vede evolversi il rapporto uomo\macchina, che spiega come tutto ebbe inizio e come tutto potrebbe evolversi attraverso un lunghissimo viaggio diviso in episodi, dove ognuno di questi si relaziona con gli altri tramite l’evoluzione della tecnologia. Una pellicola che è una risposta alle mille domande dell’uomo sulla vita ma che pone in evidenza parecchie riflessioni. Prima c’era il paradiso ma dopo il peccato originale (mela = tecnologia) siamo circondati sempre più da insensibilità che ci porterà all’inferno.
  • Brazil (1985, Terry Gilliam) una favola cupa che vuole scoccare la sua unica freccia contro una società che di umano ha ben poco e dove domina la tecnologia. Una specie di versione aggiornata di “1984” ovvero uno dei più celebri romanzi di George Orwell dove i diritti umani e la libertà sono ridotte ai minimi termini. Una pellicola che non rinuncia all’ironia (poiché il regista è parte del gruppo comico britannico Monty Python) seppur in modo freddo data l’atmosfera del film.
  • Matrix (1999, Larry e Andy Wachowski) uno dei film più significativi degli ultimi decenni e di grande impatto culturale, rappresenta una critica aspra e cinica contro un mondo assente in cui le persone ignorano o non sono del tutto consapevoli di tutto ciò che accade intorno a loro. Il mondo che conoscevamo è morto e di lui è rimasta solo un’illusione, quella in cui viviamo adesso secondo gli autori. Un film in cui il protagonista per essere ritenuto davvero umano deve essere sottoposto ad una terapia riabilitativa poiché in questa versione del futuro, in cui l’umanità sta combattendo contro le macchine ormai dotate di intelligenza artificiale, gli umani non nascono ma vengono coltivati per poi diventare fonte di energia per le stesse macchine. La pensione dell’uomo e la vita per le macchine.

Menzione speciale:          

  • Tetsuo (1989, Shinya Tsukamoto) non un film sulla tecnologia in senso stretto ma una versione cronenberghiana di essa. Una visione disturbante sulla mutazione\trasformazione da un uomo in mostro\cyborg con risvolti “horror”. Un incubo claustrofobico dove la mutazione del protagonista rispecchia quella che si crea nell’uomo moderno e che può portarci direttamente in un futuro dove la distinzione tra uomo e macchina sarà quasi assente.

Con questo capolavoro in bianco e nero si conclude questo viaggio attraverso gli occhi di diversi autori, un viaggio verso l’inferno di un mondo distopico che attende l’umanità e chissà che una di queste paranoie cinematografiche non diventi realtà.

-Ciro Guerriero.

Il lavoro nobilita l’uomo

E’ possibile parlare di rivoluzione del mondo del lavoro in una società iper-tecnologica?

Grandi pensatori dell’Ottocento come Charles Darwin a cui è spesso  attribuita la citazione usata come titolo, giunsero all’analoga conclusione di Karl Marx che analizzava il rapporto uomo- lavoro attraverso la celebre affermazione“il lavoro a rendere tale l’uomo” .

Vale ancora pensare al lavoro umano in questi termini, quando non riusciremmo a vivere e lavorare senza internet, a mettere da parte i nostri smartphone o tablet, a comunicare senza Skype, Twitter o le e-mail, a viaggiare senza aerei o treni?

Per molto tempo si è pensato che l’avvento di nuove tecnologie, le quali erano state progettate per velocizzare e soppiantare alcune mansioni prima svolte solo da mani umane, potesse portare alla drastica diminuzione dei posti di lavoro.  Il report “TECHNOLOGY AT WORK. The Future of Innovation and Employment” della Oxford Martin School e Citi GPS, analizza questi due fattori: da una parte il lavoro umano che fornisce al lavoratore un salario, dall’altra parte la macchina tecnologica sempre più affinata e che si avvicina sempre di più ad avere un’intelligenza artificiale.
Il dato che emerge non è quello che tutti si aspettano: i posti di lavoro non vengono tagliati, ma vengono specializzati, ciò significa che questo fenomeno ha provocato un innalzamento del livello minimo di competenze richiesto spostando molti lavoratori con media professionalità verso mansioni a basso valore aggiunto ed incrementando ulteriormente la disparità di reddito che si era delineata con l’industrializzazione.

Infatti, se le precedenti rivoluzioni sostanziali del mondo del lavoro avevano portato benefici per l’intera società, permettendo per esempio di produrre la Ford-T ad un prezzo accessibile ai più, lo stesso, a conti fatti, non si può dire per il web. Il digitale ha permesso l’accesso a contenuti gratuiti, ma per quanto riguarda il lavoro ha creato nuove mansioni, caratterizzate da un’elevata specializzazione le quali hanno rubato spazio ai lavoratori poco qualificati. Ciò che accadrà in futuro non ci è dato saperlo, ma secondo le previsioni del sopracitato report, lo sviluppo tecnologico, sempre più rapido, metterà, nel corso del prossimo decennio, ad elevato rischio sostituzione il 47% della forza lavoro statunitense. Per questo motivo si considera fondamentale che i governi capiscano l’importanza e la portata del fenomeno di evoluzione affinché si possano stabilire nuove regole del gioco prevedendo piani a lungo termine.

Tutto ciò è frutto di un lungo percorso che è iniziato dalla prima rivoluzione industriale e ha apportato nuove sfide, nuove opportunità: se da un lato la tecnologia distrugge determinati posti di lavoro, legati a mansioni meccaniche, dall’altra ne crea delle nuove, che richiedono nuove competenze. Ed è proprio questa la sfida per i lavoratori del futuro: acquisire quelle abilità che possano renderlo competitivo nel mercato del lavoro, senza dimenticare i diritti che verranno sicuramente rivisti.

 

-Lucilla Troiano.

Disoccupazione tecnologica: cause, conseguenze e metodi di contrasto

Le macchine hanno irrimediabilmente diminuito il lavoro dell’uomo come abbiamo visto. ma la domanda che quindi ci poniamo è: come mai con l’avanzamento tecnologico il benessere non è stato ridistribuito tra le classi sociali ma, anzi, il divario tra ricchi e poveri è aumentato a dismisura?

Procediamo per gradi per capire dove abbiamo sbagliato:

i progressi della tecnica ci forniscono un nuovo strumento che, posto al centro della stanza, imbianca le pareti non lasciando neanche un millimetro quadro scoperto.

questa tecnologia diventa accessibile a tutti, chiunque ne usufruisce per ridipingere la propria casa spendendo poco. migliaia e migliaia di imbianchini restano senza un lavoro.

ora questi imbianchini sono chiamati a specializzarsi in una nuova mansione che sarà quella di manutenere le macchine che li hanno sostituiti, hanno quindi un nuovo lavoro pagato come il precedente con le stesse ore di lavoro. ma quanti imbianchini servono per controllare una di queste apparecchiature? beh sarebbe poco produttiva una macchina che necessita di tanti operatori quanti i lavoratori che ha sostituito, quindi, qualcuno di loro dovrà rimanere a casa. i ricchi produttori del marchingegno imbianca pareti, quindi, guadagnano sempre di più e i lavoratori rimasti a casa, invece, fanno la fame. questo semplice quanto intuibile processo è stato teorizzato ai tempi della rivoluzione industriale con il nome di “disoccupazione tecnologica”. I marginalisti chiudono gli occhi e fanno finta di niente, dando la colpa ai lavoratori che secondo loro sono troppo pigri ed è questo l’unico motivo per il quale non trovano lavoro. Qualcuno più saggio, invece, sostiene che non si può chiedere ai lavoratori di essere ancora più competitivi, lavorando per salari più bassi, quando già quelli di oggi non riescono a garantire la sussistenza dei lavoratori e delle proprie famiglie.

Ora, lungi da me esporre idee neo-luddiste, ma dobbiamo capire come fare in modo di distribuire il benessere tra le classi sociali dato che il liberismo ultracapitalista dei nostri tempi non è in grado di fornire le risposte. Nel mulino che vorrei la statalizzazione delle aziende porterebbe alla ridistribuzione del lavoro e del benessere ma tenterò di essere meno radicale per venire incontro a coloro che vogliono garantita la libertà di impresa economica. quando il neo-liberismo non era ancora giunto come inevitabile conseguenza della globalizzazione cancellando qualsiasi dibattito sulla disoccupazione tecnologica, gli stati hanno diminuito le ore di lavoro inserendo ferie pagate e pensioni per garantire una corretta ridistribuzione del lavoro (e quindi del benessere). ora le vie percorribili per raggiungere una parvenza di uguaglianza sociale sono due: continuare su questa strada, diminuendo ulteriormente le ore di lavoro e alzando i salari minimi aumentando i diritti dei lavoratori oppure avviare un percorso di ridistribuzione dei beni con un reddito di cittadinanza garantito a tutti i cittadini.
Le strade sono entrambe percorribili se si riuscisse a curare la grande piaga dell’evasione fiscale.

Qualunque sia il percorso da intraprendere ciò che è certo è che il socialismo rimane l’unica via percorribile per un mondo più giusto ed egualitario.

-Marco Parrulli.

Psicologia del selfie, autoritratti nell’epoca digitale

Viviamo nell’era digitale. Nell’epoca in cui la maggior parte delle volte è più conveniente apparire piuttosto che essere. Nell’epoca della velocità, dove si viene costantemente bombardati da milioni e milioni di informazioni e di immagini: insomma nell’era dei social, degli smartphone, dei selfie. Il famoso selfie, osannato od odiato ma comunque da ognuno di noi scattato almeno una volta nella vita, è diventato parte integrante della quotidianità tanto d’aver guadagnato una voce nei dizionari di lingua italiana. Treccani ad esempio, lo definisce come “Un autoritratto fotografico generalmente fatto con uno smartphone o una webcam e poi condiviso nei siti di relazione sociale”. Ma il selfie è davvero figlio dei social network? In parte sì ed in parte no. Se difatti si pensa al selfie come ad un semplice autoritratto allora ci si può imbattere in esempi molto distanti dal periodo in cui tutti noi viviamo.

E allora torniamo per un attimo indietro nel tempo, precisamente al 1500, ed immaginiamo un giovane uomo tedesco di nome Albrecht Dürer che si autoritrae in quello che sarà poi il celebre “Autoritratto con pelliccia” in posizione frontale, con lo sguardo fisso verso lo spettatore ed i tratti del volto che ricordano quelli di Gesù Cristo. È come se quel giovane volesse comunicare tramite l’immagine la sua essenza, come se volesse far sì che il suo aspetto diventasse il simbolo di quello che in realtà egli è: un essere unico e quindi in parte divino. Ebbene, il desiderio di questo pittore è per certi versi simile a quello di una persona che oggi si scatta un selfie. Desiderio che è stato addirittura studiato da psicologi e definito in taluni casi come una forma di narcisismo, di autocelebrazione. Se infatti per molti un autoscatto è un semplice mezzo per fissare un ricordo o comunque rappresenta una normale fotografia, per altri le cose stanno in maniera diversa: esso diventa uno strumento per assecondare la necessità di ottenere ammirazione da parte degli altri. Tanto è vero che si parla di “Sindrome da Selfie”, riferendosi appunto a quelle persone che hanno sviluppato una vera e propria dipendenza: coloro che sentono il bisogno di fotografarsi in ogni dove e condividere tutto, ma proprio tutto, con i propri amici (virtuali). Cosa c’è però di diverso tra Albrecht Dürer e colui che si fa un selfie nel 2017? Semplice, di diverso c’è che nel 1500 non esisteva Instagram. I social network non avevano ancora fatto la loro apparizione nelle vite di noi esseri umani e questo rendeva l’autoritratto di Dürer meno “invadente” perché non così compulsivamente condiviso come un autoscatto di oggi. Il mondo in cui il pittore viveva e si autoritraeva era un mondo diverso da quello attuale, in cui si comunicava in maniera differente ed in cui un autoritratto appariva come un qualcosa di più “raro”.

Tuttavia definire un selfie solo ed esclusivamente come una forma di narcisismo può sembrare esagerato. È pur vero che nella realtà in cui viviamo, una realtà che spesso può apparire frivola e priva di spazi in cui si possa senza pregiudizio mostrare chi si è, un’immagine di sé può diventare l’unica opportunità per farsi notare dagli altri. Siamo ad ogni modo figli di un’epoca non così tanto buia che ha dei lati positivi tra cui, è ovvio, progresso e tecnologia. Se però il modo principale che una persona ha per farsi dire dall’altro “mi piaci” è oramai quello di scattarsi una foto davanti ad uno specchio e sperare che la “frase-effetto” selezionata con tanta accuratezza per accompagnare l’autoscatto (anche senza alcun apparente legame) ottenga il maggior numero possibile di likes, allora che razza di epoca è la nostra?

Per carità, autocelebrarsi una volta ogni tanto non può che essere un toccasana per la propria autostima e di nuovo, per carità, nessuno dice che il nostro modo di comunicare è sbagliato. Il selfie fa indubbiamente e definitivamente parte del linguaggio del Web (cioè del nostro linguaggio) ma dovrebbe avere lo scopo di raccontare chi si è, invece spesso lo si usa per falsare se stessi o la propria vita. Ed è già tutto così falso. La società di Internet, nonostante sia senz’altro la società del progresso, ha bisogno di riscoprire un po’ di verità e di sincerità. Ognuno di noi ha bisogno di trovare altre maniere per rappresentarsi ed autocelebrarsi, andando oltre l’immagine e l’apparire, perché ognuno di noi ha almeno un motivo per sentirsi unico e divino come Albrecht Dürer. Abbiamo l’obbligo di riscoprire chi realmente siamo, senza bisogno di un selfie che ce lo dica. Senza bisogno di cercare affannosamente il consenso degli altri, senza l’approvazione di nessuno ma solo la propria. Lo dobbiamo a noi stessi: per dimostrare che non siamo soltanto l’epoca del virtuale o la generazione dell’apparire. Noi siamo una generazione che sa ancora cosa sia la sincerità, noi siamo una generazione che sa anche essere.

 

-Serena Di Luccio.

Glitch music, la supremazia dell’errore.

Primi anni ‘90.
In tutta Europa impazza la cultura del rave, della techno, dei 200 BPM e delle più svariate droghe sintetiche. Cultura che tuttavia, proprio negli inizi degli anni ‘90 stava conoscendo una sua prima forte scissione dovuta all’intesificazione dell’interesse politico contro di essi, sopratutto in Inghilterra dove il fenomeno era nato e si era sviluppato. I DJs non si sentivan più quindi strettamente legati alla sola funzione di accendere la festa, ma iniziavano ad acquisire una loro dignità artistica, portando spesso le strade di alcuni di loro a una musica sperimentale, non ballabile, frammentaria.
In Germania ad esempio, nel 1968 nasceva Markus Popp. Appena poco più che ventenne, questo giovane ragazzo tedesco fu capace, con il solo ausilio del suo campionatore, di lasciare una forte impronta nel mondo della musica elettronica.
Nel 1995, con la collaborazione di due colleghi e sotto lo pseudonimo Oval, esce l’album 94 Diskont, e lo scenario musicale che si presenta nell’oretta scarsa di questo loro quarto lavoro è qualcosa di allora mai sentito prima.
Popp compone il disco mandando intenzionalmente in crash le macchine a sue disposizione, le quali collegato poi al suo laptop non riescono a leggere i dati programmati al loro interno, riuscendo a produrre solo suoni distorti o di errore.
Il risultato è una musica rotta e sbilenca, composta di suoni frammentati e atonali, totalmente privi di qualunque musicalità. La lunga traccia iniziale, Do While, retta da un loop di vibrafono (uno strumento simile allo xilofono), va avanti per 24 minuti, scandita da sample distorti quanto rilassanti, come ascoltare musica d’ascensore proveniente da un’altra dimensione.
Da questo disco e da questa assurda pretesa musicale prende quindi vita il Glitch, dal nome attribuito nel linguaggio informatico agli errori delle apparecchiature elettroniche.
In un mondo fortemente in digitalizzazione come quello di quegli anni, di fatto un’anticamera tra l’epoca analogica e quella digitale, l’infallibilità e la precisione delle macchine era un’idea che andava pian piano affermandosi e che dava fiducia in un futuro migliore.
L’invenzione del web forniva una via di accesso privilegiata alle più svariate informazioni sicure e certificate, basti ad esempio pensare alla banale prima commercializzazione dei dispositivi GPS nel 1996, la cui accuratezza nell’individuazione di una posizione era e probabilmente è ancora sconvolgente.
Gli Oval agivano tuttavia di controtendenza, e se la tecnologia si presenteva agli occhi dei sognatori come divina per la sua incapacità di sbagliare, essi ne svelevano i limiti e i difetti, autoetichettandosi come profeti di un “estetica del fallimento”.
Ronzii elettronici, improvvise riduzioni di frequenza, bugs di software e suoni hardware sono la base delle loro composizioni, ripetitive e senza particolari progressioni, dilatate e minimaliste.
Non si può definire infatti il Glitch un genere oltremodo chiassoso, dato che i suoni sgradevoli messi in campo sono comunque giocati in una forma che ricorda più la musica ambient che la dance o la techno dei rave, assumendo quasi a una funzione contemplativa.
Se infatti è una tendenza tipica della post-rave music quella di ibridarsi con suggestioni ambientali, nel caso del Glitch la cosa sembra tuttavia apparire non come sterile denuncia di un elevata fiducia del progresso (più obiettivo di certa musica Industrial) quanto invece come schegge di un manifesto teorico ben più grande.
Dataplex del compositore giapponese Ryoji Ikeda può aiutarci a capire meglio.
Il disco si presenta come la più grande esaltazione dello spirito Glitch: I suoni sono quanto più minimali e scarni possibili, e l’antimusicalità è tale da legittimare l’uso di diverse frequenze ad ultrasuoni, impossibili se non fastidiose da sentire per l’orecchio umano.
La prima sensazione che si ha ascoltando in cuffia l’opera è di sentirsi come parte di un intricato meccanismo digitale, di ricevere i suoni come fossero stimoli elettronici da eseguire. Ascoltando Dataplex ci si sente un po’ meno umani, e si avverte quasi un amore viscerale per questi suoni privi di vita che sembrano elevarti e porti a metà tra la carne e i circuiti, e più il disco avanza più ogni parte del tuo corpo ti sembra meccanica, fredda, più simile a un computer di quanto tu possa immaginare.
Ciò porta a una sola conclusione: niente come il Glitch ci fa sentire in maniera così sincera la nostra condizione di ibridi organico-tecnologici. Niente mai come questa musica ha tentato di fondere l’uomo e la macchina compiendo la semplice operazione, ignorata da tanta presunta arte che ama definirsi futuristica, di restituire l’imperfezione umana nell’errore della macchina e viceversa. Ed è questo che crea la sua stramba fascinazione, il suo attrarre senza apparenti ragioni. Rende noto più che mai (e senza parlare) quanto la tecnologia ha deturpato i nostri spazi più intimi, e quando si sia insediata dentro di noi. In parole povere, ci spiega quanto il nostro smartphone non è solamente nostro, ma è NOI, nella stessa esatta quantità in cui credono di esserlo i nostri pensieri. E ci fa un ultima confessione, ugualmente importante: Se il progresso che sembra spingerci verso un futuro migliore si riscopre come noi animato da limiti e difetti, la tecnologia è il mezzo per cambiare le cose, ma probabilmente non sarà mai la risposta. E che il progresso non rimedia ai nostri errori più di quanto, evolvendoci, possiamo fare noi per farlo.

-Vincenzo “Notta” Riccardi.