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In viaggio con Novecento

Il buio più totale. Silenzio più oscuro del buio. Poi uno stralcio di luce: sul palco compare il narratore Max Tooney, interpretato dal brillante e coinvolgente Fabrizio Pinzauti, fiorentino, unico attore e regista dello spettacolo intitolato Virginian.  Nei pressi del Colosseo, nel piccolo e suggestivo Teatro Ivelise, è andato in scena il 26 gennaio lo spettacolo tratto dal celebre romanzo di Alessandro Baricco Novecento, parola che racchiude uno dei monologhi più significativi della letteratura contemporanea.

L’opera dello scrittore torinese, pubblicata nel 1994, narra la storia del giovane orfano Benny Goodman T. D. Lemon Novecento nato a bordo del piroscafo “Virginian”: su di esso il giovane Novecento divenne presto un favoloso pianista che suonava per intrattenere i migranti in viaggio verso l’America in cerca di un futuro migliore, storia che si protrae fino all’anno dell’ambientazione del monologo, il 1943. Pinzauti interpreta la parte dell’amico Max Tooney, trombettista nonché narratore di questa meravigliosa storia.

Del 1998 invece è l’adattamento cinematografico di Giuseppe Tornatore, musicato dall’insuperabile Ennio Morricone, La leggenda del pianista sull’oceano con attore protagonista Tim Roth; il film ottenne numerosi riconoscimenti di prestigio tra cui 6 David di Donatello nel 1999 e un Golden Globe nel 2000.

Nella realtà è esistito un Virginian, precisamente il transatlantico RMS Virginian varato nel 1905 e smantellato nel 1954; nel 1912 svolse addirittura un ruolo di primo piano nella vicenda dell’affondamento del Titanic: il Virginian infatti si trovava in prossimità del disastro ed ebbe modo di stabilire un contatto con il famoso transatlantico.

Sugli spalti si respira un’aria intima e di raccoglimento, appena si spengono le luci il buio e il silenzio si diffondono nel teatro e una musica nostalgica di sottofondo dà inizio allo spettacolo. Sulla destra del palco, seduto su di un baule e con in mano un cappello, l’attore protagonista è illuminato soltanto da una luce fioca. La scenografia è composta di pochissimi elementi (un baule, dei gradini, una tromba e un pianoforte); è Pinzauti , con il suo modo di essere padrone sul palco e con la sua capacità di raccontare, che ha il potere di far volare l’immaginazione del pubblico rendendo di fatto superflua ogni scenografia.

Sembra di sentire Novecento suonare, sembra quasi di poterlo vedere seduto di fronte a quel pianoforte, il pubblico si emoziona assieme al protagonista all’ascolto delle note suonate e grida insieme a lui quando l’America spunta all’orizzonte. Lo spettacolo è avvincente per tutta la durata, cosa non scontata vista la difficoltà del monologo; l’autore/attore lo ha smontato e ricreato per noi mettendo in scena una storia che come un film scorre davanti ai nostri occhi e nelle nostre menti. È proprio questa la bravura dell’artista: la capacità di creare solo con se stesso e la propria voce immagini e azioni soltanto stimolando l’immaginazione degli spettatori.

Pinzauti è riuscito in questo. Non abbiamo mai staccato gli occhi dallo spettacolo, pendendo dalle sue labbra e catturando con gli occhi (e con la reflex) ogni suo gesto e movimento. Alla conclusione dello spettacolo gli applausi non si sono fatti attendere: il pubblico è emozionato ed entusiasta. Bella l’attenzione dell’attore per il pubblico alla fine dello spettacolo, coinvolto in un interessante “after show” ricco di domande e riflessioni . Fabrizio Pinzauti afferma di non identificarsi nel personaggio di Novecento, genio in una cosa ma frana nel resto,  ma molto di più nelle sue paure e nella sua esigenza di certezze; questo suo bisogno porta Novecento alla scelta drastica del finale, che lui comprende ma non condivide: l’attore e regista conclude dicendo che questo monologo lascia delle domande più che dare delle risposte.

Da studentesse che frequentano davvero poco teatri e spettacoli, siamo rimaste davvero piacevolmente soddisfatte. Pinzauti ci saluta con il sorriso sincero di chi ha svolto il suo lavoro con tanta passione e soddisfazione. Durante il tragitto di ritorno per casa, ripensando allo spettacolo lo si poteva rielaborare chiaramente come un film, di quelli così coinvolgenti e vivi che senti subito nostalgia per ciò che ti hanno fatto provare.

-Geraldine Aureli e Claudia Crescenzi

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Essere Sole in due

Zoe (…) soffre di attacchi di ansia forse perché troppo vittima dei social network e delle mode del momento

Tea (…) sta usando le proprie forze per un disegno più grande, le cui linee però, sono state tracciate da qualcun altro

Due ragazze entrano in scena: una vestita con un paio di jeans e maglietta rosa, l’altra con pantaloni con fantasia militare e un top nero. Questo è ciò che vediamo sul palco del Teatro Ivelise durante queste sere: Sole, uno spettacolo ( quasi) tutto al femminile scritto da Annalisa Elba con Giorgia Masseroni e Sara Religioso, ma con la regia di Simone Ruggiero, unica componente maschile.
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Ieri, 16 Novembre, eravamo presenti alla prima di questa rappresentazione dai toni dolceamari che aggrada lo spettatore, lasciando più di uno spunto di riflessione. Le due protagoniste, unici personaggi sulla scena, sono Zoe e Tea: due poli opposti inseparabili che si incontrano e si scontrano senza trovare mai un punto di equilibrio. Zoe, vestita di rosa e arcobaleno, è una ragazza solare e positiva, soffre di attacchi di ansia forse perché troppo vittima dei social network e delle mode del momento: dalla lettura obbligata degli articoli “acchiappa likes” di Facebook, alle stories di Instagram; dai tacchi alti al sushi ordinato a domicilio. Sportiva e ribelle invece è Tea che occupa la parte anticonformista della scena: una Rambo che sembra invincibile e indomabile, pronta a tutto per ottenere ciò che vuole fino a quando non scopriamo che, in realtà, sta usando le proprie forze per un disegno più grande, le cui linee però, sono state tracciate da qualcun altro. Anche lei risucchiata dal buco nero della rete, riceve le direttive da un individuo di cui le ragazze e neppure noi, conosciamo l’identità.
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Zoe e Tea che sono un po’ il nero e il bianco, il diavolo e l’acqua santa, due parti opposte ma complementari, si trovano su un terrazzo di un condominio a 35 km da casa, senza una vera e propria spiegazione. Dall’altra parte del telefono è stato detto a Tea di arrivare lì e le due ragazze stanno aspettando nuove direttive quando, come al solito, iniziano a discutere portando in superficie l’una i difetti dell’altra. L’essere negativa di Tea è in contrasto con la tranquillità apparente e le debolezze di Zoe, la cui forza d’animo si rivela essere molto più potente e dotata di razionalità di quella di Tea. Il tanto battibeccare le porta a pensare che quando erano piccole era tutto così diverso: pur avendo spesso idee in contrasto, come “quella volta sulle montagne russe”, non discutevano mai, si divertivano più spesso, erano spensierate e cantavano di più. Ora sembrano sempre in contrasto, una bilancia che ricade sempre e solo da un lato senza mai trovare un punto di equilibrio. Sempre pronte a cambiare umore e a cambiare idea, a sminuirsi pur di elevare l’altra, a ferirsi e a gettarsi le mani al collo ferendosi reciprocamente: a Tea, ad esempio, bastano due mani al collo per ferire la compagna di scena e se stessa. Divise e al contempo inseparabili da sempre, condividono ricordi e scelte di vita: ma chi sono in realtà?
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Un dipinto a tinte pastello e fosche contemporaneamente atto a descrivere le insicurezze dei giovani di oggi che vacillano sempre più fra essere e apparenza, fra felicità e pessimismo, fra dovere e spensieratezza, fra l’essere liberi o schiavi delle costrizioni sociali, di ciò che gli altri si aspettano o desiderano venga fatto. Sole, che verrà rappresentato al Teatro Ivelise anche sabato 17 e domenica 18 Novembre, lascerà un interrogativo principale nelle vostre menti: si può essere da soli in due o, talvolta, è la solitudine a spingerci a dividere noi stessi?
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-Beatrice Tominic