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Danza e pittura: una grande storia d’amore

Lo spettacolo di danza contemporanea Alma Tadema, coreografato da Ricky Bonavita con la compagnia Excursus e le musiche di Francesco Ziello, è un omaggio al pittore vittoriano del XIX secolo Lawrence Alma Tadema. L’arte che incontra l’arte: un connubio perfetto tra danza e pittura, rappresentato sul palco del Teatro Vascello di Roma, venerdì 15 novembre 2019.

Sulla scena sei danzatori hanno ripreso i soggetti dei quadri di Alma Tadema, proiettati sullo sfondo, attraverso una narrazione episodica che ha dato luce alla ricostruzione della storia dell’antico mondo romano tra decadenza e fastosità. Una danza travolgente in cui ogni ballerino è stato protagonista dei diversi episodi, alternandosi in assolo e pezzi corali. Lo spettacolo è un prodotto della riflessione del coreografo sull’importanza dell’antichità e del suo ricordo nel presente. Si tratta di un viaggio di immagini trasposte attraverso i movimenti del corpo sul palco, in cui non mancano momenti di enfasi performativa volti a stupire e far riflettere  il pubblico. Le scene di maggior rilievo hanno visto sempre protagoniste le 3 danzatrici (centrale il ruolo della donna), che mostrano il loro carattere trasgressivo con danze e richiami sessuali.

Ciò che ha colpito profondamente è la professionalità, la morbidezza dei movimenti dei danzatori i cui corpi volteggiavano nello spazio, seguendo le melodie che hanno arricchito la performance; notevole è stata la capacità espressiva dei danzatori anche attraverso la mimica facciale che ha confermato la valenza pantomimica della danza. Le coreografie hanno previsto una scena iniziale collettiva, con il susseguirsi di assolo, duetti, trio interamente maschile o femminile e altre parti corali.

74614778_2309158842727857_3700041487153627136_n.jpgRicky Bonavita

Il pubblico, composto da varie fasce d’età, è rimasto ipnotizzato in religioso silenzio per l’intera durata dello spettacolo; al termine, è seguito uno scrosciante applauso per i danzatori e il coreografo. A due amanti e studiose della danza come noi ha affascinato la genialità nella reinterpretazione dei quadri da parte di Ricky Bonavita. Ancora una volta abbiamo avuto la conferma del potere della danza che, una volta iniziato lo spettacolo, ci ha completamente estraniate dal mondo esterno rendendoci partecipi e stupefatte allo stesso tempo dell’intero capolavoro.

 

-Martina Sarcina, Giada Gambula

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Disturbi – Teatro Ivelise

Buio, poi una tenue luce rossa che inquadra una sagoma femminile giacente a terra e nell’angolo un’altra figura attende composta il suo turno. Sullo sfondo invece uno schermo sul quale viene proiettato un caleidoscopio di immagini e suoni discordanti, interrotti da una voce femminile: glaciale, pungente, sibillina. Nel segno di questo schema triadico ci si immerge nella realtà di Disturbi, diretto da Olivia Balzar e tratto dal romanzo Disturbi di personalità dell’autrice pugliese, romana di adozione, Ilaria Palomba, a cui abbiamo avuto il piacere di assistere al Teatro Ivelise domenica 10 novembre (terza giornata di replica e pure di sold out!).

Perseguitata da paure e incertezze, la protagonista (interpretata brillantemente da Luisa Paradiso) s’imbatte in due amori fugaci, (Giacomo di Biasio e Davide Cherubini), immersa in una spasmodica ricerca di equilibrio che si sublima nella passione e nella tensione erotica. L’antidoto e il veleno, lo zenit e il nadir; due sagome imperfette, perciò complementari l’un l’altra, ma entrambe incapaci di donare la serenità e la completezza di cui la protagonista sente necessità e che saprà infine raggiungere altroveIl tutto si svolge sotto gli occhi vigili e onnipresenti dell‘Oracolo (di cui veste i panni Joe Filippi), un omaggio allo spirito ellenico e alla tradizione delfica; resta immobile sul suo trono ma interviene contrastando le tre ombre, figure vestite di nero allegoria della coscienza individuale, una coscienza corrotta, violata dai meccanismi di una società che umilia e mortifica l’essere umano.

Alla protagonista si accompagna una voce interiore, impalpabile e immaginaria, il suo disturbo. Sin da subito la donna mostra i chiari sintomi di un disturbo borderline: autolesionismo, abuso di farmaci, tentativi di suicidio e rabbia improvvisa, questo spiega anche la sua difficoltà di stabilire un rapporto duraturo nel tempo, probabilmente dovuta a quel trauma infantile che sin dall’inizio viene narrato.

Evocato solo nella mente e mai presente in scena è il “ragazzo delle altalene”, figura cardine del tortuoso sentiero che ha condotto la protagonista verso una singolare e cangiante follia, a volte dissimulata, altre fin troppo ostentata, la cui violenza inflitta nella prima adolescenza innesca un pericoloso meccanismo di dominazione e subordinazione, ostinato e tenace tentativo di riassumere il controllo del proprio corpo, violato nella carne e nella psiche.

Questa rappresentazione in un unico atto riesce ad emozionare e allo stesso tempo offrire validi spunti di riflessione. Un plauso va alla regia per la scelta brillante dei temi che hanno accompagnato l’intera esecuzione, tra tutti “The End” (superlativo brano dei Doors), le cui sonorità psichedeliche e ridondanti fanno da cornice all’atmosfera sospesa, onirica, all’interno della quale prende vita l’intreccio dei personaggi coinvolti. I disturbi mentali continuano ad essere minimizzati nella società odierna e non vi è informazione adeguata; la storia rappresentata è solamente una delle tante, questo spettacolo è riuscito a dar voce non solo ad una ragazza, ma a tutte le persone che soffrono e cercano disperatamente una via di fuga.

Disturbi nasce dall’esigenza intima di mettere a nudo gli archetipi di una società che spesso si rivela pessima nutrice ed eccellente carnefice, dalla quale ci è concessa la fuga ma non la piena assoluzione, che blandisce l’apologia, ma nega il perdono e pertanto galvanizza e appesantisce le sue vittime più fragili che invece vorrebbero librarsi in alto, in virtù di una lucida, anzi luminosa, follia.

 

-Giada Gambula ed Eduardo Manuale

STAND-UP COMEDY: “LA RISATA È IL MEZZO, NON IL FINE”

Cos’è la stand-up comedy? “Una chitarra”. No non sono impazzito, ho solo riportato le parole del fondatore di Satiriasi  Filippo Giardina, ospite il 16 maggio al Dams di Roma Tre insieme a Pietro Sparacino e Velia Lalli. Capisco che detta così la cosa possa sorprendere, mi spiego; la stand-up comedy è un modello, un modo di fare spettacolo, stare in piedi su un palco solo con un microfono, scenografia neutra, nessun elemento di distrazione. Ma in sé la parola stand-up comedy non ha un contenuto specifico, preso il modello c’è poi un mondo da esplorare, come una chitarra, strumento che accetta centinaia d’interpretazioni. Nel caso specifico mi interessa parlare del progetto “Satiriasi stand-up” cui accennavo precedentemente.

Il complesso di comedians messo su da Filippo Giardina nel 2009 e attivo fino al 2014 aveva come motto “la risata è il mezzo, non il fine”; sono queste parole la sintesi del manifesto programmatico redatto in 15 punti, faro dell’operato del gruppo. Cito testualmente dal sito l’intento di questo documento “in esso, dopo essere stati evidenziati tutti i difetti tipici della comicità nostrana, come l’abbondanza di luoghi comuni, di giochi di parole elementari, e la banalità e ripetitività degli argomenti trattati, è chiesto al comico di scrivere con intenti artistici più onesti e personali, spingendolo ad avvalersi del proprio vissuto per trovare argomenti di cui parlare, a ricercare in sé stesso ciò di cui sente davvero l’esigenza esprimere, ciò di cui è “saturo” appunto, utilizzando il linguaggio che trova più adatto per dar voce in maniera originale  e personale alla sua prospettiva sul mondo e rivolgendosi a un pubblico che vede come amico.”

Nulla deve essere aggiunto alle parole riportate, sunto perfetto del testo esteso. Satira, necessariamente l’intento di far ridere, non è un comizio ma uno spettacolo comico, però non cabarettistico, la risata è consapevole perché l’autore del monologo deve essere protagonista della scena, deve essere pieno autore della sua opera, non deve rifarsi a luoghi comuni a meno che non siano giustificati dal pezzo, così come consapevole è il pubblico, necessariamente adulto, che viene ad assistere allo spettacolo per ritrovare un certo tipo di satira, un nuovo gusto per la risata. Consapevolezza di tutte le parti in causa, il comedian quale protagonista e lo spettatore come parte accessoria, troppo facile è ormai diventato giocare con le prime file e portare a casa la serata, il comedian fa il suo monologo anche qui consapevole di raccontare il mondo dalla sua prospettiva e consapevole che l’uditorio potrebbe non essere d’accordo ma del resto, come già detto, chi fa questo mestiere non cerca facili consensi e soprattutto è profondamente animato dall’ultimo punto del manifesto: “Se il pubblico è già d’accordo con quello che stai per dire forse non c’è bisogno che tu lo dica”.

Nel fare la mia analisi ho usato la parola “mestiere” non a caso; uno dei buoni motivi per cui questo collettivo si è formato è stato anche quello di ridare dignità alla figura del comico all’interno del mondo artistico, uscire dall’idea macchiettista, da qui l’importanza di esporsi in prima persona sul palco, nome e cognome, una forte rivendicazione intellettuale. Aggiungo ancora con una citazione, stavolta di Pietro Sparacino, altro membro del gruppo, in merito proprio al mestiere del comico: “Nei negozi di giocattoli ci sono i kit per tantissimi lavori, il poliziotto, il pompiere, l’allegro chirurgo, addirittura il piccolo mago, ma mai una volta ho visto il kit del piccolo comico”.

Nella speranza di aver reso un minimo di giustizia a questo mondo semisconosciuto, vi invito, se siete arrivati a questo punto, a giudicare voi stessi; su youtube è pieno di contenuti, le serate dal vivo poi sarebbero l’ideale per immergersi davvero nell’atmosfera dello spettacolo, il progetto Satiriasi non è più stabilmente attivo ma sia i comedians che ne hanno fatto parte che molti altri appartenenti ad altre realtà fanno spettacoli molto frequentemente, le occasioni non mancano. Buone risate dunque, perché la risata è importante, mai banale, ma come per ogni altra attività umana, le cose andrebbero fatte in un certo modo, quindi ridiamo, ma ridiamo bene.

 

 

– Gabriele Russo