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Essere Sole in due

Zoe (…) soffre di attacchi di ansia forse perché troppo vittima dei social network e delle mode del momento

Tea (…) sta usando le proprie forze per un disegno più grande, le cui linee però, sono state tracciate da qualcun altro

Due ragazze entrano in scena: una vestita con un paio di jeans e maglietta rosa, l’altra con pantaloni con fantasia militare e un top nero. Questo è ciò che vediamo sul palco del Teatro Ivelise durante queste sere: Sole, uno spettacolo ( quasi) tutto al femminile scritto da Annalisa Elba con Giorgia Masseroni e Sara Religioso, ma con la regia di Simone Ruggiero, unica componente maschile.
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Ieri, 16 Novembre, eravamo presenti alla prima di questa rappresentazione dai toni dolceamari che aggrada lo spettatore, lasciando più di uno spunto di riflessione. Le due protagoniste, unici personaggi sulla scena, sono Zoe e Tea: due poli opposti inseparabili che si incontrano e si scontrano senza trovare mai un punto di equilibrio. Zoe, vestita di rosa e arcobaleno, è una ragazza solare e positiva, soffre di attacchi di ansia forse perché troppo vittima dei social network e delle mode del momento: dalla lettura obbligata degli articoli “acchiappa likes” di Facebook, alle stories di Instagram; dai tacchi alti al sushi ordinato a domicilio. Sportiva e ribelle invece è Tea che occupa la parte anticonformista della scena: una Rambo che sembra invincibile e indomabile, pronta a tutto per ottenere ciò che vuole fino a quando non scopriamo che, in realtà, sta usando le proprie forze per un disegno più grande, le cui linee però, sono state tracciate da qualcun altro. Anche lei risucchiata dal buco nero della rete, riceve le direttive da un individuo di cui le ragazze e neppure noi, conosciamo l’identità.
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Zoe e Tea che sono un po’ il nero e il bianco, il diavolo e l’acqua santa, due parti opposte ma complementari, si trovano su un terrazzo di un condominio a 35 km da casa, senza una vera e propria spiegazione. Dall’altra parte del telefono è stato detto a Tea di arrivare lì e le due ragazze stanno aspettando nuove direttive quando, come al solito, iniziano a discutere portando in superficie l’una i difetti dell’altra. L’essere negativa di Tea è in contrasto con la tranquillità apparente e le debolezze di Zoe, la cui forza d’animo si rivela essere molto più potente e dotata di razionalità di quella di Tea. Il tanto battibeccare le porta a pensare che quando erano piccole era tutto così diverso: pur avendo spesso idee in contrasto, come “quella volta sulle montagne russe”, non discutevano mai, si divertivano più spesso, erano spensierate e cantavano di più. Ora sembrano sempre in contrasto, una bilancia che ricade sempre e solo da un lato senza mai trovare un punto di equilibrio. Sempre pronte a cambiare umore e a cambiare idea, a sminuirsi pur di elevare l’altra, a ferirsi e a gettarsi le mani al collo ferendosi reciprocamente: a Tea, ad esempio, bastano due mani al collo per ferire la compagna di scena e se stessa. Divise e al contempo inseparabili da sempre, condividono ricordi e scelte di vita: ma chi sono in realtà?
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Un dipinto a tinte pastello e fosche contemporaneamente atto a descrivere le insicurezze dei giovani di oggi che vacillano sempre più fra essere e apparenza, fra felicità e pessimismo, fra dovere e spensieratezza, fra l’essere liberi o schiavi delle costrizioni sociali, di ciò che gli altri si aspettano o desiderano venga fatto. Sole, che verrà rappresentato al Teatro Ivelise anche sabato 17 e domenica 18 Novembre, lascerà un interrogativo principale nelle vostre menti: si può essere da soli in due o, talvolta, è la solitudine a spingerci a dividere noi stessi?
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-Beatrice Tominic
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Madri e figli alla festa del cinema di Roma

Kursk, My Dear Prime Minister, Boy Erased, sono alcuni dei film in concorso alla tredicesima Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre) che abbiamo seguito per CulturArte. Nelle tre pellicole citate emerge in vari modi la forza del legame tra madri e figli, tre progetti culturalmente molto lontani ma che evidenziano l’universalità del rapporto più forte al mondo.

Filo rosso delle tre storie è l’ispirazione a fatti realmente accaduti (Kursk e Boy Erased) o comunque di vita quotidiana (My Dear Prime Minister). Kursk, regia di Thomas Vinterberg, ripercorre la tragica fine dell’omonimo sottomarino russo con le vicende umane delle famiglie dei marinai e gli intrecci diplomatici nei disperati tentativi di salvare l’equipaggio; Boy Erased, diretto da Joel Edgerton, è invece tratto dall’autobiografia di Garrard Conley Boy Erased: a memoir e approfondisce le complicate vite di ragazzi americani omosessuali costretti a terapie di riorientamento sessuale tenute in contesti religiosi; storie molto diverse ma entrambe portate con ottimi risultati sul grande schermo. Cast importante per Kursk con Lea Seydoux, Colin Firth e l’ottima performance da protagonista del belga Matthias Schoenaerts; stesso discorso per Boy Erased con Nicole Kidman e Russell Crowe genitori di un sempre più convincente Lucas Hedges (classe ’96, già candidato per l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 2016 con Manchester by the Sea) e la presenza, pur in un ruolo minore, di Xavier Dolan.

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Discorso a parte invece per My Dear Prime Minister, con regia di Rakeysh Omprakash Mehra, film indiano molto lontano dal nostro mondo occidentale che affronta i disagi quotidiani della bidonville di Gandhinagar, in particolar modo la piaga della mancanza di bagni ed i rischi per le donne di subire abusi. Il film è toccante, i toni quasi da commedia e le scene stile Bollywood che caratterizzano la prima parte sono spazzati via bruscamente dal dramma dello stupro, realtà purtroppo quotidiana in vaste aree del subcontinente indiano, ma trionfa la speranza grazie alle peripezie dei bambini della baraccopoli. Nella gara degli applausi tra i tre film è proprio My Dear Prime Minister a vincere, sincero tributo al regista, presente in sala, da parte di un pubblico commosso e colpito dai dati reali sulla carenza di servizi igienici e numero di stupri riportati a fine proiezione. Come già detto, progetti lontani ed un denominatore comune: il legame indissolubile tra madri e figli. Che la storia sia ambientata nel Mare di Barents, negli Stati Uniti o nelle baracche di una città indiana è poco rilevante; che il figlio abbia 5, 10 o 20 anni è ancora una volta poco rilevante; che la madre sia la perfetta consorte di un predicatore, la sposa di un marinaio o la ragazza madre in una realtà complicata non ha importanza. Madri che lottano per il bene dei loro figli e figli che lottano per il bene delle loro madri (commovente in particolar modo il rapporto singolare in My Dear Prime Minister), personaggi forti e coraggiosi, risoluti nell’affrontare situazioni complicatissime che si presentano nella loro vita, forza morale che però non risulta monolitica ma lascia anzi un notevole spazio allo sviluppo dei personaggi nel corso della storia, componente di formazione che troviamo maggiormente in Boy Erased, da brividi la scena della “fuga” dal centro di riabilitazione. Potente e allo stesso tempo delicata l’interpretazione di Lea Seydoux in Kursk, donna autrice di gesti forti in un clima politico teso, tempra che dimostrerà anche il figlio nel drammatico momento dell’ultimo saluto al padre; quest’ultimo film merita inoltre una menzione a parte per la caratterizzazione maggiormente approfondita di tutti i personaggi che ruotano intorno al nucleo principale e la capacità di valorizzare i due piani narrativi con la stessa forza, le vicende in mare e la battaglia delle famiglie; ancora un appunto positivo per la pellicola di Vintenberg per quanto riguarda la fotografia e le colonne sonore.

BOY ERASED

Le donne di cui abbiamo parlato comunicano il messaggio forte di madri che conservano la loro individualità e che non sono subalterne a nessuno, sono storie di coraggio, di teste che non si piegano e lottano per ciò che sentono giusto, ma allo stesso modo sono storie di figli che crescono in fretta ed assumono ruoli determinanti in queste vicende. Emerge essenzialmente questo indissolubile legame di sostegno reciproco tra madri e figli, in ogni tempo ed ogni luogo, comunque lo si guardi, unico.

 

-Gabriele Russo

 

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Mamma son tanto felice perché – uno spettacolo di e con Angelica Bifano

In Via Capo D’Africa, a due passi dal Colosseo, sorge il Teatro Ivelise, un luogo intimo dove l’arte trova casa nel cuore di Roma. Entrando quasi si ha l’impressione di non essere in un teatro, sala da 45 posti, botteghino stretto, non manca però l’immaginazione e la voglia di stupire; la prima cosa che si nota è una panchina apparentemente schiacciata dentro ad una scatola in realtà molto comoda. La sala sorprende con le luci, le maschere veneziane, uno specchio volutamente sgangherato, i cuscini sugli spalti, un colpo d’occhio che lascia presagire una piacevole serata.

Lo spettacolo al quale ho assistito è Mamma son tanto felice perché, scritto, sceneggiato e recitato da Angelica Bifano. La scena é pronta. Troneggia al centro una sedia stile ‘700 con appoggiata una stoffa di lino semi-grezzo, a destra uno sgabello con un pacco di sigarette. L’attrice entra, prende il suo tempo, ci guarda; di colpo inizia una cantilena, prima dolce, poi sempre più energica, intonando una lode a Maria in dialetto campano. Il pubblico ride, lei rimane seria. Ė stata posata la prima pietra: una commedia sullo stile della commedia dell’arte.

Rimanendo lì a guardare si rimane estasiati dalla capacità della Bifano di impersonare per tutta la durata dello spettacolo una miriade di personaggi che tende ad aumentare al fine di raccontare una specie di “ultima cena” domenicale in famiglia con la nonna. L’elemento che più colpisce è la fluidità con cui l’attrice passa da un ruolo all’altro, una metamorfosi decisa ma che lascia il tempo allo spettatore di adeguarsi. La bambina stufa di dover parlare alla nonna della propria giornata lascia spazio a quest’ultima che si lamenta della sistemazione del cuscino, per poi diventare la zia che scarica la propria tensione contro il fratello mentre quest’ultimo prova a non prendersela sapendo come sua sorella è fatta. La storia in effetti è un racconto del quotidiano, poche sorprese, non è l’intreccio narrativo a rimanere impresso, è piuttosto l’intensità dei personaggi, la genuinità delle emozioni a toccare il pubblico. C’è la gioia di una donna anziana più volte madre che racconta della maternità ad una bambina che ancora non può capirla o anche la continua ricerca di una zitella verso l’autorealizzazione, da raggiungere occupandosi  della riuscita di un pranzo di famiglia ma che non avviene per il rifiuto di accettare le cose come vengono. Insomma, la gioia della vecchiaia un po’ capricciosa ma mai cattiva, l’esasperazione dei doveri o presunti tali della vita adulta, la fantasia giocosa e a volte cattiva dei bambini che rispondono all’affetto della zia con un “Potere della luna! Se ti avvicini ti ammazzo!”

Alla fine si torna a casa, sotto la pioggia; lo spettacolo in parte l’ho dimenticato. Salgo le scale, mi accoglie nonna, subito mi chiede un po’ di compagnia e il racconto della serata, l’aiuto a sistemarsi sulla poltrona. Lo spettacolo torna in mente e sorrido.

 

-Joël David Guerrazzi

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Bonjour théâtre – il Teatro Ivelise apre la sua Nouvelle Saison fra spettacoli e lezioni

Tre donne, un luogo magico, l’amore per il francese e una grande famiglia allargata pronta ad esibirsi: questi gli ingredienti unici del Teatro Ivelise, piccola grande realtà nel cuore di Roma. A due passi dal Colosseo, in via capo d’Africa, il locale nasce nel ‘400 come cappella di un convento di suore per essere poi destinato, secoli dopo, a stanzino dal teatro Orione. Il teatro viene inaugurato nel 1997 da Ivelise Ghione, da qui il nome, e da marzo 2013 è gestito dall’Associazione Culturale AlloStatoPuro.

photo_2018-09-20_02-42-41©FrancescoDiPasquale2018

“Continuare a far vivere il teatro è una promessa che ho deciso di mantenere nonostante tutte le difficoltà” confida Brenda Monticone Martini, direttrice del teatro.  Una promessa mantenuta con successo, siamo portati ad aggiungere noi, visti l’elevato numero e l’ampia varietà di spettacoli previsti per questa nuova stagione, la molteplicità di insegnamenti tenuti e i concorsi indetti, fra cui spicca l’IveliseCineFestival al termine del quale una Giuria di Esperti assegnerà ai primi tre classificati vari premi.

Con le sue tre volte a crociera, gli stucchi dorati,  le lucine colorate sull’arcata principale e le pareti blu, di cui una coperta da maschere, specchi e persino un paio d’ali, il teatro, come ci viene più volte ripetuto nel corso della conferenza, è un luogo magico, al centro del mondo e fuori dal tempo.  L’ambiente dal sapore ultraterreno e dal gusto un po’ retrò diventa il luogo ideale per mettere in scena commedie, varietà, spettacoli sperimentali e concerti di artisti già affermati, ma anche per plasmare nuove personalità e vederle crescere: lezioni di stand-up comedy, burlesque e boylesque, canto, lettura espressiva e dizione, tip tap e pianoforte; proprio quest’ultimo strumento padroneggia al centro del piccolo palco in una nicchia che sembra stata ricavata solo per questo scopo. Ciò rende ancora più piacevoli le numerose esibizioni musicali in cartellone, vista l’indiscussa superiorità del suono di un vero pianoforte rispetto ad una tastiera digitale (usata fino a poco tempo fa al teatro Ivelise).

Sotto ad un filo al quale sono appesi con mollette per il bucato le locandine di ogni spettacolo della prossima stagione, su tre sedie rigorosamente diverse ( in tutto il teatro non ce ne sono almeno due uguali, già preludio di stravaganza e anticonformismo) siedono le tre donne citate in precedenza:  Chiara Del Zanno, coordinatrice della stagione teatrale e delle produzioni interne, Miriam Bocchino, Ufficio Stampa, Social Media Manager e Coordinatrice Didattica e in mezzo a loro la già citata Brenda Monticone Martini, Direttrice Artistica. Un po’ per il luogo piccino e intimo, un po’ per i posti riservati al pubblico nei soppalchi fra i cuscinoni, l’aria che si respira è familiare e accogliente.

photo_2018-09-20_02-42-34©FrancescoDiPasquale2018

Il primo spettacolo che viene presentato è anche il primo che verrà proposto, il 5 e il 6 ottobre. Si intitola “Mamma son tanto felice perché” ed è nato dalla mente e dai ricordi di bambina salentina di Angelica Bifano. Si definisce amante dell’antiestetico quando le fanno notare la scelta controcorrente della foto di locandina: è la sua bocca che, anziché restare ferma alla ricerca di una pienezza e una simmetria perfetta tanto in voga nella moda attuale, si piega in una smorfia. Dalla foto alla scrittura, per arrivare alla recitazione: ogni minimo dettaglio di questa commedia appartiene soltanto a lei. È infatti anche l’unica attrice in scena, nella sfida di interpretare tutti i diversi personaggi femminili che ruotano intorno alla sua storia. A metà di Novembre, un’altra commedia firmata Annalisa Elba e diretta da Simone Ruggiero,  vede protagoniste Giorgia Masseroni e Sara Religioso in un terrazzo  su cui sono state spinte da una voce guida, ma il pubblico non saprà a chi appartenga e per quale motivo abbia spinto in quel luogo le due ragazze fino alla fine. Le protagoniste, Tea e Zoe, le quali altro non sono che personalità di un’unica donna, dialogano e si scontrano e si rendono portavoce delle crisi di identità e del senso di solitudine che caratterizzano la loro generazione. Suscita invece tutt’altro genere di riflessioni la commedia che a febbraio, mese dell’amore, vedrà protagonista Angela, ragazza insicura di provincia, la quale con l’aiuto di Ivan diventerà Pinky e scoprirà le forme di amore ma soprattutto di sesso più svariate diventando una pornodiva di fama internazionale.

Numerose le occasioni per ascoltare i concerti di jazz e swing che poi sono la stessa cosa sviluppata in due diverse epoche, come specifica Valeria Rinaldi, la voce sul palco. Fra uno spettacolo e l’altro ad accompagnarci durante il prossimo anno ci saranno anche i varietà di La Maison de Lolà con la regia di Brenda Monticone Martini e le coreografie di Lola Lustrini, insegnante burlesque e boylesque a donne e uomini che spesso ricercano in queste discipline il rapporto perduto o compromesso con il proprio corpo. A conclusione della stagione teatrale, il cui calendario completo si trova già nel sito del Teatro Ivelise, si terrà lo spettacolo di fine anno degli allievi di ogni disciplina.

photo_2018-09-20_02-42-13©FrancescoDiPasquale2018

Un intimo puntino blu immerso fra i tesori dell’Antica Roma che è incessantemente alla ricerca di nuovi volti, nuove modalità di spettacolo, nuove storie che non aspettano altro di essere avvolte dalla magia.

 

 

 

-Beatrice Tominic

 

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Andrea Gandini e i mondi paralleli di Roma

“Le opere che faccio in strada sono dipinti, opere d’arte, proprio perché creano un’emozione in chi le vede: ci sono poesie in quelle sculture”.

E’ così che Andrea Gandini, scultore emergente romano, definisce il suo lavoro iniziato pochi anni fa in un angusto garage per poi diffondersi nei luoghi più reconditi dell’Urbe. A differenza di un quadro però i suoi tronchi morti, parti finali di arbusti ormai abbandonati e da lui scolpiti, non sono semplici oggetti d’arte osservabili in un museo, ma piuttosto soggetti di un’arte che viene creata davanti a tutti e alla quale ognuno, a modo proprio, può partecipare. Sono performance di strada che si adattano e mutano grazie ai suggerimenti del suo pubblico. Opere vive e deperibili come il legno in cui sono scolpite, ma anche collettive poiché seguono le percezioni di coloro che le vedono e le vivono in prima persona. Sono persone comuni: ora impiegati, spesso finanzieri o banchieri, in entrata o uscita dal lavoro, ora registi e attori, ma anche barboni e semplici fruitori della città.

_Troncomorto 27_, Via Cola di Rienzo (Roma)

Molto dipende anche dall’orario, dalla via. Ogni volta però è bellissimo perché è una cosa unica, un’esperienza prima di tutto umana”.

Scolpite in un materiale vivo e tuttavia deperibile come il legno queste sculture sembrano prendere nuova vita sotto lo scalpello di un ragazzo appena ventunenne che in pochi anni ha creato una realtà parallela difficile da eludere. E’ quella dei volti e delle figure che lui ritrae, sospese in un mondo a sé, quasi membri di una civiltà nascosta che ha molti tratti in comune con la nostra. L’artista paragona il materiale da lui usato ad un “osso di balena”. Come la balena, che trae origine da un embrione e poi, da morta, si riduce a un semplice cumulo di ossa, il legno ha potuto godere di un’iniziale vita propria e, in questo senso, operare sul legno è simile ad operare sui resti di un essere vivente. Esattamente come nella vita reale, il rischio è alto: si può riuscire o, al contrario, rischiare di rovinare l’opera, frantumandola e mandandola in polvere.

_San Francesco e San Sebastiano_, 5m, Via Appia (Roma)

Altrettanto significativa è poi la scelta del luogo. Come lo scultore afferma infatti “non si può fare un’opera se non si considera il luogo in cui verrà inserita”. La scelta non è semplice, ma la Città Eterna sembra essere il luogo ideale per le sue realizzazioni. “Roma ha il fascino della città decadente e a me questo piace tantissimo; è in parte abbandonata a se stessa e questo, secondo me, almeno dal punto di vista artistico, rappresenta un po’ un secondo romanticismo. Infatti, nel periodo del Grand Tour, venivano scoperte le prime cattedrali gotiche abbandonate”. Ora, afferma l’artista, “stiamo facendo arte nelle fabbriche abbandonate, nei centri commerciali allagati”. In questo senso l’arte di Gandini come quella di tanti altri coetanei e colleghi rappresenta nella sua unicità un momento di svolta, di rivalutazione del “brutto” o del fatiscente che nell’oscurità può rinascere in una nuova arte, più “semplice” e diretta. Un’arte pubblica, perché si avvale di elementi comuni, eppure inserita nel contesto eterno di Roma, una città che non è destinata a deperire, ma piuttosto a rinascere, assieme a chi la vive ogni giorno e non intende dimenticarla.

_Tronco Morto 6_, Via E. Jenner (Roma)

Le sue opere, presenti in oltre sessanta luoghi di Roma sono apprezzate da un vasto pubblico. All’interno della serie Tronco Morto particolarmente mirabili risultano quelle in via E. Jenner, sul Lungotevere e in via Cola di Rienzo. Fra le altre sculture vi sono poi “San Francesco e San Sebastiano” in via Appia, “La Papessa” sul Lungotevere e “Albero Vetusto” in Via Cassia Veientana.

-Daniela Di Placido

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Outdoor Festival: Testaccio si fa cosmopolita

Fino al 12 maggio 2018 Roma è stata luogo di incontro per giovani artisti e musicisti nell’ottava edizione dell’Outdoor Festival all’Ex Mattatoio di Testaccio. Il tema di quest’anno è stato l’Heritage: cosa ci offre davvero l’Europa?

Nato nel 2010 a Garbatella come “un buon motivo per uscire di casa”, l’Outdoor Festival in pochi anni è diventato il principale motore di trasformazione del quartiere Ostiense, ora primo Street Art District d’Italia. In linea con la nomina del 2018 come anno del Patrimonio culturale europeo, il tema di quest’anno è stato l’Heritage, il patrimonio: qual è il nostro e quali culture vi appartengono? Ma soprattutto, come possiamo trasferirlo alle generazioni future? Come nelle scorse edizioni, il festival è stato suddiviso in più aree: arte, musica, conferenze, televisione e mercato.

Fulcro dell’esperienza artistica è lo spettatore, che viene immerso in quattro percorsi su quattro differenti tematiche: disobedience, lightspeed, retromania, total recall, Come introduzione a questo viaggio senza meta si trova l’opera dell’artista italiano Motorefisico, Labirinto Semplice, un tunnel dalle (dis)orientanti linee optical che attraversa tutti i piani dell’esibizione e lascia contemporaneamente allo spettatore la possibilità di contemplare gli allestimenti come ultimo reale “osservatore” dell’opera.

Il primo snodo tematico, DISOBEDIENCE, rappresenta la voce degli artisti che dal 1968 ad oggi hanno avvertito un impellente bisogno di discontinuità con la tradizione, uomini in lotta contro gli errori del passato per promuovere un futuro più equo. È il grido antipatriarcale «NOT FOR GIRLS» dei poster della portoghese Wasted Rita, fiera portatrice dei nuovi valori del femminismo moderno, necessaria conseguenza del celebre #metoo che condanna ogni dominio maschile sulla donna. Disobedience è però anche l’urlo anticonformista del toscano Paolo Buggiani, uno dei padri fondatori della Street Art newyorkese degli anni Ottanta che, con le sue conturbanti figure di fuoco, ora degli Icari dalle ali infiammate, ora dei Minotauri o dei cavalli di Troia ardenti, destabilizza l’opinione pubblica, trovando l’apprezzamento di artisti come Keith Haring e Barba Krüger.

In questo perenne processo di ritorno e rottura con il passato, LIGHTSPEED è la “luce fuori dal tunnel” del futuro, ben visibile nell’opera dell’inglese Kid Acne che con il suo murales «HERE WE ARE / HEREDITAS», che ci fa riflettere sulla natura effimera eppure eterna del nostro patrimonio.

A seguire vi è RETROMANIA, un avvincente percorso storico volto a valorizzare i prodotti di massa ora icone della società moderna: sembra di rivivere i memorabili scatti del newyorkese Ricky Powell che, in pochi semplici ma effettivi secondi, immortala la scena musicale e artistica degli anni Ottanta e Novanta; i The Fugees con Lauryin Hill, Basquiat con Warhol, Haring, Beastie Boys e Public Enemy — solo per citarne alcuni.

A concludere la mostra vi è l’ironica e al tempo stesso nostalgica immersione visiva pop del TOTAL RECALL, che intende appunto “richiamare” la nostra modalità di dialogo con il passato: Tony Cheung, artista cinese di fama internazionale, elude per poco la censura nel suo Chemical Happiness, denuncia ironica e simbolica di una Cina che sembra dimenticare sempre più il suo passato sottovalutando, però, tematiche di forte discussione come la sessualità, l’alienazione e la violenza. Uno sguardo occidentale viene invece proposto dall’italiano Mimmo Rubino, in arte Rub Kandy, che in Almost Ready propone l’originale modello di una nuova città sulla base di elementi di scarto della secolare città di Roma.

Elemento più interattivo del festival è indubbiamente il padiglione delle Stories, progetto finanziato da Google Arts&Culture che offre uno sguardo dettagliato e sorprendente alle realtà periferiche di Ostia, Corviale e Tor Pignattara, spesso ingiustamente tagliate fuori dal contesto cittadino; attraverso degli occhiali 3D si viene improvvisamente catapultati nella complessa realtà di Ostia, una bellezza in degrado difesa dall’azione, dalla vivacità e dalla tenacia dei giovani del Wave Market. È proprio questo mercato artigianale che, in un’edizione speciale, viene trasportato nella vivace Testaccio: non solo gioielli e abiti handmade o vintage, ma anche stampe di designer che vedono l’impegno quotidiano e la creatività di numerosi ragazzi, quegli stessi ragazzi che credono ancora in una Roma migliore, sfondo di un patrimonio fortunatamente indimenticabile ma che bisogna affrontare con uno sguardo diverso: quello dei giovani che popolano la città.

 

-Daniela Di Placido.

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La (Cine)città delle bellissime bugie

In un sabato pomeriggio di aprile — che evidentemente è un giugno prematuro, data l’afa permanente — ho attraversato la bella Roma in lungo e in largo per arrivare a Cinecittà partendo da Roma sud. Ci ho impiegato due ore ma ne è valsa la pena: sono approdata in un parco grande quanto il mio paese, pieno di gente, prati verdi e studi televisivi. Girando l’angolo mi sono ritrovata a Poggio Fiorito (dove pensavo di trovare nonno Libero o Torello, ma si vede che al momento non erano in casa); dopodiché, 10 minuti più in là, mi sono ritrovata  tra i viottoli dei fori romani a percorrere l’Appia Antica, poi in Egitto, tra Marco Antonio e Giulio Cesare. Lo ammetto, quando avevo la frangia molti mi hanno fatto notare una certa somiglianza con Cleopatra, ma non pensavo che tra una mummia e infiniti rotoli di papiro mi sarei trovata così a mio agio! Cinque minuti dopo, però, mi sono sentita a mio agio anche nei panni di una concubina che, assieme a Cesare, beve dalle anfore un vino dolcissimo, quasi un mosto ricco di spezie e miele a tutte le ore del giorno.
Sebbene immedesimarsi in una mignotta non sia il sogno di vita di nessuna (o quasi), nell’Attrezzeria 107 di Cinecittà ci si sente per forza un po’ così: forse perché si è circondati da oggetti di ogni tipo, frutta (rigorosamente finta), scaffali pieni di brocche, bicchieri, boccali e vasi in porcellana, altarini, statue, forme di formaggio (ahimè, anche queste finte) e infiniti triclini — che, per intenderci, sono quei fantastici lettini di legno su cui ci si metteva di lato durante i banchetti: con una mano si teneva la testa, con l’altra si gustava un grappolo d’uva o un boccale di vino.

L’Attrezzeria 107, eccezionalmente aperta al pubblico per quattro weekend dal 7 al 28 aprile, è, per definizione della preparatissima guida, «l’attrezzeria mito», in quanto contenitore di tutti quegli oggetti che i set creator hanno selezionato per le scene di quei film kolossal che almeno una volta nella vita ognuno di noi ha visto. Stessa cosa vale per i 3 set permanenti che abbiamo visitato, dove hanno girato tra i tanti film il remake di Ben Hur, Il Messia e Rome, ossia la “Beautiful romana”: non è incredibile che da un semplice cancello si possa essere catapultati nell’antica Roma del Senato e del tempio di Venere prima, nella suburra romana tra le botteghe e le case della plebe poi, per finire in seguito a Gerusalemme?
Non è bellissimo ritrovarsi in un cortile in cui a destra c’è Assisi e la Firenze di Amici miei – come tutto ebbe inizio in una sola chiesa e a sinistra il famosissimo balcone da cui si affacciò Giulietta?
Ma Cinecittà non è solo i 3 set permanenti esterni: è anche 22 teatri posa; è la mostra su Fellini; è il leggendario Studio 5, il primo teatro di posa europeo che, con i suoi 80 metri quadri, ha ospitato Canzonissima, Amici e visto Benigni interpretare la Commedia, oltre ad essere stato la seconda casa di Federico Fellini — si narra addirittura che avesse un mini appartamento nei camerini; è il Teatro 5, contenitore di film come La dolce vita e Casanova… sì, c’è anche una piscina all’interno. 

A quanto pare la cinematografia è veramente l’arma più potente, come diceva Benito Mussolini, visto che Cinecittà è ancora in piedi dal 28 aprile 1937.

È bello pensare che la finzione e l’artificialità possano far sognare grandi e bambini.

A parer mio, le bugie non sono mai state così belle.

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-Caterina Calicchio.

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Se tutte le stelle del mondo a un certo momento venissero giù

Un bambino seduto su una grande valigia antiquata che legge un libro al chiaro di luna sovrastato da un’enorme scritta rossa: felicità. Lo avrete forse visto a Roma, su un cartellone pubblicitario lungo una strada o su uno schermo nella parete di una banchina della metropolitana; forse vi sarete anche chiesti se quel bambino possa dirsi felice, se un cielo stellato e la lettura di un libro possano realmente migliorare l’umore; forse vi sarete addirittura chiesti cosa sia la felicità e in cosa essa consista. Questo il quesito su cui si è discusso a lungo, con volti noti della letteratura e non solo, nei due giorni cruciali di Libri Come, la Festa del Libro e della Lettura ospitata all’Auditorium Parco della Musica dal 15 al 18 marzo; un quesito, quello sulla felicità e il modo di raggiungerla, che attanaglia l’umanità dall’inizio dei tempi e che ha occupato la mente di molti grandi filosofi e scrittori del passato.

«Se vuoi essere felice, comincia ad essere felice» è una delle quattro citazioni cardine dell’evento: questa massima di Lev Tolstoj invita a vedere la felicità come qualcosa di raggiungibile attraverso la volontà e la perseveranza, ma nel corso delle varie rassegne — che hanno compreso presentazioni di libri, incontri con gli scrittori, vere e proprie esibizioni e quattro “lezioni di felicità” — tale concetto si fonde con altri ad esso simili, diversi o del tutto opposti. Talvolta la felicità è vista come uno scopo; altre è invece un “carburante” che ci permette di raggiungere i veri obiettivi della vita. La scrittrice spagnola Clara Sanchez crea un parallelismo fra la ricerca di un altro sé, di un’altra persona, della verità — temi che ricorrono fin dal suo primo successo nei suoi racconti — e quello della felicità.

Sebbene oggi la felicità sia considerata quasi come un bene materiale qualsiasi, esprimibile in maniera concreta attraverso mezzi economici, essa è in realtà un concetto astratto, misurabile esclusivamente attraverso la nostra voglia di vivere. «Quale?!» potrebbe essere la risposta di Zerocalcare, che — intervistato insieme ad Atlan da Stefano Bartezzaghi — una volta ricevuto l’invito a partecipare alla rassegna si è posto la domanda forse più impulsiva: «Che cazzo c’entro io con la felicità?». Il fumettista ha poi ammesso di avere un brutto carattere e di diventare di pessimo umore anche per cose di poca importanza — come le pile scariche di un telecomando.

Per capire se siamo felici o meno dovremmo innanzitutto conoscere il significato della parola felicità, ma come spiega Marco Malvaldi nella Prima Lezione di Felicità. La scienza, neppure il dizionario sa descrivere con fermezza ed esattezza cosa essa sia; spesso si pensa coincida con il conseguimento dei nostri obiettivi ma in realtà una volta raggiunti cadiamo vittime di una sensazione che ci fa brancolare nel buio, sprofondare nel baratro. Altre volte si è convinti che per provare felicità basti molto meno e siano sufficienti quelle che chiamiamo “le piccole cose”; il principio è lo stesso di quelle che in matematica sono definite derivate: la funzione cambia rispetto al suo dominio, ma non conta il valore assoluto del cambiamento bensì quanto velocemente esso avviene. Nelle successive Lezioni si parla di amore — con Diego De Silva ed Ester Viola — di scuola — attraverso la collaborazione di Save the Children e di economia —in cui Emanuele Felice offre una diversa definizione di felicità per ogni epoca della storia umana secondo il pensiero filosofico e l’organizzazione sociopolitica del periodo.

La felicità non è tangibile, anche quando crediamo di poterla vedere o toccare: è una sensazione, una situazione o un odore, «come quando si torna

 a casa dall’ospedale» ha suggerito Piero Angela citando Linus, ammettendo di essere stato davvero felice dopo la pubblicazione del suo primo libro; o, come la descrive Andrea Camilleri, è il profumo di citronella inalato per caso pedalando in bicicletta. Talvolta è una sensazione razionale — come quando il sapere che una determinata pianta cresce in zone ricche di risorse idriche ci convince di poter bere un po’ di acqua fresca — altre è del tutto improvvisa e istintiva, presente in noi ancor prima di accorgersene. «Arriva mentre meno te l’aspetti e forse mentre meno te la meriti ed è fatta di un nulla, sapete, come quelle farfalle che voi prendete per le ali, poi le lasciate andare, rivolano e sulle dita v’è rimasto un po’ di polvere color d’oro. Fate così e la polvere va via. Era la felicità e non ce ne siamo accorti» continua Camilleri, facendo scivolare avanti e indietro indice e pollice. 

La durata della felicità deve essere breve, perché altrimenti ci bruceremmo come una falena davanti alla candela: così breve che, nell’evento di chiusura dell’intero festival, la felicità viene rappresentata da soltanto un anno, il 1968, con le sue università occupate, la rinascita del pensiero politico e il cielo azzurro. Se per alcuni, come Luciana Castellina, quell’anno e le sue innovazioni sono destinate a non tornare e chi ha avuto la possibilità di viverlo (come lei) si deve reputare quasi un privilegiato, altri, fra cui Paolo Mieli, credono che un nuovo ’68 sia possibile, scaturito dalla mancanza di ideologie degli ultimi anni. La rivoluzione è dietro l’angolo e spero che con il ’68 troviate anche solo un infinitesimo della felicità che andate cercando.

-Beatrice Tominic.

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Discman 2.0 – #7 Alta fedeltà

Ma che colore ha una giornata uggiosa? Ma che sapore ha una vita mal spesa?… il sapore delle lenticchie che sto cercando di cuocere? O quello della mia manica bruciata? Lo scopriremo solo vivendo, intanto oggi, in una giornata dedicata al dolce far niente in cui già dalle 10 di mattina c’è un buio pesto che manco la Norvegia, ho deciso di parlarvi di quel concetto molto simile ai dugonghi, in termine di rarità s’intende, che è la fedeltà.
Così, bell e buon.
E qui, il 50% di quei pochi che leggono le cazzate che scrivo, ha già chiuso la pagina e sta pensando “Ao, ma questa che vuole?”.
Figliuoli, non vi allarmate, che mettervi in testa strani pensieri riguardo i vostri tradimenti è l’ultima delle mie intenzioni.
Qui si parla di una fedeltà diversa.
Per l’appunto, riflettevo sul fatto che ci hanno sempre insegnato ad essere fedeli al nostro Credo, fedeli alla dieta, fedeli alle cose che si affermano… e mi sono chiesta: ma io sono fedele? La risposta è stata: anche no. C’ho una memoria da pesce rosso che mi fa dimenticare cosa ho fatto ieri, figuriamoci se mi ricordo cosa ho detto 5 anni fa! E proprio grazie a queste domande esistenziali, che Giacomino Leopardi levate, oggi vi parlerò di Infedele, ovvero l’album che Colapesce ci ha regalato l’ottobre scorso.
Concentrato in sole 8 tracce, “Infedele” è un disco nuovo, in cui la sua voce (che è sempre la stessa) incontra suoni innovativi e moderni; a primo ascolto ti lascia perplessa, perché da uno come lui, non te l’aspetti un album del genere. Perché Colapesce siculo fu, e la trap, l’inglese non fanno per te, che sei nata e vissuta a Catania, come dice lui. Capite adesso il perché dello shock?
È paradossale, ma pur essendo infedele, per me l’album è diventato La Bibbia.
Forse perché la musichetta identica da discount di tutta questa musica nuova, è stata rimpiazzata dai synth e dai suoni elettronici: passiamo dalla tenera ninna nanna de Le foglie appese al ritmo di Pantalica, che potrebbe benissimo essere inserita nella playlist di una serata al “Goa”.
O forse perché mette a confronto il moderno con una delle cose più vecchie di questo mondo, ossia la chiesa, la religione. In ogni caso, una volta metabolizzata la novità, non farete più a meno di ascoltarlo, rimarrete sospesi nel nulla cosmico e spensierato. E non solo dal 20 al 28 dicembre.
Sospesi sullo stretto di Messina, sull’autostrada Roma-Bari, sospesi tra le note e le parole sussurrate da un auricolare o per i più fortunati, dal cantante stesso: le sue canzoni sembrano quasi quei segreti che si dicono nell’orecchio al migliore amico, o a chiunque vogliate dire un segreto. Nel tempo, Colapesce è riuscito a sussurrare Tuyo, ormai simbolo di quel grand’uomo di Pablo Escobar, che grazie alla dolcezza della sua voce è diventato per un minuto un monaco buddista; e addirittura Thriller, di un Michael Jackson sicuramente sotto effetto di goccine, data la pacatezza dei toni del suo incubo.
E ancora oggi, Colapesce continua a sussurrare segreti come l’amore è anche fatto di niente”mi sento meglio se mi baci al sole, segreti che devono necessariamente rimanere sospesi nell’aria, tra le particelle di CO2 del traffico di Roma.
E noi con loro, sospesi ad osservare un Maometto che sorseggia un Negroni sbagliato nei locali di Milano e una band di chierichetti capeggiata da un prete di nome Lorenzo che fa la comunione al pubblico mentre canta. Con l’augurio che durante il concerto scappino i primi accordi di “Il tuo popolo in cammino”, non posso che riconfermare il genio e la bravura di Colapesce. Totale, come sempre.

È arrivato il momento di salutarvi, visto che mi sono dilungata così tanto a scrivere questo articolo che tra poco ricomincia Sanremo, che anche se quest’anno i cantanti li hanno presi dal reparto di geriatria, è sempre una bella cosa. Buona infedeltà a tutti.

N.B.: Per scrivere questo articolo, nessun Beppe Vessicchio è stato maltrattato e, per la prima volta in vita mia, non ho bruciato le lenticchie: sempre fedele ai consigli di mamma Rosa. 

 

 

  

 

-Caterina Calicchio.