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Restare Umili, la mostra di Zerocalcare

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Essere Sole in due

Zoe (…) soffre di attacchi di ansia forse perché troppo vittima dei social network e delle mode del momento

Tea (…) sta usando le proprie forze per un disegno più grande, le cui linee però, sono state tracciate da qualcun altro

Due ragazze entrano in scena: una vestita con un paio di jeans e maglietta rosa, l’altra con pantaloni con fantasia militare e un top nero. Questo è ciò che vediamo sul palco del Teatro Ivelise durante queste sere: Sole, uno spettacolo ( quasi) tutto al femminile scritto da Annalisa Elba con Giorgia Masseroni e Sara Religioso, ma con la regia di Simone Ruggiero, unica componente maschile.
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Ieri, 16 Novembre, eravamo presenti alla prima di questa rappresentazione dai toni dolceamari che aggrada lo spettatore, lasciando più di uno spunto di riflessione. Le due protagoniste, unici personaggi sulla scena, sono Zoe e Tea: due poli opposti inseparabili che si incontrano e si scontrano senza trovare mai un punto di equilibrio. Zoe, vestita di rosa e arcobaleno, è una ragazza solare e positiva, soffre di attacchi di ansia forse perché troppo vittima dei social network e delle mode del momento: dalla lettura obbligata degli articoli “acchiappa likes” di Facebook, alle stories di Instagram; dai tacchi alti al sushi ordinato a domicilio. Sportiva e ribelle invece è Tea che occupa la parte anticonformista della scena: una Rambo che sembra invincibile e indomabile, pronta a tutto per ottenere ciò che vuole fino a quando non scopriamo che, in realtà, sta usando le proprie forze per un disegno più grande, le cui linee però, sono state tracciate da qualcun altro. Anche lei risucchiata dal buco nero della rete, riceve le direttive da un individuo di cui le ragazze e neppure noi, conosciamo l’identità.
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Zoe e Tea che sono un po’ il nero e il bianco, il diavolo e l’acqua santa, due parti opposte ma complementari, si trovano su un terrazzo di un condominio a 35 km da casa, senza una vera e propria spiegazione. Dall’altra parte del telefono è stato detto a Tea di arrivare lì e le due ragazze stanno aspettando nuove direttive quando, come al solito, iniziano a discutere portando in superficie l’una i difetti dell’altra. L’essere negativa di Tea è in contrasto con la tranquillità apparente e le debolezze di Zoe, la cui forza d’animo si rivela essere molto più potente e dotata di razionalità di quella di Tea. Il tanto battibeccare le porta a pensare che quando erano piccole era tutto così diverso: pur avendo spesso idee in contrasto, come “quella volta sulle montagne russe”, non discutevano mai, si divertivano più spesso, erano spensierate e cantavano di più. Ora sembrano sempre in contrasto, una bilancia che ricade sempre e solo da un lato senza mai trovare un punto di equilibrio. Sempre pronte a cambiare umore e a cambiare idea, a sminuirsi pur di elevare l’altra, a ferirsi e a gettarsi le mani al collo ferendosi reciprocamente: a Tea, ad esempio, bastano due mani al collo per ferire la compagna di scena e se stessa. Divise e al contempo inseparabili da sempre, condividono ricordi e scelte di vita: ma chi sono in realtà?
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Un dipinto a tinte pastello e fosche contemporaneamente atto a descrivere le insicurezze dei giovani di oggi che vacillano sempre più fra essere e apparenza, fra felicità e pessimismo, fra dovere e spensieratezza, fra l’essere liberi o schiavi delle costrizioni sociali, di ciò che gli altri si aspettano o desiderano venga fatto. Sole, che verrà rappresentato al Teatro Ivelise anche sabato 17 e domenica 18 Novembre, lascerà un interrogativo principale nelle vostre menti: si può essere da soli in due o, talvolta, è la solitudine a spingerci a dividere noi stessi?
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-Beatrice Tominic
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La mia prima “ULTIMA CORSA”: Riflessioni sul film Her

Tappato da giorni in casa per colpa della neve e del ghiaccio, intrappolato in una sessione che sembra non avere fine, ho deciso di spuntare una voce dalla lista che ogni cinefilo che si consideri tale possiede; quella che si moltiplica come i chicchi di riso sulla scacchiera della leggenda. Così, con solo qualche anno di ritardo, ho visto l’acclamato film Her di Spike Jonze e l’ho trovato davvero incredibile.

La storia, per chi fosse ancora più ritardatario di me, narra della relazione fra Theodore, interpretato da un grande Joaquin Phoenix, e Samantha, sussurrata da una irresistibile Scarlett Johansson. La peculiarità del film è che Samantha non possiede un corpo fisico, essa è un sistema operativo che interagisce grazie a un’auricolare e una telecamera presenti nel telefono di Theodore. Così, sebbene tutto inizi come una specie di relazione capo/segretaria, ben presto la faccenda si evolve sempre più velocemente e l’innamoramento fra i due sembra inevitabile. Theodore è un romantico e sensibile scrittore di lettere per conto di terzi impantanato in un divorzio che non riesce ad affrontare – e che forse non vuole; Samantha invece è molto più di un programma dentro un computer, è un essere senziente che possiede una sua personalità e un suo carattere, risponde agli stimoli esterni e più di qualsiasi altra cosa sente il bisogno di crescere in tutti gli aspetti dello scibile e del sensibile “umano”.

La prima cosa a cui ho pensato guardando il film è se fosse possibile innamorarsi o comunque provare dei sentimenti per una voce contenuta nel proprio telefono. È incredibile che nonostante la storia sia ambientata in un futuro prossimo questo aspetto dell’amore che si realizza tramite una terza parte inanimata, in questo caso tecnologica, sia così attuale e vicino a noi. Alla fine basta rifletterci un po’ per capire che tutta questa tecnologia presente nel film, di cui pubblico e critica hanno parlato anche troppo, non è troppo distante dal buco nel muro di Piramo e Tisbe: l’auricolare e la telecamera – così come il buco nel muro – non sono altro in realtà che il ponte che permette l’incontro e unisce i due protagonisti. La cosa che rende reale la relazione fra Theodore e Samantha infatti è la relazione stessa, i suoi alti e bassi, il suo intero svolgimento, la loro crescita personale che si riflette anche nello sviluppo del loro rapporto.

Così mi è venuto quasi naturale accostare la storia d’amore di Her a un’altra relazione apparsa sul grande schermo: sto parlando di Alvy e Annie, rispettivamente alter ego del regista e sceneggiatore del film Woody Allen e della sua compagna dell’epoca Diane Keaton. La cosa che accomuna Her con Annie Hall è proprio la naturalezza e l’autenticità che traspare dall’evoluzione delle due storie. Le coppie si incontrano, si avvicinano, si scontrano e alla fine avviene quel “distacco” che ad un primo sguardo potrà sembrare triste o sbagliato, ma che in realtà non è altro che una ulteriore evoluzione di un sincero e reale contatto fra due esseri (quasi) umani. Nonostante possa sembrare che a Theodore rimanga uno “squalo morto” alla fine della proiezione basta poco per capire che non è così. Gli serviva la grande fame e la voglia di “essere” di Samantha per superare il divorzio o per pubblicare le sue lettere, per essere sé stesso e, infine, per avvicinarsi a chi davvero teneva a lui. E così a Samantha serviva Theodore per conoscersi e conoscere il mondo, sempre di più, fino a diventare reale e capire che questo qui di mondo non le bastava più.

Se una vena di tristezza esiste in questa opera va trovata nella consapevolezza che ci regala. L’amore e i sentimenti che proviamo certe volte contribuiscono a far finire la relazione stessa che avevano causato e da cui erano nati, ma infondo continueremo ad andare avanti perché forse è proprio come diceva Alvy alla fine di Annie Hall:

 

«E io pensai a quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm… e pazzi. E assurdi, e… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova…»

 

-Franco Savi.

CINEMA UNDERGROUND: Kids, o la vita segreta degli adolescenti

<<Sono interessato a creare opere che mi soddisfino, mostrando le vite delle persone che di solito non vengono mostrate. Se potessi vederle da qualche altra parte, non sentirei il bisogno di fare questi film.>> 

E’ proprio su questa dichiarazione che si basa tutta la produzione artistica di Larry Clark. Che lo si consideri fotografo o regista, è possibile trovare elementi ricorrenti: situazioni o soggetti controversi, disturbanti, che non vengono mostrati dai media “tradizionali” e che non vogliamo che ci vengano mostrati, ma allo stesso tempo suscitano curiosità; ad esempio, tutti siamo a conoscenza di quegli esseri umani che per vari motivi si abbandonano all’assunzione di droghe pesanti, li vediamo per strada e nelle metro in quelle situazioni grottesche in cui fanno l’elemosina con la speranza di comprarsi un’altra dose, però nessuno sa cosa facciano una volta tornati a casa od ovunque essi vivano, a meno che qualcuno armato di fotocamera o macchina da presa decida di esplorare questi mondi, “rompere” i tabù e portare alla luce queste realtà nascoste. Clark espleta questo compito di “reporter controverso” con Tulsa (1971), la sua prima pubblicazione fotografica. Imprime su pellicola tutte quelle scene di vita estreme che lui stesso ha vissuto, suscitando ovviamente scalpore. Dirà di sé <<Sono nato a Tulsa, Oklahoma. A 16 anni ho iniziato a spararmi anfetamine. Mi sono fatto […] per tre anni e poi ho lasciato la città, ma negli anni successivi ci sono tornato. L’ago, una volta entrato, non esce più.>>. Con le sue successive pubblicazioni – Tenage Lust (1983) e Perfect Childhood (1992) – Larry inizierà a focalizzarsi principalmente, anche morbosamente, al mondo dell’adolescenza, forse la realtà più oscura dei nostri tempi. Alcuni critici considereranno la sua addirittura un’ossessione nei confronti degli adolescenti. Questo suo desiderio di mostrare la vita dei ragazzi dai 12 ai 19 anni sarà la componente principale anche del suo cinema, a partire da Kids, la sua opera prima.
La pellicola uscì nel 1995, un anno prima di Trainspotting, anche se nonostante entrambi trattino più o meno gli stessi temi, Kids ha un approccio diametralmente opposto all’opera di Boyle, piuttosto sembra seguire la scia di Amore Tossico del maestro Caligari. Scritto da un giovanissimo e promettente Harmony Korine (Che ricorderete sicuramente per Spring Breakers), il film ci fa addentrare nel mondo di un gruppo di adolescenti a Manhattan, passando una giornata intera in loro compagnia. Clark ci mostra in maniera quasi documentaristica la vita di questi ragazzi, alle prese con le prime esperienze sessuali – non protette – e le malattie che da queste derivano (proprio negli anni ’90 si diffondeva il virus dell’HIV) ma anche del loro uso totalmente privo di inibizioni di droghe e alcool, che qui vengono messi sullo stesso livello. Korine e Clark, nonostante siano stati consumatori di droghe, vogliono dirci che entrambe nuocciono alla nostra salute, non c’è motivo di fare distinzioni; assistiamo inoltre al loro senso di ribellione che giungerà a picchi estremi. In una sola scena, però, vedremo che forse, un barlume di speranza ancora c’è, ricordandoci che in fondo anche loro sono esseri umani capaci di provare compassione. Seguiremo infine il viaggio di Jennie alla ricerca di Telly, il ragazzo che senza saperlo le ha trasmesso l’AIDS. Quello che manca è il senso di critica nei confronti di questa realtà. Il regista si limita a mettere in scena nel modo più crudo e ai limiti del sopportabile, sfidando anche la censura (Ken Park, il suo quinto lungometraggio, è tutt’ora bandito in Australia) ciò che a quei tempi non si soleva far vedere, con l’unico scopo di avvertire gli adulti, che ciò che vedono corrisponde a ciò che fanno i loro figli quando non sono a casa, <<qualcuno si salverà, qualcuno rinnegherà la propria adolescenza, qualcun altro ancora si autodistruggerà.>>. Complessivamente il film scorre senza troppa fatica, particolare riguardo per la rappresentazione delle situazioni e dei dialoghi, è chiaro che Korine sapesse bene di cosa stesse parlando. Il film vanta anche di alcune giovani promesse, quali Chloe Sevigny e Rosario Dawson, che all’epoca delle riprese avevano rispettivamente 21 e 16 anni. La colonna sonora e’ stata curata da Lou Barlow, e i brani non fanno che rendere piu’ verosimili gli ambienti che si vanno ad esplorare.
E questo è quanto. Ci sarebbe molto altro da dire sulla pellicola, ma, onde evitare spoiler, è giusto che siate voi a visionarla e magari approfondire tutta la filmografia di questo cineasta che, nonostante sia stato fonte d’ispirazione per registi del calibro di Scorsese, purtroppo rimane nella scena underground e sia noto a pochi.

-Matteo Verban.