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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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Everything Now, Arcade Fire: tra alienazione e sonorità pop

Se c’è una cosa che ci ripetiamo continuamente, è che ormai social e tecnologia hanno preso il sopravvento. Non c’è sondaggio, articolo, discussione da bar che non parli di quanto il progresso e la cultura dell’apparenza siano pervasivi. Eppure, già negli anni ‘90, nel mondo della musica si avvertiva la stessa inquietdine. Le macchine ci rimpiazzeranno? Faremo la fine della società descritta da Orwell in 1984? Riusciremo mai a stabilire rapporti umani come prima? O siamo condannati a vivere alienati, carichi di un opprimente senso di solitudine?
Era il 1997, e i Radiohead pubblicavano Ok Computer, l’album che più di tutti esprimeva questa inquietudine e questi interrogativi a cui, tutt’ora, siamo riusciti a rispondere solo in parte.
Dall’epoca dei Radiohead, moltissime band di rock alternative, indie ed elettronico hanno fatto della paura verso il progresso uno degli argomenti principali dei loro album, in maniera più o meno critica.
Sotto queste premesse è nato “Everything now”, il nuovo album degli Arcade Fire. Band controversa, band sperimentale, band per hipster, band addirittura scomoda, secondo alcuni. Tuttavia è impossibile non notarli nel panorama musicale odierno: la ricchezza del loro sound li rende indistinguibili, nonostante  alcuni elementi che li avvicinano ai grandi artisti rock del passato (fra le influenze citiamo Beatles, David Bowie, Placebo, Bruce Springsteen, Sonic Youth, Björk, Joy Division, New Order, Neil Young, The Smiths, Pixies, Talking Heads e, naturalmente, Radiohead), e basta sentire un loro accordo, o la voce in falsetto di Règine Chassagne, per riconoscerli.
Ma andiamo con ordine. Innanzitutto il titolo, “Everything Now”. Nell’era della tecnologia siamo abituati ad avere tutte le notizie in tempo reale, tutti i contenuti a nostra disposizione, tutte le foto, la musica, i video, i tweet, i post gli streaming e i testi che ci vengono in mente. E Tutto questo Adesso. Questa estrema disponibilità del web nei nostri confronti ne ha reso i confini più labili. Internet è modificabile e plasmabile a nostro piacimento, non importa l’uso che vogliamo farne. Questo ha causato un perenne senso di frustrazione quando non si ottiene Subito Tutto ciò che si vuole, non solo nelle nuove generazioni, ma anche nelle persone dipendenti dai social abituate a passare molto tempo online. Questi sono i temi dell’omonimo singolo estratto, in cui si estrinseca questo bisogno viscerale di avere “tutto e adesso”, altrimenti non si riesce a vivere.
La frustrazione, però, non si limita a questo. Nella cultura dell’apparenza, è importante essere famosi, belli, perfetti, e tutto questo al momento giusto. Praticamente impossibile, direte voi, ma tutte queste aspettative che gravano sulle nostre spalle, e la paura di non essere abbastanza, possono portare alcune persone particolarmente fragili a cadere in depressione e a tentare il suicidio.
È proprio di questo che parla Creature Comfort, un altro dei singoli estratti dall’album, che recita:

“Some boys hate themselves
Spend their lives resenting their fathers
Some girls hate their bodies
Stand in the mirror and wait for the feedback
Saying God, make me famous
If you can’t just make it painless
Just make it painless”

Il tema delicato del suicidio viene affrontato anche dal singolo Good God Dam, che esprime i pensieri di chi non crede più a nulla, di chi non ha nemmeno un dio a cui aggrapparsi prima di morire. E nell’era della scienza, quando certe convinzioni crollano, chi è più fragile crolla assieme a loro.
E se c’è chi cerca Signs of Life senza trovarli, riconoscendo nell’alienazione collettiva l’unico vero modo di relazionarsi, c’è anche chi si copre gli occhi di  Electric Blue, accecandosi per non vedere. C’è chi cerca l’infanzia con l’ingenuità di un bambino (Peter Pan) o chi parla di chimica, mentale o sintetica (Chemistry).
La sensazione globale è di trovarsi di fronte al percorso di un personaggio, o meglio, di una persona comune, che potrebbe essere chiunque di noi. Le canzoni non sono consequenziali da questo punto di vista, ma possiamo comunque azzardare una lettura: quando si è bambini si è in grado di amare, seppur in modo infantile, e si pensa alle favole, mentre crescendo in un’epoca come la nostre, si inizia ad avvertire sempre di più il senso di inquietudine, si cade nell’alienazione, ci si rifiuta di vedere, e infine si arriva al suicidio per non essere riusciti a raggiungere obbiettivi irraggiungibili.
Ma Everything Now non è interessante solo per i suoi risvolti psicologici. Più prolisso del precedente Reflektor, l’album non rinuncia alle sonorità glam rock che hanno portato David Bowie a idolatrare la band come “la più interessante sulla scena musicale odierna”. Degli Arcade Fire questo è l’album più groove, ma a prevalere su tutti gli altri influssi è principalmente una sorta di pop rock gioioso, che contrasta con forza con i testi tutt’altro che allegri. Non sono presenti parole esplicite, d’altronde non siamo in una raccolta di poesie di Baudelaire, ma basta leggere poche righe per ritrovarvi una sorta di depressione inconsapevole, mascherata dall’ironia, dal sarcasmo, e dalla scarsa comprensione della realtà circostante. Perché perdere contatto con la realtà vuol dire anche perdere contatto con se stessi. L’unica espressione genuina di sentimenti la ritroviamo proprio in Peter Pan, la canzone dell’infanzia. Dopo di questa, sembra esserci il nulla cosmico: si assiste (o si rifiuta di assistere) a cose terribili senza reagire, fino ad arrivare al sacrificio estremo, che però diventa come spegnere un computer, anziché un organismo umano.
E il contrasto delle sonorità è proprio giocato su questo: ci si sente allegri, o si cerca di mostrarsi allegri, quando i nostri pensieri sono in realtà terribili.
L’album è consigliatissimo anche solo per i messaggi che cerca di veicolare e i temi che tratta: i testi, nella loro scabrosità, risultano veri e poetici, e l’accompagnamento musicale si riconferma sperimentale e azzeccato. Gli Arcade Fire non sfornano mai un album senza contenuti e uguale al precedente, ma si riconoscono anche ad occhi chiusi. Si raccomanda l’ascolto sia a coloro che amano scrivere testi, che musica: sicuramente vi sarà di ispirazione.

-Enrica Ilari.