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Sfida accettata: 30 giorni senza social network per disintossicarsi dallo smartphone

Ricordo perfettamente che la persona ad avermi trasmesso l’amore per la fotografia è stata mia madre. Credo di avere circa una decina di album fotografici e ogni volta quando li sfoglio mi commuovo, perché attraverso questo mezzo potentissimo abbiamo la possibilità di bloccare un particolare momento, con quello scatto teniamo vivo il ricordo per sempre. La tecnologia oggi ci ha tolto la seccatura di dover andare a sviluppare il rullino fotografico, abbiamo la fortuna di poter avere sempre con noi le foto sullo smartphone e di poterle condividere immediatamente con il resto del mondo nei vari social network; allo stesso tempo questo meccanismo ci ha resi schiavi di un sistema creato appositamente per non separarci mai dal telefono.

Il nostro smartphone è molte cose insieme: oltre ad essere una macchina fotografica, è un giradischi portatile, è in grado di darci tutte le notizie della giornata e di tenerci in contatto sia con il vicino di casa che con quella lontana cugina tedesca. Hai un problema? Chiedilo a Google, sicuramente saprà risolverlo. Non sai la strada per raggiungere il bar dove devi incontrare i tuoi amici? Apri Maps. Vuoi trovare la tua anima gemella? C’è Tinder. Nuovo taglio di capelli? Pubblica subito cinque foto su Instagram, non vorrai mica perdere l’occasione per poterti mettere in mostra! Vuoi trovare il ragazzo conosciuto al locale ieri sera? Cercalo su Facebook, ci vogliono soltanto due minuti… e se ti dovesse annoiare la home di Facebook, tranquillo c’è sempre il feed di Instagram con le sue meravigliose stories.

Ci sentiamo perennemente annoiati, in uno stato d’ansia collettivo, in questa situazione drammatica decidiamo di abbandonarci a noi stessi e anziché coltivare delle attività utili, stiamo ore e ore a passare da un’applicazione all’altra. Roviniamo preziosi momenti di socialità soltanto perché siamo troppo pigri e preferiamo stare con lo smartphone in mano, per non perderci neanche una nuova foto dei nostri “amici”. 

Vi ricordate l’ultima volta che siete stati a fare aperitivo e non avete sentito lo stimolo di fare una storia su Instagram? Avete mai monitorato in una giornata quanto tempo utilizzate le vostre applicazioni? Siete consapevoli dello stato emotivo che vi fa provare il telefono? Io no, per questo ho deciso di lanciarmi in un’avventura: 30 giorni senza social network per riuscire a disintossicarmi.

Parlo di disintossicazione perché non tutte le dipendenze riguardano le sostanze stupefacenti o l’alcol, viene ben spiegato nella prima parte del libro Come disintossicarti dal tuo cellulare (maggio 2018) di Catherine Price; i nostri smartphone e le app sono stati progettati per manipolare la produzione di dopamina nel nostro cervello, una sostanza che rende molto difficile sospenderne l’utilizzo; qualsiasi esperienza che attivi il rilascio di dopamina è un’esperienza che siamo portati a ripetere. Per esempio, quando ci mettono like su Facebook, oltre ad esprimere un apprezzamento, inconsciamente ci stanno invitando a ripubblicare qualcosa.

La cosa più preoccupante di questo meccanismo è che, se un’esperienza provoca il rilascio di dopamina, il cervello memorizza il rapporto causa – effetto e finisce quindi per rilasciare dopamina ogni volta che quell’esperienza viene ricordata, rilasciandola a priori. La capacità di anticipare la soddisfazione nei casi più estremi porta anche alla dipendenza. Fateci caso la prossima volta che vi sentite in ansia senza motivo, sicuramente prenderete il vostro telefono per vedere se qualcuno vi ha scritto.

L’11 novembre ho iniziato questo percorso, dopo una scintilla di pensieri che sono scoppiati nella mia testa. Com’è possibile che in questo periodo d’isolamento non siamo riusciti seriamente ad isolarci? Perché stare in solitudine in realtà non significa uccidere i propri pensieri, passando da un’applicazione all’altra soltanto per ammazzare il tempo, mostrando interessamento per la vita di chiunque eccetto che per la nostra. Ho sempre amato alla follia i social, con questa condivisione spasmodica hanno il potere di non farci mai sentire soli, ma questo è anche un difetto.

Le situazioni più spiacevoli si sono riscontrate quando ho cominciato a mettermi dei limiti e delle zone in cui non avrei dovuto utilizzare il telefono, come per esempio a tavola o quando uscivo a prendere un caffè con un’amica, perché mi sono accorta che nel disagio in cui viviamo ci siamo dimenticati di come si vive senza rimanere connessi tutto il giorno.

Mettere il telefono vicino al piatto è una mancanza di rispetto nei confronti delle persone che avete di fronte, perché inconsciamente vi state disperatamente chiedendo di controllare le notifiche, potrebbe esserci un messaggio che non potete assolutamente perdere. Mentre aspettate che arrivino gli uramaki, perché anziché stare su Instagram a vedere cosa sta facendo qualcun altro che non è lì, non sfruttate al meglio ogni minuto che avete a disposizione con la persona che avete di fronte a voi?

Bisogna acquisire la consapevolezza che i piccoli momenti fanno la differenza, che al contrario dei nostri smartphone, noi esseri umani non siamo programmati per essere multitasking; stare concentrati a rispondere ai messaggi, non consente di dare la giusta importanza a chi ha deciso di passare del tempo con noi.

Proprio il tempo è uno dei fattori più importanti che ha scatenato in me la voglia di cambiare approccio con lo smartphone. Secondo una ricerca di Rescuetime.com effettuata su 11mila utenti, le persone trascorrono circa 3 ore e 15 minuti al giorno sui telefoni; questo può avere un impatto significativo sulla salute mentale. Diversi studi, come per esempio quelli svolti da José De-Sola Gutiérrez Cell-Phone Addiction: A Review in Frontiers Psychiarty – , hanno dimostrato che l’uso intensivo degli smartphone (si parla soprattutto dei social media) ha degli effetti negativi sull’autostima, la capacità di controllare gli impulsi, il senso d’identità, l’immagine di sé, problemi di sonno, stress e depressione.

Il mondo fantastico dei social è un mondo perfetto dove tutti noi dobbiamo obbligatoriamente essere migliori di qualcun altro per essere felici. Dobbiamo mostrare le nostre vittorie e mai le sconfitte; le note positive della nostra vita, dal magnifico piatto postato con l’hashtag foodporn, alla foto in costume postata solamente per far ingelosire gli altri di un qualcosa di perfetto, ma che non è. Perché nella vita reale non si possono usare i filtri o Photoshop per togliere le smagliature e i fianchi larghi. Tutto questo dipende soltanto da noi, da quello che vogliamo vedere nei social e da quello che cerchiamo. Vogliamo lasciare che questi meccanismi ci trascinino in un vortice di cattive abitudini, oppure desideriamo riprendere in mano il tempo che abbiamo a disposizione e goderci a pieno il momento che stiamo vivendo? A voi la sfida.

Giada Gambula

-immagine in copertina di Gabriele Stefani

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La vedi, la ascolti, la respiri.

A breve si concluderà la Klimt Experience, ospitata nella sala delle donne all’Ospedale San Giovanni di Roma. Spesso definita banalmente una mostra, essa è di fatto un’esperienza sensoriale unica, un viaggio virtuale che immerge lo spettatore nella cornice sociale e culturale vissuta da Gustav Klimt attraverso la sua vita e le sue opere.

All’entrata il visitatore è accolto in una sala introduttiva in cui il personaggio e il suo stile sono presentati mediante immagini dei suoi quadri, foto in cui è ritratto e sue citazioni. In lontananza, tuttavia, è già possibile farsi un’idea del contenuto della sala successiva: si riescono ad ascoltare, infatti, in maniera ben distinguibile, le sinfonie più famose della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento che, con uno sforzo immaginativo, si potrebbero pensare ascoltate e apprezzate dallo stesso Klimt.

Seguendo il richiamo musicale, lo spettatore si ritrova nella già intravista seconda sala: una stanza di forma rettangolare, lunga e stretta, che attraverso un semplice gioco di luci diventa grande e maestosa, in cui vengono proiettate le opere del maestro austriaco raggruppate in diverse sezioni. I capolavori dell’artista, dai più famosi a quelli meno conosciuti, scorrono sulle quattro pareti, creando una coreografia suggestiva sulle musiche: dai soggetti umani ai paesaggi, dall’uso del color oro al blu, le pareti più strette del rettangolo in genere presentano un solo quadro, animato da effetti speciali o concentrato su particolari, mentre sulle pareti più lunghe si assiste alla compresenza e, talvolta, all’intersezione fra i quadri.

Sebbene vi siano file di divanetti sparsi per la sala, il pavimento è rivestito da moquette su cui lo spettatore è invitato a sedersi o addirittura sdraiarsi a terra per godere appieno dello spettacolo. I giochi di luce e le proiezioni arrivano infatti anche sul rivestimento, rendendolo parte della composizione artistica che lo circonda e lo sovrasta. Luci, stelle, paesaggi marittimi e pesci: tanti i soggetti dipinti dall’artista che troviamo rappresentati anche sui corpi in contemplazione della meraviglia che soltanto arte e tecnologia sono in grado di creare.

Al termine della proiezione — che non si ferma mai e viene riproposta ciclicamente per permettere a qualsiasi spettatore di essere avvolto dalla tecnica di Klimt in qualsiasi momento — attraversando un tendaggio nero molto simile al sipario di un teatro si entra in quello che può essere definito un “palcoscenico” davvero magico: la sala degli Specchi. Quella che per l’Alice di Lewis Carroll era un incubo deformante all’interno della Klimt Experience diventa motivo di meraviglia per lo spettatore, che viene accolto in una scenografia così simile eppure così diversa dalla precedente: la proiezione stavolta avviene in uno spazio cubico, con una base aperta, in cui lo spettatore è invitato a entrare e fermarsi. Le restanti tre facce sono ricoperte da degli specchi su cui l’immagine proiettata viene riprodotta dappertutto, permettendo di essere suggestivamente immersi in scenografie bucoliche e cascate dorate.

L’esperienza, che potrebbe già concludersi qui, trova termine con un vero e proprio viaggio virtuale in quattro quadri di Klimt, fra cui Il Bacio e Il ritratto di Adele Bloch, attraverso l’innovazione tecnologica degli oculos. Disposti su due file di sgabelli, nella ricostruzione di una sala museale con quattro cornici prive di quadro, ogni spettatore è invitato a indossare degli occhiali virtuali sospesi in aria che, puntando lo sguardo su una delle cornici, trasportano all’interno di un dipinto. Una volta raggiunta ed esplorata la prima meta virtuale, si può tornare indietro e compiere le altre tre prima di dichiarare compiuto l’intero viaggio. I comportamenti delle persone che usano gli oculos sono davvero i più disparati, poiché sono veramente moltissimi i modi di approcciarsi a questo tipo di esperienza: c’è chi guarda verso il basso e verso l’alto per vedere cosa abbia in serbo la dimensione digitale della realtà aumentata o chi si dimena alla ricerca del dettaglio più nascosto. Non importa quale sia la vostra reazione, sicuramente ci troviamo di fronte alla scoperta di un nuovo mondo capace di creare un ponte fra tecnologia e arte, fra antico e moderno, fra reale e immaginario.

-Beatrice Tominic.