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La guerra civile in Ucraina – uno sguardo ampliato e retrospettivo

Ucraina: “terra di confine”. Questo è il suo significato. In parte il suo destino. Cos’è, infatti, l’Ucraina se non il confine fra due “Europe”. Uno spazio conteso nei secoli e sempre sottoposto a longevi domini: quello scandinavo (i famosi Rus’) e mongolo nel Medioevo; quello polacco, austriaco e russo in età moderna e contemporanea. Oggi, il secondo stato europeo per estensione territoriale dopo la stessa Russia, è nuovamente “frontiera”, un vero campo di battaglia, divenendo, suo malgrado, la cartina tornasole sia del carattere imperiale di Mosca che della debolezza politica dell’Unione Europea. Per questo, e per molto altro, è impossibile capire la guerra civile ucraina senza ampliare lo sguardo di analisi e tornare indietro di qualche anno nel passato.

La fine dell’impero sovietico, contestualmente alla fine della guerra fredda, svuotò di senso l’idea di Europa occidentale. Senza Est, niente Ovest. Nel 1992 nasceva l’Europa, sotto una nuova veste unitaria. Per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale, i popoli europei erano chiamati ad assumersi le responsabilità dirette che al tempo della guerra fredda erano state loro risparmiate dall’essere assegnate ai due campi contrapposti, divisi dalla cortina di ferro. Mentre i paesi appartenenti al patto atlantico fondarono l’Unione Europea, gli ex satelliti di Mosca riacquisirono un certo grado di libertà e tentarono, con diverso successo, di agganciarsi al treno del benessere
occidentale.

Il 1° Maggio del 2004 Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Slovenia (insieme a Malta e Cipro) aderirono all’Unione.
Tuttavia, in tali dinamiche si annidavano fattori di squilibrio geopolitico non indifferenti. In primo luogo, l’operazione necessitava di una leadership economica, diplomatica e politica all’interno delle istituzioni europee, che colmasse quel vuoto di potere lasciato dal relativo ripiegamento americano dal vecchio continente. In secondo luogo, l’allargamento ad Est dell’Unione Europea disegnava un futuro conflitto indiretto con la nuova Federazione Russa. Gli interessi geopolitici ed economici erano chiaramente conflittuali. Da un lato, si voleva puntellare ed isolare l’influenza russa, includendo nel sistema produttivo e commerciale europeo i paesi vicini, dotati di manodopera qualificata e a basso costo, risorse e possibilità utili ad ampliare la base economica della neonata Unione. Dall’altro, Putin, eletto presidente della Federazione Russa nel 2000, inaugurava l’era del “riscatto della Russia”. L’obiettivo era ricostruire una sfera d’influenza, evitando lo scontro con gli USA, mantenendo accordi equilibrati con l’Europa occidentale e restringendo la presa sui territori di quella Orientale, fondamentali per consolidare l’economia russa che si basa per lo più sull’esportazione di risorse energetiche attraverso gasdotti e oleodotti.

Nello spazio “euro-russo” le tensioni fra Mosca e Bruxelles si accesero, ma nessuna leadership europea comparve. Nei primi anni Duemila, la Federazione Russa, dopo aver risposto alla profondissima crisi economica, politica e sociale successiva alla dissoluzione sovietica, rivolse le attenzioni alle proprie frontiere, presso le quali emergevano non poche debolezze. Rovesciando le relazioni della guerra fredda, Mosca coltivava rapporti migliori con l’Europa occidentale piuttosto che con quella orientale, formata dalle ex repubbliche sorelle sovietiche. Ciò implicava un inaccettabile deficit di sicurezza alle frontiere occidentali. Mentre le velleità separatiste delle regioni caucasiche vennero represse militarmente (in Georgia, nell’agosto del 2008, e in Cecenia, con una
lunga guerra dal 1999 al 2009), in Europa si aprirono dei fronti di dialogo. I risultati furono eterogenei. Le repubbliche baltiche si allontanarono definitivamente dalla Russia facendosi scudo della NATO e dell’UE, la Bielorussia accettò una forma di vassallaggio moderno, entrando di fatto all’interno della Federazione. A restare in bilico fu proprio l’Ucraina.

Questa entità nazionale, che potremmo definire anomala, era percorsa internamente da profonde tensioni sociali e portava con sé il fardello di non aver mai avuto un’indipendenza formale, di non aver mai costruito un’identità puramente nazionale. In Ucraina è presente una fortissima minoranza di etnia russa, o comunque russofona, pari a circa il 17% della popolazione. Questa risiede nelle regioni ad Est, in particolar modo nel Donbass e in Crimea, dove raggiunge i due terzi della popolazione. Tale minoranza, la diffusa corruzione e l’instabilità politica si rivelarono i principali fattori di squilibrio del paese. Non ci si deve meravigliare allora se l’Ucraina abbia attraversato negli ultimi 15 anni continue crisi, stravolgimenti, ed oscillando ha teso la mano prima all’Unione Europea e poi nuovamente alla Federazione Russa, finendo per vacillare in balia degli attriti accumulati. Nel 2004 con la “Rivoluzione arancione” i due leader del movimento Viktor Yushchenko e Yulia Tymoshenko sconfissero, non senza difficoltà, il candidato filorusso Viktor Yanukovich, traghettando il paese verso Bruxelles, avviando le procedure di adesione. Ma la crisi politica ed economica sorta nel 2008 generò quel malcontento che bloccò il processo di integrazione europea e portò alla vittoria
lo stesso Yanukovich. Il dialogo con l’occidente terminò, inaugurando concretamente quello con la Federazione Russa di Putin. Ma nel novembre del 2013 la fazione civile più favorevole ad una posizione “europeista” scese in piazza: era l’Euromaidan. Un nuovo movimento popolare travolse il paese, macchiando le strade di Kiev di fin troppe vittime.

Il 24 febbraio del 2014 Yanukovich fuggì, il suo governo si dimise. Nuove elezioni vennero indette per il maggio successivo, ma la transizione fu dolorosa. Ribelli filorussi, non senza l’appoggio materiale di Putin, fra il marzo e l’aprile, presero il controllo militare ed amministrativo prima della Crimea, poi delle regioni del Donetsk e di Luhansk. Con diversi referendum, fortemente contestati, la Crimea si annetteva alla Federazione Russa e le due regioni separatiste sancivano l’indipendenza. La reazione governativa non poté mancare. Era l’inizio della guerra.

nuova_cortina_ferro_edito_916.jpg©Limes2016

Alla periferia di quella che definiamo essere la nostra comunità europea ben più di diecimila sono state le vittime fra militari, paramilitari e civili, numerose le violenze e torture su uomini e donne. Troppe poche attenzioni rivolgiamo a questo conflitto che ha unito drammaticamente le tensioni nazionali alle logiche economiche e geopolitiche internazionali, uno scontro in cui l’Unione Europea è necessariamente chiamata a mostrare la sua posizione. Alla crisi dell’euro e a quella migratoria si è aggiunta la crisi geopolitica per Bruxelles, sfide che richiedono compattezza, determinazione ed efficienza e che nascondono il futuro del vecchio continente. Di fatto la guerra, dopo i primi mesi cruenti, nel corso del 2015 si è paralizzata in un conflitto definito “a bassa intensità”, seppur non indolore, e oggi all’orizzonte non si presentano soluzioni.

 

-Alessandro Berti

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Corsi e ricorsi storici

Giambattista Vico, filosofo del XVIII secolo, sosteneva che la storia dell’umanità fosse descrivibile come una serie di “corsi e ricorsi storici”. In pochissime parole egli riteneva che l’uomo – pur evolvendosi e passando da un’epoca “primitiva” di barbarie ad una “finale” caratterizzata da uguaglianza tra uomini, razionalità e civiltà – potesse vivere ciclicamente periodi di involuzione e di decadenza. Considerando gli avvenimenti che hanno di recente riempito le colonne d’attualità e di politica (sia nazionale che internazionale) di praticamente tutti i giornali del mondo, appare piuttosto facile condividere, o perlomeno comprendere, il pensiero del filosofo napoletano. Non sembra infatti anche a voi di essere improvvisamente regrediti in un periodo passato?

A me pare francamente di essere protagonista della rievocazione storica di un’epoca in cui politica e propaganda erano la stessa identica cosa, in cui si schedavano popoli in base all’identità etnica o religiosa, si alzavano muri, in cui la cultura dell’integrazione con l’Altro era del tutto privata di significato e violentemente sostituita dall’idea dell’invasione dell’Altro, dalla discriminazione e dalla necessità di proteggersi dal Diverso, di controllarlo, dall’impossibilità di convivere con lo Straniero. Insomma, siamo nella rievocazione dell’epoca dei nazionalismi sfociati in totalitarismi, del razzismo, della politica di potenza e di prepotenza: dell’epoca più buia e dannatamente disumana della storia contemporanea mondiale. E, badiamo bene, stiamo parlando di quella stessa epoca che è stata anticipatrice e causa della guerra più atroce mai combattuta dall’uomo, la quale ha ridotto il mondo in un ammasso di detriti, fame e silenzio: della guerra che ha calpestato ogni diritto umano, che ha spezzato prematuramente ed ingiustamente milioni e milioni di vite. Non bisogna poi dimenticare che la Seconda Guerra Mondiale ha avuto conseguenze così tragiche e drammatiche per chi ne è stato testimone da cambiare del tutto il concetto di confronto bellico tra popoli e paesi, divenuto a partire da quel traumatico evento esclusivamente sinonimo di immagini e sensazioni negative: male, sofferenza, devastazione, morte.

Con queste considerazioni in mente diventa perciò ancor più difficile ammettere di non essere veramente coinvolti in una semplice rievocazione ma di trovarci invece dinnanzi a dei parallelismi, tristi e (troppo) numerosi parallelismi. Succede infatti che i confini tra stati siano blindati, i porti chiusi. Succede infatti che si spari da armi cariche di razzismo e di xenofobia, che il Presidente dell’arsenale della democrazia pensi realmente che sia lecito chiudere dei bambini dentro delle gabbie per combattere e contrastare l’immigrazione clandestina, che il ministro dell’Interno di uno degli stati della civile e democratica Europa decida che non sia affatto disumano sbattere la porta in faccia ad una nave carica di disperati, se questo è un modo per fare la voce grossa nello scenario internazionale e la guerra a coloro che vengono identificati come i nemici di turno. Ancora una volta si è disposti a mettere a rischio la stessa vita e dignità di milioni di persone pur di mettere in atto le proprie politiche (o ideologie?) e di vincere le proprie pazze battaglie.

Ed è per questo che mi domando ancora: come possiamo oggi non dar ragione a Giambattista Vico? E ciò che vi chiedo è: “tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” ha ancora senso e valore? C’è qualcuno in grado di spiegarmi (con argomentazioni logiche e sensate, s’intende) quale grande differenza ci sia tra “Prima gli italiani” e “Italia agli italiani”? C’è qualcuno che può aiutarmi a comprendere quando la diplomazia ha smesso di funzionare, di nuovo? Quando esattamente abbiamo spostato così indietro le lancette dell’orologio della storia? E perché lo abbiamo permesso? Ma soprattutto – mi e vi chiedo – quando inizieremo di nuovo ad andare avanti, quando recupereremo finalmente la nostra Umanità? Perché io voglio sperare e credere che l’Uomo sia destinato a progredire, ad imparare dalla propria storia e dalle atrocità compiute per non ripeterle mai più. Ma bisogna far attenzione,  perché chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo.

 

 

-Serena Di Luccio

 

 

 

 

 

 

 

 

Nuit Debout – Cos’è rimasto dell’insurrezione alla Francese?

Durante la Primavera del 2016 Parigi, insieme ad altre città francesi, ha conosciuto uno dei pochi movimenti insurrezionisti spontanei posteriori al 1968. Auto-organizzazione, democrazia partecipativa, ridefinizione del progetto sociale e politico nacquero simbolicamente in Place de la République. Il suo nuovo carattere, indefinibile, è solo banalmente riassumibile in una serie di rivendicazioni, che ha sconvolto la classe politica. Nonostante sia stato represso poco dopo l’estate e diviso in vari gruppi, bisogna chiedersi cosa sia effettivamente rimasto di quel movimento oggi, nella Francia di Macron.

Contesto

Il movimento di insurrezione spontaneo detto «Nuit Debout» – che si può tradurre malamente in “Notte ritta” – nacque con l’intento di creare una coscienza cittadina che rifiutava di “addormentarsi”. Tutto ebbe il 31 marzo del 2016, in reazione alla legge proposta dall’ex-ministro del Lavoro Myriam El-Khomri, pericolosamente simile al Jobs Act italiano. Si trattò di un movimento auto-proclamato nel contesto delle manifestazioni contro la cosiddetta “Loi Travail” (“Legge sul Lavoro”), organizzato dai movimenti giovanili e dai sindacati, che ben presto raggiunse il numero massimo di un milione di partecipanti. Si distinse inoltre dalle precedenti manifestazioni Francesi per la sua lunghezza e per la sua capacità organizzativa, ferma nella volontà di creare un’alternativa al di là della semplice protesta contro la legge.

Utopie in cerca di autore

Nel quadro malato della politica francese, contagiato sia dalla bassissima popolarità del Presidente della Repubblica, François Hollande (Partito Socialista), che dalla generale delusione giovanile nei confronti della politica, Nuit Debout mise in opera diversi esperimenti con l’obiettivo di sanare la ferita tra cittadini e politica. Alle riunioni dei vari collettivi di Piazza della Repubblica poté partecipare chiunque: lo scopo era di occuparla di continuo, di far incontrare studenti, operai e lavoratori di ogni tipo. Il movimento era riuscito ad alternare manifestazioni durante la giornata e riunioni durante la sera. Si impostarono esperimenti di democrazia partecipativa e varie commissioni tematiche per creare spazi di incontro e discussione: dall’ecologia politica alle violenze delle forze dell’ordine, dall’economia al femminismo, ma vi furono esperimenti più concreti come le biblioteche aperte con orari prolungati o gruppi di conferenze per l’educazione popolare. Venne rievocata la possibilità di creare di nuovo un’Assemblea Costituente, di ridistribuire il tempo di parola in modo più giusto. Un’iniziativa studentesca – “Alterfac” – tentò di aprire le università a tutti, non-studenti compresi (non si può entrare in una università senza tessera in Francia). Tuttavia ci si è dovuti porre la questione inevitabile del leader: chi sarebbe stato il capo di questo movimento? L’assenza di un leader definito – come d’altronde di una meta precisa – venne spesso criticata poiché impediva decisioni più concrete. Tuttavia alcune personalità politiche del Nouveau Parti Anticapitaliste del Partito di Sinistra, che diventerà poi la France Insoumise di Mélenchon, e degli ecologisti furono molto presenti durante le riunioni. E d’altra parte, numerosi erano i militanti senza nessuna tessera che si opponevano a qualsiasi operazione di “recupero” politico.

Ispirazioni

Nuit Debout è spesso stata paragonata al movimento spagnolo degli “Indignados” madrileni, anche per l’uso che venne fatto dei social network o per il coinvolgimento univoco di movimenti studenteschi, disoccupati, sindacati ed operai. Uno dei maggiori ispiratori nell’ambito della politica francese è stato il giornalista François Ruffin, autore del documentario Merci Patron! (“Grazie, boss!”) che denunciava le condizioni del lavoro salariato in Francia. Venne sviluppata, inoltre, una simbolica specifica che faceva riferimento a vari movimenti di insurrezione: l’Agorà Greca, l’uso del rosso e del nero come nel 1968, un rinnovamento del calendario con il mese di marzo simbolicamente infinito che ricordava quello dei Rivoluzionari del 1789 o quello Napoleonico. Inoltre le conferenze della commissione di educazione popolare si riferirono spesso a episodi rivoluzionari francesi famosi come il 1789, la Comune del 1870 ed il 1968.

Macerie Prime – Nuit Debout oggi

Nuit Debout si è sciolto dopo l’estate del 2016 a causa delle forze di polizia e dello scoraggiamento generale dei partecipanti, che vedevano una campagna elettorale in cui sembrava dominare la destra. I suoi militanti più attivi rimpolparono i ranghi del movimento “La France Insoumise” di Mélenchon oppure entrarono in altri gruppi anarchici, altri invece preferirono essere coinvolti nell’azione associativa piuttosto che nella politica. Nel 2017 è uscito a riguardo il documentario “L’Assemblée” della regista Mariana Otero. Il movimento tuttavia rimane vivo tutt’ora tramite il suo blog e alcune mobilitazioni che si focalizzano intorno ai diversi mutamenti cui si oppone, come la nuova legge sul lavoro del governo di Edouard Philippe, l’attuale primo ministro, o la “perennizzazione” dello Stato di Emergenza…

Le critiche che sono piovute sul movimento proponevano ognuna una diagnosi riguardo la smobilitazione avvenuta: per il regista ex-trotskista Romain Goupil sia l’assenza di un leader dichiarato che l’implicita gola che fece Nuit Debout a ogni movimento di sinistra hanno altresì impedito ogni progresso organizzativo. Per alcuni giornali, principalmente di destra, le debolezze del movimento risiedevano nella scarsità delle proposte, mentre l’uniformità ideologica era fortissima.

Alcuni link
– trailer del documentario L’Assemblée : https://vimeo.com/238592777
– servizio sul movimento di DW English : https://www.youtube.com/watch?v=vB4fJ2zFmeU
– il blog : https://nuitdebout.fr/blog/category/democratie/
– trailer di Merci Patron ! (in inglese) : https://www.youtube.com/watch?v=ch0HsuYu_TI

-Clelia Di Pasquale.