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Un giorno di pioggia a New York – sotto la pioggia sboccia l’amore

Woody Allen torna a Manhattan con “Un giorno di pioggia a New York”, una commedia romantica che racconta la storia di due fidanzatini del college, Gatsby (Timothée Chalamet) e Ashleigh (Elle Fanning), i cui piani per un weekend romantico da trascorrere insieme a New York vanno in fumo non appena mettono piede in città. I due, fin dal loro arrivo nella grande mela, si ritrovano separati e si imbattono in una serie di incontri casuali e bizzarre avventure, ciascuno per proprio conto, ognuno alla ricerca di se stesso.

Gatsby incontra Chan, la sorella minore di una sua vecchia fiamma, che lo accompagna in questa folle giornata a New York, mentre Ashleigh si ritrova a interfacciarsi, a causa di una intervista commissionatagli dal giornalino del college, con il mondo dello spettacolo, tra l’eclettico regista Pollard (Liev Schreiber) in piena crisi artistica, il tormentato sceneggiatore Ted Davidoff (Jude Law) e il famoso attore sudamericano Francisco Vega (Diego Luna).

I personaggi di Un giorno di pioggia a New York hanno tutti problemi inerenti alla propria identità. Gatsby ha quello più ovvio: non conosce ancora se stesso. Gatsby viene da una famiglia benestante di New York, appartiene ad un’epoca passata: preferisce i film classici hollywoodiani e la musica di Gershwin a qualsiasi cosa contemporanea. Vive alla giornata, tra una partita a poker e una corsa di cavalli e non ha alcun piano per il futuro. Non è per nulla soddisfatto dalla sua vita, tanto che (tramite l’eccellente interpretazione di Timothée Chalamet) si lascia ad un’interpretazione di un motivo celebre degli anni ’40, “Everything Happens to Me”, che parla dell’uomo più sfortunato della Terra. Quella canzone potrebbe sembrare una scelta poco ovvia per Gatsby, che ha tanto nella vita, ma serve a rivelare il fatto che lui invece non è felice.

La personalità di Ashleigh è ancora del tutto indefinita: quando incontra Vega è così stordita dalla sua fama da dimenticarsi addirittura il proprio nome e due volte nel film tira fuori la patente per potersi identificare. Lo sceneggiatore Davidoff vive all’ombra del regista Pollard, sempre in secondo piano come autore. Pollard, a sua volta, ha perso il contatto con l’artista che era una volta. Infine Vega ha i suoi problemi da attore chiamato ad interpretare sempre lo stesso ruolo.

Per sottolineare il fatto che i protagonisti del film hanno difficoltà a farsi riconoscere per quello che sono, sul piano visivo i loro volti sono spesso oscurati, in ombra. Un esempio è quando il finestrino della macchina, nella location dove si sta girando il film, mostra il riflesso di quello che c’è fuori, anziché Gatsby e Chan che siedono dentro l’auto, grande intuizione questa del direttore della fotografia Vittorio Storaro (che ha già collaborato con Allen per Café Society e La ruota delle meraviglie), il quale riesce inoltre ad alternare sapientemente luci diverse per enfatizzare le differenze nelle personalità di Gatsby e Ashleigh.

Ruolo da protagonista nel film lo ha ovviamente la pioggia che simboleggia. per Allen, il romanticismo e l’amore. La pioggia suggerisce anche il modo diverso in cui Gatsby e Ashleigh vedono la vita: se per Gatsby la pioggia è romantica Ashleigh la trova triste e deprimente. Il tempo è un altro dei temi importanti del film e non è un caso che un orologio appaia spesso nella storia. Gatsby e Ashley arrivano a New York un sabato mattina con l’intenzione di ripartire la mattina dopo. Siccome Gatsby ha pianificato tutto al minuto, sappiamo sempre che ora è e come le cose stiano sfuggendo al suo controllo. Da non sottovalutare inoltre il comparto musicale della pellicola, che accompagna tutto il film con lente ballate da pianobar e musica jazz, connettendo lo spettatore con quei locali suburbani tanto amati da Gatsby.

In definitiva, “Un giorno di pioggia a New York” è la versione di Woody Allen delle vecchie commedie romantiche di Hollywood, contornata dalla sua sottile ironia e il tipico black humor. Un film che, come ci ha abituato da sempre il regista newyorkese, parla di cinema attraverso il cinema e i suoi personaggi, ognuno dei quali rappresenta una parte diversa della sua personalità.

 

 -Marco Parrulli

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IL FOTOGRAFO DEL MESE: Helen Levitt

 Nasce a Brooklyn il 31 agosto 1913 ed è considerata una delle maggiori esponenti della fotografia di strada del Novecento. Inizia la sua carriera giovanissima, a soli diciotto anni, in uno studio ritrattistico nel Bronx.
Il soggetto predominante nelle foto della Levitt sono senza dubbio i bambini dei quartieri poveri di New York, dove passa la maggior parte del tempo con la sua Leica 35mm in cerca di soggetti da fotografare. Prima ancora di approcciarsi ai bambini, la Levitt è affascinata dai loro cosiddetti chalk drawings, i disegni con i gessetti tipici della cultura di strada newyorkese di quel tempo, che nella sua prima mostra “Photographs of Children” al MoMA nel 1943, furono la parte predominante. Fotografando questi disegni la Levitt ci vuole proporre uno spunto autoriflessivo, come se la fotografia ci rivelasse sempre una seconda realtà e in questo caso un mondo immaginario creato dai bambini che si sovrappone a quello reale degli adulti.
Il suo modo di fotografare i bambini è unico; riesce a non strumentalizzare e a non rendere banali i loro comportamenti mantenendosi allo stesso tempo sempre rispettosa della loro tenera età. In un primo momento gli scatti della Levitt possono sembrare crudi e distanti ma è proprio questo il loro punto di forza: Helen, rimanendo distaccata, riesce a mostrarci la realtà e la spontaneità dei comportamenti degli esseri umani sin dall’infanzia e anche le condizioni dei quartieri poveri della New York degli anni Novanta.
Tra il 1938 e 1941 studia e collabora con Walker Evans, fotografo statunitense diventato celebre per aver denunciato le condizioni disumane di vita negli Stati Uniti durante la crisi economica degli anni trenta.
Grazie ad Evans negli anni cinquanta la Levitt conosce James Agee, scrittore e sceneggiatore statunitense, e si dedica al cinema realizzando insieme a lui due documentari: The Quiet One e In the Street. Molto importante è l’introduzione di Agee al libro fotografico della Levitt “A Way of Seeing: Photographs of New York” pubblicato nel 1965, dove il fotografo sostiene che le fotografie di Helen Levitt sono “fotografie liriche” ovvero: “Obiettivo dell’artista non è alterare il mondo come l’occhio lo vede e trasformarlo in un mondo di realtà estetica, ma piuttosto percepire la realtà estetica all’interno del mondo reale, e di compiere una registrazione indisturbata e fedele dell’istante in cui questo movimento di creatività raggiunge la sua cristallizzazione più espressiva”.
Le fotografie di Helen Levitt non possono essere comprese appieno se ci fermiamo solo all’apparenza, se usiamo la nostra parte razionale non riuscendo a coglierne i misteri e i segnali, non usando il nostro “way of seeing”.

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Working Title/Artist: New York [Button to Secret Passage] Department: Photographs Culture/Period/Location: HB/TOA Date Code: Working Date: 1938 photography by mma, digital file DP109593.tif scanned and retouched by film and media (jn) 5_12_05  Levitt5  Levitt6  Levitt7  Levitt8

-Alessandra Catalano.