Articoli

,

Bandersnatch – scegli ma non hai scelta

Bandersnatch è un librogame, un tipo di narrativa in cui il lettore prende, attraverso l’uso di sezioni, paragrafi o pagine numerate, scelte che condizioneranno l’esito del racconto.
Scritto da Jerome F. Davies, un (fittizio) genio pazzo con una storia trucolenta, diventa la trama del videogioco interattivo che inizia a progettare Stefan Butler nel 1984. Tramite la società che vuole acquistare il gioco, la Tuckersoft, Stefan entra in relazione con personaggi come Colin Ritman, che influenzeranno più o meno la sua vita, a seconda delle scelte dello spettatore. Stefan è un personaggio complesso, un disturbo post traumatico, a seguito dell’incidente che gli ha portato via sua madre e di cui si sente in parte responsabile, lo costringe a dover prendere dei farmaci e a farsi seguire con una terapia da una psicologa. Bandersnatch potrebbe essere il suo successo, la sua rovina, potrebbe confonderlo, potrebbe essere tutto una finzione, potrebbe essere la causa di diversi omicidi o del suo suicidio. Sta allo spettatore deciderne la sorte.

Il film si articola in molti modi diversi, alcune scelte condizionano solo piccole cose come le pubblicità in televisione o che tipo di musica far sentire a Stefan, ma la maggior parte delle scelte fanno la differenza e creano mille sfaccettature nella trama della storia, alcune sono variazioni di un percorso stabilito, altre pilotano bruscamente le trame del film. Ci sono circa una decina di finali, a conclusione di storie che possono durare dai quaranta minuti alle due ore e mezza. Questo perché c’è un percorso “migliore”, o meglio un paio di percorsi migliori, su cui sei dirottato a cliccare, che sei obbligato a scegliere per non finire in conclusioni frettolose e scontate.

La parte interessante della puntata però, quella che ti immerge in molteplici riflessioni, è il momento in cui Stefan inizia a rendersi conto che qualcuno sta manovrando le sue scelte e sta decidendo per lui sulle sue azioni e sulla sua esistenza. Potrebbe essere il Programma di Controllo Governativo, potrebbe essere il Glifo, simbolo delle biforcazioni del libro, del gioco, della puntata e della sua vita, o si scoprono le carte e potrebbe essere Netflix, e quindi noi che guardando l’episodio stiamo cliccando per far si che Stefan scelga.
Stefan si rende conto che il mondo è tutto un bivio di decisioni da prendere e che per quanto tu sia illuso di poter prendere le tue scelte in totale autonomia e di avere il libero arbitrio, comunque qualcuno ti sta indirizzando e pilotando verso un finale stabilito.

 “E’ lo spirito li fuori connesso con il nostro mondo che decide cosa facciamo e noi dobbiamo soltanto assecondarlo” – Colin

E questo discorso vale anche per tutto l’episodio di Bandersnatch. Clicchi delle scelte ma Stefan può decidere di tornare indietro, di non mangiarsi le unghie e di non distruggere il computer. Non perché lo voglia lui, ma perché lo vogliono gli autori.

 “Ci sono messaggi in ogni gioco. Come Pacman.
Crede di avere il libero arbitrio ma è incastrato in un labirinto, in un sistema. Può solo consumare, è inseguito da demoni che sono nella sua testa, e anche se scappa uscendo dal lato del labirinto, torna subito dentro, dall’altro lato. Per le persone è un gioco felice, ma non lo è.
E’ un cazzo di mondo da incubo e la cosa peggiore è che è reale, ci viviamo dentro.” – Colin

La teoria che Stefan elabora con Colin, sotto effetto di allucinogeni, in una delle alternative, affermerebbe che viviamo in un mondo costruito su molteplici realtà simili a quella che percepiamo ma in cui si sono fatte scelte diverse. Questo vuol dire che le nostre azioni, prese in base a decisioni forse non nostre, nel quadro complessivo non valgono niente, possiamo influenzare altre realtà e altri percorsi, ma non definire un finale o più finali, perché ce ne sono infiniti.  Oppure niente accade davvero, ma è tutta un’illusione, non vivi la tua vita normalmente ma sei all’interno di una ricostruzione, stai interpretando un ruolo con un copione scritto da qualcun altro, senza conoscerne né il motivo né l’esistenza.

La critica di questo episodio è spezzata. In molti credono che la trama sia scialba, che gli autori abbiano puntato solo al coinvolgimento dello spettatore, al suo intrattenimento partecipato, proprio in linea con una delle storylines del film, in cui allora ci si pone il problema che se ogni cosa è creata per uno spettatore del futuro (che siamo noi che guardiamo Bandersnatch) allora il tutto debba essere più dinamico e avventuroso, portando la storia ad un finale con un surreale combattimento armato stile manga.
Il film effettivamente fatica a procedere, si rimane svegli dalla curiosità dell’infinita possibilità di scelta, ma i dialoghi sono un po’ lenti, le tonalità di colori ripetitive e alcuni finali scontati.
Qualcuno addirittura pensa che Netflix abbia voluto strafare, autocelebrandosi più volte nel corso dell’episodio attraverso una ventina di Easter Eggs su Black Mirror e attraverso alcuni finali.
L’altra sponda della critica invece ne è rimasta soddisfatta, per l’innovazione principalmente e per le prospettive future, ma anche per alcuni passaggi particolarmente intensi.

Per il resto, a voi il vostro finale, a voi il giudizio.

 

-Irene Iodice

La ricerca non ha dato alcun esito positivo. Riprova inserendo altri termini

,

Un teen drama tutto italiano

Devo ammettere che con la sessione invernale imminente sto trascurando le serie tv, ad eccezione di Star Wars Resistance, che mi occupa solo pochi minuti a settimana. Tuttavia mi sono imbattuto nella recente e troppo pubblicizzata Baby, diretta da Andrea De Sica e Anna Negri, disponibile dal 30 novembre su Netflix. La prima stagione è composta da solo sei episodi, così ho deciso di fare binge watching e tirare le somme. Considerando che è la seconda serie italiana distribuita da Netflix – la prima è stata Suburra – ero molto curioso di vedere questo nuovo prodotto, desiderio alimentato anche dal fatto che la produzione è “giovane”. Da menzionare per questo è il collettivo GRAMS a cui è stata affidata la stesura della sceneggiatura, ma anche tanti volti nuovi nel cast. Preannunciava da una parte un secondo successo non solo in Italia ma anche in buona parte del mondo, grazie alla distribuzione contemporanea in 190 paesi; dall’altra, avrebbe dato più visibilità alla nuova generazione di creativi che da tempo cercano di scavarsi una nicchia nel panorama mainstream del cinema italiano.

Con Baby infatti le idee nuove sembrano non mancare: si prende in esame lo scandalo delle baby squillo dei Parioli. Seguiremo le vicende di Chiara e Ludovica, interpretate rispettivamente da Benedetta Porcaroli e Alice Pagani (viene sempre citata la sua apparizione in Loro di Paolo Sorrentino, forse per evidenziare di più la pessima performance attoriale), due liceali di una scuola privata “nel quartiere più bello di Roma” che imboccheranno la strada delle baby squillo, il tutto contornato da tante sottotrame caratterizzate dalle solite vicende tra adolescenti: amore, droga e feste. Una serie con molto potenziale, dunque, ma che purtroppo, a mio parere, delude le aspettative.

https___www.rollingstone.it_wp-content_uploads_2018_08_baby-netflix (1)

In primo luogo, la serie manca di uno stile proprio. Quello che vediamo sullo schermo è un susseguirsi di cliché che cercano di ricalcare i luoghi comuni tipici dei “pariolini” o degli adolescenti in generale, ma tutto ciò risulta invece una copia dei teen drama americani o, per restare in tema Netflix, della recente serie spagnola Élite. Questa eccessiva aderenza a prodotti già visti fa risultare l’opera piatta e priva di impegno: ci sarebbe stato molto da raccontare sui Parioli e su Roma, tanti personaggi da rappresentare e quant’altro, ma la produzione ha optato per la strada più facile, rendendo la Città Eterna una metropoli come tante altre. Continuando per questa strada, nel corso di ogni episodio possiamo notare una recitazione assente, con picchi di trash degni di una produzione di Lori Del Santo. I dialoghi risultano fortemente artificiosi, ogni conversazione sembra forzata giusto per far andare avanti una trama che vacilla ugualmente, pregna di lacune. Infatti appare difficile capire le motivazioni che hanno spinto ad esempio Chiara a intraprendere quella determinata strada, o la vicenda della retta scolastica non pagata da Ludovica. Inoltre i personaggi hanno uno spessore quasi nullo, a partire dai genitori dei vari adolescenti, che esistono quasi solo come oggetti per riempire le inquadrature, ma anche i ragazzi stessi; si cerca di introdurre in una maniera a dir poco imbarazzante la tematica dell’omosessualità.

E ancora, tutte le storyline mancano di quel pathos che di solito fa venire voglia di vedere un altro episodio: accade tutto così velocemente, senza quasi nessun nesso di causa-effetto; non si ha il tempo di metabolizzare quanto avvenuto che già viene proposta una nuova vicenda, fino a giungere al finale, insipido e disorientante, ma che tira per i capelli un futuro seguito di cui non si sente proprio il bisogno.

Ciò che si salva, nella serie, è veramente poco. La regia di De Sica a tratti sembra ambiziosa e abile ma in altri risulta elementare, con campi e controcampi sbagliati o attori che guardano in macchina quando non dovrebbero. Un’altra cosa che mi è piaciuta è la presenza dei social anche a scopo diegetico: per una volta possiamo vedere qualcuno che riesce a integrare per bene nel racconto la tecnologia dei nostri tempi, desistendo dal fare la solita critica su quanto sia nociva per le attuali generazioni. Belli anche gli effetti con cui vengono mostrare le conversazioni tramite messaggi o le interazioni tramite gli altri Social Network.

Nonostante tutte le critiche, però la serie sta riscuotendo successo. Tolti i ragazzi oltre i diciotto anni che spero vivamente la guardino solo per farsi due risate in compagnia, la fascia di età che sembra apprezzare di più è quella che va dai tredici ai diciassette anni: questi sentono proprie le tematiche trattate nella serie, dopotutto sono clichè rappresentati un po’ ovunque e la stessa reazione avvenne anche con il boom dei libri e film di Federico Moccia, quindi probabilmente avremo una seconda stagione per accontentare la fame di intrighi tra adolescenti americani-che-però-vivono-a-Roma.

Ciò che mi lascia perplesso, infine, è l’impronta che questa serie lascia nel panorama dell’audiovisivo italiano. Sappiamo che il cinema e la televisione sono in crisi in Italia, molte produzioni sono ancora riservate alle vecchie generazioni di registi, per i giovani lo spazio è quasi assente e per lo più ci si affida al cinema indipendente, per cui spesso i film neanche escono in sala o non vengono pubblicizzati o distribuiti a dovere. Se si tratta di serialità televisiva è ancora peggio, poiché nessuno investe in produzioni al di fuori delle classiche fiction. Per una volta che invece viene data una possibilità ai giovani di dimostrare quanto si può valere, possibilità che può assumere un valore di opportunità importante per il futuro dell’industria, questa si rivela un fiasco.

 

-Matteo Verban

 

, ,

Itziar Ituño: Raquel Murillo, as mulheres e o País Basco

Aqui a versão portuguesa da entrevista com Itziar Ituño -mais conhecida como Raquel Murillo na série de televisão La Casa De Papel– realizada por Beatrice Tominic durante o Festival L’Eredità delle donne (A Herança Das Mulheres) que teve lugar em Florença de 21 a 23 de Setembro de 2018.

Beatrice Tominic: Muito obrigada pela sua disponibilidade. Nós somos de Culturarte, o jornal universitário da Universidade Roma Tre. Então, La Casa De Papel é uma das séries de televisão mais conhecidas do ano passado. A personagem da senhora em particular é uma das mais importantes: Raquel Murillo. Ela é uma mulher que trabalha num mundo de homens mas é também mãe. O que é que lhe fez escolher este papel? Foi também a personalidade da personagem que influenciou a sua decisão?

Itziar Ituño: Na verdade eu não escolhi este papel, fiz o casting e eles me escolheram para ser Raquel Murillo. Neste mundo não é possível decidir que papel interpretar mas digamos que é o personagem que te escolhe. Todavia gostei de Raquel porque é uma mulher que tem muitas coisas contra dela, que vive num ambiente de homens, relativamente à sua profissão, lutando por seu sítio, às vezes pela filha contra seu ex-marido e por último pela mãe. Em resumo, ela é uma Super Mulher para mim e fiquei muito contente por ter tido a oportunidade de interpretar esta mulher tão forte e ao mesmo tempo vulnerável às vezes.

Tominic: (falando sobre a cena da famosa citação “Que comece o matriarcado!”) Mesmo que a senhora não apareceu nesta cena, é uma das quais eu gosto maiormente. Acha que a sociedade de hoje em Espanha, bem como em Itália, precisa realmente duma mudança tão radical, duma revolução matriarcal?

Ituño: Sim! Sim, sem dúvida. Acho que é absolutamente tempo de nós mulheres nos impusermos e começarmos a falar do que podemos fazer e do que queremos fazer. Queremos que o que nós dizemos e fazemos tenha a mesma importância e consideração do que os homens dizem ou fazem. No entanto, para que tal aconteça, é necessário bater com o punho na mesa e mudar as coisas.

Tominic: Alguns dizem que a senhora é favorável à independência do País Basco, eu quero fazer-lhe uma pergunta mais genérica sobre a unidade do seu país mas sobretudo da Europa no seu todo: atualmente na Europa o que é que funciona e o que, em vez, acha que é preciso mudar?

Ituño: Eu acho que os povos originais, os mais pequenos, não são muito respeitados nesta Europa. Os estados mais grandes comeram as pequenas culturas. Muitos povos pequenos que sobreviveram ao longo dos séculos, por exemplo no caso de Espanha o povo basco, o povo catalão e o povo galego, sacrificaram a sua própria cultura e língua e agora estão em perigo de extinção. Por isso digo que esta Europa não é uma Europa dos povos mas dos estados e até ao momento em que seja uma Europa dos povos nós continuaremos a reivindicar o que é a nossa cultura ancestral, a nossa língua.

Tominic: Esta é a penúltima pergunta, então serei um pouco mais breve agora. Esto festival se chama A Herança Das Mulheres porque anteriormente foram mulheres que nos abriram caminho na vida, digamos assim. Então o que é que a senhora fica mais contente por ter recebido pelas mulheres do passado e o que é que deseja deixar às mulheres vindouras?

Ituño: Eu recebi de minha mãe e de minha avó, como cultura basca, a idéia da mulher que deve ter um peso muito importante na vida pública e por isso sou muito consciente dos evidentes problemas que todas nós mulheres atualmente temos. Acho que o que deveríamos deixar como herança às mulheres vindouras e aos homens também é um exemplo de mulheres livres, autónomas e fortes que se juntam para mudar em conjunto este sistema que não funciona. Não funciona de todo.

Tominic: Um exemplo de mulheres como Raquel?

Ituño: Sim! Mulheres como ela, precisamente.

Tominic: Por último, deixe-me fazer-lhe uma pergunta como fã: antes de começar a terceira temporada de La Casa De Papel, a senhora tem alguma antecipação para partilhar connosco?

Ituño: Só posso dizer que vamos gravar a terceira temporada e acho que haverá também a quarta. Mas não posso dizer mais. Na verdade nós não sabemos quais são os personagens que vão continuar e qual vai ser a trama. Então também é que não sei muito.

 

                                     -Tradução em português realizada por Margherita Cignitti