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Gabe e la sua Ninnananna per quando si litiga

Chiara Gabellone, in arte Gabe, classe 1996; irriverente e romantica, appassionata e ironica, definita anche come “la Janis Joplin del Quadraro”. Dopo l’uscita del suo ultimo singolo Afferrarsi, che ci ha ispirati a riafferrarci tutti di nuovo e dopo aver scatenato un boom sui social e nelle testate musicali, il 30 aprile sorprende tutti con l’uscita del suo nuovo brano. S’intitola “Ninnananna per quando si litiga” e rappresenta un’ode in un periodo costellato da nervosismi e pandemie. 

Il brano parte con un arpeggio di chitarra delicato, intimo che lascia prevedere cosa sarà questa ninna nanna. Veniamo catapultati in un’atmosfera dolce e in un mondo introverso e quasi malinconico. 

Le prime parole sono “è inutile che urliamo se siamo vicini, ci sentiamo”, la vicinanza questa sconosciuta. In un periodo così delicato, ci siamo disabituati a restare vicini, costretti dal distanziamento sociale. Perciò cosa accade spesso nelle relazioni di ogni genere? 

Si discute dimenticandoci, invece, che la vicinanza porta all’empatia e quest’ultima è sempre la soluzione e il rimedio a tutto. Il brano prosegue immergendoci sempre di più in un mondo onirico, portandoci alla riflessione. Ritengo che negli ultimi tempi sia davvero raro trovare un brano che ti lasci riflettere, che in qualche modo ti faccia vedere ciò che hai dentro. Gabe ci è riuscita, attraverso parole e rime sincere che esprimono pienamente il significato che la cantautrice vuole trasmetterci. Ogni parola è ricca di quotidianità e di fotografie che rappresentano la realtà dei rapporti e in qualche modo dell’amore. 

Il brano prosegue, al punto che vorremmo non finisse mai, ormai completamente accompagnati in un’altra realtà. Le parole che ascoltiamo sono “e se vorrai i tuoi passi seguirò, che ovunque andrai il mio Nord sei sempre tu. Ti porto con me verso il Sud, per portarti calore”

Un finale che esprime speranza, voglia di continuare e di seguire e proteggere chi è sempre accanto a noi. Gabe c’è e la sua strada anche, noi siamo pronti a cantare insieme a lei questa Ninnananna per quando si litiga. 

Per ascoltarlo: https://open.spotify.com/track/0SRnNL7KtyVS5voIxAC3di?si=82ae27f2ef5845a6

-MariaChiara Petrassi

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Spiders and vinegaroons: il suono del deserto

I Kyuss si sono sciolti da due anni e un giovane Josh Homme, stanco del suo vecchio gruppo e dei continui eccessi dei suoi compagni di merende, decide di rivoluzionare la propria esistenza e le sorti dello stoner rock. Si rimbocca le maniche e scrive tre pezzi, successivamente confluiti nello split ep: Kyuss/Queens of the Stone Age, uscito il 5 dicembre del 1997. La pubblicazione del disco sarà un biglietto da visita per la band californiana e l’inizio di una nuova avventura musicale ricca di successi. Dalle ceneri dei sanguinanti Kyuss, i Qotsa inizieranno ad affermarsi pian piano nel panorama musicale mondiale, uscendo finalmente dal guscio e dalla nicchia stoner che rischiava di isolarli.  

Riff acidi, ululati consumati dagli eccessi, sound deciso e falsetti malinconici ci accompagnano in questo viaggio mistico. Questo disco è bene ricordarlo come una pietra miliare di questo genere: abbiamo la nascita di una creatura e l’evoluzione della stessa condensata in sei tracce, suddivise simmetricamente in due insiemi. Da un lato i KYUSS, e dall’altro l’embrione dei QOTSA, entrambi accomunati da radici desertiche. E proprio tra rocce incandescenti, cactus, scorpioni e crotali un gruppo di giovani di Palm Springs ha dato vita ad una creatura – KYUSS – divenuta presto un’alternativa al grunge di Seattle, per poi passare la fiaccola alle Regine dell’età della pietra considerati una delle massime espressioni dell’odierno rock’n’roll.

Il disco si apre con tre tracce dei Kyuss. Si inizia con la cover di Into the void,  che è un chiaro omaggio ai Black Sabbath quali prima fonte d’ispirazione del gruppo, e si arriva a due versioni di Fatso forgotso, dove può sentirsi chiaramente il sound acido e pesante caratteristico del gruppo.

Le ultime tre tracce, invece, sono la materializzazione delle volontà di un giovane Homme, ossia quella di alleggerire la ruvidità dello stoner e catapultarsi in una miscela esplosiva, condita dalle immancabili tendenze alternative dei 90’s e dall’amore per tutta la scena musicale dei 70’s. Josh ha messo su la sua creatura, distaccandosi dalla eccessiva pesantezza dilaniante dei Kyuss per approdare a un nuovo prototipo di rock, coniando di fatto un nuovo genere per i Qotsa, quello del robot rock.

Tutto ciò lo ritroviamo nella fase embrionale contenuta in questo split ep, in cui esce la necessità di riscoprire una nuova creatività, avendo un occhio di riguardo alle proprie origini, ma con una visione critica e rinnovata di queste ultime; viene qui sancito il passaggio simmetrico dal suono acido e pesante dei kyuss a quello più sperimentale di Homme e soci, segnando uno spartiacque e un vero e proprio passaggio di testimone. Il genio vuole uscire dalla nicchia e affermarsi nel panorama mondiale e queste tre tracce segnano le coordinate di un viaggio in corso ancora oggi, che si spera non finisca mai.

Si inizia con If Only Everything, pezzo emblematico nel suo genere dove la voce di Josh si amalgama perfettamente con il sound duro e di ispirazione stoogesiana, per arrivare a Born to hula che ancora risente della memoria Kyuss, pur sempre sotto una nuova veste attraverso un suono grezzo e desertico rinnovato, il tutto condito da una ritmica vivace e assoli martellanti e metallici, robotici appunto.

Il nostro viaggio si conclude o inizia – a seconda dei punti di vista – con una vera e propria gemma che solo l’atmosfera dell’area del Mojave desert può regalarci: Spiders and Vinegaroons. Quest’ode al deserto intrappola l’ascoltatore in una dimensione lisergico-metallica dalla quale non si vuole più uscire. Il tempo è scandito da una dirompente miscela di meccanicità robotica, addolcita da svolazzi spaziali e indurita da assoli altrettanto metallici e ruvidi. La progressiva ripetitività associata alla nuova idea di sperimentazione sonora danno vita proprio a quel suono di “robot rotti e ubriachi”, tanto inseguito da Homme, e chiare rimangono le influenze sabbathiane e stoogesiane, tanto care al gruppo. La psichedelia trova spazio, ma in veste diversa: è più introspettiva e meno stordita, condita di quel mistero che solo il deserto può celare.

Il deserto è l’elemento comune e ricorrente: è sede di scoperta, transizione e rinascita, è la storia di un lungo amore che si è evoluto attraverso esperienze psichedeliche e profonde, luogo mistico per eccellenza che ha forgiato le sonorità di un genere aggressivo, acido e malinconico allo stesso tempo, è l’anima di questo movimento. Da qui tutto è iniziato e tutto è rinato sotto una nuova pelle; oggi è 5 dicembre, 23 volte auguri a questa pietra miliare.

-Gianlorenzo Ciminelli

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Danza e pittura: una grande storia d’amore

Lo spettacolo di danza contemporanea Alma Tadema, coreografato da Ricky Bonavita con la compagnia Excursus e le musiche di Francesco Ziello, è un omaggio al pittore vittoriano del XIX secolo Lawrence Alma Tadema. L’arte che incontra l’arte: un connubio perfetto tra danza e pittura, rappresentato sul palco del Teatro Vascello di Roma, venerdì 15 novembre 2019.

Sulla scena sei danzatori hanno ripreso i soggetti dei quadri di Alma Tadema, proiettati sullo sfondo, attraverso una narrazione episodica che ha dato luce alla ricostruzione della storia dell’antico mondo romano tra decadenza e fastosità. Una danza travolgente in cui ogni ballerino è stato protagonista dei diversi episodi, alternandosi in assolo e pezzi corali. Lo spettacolo è un prodotto della riflessione del coreografo sull’importanza dell’antichità e del suo ricordo nel presente. Si tratta di un viaggio di immagini trasposte attraverso i movimenti del corpo sul palco, in cui non mancano momenti di enfasi performativa volti a stupire e far riflettere  il pubblico. Le scene di maggior rilievo hanno visto sempre protagoniste le 3 danzatrici (centrale il ruolo della donna), che mostrano il loro carattere trasgressivo con danze e richiami sessuali.

Ciò che ha colpito profondamente è la professionalità, la morbidezza dei movimenti dei danzatori i cui corpi volteggiavano nello spazio, seguendo le melodie che hanno arricchito la performance; notevole è stata la capacità espressiva dei danzatori anche attraverso la mimica facciale che ha confermato la valenza pantomimica della danza. Le coreografie hanno previsto una scena iniziale collettiva, con il susseguirsi di assolo, duetti, trio interamente maschile o femminile e altre parti corali.

74614778_2309158842727857_3700041487153627136_n.jpgRicky Bonavita

Il pubblico, composto da varie fasce d’età, è rimasto ipnotizzato in religioso silenzio per l’intera durata dello spettacolo; al termine, è seguito uno scrosciante applauso per i danzatori e il coreografo. A due amanti e studiose della danza come noi ha affascinato la genialità nella reinterpretazione dei quadri da parte di Ricky Bonavita. Ancora una volta abbiamo avuto la conferma del potere della danza che, una volta iniziato lo spettacolo, ci ha completamente estraniate dal mondo esterno rendendoci partecipi e stupefatte allo stesso tempo dell’intero capolavoro.

 

-Martina Sarcina, Giada Gambula

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#NoJovaBeachParty

Ultimamente si stanno tenendo una serie di concerti sulle spiagge di tutta Italia sotto il nome di Jovanotti: la pop star italiana ha deciso di creare veri e propri party, con tanto di Dj Set, riunendo migliaia di persone sotto un palco assemblato sulla sabbia. Lo scopo primario di tutte queste date, a quanto dichiarato dal cantante stesso, doveva essere la sensibilizzazione sul tema della plastica, tanto che ha organizzato il tutto in collaborazione con il WWF Italia.  Uno scopo nobile considerato che Jovanotti stesso si è definito come una persona attenta alle tematiche ambientali. Forse però, questa volta, qualcosa gli è sfuggito.

Partiamo dalla prima contraddizione che si è andata a creare durante questo enorme evento: si pretendeva di diffondere il messaggio del “plastic free” (l’evento stesso, a quanto avevano fatto capire, avrebbe dovuto adottare questa politica), ma come si può pretendere di impedire a tutta quella gente di produrre rifiuti? Non si può e se ne è avuta la prova una volta finito il concerto, quando tutta la marea di gente si era ormai ritirata. È innegabile che si sia andato a creare un tappeto di spazzatura e di bottigliette di plastica, le stesse vendute all’interno dell’evento e acquistabili tramite dei token, anch’essi in plastica, che andavano a sostituire i soldi veri. Non doveva essere “plastic free”?

A rimetterci, come al solito, è Madre Natura. Ambientalismo e rispetto per la natura non si manifestano tramite il (finto) mancato utilizzo della plastica o ripulendo le spiagge il giorno dopo. Molte delle zone scelte per questa serie di concerti, infatti, sono riserve naturali che ospitano specie protette, che si trovavano in periodo di nidificazione e svernamento. Il disturbo antropico è già di per sé un grosso problema per diverse specie, in particolare per i limicoli, uccelli che si nutrono della fauna presente nella fanghiglia che si va a creare, per esempio, in riva al mare.

Un esempio importante ce lo porta il Fratino, specie a rischio proprio per la forte presenza antropica sulle spiagge, le cui uova sono di pochi centimetri e possono essere facilmente scambiate per piccoli sassi, in quanto hanno colori perfettamente mimetici.

In accordo con il WWF Italia, si sono naturalmente accertati che le località scelte non fossero abitate da questi piccoli pennuti. O quasi: una delle aree inizialmente scelte infatti era proprio la Riserva Naturale di Torre Flavia, a Ladispoli, uno dei pochi luoghi di nidificazione rimasti al Fratino. Fortunatamente, grazie anche all’intervento della Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli), hanno deciso di spostare l’evento in un’altra zona, al di fuori del perimetro della riserva.

Se la Palude di Torre Flavia si è salvata, tutte le altre località si sono sfortunatamente viste radere al suolo tutte le dune e sono state inondate da un forte inquinamento acustico, due cose che rischiano di compromettere un intero ecosistema.

Banchetti di street food che vendevano bottigliette e contenitori monouso in plastica e rischio di causare dei danni all’ecosistema. Qui la domanda sorge spontanea: come è possibile che il WWF Italia abbia appoggiato un evento del genere? Quella che è sempre stata ritenuta un’organizzazione di riferimento per l’ambientalismo, dovrà fare i conti con i mancati rinnovi della tessera per il 2020: molti suoi sostenitori, indignati per quanto accaduto, hanno apertamente annunciato, sotto diversi post su Facebook e su Instagram, che non rinnoveranno la loro iscrizione, dichiarandosi delusi dall’organizzazione.

Il punto è questo: in un mondo in cui tutta la biodiversità è messa costantemente in pericolo, se non si può fare affidamento nemmeno su quelle associazioni che si dichiarano in difesa della natura, al nostro Pianeta che speranze restano?

 

-Martina Cordella

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Palingenesi di un amore

Come la fenice rinasce dalle sue ceneri, così anche Caterina rinasce dopo uno dei periodi bui della sua vita: la sessione. Pensavate di esservi liberati di me? Cari lettori, pessima intuizione: sono tornata, e per di più, son tornata con un disco meraviglioso, pieno di vita e pieno di colori, di uno dei miei cantautori preferiti.

Forse avrete notato (o forse no) che utilizzo molto spesso l’aggettivo “preferito” quando annuncio l’artista di cui parlerò; però, molto probabilmente, “preferito” non è nemmeno l’aggettivo giusto, poiché implica un’intimità che in realtà non concedo a tutti gli artisti. Perciò, forse è meglio dire che tutti gli artisti di cui vi parlo sono quegli artisti per i quali le parole d’amore, le parole leggere, non vengono fuori solo il giorno di San Valentino, ecco. Fatto questo preambolo, posso svelarvi il cantautore in questione: Antonio Dimartino.

Nonostante il mio alter ego della mitologia greca sarebbe sicuramente Ares o Atena, vi parlerò di Afrodite, dea della bellezza, dell’amore e della primavera. Afrodite è anche l’album che Dimartino ha tirato fuori giusto il giorno del mio compleanno, per la mia momentanea felicità. Come il nome descrive, quindi, Afrodite è l’album dell’amore, della nascita (o della rinascita), è l’album della primavera. Che poi, a pensarci bene, tutto fa parte di un cerchio, tutto è collegato: la stagione a cui si attribuisce (o almeno io)  l’amore è proprio la primavera, piena di fiori, belli e profumati; piena di prati verdi e piena di polline, asma e occhi rossi… gli dei dell’Olimpo avevano già capito tutto.

La primavera, in effetti, era presente anche nel penultimo album del cantautore, in cui ne parlava come un uragano, come qualcosa che prima non c’è, qualcosa che arriva all’improvviso, quando meno te l’aspetti: come l’arrivo di una figlia, una perenne primavera. Afrodite, appunto, rappresenta quei concetti legati ma indipendenti di nascita e di rinascita, su cui a volte è bene riflettere. Perciò, riflettiamo: nella vita puoi nascere una sola volta, e cioè il giorno in cui tua mamma, dopo nove mesi, strilla e spinge fino a quando l’ostetrica tira fuori la tua testolina rossa e piena di mucose. Rinascere invece… puoi rinascere tutte le volte che vuoi! Rinasci dopo una relazione andata male, rinasci dopo una doccia fredda, rinasci dopo aver cambiato aria, rinasci con una persona al tuo fianco.

E nell’intero album succede esattamente questo: alla nascita di sua figlia, che porta con sé pioggia tra le mani e tempeste colorate, si mescola una rinascita: personale e musicale. Rispetto al 2015 infatti, i Dimartino suonano tutta un’altra musica: più suoni elettronici, più movimento tra gli spartiti, più grinta ed energia in ogni canzone, ognuna diversa dall’altra: è come se ogni traccia fosse inzuppata in un diverso bicchiere di pozione polisucco. C’è il bicchiere (di Tequila) che viene direttamente dal Messico con un capello di Chavela Vargas, c’è il bicchiere che viene dal futuro imminente, pieno di suoni elettronici e freschi che ti fanno muovere le anche, c’è il bicchiere siciliano, con un suo capello lungo e nero, che lo àncora a quello che è sempre stato: anche se la musica è cambiata, Dimartino rimane lo scrittore di testi che ti smuovono le viscere, in cui ritrovi la tua terra, il mare, la tua anima. Tra riferimenti a grandi autori, feste comandate e non, passando per migliaia di ossimori in cui mi riconosco e che nascondono delle grandi verità – vedi alla voce: amori violenti e cuori spenti – tra la luna e la natura della sua Sicilia, Dimartino mi ha stupito ancora una volta.

Grazie a questo stupore, inoltre, mi è risultato davvero difficile parlare dell’album… come mi capita sempre, d’altronde: è una sorta di malattia per la quale non riesco mai a parlare delle cose che amo, è come se volessi tenerle per me e basta, strette strette nella gabbia toracica e proteggerle, analizzarle e piangerci su. E’ stato difficile scrivere di quest’album anche perché, dopo il quarantesimo ascolto, ancora non penso di averlo capito del tutto: forse perché non ho un figlio? Forse perché non vivo in Sicilia? O forse perché ormai ascolto solo musica dance?

Nonostante i mille dubbi, le mille peripezie, eccomi qui a terminare quest’articolo, affermando a squarciagola che, tra tutti gli artisti all’ingrosso che ci sono in giro (e il festival di Sanremo ne è stata la prova), Dimartino rimane una delle poche mosche bianche, che con fatica resisterà e che sempre appoggerò.

Tutto questo amore, io non l’avevo previsto.

 

-Caterina Calicchio

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Napoli in tuta acetata

Per questa edizione di Discman vi avevo promesso emozioni forti: ebbene, dopo Raffaella Carrà, per ragioni anche a me sconosciute, ho deciso di parlarvi di un gruppo poco conosciuto, ma che tutti prima o poi dovrebbero ascoltare per vivere più felici.

È successo che tra maggio e aprile scorso, la mia home di Facebook era invasa da questa copertina giallo sbiadito con un disegno al centro: tutti ne parlavano benissimo ed erano molto entusiasti, ma io sono sempre troppo poco curiosa; un bel giorno però, andando contro i miei pigri principi, decisi di ascoltarlo, nonostante avessi abbastanza paura si trattasse del nuovo album di Gigi D’Alessio: sapete, da un disco che si chiama Nuova Napoli, ci si può  aspettare di tutto. E invece no, Nuova Napoli è una delle più belle scoperte di tutto l’anno e definire la musica dei Nu Guinea innovativa o semplicemente strana sarebbe riduttivo: in questi casi, geniale penso sia l’aggettivo corretto… almeno per quanto mi riguarda.

Nu Guinea è un duo italiano, di Napoli per l’appunto, immigrato a Berlino, perché, si sa, nonostante sia la patria delle salsicce e dei crauti, la fredda capitale tedesca è anche il bacino dei suoni elettronici e della musica techno. E così, Massimo Di Lena e Lucio Aquilino, dal 2014 si sono trasformati per il mondo intero nei Nu Guinea e io non potrei essere più contenta. A prescindere dal nome discutibile e incognito, che ancora non mi spiego, l’album Nuova Napoli è così pieno di grinta, energia e bassi che persino Clara si alzerebbe dalla sedia a rotelle per ballare con Heidi e le caprette!

Definiti (da me medesima) gli Abba dei Quartieri Spagnoli, i Nu Guinea mischiano nella stessa traccia le sonorità più tipiche della disco anni ’80, quelle piene di energia, di colore e di coretti femminili degni dei Bee Gees o degli Abba, per l’appunto. In aggiunta, però, la parte meridionale del tutto: il magnifico dialetto partenopeo che rende tutto più popolare, più paesano. Ascoltando le tracce, sembrerà di stare nella strada di Forcella o a San Domenico, le vrenzole sui balconi che chiacchierano e un venditore ambulante che cerca di venderti persino un pelo pubico.

Penso che tra i suoni sintetizzati e un soave “A signor ‘re pizz fritte nun ce sta’ cchiù” si crei una chimica tale da non riuscire a stoppare il disco e a smettere di muovere i fianchi. Con questo disco nelle orecchie, non servirà più fare 4 ore di macchine per giungere alla città più focosa del Mediterraneo e mangiare la pizza più buona del mondo – sappiate che quando si tratta di cibo, sono molto seria – e bere il caffè perfetto.

… Bene, magari per il caffè vi consiglio di non affidarvi alle mie manine di fata e a rivolgervi al bar sotto casa, che magari assomiglia di più a quello napoletano, per tutto il resto, basta aprire bene le orecchie, ascoltare per credere!

 

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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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DISCMAN 2.0 – A Cuore Pesante

ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!

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Nella seconda stagione di Discman 2.0 ho deciso di spogliarmi davanti ai vostri occhi e di farvi realmente scoprire quello che ascolto ogni giorno della mia vita nonostante si siano rotti gli auricolari.
Finalmente, dopo anni di ascolti, ho dato un senso a quello che ho sempre fatto inconsapevolmente: ascoltare musica del secolo passato, dalla musica dance al cantautorato, dal rock’n’roll alla cumbia.
Ascoltando musica di gente per lo più morta o stagionata, mi sono resa conto che, nel marasma che è la musica a me contemporanea, mi sento di salvare all’incirca 10 nomi su 1000, di cui vi parlerò mentre il nuovo CD gira all’interno del Discman.
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Dieci su mille ce la fanno.
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Ed eccomi, dunque, a parlarvi di Riccardo Sinigallia.
Sinigallia, che i diversamente giovani ricorderanno nei Tiromancino, è un cantante a cui voler bene: due occhi chiari all’ingiù, piercing al sopracciglio ed un cespuglio di capelli ricci e scuri. Sarebbe la descrizione dell’uomo della mia vita, se non fosse che potrebbe benissimo essere, se non mio padre, mio zio.
Ricordo di averlo scoperto per la prima volta al festival di Sanremo, nel lontano 2014, anno dei Perturbazione e di Zibba: con “Prima di andare via” ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!
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È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva

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Sebbene di lui non si abbiano molte tracce, è riuscito a far sapere a tutti che ha scritto un nuovo disco e che presto lo farà ascoltare in tutta Italia.
E così, il 14 settembre 2018 esce Ciao cuore: 9 tracce e una chitarra che non suona più la stessa musica.
Ad oggi, Sinigallia non è pop, nè alternativo, nè rock: Sinigallia è Sinigallia, e Ciao cuore non è un disco facile da comprendere, o almeno non lo è stato per me.
È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva che si rivela quello più vero, con mille cose da dire ma che non ha mai il coraggio di fiatare, fino a quando non trova la persona giusta. E la pubblicazione dell’album descrive esattamente questo: l’arrivo della persona giusta che lo ha spinto a cantare di nuovo e non solo a produrre gli altri; lo ha spinto a mettersi in gioco, ad innovarsi e accantonare la chitarra acustica per dedicarsi ai suoni elettronici, ad essere aggiunto nuovamente nella playlist di Spotify “Indie Italia”… qui ci sarebbe molto da dire, ma non voglio tediarvi più di tanto.
Nonostante la voglia di mettersi in gioco, Ciao cuore rimane un disco ermetico, difficile da interpretare al primo ascolto ma anche dopo: un senso di insoddisfazione rimane nelle orecchie, perché senti di non aver capito tutto quello che aveva da dire.
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Gli spartiti e i testi di tutto l’album oscillano tra razionalità e filosofia, hanno la
capacità di far viaggiare la mente altrove e poi farla ritornare nella tua camera,
ricordandoti che le uniche dimensioni esistenti sono lo spazio e il tempo: quando mi interrompi a colpi di realtà.
Filosofia e ragione, un ossimoro, una guerra perpetua nel corso dei secoli: da una parte la filosofia che apre la mente e fa uscire dagli schemi, dall’altra la ragione, un treno che segue i binari e non deraglia mai; e, da un’altra parte ancora, le donne: che siano di destra con le unghie smaltate o che sia Dudù, all’interno dell’album passeggiano donne da una traccia all’altra, senza pensieri, leggere.
Donne anche sul palco, la sua donna sul palco: la compagna che da sempre è al suo fianco, che lo ha sostenuto sia con il basso che con il cuore, la stessa donna che guarda intensamente negli occhi mentre la chitarra suona: una sinfonia perfetta, colonna sonora dell’incontro di due cuori complementari, del mondo moderno in
equilibrio tra la pace e l’amore vero… “seh, ciao cuore!”
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-Caterina Calicchio

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DISCMAN 2.0 – Come vuoi chiamarlo questo “Tormentone”?

 

Ben ritrovati con la rubrica bi-settimanale di musica più bella che ci sia: ben ritrovati su Discman 2.0. L’anno scorso mi hanno rimproverato il fatto che scrivessi articoli come se stessi facendo “quattro chiacchiere al bar con gli amici”. Ecco, nonostante sia proprio quello che voglio far intendere, cioè parlare con amici immaginari, quest’anno ho deciso di scrivere come si deve. O almeno ci provo.

Il primo pezzo di quest’anno parla di un cantautore conosciuto per caso nel 2016: Scarda. Con la voce graffiante, tipica da uomo del sud (e per sud si intende da Roma in giù) e una sensibilità che pochi ormai conservano, Scarda è il cantautore classe 1986 che il  27 ottobre 2018 potrete ascoltare in concerto a Largo Venue (RM). Per di più Scarda è il cantautore che, da quando sono a Roma, mi ha preso per mano e mi ha aiutato ad affrontare qualsiasi situazione: il terremoto, gli attacchi nostalgici, prendere una non relazione con filosofia.

Galeotto fu per me il brano “Io lo so”, un colpo di fulmine a ciel sereno: una canzone che vuole parlare di te, di tutto quello che sei e di tutto quello che non vorresti essere, anche se è la prima volta in vita tua che la ascolti. E tutt’ora, con il nuovo album, continua a voler parlarmi, a rendermi partecipe della vita che va avanti e continua a volermi svelare la verità, anche se nessuno gli ha chiesto nulla. Però almeno lo fa con le parole più belle che si possano usare.

A maggio 2018 mi è capitato di intervistarlo quasi per caso e, dato che tutti ci stavamo chiedendo cosa sarebbe stato il prossimo album, dopo aver ascoltato il primo singolo Bianca, gliel’ho chiesto; la risposta?

Amore, amore, amore!”,  tanto per citare un film a caso.

Ebbene, cari lettori, questo è Tormentone: un disco che parla d’amore. L’amore, però, a tutto tondo: l’amore bello e quello triste, l’amore impossibile e quello che non è mai iniziato. Perché la tristezza è bella quanto la felicità. Perché l’amore, siamo sinceri, non è essenziale, certo, ma a volte è necessario. Tanto per fare un esempio che mi rappresenta, l’amore è come i pomodori secchi: sei consapevole che se te ne mangi uno, devi fare il doppio delle ore in palestra, sei consapevole che sono una bomba ipercalorica con tutto quell‘olio che cola soavemente  sul pane, però dei pomodori secchi non ne puoi fare a meno perché sono la cosa più buona del mondo. Capite, adesso?

È un disco che suona diversamente da quello passato, è un disco nuovo, con più tastiere e un arrangiamento decisamente pop, sebbene la chitarra acustica sia sempre viva e si faccia sentire. Però, nonostante l’innovazione, le parole restano quelle di sempre, vere e genuine: un sorriso, la fine del sole, una schiena illuminata dalla luna piena, una ragazza che nasconde i pensieri tra i capelli sciolti, l’insicurezza dei sentimenti dei giovani d’oggi.

Quindi, voi che potete, andate ad ascoltare questo bel ragazzo sabato 27 ottobre 2018 a Largo Venue. Sicuramente non sarà come vederlo suonare alle due di notte in un locale di San Lorenzo “Disperato erotico stomp” con un bicchiere in mano, però sono sicura che ne varrà ugualmente la pena.

¡Buena suerte!

 

-Caterina Calicchio

 

 

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Bonjour théâtre – il Teatro Ivelise apre la sua Nouvelle Saison fra spettacoli e lezioni

Tre donne, un luogo magico, l’amore per il francese e una grande famiglia allargata pronta ad esibirsi: questi gli ingredienti unici del Teatro Ivelise, piccola grande realtà nel cuore di Roma. A due passi dal Colosseo, in via capo d’Africa, il locale nasce nel ‘400 come cappella di un convento di suore per essere poi destinato, secoli dopo, a stanzino dal teatro Orione. Il teatro viene inaugurato nel 1997 da Ivelise Ghione, da qui il nome, e da marzo 2013 è gestito dall’Associazione Culturale AlloStatoPuro.

photo_2018-09-20_02-42-41©FrancescoDiPasquale2018

“Continuare a far vivere il teatro è una promessa che ho deciso di mantenere nonostante tutte le difficoltà” confida Brenda Monticone Martini, direttrice del teatro.  Una promessa mantenuta con successo, siamo portati ad aggiungere noi, visti l’elevato numero e l’ampia varietà di spettacoli previsti per questa nuova stagione, la molteplicità di insegnamenti tenuti e i concorsi indetti, fra cui spicca l’IveliseCineFestival al termine del quale una Giuria di Esperti assegnerà ai primi tre classificati vari premi.

Con le sue tre volte a crociera, gli stucchi dorati,  le lucine colorate sull’arcata principale e le pareti blu, di cui una coperta da maschere, specchi e persino un paio d’ali, il teatro, come ci viene più volte ripetuto nel corso della conferenza, è un luogo magico, al centro del mondo e fuori dal tempo.  L’ambiente dal sapore ultraterreno e dal gusto un po’ retrò diventa il luogo ideale per mettere in scena commedie, varietà, spettacoli sperimentali e concerti di artisti già affermati, ma anche per plasmare nuove personalità e vederle crescere: lezioni di stand-up comedy, burlesque e boylesque, canto, lettura espressiva e dizione, tip tap e pianoforte; proprio quest’ultimo strumento padroneggia al centro del piccolo palco in una nicchia che sembra stata ricavata solo per questo scopo. Ciò rende ancora più piacevoli le numerose esibizioni musicali in cartellone, vista l’indiscussa superiorità del suono di un vero pianoforte rispetto ad una tastiera digitale (usata fino a poco tempo fa al teatro Ivelise).

Sotto ad un filo al quale sono appesi con mollette per il bucato le locandine di ogni spettacolo della prossima stagione, su tre sedie rigorosamente diverse ( in tutto il teatro non ce ne sono almeno due uguali, già preludio di stravaganza e anticonformismo) siedono le tre donne citate in precedenza:  Chiara Del Zanno, coordinatrice della stagione teatrale e delle produzioni interne, Miriam Bocchino, Ufficio Stampa, Social Media Manager e Coordinatrice Didattica e in mezzo a loro la già citata Brenda Monticone Martini, Direttrice Artistica. Un po’ per il luogo piccino e intimo, un po’ per i posti riservati al pubblico nei soppalchi fra i cuscinoni, l’aria che si respira è familiare e accogliente.

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Il primo spettacolo che viene presentato è anche il primo che verrà proposto, il 5 e il 6 ottobre. Si intitola “Mamma son tanto felice perché” ed è nato dalla mente e dai ricordi di bambina salentina di Angelica Bifano. Si definisce amante dell’antiestetico quando le fanno notare la scelta controcorrente della foto di locandina: è la sua bocca che, anziché restare ferma alla ricerca di una pienezza e una simmetria perfetta tanto in voga nella moda attuale, si piega in una smorfia. Dalla foto alla scrittura, per arrivare alla recitazione: ogni minimo dettaglio di questa commedia appartiene soltanto a lei. È infatti anche l’unica attrice in scena, nella sfida di interpretare tutti i diversi personaggi femminili che ruotano intorno alla sua storia. A metà di Novembre, un’altra commedia firmata Annalisa Elba e diretta da Simone Ruggiero,  vede protagoniste Giorgia Masseroni e Sara Religioso in un terrazzo  su cui sono state spinte da una voce guida, ma il pubblico non saprà a chi appartenga e per quale motivo abbia spinto in quel luogo le due ragazze fino alla fine. Le protagoniste, Tea e Zoe, le quali altro non sono che personalità di un’unica donna, dialogano e si scontrano e si rendono portavoce delle crisi di identità e del senso di solitudine che caratterizzano la loro generazione. Suscita invece tutt’altro genere di riflessioni la commedia che a febbraio, mese dell’amore, vedrà protagonista Angela, ragazza insicura di provincia, la quale con l’aiuto di Ivan diventerà Pinky e scoprirà le forme di amore ma soprattutto di sesso più svariate diventando una pornodiva di fama internazionale.

Numerose le occasioni per ascoltare i concerti di jazz e swing che poi sono la stessa cosa sviluppata in due diverse epoche, come specifica Valeria Rinaldi, la voce sul palco. Fra uno spettacolo e l’altro ad accompagnarci durante il prossimo anno ci saranno anche i varietà di La Maison de Lolà con la regia di Brenda Monticone Martini e le coreografie di Lola Lustrini, insegnante burlesque e boylesque a donne e uomini che spesso ricercano in queste discipline il rapporto perduto o compromesso con il proprio corpo. A conclusione della stagione teatrale, il cui calendario completo si trova già nel sito del Teatro Ivelise, si terrà lo spettacolo di fine anno degli allievi di ogni disciplina.

photo_2018-09-20_02-42-13©FrancescoDiPasquale2018

Un intimo puntino blu immerso fra i tesori dell’Antica Roma che è incessantemente alla ricerca di nuovi volti, nuove modalità di spettacolo, nuove storie che non aspettano altro di essere avvolte dalla magia.

 

 

 

-Beatrice Tominic