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Palingenesi di un amore

Come la fenice rinasce dalle sue ceneri, così anche Caterina rinasce dopo uno dei periodi bui della sua vita: la sessione. Pensavate di esservi liberati di me? Cari lettori, pessima intuizione: sono tornata, e per di più, son tornata con un disco meraviglioso, pieno di vita e pieno di colori, di uno dei miei cantautori preferiti.

Forse avrete notato (o forse no) che utilizzo molto spesso l’aggettivo “preferito” quando annuncio l’artista di cui parlerò; però, molto probabilmente, “preferito” non è nemmeno l’aggettivo giusto, poiché implica un’intimità che in realtà non concedo a tutti gli artisti. Perciò, forse è meglio dire che tutti gli artisti di cui vi parlo sono quegli artisti per i quali le parole d’amore, le parole leggere, non vengono fuori solo il giorno di San Valentino, ecco. Fatto questo preambolo, posso svelarvi il cantautore in questione: Antonio Dimartino.

Nonostante il mio alter ego della mitologia greca sarebbe sicuramente Ares o Atena, vi parlerò di Afrodite, dea della bellezza, dell’amore e della primavera. Afrodite è anche l’album che Dimartino ha tirato fuori giusto il giorno del mio compleanno, per la mia momentanea felicità. Come il nome descrive, quindi, Afrodite è l’album dell’amore, della nascita (o della rinascita), è l’album della primavera. Che poi, a pensarci bene, tutto fa parte di un cerchio, tutto è collegato: la stagione a cui si attribuisce (o almeno io)  l’amore è proprio la primavera, piena di fiori, belli e profumati; piena di prati verdi e piena di polline, asma e occhi rossi… gli dei dell’Olimpo avevano già capito tutto.

La primavera, in effetti, era presente anche nel penultimo album del cantautore, in cui ne parlava come un uragano, come qualcosa che prima non c’è, qualcosa che arriva all’improvviso, quando meno te l’aspetti: come l’arrivo di una figlia, una perenne primavera. Afrodite, appunto, rappresenta quei concetti legati ma indipendenti di nascita e di rinascita, su cui a volte è bene riflettere. Perciò, riflettiamo: nella vita puoi nascere una sola volta, e cioè il giorno in cui tua mamma, dopo nove mesi, strilla e spinge fino a quando l’ostetrica tira fuori la tua testolina rossa e piena di mucose. Rinascere invece… puoi rinascere tutte le volte che vuoi! Rinasci dopo una relazione andata male, rinasci dopo una doccia fredda, rinasci dopo aver cambiato aria, rinasci con una persona al tuo fianco.

E nell’intero album succede esattamente questo: alla nascita di sua figlia, che porta con sé pioggia tra le mani e tempeste colorate, si mescola una rinascita: personale e musicale. Rispetto al 2015 infatti, i Dimartino suonano tutta un’altra musica: più suoni elettronici, più movimento tra gli spartiti, più grinta ed energia in ogni canzone, ognuna diversa dall’altra: è come se ogni traccia fosse inzuppata in un diverso bicchiere di pozione polisucco. C’è il bicchiere (di Tequila) che viene direttamente dal Messico con un capello di Chavela Vargas, c’è il bicchiere che viene dal futuro imminente, pieno di suoni elettronici e freschi che ti fanno muovere le anche, c’è il bicchiere siciliano, con un suo capello lungo e nero, che lo àncora a quello che è sempre stato: anche se la musica è cambiata, Dimartino rimane lo scrittore di testi che ti smuovono le viscere, in cui ritrovi la tua terra, il mare, la tua anima. Tra riferimenti a grandi autori, feste comandate e non, passando per migliaia di ossimori in cui mi riconosco e che nascondono delle grandi verità – vedi alla voce: amori violenti e cuori spenti – tra la luna e la natura della sua Sicilia, Dimartino mi ha stupito ancora una volta.

Grazie a questo stupore, inoltre, mi è risultato davvero difficile parlare dell’album… come mi capita sempre, d’altronde: è una sorta di malattia per la quale non riesco mai a parlare delle cose che amo, è come se volessi tenerle per me e basta, strette strette nella gabbia toracica e proteggerle, analizzarle e piangerci su. E’ stato difficile scrivere di quest’album anche perché, dopo il quarantesimo ascolto, ancora non penso di averlo capito del tutto: forse perché non ho un figlio? Forse perché non vivo in Sicilia? O forse perché ormai ascolto solo musica dance?

Nonostante i mille dubbi, le mille peripezie, eccomi qui a terminare quest’articolo, affermando a squarciagola che, tra tutti gli artisti all’ingrosso che ci sono in giro (e il festival di Sanremo ne è stata la prova), Dimartino rimane una delle poche mosche bianche, che con fatica resisterà e che sempre appoggerò.

Tutto questo amore, io non l’avevo previsto.

 

-Caterina Calicchio

La ricerca non ha dato alcun esito positivo. Riprova inserendo altri termini

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Napoli in tuta acetata

Per questa edizione di Discman vi avevo promesso emozioni forti: ebbene, dopo Raffaella Carrà, per ragioni anche a me sconosciute, ho deciso di parlarvi di un gruppo poco conosciuto, ma che tutti prima o poi dovrebbero ascoltare per vivere più felici.

È successo che tra maggio e aprile scorso, la mia home di Facebook era invasa da questa copertina giallo sbiadito con un disegno al centro: tutti ne parlavano benissimo ed erano molto entusiasti, ma io sono sempre troppo poco curiosa; un bel giorno però, andando contro i miei pigri principi, decisi di ascoltarlo, nonostante avessi abbastanza paura si trattasse del nuovo album di Gigi D’Alessio: sapete, da un disco che si chiama Nuova Napoli, ci si può  aspettare di tutto. E invece no, Nuova Napoli è una delle più belle scoperte di tutto l’anno e definire la musica dei Nu Guinea innovativa o semplicemente strana sarebbe riduttivo: in questi casi, geniale penso sia l’aggettivo corretto… almeno per quanto mi riguarda.

Nu Guinea è un duo italiano, di Napoli per l’appunto, immigrato a Berlino, perché, si sa, nonostante sia la patria delle salsicce e dei crauti, la fredda capitale tedesca è anche il bacino dei suoni elettronici e della musica techno. E così, Massimo Di Lena e Lucio Aquilino, dal 2014 si sono trasformati per il mondo intero nei Nu Guinea e io non potrei essere più contenta. A prescindere dal nome discutibile e incognito, che ancora non mi spiego, l’album Nuova Napoli è così pieno di grinta, energia e bassi che persino Clara si alzerebbe dalla sedia a rotelle per ballare con Heidi e le caprette!

Definiti (da me medesima) gli Abba dei Quartieri Spagnoli, i Nu Guinea mischiano nella stessa traccia le sonorità più tipiche della disco anni ’80, quelle piene di energia, di colore e di coretti femminili degni dei Bee Gees o degli Abba, per l’appunto. In aggiunta, però, la parte meridionale del tutto: il magnifico dialetto partenopeo che rende tutto più popolare, più paesano. Ascoltando le tracce, sembrerà di stare nella strada di Forcella o a San Domenico, le vrenzole sui balconi che chiacchierano e un venditore ambulante che cerca di venderti persino un pelo pubico.

Penso che tra i suoni sintetizzati e un soave “A signor ‘re pizz fritte nun ce sta’ cchiù” si crei una chimica tale da non riuscire a stoppare il disco e a smettere di muovere i fianchi. Con questo disco nelle orecchie, non servirà più fare 4 ore di macchine per giungere alla città più focosa del Mediterraneo e mangiare la pizza più buona del mondo – sappiate che quando si tratta di cibo, sono molto seria – e bere il caffè perfetto.

… Bene, magari per il caffè vi consiglio di non affidarvi alle mie manine di fata e a rivolgervi al bar sotto casa, che magari assomiglia di più a quello napoletano, per tutto il resto, basta aprire bene le orecchie, ascoltare per credere!

 

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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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DISCMAN 2.0 – A Cuore Pesante

ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!

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Nella seconda stagione di Discman 2.0 ho deciso di spogliarmi davanti ai vostri occhi e di farvi realmente scoprire quello che ascolto ogni giorno della mia vita nonostante si siano rotti gli auricolari.
Finalmente, dopo anni di ascolti, ho dato un senso a quello che ho sempre fatto inconsapevolmente: ascoltare musica del secolo passato, dalla musica dance al cantautorato, dal rock’n’roll alla cumbia.
Ascoltando musica di gente per lo più morta o stagionata, mi sono resa conto che, nel marasma che è la musica a me contemporanea, mi sento di salvare all’incirca 10 nomi su 1000, di cui vi parlerò mentre il nuovo CD gira all’interno del Discman.
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Dieci su mille ce la fanno.
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Ed eccomi, dunque, a parlarvi di Riccardo Sinigallia.
Sinigallia, che i diversamente giovani ricorderanno nei Tiromancino, è un cantante a cui voler bene: due occhi chiari all’ingiù, piercing al sopracciglio ed un cespuglio di capelli ricci e scuri. Sarebbe la descrizione dell’uomo della mia vita, se non fosse che potrebbe benissimo essere, se non mio padre, mio zio.
Ricordo di averlo scoperto per la prima volta al festival di Sanremo, nel lontano 2014, anno dei Perturbazione e di Zibba: con “Prima di andare via” ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!
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È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva

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Sebbene di lui non si abbiano molte tracce, è riuscito a far sapere a tutti che ha scritto un nuovo disco e che presto lo farà ascoltare in tutta Italia.
E così, il 14 settembre 2018 esce Ciao cuore: 9 tracce e una chitarra che non suona più la stessa musica.
Ad oggi, Sinigallia non è pop, nè alternativo, nè rock: Sinigallia è Sinigallia, e Ciao cuore non è un disco facile da comprendere, o almeno non lo è stato per me.
È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva che si rivela quello più vero, con mille cose da dire ma che non ha mai il coraggio di fiatare, fino a quando non trova la persona giusta. E la pubblicazione dell’album descrive esattamente questo: l’arrivo della persona giusta che lo ha spinto a cantare di nuovo e non solo a produrre gli altri; lo ha spinto a mettersi in gioco, ad innovarsi e accantonare la chitarra acustica per dedicarsi ai suoni elettronici, ad essere aggiunto nuovamente nella playlist di Spotify “Indie Italia”… qui ci sarebbe molto da dire, ma non voglio tediarvi più di tanto.
Nonostante la voglia di mettersi in gioco, Ciao cuore rimane un disco ermetico, difficile da interpretare al primo ascolto ma anche dopo: un senso di insoddisfazione rimane nelle orecchie, perché senti di non aver capito tutto quello che aveva da dire.
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Gli spartiti e i testi di tutto l’album oscillano tra razionalità e filosofia, hanno la
capacità di far viaggiare la mente altrove e poi farla ritornare nella tua camera,
ricordandoti che le uniche dimensioni esistenti sono lo spazio e il tempo: quando mi interrompi a colpi di realtà.
Filosofia e ragione, un ossimoro, una guerra perpetua nel corso dei secoli: da una parte la filosofia che apre la mente e fa uscire dagli schemi, dall’altra la ragione, un treno che segue i binari e non deraglia mai; e, da un’altra parte ancora, le donne: che siano di destra con le unghie smaltate o che sia Dudù, all’interno dell’album passeggiano donne da una traccia all’altra, senza pensieri, leggere.
Donne anche sul palco, la sua donna sul palco: la compagna che da sempre è al suo fianco, che lo ha sostenuto sia con il basso che con il cuore, la stessa donna che guarda intensamente negli occhi mentre la chitarra suona: una sinfonia perfetta, colonna sonora dell’incontro di due cuori complementari, del mondo moderno in
equilibrio tra la pace e l’amore vero… “seh, ciao cuore!”
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-Caterina Calicchio

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DISCMAN 2.0 – Come vuoi chiamarlo questo “Tormentone”?

 

Ben ritrovati con la rubrica bi-settimanale di musica più bella che ci sia: ben ritrovati su Discman 2.0. L’anno scorso mi hanno rimproverato il fatto che scrivessi articoli come se stessi facendo “quattro chiacchiere al bar con gli amici”. Ecco, nonostante sia proprio quello che voglio far intendere, cioè parlare con amici immaginari, quest’anno ho deciso di scrivere come si deve. O almeno ci provo.

Il primo pezzo di quest’anno parla di un cantautore conosciuto per caso nel 2016: Scarda. Con la voce graffiante, tipica da uomo del sud (e per sud si intende da Roma in giù) e una sensibilità che pochi ormai conservano, Scarda è il cantautore classe 1986 che il  27 ottobre 2018 potrete ascoltare in concerto a Largo Venue (RM). Per di più Scarda è il cantautore che, da quando sono a Roma, mi ha preso per mano e mi ha aiutato ad affrontare qualsiasi situazione: il terremoto, gli attacchi nostalgici, prendere una non relazione con filosofia.

Galeotto fu per me il brano “Io lo so”, un colpo di fulmine a ciel sereno: una canzone che vuole parlare di te, di tutto quello che sei e di tutto quello che non vorresti essere, anche se è la prima volta in vita tua che la ascolti. E tutt’ora, con il nuovo album, continua a voler parlarmi, a rendermi partecipe della vita che va avanti e continua a volermi svelare la verità, anche se nessuno gli ha chiesto nulla. Però almeno lo fa con le parole più belle che si possano usare.

A maggio 2018 mi è capitato di intervistarlo quasi per caso e, dato che tutti ci stavamo chiedendo cosa sarebbe stato il prossimo album, dopo aver ascoltato il primo singolo Bianca, gliel’ho chiesto; la risposta?

Amore, amore, amore!”,  tanto per citare un film a caso.

Ebbene, cari lettori, questo è Tormentone: un disco che parla d’amore. L’amore, però, a tutto tondo: l’amore bello e quello triste, l’amore impossibile e quello che non è mai iniziato. Perché la tristezza è bella quanto la felicità. Perché l’amore, siamo sinceri, non è essenziale, certo, ma a volte è necessario. Tanto per fare un esempio che mi rappresenta, l’amore è come i pomodori secchi: sei consapevole che se te ne mangi uno, devi fare il doppio delle ore in palestra, sei consapevole che sono una bomba ipercalorica con tutto quell‘olio che cola soavemente  sul pane, però dei pomodori secchi non ne puoi fare a meno perché sono la cosa più buona del mondo. Capite, adesso?

È un disco che suona diversamente da quello passato, è un disco nuovo, con più tastiere e un arrangiamento decisamente pop, sebbene la chitarra acustica sia sempre viva e si faccia sentire. Però, nonostante l’innovazione, le parole restano quelle di sempre, vere e genuine: un sorriso, la fine del sole, una schiena illuminata dalla luna piena, una ragazza che nasconde i pensieri tra i capelli sciolti, l’insicurezza dei sentimenti dei giovani d’oggi.

Quindi, voi che potete, andate ad ascoltare questo bel ragazzo sabato 27 ottobre 2018 a Largo Venue. Sicuramente non sarà come vederlo suonare alle due di notte in un locale di San Lorenzo “Disperato erotico stomp” con un bicchiere in mano, però sono sicura che ne varrà ugualmente la pena.

¡Buena suerte!

 

-Caterina Calicchio

 

 

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Bonjour théâtre – il Teatro Ivelise apre la sua Nouvelle Saison fra spettacoli e lezioni

Tre donne, un luogo magico, l’amore per il francese e una grande famiglia allargata pronta ad esibirsi: questi gli ingredienti unici del Teatro Ivelise, piccola grande realtà nel cuore di Roma. A due passi dal Colosseo, in via capo d’Africa, il locale nasce nel ‘400 come cappella di un convento di suore per essere poi destinato, secoli dopo, a stanzino dal teatro Orione. Il teatro viene inaugurato nel 1997 da Ivelise Ghione, da qui il nome, e da marzo 2013 è gestito dall’Associazione Culturale AlloStatoPuro.

photo_2018-09-20_02-42-41©FrancescoDiPasquale2018

“Continuare a far vivere il teatro è una promessa che ho deciso di mantenere nonostante tutte le difficoltà” confida Brenda Monticone Martini, direttrice del teatro.  Una promessa mantenuta con successo, siamo portati ad aggiungere noi, visti l’elevato numero e l’ampia varietà di spettacoli previsti per questa nuova stagione, la molteplicità di insegnamenti tenuti e i concorsi indetti, fra cui spicca l’IveliseCineFestival al termine del quale una Giuria di Esperti assegnerà ai primi tre classificati vari premi.

Con le sue tre volte a crociera, gli stucchi dorati,  le lucine colorate sull’arcata principale e le pareti blu, di cui una coperta da maschere, specchi e persino un paio d’ali, il teatro, come ci viene più volte ripetuto nel corso della conferenza, è un luogo magico, al centro del mondo e fuori dal tempo.  L’ambiente dal sapore ultraterreno e dal gusto un po’ retrò diventa il luogo ideale per mettere in scena commedie, varietà, spettacoli sperimentali e concerti di artisti già affermati, ma anche per plasmare nuove personalità e vederle crescere: lezioni di stand-up comedy, burlesque e boylesque, canto, lettura espressiva e dizione, tip tap e pianoforte; proprio quest’ultimo strumento padroneggia al centro del piccolo palco in una nicchia che sembra stata ricavata solo per questo scopo. Ciò rende ancora più piacevoli le numerose esibizioni musicali in cartellone, vista l’indiscussa superiorità del suono di un vero pianoforte rispetto ad una tastiera digitale (usata fino a poco tempo fa al teatro Ivelise).

Sotto ad un filo al quale sono appesi con mollette per il bucato le locandine di ogni spettacolo della prossima stagione, su tre sedie rigorosamente diverse ( in tutto il teatro non ce ne sono almeno due uguali, già preludio di stravaganza e anticonformismo) siedono le tre donne citate in precedenza:  Chiara Del Zanno, coordinatrice della stagione teatrale e delle produzioni interne, Miriam Bocchino, Ufficio Stampa, Social Media Manager e Coordinatrice Didattica e in mezzo a loro la già citata Brenda Monticone Martini, Direttrice Artistica. Un po’ per il luogo piccino e intimo, un po’ per i posti riservati al pubblico nei soppalchi fra i cuscinoni, l’aria che si respira è familiare e accogliente.

photo_2018-09-20_02-42-34©FrancescoDiPasquale2018

Il primo spettacolo che viene presentato è anche il primo che verrà proposto, il 5 e il 6 ottobre. Si intitola “Mamma son tanto felice perché” ed è nato dalla mente e dai ricordi di bambina salentina di Angelica Bifano. Si definisce amante dell’antiestetico quando le fanno notare la scelta controcorrente della foto di locandina: è la sua bocca che, anziché restare ferma alla ricerca di una pienezza e una simmetria perfetta tanto in voga nella moda attuale, si piega in una smorfia. Dalla foto alla scrittura, per arrivare alla recitazione: ogni minimo dettaglio di questa commedia appartiene soltanto a lei. È infatti anche l’unica attrice in scena, nella sfida di interpretare tutti i diversi personaggi femminili che ruotano intorno alla sua storia. A metà di Novembre, un’altra commedia firmata Annalisa Elba e diretta da Simone Ruggiero,  vede protagoniste Giorgia Masseroni e Sara Religioso in un terrazzo  su cui sono state spinte da una voce guida, ma il pubblico non saprà a chi appartenga e per quale motivo abbia spinto in quel luogo le due ragazze fino alla fine. Le protagoniste, Tea e Zoe, le quali altro non sono che personalità di un’unica donna, dialogano e si scontrano e si rendono portavoce delle crisi di identità e del senso di solitudine che caratterizzano la loro generazione. Suscita invece tutt’altro genere di riflessioni la commedia che a febbraio, mese dell’amore, vedrà protagonista Angela, ragazza insicura di provincia, la quale con l’aiuto di Ivan diventerà Pinky e scoprirà le forme di amore ma soprattutto di sesso più svariate diventando una pornodiva di fama internazionale.

Numerose le occasioni per ascoltare i concerti di jazz e swing che poi sono la stessa cosa sviluppata in due diverse epoche, come specifica Valeria Rinaldi, la voce sul palco. Fra uno spettacolo e l’altro ad accompagnarci durante il prossimo anno ci saranno anche i varietà di La Maison de Lolà con la regia di Brenda Monticone Martini e le coreografie di Lola Lustrini, insegnante burlesque e boylesque a donne e uomini che spesso ricercano in queste discipline il rapporto perduto o compromesso con il proprio corpo. A conclusione della stagione teatrale, il cui calendario completo si trova già nel sito del Teatro Ivelise, si terrà lo spettacolo di fine anno degli allievi di ogni disciplina.

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Un intimo puntino blu immerso fra i tesori dell’Antica Roma che è incessantemente alla ricerca di nuovi volti, nuove modalità di spettacolo, nuove storie che non aspettano altro di essere avvolte dalla magia.

 

 

 

-Beatrice Tominic

 

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REISSUE: Twinkle Echo, Casiotone For The Painfully Alone

Nei primi anni ‘80 la multinazionale Casio lanciò sul mercato diversi modelli di sintetizzatori a basso costo chiamati Casiotone, capaci di emulare diversi strumenti a totale discrezione del musicista; la resa sonora di questi apparecchi però, non accurata, grossolana e dai suoni meccanici, era incapace di accontentare i professionisti. Non c’è quindi da stupirsi se, ad oggi, la loro produzione sia stata praticamente abbandonata e la tecnologia per essi utilizzata sopravviva ancora soltanto in quelle piccole tastierine che solitamente accompagnano i libri illustrati per bambini.
Nel 1997, circa dieci anni dopo, il ventenne californiano Owen Ashworth abbandona a metà gli studi di cinema, mette su carta un paio di pensieri e cerca di tramutarli in musica col solo ausilio di una vecchia tastiera Casio, fino ad allora lasciata a prender polvere. L’idea originale di usare il Casiotone per tracciare uno schizzo da far elaborare ad eventuali musicisti diventerà in seguito un suo esclusivo tratto stilistico: il suo progetto prenderà quindi il nome di Casiotone For The Painfully Alone.
Twinkle Echo (2003) è il suo terzo disco: opera matura quanto atipica, rappresenta un eccellente specchio della sua musica e della sua filosofia compositiva. Grezzi synth e metalliche drum-machine testimoniano la natura bozzettistica dell’offerta: si tratta di una combinazione estremamente pericolosa da maneggiare che tende in molti casi a sfociare in una noiosa cacofonia; questo rischio viene scongiurato grazie a una costruzione melodica fondata sul contrasto tra la dolcezza dei synth e una resa rozza — per così dire — delle percussioni, ai limiti del finto. Il risultato finale ci restituisce una sorta di stramba dolcezza malinconica, in cui il lato percussivo fa sia da accompagnamento ritmico che, quasi, da disturbo alla fluidità delle tastiere.
Non si può però parlare del progetto di Ashworth senza soffermarsi sui testi, vero propulsore e fiore all’occhiello della sua musica. Come è facile aspettarsi da un ex-studente di cinema, Casiotone decide di partire dal concreto, dal ricordo e dal quotidiano, isolando piccole sezioni di un momento o riassumendo una storia più grande tramite un montaggio di immagini significative. To My Mr. Smith si accontenta ad esempio di raccontare il ritorno a casa di un passante fermo ad aspettare il bus, tentando di immaginare i suoi pensieri con commovente delicatezza; Calloused Fingers Won’t Make You Strong, Edith Wong monta attimi della solitaria vita di una violinista e usa i suoi calli e la sua dedizione allo strumento come metafora della sua incolmabile solitudine.
Molti sono i nomi di persona che ricorrono nelle 14 tracce dell’album, le cui storie sono spesso accumunate da un inspiegabile tristezza, la cui cura sembra solamente la nostalgia: Jeane (Jeane, If You’re Ever In Portland) è il ricordo di una fugace notte d’amore durante un tour, rotta dalla partenza verso un’altra meta in cui suonare; Toby (Toby, Take A Bow) è un povero disgraziato che spende le sue giornate chiuso tra quattro mura, saltando da una canzone degli Smiths all’altra, sfiduciato e impaurito dal mondo esterno.
Tante piccole storie che vengono raccontate in poche parole, con una durata media dei brani di appena 2 minuti. Questa scelta, se da un lato forse aiuta a non far venire a noia la grezza composizione musicale, dall’altro fa della condensazione di emozioni forti in singole frasi la sua arma principale, grazie anche al supporto di un cantato poco tecnico ma marcatamente espressivo che ben sa giocare con le pause e le ripetizioni. Un esempio di tutto ciò è l’intenso verso «True love is hard to find» che chiude con una tristezza apocalittica il brano Roberta C., o le due strofe ripetute che costituiscono l’interezza di Giant.
Tirando le somme, Twinkle Echo non è certamente un album le cui sonorità sono fruibili da un ascoltatore casuale ma non è neppure un album che pretende di essere ascoltato distrattamente; è un disco sincero, che fa della sua spontaneità motivo di ammirazione per chiunque cerchi nella musica storie, sentimenti, ricordi e quel pizzico di magia nel sentirli raccontare.

-Vincenzo “Notta” Riccardi.

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DISCMAN 2.0 – #11 Motta(non)sonopiùio

Ben ritrovati su Discman 2.0, rubrica musicale creata con l’unico intento di ricevere un discman come regalo inaspettato grazie alle mie capacità di intrattenervi con le parole – o, più probabilmente, grazie a quelle di ammorbarvi fino a farvi esclamare «Eddai! Regaliamogliene uno!».
Questa settimana ho deciso di parlarvi di un artista che, poco a poco, sta subendo una metamorfosi che non mi piace per niente (in realtà non è che non mi piaccia, piuttosto non la accetto poiché è quel tipo di cambiamento che avverrà anche in me, prima o poi). Alto, magro, capelli ricci, faccia con chili di droga sotto le occhiaie: no, non è Galeffi, è Motta. Lo so, non potrà mai reggere il confronto con il caschetto di Ruggero, ma diciamo che i suoi riccioli hanno quel “non so che” di necessario: Motta rappresenta per me la colonna sonora di un’adolescenza di pianti, cuori spezzati e sorrisi senza motivo… o, forse, rappresentava. Parlo al passato perché oramai mi sa che l’amore gli ha dato alla testa e quel senso di spleen e di incertezza generale che mi faceva sentire a mio agio, non c’è più. Chissà cosa gli ha fatto, la «Cagna maledetta»…

Se nel suo primo lavoro, La fine dei vent’anni, la cattiveria, la rabbia e i ritmi tribali dei Criminal Jockers erano onnipresenti, adesso le cose sono un po’ cambiate ed è proprio per questo che ho deciso di raccontarvi della mia relazione con la sua musica adesso, perché ho paura di un prossimo album fatto più col cuore, che col disagio.
Paroliere come pochi, Motta è sempre stato la nota macabra in un panorama pieno di felicità: basti pensare a pezzi come Bestie o Fango, o più semplicemente all’immagine di lui a torso nudo che canta mentre suona la batteria. Pazzesco, no? Come la magia della noia, come Roma che mi prende dal collo e poi mi lascia per terra, come la paura di dovere stare bene che prima o poi ci passerà; pazzesco come sentirsi dedicare Sei bella davvero senza capire effettivamente il senso di questa dedica perché non te l’hanno mai spiegato senza giri di parole, senza quella concretezza di cui ogni tanto abbiamo bisogno. Questa parola, che sembra avere il peso di una tonnellata di cemento armato dovrebbe in realtà fare bene più che spaventare; è infatti la concretezza che ha portato Motta a scrivere La nostra ultima canzone, ricominciando a parlare di “noi”, per essere felici senza pensare troppo a quello che viene dopo, solo per il gusto di esserlo o perché lo si vuole essere. 

Perché, d’altronde, il peso delle parole è soggettivo e dipende da quanta paura – e quanta voglia – si ha di affrontarle; in questo modo persino un elefante potrebbe pesare quanto un colibrì nell’immaginazione, ma tutto deve partire dal proverbiale criceto che gira nel cervello. Dato però che il mio di criceto si è svegliato e ha deciso che ho fame, concludo questo articolo non troppo simpatico con la strofa tatuata nella mia mente e che, insieme al benedetto stile di vita “sticazzi”, mi fa essere quello che sono adesso: un po’ a cazzo di cane. Ma che volete fare, è andata così.

 

«Le parole son qualcosa di importante, di cui ti armi per uccidermi la mente».

Nota: ogni riferimento non è assolutamente casuale.

 

 

 

-Caterina Calicchio.

Uno, Brunori e centomila

La prima vera esperienza teatrale di Dario Brunori, in arte Brunori SAS, si registra nel 2015 con Brunori Srl, una società a responsabilità limitata, a seguito del grande successo di Volume 3 – Il Cammino di Santiago in Taxi, spettacolo poliedrico tra musica e parole. A tre anni di distanza, con la definitiva consacrazione dell’album A casa tutto bene, il cantautore calabrese torna nei più grandi teatri d’Italia con Canzoni e Monologhi sull’incertezza, che ho avuto modo di apprezzare il 13 marzo nella magica cornice dell’Auditorium Parco della Musica in una delle due date romane (si replica il 10 aprile).

Chi conosce solo il Brunori cantautore potrebbe uscire sconvolto dalla sala, ma se si approfondisce meglio il personaggio nel suo complesso non ci si stupisce di nulla. Dario Brunori lo ribadisce e lo lascia trasparire in ogni intervista, da uomo “incerto” quale lui stesso ostenta di essere nelle sue canzoni deve fare da contraltare una persona semplice e ridanciana; è proprio questo contrasto che lo rende amato da un pubblico trasversale che va dai 20 agli 80 anni. Lo spettacolo in questione non fa eccezione e s’inserisce perfettamente nel percorso artistico intrapreso in questi anni.

Avendo purtroppo mancato l’appuntamento con la precedente performance teatrale, devo ammettere che la curiosità di vedere questo Brunori per me inedito era tanta, così com’erano alte le aspettative, per nulla deluse; visto il titolo dello spettacolo il rischio “mattone” era una possibilità concreta, ma non si diventa uno dei migliori cantautori in circolazione per caso. Con notevole padronanza della scena Brunori alterna le sue canzoni — che sono poesie, denunce, grida di speranza — a monologhi quasi irriverenti nei confronti del suo personaggio, che nell’immaginario comune dovrebbe corrispondere a tutt’altro; è lui stesso a giocare sulla pesantezza delle sue canzoni, invitando il pubblico a non assistere a troppi concerti per non scadere nel masochismo, e ciò che rende tutto credibile è la sua incredibile spontaneità. Il genere dal quale attinge per i suoi monologhi, che spezzano la parte musicale ogni 2/3 canzoni, è quello della stand-up comedy, anima nobile della comicità, stile con il quale si può abbracciare l’attualità anche nelle sue facce più amare, facendo ridere il pubblico ma invitandolo anche a riflettere: è il vestito perfetto per Brunori, che alterna fasi molto rilassate e ironiche ad altre più raffinate, dietro le quali si cela un mondo di contraddizioni che s’intrecciano e danno vita a sensazioni confuse. Il perfetto condimento è quell’accento cosentino che lo caratterizza nel parlato ma svanisce nel cantato, facendo sorgere nei suoi ascoltatori la domanda su chi sia veramente l’uomo di fronte a loro.

Il grande risultato dell’opera è senza dubbio quello di non aver sminuito né la parte musicale né quella teatrale. Le due facce dell’artista si sono mescolate perfettamente in uno spettacolo maturo e coerente nell’insieme, dinamico e coinvolgente. Non è facile risultare così credibili incarnando nella stessa serata più ruoli: c’è un Brunori cresciuto in questi anni di carriera, consapevole delle sue incertezze e forte dei suoi successi; un animale da palcoscenico profondamente rispettoso delle sue origini e mai snaturato nel proprio percorso; un uomo — e un artista — caratterizzato dalla sua terra e dal suo tempo, sospeso tra innovazione e tradizione, tra la voglia di restare e quella di scappare; è Lamezia Milano; è «un vecchio ragazzino dentro il corpo di un uomo», «da nonno Michele a mio nipote Francesco»; «un lupo della Sila tra i piccioni del Duomo». Brunori è tutto questo, ma fondamentalmente siamo noi; ogni essere umano è il frutto del percorso che intraprende.
Siamo così oggi e in questo luogo, non lo eravamo ieri e non lo saremo domani: siamo “Uno, Nessuno e Centomila”, e da qui Canzoni e Monologhi sull’Incertezza. La standing ovation finale viene da sé.

Merita una menzione l’opening act di Nerina Pallot accompagnata da Marc Ferguson, duo acustico dalle sonorità delicate e potenti allo stesso tempo, una scoperta piacevolissima che apre nel migliore dei modi un’altrettanto piacevolissima serata.

 

 

-Gabriele Russo.

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DISCMAN 2.0 – #9 E poi, Giorgio

Benvenuti su Discman 2.0. Oggi vi parleremo di quel non raro fenomeno che è il giudicare un libro dalla copertina; il giudizio a priori non è saggio, in quanto ci si basa su un’idea infondata o, peggio, su quello che gli altri ci inculcano. Così facendo, ci si preclude la possibilità di scoprire possibili libri meravigliosi, ma anche film, album, cantanti, persone…

Ecco: come si può ben notare, stamattina mi son svegliata Immanuel Kant… «Ca t pass» (scusate, dovevo). È bastato un momento e sono ritornata la zassa* di sempre: quando dici che chi nasce tondo non può morire quadrato…
Ritornando ai giudizi avventati, volevo parlarvi del mio rapporto con Giorgio Poi.
Nonostante il successo e la fama nel mondo delle ragazzine in preda alle esplosioni ormonali (sì, sempre loro), ho sempre ritenuto la sua voce un fastidio per le mie orecchie: un miscuglio tra il verso della gazza ladra e la voce di un ragazzetto in pubertà.
Poi però ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo: insospettabilmente, il libro si è aperto, le mie orecchie hanno apprezzato e ho cambiato idea; forse perché l’ho ascoltato nella cornice pazzesca del Farm Festival, tra i trulli di Alberobello; forse perché conosco un ragazzo molto simpatico che gli somiglia tantissimo; forse perché l’ho visto mangiare in solitudine un panino seduto ad un tavolino. Forse perché, rubando una parola alla città che mi ospita con tanta pioggia e immenso amore, è caruccio: bassino, biondo, sempre con un cappellino in testa. Quindi Fa niente, Giorgì! Accetto la tua voce stridula, le cover di Contessa e pure che sei biondo.

Credo fermamente che con cantanti dalla voce fuori dagli schemi il giusto atteggiamento sia: «guarda oltre ciò che vedi». Regà: leggete i testi, ascoltate l’arrangiamento, scoprite il perché delle cose oppure accettate che il ritornello vi entri in testa e basta, come ho fatto io. E, fidatevi, è stato l’inizio della fine. Quando entro in fissa per una canzone succede sempre così e le persone che mi conoscono lo sanno: lo sa mia madre, che quando sono a casa deve sorbirsi il mio djset giornaliero; lo sanno le mie coinquiline; lo sanno Sofia ed Eleonora a lezione. La Madonna sul divano mi ha accompagnato durante Linguistica Generale, nel tragitto casa-università, a fare la spesa.

Oltre alla madonna beata «che se fa er sofà», la cosa che più mi piace di Giorgio Poi –sorvolando sul nido di uccellini gracchianti tra le corde vocali – è che racconta la sincera verità, la vita com’è e non quella che vorrebbe che fosse.
I suoi pezzi sono genuini, da cantare rigorosamente a squarciagola, in doccia, per strada, con gli amici. In Tubature, in Acqua Minerale, in Niente di strano, se non gridi quanto lui, godi solo a metà.
E l’album, Fa niente, è esattamente questo: un insieme di quell’amore spensierato e sincero; della vita di tutti i giorni; di un Patatrac; di un sorriso che non doveva scappare perché tradisce la perfetta maschera da incazzata; di parole rimaste tra i denti; di arance sbucciate e delle foto che non mi fai mai. Questo album è la giusta combinazione tra il vivere in un’altra nazione e l’essere italiano: una nazione che contamina la musica, che contamina il giro di Do all’italiana con suoni nuovi, elettronici e, concedetemelo, anche un po’ vaporwave. Dall’altra parte però, il bisogno necessario dell’italiano e delle sue parole, così intense e belle che tradotte in un’altra lingua non susciterebbero lo stesso brivido, le stesse emozioni.

E dunque, cari figliuoli, non fate come me: apritelo prima ’sto libro, non aspettate che un soffio di vento lo faccia per voi. Chiamatelo destino, fato, karma, Dio onnipotente… Chiamatelo come vi pare (anche se per me rimane sempre vento, che a credere a ’ste stronzate siamo buoni tutti).
Non fate come me, che se avessi aperto il libro prima di agosto scorso, adesso avrei la risposta alla domanda delle domande: «Ma perché sta fissa per il blu? La felpa blu, il dentifricio che era meglio quello blu, l’acqua minerale, le tubature».

Purtroppo è andata così: non ho ancora avuto una risposta, oggi è la Festa della Donna e nessuno m’ha regalato una mimosa (e c’è sciopero dei mezzi).
Io, nel dubbio, ritorno ad ascoltare i carissimi Gipsy King.
Ma niente di strano.

 

*zasso: termine dell’alta Murgia Barese; indica un giovane provinciale o di periferia che si sforza di adeguarsi ai modi di vita cittadini, ma in maniera eccessiva, volgare. 

 

 


-Caterina Calicchio.