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Napoli in tuta acetata

Per questa edizione di Discman vi avevo promesso emozioni forti: ebbene, dopo Raffaella Carrà, per ragioni anche a me sconosciute, ho deciso di parlarvi di un gruppo poco conosciuto, ma che tutti prima o poi dovrebbero ascoltare per vivere più felici.

È successo che tra maggio e aprile scorso, la mia home di Facebook era invasa da questa copertina giallo sbiadito con un disegno al centro: tutti ne parlavano benissimo ed erano molto entusiasti, ma io sono sempre troppo poco curiosa; un bel giorno però, andando contro i miei pigri principi, decisi di ascoltarlo, nonostante avessi abbastanza paura si trattasse del nuovo album di Gigi D’Alessio: sapete, da un disco che si chiama Nuova Napoli, ci si può  aspettare di tutto. E invece no, Nuova Napoli è una delle più belle scoperte di tutto l’anno e definire la musica dei Nu Guinea innovativa o semplicemente strana sarebbe riduttivo: in questi casi, geniale penso sia l’aggettivo corretto… almeno per quanto mi riguarda.

Nu Guinea è un duo italiano, di Napoli per l’appunto, immigrato a Berlino, perché, si sa, nonostante sia la patria delle salsicce e dei crauti, la fredda capitale tedesca è anche il bacino dei suoni elettronici e della musica techno. E così, Massimo Di Lena e Lucio Aquilino, dal 2014 si sono trasformati per il mondo intero nei Nu Guinea e io non potrei essere più contenta. A prescindere dal nome discutibile e incognito, che ancora non mi spiego, l’album Nuova Napoli è così pieno di grinta, energia e bassi che persino Clara si alzerebbe dalla sedia a rotelle per ballare con Heidi e le caprette!

Definiti (da me medesima) gli Abba dei Quartieri Spagnoli, i Nu Guinea mischiano nella stessa traccia le sonorità più tipiche della disco anni ’80, quelle piene di energia, di colore e di coretti femminili degni dei Bee Gees o degli Abba, per l’appunto. In aggiunta, però, la parte meridionale del tutto: il magnifico dialetto partenopeo che rende tutto più popolare, più paesano. Ascoltando le tracce, sembrerà di stare nella strada di Forcella o a San Domenico, le vrenzole sui balconi che chiacchierano e un venditore ambulante che cerca di venderti persino un pelo pubico.

Penso che tra i suoni sintetizzati e un soave “A signor ‘re pizz fritte nun ce sta’ cchiù” si crei una chimica tale da non riuscire a stoppare il disco e a smettere di muovere i fianchi. Con questo disco nelle orecchie, non servirà più fare 4 ore di macchine per giungere alla città più focosa del Mediterraneo e mangiare la pizza più buona del mondo – sappiate che quando si tratta di cibo, sono molto seria – e bere il caffè perfetto.

… Bene, magari per il caffè vi consiglio di non affidarvi alle mie manine di fata e a rivolgervi al bar sotto casa, che magari assomiglia di più a quello napoletano, per tutto il resto, basta aprire bene le orecchie, ascoltare per credere!

 

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REISSUE: Twinkle Echo, Casiotone For The Painfully Alone

Nei primi anni ‘80 la multinazionale Casio lanciò sul mercato diversi modelli di sintetizzatori a basso costo chiamati Casiotone, capaci di emulare diversi strumenti a totale discrezione del musicista; la resa sonora di questi apparecchi però, non accurata, grossolana e dai suoni meccanici, era incapace di accontentare i professionisti. Non c’è quindi da stupirsi se, ad oggi, la loro produzione sia stata praticamente abbandonata e la tecnologia per essi utilizzata sopravviva ancora soltanto in quelle piccole tastierine che solitamente accompagnano i libri illustrati per bambini.
Nel 1997, circa dieci anni dopo, il ventenne californiano Owen Ashworth abbandona a metà gli studi di cinema, mette su carta un paio di pensieri e cerca di tramutarli in musica col solo ausilio di una vecchia tastiera Casio, fino ad allora lasciata a prender polvere. L’idea originale di usare il Casiotone per tracciare uno schizzo da far elaborare ad eventuali musicisti diventerà in seguito un suo esclusivo tratto stilistico: il suo progetto prenderà quindi il nome di Casiotone For The Painfully Alone.
Twinkle Echo (2003) è il suo terzo disco: opera matura quanto atipica, rappresenta un eccellente specchio della sua musica e della sua filosofia compositiva. Grezzi synth e metalliche drum-machine testimoniano la natura bozzettistica dell’offerta: si tratta di una combinazione estremamente pericolosa da maneggiare che tende in molti casi a sfociare in una noiosa cacofonia; questo rischio viene scongiurato grazie a una costruzione melodica fondata sul contrasto tra la dolcezza dei synth e una resa rozza — per così dire — delle percussioni, ai limiti del finto. Il risultato finale ci restituisce una sorta di stramba dolcezza malinconica, in cui il lato percussivo fa sia da accompagnamento ritmico che, quasi, da disturbo alla fluidità delle tastiere.
Non si può però parlare del progetto di Ashworth senza soffermarsi sui testi, vero propulsore e fiore all’occhiello della sua musica. Come è facile aspettarsi da un ex-studente di cinema, Casiotone decide di partire dal concreto, dal ricordo e dal quotidiano, isolando piccole sezioni di un momento o riassumendo una storia più grande tramite un montaggio di immagini significative. To My Mr. Smith si accontenta ad esempio di raccontare il ritorno a casa di un passante fermo ad aspettare il bus, tentando di immaginare i suoi pensieri con commovente delicatezza; Calloused Fingers Won’t Make You Strong, Edith Wong monta attimi della solitaria vita di una violinista e usa i suoi calli e la sua dedizione allo strumento come metafora della sua incolmabile solitudine.
Molti sono i nomi di persona che ricorrono nelle 14 tracce dell’album, le cui storie sono spesso accumunate da un inspiegabile tristezza, la cui cura sembra solamente la nostalgia: Jeane (Jeane, If You’re Ever In Portland) è il ricordo di una fugace notte d’amore durante un tour, rotta dalla partenza verso un’altra meta in cui suonare; Toby (Toby, Take A Bow) è un povero disgraziato che spende le sue giornate chiuso tra quattro mura, saltando da una canzone degli Smiths all’altra, sfiduciato e impaurito dal mondo esterno.
Tante piccole storie che vengono raccontate in poche parole, con una durata media dei brani di appena 2 minuti. Questa scelta, se da un lato forse aiuta a non far venire a noia la grezza composizione musicale, dall’altro fa della condensazione di emozioni forti in singole frasi la sua arma principale, grazie anche al supporto di un cantato poco tecnico ma marcatamente espressivo che ben sa giocare con le pause e le ripetizioni. Un esempio di tutto ciò è l’intenso verso «True love is hard to find» che chiude con una tristezza apocalittica il brano Roberta C., o le due strofe ripetute che costituiscono l’interezza di Giant.
Tirando le somme, Twinkle Echo non è certamente un album le cui sonorità sono fruibili da un ascoltatore casuale ma non è neppure un album che pretende di essere ascoltato distrattamente; è un disco sincero, che fa della sua spontaneità motivo di ammirazione per chiunque cerchi nella musica storie, sentimenti, ricordi e quel pizzico di magia nel sentirli raccontare.

-Vincenzo “Notta” Riccardi.

REISSUE: Illinois, Sufjan Stevens

Quanto può interessarci un concept album sullo Stato dell’Illinois?
Non stiamo neanche parlando della California, del Texas o dello Stato di New York, tutti luoghi che seppur lontani lasciano in noi un certo immaginario quasi magico, esotico, un senso di evasione verso una terra migliore.
Parliamo dell’Illinois. Una terra accidentata e rurale, con Chicago a rappresentare l’unica area metropolitana sul territorio. Intorno a lui piccole città idustriali, sobborghi, piccole aziende agricole. Un luogo intimo e quasi riservato, come un microcosmo, qualcosa che sembra poco c’entri con l’idea di America che tanto amiamo e che vediamo continuamente riconfermata dai nostri film e serie tv preferite.
La materia Illinois è di conseguenza parecchio blanda, incapace di brillare di luce propria come farebbero tanti altri stati e città americane. Almeno che non ci sia dietro una grande penna a farne le veci, quale si dimostra essere in questo lavoro Sufjan Stevens.
Classe 1975, questo folle cantautore americano (dal tuttavia strano nome di origine persiana) accumula per un paio d’anni nozioni storiche e racconti di amici o sconosciuti in chat rooms su questo Stato che tanto lo affascina, plasmando poi queste suggestioni nelle 22 tracce di questo disco, sotto le forme di un indie molto crepuscolare, per certi versi vicino al chamber pop (tra gli esempi più celebri, i primi Arcade Fire), filtrato tuttavia da un abilità da polistrumentista senza pari: in Illinois convivono chitarre, piano, sassofono, flauti, trombe e tanto altro ancora, senza che tuttavia la musica risulti tronfia o virtuosistica, come se una grandiosa orchestra riuscisse a suonare nelle quattro pareti di uno stanzino angusto.
Come On! Feel The Illinoise!” nè è un ottimo esempio: Un piano dismesso esplode improvvisamente in un suono sfacettato e pieno, arricchito addirittura da un coro femminile che non fa altro che conferire al pezzo un clima assolutamente spensierato e orecchiabile.
Ogni suono è incredibilmente necessario e mai ingombrante, e quando le atmosfere si fanno più scarne, lo fanno senza perderne in profondità: “John Wayne Gacy, Jr.” è una soffusa ballata per chitarra e pianoforte, dedicata alla vita del celebre serial killer clown di Chicago. La scrittura e l’interpretazione di Sufjan son talmente perfette da riuscire a farti provare come una sincera pena anche per un pluriomicida, confezionando in assoluto uno dei pezzi più riusciti del disco e uno di quelli più difficili da dimenticare, insieme alla soffusa “Casimir Pulaski Day”, storia di un amore stroncato da un cancro alle ossa, sospeso tra le domande senza risposta a un Dio assente e frammenti di vita quotidiana insieme.
Ma non mi piacerebbe lasciare l’immagine di Illinois come un disco che si piange addosso: la filastrocca per banjo “Decatur, or, Round of Applause for Your Stepmother!“, la quiete e la tempesta rock del richiamo a Superman in “The Man of Metropolis Steals Our Hearts”, passando per l’invasione zombie con coro di cheerleader di “They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back from the Dead!! Ahhhh!” sono solo alcuni degli highlights dell’album, che ci restituiscono una particolarissima eterogeneità dell’offerta, dove a dominare è certo il registro malinconico senza però tuttavia spingersi sullo smielato o sul lagnoso.
La malinconia di Illinois è infatti una malinconia giocosa, beffarda, come lo star toccando il fondo tenendo però gli occhi fissi sulla luce accecante dell’uscita.
Basti solo guardare la tracklist, la presenza invasiva di tracce di brevissima durata, che comunicano grazie ai loro simpatici quanto logorroici titoli (la seconda traccia del disco, che si risolve in una strumentale di appena due minuti) che spesso altro non sono che brevi intermezzi, o continuazioni delle tracce che le precedono oltre a fornire citazioni più precise sulla storia e sui luoghi dell’Illinois.
Se infatti i richiami precisi al soggetto del concept non manchino, non si pensi tuttavia a Illinois come a un album talmente chiuso da renderlo godibile solo a chi conosce ciò a cui Sufjan fa riferimento.
Se per esempio “Chicago” è una bellissima canzone sulle paure e le ansie del viaggio verso la grande metropoli, essa regge tuttavia per descrivere qualsiasi grande viaggio che si concretizzi in avventura. Parla semplicemente delle emozioni generate da un grande cambiamento di prospettiva, tema che ci tocca tutti in modi e momenti diversi della nostra vita.
Tracciando una linea, potremmo dire quindi che l’Illinois esce fuori quasi come un pretesto, un luogo in cui riunire storie, uno stratagemma retorico che ha lo scopo di farle sembrare più vere e tangibili.
Storie di serial killer da compiangere, di bambini che vanno allo zoo durante un inondazione, di morsi di zanzara evitati che fanno sbocciare amori infantili. Storie che solo Sufjan Stevens sa narrare in maniera così viscerale da farmi desiderare di essere lì.

Tracklist:

1. Concerning the UFO Sighting near Highland, Illinois
2. The Black Hawk War, or, How to Demolish an Entire Civilization and Still Feel Good About Yourself in the Morning, or, We Apologize for the Inconvenience but You’re Going to Have to Leave Now, or, ‘I Have Fought the Big Knives and Will Continue to Fight Them Until They Are Off Our Lands!
3. Come On! Feel the Illinoise!
4. John Wayne Gacy, Jr.
5. Jacksonville
6. A Short Reprise for Mary Todd, Who Went Insane, but for Very Good Reasons
7. Decatur, or, Round of Applause for Your Stepmother!
8. One Last ‘Whoo-Hoo!’ for the Pullman!!
9. Chicago
10. Casimir Pulaski Day
11. To the Workers of the Rock River Valley Region, I Have an Idea Concerning Your Predicament
12. The Man of Metropolis Steals Our Hearts
13. Prairie Fire That Wanders About
14. A Conjunction of Drones Simulating the Way in Which Sufjan Stevens Has an Existential Crisis in the Great Godfrey Maze
15. The Predatory Wasp of the Palisades Is Out to Get Us!
16. They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back from the Dead!! Ahhhh!
17. Let’s Hear That String Part Again, Because I Don’t Think They Heard It All the Way Out in Bushnell
18. In This Temple as in the Hearts of Man for Whom He Saved the Earth
19. The Seer’s Tower
20. The Tallest Man, the Broadest Shoulders
21. Riffs and Variations on a Single Note for Jelly Roll, Earl Hines, Louis Armstrong, Baby Dodds, and the King of Swing, to Name a Few
22. Out of Egypt, into the Great Laugh of Mankind, and I Shake the Dirt from My Sandals as I Run

Glitch music, la supremazia dell’errore.

Primi anni ‘90.
In tutta Europa impazza la cultura del rave, della techno, dei 200 BPM e delle più svariate droghe sintetiche. Cultura che tuttavia, proprio negli inizi degli anni ‘90 stava conoscendo una sua prima forte scissione dovuta all’intesificazione dell’interesse politico contro di essi, sopratutto in Inghilterra dove il fenomeno era nato e si era sviluppato. I DJs non si sentivan più quindi strettamente legati alla sola funzione di accendere la festa, ma iniziavano ad acquisire una loro dignità artistica, portando spesso le strade di alcuni di loro a una musica sperimentale, non ballabile, frammentaria.
In Germania ad esempio, nel 1968 nasceva Markus Popp. Appena poco più che ventenne, questo giovane ragazzo tedesco fu capace, con il solo ausilio del suo campionatore, di lasciare una forte impronta nel mondo della musica elettronica.
Nel 1995, con la collaborazione di due colleghi e sotto lo pseudonimo Oval, esce l’album 94 Diskont, e lo scenario musicale che si presenta nell’oretta scarsa di questo loro quarto lavoro è qualcosa di allora mai sentito prima.
Popp compone il disco mandando intenzionalmente in crash le macchine a sue disposizione, le quali collegato poi al suo laptop non riescono a leggere i dati programmati al loro interno, riuscendo a produrre solo suoni distorti o di errore.
Il risultato è una musica rotta e sbilenca, composta di suoni frammentati e atonali, totalmente privi di qualunque musicalità. La lunga traccia iniziale, Do While, retta da un loop di vibrafono (uno strumento simile allo xilofono), va avanti per 24 minuti, scandita da sample distorti quanto rilassanti, come ascoltare musica d’ascensore proveniente da un’altra dimensione.
Da questo disco e da questa assurda pretesa musicale prende quindi vita il Glitch, dal nome attribuito nel linguaggio informatico agli errori delle apparecchiature elettroniche.
In un mondo fortemente in digitalizzazione come quello di quegli anni, di fatto un’anticamera tra l’epoca analogica e quella digitale, l’infallibilità e la precisione delle macchine era un’idea che andava pian piano affermandosi e che dava fiducia in un futuro migliore.
L’invenzione del web forniva una via di accesso privilegiata alle più svariate informazioni sicure e certificate, basti ad esempio pensare alla banale prima commercializzazione dei dispositivi GPS nel 1996, la cui accuratezza nell’individuazione di una posizione era e probabilmente è ancora sconvolgente.
Gli Oval agivano tuttavia di controtendenza, e se la tecnologia si presenteva agli occhi dei sognatori come divina per la sua incapacità di sbagliare, essi ne svelevano i limiti e i difetti, autoetichettandosi come profeti di un “estetica del fallimento”.
Ronzii elettronici, improvvise riduzioni di frequenza, bugs di software e suoni hardware sono la base delle loro composizioni, ripetitive e senza particolari progressioni, dilatate e minimaliste.
Non si può definire infatti il Glitch un genere oltremodo chiassoso, dato che i suoni sgradevoli messi in campo sono comunque giocati in una forma che ricorda più la musica ambient che la dance o la techno dei rave, assumendo quasi a una funzione contemplativa.
Se infatti è una tendenza tipica della post-rave music quella di ibridarsi con suggestioni ambientali, nel caso del Glitch la cosa sembra tuttavia apparire non come sterile denuncia di un elevata fiducia del progresso (più obiettivo di certa musica Industrial) quanto invece come schegge di un manifesto teorico ben più grande.
Dataplex del compositore giapponese Ryoji Ikeda può aiutarci a capire meglio.
Il disco si presenta come la più grande esaltazione dello spirito Glitch: I suoni sono quanto più minimali e scarni possibili, e l’antimusicalità è tale da legittimare l’uso di diverse frequenze ad ultrasuoni, impossibili se non fastidiose da sentire per l’orecchio umano.
La prima sensazione che si ha ascoltando in cuffia l’opera è di sentirsi come parte di un intricato meccanismo digitale, di ricevere i suoni come fossero stimoli elettronici da eseguire. Ascoltando Dataplex ci si sente un po’ meno umani, e si avverte quasi un amore viscerale per questi suoni privi di vita che sembrano elevarti e porti a metà tra la carne e i circuiti, e più il disco avanza più ogni parte del tuo corpo ti sembra meccanica, fredda, più simile a un computer di quanto tu possa immaginare.
Ciò porta a una sola conclusione: niente come il Glitch ci fa sentire in maniera così sincera la nostra condizione di ibridi organico-tecnologici. Niente mai come questa musica ha tentato di fondere l’uomo e la macchina compiendo la semplice operazione, ignorata da tanta presunta arte che ama definirsi futuristica, di restituire l’imperfezione umana nell’errore della macchina e viceversa. Ed è questo che crea la sua stramba fascinazione, il suo attrarre senza apparenti ragioni. Rende noto più che mai (e senza parlare) quanto la tecnologia ha deturpato i nostri spazi più intimi, e quando si sia insediata dentro di noi. In parole povere, ci spiega quanto il nostro smartphone non è solamente nostro, ma è NOI, nella stessa esatta quantità in cui credono di esserlo i nostri pensieri. E ci fa un ultima confessione, ugualmente importante: Se il progresso che sembra spingerci verso un futuro migliore si riscopre come noi animato da limiti e difetti, la tecnologia è il mezzo per cambiare le cose, ma probabilmente non sarà mai la risposta. E che il progresso non rimedia ai nostri errori più di quanto, evolvendoci, possiamo fare noi per farlo.

-Vincenzo “Notta” Riccardi.