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Napoli in tuta acetata

Per questa edizione di Discman vi avevo promesso emozioni forti: ebbene, dopo Raffaella Carrà, per ragioni anche a me sconosciute, ho deciso di parlarvi di un gruppo poco conosciuto, ma che tutti prima o poi dovrebbero ascoltare per vivere più felici.

È successo che tra maggio e aprile scorso, la mia home di Facebook era invasa da questa copertina giallo sbiadito con un disegno al centro: tutti ne parlavano benissimo ed erano molto entusiasti, ma io sono sempre troppo poco curiosa; un bel giorno però, andando contro i miei pigri principi, decisi di ascoltarlo, nonostante avessi abbastanza paura si trattasse del nuovo album di Gigi D’Alessio: sapete, da un disco che si chiama Nuova Napoli, ci si può  aspettare di tutto. E invece no, Nuova Napoli è una delle più belle scoperte di tutto l’anno e definire la musica dei Nu Guinea innovativa o semplicemente strana sarebbe riduttivo: in questi casi, geniale penso sia l’aggettivo corretto… almeno per quanto mi riguarda.

Nu Guinea è un duo italiano, di Napoli per l’appunto, immigrato a Berlino, perché, si sa, nonostante sia la patria delle salsicce e dei crauti, la fredda capitale tedesca è anche il bacino dei suoni elettronici e della musica techno. E così, Massimo Di Lena e Lucio Aquilino, dal 2014 si sono trasformati per il mondo intero nei Nu Guinea e io non potrei essere più contenta. A prescindere dal nome discutibile e incognito, che ancora non mi spiego, l’album Nuova Napoli è così pieno di grinta, energia e bassi che persino Clara si alzerebbe dalla sedia a rotelle per ballare con Heidi e le caprette!

Definiti (da me medesima) gli Abba dei Quartieri Spagnoli, i Nu Guinea mischiano nella stessa traccia le sonorità più tipiche della disco anni ’80, quelle piene di energia, di colore e di coretti femminili degni dei Bee Gees o degli Abba, per l’appunto. In aggiunta, però, la parte meridionale del tutto: il magnifico dialetto partenopeo che rende tutto più popolare, più paesano. Ascoltando le tracce, sembrerà di stare nella strada di Forcella o a San Domenico, le vrenzole sui balconi che chiacchierano e un venditore ambulante che cerca di venderti persino un pelo pubico.

Penso che tra i suoni sintetizzati e un soave “A signor ‘re pizz fritte nun ce sta’ cchiù” si crei una chimica tale da non riuscire a stoppare il disco e a smettere di muovere i fianchi. Con questo disco nelle orecchie, non servirà più fare 4 ore di macchine per giungere alla città più focosa del Mediterraneo e mangiare la pizza più buona del mondo – sappiate che quando si tratta di cibo, sono molto seria – e bere il caffè perfetto.

… Bene, magari per il caffè vi consiglio di non affidarvi alle mie manine di fata e a rivolgervi al bar sotto casa, che magari assomiglia di più a quello napoletano, per tutto il resto, basta aprire bene le orecchie, ascoltare per credere!

 

La ricerca non ha dato alcun esito positivo. Riprova inserendo altri termini

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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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DISCMAN 2.0 – A Cuore Pesante

ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!

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Nella seconda stagione di Discman 2.0 ho deciso di spogliarmi davanti ai vostri occhi e di farvi realmente scoprire quello che ascolto ogni giorno della mia vita nonostante si siano rotti gli auricolari.
Finalmente, dopo anni di ascolti, ho dato un senso a quello che ho sempre fatto inconsapevolmente: ascoltare musica del secolo passato, dalla musica dance al cantautorato, dal rock’n’roll alla cumbia.
Ascoltando musica di gente per lo più morta o stagionata, mi sono resa conto che, nel marasma che è la musica a me contemporanea, mi sento di salvare all’incirca 10 nomi su 1000, di cui vi parlerò mentre il nuovo CD gira all’interno del Discman.
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Dieci su mille ce la fanno.
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Ed eccomi, dunque, a parlarvi di Riccardo Sinigallia.
Sinigallia, che i diversamente giovani ricorderanno nei Tiromancino, è un cantante a cui voler bene: due occhi chiari all’ingiù, piercing al sopracciglio ed un cespuglio di capelli ricci e scuri. Sarebbe la descrizione dell’uomo della mia vita, se non fosse che potrebbe benissimo essere, se non mio padre, mio zio.
Ricordo di averlo scoperto per la prima volta al festival di Sanremo, nel lontano 2014, anno dei Perturbazione e di Zibba: con “Prima di andare via” ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!
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È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva

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Sebbene di lui non si abbiano molte tracce, è riuscito a far sapere a tutti che ha scritto un nuovo disco e che presto lo farà ascoltare in tutta Italia.
E così, il 14 settembre 2018 esce Ciao cuore: 9 tracce e una chitarra che non suona più la stessa musica.
Ad oggi, Sinigallia non è pop, nè alternativo, nè rock: Sinigallia è Sinigallia, e Ciao cuore non è un disco facile da comprendere, o almeno non lo è stato per me.
È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva che si rivela quello più vero, con mille cose da dire ma che non ha mai il coraggio di fiatare, fino a quando non trova la persona giusta. E la pubblicazione dell’album descrive esattamente questo: l’arrivo della persona giusta che lo ha spinto a cantare di nuovo e non solo a produrre gli altri; lo ha spinto a mettersi in gioco, ad innovarsi e accantonare la chitarra acustica per dedicarsi ai suoni elettronici, ad essere aggiunto nuovamente nella playlist di Spotify “Indie Italia”… qui ci sarebbe molto da dire, ma non voglio tediarvi più di tanto.
Nonostante la voglia di mettersi in gioco, Ciao cuore rimane un disco ermetico, difficile da interpretare al primo ascolto ma anche dopo: un senso di insoddisfazione rimane nelle orecchie, perché senti di non aver capito tutto quello che aveva da dire.
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Gli spartiti e i testi di tutto l’album oscillano tra razionalità e filosofia, hanno la
capacità di far viaggiare la mente altrove e poi farla ritornare nella tua camera,
ricordandoti che le uniche dimensioni esistenti sono lo spazio e il tempo: quando mi interrompi a colpi di realtà.
Filosofia e ragione, un ossimoro, una guerra perpetua nel corso dei secoli: da una parte la filosofia che apre la mente e fa uscire dagli schemi, dall’altra la ragione, un treno che segue i binari e non deraglia mai; e, da un’altra parte ancora, le donne: che siano di destra con le unghie smaltate o che sia Dudù, all’interno dell’album passeggiano donne da una traccia all’altra, senza pensieri, leggere.
Donne anche sul palco, la sua donna sul palco: la compagna che da sempre è al suo fianco, che lo ha sostenuto sia con il basso che con il cuore, la stessa donna che guarda intensamente negli occhi mentre la chitarra suona: una sinfonia perfetta, colonna sonora dell’incontro di due cuori complementari, del mondo moderno in
equilibrio tra la pace e l’amore vero… “seh, ciao cuore!”
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-Caterina Calicchio

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DISCMAN 2.0 – #14 I leoni dei trulli

Come penso avrete capito dopo ben 14 articoli, Roma mi ha adottata, ma la mia mamma è un’altra: la Puglia. Il mio è un paese dell’alta Murgia, nella regione chiamata “la Jamaica italiana”: forse perché siamo un po’ scuretti di pelle, perché c’è un clima perfetto per la crescita di qualsiasi tipo di piantagione o perché abbiamo il sole in fronte (alcuni ne hanno anche troppo). Jamaica forse per la musica: il reggae. In tanti hanno provato a suonare quelle melodie per le quali il sedere si stacca e balla da solo mentre tu sei con una torcia in mano a cercare la bellezza della vita, e tra quelli che ci hanno provato e che continuano a farlo voglio presentarvi un gruppo a cui tengo particolarmente, che ho visto nascere, crescere e… volare. Direttamente dai trulli di Alberobello, i Lion’s Cage.

Per presentarveli al meglio, ho voluto che loro stessi vi parlassero della loro musica e dei loro dread: ecco a voi le mie 4 chiacchiere con Irven, il cantante.

Long live Reggae music, buona lettura.

Comincio col dire che io vi conosco dai tempi della “Giornata dell’arte” del liceo ma non vi ho mai chiesto come mai vi chiamate così. Ebbene, adesso è arrivato il momento: cosa significa Lion‘s Cage? Perché “la gabbia del leone”?

La gabbia del leone rappresenta la vita e ogni suo aspetto, rappresenta l’esperienza, le difficoltà e le gioie: un cammino lunghissimo, anche se la gabbia ci appare piccola e stretta. Il Leone è la gabbia, come la Gabbia è il leone. L’individuo è il mondo, come il mondo rappresenta tutte le realtà che l’individuo si costruisce intorno: la realtà è il riflesso di come ci poniamo ad essa, il prodotto di ciò che vogliamo vedere. Niente è meglio di una gabbia per produrre in qualcuno la sensazione di essere più grande di ciò che si è, per trasmettergli la voglia di aprirla e di fare lo sforzo di lavorare su se stessi per capire quali limiti ci si pone senza nemmeno aver provato!

Perché il pubblico dovrebbe ascoltare proprio voi e non un altro gruppo reggae? Convincetemi.

Il pubblico non dovrebbe ascoltare noi al posto di un altro gruppo reggae… ma potrebbe farlo per curiosità, per distaccarsi dalle solite tematiche che girano intorno alla scena reggae, per la ricerca di un sound differente!

Continuando a parlare dell’immagine, ho notato che quasi tutti avete i dread, siete rastaman: tra le tante cose, condividete tutti il pensiero rastafari o è solo una coincidenza?

Come dico nel brano Dreadlock: «a volte avere i dreadlock è solo una bella acconciatura». Ci sono molti dei temi Rastafariani come libertà, uguaglianza e ribellione che condividiamo sicuramente, ma non sono i soli messaggi che cerchiamo di dare con la nostra musica e con la nostra immagine. Certo, l’acconciatura dà un tocco esotico al gruppo, ma di rastafariano c’è ben poco! Io, ad esempio, sono di una religione che ama la buona volontà ed il fine stesso della vita: l’esperienza.

Cosa rappresenta Real life, questo primo album che avete pubblicato?

Real Life è la rappresentazione tangibile di tutti gli elementi caratteriali, fisici ed energetici della vita terrena: nove step, al settimo si trova la vita reale, l’illuminazione. Ma non è lì che si raggiunge l’apertura della famosa “Gabbia del leone”; vivere la vita reale in tutta la sua purezza lo si può solo con l’esperienza (traccia che chiude l’album). Real Life è l’inizio di un racconto che durerà quanto una vita di cambiamenti, avventure, storie e lezioni che aiuteranno il leone a crescere man mano.

Rispetto all’impronta ska iniziale state andando sempre più verso il “reggae delle 4:20” (permettetemelo). Avete voluto sperimentare o questa è la scelta definitiva?

Il reggae delle 4:20 mi piace, funziona! È un reggae fatto per rilassarsi e pensare, ballare e stare in compagnia di se stessi; siamo cresciuti dai tempi di Bredda Mikael, dando al nostro reggae l’impronta jazz e “pesante” tipica del genere più vicino alle radici che lo caratterizzano. Ma i Lion’s hanno una vena guerriera, ne sentirete delle belle!

Cosa dobbiamo aspettarci da voi? Progetti futuri?

Statene certi! I Lion’s Cage stanno viaggiando nel cosmo in cerca di nuove idee e soprattutto di se stessi, sempre più vicini a un punto saldo e resistente (“un centro di gravità permanente”), avranno come tutti delle difficoltà lungo il cammino, ma sarà in queste che vedranno delle opportunità! Nasce così il secondo album che ti annuncio in anteprima: We Care Of All Dem. Detto ciò, tenete ampi gli spiriti, che vi veniamo a prendere!

 

 

 -Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #11 Motta(non)sonopiùio

Ben ritrovati su Discman 2.0, rubrica musicale creata con l’unico intento di ricevere un discman come regalo inaspettato grazie alle mie capacità di intrattenervi con le parole – o, più probabilmente, grazie a quelle di ammorbarvi fino a farvi esclamare «Eddai! Regaliamogliene uno!».
Questa settimana ho deciso di parlarvi di un artista che, poco a poco, sta subendo una metamorfosi che non mi piace per niente (in realtà non è che non mi piaccia, piuttosto non la accetto poiché è quel tipo di cambiamento che avverrà anche in me, prima o poi). Alto, magro, capelli ricci, faccia con chili di droga sotto le occhiaie: no, non è Galeffi, è Motta. Lo so, non potrà mai reggere il confronto con il caschetto di Ruggero, ma diciamo che i suoi riccioli hanno quel “non so che” di necessario: Motta rappresenta per me la colonna sonora di un’adolescenza di pianti, cuori spezzati e sorrisi senza motivo… o, forse, rappresentava. Parlo al passato perché oramai mi sa che l’amore gli ha dato alla testa e quel senso di spleen e di incertezza generale che mi faceva sentire a mio agio, non c’è più. Chissà cosa gli ha fatto, la «Cagna maledetta»…

Se nel suo primo lavoro, La fine dei vent’anni, la cattiveria, la rabbia e i ritmi tribali dei Criminal Jockers erano onnipresenti, adesso le cose sono un po’ cambiate ed è proprio per questo che ho deciso di raccontarvi della mia relazione con la sua musica adesso, perché ho paura di un prossimo album fatto più col cuore, che col disagio.
Paroliere come pochi, Motta è sempre stato la nota macabra in un panorama pieno di felicità: basti pensare a pezzi come Bestie o Fango, o più semplicemente all’immagine di lui a torso nudo che canta mentre suona la batteria. Pazzesco, no? Come la magia della noia, come Roma che mi prende dal collo e poi mi lascia per terra, come la paura di dovere stare bene che prima o poi ci passerà; pazzesco come sentirsi dedicare Sei bella davvero senza capire effettivamente il senso di questa dedica perché non te l’hanno mai spiegato senza giri di parole, senza quella concretezza di cui ogni tanto abbiamo bisogno. Questa parola, che sembra avere il peso di una tonnellata di cemento armato dovrebbe in realtà fare bene più che spaventare; è infatti la concretezza che ha portato Motta a scrivere La nostra ultima canzone, ricominciando a parlare di “noi”, per essere felici senza pensare troppo a quello che viene dopo, solo per il gusto di esserlo o perché lo si vuole essere. 

Perché, d’altronde, il peso delle parole è soggettivo e dipende da quanta paura – e quanta voglia – si ha di affrontarle; in questo modo persino un elefante potrebbe pesare quanto un colibrì nell’immaginazione, ma tutto deve partire dal proverbiale criceto che gira nel cervello. Dato però che il mio di criceto si è svegliato e ha deciso che ho fame, concludo questo articolo non troppo simpatico con la strofa tatuata nella mia mente e che, insieme al benedetto stile di vita “sticazzi”, mi fa essere quello che sono adesso: un po’ a cazzo di cane. Ma che volete fare, è andata così.

 

«Le parole son qualcosa di importante, di cui ti armi per uccidermi la mente».

Nota: ogni riferimento non è assolutamente casuale.

 

 

 

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #10 Timidamente Ruggero

Marzo è quel mese dell’anno parecchio pazzerello, che quando esce il sole prendi l’ombrello, in cui nascono i bambini sotto il segno dei pesci, dove i fiori sbocciano e contemporaneamente i nasi si chiudono.
Marzo è il mese del risveglio in tutti i sensi: dopo il lungo inverno passato in letargo tra maglioni di lana e pantaloni di velluto, le donzelle cominciano a scoprirsi, cominciano a mostrare lo stacco di coscia, rinascono tutti i cervi a primavera e gli uccelli si risvegliano e cominciano a ballare meglio di Gianluca Vacchi. In una parola: per me marzo è primavera.
Dato però che lo stacco di coscia da mostrare non ce l’ho, ho deciso di spogliarmi (placate gli uccellini e finite di leggere) in un altro senso: mi tolgo di dosso il vestito indie e vi svelo uno dei miei guru, uno dei maestri di vita che ogni giorno mi ispira in quasi tutte le cavolate che dico, colui che tutto muove e tutto puote: Ruggero de I Timidi.
Adesso, ingrati, vi starete sicuramente chiedendo: «e quest’altro chi è?»
Bene, siete fortunati perché oggi ho finito la mia dose di cattiveria mentre tornavo a casa con le pinne, quindi sarò gentile e pacata e non mi arrabbierò per il fatto che avete ignorato fino a questo momento un artista timidamente eccezionale.

Ruggero è l’uomo dal caschetto nero che fa impazzire il mondo intero: ciò detto, spero stiate andando a cercarlo su Internet per capire il senso del mio elogio a una parrucca; se invece lo conoscete già, sarete d’accordo con me nell’affermare che Ruggero è l’uomo delle hit dell’estate, l’uomo del reggaeton e della salamella in riva al mare.
Arrivati a questo punto, due sono le categorie di persone riscontrate (che Darwin levate proprio): chi, divertito, comincia ad ascoltare i brani più popolari e chi ha chiuso la pagina internet dandomi di “sconnessa completa”. La sconnessa, innanzitutto, vi ringrazia per il complimento e poi vi assicura che vi state perdendo qualcosa di speciale. Poco importa che sia un uomo sui quarant’anni, diversamente magro e con una faccia a metà tra un putto e un panettone, se è lo stesso ha scritto un capolavoro come Quello che le donne dicono. Adesso non mi venite a dire che non sognate anche voi di essere Fabiana Incoronata Bisceglia e di far parte del coretto che canticchia: perché non lo vuoi amare?.
Dovete ammettere che è sincero, forse anche troppo sincero, e che l’ukulele, l’orchestra timida e il coro femminile rendono il tutto più orecchiabile e migliore di tutta la musica che circola ora; e soprattutto, care compagne con le ovaie, dovete ammettere che Ruggero ha capito tutto quello che abbiamo sempre cercato di nascondere ai maschietti: vi lascio immedesimare e capire la cosa che per voi ha azzeccato di più — io non metto bocca, che già mi sono esposta abbastanza. 

Ruggero è neo-neorealista, e quando uno è neo-neorealista, certe cose le capta e non ci mette niente a farle diventare poesia: tuo figlio ti chiede «cosa sono i trans?»
Facile, è come aver fratello con sorella, uniti in una persona sola.
Avete conosciuto una donzella di facili costumi e non sapete come elogiarla? Ruggero ha la soluzione: Come sei bella, come sei strana, ti piace il succo di banana!
Adesso capite perché parlo di un Maestro e della colonna sonora della vita? Avete capito perché devo ringraziare i miei amici che, in una sera d’estate — forse era inverno, ma son passati pure 3 anni e vi ricordo che ho una memoria da pesce rosso — hanno cominciato a strimpellare con la chitarra e se l’argomento a mancare viene, le donne parlan di lunghezza del…?
Mi è piaciuto così tanto, che non ho potuto non divulgare la sua magia nel programma radio Tuttigusti+1 che facevo con le mie super Spicegirls Alessia e Antonella, l’anno scorso in casa, qui a Roma… E adesso sto divulgando la magia anche a voi. Perché il mondo deve sapere che esistono cantanti capaci di scatenare tzunami, come Ruggero de I Timidi.

…Tra l’altro, what has Ruggero that Vasco non have?

Che il trash e l’autoironia siano sempre con voi

 


-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #9 E poi, Giorgio

Benvenuti su Discman 2.0. Oggi vi parleremo di quel non raro fenomeno che è il giudicare un libro dalla copertina; il giudizio a priori non è saggio, in quanto ci si basa su un’idea infondata o, peggio, su quello che gli altri ci inculcano. Così facendo, ci si preclude la possibilità di scoprire possibili libri meravigliosi, ma anche film, album, cantanti, persone…

Ecco: come si può ben notare, stamattina mi son svegliata Immanuel Kant… «Ca t pass» (scusate, dovevo). È bastato un momento e sono ritornata la zassa* di sempre: quando dici che chi nasce tondo non può morire quadrato…
Ritornando ai giudizi avventati, volevo parlarvi del mio rapporto con Giorgio Poi.
Nonostante il successo e la fama nel mondo delle ragazzine in preda alle esplosioni ormonali (sì, sempre loro), ho sempre ritenuto la sua voce un fastidio per le mie orecchie: un miscuglio tra il verso della gazza ladra e la voce di un ragazzetto in pubertà.
Poi però ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo: insospettabilmente, il libro si è aperto, le mie orecchie hanno apprezzato e ho cambiato idea; forse perché l’ho ascoltato nella cornice pazzesca del Farm Festival, tra i trulli di Alberobello; forse perché conosco un ragazzo molto simpatico che gli somiglia tantissimo; forse perché l’ho visto mangiare in solitudine un panino seduto ad un tavolino. Forse perché, rubando una parola alla città che mi ospita con tanta pioggia e immenso amore, è caruccio: bassino, biondo, sempre con un cappellino in testa. Quindi Fa niente, Giorgì! Accetto la tua voce stridula, le cover di Contessa e pure che sei biondo.

Credo fermamente che con cantanti dalla voce fuori dagli schemi il giusto atteggiamento sia: «guarda oltre ciò che vedi». Regà: leggete i testi, ascoltate l’arrangiamento, scoprite il perché delle cose oppure accettate che il ritornello vi entri in testa e basta, come ho fatto io. E, fidatevi, è stato l’inizio della fine. Quando entro in fissa per una canzone succede sempre così e le persone che mi conoscono lo sanno: lo sa mia madre, che quando sono a casa deve sorbirsi il mio djset giornaliero; lo sanno le mie coinquiline; lo sanno Sofia ed Eleonora a lezione. La Madonna sul divano mi ha accompagnato durante Linguistica Generale, nel tragitto casa-università, a fare la spesa.

Oltre alla madonna beata «che se fa er sofà», la cosa che più mi piace di Giorgio Poi –sorvolando sul nido di uccellini gracchianti tra le corde vocali – è che racconta la sincera verità, la vita com’è e non quella che vorrebbe che fosse.
I suoi pezzi sono genuini, da cantare rigorosamente a squarciagola, in doccia, per strada, con gli amici. In Tubature, in Acqua Minerale, in Niente di strano, se non gridi quanto lui, godi solo a metà.
E l’album, Fa niente, è esattamente questo: un insieme di quell’amore spensierato e sincero; della vita di tutti i giorni; di un Patatrac; di un sorriso che non doveva scappare perché tradisce la perfetta maschera da incazzata; di parole rimaste tra i denti; di arance sbucciate e delle foto che non mi fai mai. Questo album è la giusta combinazione tra il vivere in un’altra nazione e l’essere italiano: una nazione che contamina la musica, che contamina il giro di Do all’italiana con suoni nuovi, elettronici e, concedetemelo, anche un po’ vaporwave. Dall’altra parte però, il bisogno necessario dell’italiano e delle sue parole, così intense e belle che tradotte in un’altra lingua non susciterebbero lo stesso brivido, le stesse emozioni.

E dunque, cari figliuoli, non fate come me: apritelo prima ’sto libro, non aspettate che un soffio di vento lo faccia per voi. Chiamatelo destino, fato, karma, Dio onnipotente… Chiamatelo come vi pare (anche se per me rimane sempre vento, che a credere a ’ste stronzate siamo buoni tutti).
Non fate come me, che se avessi aperto il libro prima di agosto scorso, adesso avrei la risposta alla domanda delle domande: «Ma perché sta fissa per il blu? La felpa blu, il dentifricio che era meglio quello blu, l’acqua minerale, le tubature».

Purtroppo è andata così: non ho ancora avuto una risposta, oggi è la Festa della Donna e nessuno m’ha regalato una mimosa (e c’è sciopero dei mezzi).
Io, nel dubbio, ritorno ad ascoltare i carissimi Gipsy King.
Ma niente di strano.

 

*zasso: termine dell’alta Murgia Barese; indica un giovane provinciale o di periferia che si sforza di adeguarsi ai modi di vita cittadini, ma in maniera eccessiva, volgare. 

 

 


-Caterina Calicchio.

DISCMAN 2.0 – #3 Ho tanta voglia di infinite prugne del Pam

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)

 

Dal Brasile a Milano, passando per la Via di Gioia fino ad arrivare a Roma: sembra un pezzo di Jovanotti, invece è solamente quello che due settimane fa è successo al Monk.
Un concerto pazzesco, un connubio perfetto tra i Selton e gli Eugenio in Via di Gioia.
Se dovessi collocarli in una categoria, direi che loro fanno parte dei fuorisede della musica alternative italiana, espressione che d’altronde manda in subbuglio le ragazzine in preda a esplosioni ormonali.
C’è chi attraversa in lungo l’Italia per studiare Design a Torino e chi attraversa una discreta pozza d’acqua, anche chiamata Oceano, per cercare il paradiso in una città in cui di paradiso ci sono solo le merendine Kinder… Ecco, capite bene che i fuorisede per eccellenza sono loro e non una Caterina (io) che viene dal profondo sud con millemila valigie da 50kg!
Ora, la domanda è: perché  hanno suonato la stessa sera, nello stesso posto, a dieci minuti di distanza l’uno dall’altro? Perché entrambi i gruppi sono formati da 4 persone? Perché vengono dal “Norde” entrambi? Penso non lo saprò mai e, anche se in  questo momento mi sento una liceale che parafrasa la Divina Commedia, son sicura che è stato un puro caso!
Allegorie a parte, sono rimasta estasiata ancora una volta dai concerti di queste due boy baaands che già da tempo avevano conquistato un posto nel mio cuorecinico, insieme a Noci, al Brasile, all’estate, alla “bossa”, alle prugne e a tante altre cose che non sto qui ad elencarvi.
Sarebbe perciò “gajardo” (ho imparato un nuovo termine romano e mi sembrava giusto metterlo in mezzo) se dopo aver letto il mio articolo gajardo, apriste loro le porte del vostro cuore gajardo.

Per descrivere gli Eugenio in Via di Gioia, “pazzi” è l’unico aggettivo che mi viene in mente. Pazzi o geniali, anzi: pazzi e geniali… Quindi sono due gli aggettivi che mi vengono in mente se penso a loro (che per pigrizia chiamerò Eugenio e basta perché, ragazzi, ma che nome chilometrico vi siete scelti?!). Che Eugenio è un giovane illuminato, si sapeva già; per appurare invece che anche tutti gli altri componenti sono illuminati, vi basta sentirli suonare dal vivo: con un batterista che si trasforma in un cane, un bassista/nomedelprimoalbum che si crede una rockstar e un tastierista che dal reparto bio Valsoia di un supermercato ci catapulta tra gli animali dell’Africa, ditemi voi se non sono illuminati!
La cosa più bella però (ovviamente dopo il barrito dell’elefante) è che durante I concerti, questa loro illuminazione la trasmettono anche al pubblico… sempre a risparmio energetico, s’intende: è un clima di amicizia generale, che anche se fuori da quella stanza vorresti prendere a schiaffi la tizia con la pelliccia fucsia, durante il concerto, entri nel loro mondo stravagante fatto di cubi di Rubik, gente con sette camicie e cani su Facebook… e tutti ti sembrano più simpatici.

Dall’altra parte, invece, e dico proprio così perché è dall’altra parte della sala che hanno suonato, i romantici Selton.
Sì, perché i Selton sono uno di quei gruppi che farebbero nascere il dotto lacrimale anche a una pietra! Non so se avete presente il genere, e se non ce l’avete presente, ascoltate Stella rossa, tra le altre. Stella rossa è uno di quei pezzi che ti toglie le forze: se l’ascolti passeggiando per strada e casualmente incroci lo sguardo di un individuo del sesso opposto, beh, penserai sia un colpo di fulmine e che lui sia la tua stella rossa… mentre lui, invece, starà pensando di chiamare l’ospedale per un T.S.O. immediato.
Amore a parte, i Selton sono patchwork: dai ritmi brasiliani che farebbero sculettare anche mio nonno, al “romanticismo esaggeraaato” come direbbero a Napulè, fino alla Banana à Milanesa, album di cover di Enzo Jannacci per cercare di riconoscersi in una grigia ma paradisiaca Milano.

Nonostante con le loro canzoni cerchino di convincerti che Milano sia un paradiso e che nel 2050 diventeremo tutti vegani, vi consiglio vivamente di ascoltarli, meglio se dal vivo.
E sarete più felici e spensierati.
E mi ringrazierete. 

 

 

-Caterina Calicchio.

DISCMAN 2.0 – #1 Sul treno di Frah Quintale

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)

 

Hai mai visto mai un ragazzo di nome Francesco che scrive, disegna, cammina per Brescia, viaggia nei treni la notte? Beh, dovresti… anzi dovreste. E subito.
Ecco a voi Frah Quintale, cantante hip hop / rap che sbarca in tutta Italia dalla scena lombarda con furore… o col furgone,ancora non s’è capito, con il suo album d’esordio “Regardez-moi”, fuori il 24 novembre.
La maggior parte degli ascoltatori, tuttavia, la sua maschera di cartapesta a forma di pallone  l’aveva già vista da tempo . Infatti , progetto “Fratelli Quintale” a parte, il Frah aveva già fatto parlare di sé pubblicando i suoi singoli in una playlist di Spotify, Lungolinea. Ed è proprio così che gli ascoltatori di musica incalliti (io) l’hanno scoperto: a me per esempio, mesi fa è partita Colpa del vino in casuale su Spotify e da quel momento non ho potuto più fare a meno di ascoltare i suoi pezzi.
Sì, perché Frah Quintale con le sue parole semplici che raccontano di un amore complicato e mai corrisposto, che parlano di una Brescia con il suo graffito di Filippo Minelli su un hotel lussuoso mai utilizzato nei pressi della stazione, ti inebria. E questa volta non per colpa del vino.
Tra borghesi incazzati e rumeni ubriachi, un autobus perso, un amico che ti aspetta alla fermata e una ragazza che proprio non ti si fila perché sei solo un accattone, l’album è l’esatta immagine di quello che un ragazzo di 25 anni vive ogni giorno della sua vita, da qui alla fine dell’adolescenza (perché così si può chiamare, visti i tempi). Un ragazzo che vorrebbe fare tante cose ma che alla fine rimane sempre lo stesso, bloccato da forze maggiori nella sua città a fumare e bere con gli amici, con in testa sempre la stessa persona.
È un’immagine, anche perché le copertine sono tutte diverse, disegnate a mano da lui, che è entrato nel “ghetto” ma bresciano in questo caso della cultura hip hop nel 2002, proprio dipingendo.
Con la schiettezza che solo lui sa usare e una parte strumentale che dal ritmo tranquillo di Fare su, passa per il ritmo veloce e costante di Sì, ah (lascio scoprire a voi il perché ) per poi esplodere in pezzi come Gravità, Frah Quintale si è piazzato al centro di in un panorama, quello del rap italiano, così vasto da poter rimanere facilmente nell’ombra.
In poco tempo ha conquistato 8 miliardi di persone, facendo scuola a più della metà degli “pseudo rapper” di oggi.

“E sarò un disperato e non ci hai mai sperato, ma sono ancora qui
Se vado a fondo, grazie, imparo a usar le branchie”

Sarà per questo?

Regardez-le.

 

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-Caterina Calicchio.