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Brunori Sas, Vol. 1(0) – Cosa vuol dire essere cresciuta in questo decennio con Dario Brunori

Era il 2009 quando per la prima volta sulla scena musicale appariva un certo Brunori Sas: un nome emblematico ed immediatamente riconoscibile, certo, ma quello che l’ha sempre caratterizzato di più è stato il fatto di aver riportato il cantautorato all’interno del dibattito musicale nazionalpopolareDario Brunori (al secolo), calabrese di nascita e di cultura, è riuscito con i suoi testi profondi e allo stesso tempo delicati a farci riflettere sul quotidiano, sul nostro vissuto, sul sociale e (anche) sulla politica.

Dieci anni fa. A guardare indietro sembra un secolo, eppure è un arco temporale abbastanza breve. Dieci anni fa arrivava nelle nostre cuffie e nei nostri stereo quello che è il primo lavoro del cantautore calabrese, Volume 1, che oggi ha voluto lui stesso ricordare con un video (link: https://www.youtube.com/watch?v=lgpS3IT3RGI&feature=youtu.be) in cui il Darione nazionale ha intonato una delle sue canzoni più famose: Guardia ’82.

Guardia (Piemontese, ndr) non è altro che la località di mare in cui sono cristallizzati i ricordi, da quelli dell’infanzia a quelli della maturità passando per l’adolescenza: è un locus amoenus dove possiamo ritrovare noi stessi, anche a distanza di anni. Sembra proprio quello che ha voluto ricordarci Brunori con questo video: non dimenticare l’origine, l’inizio della propria avventura artistica, senza nostalgia, perché tanto altro ha da dirci (o meglio, lo spero).

Comunque sia, gli elementi del grande cantautore emergono già in questa opera prima, anche se non era scontato arrivare ai traguardi raggiunti, soprattutto tenendo conto del contesto in cui l’album è nato.

volume uno brunoriVol.Uno (copertina) Brunori Sas

In un 2009 fatto da giovani hipster (l’indie era ancora una nebulosa in via di espansione), Dario Brunori ha già 32 anni. Non aveva la barba, che fa molto cantautore; ammettiamolo, era uscito senza hype con due baffi sul viso, occhiali da pentapartito e look da impiegato provinciale,  ma con una semplice chitarra acustica ha saputo dare vita a una sublime rivoluzione linguistica, in un panorama italiano molto diverso da quello attuale. Infatti non tardano ad arrivare i primi riconoscimenti nazionali: Premio Ciampi come miglior disco d’esordio, Targa Tenco come miglior esordiente, 140 date in Italia, premio KeepOn come miglior live della stagione.

Il merito di Vol. 1 è stato quello di inserirsi autonomamente in un frangente di rinnovamento per la scena, insieme ai coetanei “Canzoni da spiaggia deturpata” di Vasco Brondi e “L’amore non è bello” di Dente. Tutti e tre cantautori. Tutti e tre nomi che hanno avuto un peso rilevante nella trasformazione della musica italiana.

La storia di Brunori era diversa rispetto a quella dei due colleghi: meno alternativo e sofisticato, più solare e popolare; Brunori Sas è proprio il cantautore che ha ripreso il senso popolare della musica, quello che identifica un genere (in questo caso cantautorale) che è potenzialmente per tutti. Quello di Dalla e Rino Gaetano, per intenderci.

Proprio la somiglianza con quest’ultimo, origini calabresi a parte, è stato parte integrante di un lungo post firmato TheGiornalisti datato 2012.

(link: https://www.facebook.com/thegiornalisti/posts/448311198543929)

Quella fu la svolta. La svolta che fece capire all’Italia degli anni 2010 che c’era bisogno di un cantautore, nel senso più nobile e popolare del termine.

Fu la svolta anche per me. Dodicenne, cresciuta con la grande tradizione cantautorale italiana, ma che non aveva in playlist nessun brano contemporaneo in lingua italiana.
Erano gli anni in cui, pur di non sentire il pop-smielato e la musica commerciale in circolazione, ero “costretta” a recuperare i grandi nomi del passato, soprattutto quelli dei gloriosi anni ’60 e ’70.
Stavo crescendo, maturando, e quei “compiti a casa” svolti in terra straniera, tanto mi aiutarono a capire la musica e i testi di chi, da lì a qualche anno, avrebbe occupato un posto rilevante nel mondo musicale italiano. Brunori è stato il secondo “amore”, per me. Il primo si chiamava Le Luci della Centrale Elettrica (alias Vasco Brondi), che lo scorso dicembre ha salutato le scene, ma questa è un’altra storia.

Dario Brunori, a differenza di Vasco, ha risvegliato in me una forte criticità e un forte sentimento alla vita “provinciale” che all’epoca conducevo. Era il cantautore della mia quotidianità, del profondo sud e dei paesi sconosciuti.  Era la colonna sonora dei primi momenti, delle prime scoperte e dei primi amori (questa volta veri). Era l’inizio di uno sviluppo critico ed emotivo che mi ha portato fino a qui, a come sono ora.

Lunga vita alla chitarra, alle parole vere e non scontate, alle piccole e semplici cose.
Lunga vita a Brunori Sas perché con lui a casa andrà (sempre) tutto bene.

 

-Lucilla Troiano

 

Nota del responsabile editoriale: Ringrazio Lucilla per aver scritto questo articolo con il cuore; Dario Brunori ha significato anche per me qualcosa di veramente importante (scrissi, poco più di un anno fa, l’articolo sul suo tour nei teatri): una compagnia musicale costante in questi anni (ho la discografia completa) e un infinito stimolo artistico che mi ha trasmesso la passione per la chitarra e per la buona musica in generale. Non mi dilungo perché è già stato detto molto e per spiegare adeguatamente Brunori servirebbe un libro, ma sentivo l’esigenza di unirmi agli auguri per i dieci anni di carriera di un grande esponente della musica cantautorale italiana dei tempi moderni. Nella speranza di poter commentare con altrettanto entusiasmo i secondi dieci anni di attività, concludo con un semplice quanto sentito “Grazie Dario”.

-Gabriele Russo

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Napoli in tuta acetata

Per questa edizione di Discman vi avevo promesso emozioni forti: ebbene, dopo Raffaella Carrà, per ragioni anche a me sconosciute, ho deciso di parlarvi di un gruppo poco conosciuto, ma che tutti prima o poi dovrebbero ascoltare per vivere più felici.

È successo che tra maggio e aprile scorso, la mia home di Facebook era invasa da questa copertina giallo sbiadito con un disegno al centro: tutti ne parlavano benissimo ed erano molto entusiasti, ma io sono sempre troppo poco curiosa; un bel giorno però, andando contro i miei pigri principi, decisi di ascoltarlo, nonostante avessi abbastanza paura si trattasse del nuovo album di Gigi D’Alessio: sapete, da un disco che si chiama Nuova Napoli, ci si può  aspettare di tutto. E invece no, Nuova Napoli è una delle più belle scoperte di tutto l’anno e definire la musica dei Nu Guinea innovativa o semplicemente strana sarebbe riduttivo: in questi casi, geniale penso sia l’aggettivo corretto… almeno per quanto mi riguarda.

Nu Guinea è un duo italiano, di Napoli per l’appunto, immigrato a Berlino, perché, si sa, nonostante sia la patria delle salsicce e dei crauti, la fredda capitale tedesca è anche il bacino dei suoni elettronici e della musica techno. E così, Massimo Di Lena e Lucio Aquilino, dal 2014 si sono trasformati per il mondo intero nei Nu Guinea e io non potrei essere più contenta. A prescindere dal nome discutibile e incognito, che ancora non mi spiego, l’album Nuova Napoli è così pieno di grinta, energia e bassi che persino Clara si alzerebbe dalla sedia a rotelle per ballare con Heidi e le caprette!

Definiti (da me medesima) gli Abba dei Quartieri Spagnoli, i Nu Guinea mischiano nella stessa traccia le sonorità più tipiche della disco anni ’80, quelle piene di energia, di colore e di coretti femminili degni dei Bee Gees o degli Abba, per l’appunto. In aggiunta, però, la parte meridionale del tutto: il magnifico dialetto partenopeo che rende tutto più popolare, più paesano. Ascoltando le tracce, sembrerà di stare nella strada di Forcella o a San Domenico, le vrenzole sui balconi che chiacchierano e un venditore ambulante che cerca di venderti persino un pelo pubico.

Penso che tra i suoni sintetizzati e un soave “A signor ‘re pizz fritte nun ce sta’ cchiù” si crei una chimica tale da non riuscire a stoppare il disco e a smettere di muovere i fianchi. Con questo disco nelle orecchie, non servirà più fare 4 ore di macchine per giungere alla città più focosa del Mediterraneo e mangiare la pizza più buona del mondo – sappiate che quando si tratta di cibo, sono molto seria – e bere il caffè perfetto.

… Bene, magari per il caffè vi consiglio di non affidarvi alle mie manine di fata e a rivolgervi al bar sotto casa, che magari assomiglia di più a quello napoletano, per tutto il resto, basta aprire bene le orecchie, ascoltare per credere!

 

DISCMAN 2.0 -#4 Serra nei via vai

C’era una volta una biblioteca sempre piena, un banchetto di RDS e delle ragazze molto infreddolite a causa delle porte dell’atrio sempre aperte (se le chiudete quando uscite per fumare, non vi prendete una multa, ‘cci vostra). Tra i pinguini e i caffè delle macchinette, Luana mi narrò di un suo compagno di banco del liceo, un certo Serra che scrive canzoni e che, ovviamente, le canta pure. Mi disse che sarebbe venuto qui a Roma a suonare, perché, a detta sua “Lui è bravo ma è timido e si vergogna. Menomale che l’ho convinto a venire qui e a suonare.”
Io son sicura che adesso state pensando: “Eeeh va be’, ogni scarrafone è bello a mamma sua, lei dice che è bravo perché è amico suo!”
E invece no, Matteo è bravo davvero.
Ora, chiudete gli occhi e immaginate un ragazzo dai capelli scompigliati con una chitarra tra le mani, che passeggia sulla spiaggia, per le strade, tra i palazzi e canta di tutto quello che gli succede intorno.
Tra un uccellino che entra nel locale, bimbi che strillano e autobus che non arrivano mai, Serra mi racconta la sua fiaba moderna.
E io la racconto a voi.
Buona lettura.

Chi è Serra?

Ho iniziato a scrivere a 13 anni e mi fa molto piacere raccontare come. Mentre guardavo il serale di “Amici”, Pierdavide Carone cantò una canzone di nome “Di notte”; parlando con i miei amici, qualcuno disse: “Dai, è plateale che questa canzone l’ha scritta per una ragazza!”. In terza media, c’era una ragazza che mi piaceva e ho pensato che anch’io avrei voluto scrivere una canzone per lei! E così è nato il mio primo pezzo; poi, dato che mi sono affezionato allo scrivere e al suonare, ho continuato. Lo scorso febbraio, ho finalmente comprato il microfono e il computer e ho iniziato a registrare dei miei brani che poi ho pubblicato a maggio. E da quel momento sono arrivate alcune occasioni: ho suonato qui a Roma, ho partecipato al Music Village di Peschici (tipo “Camp Rock”, hai presente?) dove ho incontrato tantissimi ragazzi proveniente da tutta Italia, produttori, musicisti… È stata un’esperienza molto bella.

Perché ti chiami Serra e non Matteo?

Eh, perché Serra… Dalle mie parti c’è un piccolo rione che si affaccia sul mare e che si chiama Serra: lì c’è la casa di un mio amico dove, quando avevamo sedici anni, ci rinchiudevamo il sabato sera, per bere e per divertirci. Lì ho iniziato a cantare le mie canzoni e dato che sono un tipo nostalgico, ho voluto riprendere quei ricordi e riportarli in quello che faccio adesso.

Cosa raccontano le tue canzoni? Ho sentito di reggiseni su un tavolo, di gente che legge Baudelaire e volevo capire: le tue canzoni parlano di cose reali o di cose che hai nella testa?

Molto spesso sono cose che mi sono capitate: per esempio c’è L‘universitaria che ho scritto a Parma, quando sono andato a trovare un mio amico. Mentre eravamo a lezione di psicologia, ho visto una ragazza che si legava i capelli ed ho provato ad immaginarmi la sua vita, riprendendo anche tutte le situazioni che mi raccontano le mie amiche universitarie [nel frattempo è entrato un uccello e mentre lui parla io penso che potrebbe cacarci addosso]. Serra e gli uccelli… intervista cacata, intervista fortunata.
Dicevo, in quella canzone ho voluto riprendere tutta quella realtà, quindi si parla di una ragazza che racchiude tutte le cose delle altre. Anche perché anche io sono universitario.

Cosa studi?

Lettere moderne.

Invece, parliamo di Sorda nei via vai

Ecco, qui c’è la persona specifica ed è stata l’ultima che ho registrato ma la prima che ho pubblicato, perché era quella che più mi rappresentava in quel momento. Sorda nei via vai parla della situazione che si crea quando ti lasci con la tua ragazza, non la senti da un sacco di tempo e non sai più nulla di lei: infatti l’ho scritta sei mesi dopo che mi sono lasciato. Nella canzone infatti, ci sono molte cose che vorrei chiederle.

Ma questa ragazza sa che l’hai scritta per lei?

L’ha ascoltata e penso abbia capito, anche perché mi ha scritto proprio quando l’ho pubblicata. Se conosci la situazione, ti riconosci nelle parole.

Da cosa nasce il pezzo Interrail?

Interrail è nata grazie ad un mio amico da cui ho tratto ispirazione: aveva problemi con la ragazza e altri casini ed è partito. In quello stesso periodo, inoltre, stavo ascoltando molto Portovenere dei Canova, una canzone estiva dal ritmo travolgente. Avevo l’idea di comporre una canzone malinconica ma anche trascinante, che facesse cantare: allora ho aggiunto alle storie che mi raccontava il mio amico in viaggio per le capitali (Amsterdam, Oslo…) un motivetto allegro. Raccontando di lui, mi ci sono riconosciuto anch’io. È una canzone liberatoria, me ne vado perché mi sono rotto le scatole.

Pronostici per il futuro?

Vorrei finire al più presto la triennale e spostarmi da Lecce per avere più possibilità, incontrare gente. Non penso oltre, sarebbe inutile.

Ultima domanda, che il mio amico Robbo mi consiglia sempre di fare: cosa ti dà la musica? Cosa dai tu alla musica?

La musica mi dà sfogo. La maggior parte dei miei testi, li scrivo di notte. Scrivere mi fa stare bene e mi dà l’opportunità di far conoscere i fatti miei. Non capisco la gente che ha paura di pubblicare la propria musica: nel momento in cui si scrive, si è felici a prescindere di mostrare ciò che si scrive, è proprio una specie di bisogno. Io, invece, alla musica regalo storie.

 

 

-Caterina Calicchio.