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LADRI DI BANKSY

“Un muro è una grande arma. E’ una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno” – Banksy

Chi si cela dietro il nome di battaglia “Banksy” è forse il più grande street artist di sempre.
Ma se sia un lui, una lei, o un collettivo di artisti, sono in pochi a saperlo.

Ha scelto di rimanere anonimo, di non identificarsi, e all’inizio questo ha attivato una vera e propria caccia all’uomo, taglie sulla sua identità su Ebay, inserzioni, giornalisti, poliziotti.
Quello che fa è illegale e viene considerato vandalismo e autenticando le sue opere ammetterebbe un reato.

I murales che appaiono quando le città dormono, i primi attorno agli anni 2000, rappresentano scimmie, topi, bambini o poliziotti che a loro volta scrivono e lasciano messaggi provocatori sui muri.
Il ratto è l’immagine iconica di Banksy, ne ha un esercito disseminato in tutto il mondo, è l’incarnazione di quella parte di popolazione emarginata, rifiutata e rigettata dalle classi più abbienti.

“Se sei sporco, insignificante e nessuno ti ama, i ratti sono il tuo modello definitivo” – Banksy

Attraverso stencil via via più complessi, a 2/3 tonalità d’ombreggiatura e con l’utilizzo di caratteri liberi e schizzi, i messaggi che Banksy lascia sui muri di tutto il mondo hanno un modo ironico e sfrontato di raccontare e denunciare tutte le falle della società: la condizione umana, il divario sociale, la povertà, l’omologazione, le regole di facciata, la manipolazione mediatica, lo sfruttamento, la guerra, le repressioni della polizia, l’inquinamento del pianeta, il maltrattamento degli animali.

Lo scopo della street art, nata negli anni ’60 come una forma di protesta, è infatti quello di divulgare, comunicare, connettersi, far pensare, creare un senso di consapevolezza di quello che siamo e di quello che ci circonda, rendendo partecipe un numero enorme di persone, che vengono “colpite” semplicemente camminando per strada.
Non c’è un biglietto, non c’è un museo, una galleria.
E’ lì per tutti, senza nessuna distinzione di razza, sesso, età, classe sociale, classe economica, eppure in molti non riescono a comprendere questo concetto.

“Le persone che governano le nostre città non capiscono i graffiti perché pensano che niente abbia il diritto di esistere, a meno che non generi un profitto” – Banksy

In ogni parte del mondo ci sia un’opera di Banksy, c’è in agguato un ladro.
Il film-evento di dicembre L’uomo che rubò Banksy del circuito Arte al cinema ci racconta la storia di Walid “la Bestia” e del furto dell’opera palestinese Donkey’s Documents, il docu-film Saving Banksy ci spiega il caso del Ratto Socialista e, insieme al documentario Banksy does New York, illustrano la complicata controversia della compravendita delle opere di Street Art.

Walid la Bestia, sotto ordine di Mikael Kawanati, brutalizza un muro di cemento con martelli pneumatici, seghe diamantate, flessibili ad acqua e frullini di grandi dimensioni e si porta via Donkey’s Documents, un’opera di 4 tonnellate che raffigura un soldato israeliano che controlla i documenti ad un asino palestinese, portando l’attenzione sul conflitto tra Palestina e Israele e sul muro eretto nel 2003 come soluzione alla guerra.

Le motivazioni di questi veri e propri furti sono molteplici.
La più becera e banale è quella di trarne un profitto, vendendola alle case d’asta, che a loro volta la venderanno per miliardi di dollari a qualche ricco collezionista che metterà un’opera con lo scopo sociale di essere per tutti, nel salotto della sua lussuosa villa.
Strappata al proprio contesto per essere ammirata solo da quelle persone che incarnano gli ideali combattuti dall’artista con gli spray.
Oppure, come spesso succede, le opere rimangono invendute, sottratte al pubblico per finire imballate e nascoste in grandi magazzini.

In Saving Banksy il ladro Brian Greif ha perlomeno scopi nobili: il Comune di San Francisco infatti non tollera la presenza di street art sui propri muri ma non vuole pagare per la rimozione. Per questo motivo se sei proprietario di un edificio che viene taggato, è tua responsabilità cancellare questi tag, o verrai multato e sulla tua casa verrà messa un’ipoteca.
Così a San Francisco i murales di Banksy sono via via spariti tutti.
Brian Greif si prende quindi la responsabilità di “salvare” il “Ratto Socialista”, rimuovendolo con molti sforzi, trattative e molto denaro, dal posto originale per regalarlo ad un museo cittadino che potesse preservarlo ed esporlo in maniera gratuita.
I musei però richiedono il consenso dell’artista per poter trattare l’opera.

“Alcuni artisti creano i propri lavori perché vengano distrutti, non vogliono che l’arte sopravviva, e quindi non spetta al museo preservarle contro la loro volontà. Se un’opera d’arte è stata fatta per stare in un luogo pubblico, allora forse l’artista non vuole vederla in un museo” – afferma John Zarobell, curatore del SFMOMA.

Consenso e diritto d’autore sono problemi che nessuno si pone mai nel momento del furto.
Si pensa che visto che l’opera è “incustodita” se ne possa fare quello che si vuole, senza chiedere e senza dare all’artista nemmeno una piccola parte del ricavato dalla vendita delle sue opere per miliardi di dollari.
Un altro problema è il concetto dell’effimero.
Molti artisti non vogliono preservare, custodire e mantenere nel tempo i loro lavori.

“Gli street artists fanno altre opere nei loro studi, che vengono firmate e vendute. Quello è il modo per farsi ricordare e lasciare una traccia. Dobbiamo essere noi a decidere cosa vogliamo vendere e conservare.”- afferma Ben Eine, street artist e collaboratore di Banksy.

La mercificazione di opere realizzate senza alcuno scopo di lucro per essere ammirate gratuitamente, spesso fa scattare la reazione degli artisti.
L’ultimo caso Banksy è quello del quadro della Bambina con il palloncino che, appena battuto all’asta per una grande somma di denaro, si è autodistrutto grazie ad un sistema mangiacarta installato nella cornice.
Oppure il caso Blu a Bologna, che ha cancellato ogni singola opera realizzata per la città, perché soggette a percorsi turistici a pagamento.

“Non possiamo fare nulla per cambiare il mondo, finche il capitalismo non crolla”- Bansky

 

-Irene Iodice

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Winckelmann – Capolavori diffusi nei Musei Vaticani

L’unica via per noi di diventare grandi e – se possibile – insuperabili è l’imitazione degli antichi.

Le immagini della mostra sono disponibili al seguente link
Foto di Giulia Tramet

In occasione del 250° anniversario della sua morte, i Musei Vaticani dedicano a Johann Joachim Winckelmann una mostra per celebrare l’importanza che il suo pensiero ed i suoi studi hanno avuto per la cultura dei suoi tempi e per quelli successivi, in particolar modo per lo sviluppo dei Musei così come possiamo ammirarli oggi. L’archeologo tedesco, dopo aver conseguito gli studi in Germania, si trasferì a Roma dove, nel 1764, venne nominato Sopraintendente alle Antichità e poté dedicarsi allo studio della cultura classica, di cui lui era fortemente appassionato. Egli riteneva che l’Arte dovesse avere delle prerogative ben definitive: nobile semplicità e quieta grandezza. La sua concezione era, dunque, quella di un’arte basata sulla contraddizione tra tempestas e tranquillitas. Celebre è, infatti, il paragone che fece tra la struttura dei capolavori greci e il mare in burrasca: nonostante siano agitate da passioni, le figure greche mostrano sempre un’espressione posata così come il mare può apparire calmo in superficie sebbene mosso da forti correnti in profondità. Pertanto Winckelmann asseriva la superiorità dell’arte greca su tutte le altre, compresa quella romana, ritenendo che in quest’ultima non fosse possibile ritrovare la purezza propria di quella ellenica, che è la sola che si possa considerare libera, essendo prosperata nel periodo dello sviluppo della democrazia ateniese. Le opere che maggiormente sono in grado di rappresentarne questi ideali sono sculture classiche quali l’Antinoo (custodito ai Musei Capitolini), l’Apollo del Belvedere (tipico esempio dell’armonia delle proporzioni) e il Laocoonte (emblema della grazia).
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Winckelmann viene considerato non solo come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo ma anche come il fondatore della storia dell’arte intesa modernamente. È a lui, ad esempio, che si deve la predilezione del colore bianco delle scultoree marmoree, il colore perfetto che comprendeva tutti gli altri. Importante influenza ebbe inoltre il suo pensiero sulle opere di artisti come Mengs, Canova, Ingres e Jacques-Louis David. La mostra Winckelmann. Capolavori diffusi nei Musei Vaticani, che sarà allestita fino al 9 marzo 2019, è stata progettata come un percorso a tappe in cui si mettono in risalto circa 50 opere conservate nel complesso museale che maggiormente ebbero un impatto nella formazione artistica di Winckelmann, capolavori non solo di archeologia classica greco-romana ma anche di arte egizia ed etrusca fino al Rinascimento. Un omaggio che i Musei Vaticani hanno voluto rendere a questo grande studioso al quale debbono la loro odierna forma strutturale e concettuale. Celebrazione che trova il suo apice nella Sala XVII della Pinacoteca in cui è stata allestita una presentazione del personaggio e della sua epoca, nonché un’esposizione delle sue più importanti produzioni letterarie.

-Giulia Tramet

Roma In Mostra: Da Monet a Hokusai, l’autunno dell’arte a Roma

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(Mostra di Monet, Complesso del Vittoriano)

 

L’autunno di Roma porta in città nuovi colori e nuove mostre d’arte e di fotografia imperdibili, alcune delle quali si protrarranno fino all’anno nuovo che possiamo dire, è ormai alle porte.
Dal mese di Ottobre troviamo infatti, dislocati tra i vari complessi e musei della città, innumerevoli stili ed espressioni artistiche che variano dall’impressionismo di Monet all’eclettismo di Hokusai.
Il primo, con sessanta opere esposte all’interno del Complesso del Vittoriano, ci trascina nel suo mondo di sensazioni “all’aperto” fatto non di dettagli ma di insieme, di realtà ma sempre vista e filtrata attraverso i suoi occhi, dei giochi di colori, luci ed ombre che rendono inconfondibile il suo stile. La mostra rappresenta un vero e proprio viaggio nel percorso artistico del pittore, dai primi lavori della sua carriera, le caricature, a quelli che hanno caratterizzato la pittura dei suoi ultimi anni di vita, i paesaggi e le celebri ninfee. È visitabile dal 19 ottobre di quest’anno sino all’11 febbraio del 2018 ed è a pagamento.
La mostra “Hokusai. Sulle orme del Maestro” raccoglie duecento opere che con la loro raffinatezza ed eleganza, insegnano ad approfondire ed apprezzare il particolare stile delle xilografie anche a chi non se ne intende. La sua versatilità e la sua costante spinta verso il cambiamento e il miglioramento di sé rendono i lavori dell’artista stimolanti e caratteristici al tempo stesso. Nonostante le sue rappresentazioni varino dai paesaggi (particolarmente famosi quelli che ritraggono il monte Fuji) ai manga, alle donne giapponesi, fanno da filo conduttore all’intera esposizione la minuziosità dei dettagli, l’eleganza e la profondità d’espressione tipiche del “maestro”. Maestro che, per l’appunto, trascina dietro di sé vari seguaci che si sono ispirati al suo stile e che possono anch’essi essere ammirati e confrontati tra loro all’interno della mostra.
Ospitata all’interno dello spazio espositivo del Museo dell’Ara Pacis ed anch’essa a pagamento, è visitabile dal 12 Ottobre 2017 al 14 Gennaio del 2018. Perciò, avanti, avete ancora tempo per farvi avvolgere dalla “Grande Onda”!
Nella lista delle mostre non mancano poi quelle fotografiche, tra le quali troviamo l’interessante lavoro di denuncia “Ti racconto la mia storia” di vari fotografi sulle atroci violenze subite da bambini e ragazzi appena adolescenti di alcuni paesi dell’America Latina.
Il progetto mira a sensibilizzare chi avrà modo di andare a visitare la mostra, questa volta ad ingresso gratuito, riguardo al tema dell’immigrazione ed in particolare sulle situazioni che spingono migliaia di persone ogni giorno ad abbandonare il loro paese per cercare altrove una vita migliore o in alcuni casi, semplicemente una via di sopravvivenza. È proprio quest’ultimo il caso di quei bambini che dopo le atroci sofferenze subite si trovano costretti a scappare, lasciandosi alle spalle violenze e soprusi e ritrovando un motivo per sorridere. E sono proprio quei sorrisi fotografati da Viviana Murillo, Ricardo Ramirez Arriola, Luis Eduardo Parada Contreras, Miguel Gutierrez, Tito Herrera, Santiago Escobar Jaramillo, Encarni Pindado, Daniele Volpe e Regina De La Portilla a raccontare tutto questo, viaggiando, scattando ma soprattutto osservando realtà che sembrano lontane anni luce da noi eppure sono lì fuori, da qualche parte. Sorrisi che parlano di speranza ma anche di fuga, sofferenza e paura. Le fotografie del progetto promosso e sostenuto dall’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ambientate in Honduras, Messico, Venezuela, Colombia, Ecuador e Guatemala sono esposte dal 30 Settembre 2017 al 12 Novembre al Museo delle Mura a Roma perciò presto, resta ancora poco tempo!
Ma passiamo adesso alla scultura che durante questi mesi merita particolare attenzione, poiché nella Galleria Borghese, che ospita già alcuni dei capolavori del grande Gian Lorenzo Bernini, per tre mesi circa accoglierà altri celebri lavori dell’artista che varieranno dalla produzione pittorica a quella scultorea, ripercorrendo tutte le fasi salienti della sua fiorente produzione artistica. Le opere, divise in otto sezioni curate ognuna da singoli esperti, provenienti da tutto il mondo (Stati Uniti, Germania, Canada, Francia), saranno visitabili a pagamento tra il 1 Novembre del 2017 e il 4 Febbraio del 2018, perciò per chiunque voglia godersi dal vivo un complesso di composizioni artistiche che non si ha l’occasione di ammirare tutti i giorni, il consiglio è quello di affrettarvi!

-Ilaria Muollo.