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Il cambiamento e la tecnologia:personalità, necessità, utilità

Sono tanti i momenti in cui avvertiamo la necessità di cambiare la nostra vita personale, le nostre abitudini, il nostro modo di studiare o lavorare senza riuscire però a concretizzare le nostre aspettative. I motivi di questa opposizione al cambiamento sono da ricercarsi alla naturale predisposizione della nostra mente che si concentra a svolgere attività per noi abituali, mantenendoci nella nostra zona di comfort nonostante una razionale insoddisfazione. Infatti normalmente, ogni cambiamento comporta dei sacrifici, che però possono essere meno ardui se si dà il giusto valore agli obiettivi che ci prefissiamo. Il cambiamento può avvenire secondo due modalità: per desiderio e convinzione personale o per necessità.

La prima tipologia di cambiamento si sviluppa trasformando il proprio desiderio in obiettivo; la differenza tra desiderio e obiettivo sta nella misurabilità e nella conseguente raggiungibilità di quest’ultimo rispetto al primo. È infatti controproducente porsi degli obiettivi troppo complicati da raggiungere, in quanto il mancato conseguimento del risultato comporta spesso nell’individuo un senso di sconforto che ne causa spesso la rinuncia. Più logico invece è scomporre un grande obiettivo in diversi micro-obiettivi, più facilmente raggiungibili, e attribuirci una ricompensa per ogni successo raggiunto.

La realizzazione di un obiettivo, e di conseguenza di un cambiamento, avviene attraverso un percorso in cui, come in tutta la vita, si incontrano degli ostacoli.

A seconda del valore che si dà al proprio obiettivo, ognuno di noi può essere pienamente in grado di superare ogni tipologia di ostacolo giungendo al proprio traguardo con un alto grado di fierezza. Non sempre si possono attribuire le colpe di alcuni nostri “fallimenti” a fattori estranei a noi stessi poiché a volte, o meglio nella maggior parte dei casi, il mancato cambiamento è dovuto alla poca conoscenza di quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. L’attribuzione delle colpe a fattori esterni, quali per esempio le persone che ci circondano, è un modo per giustificare il mancato raggiungimento dell’obiettivo, attribuendo ad altri delle responsabilità invece da attribuire solo a noi stessi.

La seconda tipologia di cambiamento prevede che questo sia necessario, cioè dovuto a cause di forza maggiore che ci impongono a cambiare le nostre abitudini all’improvviso. Un esempio molto attuale di cambiamento necessario è quello legato all’emergenza sanitaria in corso per il nuovo coronavirus: nessuno pensava di dover cambiare le proprie abitudini, così radicate, in poco tempo, eppure ciò sta accadendo. Certo tutto questo comporta fatica ma, analizzando bene tutto quello che sta cambiando, molti di noi sono rimasti sorpresi da come lo stato di necessità abbia permesso una variazione che prima non avremmo mai pensato di poter attuare.

L’emergenza attuale ha portato anche dei cambiamenti necessari nel modo di studiare o di lavorare: è più che mai utile in queste settimane la tecnologia, che sta permettendo agli studenti di assistere alle lezioni telematiche e ai lavoratori di procedere attraverso lo smart working. Gli strumenti di uso comune come smartphone, tablet, laptop e PC, anche in casi differenti da questa emergenza, sono molto utili ad esempio per coloro che per motivi logistici sono impossibilitati a frequentare fisicamente le lezioni universitarie, o ancora per gli studenti con difficoltà motorie che, attraverso questi mezzi, possono assistere alle lezioni non privandosi di un desiderio (quello di frequentare l’università) pienamente raggiungibile nell’epoca della tecnologia.

Queste modalità di formazione e di lavoro possono, se utilizzate con frequenza, far assumere al nostro Paese una nuova dimensione di globalizzazione. I social network, che spesso sono stati criticati e demonizzati per essere strumenti di distrazione e diseducazione, stanno assumendo un ruolo importante nel processo di cambiamento sociale in corso, rendendo questo cambiamento necessario meno drastico.

Sebbene a distanza fisica, gli italiani che in questo periodo sono costretti a rimanere in casa possono ugualmente mantenere i contatti con amici e parenti, scambiare informazioni, condividere file multimediali e pensieri, sentendosi vicini anche se lontani. L’auspicio, ovviamente, è che si ritorni alla normalità nel più breve tempo possibile e non è pensabile che la tecnologia possa sostituire la fisicità, ma sicuramente dopo questa esperienza rimarrà la consapevolezza che la tecnologia ci può essere amica e che da un cambiamento necessario si può uscire anche migliori.

 

Martina Sarcina

La ricerca non ha dato alcun esito positivo. Riprova inserendo altri termini

Il lavoro nobilita l’uomo

E’ possibile parlare di rivoluzione del mondo del lavoro in una società iper-tecnologica?

Grandi pensatori dell’Ottocento come Charles Darwin a cui è spesso  attribuita la citazione usata come titolo, giunsero all’analoga conclusione di Karl Marx che analizzava il rapporto uomo- lavoro attraverso la celebre affermazione“il lavoro a rendere tale l’uomo” .

Vale ancora pensare al lavoro umano in questi termini, quando non riusciremmo a vivere e lavorare senza internet, a mettere da parte i nostri smartphone o tablet, a comunicare senza Skype, Twitter o le e-mail, a viaggiare senza aerei o treni?

Per molto tempo si è pensato che l’avvento di nuove tecnologie, le quali erano state progettate per velocizzare e soppiantare alcune mansioni prima svolte solo da mani umane, potesse portare alla drastica diminuzione dei posti di lavoro.  Il report “TECHNOLOGY AT WORK. The Future of Innovation and Employment” della Oxford Martin School e Citi GPS, analizza questi due fattori: da una parte il lavoro umano che fornisce al lavoratore un salario, dall’altra parte la macchina tecnologica sempre più affinata e che si avvicina sempre di più ad avere un’intelligenza artificiale.
Il dato che emerge non è quello che tutti si aspettano: i posti di lavoro non vengono tagliati, ma vengono specializzati, ciò significa che questo fenomeno ha provocato un innalzamento del livello minimo di competenze richiesto spostando molti lavoratori con media professionalità verso mansioni a basso valore aggiunto ed incrementando ulteriormente la disparità di reddito che si era delineata con l’industrializzazione.

Infatti, se le precedenti rivoluzioni sostanziali del mondo del lavoro avevano portato benefici per l’intera società, permettendo per esempio di produrre la Ford-T ad un prezzo accessibile ai più, lo stesso, a conti fatti, non si può dire per il web. Il digitale ha permesso l’accesso a contenuti gratuiti, ma per quanto riguarda il lavoro ha creato nuove mansioni, caratterizzate da un’elevata specializzazione le quali hanno rubato spazio ai lavoratori poco qualificati. Ciò che accadrà in futuro non ci è dato saperlo, ma secondo le previsioni del sopracitato report, lo sviluppo tecnologico, sempre più rapido, metterà, nel corso del prossimo decennio, ad elevato rischio sostituzione il 47% della forza lavoro statunitense. Per questo motivo si considera fondamentale che i governi capiscano l’importanza e la portata del fenomeno di evoluzione affinché si possano stabilire nuove regole del gioco prevedendo piani a lungo termine.

Tutto ciò è frutto di un lungo percorso che è iniziato dalla prima rivoluzione industriale e ha apportato nuove sfide, nuove opportunità: se da un lato la tecnologia distrugge determinati posti di lavoro, legati a mansioni meccaniche, dall’altra ne crea delle nuove, che richiedono nuove competenze. Ed è proprio questa la sfida per i lavoratori del futuro: acquisire quelle abilità che possano renderlo competitivo nel mercato del lavoro, senza dimenticare i diritti che verranno sicuramente rivisti.

 

-Lucilla Troiano.

Disoccupazione tecnologica: cause, conseguenze e metodi di contrasto

Le macchine hanno irrimediabilmente diminuito il lavoro dell’uomo come abbiamo visto. ma la domanda che quindi ci poniamo è: come mai con l’avanzamento tecnologico il benessere non è stato ridistribuito tra le classi sociali ma, anzi, il divario tra ricchi e poveri è aumentato a dismisura?

Procediamo per gradi per capire dove abbiamo sbagliato:

i progressi della tecnica ci forniscono un nuovo strumento che, posto al centro della stanza, imbianca le pareti non lasciando neanche un millimetro quadro scoperto.

questa tecnologia diventa accessibile a tutti, chiunque ne usufruisce per ridipingere la propria casa spendendo poco. migliaia e migliaia di imbianchini restano senza un lavoro.

ora questi imbianchini sono chiamati a specializzarsi in una nuova mansione che sarà quella di manutenere le macchine che li hanno sostituiti, hanno quindi un nuovo lavoro pagato come il precedente con le stesse ore di lavoro. ma quanti imbianchini servono per controllare una di queste apparecchiature? beh sarebbe poco produttiva una macchina che necessita di tanti operatori quanti i lavoratori che ha sostituito, quindi, qualcuno di loro dovrà rimanere a casa. i ricchi produttori del marchingegno imbianca pareti, quindi, guadagnano sempre di più e i lavoratori rimasti a casa, invece, fanno la fame. questo semplice quanto intuibile processo è stato teorizzato ai tempi della rivoluzione industriale con il nome di “disoccupazione tecnologica”. I marginalisti chiudono gli occhi e fanno finta di niente, dando la colpa ai lavoratori che secondo loro sono troppo pigri ed è questo l’unico motivo per il quale non trovano lavoro. Qualcuno più saggio, invece, sostiene che non si può chiedere ai lavoratori di essere ancora più competitivi, lavorando per salari più bassi, quando già quelli di oggi non riescono a garantire la sussistenza dei lavoratori e delle proprie famiglie.

Ora, lungi da me esporre idee neo-luddiste, ma dobbiamo capire come fare in modo di distribuire il benessere tra le classi sociali dato che il liberismo ultracapitalista dei nostri tempi non è in grado di fornire le risposte. Nel mulino che vorrei la statalizzazione delle aziende porterebbe alla ridistribuzione del lavoro e del benessere ma tenterò di essere meno radicale per venire incontro a coloro che vogliono garantita la libertà di impresa economica. quando il neo-liberismo non era ancora giunto come inevitabile conseguenza della globalizzazione cancellando qualsiasi dibattito sulla disoccupazione tecnologica, gli stati hanno diminuito le ore di lavoro inserendo ferie pagate e pensioni per garantire una corretta ridistribuzione del lavoro (e quindi del benessere). ora le vie percorribili per raggiungere una parvenza di uguaglianza sociale sono due: continuare su questa strada, diminuendo ulteriormente le ore di lavoro e alzando i salari minimi aumentando i diritti dei lavoratori oppure avviare un percorso di ridistribuzione dei beni con un reddito di cittadinanza garantito a tutti i cittadini.
Le strade sono entrambe percorribili se si riuscisse a curare la grande piaga dell’evasione fiscale.

Qualunque sia il percorso da intraprendere ciò che è certo è che il socialismo rimane l’unica via percorribile per un mondo più giusto ed egualitario.

-Marco Parrulli.