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Forza Italia Viva

Come sta rispondendo la sinistra agli attacchi sovranisti? Come si sta comportando, soprattutto, una parte della sinistra?
L’entourage renziano è abituato a giocare con gli equilibri e da rottamatore a traditore degli ideali di sinistra, Matteo Renzi è l’ultimo baluardo del caos che ha contribuito a creare nella sinistra stessa. È passato più di un mese dalla sua famosa frase pronunciata in Senato, durante un accalorato invito a ripartire e lasciarsi alle spalle i tanti nomi di persone decedute a causa del covid.

Lo spettacolo però è continuato e i toni accomodanti del leader di Italia Viva tuonano come quel subdolo “Enrico stai sereno”. Il disegno renziano ha preso forma durante la pandemia ed è stato portato a compimento nei giorni scorsi, passando dai messaggi di solidarietà a un Fontana sotto tiro della magistratura a dei veri e propri colpi di teatro: l’astensione decisiva dei tre senatori di Italia Viva nella votazione per l’autorizzazione a procedere contro Salvini sul caso Open Arms e, a poche ore di distanza, la consigliera regionale di Italia Viva Patrizia Baffi si è astenuta anche lei sulla mozione di sfiducia contro Gallera proposta dai Dem, per poi essere eletta presidente della Commissione di Inchiesta sull’emergenza covid in Lombardia dai voti della Lega. Infine la Baffi ha deciso di dimettersi motivando la propria decisione in una lettera inviata al presidente del Consiglio Regionale Alessandro Fermi, dichiarando che le dimissioni possano “contribuire a ristabilire un clima favorevole allo svolgimento dell’importante lavoro che ci aspetta.” Ma va precisato che questo dietro front è arrivato a seguito della decisione dei consiglieri di minoranza di abbandonare i lavori in segno di protesta per la sua elezione. 

“A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina” diceva qualcuno.

I due Matteo sono vicini e uniti dall’unica missione di far cadere il governo.
Uno è sovranista, l’altro è l’emblema di quel populismo assai rivisitato vicino a sinistra, ma che con quest’ultima non ha nulla a che vedere ed è pronto ad insinuarsi per destabilizzare ogni equilibrio costruito. Anche in questo caso, per far sentire la propria voce si è pronti a tutto e la bramosia di potere è l’unico credo. Se parliamo di corsi e ricorsi storici, quello di oggi si presenta come la sovversione assoluta di ogni certezza politica. L’elettorato oscilla vertiginosamente tra slogan rabbiosi e tecnicismi sfoderati con orgoglio e presunzione, quella presunzione che può provocare danni considerevoli.

L’elettore affezionato e rapito dalle vecchie glorie, dai vecchi partiti, a causa della crisi degli stessi si è trovato in difficoltà e sfiduciato verso delle guide che un tempo erano capaci di raccogliere i propri bisogni e le proprie speranze. Le destre sovraniste apparentemente si fanno portatrici di metodi che storicamente sono vicini alla sinistra; sono in mezzo alla gente, manifestano convinte e armate di slogan che possono raccogliere ogni tipo di rabbia, di stanchezza, di sconforto, di speranza, di voci mozzate da anni di mal governo e di un welfare del tutto inadeguato a contrastare la nuova povertà. Sono delle catalizzatrici di rabbia sociale e fortunatamente rimangono tali: i loro piani politici sono insostenibili, portano avanti politiche che incitano all’odio e sono i paladini delle fake news, sfruttate per aumentare il proprio bacino elettorale. L’errore della sinistra, al contrario, è stato quello di perdere il contatto con la società civile, bisognosa di ascolto.

Il vero problema della sinistra (se ancora può chiamarsi così) rimarrà sempre la continua disgregazione interna in movimentucoli e innumerevoli correnti, che rende impossibile un’unità programmatica e progettuale della classe dirigente, a cui deve aggiungersi l’avvicinamento costante che il Partito Democratico ha perpetrato a favore di ideologie liberiste. Tutto ciò ha portato i sostenitori Dem, sedotti e successivamente abbagliati dalla politica renziana del cambiamento ad allontanarsi, scegliendo spiagge populiste, il polo pentastellato o provocando astensionismo forzato, sintomo di quel tradimento che oramai sta dilagando nel Paese. Nonostante la Sinistra stia riportando una fetta di elettori dalla propria parte, ricreare fiducia nei propri programmi e nelle proprie ideologie deve essere una delle priorità da perseguire.

In attesa del cambiamento tanto sperato e voluto dagli elettori di sinistra, secondo la politica renziana “Adesso è tornato il tempo di aprire tutto.”

¡Hasta siempre!

 

-Gianlorenzo Ciminelli

La ricerca non ha dato alcun esito positivo. Riprova inserendo altri termini

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Per un pugno di consensi

La critica in un sistema democratico è fondamentale, è la linfa di un confronto parlamentare di qualità che si batte per la tutela delle posizioni del cittadino, ma in un momento tragico come quello che stiamo vivendo il colore politico dovrebbe passare in secondo piano. Il fatto di opporsi a prescindere alle scelte del governo e screditare di continuo la comunità scientifica si traduce in una forte irresponsabilità della classe dirigente.

L’occupazione promossa dai verdi paladini della fuffa a favore delle libertà costituzionali ha finito per ridicolizzare la forte crisi sociale che si sta abbattendo sul paese. Hanno organizzato un bel pigiama party stile occupazione liceale in una sede istituzionale che non è durata nemmeno ventiquattro ore (almeno le chitarre e le birre le potevano portare, avrebbe avuto più senso).

C’è chi conta i morti e cerca di affrontare il momento con la maggiore serietà possibile e chi invece continua a fare propaganda elettorale, priva di ogni dato concreto e strutturalmente verosimile. Determinate azioni promosse dall’opposizione sono state uno schiaffo al dramma della società civile, che costretta ad affrontare problemi reali non necessita di parassiti pronti a cavalcare la loro rabbia e il loro malcontento.

Le persone iniziano ad aprire gli occhi, come dimostrano gli ultimi sondaggi. Iniziano a capire che la loro voce non può essere affidata a un influencer verde, che promette l’ultimo goccio di mirto a chi indovinerà la canzone appena canticchiata (male per altro) nelle dirette Facebook e che, tra un ghiacciolino e l’altro, aizza la folla di leoni da tastiera a scendere in piazza per ribellarsi alle misure restrittive del Governo. Battersi per l’applicazione dei principi costituzionali è una cosa seria e delicata, invece questi ultimi sono stati svuotati di ogni profondità e nobiltà dalla retorica sovranista.

Si è assistito alle lezioni di democrazia della Meloni che denuncia uno stato di dittatura e alla protesta per una mascherina non indossata dal Premier. Sostenere inoltre che l’attuale Presidente del Consiglio non sia stato eletto dal popolo non è sinonimo di mancanza di legittimazione democratica a governare; fermo restando che il Presidente non si elegge, ma viene nominato dal Presidente della Repubblica come sancito dall’articolo 92 della nostra Costituzione.

murale 1 (blu, tor de pazzi, Roma)Murales dell’artista Blu, Tor de’ Pazzi, Roma

Siamo alla farsa: il Parlamento si è trasformato in un asilo e la retorica spesso sentita nelle ultime settimane riflette il mediocre tasso culturale odierno. L’emergenza Covid, come del resto ogni altra emergenza, è una corsa all’ultimo consenso. È come una prova di sopravvivenza e gli attori in campo sono affamati. Si arriva persino a speculare sulle morti del bergamasco e del lodigiano come pretesto per la riapertura e per racimolare una manciata di voti che permetta di superare la soglia di sbarramento alle prossime elezioni. Se i morti potessero parlare si limiterebbero a rivoltarsi nelle loro tombe, in segno di sdegno contro questo sciacallaggio di basso rango.

Insomma, si fa di tutto pur di avere visibilità. Si sostiene tutto e il contrario di tutto pur di avere un sibilo di voce in capitolo. Si lotta a suon di fake news e cartelloni fuori Montecitorio. L’attuale quadro politico italiano non eccelle e non a causa della legittima opinione contraria, ma perché quest’ultima è stata rimpiazzata da bieche mire propagandistiche, insulti grossolanamente scurrili e urla infantili.

Dunque, se il quadro è questo, non credo che andrà tutto bene, lo spettacolo è appena iniziato e la strada è ancora lunga. Come direbbe Stanis La Rochelle in Boris – Il film:

“Mai e poi mai svilire il ruolo del Parlamanto. Ogni cittadino ha dei diritti ma anche dei doveri. Francamante.”

 

Hasta siempre!

 

-Gianlorenzo Ciminelli

 

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C’era una volta il cinema italiano

Era il 1999 e il cinema italiano aveva vinto.

Posso affermare, con un sorriso sotto il naso, che all’epoca io non ero ancora nato. Quella notte del 21 marzo un eccentrico ma commovente Roberto Benigni ricevette il Premio Oscar direttamente da un’attrice del calibro di Sophia Loren. Un sogno inarrivabile, penserete, che non può essere paragonato nemmeno alla vittoria di un pallone d’oro per un calciatore. Roberto ci riuscì, vincendo nella categoria miglior film straniero e miglior attore. Ce l’aveva fatta. L’attore balzò dalla sua poltroncina ed esultò a braccia aperte su di essa, prima di ritirare la statuetta tanto ambita sul palco. Dietro l’emozione, che si presentava senza vergogna nei suoi occhi ed in quelli della Loren, c’era l’orgoglio di una nazione intera che non aveva mai smesso di crederci. Tutto il mondo era fermo a guardare l’Italia prendersi Hollywood. Accadde davvero e oggi quella vittoria rimane indelebile nei nostri cuori. Ricorda una fiaba da raccontare ai bambini prima della nanna tanto è bella.

Facciamo insieme un passo indietro: chi prima di lui è riuscito a raggiungere un risultato così? Gabriele Salvatores, regista poetico, Federico Fellini e Vittorio de Sica in svariate occasioni, l’indimenticabile compositore Ennio Morricone, nonché quelle donne che ci hanno resi orgogliosi come la stessa Sophia Loren e prima di lei l’immensa Anna Magnani. Tuttavia, pur volendo andare avanti e continuare a citare altri nomi di grandi artisti, come Sergio Leone, mentore di Clint Eastwood, la lista non renderebbe giustizia alla bravura dei nostri cineasti. Perché? Vi starete domandando. Credo di conoscere la risposta: i produttori italiani di oggi sembrano uomini senza il coraggio di investire in film troppo ambiziosi. Da cittadino di questa nazione, sono stufo di aspettare il Natale per assistere alla solita commedia volgare. A mio avviso gli amanti del cinema ne hanno abbastanza di film cuciti su misura per l’italiano medio, delle battute sulle tasse salate da pagare e sulla sacralità “posto fisso”. Non si tratta solo della mia opinione ma di una voglia di riscatto comune, di un ritorno alla fama e all’importanza ottenute in epoche lontane.

Il passato ci ha ben istruiti e ha mostrato ad ognuno di noi che far vedere quanto valiamo al mondo non è impossibile: si può fare. Il Neorealismo ne è la prova lampante: durante quella fantastica epoca tutti invidiavano i nostri talenti. Spesso i registi stranieri preferivano collaborare con star italiane piuttosto che cercare una disperata concorrenza. Erano gli americani a bussare alle nostre porte. Subito dopo c’è stato il già citato Federico Fellini, che ancora oggi è tra coloro che meritano e competono per il titolo di “migliore della storia”, ispirando figure importanti di Hollywood. Lo stesso Tim Burton afferma da sempre di trovare nell’artista italiano una figura di maestro e fonte d’ispirazione per le sue storie gotiche, oniriche, spettacolari. Stesse parole usate da Quentin Tarantino riferendosi al mentore di Eastwood: molte caratteristiche dei film dell’autore di “Pulp ficton” ricordano notevolmente quelle di Leone. A mio avviso uno degli esempi più lampanti è la sequenza iniziale dei titoli di testa di “Django Unchained” con paesaggi western rintracciabili nella famosa ‘‘trilogia del dollaro’’, ripresi nella loro totale maestosità grazie all’impiego di campi lunghi. Sono innumerevoli nella sua filmografia tecniche e scene ispirate dal cineasta romano. Come ultimo esempio, non posso esimermi dal citare un capolavoro immortale: la trilogia de ‘‘Il Padrino’’. In quel caso la Paramount chiese espressamente un regista italiano per prendere le redini di uno dei progetti più importanti da quando la settima arte vide la luce nel lontano 1895. Nacque così, artisticamente parlando, Francis Ford Coppola, seconda scelta del più volte già nominato Sergio Leone. Coppola, a sua volta, pretese nel cast artistico Al Pacino e Robert de Niro come attori (il primo prevalse su Jack Nicholson e Dustin Hoffman) e, anche se non tutti ne sono a conoscenza, persino un giovanissimo Sylvester Stallone fu preso in considerazione per il ruolo di Carlo Rizzi. Mentre della colonna sonora se ne occupò Nino Rota. Ognuno di loro aveva origini italiane conosceva la lingua ed i dialetti familiari, inoltre praticavano usi e costumi della nostra tradizione. Non c’è bisogno di commentare il risultato e l’imponente impatto globale, la storia parla da sé.

Avendo lasciato un’impronta così forte nel mondo, potenziale rotta da seguire per le nuove generazioni, per quale motivo ora ci nascondiamo nelle nostre montagne senza uscire allo scoperto? Siamo la generazione figlia della globalizzazione ed esportare prodotti locali dovrebbe essere ormai un gioco da ragazzi. Il famoso “problema della lingua” è reale, tuttavia non può essere costantemente utilizzato come scusa, equivale a nascondersi dietro ad un dito. Esiste il doppiaggio, esistono i sottotitoli e quindi guardare un film italiano non è un’impresa di chissà quale portata. Altrimenti non dovrebbe riuscirci nessuno se non coloro che utilizzano l’inglese come prima lingua. A confutare questa tesi non sono io, ma l’Academy. “Parasite” vi ricorda qualcosa? Parliamo di una pellicola coreana che ha battuto le statunitensi come “Joker” o “1917” per citarne un paio.

Non prendiamoci in giro e cerchiamo di guardare la realtà negli occhi. È abbastanza chiaro che faccia comodo investire su progetti sicuri, le cui entrate superino le uscite, mostrando a tutti noi simpatiche storie fatte di luoghi comuni, vicende ordinarie e alle volte un po’ bizzarre, ricche di comicità spicciola e battute scontate. Ciò non ci porterà lontano. D’altra parte, mi considero felice per quegli attori o registi come Pierfrancesco Favino, Gabriele Muccino o Paolo Sorrentino che vanno avanti per la loro strada, differenziandosi dal circostante. Questi sono i pochi che, in mezzo a una massa di prodotti simili e scadenti, riescono ad affacciarsi all’estero portando a casa grandi collaborazioni e belle soddisfazioni.

A tal proposito, non dimentichiamo gli importanti ruoli di Favino in “Rush” (2013), il cui cast vanta attori come Daniel Bruhl e Chris Hemswort ed in “World war z” (2013) in cui il talento romano fa da spalla a Brad Pitt, o ancora le pellicole di produzione locale in cui veste i panni del protagonista, le quali sono state apprezzate all’estero e che hanno mostrato agli scettici quanto la sua bravura non abbia nulla da invidiare a molte star internazionali (“Il traditore”, 2018; “Hammamet”, 2020). Procedendo per ordine, il suo fedele amico Muccino, noto sia in Europa che in altri continenti, vanta collaborazioni con Will Smith, una delle quali (“La ricerca della felicità”, 2006) gli ha concesso di arrivare all’oscar, traguardo raggiunto anche da Sorrentino con l’indimenticabile ‘‘La grande bellezza” (2013), senza tralasciare le sue altre opere che hanno superato i confini della nostra penisola (“Youth”, 2015; “Il divo”, 2008).

Ho esaminato solo alcuni di quelli che cercano di fare ancora qualcosa di buono per il nostro cinema. Costoro per fortuna hanno la compagnia di Matteo Garrone o di Stefano Sollima, che fanno ben sperare. Dovremmo ripartire tutti insieme da qui. Ci vorrebbe una presa di coscienza generale e che ognuno facesse la sua parte per muovere piccoli passi verso mete più lontane possibili. I talenti non mancano, serve solo ritrovare la giusta motivazione e puntare su sceneggiature originali, nuove. Perché ce ne sono.

Mi auguro un giorno di assistere e di partecipare alla rinascita di un cinema che non abbia paura di superare se stesso, sfidando i grandi colossi internazionali e tornando in alto, dove merita di stare. Non bisogna avere il timore di investire e di buttarsi: questo consiglio di vita può essere tranquillamente applicato al cinema, il cui compito è di portare la stessa vita sullo schermo. Non so perché, ma è così, e a me onestamente piace da impazzire.

 

-Simone Silvestri

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Il cambiamento e la tecnologia:personalità, necessità, utilità

Sono tanti i momenti in cui avvertiamo la necessità di cambiare la nostra vita personale, le nostre abitudini, il nostro modo di studiare o lavorare senza riuscire però a concretizzare le nostre aspettative. I motivi di questa opposizione al cambiamento sono da ricercarsi alla naturale predisposizione della nostra mente che si concentra a svolgere attività per noi abituali, mantenendoci nella nostra zona di comfort nonostante una razionale insoddisfazione. Infatti normalmente, ogni cambiamento comporta dei sacrifici, che però possono essere meno ardui se si dà il giusto valore agli obiettivi che ci prefissiamo. Il cambiamento può avvenire secondo due modalità: per desiderio e convinzione personale o per necessità.

La prima tipologia di cambiamento si sviluppa trasformando il proprio desiderio in obiettivo; la differenza tra desiderio e obiettivo sta nella misurabilità e nella conseguente raggiungibilità di quest’ultimo rispetto al primo. È infatti controproducente porsi degli obiettivi troppo complicati da raggiungere, in quanto il mancato conseguimento del risultato comporta spesso nell’individuo un senso di sconforto che ne causa spesso la rinuncia. Più logico invece è scomporre un grande obiettivo in diversi micro-obiettivi, più facilmente raggiungibili, e attribuirci una ricompensa per ogni successo raggiunto.

La realizzazione di un obiettivo, e di conseguenza di un cambiamento, avviene attraverso un percorso in cui, come in tutta la vita, si incontrano degli ostacoli.

A seconda del valore che si dà al proprio obiettivo, ognuno di noi può essere pienamente in grado di superare ogni tipologia di ostacolo giungendo al proprio traguardo con un alto grado di fierezza. Non sempre si possono attribuire le colpe di alcuni nostri “fallimenti” a fattori estranei a noi stessi poiché a volte, o meglio nella maggior parte dei casi, il mancato cambiamento è dovuto alla poca conoscenza di quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. L’attribuzione delle colpe a fattori esterni, quali per esempio le persone che ci circondano, è un modo per giustificare il mancato raggiungimento dell’obiettivo, attribuendo ad altri delle responsabilità invece da attribuire solo a noi stessi.

La seconda tipologia di cambiamento prevede che questo sia necessario, cioè dovuto a cause di forza maggiore che ci impongono a cambiare le nostre abitudini all’improvviso. Un esempio molto attuale di cambiamento necessario è quello legato all’emergenza sanitaria in corso per il nuovo coronavirus: nessuno pensava di dover cambiare le proprie abitudini, così radicate, in poco tempo, eppure ciò sta accadendo. Certo tutto questo comporta fatica ma, analizzando bene tutto quello che sta cambiando, molti di noi sono rimasti sorpresi da come lo stato di necessità abbia permesso una variazione che prima non avremmo mai pensato di poter attuare.

L’emergenza attuale ha portato anche dei cambiamenti necessari nel modo di studiare o di lavorare: è più che mai utile in queste settimane la tecnologia, che sta permettendo agli studenti di assistere alle lezioni telematiche e ai lavoratori di procedere attraverso lo smart working. Gli strumenti di uso comune come smartphone, tablet, laptop e PC, anche in casi differenti da questa emergenza, sono molto utili ad esempio per coloro che per motivi logistici sono impossibilitati a frequentare fisicamente le lezioni universitarie, o ancora per gli studenti con difficoltà motorie che, attraverso questi mezzi, possono assistere alle lezioni non privandosi di un desiderio (quello di frequentare l’università) pienamente raggiungibile nell’epoca della tecnologia.

Queste modalità di formazione e di lavoro possono, se utilizzate con frequenza, far assumere al nostro Paese una nuova dimensione di globalizzazione. I social network, che spesso sono stati criticati e demonizzati per essere strumenti di distrazione e diseducazione, stanno assumendo un ruolo importante nel processo di cambiamento sociale in corso, rendendo questo cambiamento necessario meno drastico.

Sebbene a distanza fisica, gli italiani che in questo periodo sono costretti a rimanere in casa possono ugualmente mantenere i contatti con amici e parenti, scambiare informazioni, condividere file multimediali e pensieri, sentendosi vicini anche se lontani. L’auspicio, ovviamente, è che si ritorni alla normalità nel più breve tempo possibile e non è pensabile che la tecnologia possa sostituire la fisicità, ma sicuramente dopo questa esperienza rimarrà la consapevolezza che la tecnologia ci può essere amica e che da un cambiamento necessario si può uscire anche migliori.

 

Martina Sarcina

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Una squadra che cerca solo la parità

“Abbracciamoci forte, e vogliamoci tanto bene; Perché abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti. Guardate con chi siete, perché non ve lo dimenticherete mai! E sarà l’abbraccio più lungo che una manifestazione sportiva vi abbia mai regalato. Forse uno dei più lunghi della vostra vita! Abbracciatevi forte… Abbracciatevi forte… E abbracciate soprattutto questa meravigliosa squadra… Che ha vinto soffrendo… “ -Fabio Caressa.

Per quanti anni abbiamo sognato quel momento? Per quanti anni abbiamo intonato queste parole nei bar, alle feste, per le strade, con amici, con la nostra famiglia, ma anche con tutti coloro, sconosciuti o meno, che insieme a noi hanno ancora oggi la voglia di urlarle al cielo. Il calcio. Lo sport. Italia.

In quel giorno, in quei momenti, non esistevano critici, non erano ammessi insulti (se non alla squadra avversaria); amanti o meno del calcio, erano tutti incollati alla sedia; poggiavano la birra ed esultavano, perdendo la voce sulle note del nostro coro. Tutti uniti, per 90 minuti e anche di più, una nazione unita per una squadra.

Sempre l’Italia, quest’estate, è tornata ad emozionarci, è tornata a farci lottare e soffrire con lei; tutti incollati al televisore, abbiamo seguito le maglie azzurre e il pallone quasi come se fossimo noi a giocare. L’unica differenza rispetto a 13 anni fa è stata la formazione: 11 donne in campo e altrettante in panca. Sì, avete letto bene: Donne.

Sono andate contro ogni scetticismo, hanno abbattuto ogni critica e superato ogni aspettativa. Donne che meritano più di tutti noi le parole sopracitate, che rappresentano meglio di chiunque lo spirito di sacrificio e dello sport, al di là delle discipline. Ho volutamente sottolineato le parole di Caressa, perché sono le uniche che rappresentano al meglio questo periodo sportivo: la rivoluzione. Parola alla rinascita.

I loro sforzi in quel rettangolo verde danno voce alle lacrime che centinaia di bambine versano dopo ogni allenamento perché non accettate o perché prese in giro da chi, a quanto pare, di sport non ne vuole capire niente. Il sudore versato dalle nostre donne non è altro che la rivoluzione del calcio femminile che chiama alla carica. In Italia, come in buona parte d’Europa, negli ultimi anni sorge un incredibile incremento di iscrizioni femminili alle scuole calcio e di conseguenza maggiori creazioni di staff e squadre femminili.

Ai livelli più alti invece si lotta ancora oggi per rendere la nostra Serie A femminile un campionato di categoria massima riconosciuto tra quelli professionistici, come di fatto avviene da anni in Spagna, Francia e Stati Uniti. Ma la lotta più grande, che le nostre atlete devono affrontare è un’altra: “Il calcio non è uno sport per donne “, “Gli uomini giocano a calcio e le donne ballano” e mille altri luoghi comuni. Frasi ricche di eresie e follia. Frutto di un egocentrico pensiero, infondato e fortemente antisportivo.

Le ragazze che hanno scelto di dedicare la vita al loro amato sport, al calcio, partecipano ad allenamenti molto pesanti e oltre allo sforzo fisico devono affrontare il peso costante delle etichette, delle discriminazioni, degli insulti. È in atto una battaglia culturale e chi scredita il calcio femminile non ama questo sport; chi ama davvero il calcio non può che stare dalla parte delle donne, dalla parte di chi vuole solo avere la possibilità di seguire la propria passione a prescindere dal sesso. La rivoluzione è cominciata, 1-0 palla al centro, alla prossima…

 -Alessandro Zannini

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DISCMAN 2.0 – #10 Timidamente Ruggero

Marzo è quel mese dell’anno parecchio pazzerello, che quando esce il sole prendi l’ombrello, in cui nascono i bambini sotto il segno dei pesci, dove i fiori sbocciano e contemporaneamente i nasi si chiudono.
Marzo è il mese del risveglio in tutti i sensi: dopo il lungo inverno passato in letargo tra maglioni di lana e pantaloni di velluto, le donzelle cominciano a scoprirsi, cominciano a mostrare lo stacco di coscia, rinascono tutti i cervi a primavera e gli uccelli si risvegliano e cominciano a ballare meglio di Gianluca Vacchi. In una parola: per me marzo è primavera.
Dato però che lo stacco di coscia da mostrare non ce l’ho, ho deciso di spogliarmi (placate gli uccellini e finite di leggere) in un altro senso: mi tolgo di dosso il vestito indie e vi svelo uno dei miei guru, uno dei maestri di vita che ogni giorno mi ispira in quasi tutte le cavolate che dico, colui che tutto muove e tutto puote: Ruggero de I Timidi.
Adesso, ingrati, vi starete sicuramente chiedendo: «e quest’altro chi è?»
Bene, siete fortunati perché oggi ho finito la mia dose di cattiveria mentre tornavo a casa con le pinne, quindi sarò gentile e pacata e non mi arrabbierò per il fatto che avete ignorato fino a questo momento un artista timidamente eccezionale.

Ruggero è l’uomo dal caschetto nero che fa impazzire il mondo intero: ciò detto, spero stiate andando a cercarlo su Internet per capire il senso del mio elogio a una parrucca; se invece lo conoscete già, sarete d’accordo con me nell’affermare che Ruggero è l’uomo delle hit dell’estate, l’uomo del reggaeton e della salamella in riva al mare.
Arrivati a questo punto, due sono le categorie di persone riscontrate (che Darwin levate proprio): chi, divertito, comincia ad ascoltare i brani più popolari e chi ha chiuso la pagina internet dandomi di “sconnessa completa”. La sconnessa, innanzitutto, vi ringrazia per il complimento e poi vi assicura che vi state perdendo qualcosa di speciale. Poco importa che sia un uomo sui quarant’anni, diversamente magro e con una faccia a metà tra un putto e un panettone, se è lo stesso ha scritto un capolavoro come Quello che le donne dicono. Adesso non mi venite a dire che non sognate anche voi di essere Fabiana Incoronata Bisceglia e di far parte del coretto che canticchia: perché non lo vuoi amare?.
Dovete ammettere che è sincero, forse anche troppo sincero, e che l’ukulele, l’orchestra timida e il coro femminile rendono il tutto più orecchiabile e migliore di tutta la musica che circola ora; e soprattutto, care compagne con le ovaie, dovete ammettere che Ruggero ha capito tutto quello che abbiamo sempre cercato di nascondere ai maschietti: vi lascio immedesimare e capire la cosa che per voi ha azzeccato di più — io non metto bocca, che già mi sono esposta abbastanza. 

Ruggero è neo-neorealista, e quando uno è neo-neorealista, certe cose le capta e non ci mette niente a farle diventare poesia: tuo figlio ti chiede «cosa sono i trans?»
Facile, è come aver fratello con sorella, uniti in una persona sola.
Avete conosciuto una donzella di facili costumi e non sapete come elogiarla? Ruggero ha la soluzione: Come sei bella, come sei strana, ti piace il succo di banana!
Adesso capite perché parlo di un Maestro e della colonna sonora della vita? Avete capito perché devo ringraziare i miei amici che, in una sera d’estate — forse era inverno, ma son passati pure 3 anni e vi ricordo che ho una memoria da pesce rosso — hanno cominciato a strimpellare con la chitarra e se l’argomento a mancare viene, le donne parlan di lunghezza del…?
Mi è piaciuto così tanto, che non ho potuto non divulgare la sua magia nel programma radio Tuttigusti+1 che facevo con le mie super Spicegirls Alessia e Antonella, l’anno scorso in casa, qui a Roma… E adesso sto divulgando la magia anche a voi. Perché il mondo deve sapere che esistono cantanti capaci di scatenare tzunami, come Ruggero de I Timidi.

…Tra l’altro, what has Ruggero that Vasco non have?

Che il trash e l’autoironia siano sempre con voi

 


-Caterina Calicchio.