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DISCMAN 2.0 – #14 I leoni dei trulli

Come penso avrete capito dopo ben 14 articoli, Roma mi ha adottata, ma la mia mamma è un’altra: la Puglia. Il mio è un paese dell’alta Murgia, nella regione chiamata “la Jamaica italiana”: forse perché siamo un po’ scuretti di pelle, perché c’è un clima perfetto per la crescita di qualsiasi tipo di piantagione o perché abbiamo il sole in fronte (alcuni ne hanno anche troppo). Jamaica forse per la musica: il reggae. In tanti hanno provato a suonare quelle melodie per le quali il sedere si stacca e balla da solo mentre tu sei con una torcia in mano a cercare la bellezza della vita, e tra quelli che ci hanno provato e che continuano a farlo voglio presentarvi un gruppo a cui tengo particolarmente, che ho visto nascere, crescere e… volare. Direttamente dai trulli di Alberobello, i Lion’s Cage.

Per presentarveli al meglio, ho voluto che loro stessi vi parlassero della loro musica e dei loro dread: ecco a voi le mie 4 chiacchiere con Irven, il cantante.

Long live Reggae music, buona lettura.

Comincio col dire che io vi conosco dai tempi della “Giornata dell’arte” del liceo ma non vi ho mai chiesto come mai vi chiamate così. Ebbene, adesso è arrivato il momento: cosa significa Lion‘s Cage? Perché “la gabbia del leone”?

La gabbia del leone rappresenta la vita e ogni suo aspetto, rappresenta l’esperienza, le difficoltà e le gioie: un cammino lunghissimo, anche se la gabbia ci appare piccola e stretta. Il Leone è la gabbia, come la Gabbia è il leone. L’individuo è il mondo, come il mondo rappresenta tutte le realtà che l’individuo si costruisce intorno: la realtà è il riflesso di come ci poniamo ad essa, il prodotto di ciò che vogliamo vedere. Niente è meglio di una gabbia per produrre in qualcuno la sensazione di essere più grande di ciò che si è, per trasmettergli la voglia di aprirla e di fare lo sforzo di lavorare su se stessi per capire quali limiti ci si pone senza nemmeno aver provato!

Perché il pubblico dovrebbe ascoltare proprio voi e non un altro gruppo reggae? Convincetemi.

Il pubblico non dovrebbe ascoltare noi al posto di un altro gruppo reggae… ma potrebbe farlo per curiosità, per distaccarsi dalle solite tematiche che girano intorno alla scena reggae, per la ricerca di un sound differente!

Continuando a parlare dell’immagine, ho notato che quasi tutti avete i dread, siete rastaman: tra le tante cose, condividete tutti il pensiero rastafari o è solo una coincidenza?

Come dico nel brano Dreadlock: «a volte avere i dreadlock è solo una bella acconciatura». Ci sono molti dei temi Rastafariani come libertà, uguaglianza e ribellione che condividiamo sicuramente, ma non sono i soli messaggi che cerchiamo di dare con la nostra musica e con la nostra immagine. Certo, l’acconciatura dà un tocco esotico al gruppo, ma di rastafariano c’è ben poco! Io, ad esempio, sono di una religione che ama la buona volontà ed il fine stesso della vita: l’esperienza.

Cosa rappresenta Real life, questo primo album che avete pubblicato?

Real Life è la rappresentazione tangibile di tutti gli elementi caratteriali, fisici ed energetici della vita terrena: nove step, al settimo si trova la vita reale, l’illuminazione. Ma non è lì che si raggiunge l’apertura della famosa “Gabbia del leone”; vivere la vita reale in tutta la sua purezza lo si può solo con l’esperienza (traccia che chiude l’album). Real Life è l’inizio di un racconto che durerà quanto una vita di cambiamenti, avventure, storie e lezioni che aiuteranno il leone a crescere man mano.

Rispetto all’impronta ska iniziale state andando sempre più verso il “reggae delle 4:20” (permettetemelo). Avete voluto sperimentare o questa è la scelta definitiva?

Il reggae delle 4:20 mi piace, funziona! È un reggae fatto per rilassarsi e pensare, ballare e stare in compagnia di se stessi; siamo cresciuti dai tempi di Bredda Mikael, dando al nostro reggae l’impronta jazz e “pesante” tipica del genere più vicino alle radici che lo caratterizzano. Ma i Lion’s hanno una vena guerriera, ne sentirete delle belle!

Cosa dobbiamo aspettarci da voi? Progetti futuri?

Statene certi! I Lion’s Cage stanno viaggiando nel cosmo in cerca di nuove idee e soprattutto di se stessi, sempre più vicini a un punto saldo e resistente (“un centro di gravità permanente”), avranno come tutti delle difficoltà lungo il cammino, ma sarà in queste che vedranno delle opportunità! Nasce così il secondo album che ti annuncio in anteprima: We Care Of All Dem. Detto ciò, tenete ampi gli spiriti, che vi veniamo a prendere!

 

 

 -Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #11 Motta(non)sonopiùio

Ben ritrovati su Discman 2.0, rubrica musicale creata con l’unico intento di ricevere un discman come regalo inaspettato grazie alle mie capacità di intrattenervi con le parole – o, più probabilmente, grazie a quelle di ammorbarvi fino a farvi esclamare «Eddai! Regaliamogliene uno!».
Questa settimana ho deciso di parlarvi di un artista che, poco a poco, sta subendo una metamorfosi che non mi piace per niente (in realtà non è che non mi piaccia, piuttosto non la accetto poiché è quel tipo di cambiamento che avverrà anche in me, prima o poi). Alto, magro, capelli ricci, faccia con chili di droga sotto le occhiaie: no, non è Galeffi, è Motta. Lo so, non potrà mai reggere il confronto con il caschetto di Ruggero, ma diciamo che i suoi riccioli hanno quel “non so che” di necessario: Motta rappresenta per me la colonna sonora di un’adolescenza di pianti, cuori spezzati e sorrisi senza motivo… o, forse, rappresentava. Parlo al passato perché oramai mi sa che l’amore gli ha dato alla testa e quel senso di spleen e di incertezza generale che mi faceva sentire a mio agio, non c’è più. Chissà cosa gli ha fatto, la «Cagna maledetta»…

Se nel suo primo lavoro, La fine dei vent’anni, la cattiveria, la rabbia e i ritmi tribali dei Criminal Jockers erano onnipresenti, adesso le cose sono un po’ cambiate ed è proprio per questo che ho deciso di raccontarvi della mia relazione con la sua musica adesso, perché ho paura di un prossimo album fatto più col cuore, che col disagio.
Paroliere come pochi, Motta è sempre stato la nota macabra in un panorama pieno di felicità: basti pensare a pezzi come Bestie o Fango, o più semplicemente all’immagine di lui a torso nudo che canta mentre suona la batteria. Pazzesco, no? Come la magia della noia, come Roma che mi prende dal collo e poi mi lascia per terra, come la paura di dovere stare bene che prima o poi ci passerà; pazzesco come sentirsi dedicare Sei bella davvero senza capire effettivamente il senso di questa dedica perché non te l’hanno mai spiegato senza giri di parole, senza quella concretezza di cui ogni tanto abbiamo bisogno. Questa parola, che sembra avere il peso di una tonnellata di cemento armato dovrebbe in realtà fare bene più che spaventare; è infatti la concretezza che ha portato Motta a scrivere La nostra ultima canzone, ricominciando a parlare di “noi”, per essere felici senza pensare troppo a quello che viene dopo, solo per il gusto di esserlo o perché lo si vuole essere. 

Perché, d’altronde, il peso delle parole è soggettivo e dipende da quanta paura – e quanta voglia – si ha di affrontarle; in questo modo persino un elefante potrebbe pesare quanto un colibrì nell’immaginazione, ma tutto deve partire dal proverbiale criceto che gira nel cervello. Dato però che il mio di criceto si è svegliato e ha deciso che ho fame, concludo questo articolo non troppo simpatico con la strofa tatuata nella mia mente e che, insieme al benedetto stile di vita “sticazzi”, mi fa essere quello che sono adesso: un po’ a cazzo di cane. Ma che volete fare, è andata così.

 

«Le parole son qualcosa di importante, di cui ti armi per uccidermi la mente».

Nota: ogni riferimento non è assolutamente casuale.

 

 

 

-Caterina Calicchio.

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Uno, Brunori e centomila

La prima vera esperienza teatrale di Dario Brunori, in arte Brunori SAS, si registra nel 2015 con Brunori Srl, una società a responsabilità limitata, a seguito del grande successo di Volume 3 – Il Cammino di Santiago in Taxi, spettacolo poliedrico tra musica e parole. A tre anni di distanza, con la definitiva consacrazione dell’album A casa tutto bene, il cantautore calabrese torna nei più grandi teatri d’Italia con Canzoni e Monologhi sull’incertezza, che ho avuto modo di apprezzare il 13 marzo nella magica cornice dell’Auditorium Parco della Musica in una delle due date romane (si replica il 10 aprile).

Chi conosce solo il Brunori cantautore potrebbe uscire sconvolto dalla sala, ma se si approfondisce meglio il personaggio nel suo complesso non ci si stupisce di nulla. Dario Brunori lo ribadisce e lo lascia trasparire in ogni intervista, da uomo “incerto” quale lui stesso ostenta di essere nelle sue canzoni deve fare da contraltare una persona semplice e ridanciana; è proprio questo contrasto che lo rende amato da un pubblico trasversale che va dai 20 agli 80 anni. Lo spettacolo in questione non fa eccezione e s’inserisce perfettamente nel percorso artistico intrapreso in questi anni.

Avendo purtroppo mancato l’appuntamento con la precedente performance teatrale, devo ammettere che la curiosità di vedere questo Brunori per me inedito era tanta, così com’erano alte le aspettative, per nulla deluse; visto il titolo dello spettacolo il rischio “mattone” era una possibilità concreta, ma non si diventa uno dei migliori cantautori in circolazione per caso. Con notevole padronanza della scena Brunori alterna le sue canzoni — che sono poesie, denunce, grida di speranza — a monologhi quasi irriverenti nei confronti del suo personaggio, che nell’immaginario comune dovrebbe corrispondere a tutt’altro; è lui stesso a giocare sulla pesantezza delle sue canzoni, invitando il pubblico a non assistere a troppi concerti per non scadere nel masochismo, e ciò che rende tutto credibile è la sua incredibile spontaneità. Il genere dal quale attinge per i suoi monologhi, che spezzano la parte musicale ogni 2/3 canzoni, è quello della stand-up comedy, anima nobile della comicità, stile con il quale si può abbracciare l’attualità anche nelle sue facce più amare, facendo ridere il pubblico ma invitandolo anche a riflettere: è il vestito perfetto per Brunori, che alterna fasi molto rilassate e ironiche ad altre più raffinate, dietro le quali si cela un mondo di contraddizioni che s’intrecciano e danno vita a sensazioni confuse. Il perfetto condimento è quell’accento cosentino che lo caratterizza nel parlato ma svanisce nel cantato, facendo sorgere nei suoi ascoltatori la domanda su chi sia veramente l’uomo di fronte a loro.

Il grande risultato dell’opera è senza dubbio quello di non aver sminuito né la parte musicale né quella teatrale. Le due facce dell’artista si sono mescolate perfettamente in uno spettacolo maturo e coerente nell’insieme, dinamico e coinvolgente. Non è facile risultare così credibili incarnando nella stessa serata più ruoli: c’è un Brunori cresciuto in questi anni di carriera, consapevole delle sue incertezze e forte dei suoi successi; un animale da palcoscenico profondamente rispettoso delle sue origini e mai snaturato nel proprio percorso; un uomo — e un artista — caratterizzato dalla sua terra e dal suo tempo, sospeso tra innovazione e tradizione, tra la voglia di restare e quella di scappare; è Lamezia Milano; è «un vecchio ragazzino dentro il corpo di un uomo», «da nonno Michele a mio nipote Francesco»; «un lupo della Sila tra i piccioni del Duomo». Brunori è tutto questo, ma fondamentalmente siamo noi; ogni essere umano è il frutto del percorso che intraprende.
Siamo così oggi e in questo luogo, non lo eravamo ieri e non lo saremo domani: siamo “Uno, Nessuno e Centomila”, e da qui Canzoni e Monologhi sull’Incertezza. La standing ovation finale viene da sé.

Merita una menzione l’opening act di Nerina Pallot accompagnata da Marc Ferguson, duo acustico dalle sonorità delicate e potenti allo stesso tempo, una scoperta piacevolissima che apre nel migliore dei modi un’altrettanto piacevolissima serata.

 

 

-Gabriele Russo.

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DISCMAN 2.0 – #10 Timidamente Ruggero

Marzo è quel mese dell’anno parecchio pazzerello, che quando esce il sole prendi l’ombrello, in cui nascono i bambini sotto il segno dei pesci, dove i fiori sbocciano e contemporaneamente i nasi si chiudono.
Marzo è il mese del risveglio in tutti i sensi: dopo il lungo inverno passato in letargo tra maglioni di lana e pantaloni di velluto, le donzelle cominciano a scoprirsi, cominciano a mostrare lo stacco di coscia, rinascono tutti i cervi a primavera e gli uccelli si risvegliano e cominciano a ballare meglio di Gianluca Vacchi. In una parola: per me marzo è primavera.
Dato però che lo stacco di coscia da mostrare non ce l’ho, ho deciso di spogliarmi (placate gli uccellini e finite di leggere) in un altro senso: mi tolgo di dosso il vestito indie e vi svelo uno dei miei guru, uno dei maestri di vita che ogni giorno mi ispira in quasi tutte le cavolate che dico, colui che tutto muove e tutto puote: Ruggero de I Timidi.
Adesso, ingrati, vi starete sicuramente chiedendo: «e quest’altro chi è?»
Bene, siete fortunati perché oggi ho finito la mia dose di cattiveria mentre tornavo a casa con le pinne, quindi sarò gentile e pacata e non mi arrabbierò per il fatto che avete ignorato fino a questo momento un artista timidamente eccezionale.

Ruggero è l’uomo dal caschetto nero che fa impazzire il mondo intero: ciò detto, spero stiate andando a cercarlo su Internet per capire il senso del mio elogio a una parrucca; se invece lo conoscete già, sarete d’accordo con me nell’affermare che Ruggero è l’uomo delle hit dell’estate, l’uomo del reggaeton e della salamella in riva al mare.
Arrivati a questo punto, due sono le categorie di persone riscontrate (che Darwin levate proprio): chi, divertito, comincia ad ascoltare i brani più popolari e chi ha chiuso la pagina internet dandomi di “sconnessa completa”. La sconnessa, innanzitutto, vi ringrazia per il complimento e poi vi assicura che vi state perdendo qualcosa di speciale. Poco importa che sia un uomo sui quarant’anni, diversamente magro e con una faccia a metà tra un putto e un panettone, se è lo stesso ha scritto un capolavoro come Quello che le donne dicono. Adesso non mi venite a dire che non sognate anche voi di essere Fabiana Incoronata Bisceglia e di far parte del coretto che canticchia: perché non lo vuoi amare?.
Dovete ammettere che è sincero, forse anche troppo sincero, e che l’ukulele, l’orchestra timida e il coro femminile rendono il tutto più orecchiabile e migliore di tutta la musica che circola ora; e soprattutto, care compagne con le ovaie, dovete ammettere che Ruggero ha capito tutto quello che abbiamo sempre cercato di nascondere ai maschietti: vi lascio immedesimare e capire la cosa che per voi ha azzeccato di più — io non metto bocca, che già mi sono esposta abbastanza. 

Ruggero è neo-neorealista, e quando uno è neo-neorealista, certe cose le capta e non ci mette niente a farle diventare poesia: tuo figlio ti chiede «cosa sono i trans?»
Facile, è come aver fratello con sorella, uniti in una persona sola.
Avete conosciuto una donzella di facili costumi e non sapete come elogiarla? Ruggero ha la soluzione: Come sei bella, come sei strana, ti piace il succo di banana!
Adesso capite perché parlo di un Maestro e della colonna sonora della vita? Avete capito perché devo ringraziare i miei amici che, in una sera d’estate — forse era inverno, ma son passati pure 3 anni e vi ricordo che ho una memoria da pesce rosso — hanno cominciato a strimpellare con la chitarra e se l’argomento a mancare viene, le donne parlan di lunghezza del…?
Mi è piaciuto così tanto, che non ho potuto non divulgare la sua magia nel programma radio Tuttigusti+1 che facevo con le mie super Spicegirls Alessia e Antonella, l’anno scorso in casa, qui a Roma… E adesso sto divulgando la magia anche a voi. Perché il mondo deve sapere che esistono cantanti capaci di scatenare tzunami, come Ruggero de I Timidi.

…Tra l’altro, what has Ruggero that Vasco non have?

Che il trash e l’autoironia siano sempre con voi

 


-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #9 E poi, Giorgio

Benvenuti su Discman 2.0. Oggi vi parleremo di quel non raro fenomeno che è il giudicare un libro dalla copertina; il giudizio a priori non è saggio, in quanto ci si basa su un’idea infondata o, peggio, su quello che gli altri ci inculcano. Così facendo, ci si preclude la possibilità di scoprire possibili libri meravigliosi, ma anche film, album, cantanti, persone…

Ecco: come si può ben notare, stamattina mi son svegliata Immanuel Kant… «Ca t pass» (scusate, dovevo). È bastato un momento e sono ritornata la zassa* di sempre: quando dici che chi nasce tondo non può morire quadrato…
Ritornando ai giudizi avventati, volevo parlarvi del mio rapporto con Giorgio Poi.
Nonostante il successo e la fama nel mondo delle ragazzine in preda alle esplosioni ormonali (sì, sempre loro), ho sempre ritenuto la sua voce un fastidio per le mie orecchie: un miscuglio tra il verso della gazza ladra e la voce di un ragazzetto in pubertà.
Poi però ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo: insospettabilmente, il libro si è aperto, le mie orecchie hanno apprezzato e ho cambiato idea; forse perché l’ho ascoltato nella cornice pazzesca del Farm Festival, tra i trulli di Alberobello; forse perché conosco un ragazzo molto simpatico che gli somiglia tantissimo; forse perché l’ho visto mangiare in solitudine un panino seduto ad un tavolino. Forse perché, rubando una parola alla città che mi ospita con tanta pioggia e immenso amore, è caruccio: bassino, biondo, sempre con un cappellino in testa. Quindi Fa niente, Giorgì! Accetto la tua voce stridula, le cover di Contessa e pure che sei biondo.

Credo fermamente che con cantanti dalla voce fuori dagli schemi il giusto atteggiamento sia: «guarda oltre ciò che vedi». Regà: leggete i testi, ascoltate l’arrangiamento, scoprite il perché delle cose oppure accettate che il ritornello vi entri in testa e basta, come ho fatto io. E, fidatevi, è stato l’inizio della fine. Quando entro in fissa per una canzone succede sempre così e le persone che mi conoscono lo sanno: lo sa mia madre, che quando sono a casa deve sorbirsi il mio djset giornaliero; lo sanno le mie coinquiline; lo sanno Sofia ed Eleonora a lezione. La Madonna sul divano mi ha accompagnato durante Linguistica Generale, nel tragitto casa-università, a fare la spesa.

Oltre alla madonna beata «che se fa er sofà», la cosa che più mi piace di Giorgio Poi –sorvolando sul nido di uccellini gracchianti tra le corde vocali – è che racconta la sincera verità, la vita com’è e non quella che vorrebbe che fosse.
I suoi pezzi sono genuini, da cantare rigorosamente a squarciagola, in doccia, per strada, con gli amici. In Tubature, in Acqua Minerale, in Niente di strano, se non gridi quanto lui, godi solo a metà.
E l’album, Fa niente, è esattamente questo: un insieme di quell’amore spensierato e sincero; della vita di tutti i giorni; di un Patatrac; di un sorriso che non doveva scappare perché tradisce la perfetta maschera da incazzata; di parole rimaste tra i denti; di arance sbucciate e delle foto che non mi fai mai. Questo album è la giusta combinazione tra il vivere in un’altra nazione e l’essere italiano: una nazione che contamina la musica, che contamina il giro di Do all’italiana con suoni nuovi, elettronici e, concedetemelo, anche un po’ vaporwave. Dall’altra parte però, il bisogno necessario dell’italiano e delle sue parole, così intense e belle che tradotte in un’altra lingua non susciterebbero lo stesso brivido, le stesse emozioni.

E dunque, cari figliuoli, non fate come me: apritelo prima ’sto libro, non aspettate che un soffio di vento lo faccia per voi. Chiamatelo destino, fato, karma, Dio onnipotente… Chiamatelo come vi pare (anche se per me rimane sempre vento, che a credere a ’ste stronzate siamo buoni tutti).
Non fate come me, che se avessi aperto il libro prima di agosto scorso, adesso avrei la risposta alla domanda delle domande: «Ma perché sta fissa per il blu? La felpa blu, il dentifricio che era meglio quello blu, l’acqua minerale, le tubature».

Purtroppo è andata così: non ho ancora avuto una risposta, oggi è la Festa della Donna e nessuno m’ha regalato una mimosa (e c’è sciopero dei mezzi).
Io, nel dubbio, ritorno ad ascoltare i carissimi Gipsy King.
Ma niente di strano.

 

*zasso: termine dell’alta Murgia Barese; indica un giovane provinciale o di periferia che si sforza di adeguarsi ai modi di vita cittadini, ma in maniera eccessiva, volgare. 

 

 


-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #8 The Dark Side of Toscana

Giorni fa, ho ascoltato per caso una canzone, “Il nuovo pop italiano”. Ora, se volete provare il brivido di non capire chi diamine è che sta cantando, vi consiglio di ascoltarla… anzi, vi consiglio di ascoltarla comunque. Avete presente quelle canzoni, anzi quelle voci che sono così simili da non capire davvero chi è che sta cantando? Quelle voci che non riesci a decifrare, che sei indeciso fino a quando non arriva lui, l’eroe dell’orecchio arrugginito: SHAZAM. Praticamente, tutta ‘sta tarantella la farete pure e soprattutto per questa canzone: fino alla fine, fino al min. 3:21 sarete increduli e penserete di stare ascoltando un Bianconi sotto effetto di una pozione ringiovanente, che sembra essere nato nel 1993, piuttosto che nel 1973, con il suo vocione inconfondibile ma più limpido, giovane… e quindi confondibilissimo. Poi però scopri che il cantante è davvero classe ’93 o giù di lì, si chiama Eugenio e il gruppo che suona non si chiama Baustelle ma Siberia.
Carràmba, che sorpresa!
Bello, no? Bello quando sei convinta di stare ascoltando la nuova “Charlie fa surf” e invece scopri qualcosa di completamente nuovo, fresco.
“In cammino da 8 anni per il mondo della musica indipendente, i Siberia vengono da molto lontano, dalla rossa e fredda Russia…”. Anche se sarebbe stata una bellissima coincidenza, scherzavo, ragazzi: sono italiani, vengono da Livorno. Perciò, non vi aspettate di trovare titoli in cirillico o una versione pop di Kalinka, che non è così: da una parte è meglio, così almeno capiamo di cosa stanno parlando, dall’altra… vabbè, facciamo che non mi esprimo. Dicevamo, i Siberia sono 4 ragazzi che navigano dal 2010 (per chi non sapesse portare il conto) in un’Italia musicale, un’Italia indie, una penisola che non finiremo mai di scoprire. E “Si vuole scappare” è il loro secondo lavoro mostrato al pubblico esattamente oggi. Cosa aspettarsi da “Si vuole scappare” considerando che il nome dello scorso album è “In un sogno è la mia patria”? Che si sono rotti gli zebedei della Toscana, dell’Italia? O è un album di riflessione sulla vita che avanza, sugli amori che finiscono, sull’Epica del dolore? Io non dovrei dire niente, eh, però più la seconda.
Hey, che ti aspettavi?
Siamo d’accordo, hanno il nome di una regione ma questo non significa che bisogna ipotizzare un trasferimento immediato! Eh sì, perché “la Siberia è qui, è nel cuore”… ok basta, la smetto di andare avanti a citazioni.

Ma parliamo di musica. A primo ascolto, si percepiscono subito i toni freddi, cupi e intensi: per capirci, non sono i toni di Primavera della Marina Rei nazionale. D’altronde si chiamano Siberia e non Costarica.
Dicevo, a primo ascolto si percepisce il freddo secco della Russia e, se ascoltaste solo le basi, pensereste che l’argomento principale dei pezzi sia: quanto è bella la morte.
La verità, invece, è che sono dei teneroni. Anzi, più che teneroni, la parola più adeguata è cagasotto. È un disco fisico, che parla dell’amore reale, carnale, dei cuori spezzati per davvero, dei trent’anni che si avvicinano, dell’età adulta. È un disco all’apparenza nero, come la paura. La paura fottuta di chi si avvicina o è immerso nel mondo degli adulti, nel mondo reale, se così lo vogliamo chiamare. Ma quello strato di nero si spacca ogni qualvolta che Eugenio parte con un acuto e sprigiona tutti i colori di un ragazzo in preda ad una crisi pseudo-adolescenziale: rabbia, sconforto, amore.
È un album fatto di cuori tiepidi e di baci sterili, di lacrime, di Ginevra, di “ti prego, non dirmi di no”.
Proprio perché contenitore di un sacco di cose contrastanti, guerra e pace, colore e non colore, paura e conforto, non riesco a collocarlo in nessuna categoria (e questo è molto grave): è un insieme di Baustelle, con un pizzico del sempreverde Vasco in “quanti amori hai stasera?”, che si reincarna in gruppi più giovani rubandogli il soffio vitale per continuare a fare concerti, quando l’unica cosa che dovrebbe fare è ritirarsi a Castellaneta tra le meduse. Insulti gratuiti a parte, dicevo: è un insieme fatto di Vasco Rossi, del Maestro Battiato (che ritrovo un po’ in tutta questa musica nuova, vai a capire perché), del jazz e degli Editors e Interpol, così come afferma la band, anche se in tutta onestà, non so di cosa si parla. Il tutto, condito da quei suoni elettronici che ti fanno perdere l’orientamento.
L’ascolto è vivamente consigliato… però non tenete conto del fatto che chi consiglia l’ascolto sia io: son dettagli.
E tra la nebbia e la dolcezza della sera, e le luci al neon della biblioteca, concludo la mia dose bisettimanale di parole dette a vanvera.

“Sai che a volte la tristezza è quello che vogliamo?” No, questo non lo sapevo. Ma terrò presente, grazie.

 

  

 

-Caterina Calicchio.

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Discman 2.0 – #7 Alta fedeltà

Ma che colore ha una giornata uggiosa? Ma che sapore ha una vita mal spesa?… il sapore delle lenticchie che sto cercando di cuocere? O quello della mia manica bruciata? Lo scopriremo solo vivendo, intanto oggi, in una giornata dedicata al dolce far niente in cui già dalle 10 di mattina c’è un buio pesto che manco la Norvegia, ho deciso di parlarvi di quel concetto molto simile ai dugonghi, in termine di rarità s’intende, che è la fedeltà.
Così, bell e buon.
E qui, il 50% di quei pochi che leggono le cazzate che scrivo, ha già chiuso la pagina e sta pensando “Ao, ma questa che vuole?”.
Figliuoli, non vi allarmate, che mettervi in testa strani pensieri riguardo i vostri tradimenti è l’ultima delle mie intenzioni.
Qui si parla di una fedeltà diversa.
Per l’appunto, riflettevo sul fatto che ci hanno sempre insegnato ad essere fedeli al nostro Credo, fedeli alla dieta, fedeli alle cose che si affermano… e mi sono chiesta: ma io sono fedele? La risposta è stata: anche no. C’ho una memoria da pesce rosso che mi fa dimenticare cosa ho fatto ieri, figuriamoci se mi ricordo cosa ho detto 5 anni fa! E proprio grazie a queste domande esistenziali, che Giacomino Leopardi levate, oggi vi parlerò di Infedele, ovvero l’album che Colapesce ci ha regalato l’ottobre scorso.
Concentrato in sole 8 tracce, “Infedele” è un disco nuovo, in cui la sua voce (che è sempre la stessa) incontra suoni innovativi e moderni; a primo ascolto ti lascia perplessa, perché da uno come lui, non te l’aspetti un album del genere. Perché Colapesce siculo fu, e la trap, l’inglese non fanno per te, che sei nata e vissuta a Catania, come dice lui. Capite adesso il perché dello shock?
È paradossale, ma pur essendo infedele, per me l’album è diventato La Bibbia.
Forse perché la musichetta identica da discount di tutta questa musica nuova, è stata rimpiazzata dai synth e dai suoni elettronici: passiamo dalla tenera ninna nanna de Le foglie appese al ritmo di Pantalica, che potrebbe benissimo essere inserita nella playlist di una serata al “Goa”.
O forse perché mette a confronto il moderno con una delle cose più vecchie di questo mondo, ossia la chiesa, la religione. In ogni caso, una volta metabolizzata la novità, non farete più a meno di ascoltarlo, rimarrete sospesi nel nulla cosmico e spensierato. E non solo dal 20 al 28 dicembre.
Sospesi sullo stretto di Messina, sull’autostrada Roma-Bari, sospesi tra le note e le parole sussurrate da un auricolare o per i più fortunati, dal cantante stesso: le sue canzoni sembrano quasi quei segreti che si dicono nell’orecchio al migliore amico, o a chiunque vogliate dire un segreto. Nel tempo, Colapesce è riuscito a sussurrare Tuyo, ormai simbolo di quel grand’uomo di Pablo Escobar, che grazie alla dolcezza della sua voce è diventato per un minuto un monaco buddista; e addirittura Thriller, di un Michael Jackson sicuramente sotto effetto di goccine, data la pacatezza dei toni del suo incubo.
E ancora oggi, Colapesce continua a sussurrare segreti come l’amore è anche fatto di niente”mi sento meglio se mi baci al sole, segreti che devono necessariamente rimanere sospesi nell’aria, tra le particelle di CO2 del traffico di Roma.
E noi con loro, sospesi ad osservare un Maometto che sorseggia un Negroni sbagliato nei locali di Milano e una band di chierichetti capeggiata da un prete di nome Lorenzo che fa la comunione al pubblico mentre canta. Con l’augurio che durante il concerto scappino i primi accordi di “Il tuo popolo in cammino”, non posso che riconfermare il genio e la bravura di Colapesce. Totale, come sempre.

È arrivato il momento di salutarvi, visto che mi sono dilungata così tanto a scrivere questo articolo che tra poco ricomincia Sanremo, che anche se quest’anno i cantanti li hanno presi dal reparto di geriatria, è sempre una bella cosa. Buona infedeltà a tutti.

N.B.: Per scrivere questo articolo, nessun Beppe Vessicchio è stato maltrattato e, per la prima volta in vita mia, non ho bruciato le lenticchie: sempre fedele ai consigli di mamma Rosa. 

 

 

  

 

-Caterina Calicchio.

DISCMAN 2.0 – #5 Vorrei essere te così poi (non) m’ammazzerei

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)


Ciao, lui è Giancane e non è un cantautore di merda.
Ciao, sono Caterina e io invece forse lo sono un po’, un “omm e’ merd”: mi son fatta trasportare da panettoni, pranzi chilometrici e tombole (fatelo voi un Natale al sud!) e mi son ridotta al 4 gennaio per finire tutto ciò.
Però eccomi qui, ce l’ho fatta.
È stata davvero un’impresa intervistarlo, bisogna dirlo: tra il traffico della capitale e un parcheggio che non si trova, un’intera classe di arabo che mi ascolta mentre parlo al telefono, buste di taralli promesse e scivolate nel corridoio…  però ne è valsa la pena.
Che lo chiamiate Giancarlo, Cangiarlo, Giancane o Piersilvio (ecco, magari Piersilvio proprio no) è poco rilevante: lo amereste comunque dopo aver ascoltato l’ultimo capolavoro pubblicato a novembre, “Ansia e disagio”… ragazzi, ha dedicato un pezzo a una splendida bionda in bottiglia, ma che ve lo dico a fare!
Giancane appartiene a quella categoria di cantautori che prima di tutto è consapevole di essere un ragazzo comune, che canta di quello che pensa, di quello che vede, senza utilizzare filtri. Mi azzardo a chiamarlo verismo cantautorale, o anche Giancanismo. Si tratta di un cantautorato-verità  in cui non si deve né “reimparare a camminare” perché la ragazza t’ha lasciato, né tanto meno “ricordarsi dello zucchero filato”. Il bello è proprio questo: riconoscere una Roma, quella di Ansia e Disagio, veritiera e senza fronzoli. Una Roma piena di disagio, piena di bambini che strillano perché i genitori non riescono a contenerli, una Roma piena di fascisti e un Giancane che ci sta dentro e che la racconta nel bene e, soprattutto, nel suo bellissimo male.
E tra sottilette e limoni, l’ipocondria e la Peroni mando voi in avanscoperta verso quel fantastico rebus che è l’album.
Buona lettura.

Come prima domanda: ti senti più Giancarlo o Giancane? E chi è Giancarlo e chi Giancane?

Praticamente sono la stessa cosa. Con Giancane mi sento meno finto, ho meno filtri che nella vita normale: quando canto non mi pongo limiti, mentre nella vita di Giancarlo sì […che alla fine, dovrebbe essere il contrario… O no?] Beh in realtà sì, forse sì… Solo che non so perché ma con me funziona in maniera inversa, funziono forse in maniera inversa.

Volevo chiederti, invece, che ti è successo? Sei passato dallo scorso album “Una vita al top” a questo che si chiama “Ansia e disagio”… Anche se non si parla tanto di una vita al top, perché questo cambio di rotta?

No, infatti, era il contrasto… Una vita al top per dire “Una vita di merda”, però “di merda” sembrava brutto. Diciamo che a un certo punto abuso di questo termine ma perché suona bene e rende molto l’idea. Quindi in realtà è tutto collegato: se si ascoltano entrambi gli album attaccati, più o meno hanno un senso.

Invece, perché un cruciverba come copertina dell’album?

Sì, beh perché in tour li facciamo sempre, compriamo sempre la Settimana enigmistica, in furgone ci passiamo il tempo. Poi mi piace fare le grafiche riconoscibili dei dischi, cioè che prendano spunto da quello che poi è un qualcosa che viviamo. Per esempio, le sottilette perché erano l’unica cosa che avevo nel frigo mentre registravo lo scorso album, e la Settimana Enigmistica che continuiamo a fare. Nel libretto dell’album, a parte il cruciverba, ci sono tutti i giochi [ma le parole invece? Io pensavo fossero i titoli delle canzoni, invece no…]. No, sono collegate ai testi, testi nuovi e testi vecchi, cose che succedono nella vita quotidiana e ogni gioco nel libretto è riferito ad un pezzo: è tutto un collegamento strano che ho voluto creare per non scrivere il classico testo, fare giocare per arrivare ad un punto. Al testo, ecco.>>

In riferimento a “Vorrei essere te”, ti chiedo appunto: come chi vorresti essere?

Beh dipende, perché lì poi mi ammazzo… come voglio essere in maniera positiva o negativa? [in maniera positiva dai… anzi, anche negativa]. Per la parte positiva, preferisco accontentarmi di quello che c’ho, quindi facciamo me stesso. Per la parte negativa, beh, puoi tagliare un sacco di rami secchi in questo modo… ci devo riflettere, andiamo avanti e intanto ci penso.

In ambito musicale, invece, a chi ti ispiri?

Diciamo che gli ascolti sono molto vari, per esempio ieri sera stavo ascoltando Tiziano Ferro. Faccio dischi per gli altri, il mio vero lavoro è fare il produttore, quindi ascolto un mare di musica, dalla più brutta alla più bella. In questo senso, il disco vecchio era leggermente più folk a livello sonoro… Poi, non è che è cambiato tanto, in realtà è folk anche l’altro ma c’è più elettronica. Diciamo che il primo disco aveva un approccio un po’ più irish, penso io, per come me lo ricordo, ecco. Questo qui invece, sempre un po’ irish ma va più verso l’elettronica, verso il cazzeggio, mi è venuto molto spontaneo, diciamo: lì ero proprio da solo, in questo no.

Bene, sai che faccio parte del giornale universitario di Roma Tre; non so se ti è giunta voce dell’incontro organizzato nella nostra università da persone riconducibili a CasaPound nel mese di dicembre. Visto che nel tuo album è presente “Adotta un fascista”, nata da una puntata del Webshow Kahbum, vorrei da te 3 motivi per adottare un fascista.

Non ci sono […per aiutarli  ,dai]. Per aiutarli, sì. Il brano è nato in una situazione particolare, 90 minuti con un tema che in questo caso era Adotta un fascista; noi abbiamo ribaltato il tutto, abbiamo pensato alla cosa che potrebbe dare più fastidio ad un fascista ed è l’essere omosessuale, quindi magari, essere adottato da un omosessuale potrebbe raddrizzargli il cervello, credo. È un consiglio.

Prima hai parlato di Folk, irish e, visto che in quest’ultimo lavoro c’è un po’ di Muro del Canto, c’è un assolo rock dedicato ad una splendida bionda, la Peroni da 66 e c’è anche (almeno io l’ho sentito) l’inizio di Redemption Song di Bob Marley in Hogan blu, volevo chiederti: dove ti collochi nella scena musicale romana?

Oh mamma. E questa è una bella domanda. Più o meno nel cantautorato per forza, però non mi piace come etichetta; l’approccio live è molto più
Old School punk-rock, però il disco non lo è. È un ibrido strano, mi colloco in mezzo tra il folk, il pop e punk… Non so come possa etichettare questa cosa. Poi, i pezzi sono molto variegati, un po’ la Peroni, un po’ pezzi dance… Diciamo che non mi sono posto dei limiti, quindi pure un’etichetta non te la saprei dare: comunque cantautorato, dai.

Hai riflettuto sulla domanda di prima?

Come chi vorrei essere per essere ucciso? Ci sto ancora pensando, cavolo, però non mi viene.  Ne possiamo pescare uno a caso nei testi… Forse come chi indossa le Hogan in generale.

Un’ultima domanda e poi ti lascio: visto che siamo al 20 di dicembre, la domanda casca a fagiolo: come ti stai preparando al compleanno di Gesù? Come l’affronti?

Guarda, vado a suonare. Saremo in tour. La parte della famiglia ce la teniamo per il Natale e poi partiamo. Ma non è che senta molto questa festività, in genere. Però, le classiche cose: cenone, poi il giorno dopo sono a casa di amici e il 26 suoniamo. Saremo in tour fino a… Boh, per un anno, immagino. Sarà un bel periodo.

 

 

 

-Caterina Calicchio.

DISCMAN 2.0 -#4 Serra nei via vai

C’era una volta una biblioteca sempre piena, un banchetto di RDS e delle ragazze molto infreddolite a causa delle porte dell’atrio sempre aperte (se le chiudete quando uscite per fumare, non vi prendete una multa, ‘cci vostra). Tra i pinguini e i caffè delle macchinette, Luana mi narrò di un suo compagno di banco del liceo, un certo Serra che scrive canzoni e che, ovviamente, le canta pure. Mi disse che sarebbe venuto qui a Roma a suonare, perché, a detta sua “Lui è bravo ma è timido e si vergogna. Menomale che l’ho convinto a venire qui e a suonare.”
Io son sicura che adesso state pensando: “Eeeh va be’, ogni scarrafone è bello a mamma sua, lei dice che è bravo perché è amico suo!”
E invece no, Matteo è bravo davvero.
Ora, chiudete gli occhi e immaginate un ragazzo dai capelli scompigliati con una chitarra tra le mani, che passeggia sulla spiaggia, per le strade, tra i palazzi e canta di tutto quello che gli succede intorno.
Tra un uccellino che entra nel locale, bimbi che strillano e autobus che non arrivano mai, Serra mi racconta la sua fiaba moderna.
E io la racconto a voi.
Buona lettura.

Chi è Serra?

Ho iniziato a scrivere a 13 anni e mi fa molto piacere raccontare come. Mentre guardavo il serale di “Amici”, Pierdavide Carone cantò una canzone di nome “Di notte”; parlando con i miei amici, qualcuno disse: “Dai, è plateale che questa canzone l’ha scritta per una ragazza!”. In terza media, c’era una ragazza che mi piaceva e ho pensato che anch’io avrei voluto scrivere una canzone per lei! E così è nato il mio primo pezzo; poi, dato che mi sono affezionato allo scrivere e al suonare, ho continuato. Lo scorso febbraio, ho finalmente comprato il microfono e il computer e ho iniziato a registrare dei miei brani che poi ho pubblicato a maggio. E da quel momento sono arrivate alcune occasioni: ho suonato qui a Roma, ho partecipato al Music Village di Peschici (tipo “Camp Rock”, hai presente?) dove ho incontrato tantissimi ragazzi proveniente da tutta Italia, produttori, musicisti… È stata un’esperienza molto bella.

Perché ti chiami Serra e non Matteo?

Eh, perché Serra… Dalle mie parti c’è un piccolo rione che si affaccia sul mare e che si chiama Serra: lì c’è la casa di un mio amico dove, quando avevamo sedici anni, ci rinchiudevamo il sabato sera, per bere e per divertirci. Lì ho iniziato a cantare le mie canzoni e dato che sono un tipo nostalgico, ho voluto riprendere quei ricordi e riportarli in quello che faccio adesso.

Cosa raccontano le tue canzoni? Ho sentito di reggiseni su un tavolo, di gente che legge Baudelaire e volevo capire: le tue canzoni parlano di cose reali o di cose che hai nella testa?

Molto spesso sono cose che mi sono capitate: per esempio c’è L‘universitaria che ho scritto a Parma, quando sono andato a trovare un mio amico. Mentre eravamo a lezione di psicologia, ho visto una ragazza che si legava i capelli ed ho provato ad immaginarmi la sua vita, riprendendo anche tutte le situazioni che mi raccontano le mie amiche universitarie [nel frattempo è entrato un uccello e mentre lui parla io penso che potrebbe cacarci addosso]. Serra e gli uccelli… intervista cacata, intervista fortunata.
Dicevo, in quella canzone ho voluto riprendere tutta quella realtà, quindi si parla di una ragazza che racchiude tutte le cose delle altre. Anche perché anche io sono universitario.

Cosa studi?

Lettere moderne.

Invece, parliamo di Sorda nei via vai

Ecco, qui c’è la persona specifica ed è stata l’ultima che ho registrato ma la prima che ho pubblicato, perché era quella che più mi rappresentava in quel momento. Sorda nei via vai parla della situazione che si crea quando ti lasci con la tua ragazza, non la senti da un sacco di tempo e non sai più nulla di lei: infatti l’ho scritta sei mesi dopo che mi sono lasciato. Nella canzone infatti, ci sono molte cose che vorrei chiederle.

Ma questa ragazza sa che l’hai scritta per lei?

L’ha ascoltata e penso abbia capito, anche perché mi ha scritto proprio quando l’ho pubblicata. Se conosci la situazione, ti riconosci nelle parole.

Da cosa nasce il pezzo Interrail?

Interrail è nata grazie ad un mio amico da cui ho tratto ispirazione: aveva problemi con la ragazza e altri casini ed è partito. In quello stesso periodo, inoltre, stavo ascoltando molto Portovenere dei Canova, una canzone estiva dal ritmo travolgente. Avevo l’idea di comporre una canzone malinconica ma anche trascinante, che facesse cantare: allora ho aggiunto alle storie che mi raccontava il mio amico in viaggio per le capitali (Amsterdam, Oslo…) un motivetto allegro. Raccontando di lui, mi ci sono riconosciuto anch’io. È una canzone liberatoria, me ne vado perché mi sono rotto le scatole.

Pronostici per il futuro?

Vorrei finire al più presto la triennale e spostarmi da Lecce per avere più possibilità, incontrare gente. Non penso oltre, sarebbe inutile.

Ultima domanda, che il mio amico Robbo mi consiglia sempre di fare: cosa ti dà la musica? Cosa dai tu alla musica?

La musica mi dà sfogo. La maggior parte dei miei testi, li scrivo di notte. Scrivere mi fa stare bene e mi dà l’opportunità di far conoscere i fatti miei. Non capisco la gente che ha paura di pubblicare la propria musica: nel momento in cui si scrive, si è felici a prescindere di mostrare ciò che si scrive, è proprio una specie di bisogno. Io, invece, alla musica regalo storie.

 

 

-Caterina Calicchio.

DISCMAN 2.0 – #2 Galeffi vince la partita del cuore

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)

Vi è mai capitato di voler bene a una persona senza neanche conoscerla?
È difficile da spiegare, è una specie di saudade ma in senso positivo, è il sincero voler bene a una persona che riesce a dire le cose che tu pensi ma in maniera migliore di come l’avresti fatto tu.
Ecco, a me è successo con Galeffi, esattamente quella persona che tutti vorrebbero come amico… o perlomeno io.
A primo ascolto potrebbe sembrarvi l’ultimo Edroado di turno ma vi assicuro che non è così: Galeffi è il cantante delle piccole cose.
Piccole come il caffè la mattina, come un libro di poesie, come una partita di calcio. Tutto questo è Scudetto, album d’esordio pubblicato con Maciste Dischi il 24 novembre scorso.
Dunque, non so ancora bene come (in realtà lo so ma di solito si dice così quando succede qualcosa di molto bello e che non ti aspetti,no?) ho avuto il piacere di scoprire cosa Scudetto significasse per lui, cosa ci fosse dietro una semplice tazza di té, cosa nascondesse dietro gli occhialetti da Harry Potter e sotto quel cappellino marrone.
Ok ho finito con il sentimentalismo, vi lascio all’intervista (anche perché con le parole, lui è molto più bravo di me) con la speranza che sia sempre innamorato di qualsiasi cosa e che non finisca mai di fare musica.
Chili d’amore per tutti.
Buona lettura

Chi è Galeffi? E quando lo sei diventato?

Galeffi è Marco, un ragazzo di 26 anni innamorato delle cose belle e dell’amore. Da un anno mi sono buttato in questo percorso iniziando a scrivere pezzi in italiano e adesso non vedo l’ora di continuare a fare belle canzoni.

Cosa dai alla musica? E cosa la musica ti dà?

Alla musica posso donare la mia passione e il mio rispetto, nient’altro. La musica invece mi accompagna da sempre, nelle giornate tristi e in quelle felici. È un’amica vera, che non tradisce mai

In “Tazza di tè”  parli di capire cosa vuoi diventare. Ecco, volevo sapere se adesso l’hai capito.

È una domanda che tutti ci poniamo più o meno sempre. Guardando i nostri genitori magari, prendiamo spunto su cosa vogliamo essere da grandi. Io qualche idea ce l’ho, ma è tutto sempre in evoluzione. Per fortuna niente va come ti immagini.

Come nasce Scudetto?

Scudetto nasce dalla voglia di sfogare del romanticismo nelle canzoni, senza pensare di farci un disco ma solo di dedicarle. Avevo messo in stand by la musica per dedicarmi al giornalismo e al lavoro in una pizzeria, però poi c’era troppa voglia di rimettermi in gioco dopo qualche band fallimentare. E meno male che è andata così, senza pensarci troppo.

Quanto Marco c’è nei tuoi pezzi?

Direi abbastanza, non al 100% perché  il processo di scrittura è  un’indagine infinita, una ricerca, uno scoprirsi poco a poco. Un venire incontro a se stessi, è accettarsi. Però c’è  molto Marco: c’è  Kerouac, c’è Pessoa, c’è Monet, c’è Totti, c’è il caffè, c’è il tè, c’è Harry Potter…tante piccole cose a cui sono affezionato.

Cosa dobbiamo aspettarci da te?

Canzoni da cantare a squarciagola e tornare un po’ bambini.

 

Io, non vedo l’ora.

Galeffi Gol 7 web_preview

 

-Caterina Calicchio.