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Tra individuo e individualism

Guess who’s back con due pensieri che scaturiscono dai suoi viaggi?

Sono tornata in Austria, questa volta a Hagenbrunn un paesino tranquillo, dai tipici paesaggi accoglienti e pacifici. Appena usciti da Hagenbrunn ci si trova nella mitica Wien di cui abbiamo già parlato qualche mese fa di fronte una tazza di tè e una fetta di Sacher. Ricordate?

Oggi ero in metro, non la B direzione Laurentina, e ho pensato che la globalizzazione ci guarda da ogni angolo.
E devi imparare l’inglese così agevoli la comunicazione, puoi viaggiare e hai la lingua dalla tua, sarà più semplice utilizzare ogni cosa. Come se l’inglese fosse il punto di partenza per vivere.
Aspettate, fatemi spiegare. È ormai chiaro che in molte situazioni se si conosce l’inglese a livelli che superino lo scolastico the cat is on the table si è avvantaggiati. Però mi sembra che questa globalizzazione voglia annullare l’individuo in quanto tale, in quanto singolo, per poterlo porre su un piano superiore ma allo stesso tempo inferiore. Io ti voglio, ti voglio come parlante di lingua x – inglese di questi tempi – perché ti devi adeguare a determinate situazioni e non voglio vederti né patriottico né legato a qualsiasi cosa che non sia imposta da me.
È così che lo vedo questo pensiero di globalizzazione. Tutti uguali. Ma chi, ma dove?
Attenzione che qui non voglio vedere dita puntate verso di me con tanto di razzista scritto su, o racist, come preferite. Perché io stessa sono un agglomerato di culture differenti tra loro, io stessa sono una che con le lingue ci combatte quotidianamente, io stessa sono una che le serie tv le guarda in lingua originale perché i doppiaggi non si avvicinano minimamente a ciò che quella determinata lingua mi voleva comunicare.
Eppure mi dà fastidio vederci tutti all’interno di un grande contenitore, non ci stiamo bene. Non vi sentite stretti? Ed è per questo che sorrido, anzi amo rendermi conto che molte persone non si integrano.

Continuate a leggere.

L’errore che si commette spesso è quello di parlare di non integrazione se si vede, per esempio, un gruppo di ragazzi di colore che parlano “nella loro lingua”. Ancora una volta: non sono commenti razzisti, ma pensieri che provengono dal quotidiano guardarsi intorno. È quasi inevitabile pensare “queste persone non si sono integrate” solo perché tra loro non comunicano in italiano.
Ribaltiamo la situazione: voi e i vostri genitori, tutti parlanti nativi italiani, andate in vacanza a Londra.
Che lingua parlereste? Italiano? Ah, non vi siete integrati.
“eh, ma siamo in vacanza mica viviamo lì” okay. Vi trasferite a Londra, con i vostri genitori o altri italiani che lingua parlereste? Sempre italiano. E sapete perché? Non perché non siete integrati, ma perché sentite bisogno di conservare e portare avanti la vostra identità. La stessa identica cosa avviene per chi qui/lì in Italia conserva la propria identità.
Io stessa spesso e volentieri con mia madre e mio fratello parlo serbo in pubblico e non perché io non sia integrata in questa società o perché vi voglia escludere (anche se a volte la seconda opzione la adotto con tanta gioia – JK – ), semplicemente perché so da dove vengo e non voglio passare nemmeno un giorno della mia vita dimenticandolo. L’ho già dimenticato in passato e ha fatto male.
Per cui sono contenta se vengo un gruppo eterogeneo, un gruppo che presenta differenze… perché se tutti impiegassero i minuti persi a pensare alla non integrazione di alcuni in maniera diversa, ci si renderebbe conto della vastità di opportunità e colori cui ci troviamo di fronte, ogni giorno.
È come se ci trovassimo in un immenso giardino curato, un giardino pieno di fiori diversi che però non vogliono prevalere l’uno sull’altro. Coesistono.
Potremmo coesistere, ogni giorno un po’ di più.
Potremmo crescere, ogni giorno un po’ di più.
Preferirei questa globalizzazione.

La ricerca non ha dato alcun esito positivo. Riprova inserendo altri termini

Be not afraid: la storia di Veronica Guerin

Il 28 giugno 1996 Veronica è invitata dal Freedom Forum a Londra. Avrebbe dovuto tenere un discorso, lo aveva intitolato “Morire per dire la verità: giornalisti in pericolo”. Avrebbe parlato con passione del suo lavoro, invitando tutti a non avere paura di inseguire la verità.

Due giorni prima dell’evento, però, viene assassinata mentre è in macchina ad attendere a un semaforo.
Una moto, guidata da Brian Meehan, e dei colpi di pistola esplosi per mano di Patrick “Dutchie” Holland, riconosciuto come esecutore materiale dell’omicidio, interrompono la ricerca di Veronica Guerin.
Entrambi gli uomini fanno parte della gang di “Factory John”, che non venne condannato mai come mandante dell’omicidio, ma per traffico di stupefacenti.
L’Irlanda è sconvolta, disperata. Nessun giornalista era morto prima di allora per le sue indagini.

Veronica Guerin nasce il 5 luglio 1958 a Dublino, dove frequenta una scuola cattolica e sviluppa una delle sue passioni, quella per lo sport. Non solo tifosa del Manchester United, ma anche piccola e determinata calciatrice: a 15 anni gioca le finali di football irlandesi nonostante abbia un’ernia del disco.
Segue le orme del padre e si iscrive al Trinity College, dove studia contabilità. Veronica cambia carriera più volte, è una donna dinamica ed energica. Viene assunta dal padre nella sua compagnia, poi fonda una società di pubbliche relazioni e per due anni lavora come segretaria per il partito repubblicano irlandese.
La sua carriera da giornalista inizia nel 1990, quando accetta di vestire i panni di cronista per il Sunday Business Post e il Sunday Tribute. È da questo momento che Veronica fa della ricerca della verità, altra sua passione, il suo mestiere.

La storia della giornalista irlandese si incrocia inevitabilmente con quella della Dublino che lotta contro la piaga dell’eroina, il narcotraffico e la criminalità organizzata, della quale inizia a scrivere nel 1994 per il Sunday Independent. I tossicodipendenti a Dublino sono circa 15mila e nonostante i membri dei movimenti anti-droga provino a cacciare gli spacciatori dai quartieri, la figura del narcotrafficante si è ormai affermata ed ha acquistato potere.

La Guerin capisce che esiste un retroscena piuttosto cupo di Dublino e che per raccontarlo ha bisogno sia di fonti che facciano parte delle forze dell’ordine , sia di fonti interne al mondo criminale. Inizia a descrivere e a denunciare il marcio di cui si nutre la feroce Gangland. A causa della restrittiva legge sulla diffamazione che vige in quegli anni, lo fa in un modo particolare: parla del signor “Monk”, del “Coach” (il suo non sempre affidabile informatore, John Traynor) e del loro capo, il boss John Gilligan, in arte “Factory John”. Servendosi di pseudonimi e nomi di strade, racconta le vicende degli attori principali di quella brutta storia.

Veronica è abile, non ha timore e bussa addirittura alle porte dei diretti interessati. Racconta del terrore che vivono gli agenti del fisco e della facilità con cui molti malviventi riescono ad evadere dalle carceri. Sfida i potenti criminali che per due volte la minacciano di morte, sparando sulla sua casa prima e puntandole un revolver alla testa poi. Nel 1995 viene picchiata da Gilligan in persona.
Il Sunday Independent elabora un sistema di sicurezza e le viene assegnata la scorta, che la seguirà solo per qualche giorno. Secondo Veronica, la scorta ostacola il suo lavoro, mettendo a repentaglio i rapporti diretti con le fonti.
Sempre nel 1995 diventa la prima giornalista europea a vincere l’International Press Freedom Award, istituito dal Comitato Protezione Giornalisti e assegnatole per la sua instancabile lotta contro il crimine.

Dopo l’assassinio di Veronica, il parlamento irlandese promulga in una settimana il Proceeds of Crime Acts 1996 ed il Criminal Assets Bureau 1996, grazie al quale i beni acquistati con denaro sporco potevano essere sottoposti a sequestro dallo stato. Viene fondato il Criminal Assets Bureau. Si concludono maxi sequestri di armi e droga e le inchieste sulla sua morte portano a circa 150 arresti e reclusioni e nasce il primo programma destinato alla protezione dei testimoni.
Al Coach Garden House le viene dedicato un busto, sotto al quale sono incise tre parole: Be not afraid. La lotta di Veronica sembra quindi non essersi esaurita con la sua morte. E la fame di verità non si è ancora saziata. Veronica Guerin fa parte dei primi 50 eroi per la libertà di stampa nel mondo, selezionati dall’International Press Institute.

Veronica è stata una donna animata da passione, una lottatrice instancabile. Ha scelto di non fermarsi di fronte a niente pur di consegnare a tutti un’immagine veritiera della realtà. A lei va la passione con la quale ho scritto queste righe. Ad Ilaria Alpi, al suo collaboratore Miran Hrovatin ed al ricercatore Giulio Regeni va il pensiero. Con la speranza di riuscire a conoscerla, un giorno, la verità.

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Come se fosse vita

Esseri iperconnessi
ma non comunicanti.
Incomunicabili
i nostri sentimenti.
I nostri patimenti
da nascondere.
Mostriamo
alla platea virtuale
una vita di soli applausi,
sbornie
e sorrisi ammiccanti.
Come se altro non fossimo,
noi grigi manichini
in una vetrina a Led.
Come se questa fosse
la nostra vita.

Arianna Piccolini

Cambiamento – Veränderung

Viaggiare non è semplice, se vuoi davvero viaggiare hai bisogno di abbandonare la sicurezza senza sapere a cosa vai incontro, viaggiare significa cambiare per più o meno tempo tutta la tua routine. Gli orari si spezzano, i piedi imploreranno pietà e tu, da buon viaggiatore, non ti fermerai perché sentirai il bisogno di fare tua la città di turno, sentirai il sangue pulsare forte nelle vene chiedendo qualcosa di più.

Questa è stata la volta di Vienna, magica città austriaca che con i suoi colori e profumi ti accoglie. All’inizio ti può capitare di scrutarla per cercare qualcosa di familiare e, se sei un viaggiatore fortunato, troverai ciò che cerchi.
La prima cosa che ti lascia quasi senza fiato è la vista della città appena usciti dalle metro, anche se per noi romani già la metro in sé – per di più puntuale – è un punto di attrazione turistica!

Mi sono trovata di fronte una città senza eguali e non voglio sentirmi dire “eh, ma Roma!!” perché Vienna ha qualcosa di magico, qualcosa che ti invita a sé, qualcosa che ti fa esclamare Willkommen zu Hause nonostante non sia la tua casa. Sarà perché non regna caos ovunque? Sarà perché è pulita?

Non lo so. Ci sono probabilmente tanti fattori a renderla speciale… la grandezza di Stephansplatz, la bellezza di Schönbrunn con le sue quaranta sale, immaginarsi la principessa Sissy che passeggiava lì dove ora ci camminiamo noi, le luci del Prater, il continuo alternarsi di bitte, danke, danke, bitte.
Chi lo sa. Eppure Vienna non è piaciuta solo per questo, ma per i legami che si sono venuti a creare tra due gruppi che fino a una settimana fa erano separati come se ci fosse un Berliner Mauer eppure, sarà la convivenza, sarà l’allegria, saranno le infinite ore passate insieme ci è stato permesso di ampliare le emozioni di questa città.

Il conforto si trovava in quello stesso sguardo che prima non ti diceva niente o in quel sorriso che non c’era. Vienna ha regalato qualcosa a ognuno di noi: più dimestichezza con la lingua, uno spirito un po’ più indipendente e grazie ai suoi viali, musei, castelli, chiese, metro e torte ha dato vita a quel quid in più che nessuno di noi s’aspettava ma nessuno di noi ha rifiutato. Se si vuole viaggiare bisogna accettare il cambiamento che ti aspetta dietro l’angolo, perché viaggiare è cambiamento, è crescita. Chi viaggia con consapevolezza non tornerà mai come è partito.

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Non sono un pericolo, ma la spinta di tutto

“Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole” – queste le parole di Diego Cugia sotto lo pseudonimo di Jack Folla nella sua poesia Donne in rinascita. Quello di questo mese è un numero delicato ma al tempo stesso forte. Lo pensavamo già da un po’, era il nostro sogno nel cassetto. Volevamo parlare della Donna consapevoli di aver più che mai bisogno di trovare le parole più armoniose, perché quando si parla di noi vanno scelte attentamente le parole, e non solo.

Poniamo attenzione alla sintassi, alle virgole, all’intonazione. Si potrebbero definire come peculiarità dell’esser Donna. Tramite le storie qui raccolte la Donna emerge non come oggetto ma come soggetto (vedete, basta una consonante a ribaltare la situazione), come protagonista principale di ciò che accade.

Protagonista indipendentemente dal credo, dalle origini, dai tratti somatici… c’è chi la definisce come motore del mondo, ed è così che ve la presentiamo nelle sue infinite sfaccettature, analizzate da più angolazioni. Vestita dei suoi dubbi, delle sue certezze, delle sue domande; perché la Donna si interroga sempre, ad ogni età. Non esiste argomento che venga ignorato da essa, che sia come nasce un fiore o perché c’è tutto questo odio al mondo, Lei si interroga. Implicitamente consapevole fin da piccola che l’interrogarsi sarà una di quelle azioni che l’accompagnerà per tutta la vita, principalmente quando le sembrerà che tutto stia andando per il verso sbagliato.

“È da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così scomposta in mille coriandoli che ricomincerai, perché una Donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti”, troverà sempre un modo per far nascere da quel dolore uno dei fiori più belli, Lei stessa; non si sa da dove ma comincerà, all’inizio sarà difficile, completamente nuda davanti al mondo intero e sopratutto davanti ai suoi occhi; nuda ai giudizi della gente che osserverà con occhio critico ogni minimo passo aspettando di vederla cadere, sbagliare, fallire.

Ed è così che la Donna diventa implacabile arbitro di se stessa. Non è per niente facile a causa della cultura puramente maschilista che sempre più prende piede al giorno d’oggi. Basti pensare ad un avvenimento assai recente: il festival di Sanremo in cui si sa che ogni anno da quella passerella scenderà un pezzo di gnocca che lascerà tutti per un momento senza fiato e senza parole. Ma cosa accade se, come quest’anno, oltre ad essere bella è anche con un pizzico di intelligenza? Ciò che è capitato alla Leotta che ha deciso di spendere due minuti a incitare le Donne a denunciare qualsiasi tipo di violenza ed è proprio da parte del pubblico femminile che le giungono critiche, con la classica frase “con un vestito del genere non si può parlar di privacy” non è bullismo, forse?

Nonostante ciò la Donna è l’equilibrio di cui un uomo ha bisogno nel suo percorso, la Donna è sorpresa, è un “non me lo sarei mai aspettato, eppure è una Donna”. Essere Donne significa mettersi alla prova ogni giorno, significa essere sotto la luce forte dei riflettori, è sinonimo di bersaglio a cui tutti mirano e di identificazione tramite il giudizio maschile.

È un ruolo difficile, a volte sottovalutato, costellato da giudizi, minacce, commenti, critiche; probabilmente si tratta di avere tanta energia, forza di volontà e riuscire a guardare sempre avanti perché non è permesso abbassar lo sguardo nonostante Lei, spesso, vorrebbe tanto lasciarsi andare e mollare la presa.

Ma non lo fa, perché consapevole già delle conseguenze. Non lo fa e stringe i denti e i pugni, sorride ai suoi figli e prepara la cena, come tutti i giorni, come tutte le sere.

Essere Donne, però, è anche andare oltre. Oltre la famiglia, i figli, la casa. Non siamo più gli angeli del focolare (o forse non lo siamo mai state). Non ci sforziamo più, o almeno non dovremmo, di apparire perfette agli occhi di un uomo o di altre Donne: brave in cucina, nella cura della casa, nei lavori consoni al gentil sesso. Non siamo più il gentil sesso.

Ormai siamo quelle che vanno a prendersi ciò che vogliono anche con arroganza, che aprono gli occhi ad un mondo addormentato su cuscini di piume d’oca e pensieri antiquati. Non abbiamo più bisogno di emergere agli occhi della gente per darci un valore: siamo già un valore. Non siamo grandi soltanto quando ci troviamo dietro ai Grandi Uomini: siamo già noi i Grandi Uomini. Abbiamo una testa pensante e gambe su cui poter camminare da sole: poco importa se ai piedi portiamo scarpe con il tacco, scegliamo noi la direzione e i passi da compiere.

Eppure siamo le Donne di politica che vengono giudicate per il colore del completo che indossano, che sia dal verde al blu elettrico; siamo quelle che non riusciranno mai a trovare stabilità nella vita a meno che non riescano a trovare un uomo in grado di soddisfare le loro aspirazioni; siamo quelle che non possono pretendere di continuare a lavorare se hanno anche il desiderio di diventare madri: vuoi fare troppe cose, poi. Siamo quelle che non sono libere di allattare in pubblico perché è da molti considerato un atto osceno. Siamo quelle che se il rossetto è troppo scuro ma cosa ti salta per la mente, non è adeguato!

Siamo le nipoti delle streghe che non avete bruciato, ma anche le ragazze che diventano merce, non appena si scoprono un po’ di più. Dovremmo essere meno prede e più leonesse. Meno Natura Madre e più forza distruttrice. Dovremmo essere libere. Di poter scegliere, coltivare sogni, camminare per strada indossando un vestito senza dover abbassare lo sguardo o sentir fischi o apprezzamenti poco piacevoli.

Siamo nate Donne, non madri. Il ciclo non deve essere un tabù e l’aborto, quando si effettua per scelta, non deve essere l’ennesimo punto da aggiungere ad un curriculum da sgualdrina perché se solo tu ci avessi pensato prima…

Siamo nate Donne, non schiave. Non abbiamo padroni, abbiamo padri e mariti, fratelli e zii, ma la nostra vita deve restare nelle nostre mani, tutto il resto è uno sfondo.

Siamo nate Donne, non oggetti. Anche se per le menti ristrette sembra impossibile, facciamo persino ragionamenti insieme al caffè e aggiustiamo situazioni oltre ai vecchi jeans, e le nostre labbra non sono solamente un oggetto di decoro ma ci permettono di farci sentire dal resto del mondo.

Siamo nate Donne, non amanti. Alcune si sposeranno e saranno mogli fedeli e devote almeno quanto i loro mariti nel percorso d’amore dai fiori d’arancio in poi, altre saranno sole, altre sceglieranno di essere sole ad esclusione dei weekend, altre sceglieranno di non essere mai sole, altre ancora di iniziare a vivere in coppia dopo anni.

Siamo nate Donne, non creature indifese. Combattiamo e ci difendiamo da tutto e tutti: dagli sguardi animali su un tram e da chi crede che tu abbia venduto anima e corpo pur di raggiungere determinati traguardi o chi spera che tu non li raggiunga mai. Iniziamo battaglie e facciamo diventare vittorie persino le sconfitte. Combattiamo contro persone, ideali e malattie alcune delle quali hanno persino un nome, come cancro o tumore, ma si è troppo spaventati per chiamarli diversamente da “Grosso Male”.

Siamo nate Donne, ma anche uomini. Perché è strano sentire come anche gli amici più cari e vicini si stupiscano quando ascoltano i nostri discorsi che sono così simili per così tanti aspetti ai loro. Siamo anche uomini, perché da qualsiasi occhio venga osservata la vita, bisogna viverla sempre al massimo.

Donne, coscienti della difficoltà del ruolo che ci è stato affidato e coscienti del potenziale che possediamo per non lasciarci scappare nessuna giornata, nessuna opportunità, nessun sorriso.

Martina Grujić, Francesca Romana Petrucci, Beatrice Tominic

Foto di Alessandra Catalano

Stefano Benni a Roma Tre: vivere e raccontare, leggere e sorprendersi

Il 3 marzo, nella giornata più calda di questo 2017, è ospite nella facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre Stefano Benni, scrittore e poeta italiano. Si presenta con un salve del tutto informale e viene accolto calorosamente dai moltissimi studenti presenti all’incontro.
Per introdurre l’iniziativa viene letto un brano tratto da Comici spaventati guerrieri (1986), che rappresenta uno dei primi romanzi dello scrittore.

«Rileggendolo non mi vergogno d’averlo scritto», afferma Stefano Benni con un velo d’ironia. Lo racconta come un libro che tratta di un dolore attuale, la scrittura è lo strumento che sente di saper usare meglio e per questo l’adopera per esprimere ciò che è il mondo e quello che è la politica. Ammette di aver avuto fortuna perché l’editoria è andata complicandosi negli anni, ed ora è molto più difficile diventare scrittori. Riferendosi a Comici spaventati guerrieri: «E’ il primo libro che mi ha fatto sentire di poter essere uno scrittore».

Racconta la sua relazione con la letteratura: «Ho deciso di scrivere perché ero un lettore», i libri per Stefano Benni erano come degli amici. Per un lungo periodo della vita ha guardato alla scrittura come ad un mondo abitato da altri. Infatti, non si definisce uno scrittore di vocazione e scherzando afferma: «a dodici anni volevo fare il calciatore!».

Iniziò la sua carriera come giornalista, ma non era soddisfatto dalle modalità di scrittura del giornalismo «perché scrivevano tutti meglio di me!». Non si definisce uno scrittore moderno, uno scrittore che ama l’attualità: «Non mi è dispiaciuto quando mi hanno dato dello scrittore dell’Ottocento». La scrittura è per lui un processo di trasformazione, il lavoro della riscrittura è fondamentale per migliorarsi. Bisogna immaginare la scrittura come un’orchestra in espansione, puntando ad un miglioramento in prospettiva. Secondo Stefano Benni, questa ricerca di tutte le tue possibili scritture è la scrittura.

Gli viene chiesto che ruolo ha il pubblico nelle sue opere, se questo riveste un’influenza significativa. Risponde dicendo che non ha mai pensato di identificare un pubblico preciso nel suo lavoro. «Il mio è un pubblico avventuroso!», definisce i suoi lettori come quelli che entrano in libreria, scelgono un libro e amano essere sorpresi. Lo stile dello scrittore, infatti, non è uno stile omogeneo ma punta a sorprendere ad ogni pagina. Stefano Benni ricollega questa scelta al suo essere stato un lettore che ricercava la sorpresa nella letteratura «Perché sorprendersi è il piacere di leggere». Sicuramente l’avere molti lettori giovani è per lui una grande responsabilità.

Il clima sociale, le sue origini rappresentano per Stefano Benni un’ispirazione marginale. Le sue opere sono frutto di ciò che vive ogni giorno. Al di là se queste siano testi realistici, al di là di ogni immaginazione: si parla sempre di realtà. Anche le storie di fantasia parlano e descrivono la verità, come ogni testo realistico ha di fondo un’interpretazione ed un influenza date dall’autore.

Viene letto un altro brano, questa volta tratto da Margherita Dolcevita (2005). «Un libro è un buon libro se dura. Forse questo è l’unico criterio di vanità che può avere uno scrittore, quello di produrre cose che durano negli anni». Per Stefano Benni un’opera di valore è quella che entra nel tempo della letteratura. A questo punto fa un’osservazione sulla vita di alcuni artisti, le cui opere sono state rinvenute postume: «Il 90% dell’arte nasce dalla sofferenza. Non per questo bisogna augurarla…», poi aggiunge «… forse se a Van Gogh avessero comprato un quadro con i soldi sarebbe andato a cena fuori, forse per questo non avrebbe dipinto i Girasoli, ma sarei stato più contento per lui!».

Si affronta la tematica che vede la scrittura e la letteratura nel mondo contemporaneo. Secondo Stefano Benni non sono destinate a scomparire. Forse l’avvento di Internet potrebbe eliminare le librerie, e questo è un peccato se si pensa al libraio come un intellettuale che poteva aiutare nella ricerca di una buona lettura, tuttavia Internet non potrà mai eliminare la scrittura.

La tecnologia ha grandi potenzialità e può creare dei nuovi lettori, ma purtroppo la realtà dei fatti ci racconta che questi non stanno nascendo. «La tecnologia non è nemica del libro, anzi. Purtroppo la dittatura della mediocrità televisiva potrebbe annientarla…» ammette Stefano Benni con un po’ di lucido rammarico, ma subito dopo aggiunge «… ma i libri continueranno dispettosamente ad esistere».

Per concludere l’iniziativa ci regala tre consigli per poter intraprendere il suo percorso: «Il primo consiglio che sento di darvi è quello di leggere, più si legge più si impara la musica della scrittura. Si impara ad usare tutte le possibilità della propria lingua» e poi aggiunge «La scrittura è disordinata, nel disordine si trovano innumerevoli possibilità». E’ fondamentale scrivere e riscrivere, leggere e rileggere puntando ad un lavoro lungo e accurato pronto a trasformarsi ad ogni riscrittura: «Al giorno d’oggi c’è quest’idea della velocità, che è del tutto sbagliata», il lavoro deve prendersi il tempo che gli occorre. Bisogna scrivere pensando al tempo della letteratura, immaginando un lettore futuro «Scrivete per un lettore del 2050!» conclude Stefano Benni.

Si sofferma però su due aspetti che bisogna sempre tenere a mente, scrivere non equivale a pubblicare. Ogni scrittura ha una dignità anche senza la pubblicazione: «Pubblicare la propria opera rimane, tuttavia, un passo importante; perché è in quel momento che quello che hai scritto diventa degli altri». Scrivere o leggere non è una cosa facile, aggiunge, la cosa più difficile della scrittura è quella di divenire unici nonostante i modelli e le influenze: «Il bravo scrittore è quello che diventa insostituibile».

Risponde alle domande degli studenti presenti incuriosito e vigile, descrive l’ispirazione che si riversa nella poesia come qualcosa che ha una musica chiara, che influenza il definirsi di una composizione di versi. Fa luce sul disincanto percepito nelle sue ultime opere: «Nella crescita si attraversa tanta dolcezza e tanto dolore, nella scrittura può rimanere il segno di quel dolore o di quella gioia. Nessun libro si può dire se finisce bene o se finisce male, c’è la liberta del lettore. Un libro è quel che ci si trova».

Come farsi capire da chi non ci vuole comprendere, come approcciare con chi non vuole sapere: «Nessuno sa niente. Il dialogo non si fa con chi è d’accordo con te, anzi è molto interessante vedere quello che pensa chi riveste la figura “dell’ignorante”» e poi determina la figura dell’intellettuale «Sono tutti coloro che vogliono pensare, comprendere, mettere la testa in quello che fanno».

Gli studenti sono pieni di domande ed alcuni perfino di una grande emozione davanti ad un uomo semplice che pare non abbia voglia di tenersi nulla per sé. L’aula a poco a poco si svuota, ed uscendo qualcuno dà un significato un po’ più fantastico a quel sole e a quel caldo. Come la letteratura hanno la capacità di sorprenderci, che è un po’ anche il piacere di vivere.

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Facciamo un gioco

Come bambini che giocano
a guardarsi negli occhi e non ridere
Così siamo trasportati dall’amore
Dal fatto che
– ti devo parlare, ma non vorrei
vedi, volevo dirti
sai, tu per me –
Ma rimaniamo sempre in ombra, mai che scopriamo le nostre carte
E rimaniamo qui, a dirci che non sia amore
E se è amore passerà
ma sarebbe come ridere, sarebbe come perdere
mai vorrei
tu sapessi cosa sento, è un segreto che solo al buio puoi vedere
Di giorno sparisco ma la notte
ti vengo a cercare
– Facciamo un gioco – si dicono i bambini
– Guardiamoci negli occhi, il primo che ride ha perso-
Allora facciamo un gioco
Spegni la luce e quando la riaccendo dimentichiamo tutto
– volevo dirti –
Signorina, lei si è ammalata
Hai riso, hai perso, conosco le tue carte, le regole del gioco
Siamo bambini che giocano
Guardiamoci negli occhi
il primo che si innamora, ha perso

Simone Iacovelli

Dio benedica le litigate

Capita a tutti, prima o poi, di ritrovarsi a fissare uno schermo buio aspettando una risposta.

C’è chi aspetta che la partita di calcetto venga confermata, chi cerca di capire dove si farà l’aperitivo, chi vorrebbe sapere se i capitoli da studiare per l’esame sono “solo quelli o ce ne sono altri?”.

Qualunque sia la risposta attesa, ognuno di noi sa che sarà il proprio telefono a darla. Uno squillo, un lampeggiare, una leggera vibrazione sotto il cuscino. Da un oggettino di dieci centimetri dipendono uscite, pranzi, cene, appuntamenti e a volte anche l’equilibrio di una relazione.

Sì perché tra una spunta blu ed una grigia, tra un ultimo accesso ed una foto cambiata, portiamo avanti relazioni sempre più triangolari: tu, io ed il mio telefono. Tu, io e il buongiorno che aspetto. La buonanotte che pretendo, con il cuoricino finale, se possibile. Non solo accettiamo che la tecnologia sia parte integrante dei nostri legami affettivi, ma pretendiamo anche molto da lei e da chi la usa come noi. Ci aspettiamo, in primis, che dall’altro venga utilizzata per soddisfare le nostre richieste.

Volenti o nolenti, ci sarà sempre un testimone pronto a ricordare momenti belli, brutti, luoghi, persone, compleanni, posti che hanno fatto parte della nostra vita. Anche solo per una sera, anche solo per qualche ora.

Basta premere qualche tasto, scorrere un po’ qua e là, per ripercorrere le nostre esistenze e i nostri ricordi in giro per il mondo.

Basta una chiamata per sentirci più vicini. Un messaggio, per volerci più bene. Ma è quando la comunicazione attraverso i dispositivi manca, per volere della persona con cui interagiamo, che le cose si fanno difficili. Quando quella risposta virtuale che tanto bramiamo non arriva e le nostre aspettative crollano.

Le chat, i messaggini, i social, hanno reso tanto semplice il dialogo quanto il silenzio. Se tu ed io stiamo parlando faccia a faccia, non puoi girarti e non rispondermi. O meglio, lo puoi fare, ma non lo fai. Perché nella conversazione ci stai dentro anche tu. Ci siamo tu ed io, siamo esseri fisici, che parliamo, ci raccontiamo cose, alle volte litighiamo.

Già, perché nella vita ci si vuole bene, ma si litiga anche. E che Dio benedica le litigate in vecchio stile!

Quelle in cui si alza un po’ la voce, in cui ci scappa una parolaccia di troppo. Quelle in cui si perde la pazienza per qualche secondo, in cui si è coinvolti psicologicamente e fisicamente. Si arrossisce, si sputacchia. E spesso ci si chiede scusa.

Dio le benedica, quando non sono esagerate, perché non ci si volta mai le spalle. Non si nasconde una presenza, nessuna parola resta “non visualizzata”, nessuna persona viene materialmente bloccata. Non esistono silenzi eterni e non tutte le parole restano nella nostra memoria. Dio benedica anche la capacità di dimenticare e quella di perdonare.

Sia chiaro, nessuno deve sentirsi obbligato a rispondere: anche i silenzi sono sacri. Ma quelli reali, pesati sulla nostra pelle e su quella di chi li ascolta e li sa decodificare.

Nella sociologia il conflitto è un tipo particolare di interazione sociale, in cui degli individui fanno comunque un’esperienza: quella di incompatibilità. E se non c’è dialogo, non c’è lite, non c’è voce, non può esserci interazione. Non può esserci esperienza, si è compatibili con tutti e con nessuno, si hanno milioni di amici e non se ne conosce a fondo neanche uno. Almeno le liti, quelle spinte da passione, che si risolvono in maniera costruttiva, teniamocele care. E sempre siano lodate!