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Il Club Dei 27: «Giuseppe Verdi era fondamentalmente un gran figo!»

È semplicemente così che Mateo Zoni riassume, durante l’intervista rilasciata a CulturArte, il Giuseppe Verdi che ha voluto raccontare nel suo film Il club dei 27, distribuito nelle sale italiane il 26 febbraio scorso dall’Istituto Luce Cinecittà. La pellicola, a metà tra un documentario e una fiction, ci mostra un Verdi inusuale e un po’ rockstar attraverso il racconto di una divertente storia vera. Protagonisti i giovanissimi e impeccabili Giacomo Anelli e Irene Carra.

 

Ventisette sono le opere di Giuseppe Verdi, considerato il massimo compositore italiano. Nel paese del melodramma, Parma, dal 1958 c’è l’esclusivo Club dei 27: non è Forever 27, famoso club delle rockstar morte a quell’età, ma un club di persone che si chiamano come le opere di Giuseppe Verdi. Si presentano così: «Piacere, Traviata, Rigoletto, Giovanna d’Arco…». Così, nelle stesse zone in cui Verdi visse ed esercitò la sua arte, per i suoi estimatori tutto scorre nel migliore dei modi, fino all’arrivo di un ragazzino di soli 11 anni: Giacomo Anelli. Profondo conoscitore di musica classica e in particolar modo delle opere di Giuseppe Verdi (che considera quasi una guida spirituale), nonostante la tenera età il giovanotto è deciso a far parte dei 27, tanto da procurarsi la divisa e la spilla del club. C’è però un problema: non solo Giacomo è decisamente troppo piccolo, ma la carica di ogni membro del club dura a vita e, se uno di loro non muore, non c’è speranza di prendervi parte…

 

Allora Mateo, prima di tutto per rompere il ghiaccio volevo dirti che, non appena averlo sentito, del tuo film mi ha subito incuriosita il titolo in realtà: “Il club dei 27” rimanda infatti all’omonima espressione inglese che si riferisce agli artisti, principalmente cantanti rock, morti all’età di 27 anni. La cosa mi ha fatto sorridere ed è un riferimento voluto, immagino.

Mateo Zoni: Certo, era ovviamente un trucchetto per invogliare le persone a guardarlo perché, insomma, se pensi di trovarci Kurt Cobain invece di Giuseppe Verdi magari un pensierino ce lo fai. C’eri cascata, eh? [rido, ndr.] No dai, a parte gli scherzi, oltre al riferimento pop “Il club dei 27” è anche il vero nome del club di appassionati verdiani realmente esistente nelle zone di Parma, perciò diciamo che ho preso due piccioni con una fava.

Beh ottimo allora! Però a dire il vero la cosa in un secondo momento mi ha fatto sorridere anche perché, paradossalmente, il Verdi che dipingi tu nel tuo documentario è davvero una rockstar, è un Verdi che hai a dir poco strappato alla sua solennità, no?

Zoni: Certamente! Ma in realtà Giuseppe Verdi lo è davvero, è una rockstar. Lo si mostra sempre così imbalsamato e impettito ma non ci si rende conto che, anche e soprattutto in relazione a ciò che ha rappresentato per gli italiani a suo tempo — tralasciando un secondo la portata artistica, storica e socio-culturale che gli è giustamente dovuta — lui era fondamentalmente un gran figo!

Ti avverto che questa cosa che hai appena detto la scriverò esattamente così, cioè  utilizzerò «gran figo».

Zoni: Devi farlo, mi offendo altrimenti.

Benissimo. Per quanto riguarda l’ispirazione, invece, che mi dici? Non ti sarai svegliato un bel mattino con già in testa l’idea di andare a scovare e raccontare “Il club dei 27” tramite gli occhi di un piccolo genietto che vorrebbe tanto farne parte. Sembra qualcosa di strutturalmente complesso e quanto mai singolare che, presumo, avrà richiesto un pochettino di ricerca e lavorazione.

Zoni: A dire il vero non eccessivamente, no. Io sapevo che volevo raccontare Giuseppe Verdi e, nello specifico, la relazione che si era formata tra lui e gli abitanti delle zone in cui ha vissuto, principalmente Parma, per cui egli stesso ha fatto e dato molto; sapevo poi che doveva trattarsi di un documentario ma di una diversa forma, meno rigida e noiosa, dovevo solo trovare una chiave narrativa diciamo. Così l’Istituto Luce Cinecittà mi ha consigliato di indagare su questo club, che risale al 1958 e si rinnova ciclicamente, di 27 appassionati che dedicano il loro tempo libero alla memoria di Giuseppe Verdi. Ora, confesso che messa così la cosa non mi convinceva un gran che, perché sebbene il soggetto fosse molto interessante, parlavamo pur sempre delle vicende di un gruppo di uomini piuttosto anziani che non avrebbero avuto molta presa anche sulla metà di pubblico “giovane” diciamo, no?

Ah, lo chiedi a me che mi aspettavo Kurt Cobain?

Zoni: [ride] Esattamente! Per questo mi sono entusiasmato molto quando sono andato a parlare con i membri del club e, poco prima di andarmene sconsolato, mi hanno raccontato la divertente e soprattutto vera storiella di questo ragazzino, tale Giacomo Anelli, che da un po’ di tempo andava continuamente a bussare alla loro porta, si vestiva come loro, era un esperto verdiano quanto loro nonostante la tenera età e soprattutto voleva ardentemente essere uno di loro. Subito ho pensato: «Ecco, adesso sì che ci siamo! Devo conoscerlo!». Da lì in poi, essendo una storia così buffa, particolare e interessante da raccontare, il film era in pratica già scritto.

Poi la figura di Giacomo, del tutto sui generis, credo ti abbia aiutato molto a trovare un linguaggio simpatico ma comunque deciso e professionale che potesse toccare tutti. Forse è stato quasi fondamentale, oserei dire.

Zoni: Assolutamente, togli pure il “quasi”, perché Giacomo è stato capace di raccontare Verdi come se fosse suo zio ed era impossibile non empatizzare con lui. È stupefacente credo, agli occhi dello spettatore, questo ragazzino con questa passione fortissima e singolare che se ne sta lì a parlarti in modo così franco del Giuseppe Verdi che gli sta tanto a cuore. O, almeno, ai miei occhi è stato subito stupefacente. Poi è così piccolo e carino e allo stesso tempo ha le idee così chiare che in qualche modo devi dargli retta per forza, no?

Su questo non c’è ombra di dubbio, da spettatrice posso assicurartelo. Poi — correggimi se sbaglio — mi sembra che in alcuni punti del film a Giacomo sia anche affidato il compito di “impersonare” Verdi in alcune salienti vicende della sua carriera.

Zoni: Non sbagli affatto, anzi da una parte questa tua domanda mi fa sentire un pochettino sollevato perché non era in effetti semplicissimo da comprendere. Diciamo che per rendere il tutto abbastanza scorrevole, dal momento che volevo un documentario ma senza dubbio non volevo nulla di noioso o troppo didascalico, ho voluto unire circa tre linee narrative: quella del bambino melomane istruito da suo nonno, che gli faceva ascoltare musica classica fin da piccolo, l’avventura di lui per entrare nel club e infine la parte riguardante la biografia di Verdi, recitata proprio dal piccolo e unita alla componente documentaristica, formata dal repertorio di foto e video d’epoca dell’Istituto Luce Cinecittà. In questo modo la scena cambiava continuamente assetto, alternandosi in queste tre vesti, e la visione non risultava monotona o piatta come rischiava invece di succedere affidandosi totalmente allo stile documentaristico classico.

Di nuovo — parlando sempre da spettatrice, s’intende — devo trovarmi d’accordo con te. Per quanto riguarda invece la scelta di fare un prodotto che fosse a metà tra il documentario e la fiction, come mai non hai scelto la strada del biopic, magari con il piccolo Giacomo come protagonista? Ha senza dubbio talento, sarebbe stato in grado secondo me di reggere un film vero e proprio. Non avresti raccontato questa storia in nessun altro modo?

Zoni: No, non credo avrei mai raccontato questa storia in un altro modo: questa è la forma secondo me più credibile perché parte da una realtà concreta. L’avventura quasi alla Harry Potter di Giacomo è vera al 100% e l’avremmo falsata rendendola la sceneggiatura di un film completamente di fiction. Non è un caso che abbiamo voluto aprire il documentario con una delle sue interviste. All’inizio delle riprese aveva 11 anni, infatti abbiamo poi dovuto inserire un salto temporale, che poi si intervallano per tutta la durata del film. Diciamo che, essendoci già i presupposti documentaristici forniti dal contesto reale, c’era anche la possibilità di introdurre poi scene di finzione e non avevamo bisogno d’altro: mi piace sempre cercare di raccontare la realtà e offrire allo spettatore un contatto particolare con la storia.

Beh, se posso dirlo, alla fine l’hai sfangata molto bene, ma diciamo che non hai scelto una strada semplicissima. Voglio dire, tutte queste linee narrative da unire in un documentario che in realtà lo è solo in parte, come minimo avrai litigato svariate volte con chi si occupava del montaggio.

Zoni: [ride] Non sai quanto hai ragione! Mi piace complicarmi la vita, eh? Ma poi la cosa bella è stata che, delle quaranta persone che lavoravano per me, nessuno sul set capiva bene cosa io stessi facendo e io dovevo dare l’idea di star seguendo una direzione precisa e chiara quando in realtà io stesso non avevo ben chiara la situazione. È stato tutto un esperimento che poi si è inverato e, nonostante comunque avessi sempre avuto un progetto mentale di cosa volevo, ho capito davvero cos’era quando l’ho finito. Ovviamente tutto ciò ha creato vari contrasti con chi si occupava del montaggio — come hai intuito tu — perché era qualcosa di davvero complicato da fare, simile a un mosaico: non c’era una voce narrante che spiegasse qualcosa, quindi doveva essere tutto legato bene e in maniera perfettamente comprensibile senza spiegazioni. Poi non volevo risultasse pesante, perciò le interviste, le scene di finzione e i video e foto d’epoca andavano montati in maniera complementare e alternata non in tre compartimenti stagni sequenziali. Questo ha messo tutti un po’ in difficoltà, ma alla fine il risultato mi sembra sia stato abbastanza gradevole.

Assolutamente sì! Già il fatto che Rai 1 abbia deciso di mandarlo in onda come “Speciale” ne sancisce una certa qualità, credo, poi se calcoliamo che lo ha mandato la sera di Pasqua — in seconda serata, per giunta — e nonostante queste condizioni apparentemente avverse “Il club dei 27” ha comunque ottenuto ottimi dati di share, puoi largamente ritenerti soddisfatto direi.

Zoni: [ride] Sì, beh, in effetti non mi sarei mai aspettato di ottenere lo stesso share de “L’Isola dei Famosi” quella sera. Poi la cosa che mi ha davvero stupito è stata la popolarità tra i giovani, tra i più piccolini nello specifico, anche nelle sale: questo significa che davvero la storia ha avuto su tutti, indifferentemente dall’età, la potenza e l’impatto visivo che desideravo. I riconoscimenti vinti a Bologna, anche, mi hanno davvero aperto il cuore e sono arrivati in maniera del tutto inaspettata, considerando che non mi aspettavo affatto questo livello di gradimento e risonanza: era un film che sentivo di fare più che altro per me, così come tutti gli altri del resto.

Cosa intendi con quest’ultima affermazione? Considera che è la mia ultima domanda, perciò rispondimi come se in chiusura dovessi spiegare a un giovane e aspirante regista, ovvero al te di poco tempo fa visto che non siamo poi così lontani d’età, cosa serve per fare il tuo lavoro. Anzi più che altro come “ce la si fa” a farsi spazio tra i colossi del cinema e a fare il tuo lavoro ad oggi.

Zoni: Eh… Ti piacciono le domande difficili, vero? [ridacchia] Dunque, senza dubbio ci vuole tanta determinazione e forza d’animo: come hai detto tu bisogna farsi spazio tra dei colossi, il che significa che bisogna anche essere preparati a prendere parecchie “mazzate”. Poi come ho detto a me piace pensare che ogni film vada fatto per se stessi indipendentemente dalla ricerca dei consensi di pubblico e critica. Sia chiaro, non sono uno di quelli che schifano a prescindere la “commercialità” nei prodotti cinematografici: esistono vari generi cinematografici proprio per questo e anche a me piace sedermi in tutta leggerezza a guardare una bella commedia o un action pieno di effetti speciali da panico; penso solo che non si debba mai rinnegare la propria essenza quando si decide di fare il regista, perché in ogni film c’è un pezzo di chi lo ha girato e voluto. Intendevo questo dicendo che, pur non aspettandomi un tale livello di gradimento e risonanza, l’ho fatto comunque questo film, come tanti altri che sapevo potessero risultare forse un po’ “particolari” o difficili da realizzare. Che poi, mi sento di dire soprattutto questo ad un aspirante regista, è importantissimo mettersi sempre in difficoltà: bisogna sapersi sfidare all’ultimo sangue per poi vincersi e riuscire ogni volta, sempre meglio.

Bene Mateo, nell’informarti che quest’ultimo pensiero lo metterò in evidenza quando lo scrivo, [ride] ti ringrazio anche a nome di CulturArte per aver parlato con me e ti auguro di continuare a raccontarci così bene mille altre storie dalla tua postazione di regia.

Zoni: Grazie a voi ragazzi, me lo auguro anche io!

-Margherita Cignitti.

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DISCMAN 2.0 – #2 Galeffi vince la partita del cuore

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)

Vi è mai capitato di voler bene a una persona senza neanche conoscerla?
È difficile da spiegare, è una specie di saudade ma in senso positivo, è il sincero voler bene a una persona che riesce a dire le cose che tu pensi ma in maniera migliore di come l’avresti fatto tu.
Ecco, a me è successo con Galeffi, esattamente quella persona che tutti vorrebbero come amico… o perlomeno io.
A primo ascolto potrebbe sembrarvi l’ultimo Edroado di turno ma vi assicuro che non è così: Galeffi è il cantante delle piccole cose.
Piccole come il caffè la mattina, come un libro di poesie, come una partita di calcio. Tutto questo è Scudetto, album d’esordio pubblicato con Maciste Dischi il 24 novembre scorso.
Dunque, non so ancora bene come (in realtà lo so ma di solito si dice così quando succede qualcosa di molto bello e che non ti aspetti,no?) ho avuto il piacere di scoprire cosa Scudetto significasse per lui, cosa ci fosse dietro una semplice tazza di té, cosa nascondesse dietro gli occhialetti da Harry Potter e sotto quel cappellino marrone.
Ok ho finito con il sentimentalismo, vi lascio all’intervista (anche perché con le parole, lui è molto più bravo di me) con la speranza che sia sempre innamorato di qualsiasi cosa e che non finisca mai di fare musica.
Chili d’amore per tutti.
Buona lettura

Chi è Galeffi? E quando lo sei diventato?

Galeffi è Marco, un ragazzo di 26 anni innamorato delle cose belle e dell’amore. Da un anno mi sono buttato in questo percorso iniziando a scrivere pezzi in italiano e adesso non vedo l’ora di continuare a fare belle canzoni.

Cosa dai alla musica? E cosa la musica ti dà?

Alla musica posso donare la mia passione e il mio rispetto, nient’altro. La musica invece mi accompagna da sempre, nelle giornate tristi e in quelle felici. È un’amica vera, che non tradisce mai

In “Tazza di tè”  parli di capire cosa vuoi diventare. Ecco, volevo sapere se adesso l’hai capito.

È una domanda che tutti ci poniamo più o meno sempre. Guardando i nostri genitori magari, prendiamo spunto su cosa vogliamo essere da grandi. Io qualche idea ce l’ho, ma è tutto sempre in evoluzione. Per fortuna niente va come ti immagini.

Come nasce Scudetto?

Scudetto nasce dalla voglia di sfogare del romanticismo nelle canzoni, senza pensare di farci un disco ma solo di dedicarle. Avevo messo in stand by la musica per dedicarmi al giornalismo e al lavoro in una pizzeria, però poi c’era troppa voglia di rimettermi in gioco dopo qualche band fallimentare. E meno male che è andata così, senza pensarci troppo.

Quanto Marco c’è nei tuoi pezzi?

Direi abbastanza, non al 100% perché  il processo di scrittura è  un’indagine infinita, una ricerca, uno scoprirsi poco a poco. Un venire incontro a se stessi, è accettarsi. Però c’è  molto Marco: c’è  Kerouac, c’è Pessoa, c’è Monet, c’è Totti, c’è il caffè, c’è il tè, c’è Harry Potter…tante piccole cose a cui sono affezionato.

Cosa dobbiamo aspettarci da te?

Canzoni da cantare a squarciagola e tornare un po’ bambini.

 

Io, non vedo l’ora.

Galeffi Gol 7 web_preview

 

-Caterina Calicchio.