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Noi, giovani colpevoli

Io sono colpevole. Noi siamo colpevoli. Noi giovani lo siamo più di tutti.

Cosa differenzia un giovane da un adulto, o da un anziano. In quali termini si può discutere di condizione giovanile o di generazione giovanile? In due volumi che racchiudono alcuni scritti di Pier Paolo Pasolini, “Le belle bandiere” e “Lettere Luterane”, egli ci parla della giovinezza come di un problema indefinibile e la descrive come l’età più labile che esista e di come l’unica differenza, vera, incontrovertibile, rispetto agli adulti, stia nella natura biologica della giovinezza.

Ecco, la diversa natura biologica dei giovani, mi sembra un aspetto non di poco conto nella differenziazione rispetto all’età adulta. Dove e come si manifesta questa diversa natura biologica? Nella forza fisica, nella voglia di vivere dell’anima? Nella curiosità e quindi nella volontà di provare a prendere? Ma in questi anni, noi giovani, abbiamo provato a vivere, a prendere, a scardinare?

In queste settimane di immobilismo e di attesa individuale e collettiva, ho provato a ragionare attorno a due termini, vivere e sopravvivere. Sono due termini, due diverse condizioni distanti ma allo stesso tempo vicine, indissolubili tra di loro. L’ età giovanile, rispetto all’età adulta, è molto più legata al tema del sopravvivere che a quello del vivere. Un giovane sopravvive perché è obbligato a pensare al futuro, a pianificare. A dire devo arrivare a quel punto, poi posso vivere. I più bravi, i meno alienati e coloro dotati di grande ironia, riescono a inserire in questa forma di sopravvivenza degna del nuovo millennio alcune variazioni sul tema- Piccoli momenti di vitalismo, di giovinezza del corpo e dell’anima. Queste spinte quando avvengono rappresentano un qualcosa di affascinante e di unico.

L’attesa dell’essere è il primo nemico del vivere e il primo alleato del sopravvivere. Oggi l’attesa rappresenta per tutti, e quindi anche per noi giovani, una condizione di costrizione. Allora come possiamo affrontare quest’attesa, questo periodo di riflessione per poi farci trovare pronti al vivere e non più al sopravvivere?”

Molti dei miei coetanei e non solo, in queste ultime settimane, hanno provato a rispondere a questo momento di attesa con la parola “speranza”, tappezzandone i blog e i social network. “Riscopriamo il grande potere della speranza” e ancora “La speranza è contagiosa”. La domanda che, nel mio piccolo, sento di porre alle ragazze e ai ragazzi desiderosi di speranza della mia generazione è la seguente: Dobbiamo sperare in cosa? In quali avvenimenti? In quale futuro? Dobbiamo sperare che tutto ritorni come prima? No, io non voglio tornare alla “normalità” di prima. Non voglio tornare a come eravamo, noi giovani, prima. Non voglio continuare a sentirmi un colpevole. Un complice. In questi anni abbiamo permesso di tutto. Abbiamo permesso a noi stessi e ai nostri colleghi di partecipare a degli stage gratuiti e sottopagati, prestando il fianco al mostro della precarietà economica che ci stanno cucendo addosso da anni. Abbiamo scambiato una multinazionale che ci porta i doni direttamente sul divano di casa, senza farci muovere un passo, come la soluzione a tutti i nostri problemi, non interrogandoci mai sui diritti del lavoratore incaricato di portare a termine la consegna. Non ci siamo mai interrogati nemmeno su coloro che ci portano il gelato a casa, di notte, a bordo di una bici, governati da un misterioso e combattivo algoritmo. Abbiamo preferito rimanere seduti sul divano, tra le nostre coperte.

In questi anni ci siamo interrogati su poco. Abbiamo agito invece per nessuno, forse solo per noi stessi. Ci siamo accontentati del nulla e in questa nostra colpevole dimenticanza ci siamo anche dimenticati di conoscerci, di confrontarci e di sentire una comune intesa, una comune coscienza generazionale. A proposito di ciò vorrei citare le parole pronunciate da Toni Servillo nel film “Viva la Libertà” di Roberto Andò, del 2006 “Noi che dovevamo essere i primi ad opporci a questo andazzo, siamo statti troppo morbidi, incerti, indecisi, vacui, disponibili, in una parola complici. Siamo stati senza una voce chiara”.

Nell’attesa di scendere in campo proviamo a ritrovare una voce chiara. Sulle pareti delle nostre stanze proviamo a scrivere domande, sogni e utopie. Sogni di vita. Contro la sopravvivenza. Quando finirà tutto raduniamoci in cerchio, ritorniamo a parlare, a confrontarci. Ad unirci. Sarebbe un primo passo. La strada è ancora lunga.

                                                                                     
 -Marcello Caporiccio
-immagine in copertina di Nina Kompatscher (@Juninacht)
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A ciascuno il suo “Duel”

È complicato, a distanza di così tanto tempo dall’ultima recensione, ritrovarsi a scrivere qualcosa di nuovo su questa rubrica. Soprattutto se è un periodo in cui hai messo in discussione il ruolo del critico amatoriale e ti senti un po’ in colpa per aver fatto passare per verità assolute – e condite di arroganza – quelle che sono state le tue impressioni su questo o quel prodotto audiovisivo. Mi piace tantissimo crogiolarmi in questa zona neutrale, ma credo sia arrivato anche il momento di provare a fare un passo oltre. Quindi eccomi di nuovo, ma in una veste diversa, a parlare dei film che mi hanno lasciato qualcosa e che sento di consigliarvi.

L’Ultimo Piano è il film che corona la fine del triennio degli studenti della scuola di cinema Gian Maria Volonté. Il progetto infatti ha coinvolto, divisi tra tutte le mansioni, circa sessanta ragazzi. Nove di questi hanno curato la regia (Giulia Cacchioni, Marcello Caporiccio, Egidio Alessandro Carchedi, Francesco Di Nuzzo, Francesco Fulvio Ferrari, Luca Iacoella, Giulia Lapenna, Giansalvo Pinocchio, Sabrina Podda), tutti giovanissimi ma con del potenziale. La pellicola segue le vicende di vari personaggi: Mattia, un rider che pedala da una parte all’altra della Capitale per consegnare cibo a domicilio; Diana, una studentessa fuori sede; Flora, una mamma single che non ha ancora abbandonato l’adolescenza; infine Aurelio, ex musicista imprigionato nel passato. Vite diverse, storie diverse, accomunate da una sola cosa: un appartamento, quello in cui vivono tutti. Sarà infine l’arrivo di Adriano, il figlio di Flora, a cambiare le loro vite.

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La prima cosa sulla quale voglio soffermarmi è il cast; spiccano i nomi di Francesco Acquaroli (Samurai in Suburra La Serie) e Simone Liberati (Zero ne La Profezia Dell’Armadillo), in un cast che nel complesso vede attori ben calati nel ruolo. I personaggi quindi, oltre ad essere interpretati molto bene, risultano verosimili sia per la caratterizzazione che per le situazioni in cui si trovano ad interagire. Si vede che chi li ha scritti conosce bene ciò di cui sta parlando, infatti proprio gli autori affermano: “abbiamo tutti un’età molto vicina a quella dei personaggi che raccontiamo. Con loro condividiamo la precarietà e molti timori, ma anche una delicata indefinitezza che in questo film […] abbiamo cercato di raccontare con sincerità”.
Personalmente avrei preferito che qualche questione fosse approfondita maggiormente, ma forse questa assenza di dettagli è il vero punto di forza del film.

Traendo le conclusioni, L’Ultimo Piano è la prova di maturità di questi ragazzi, un po’ come è stato per Spielberg con Duel. Tratta argomenti maturi e le carenze passano comunque in secondo piano per via della qualità di mezzi e persone che ci sono dietro. Nonostante la dimensione corale e accademica del progetto, non si avverte un’eccessiva mancanza di visione d’autore, punto sul quale auguro ai nove giovani registi di aver modo di continuare a lavorare in futuro, mettendo su altri progetti, così da poter mostrare liberamente al mondo non solo il talento tecnico, ma anche la loro visione individuale del mondo. Magari ci regaleranno anche un cinema diverso in Italia.

-Matteo Verban

Un teen drama tutto italiano

Devo ammettere che con la sessione invernale imminente sto trascurando le serie tv, ad eccezione di Star Wars Resistance, che mi occupa solo pochi minuti a settimana. Tuttavia mi sono imbattuto nella recente e troppo pubblicizzata Baby, diretta da Andrea De Sica e Anna Negri, disponibile dal 30 novembre su Netflix. La prima stagione è composta da solo sei episodi, così ho deciso di fare binge watching e tirare le somme. Considerando che è la seconda serie italiana distribuita da Netflix – la prima è stata Suburra – ero molto curioso di vedere questo nuovo prodotto, desiderio alimentato anche dal fatto che la produzione è “giovane”. Da menzionare per questo è il collettivo GRAMS a cui è stata affidata la stesura della sceneggiatura, ma anche tanti volti nuovi nel cast. Preannunciava da una parte un secondo successo non solo in Italia ma anche in buona parte del mondo, grazie alla distribuzione contemporanea in 190 paesi; dall’altra, avrebbe dato più visibilità alla nuova generazione di creativi che da tempo cercano di scavarsi una nicchia nel panorama mainstream del cinema italiano.

Con Baby infatti le idee nuove sembrano non mancare: si prende in esame lo scandalo delle baby squillo dei Parioli. Seguiremo le vicende di Chiara e Ludovica, interpretate rispettivamente da Benedetta Porcaroli e Alice Pagani (viene sempre citata la sua apparizione in Loro di Paolo Sorrentino, forse per evidenziare di più la pessima performance attoriale), due liceali di una scuola privata “nel quartiere più bello di Roma” che imboccheranno la strada delle baby squillo, il tutto contornato da tante sottotrame caratterizzate dalle solite vicende tra adolescenti: amore, droga e feste. Una serie con molto potenziale, dunque, ma che purtroppo, a mio parere, delude le aspettative.

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In primo luogo, la serie manca di uno stile proprio. Quello che vediamo sullo schermo è un susseguirsi di cliché che cercano di ricalcare i luoghi comuni tipici dei “pariolini” o degli adolescenti in generale, ma tutto ciò risulta invece una copia dei teen drama americani o, per restare in tema Netflix, della recente serie spagnola Élite. Questa eccessiva aderenza a prodotti già visti fa risultare l’opera piatta e priva di impegno: ci sarebbe stato molto da raccontare sui Parioli e su Roma, tanti personaggi da rappresentare e quant’altro, ma la produzione ha optato per la strada più facile, rendendo la Città Eterna una metropoli come tante altre. Continuando per questa strada, nel corso di ogni episodio possiamo notare una recitazione assente, con picchi di trash degni di una produzione di Lori Del Santo. I dialoghi risultano fortemente artificiosi, ogni conversazione sembra forzata giusto per far andare avanti una trama che vacilla ugualmente, pregna di lacune. Infatti appare difficile capire le motivazioni che hanno spinto ad esempio Chiara a intraprendere quella determinata strada, o la vicenda della retta scolastica non pagata da Ludovica. Inoltre i personaggi hanno uno spessore quasi nullo, a partire dai genitori dei vari adolescenti, che esistono quasi solo come oggetti per riempire le inquadrature, ma anche i ragazzi stessi; si cerca di introdurre in una maniera a dir poco imbarazzante la tematica dell’omosessualità.

E ancora, tutte le storyline mancano di quel pathos che di solito fa venire voglia di vedere un altro episodio: accade tutto così velocemente, senza quasi nessun nesso di causa-effetto; non si ha il tempo di metabolizzare quanto avvenuto che già viene proposta una nuova vicenda, fino a giungere al finale, insipido e disorientante, ma che tira per i capelli un futuro seguito di cui non si sente proprio il bisogno.

Ciò che si salva, nella serie, è veramente poco. La regia di De Sica a tratti sembra ambiziosa e abile ma in altri risulta elementare, con campi e controcampi sbagliati o attori che guardano in macchina quando non dovrebbero. Un’altra cosa che mi è piaciuta è la presenza dei social anche a scopo diegetico: per una volta possiamo vedere qualcuno che riesce a integrare per bene nel racconto la tecnologia dei nostri tempi, desistendo dal fare la solita critica su quanto sia nociva per le attuali generazioni. Belli anche gli effetti con cui vengono mostrare le conversazioni tramite messaggi o le interazioni tramite gli altri Social Network.

Nonostante tutte le critiche, però la serie sta riscuotendo successo. Tolti i ragazzi oltre i diciotto anni che spero vivamente la guardino solo per farsi due risate in compagnia, la fascia di età che sembra apprezzare di più è quella che va dai tredici ai diciassette anni: questi sentono proprie le tematiche trattate nella serie, dopotutto sono clichè rappresentati un po’ ovunque e la stessa reazione avvenne anche con il boom dei libri e film di Federico Moccia, quindi probabilmente avremo una seconda stagione per accontentare la fame di intrighi tra adolescenti americani-che-però-vivono-a-Roma.

Ciò che mi lascia perplesso, infine, è l’impronta che questa serie lascia nel panorama dell’audiovisivo italiano. Sappiamo che il cinema e la televisione sono in crisi in Italia, molte produzioni sono ancora riservate alle vecchie generazioni di registi, per i giovani lo spazio è quasi assente e per lo più ci si affida al cinema indipendente, per cui spesso i film neanche escono in sala o non vengono pubblicizzati o distribuiti a dovere. Se si tratta di serialità televisiva è ancora peggio, poiché nessuno investe in produzioni al di fuori delle classiche fiction. Per una volta che invece viene data una possibilità ai giovani di dimostrare quanto si può valere, possibilità che può assumere un valore di opportunità importante per il futuro dell’industria, questa si rivela un fiasco.

 

-Matteo Verban

 

Il Rap e i giovani: che rapporto hanno i giovani con la musica?

La musica, in ogni suo genere, fa costantemente parte della vita delle persone sia in maniera attiva, selezionando ciò che si ascolta, che in maniera passiva, semplicemente accendendo la radio su una qualsiasi frequenza. Da sempre la musica è veicolo di messaggi ed emozioni che colpiscono chi ascolta. Secondo recenti studi di musica e psicologia, essa cambia in base all’età che si ha: da questi studi, riportati in un articolo del Corriere Della Sera del 20 gennaio 2014, si evince che l’amore per la musica nasce nella fase adolescenziale, infatti è proprio in questo periodo che l’individuo ricerca la propria identità. Gli adolescenti, in quanto tali, sviluppano sia un desiderio di ribellione che li porta a ricercare l’indipendenza dalla famiglia, sia una maggiore spensieratezza e vitalità: la musica può diventare per loro, dunque, un momento di sfogo o rilasso, un momento in cui sentirsi parte di qualcosa. Nella generazione dei nativi digitali diventa anche importante il rapporto “social”: il rapporto diretto e continuo che le nuove comunicazioni hanno permesso che si instauri fra gli artisti e i loro ascoltatori può innalzare i primi a vero e proprio modello e punto di riferimento. I giovani hanno quindi un rapporto molto diretto con la musica. Come è possibile osservare e affermare dalla statistica riportata sotto.



L’istogramma qui presentato è frutto di una ricerca effettuata dall’“Osservatorio sulle tendenze e comportamenti degli adolescenti” secondo cui, su 7000 adolescenti in età compresa tra i 13 e i 19 anni, il 98,5% ascolta musica regolarmente. Durante la storia della musica, sono nati molti generi musicali e in ognuno di questi, un determinato individuo, può ritrovare quelli che sono i propri gusti… può ritrovare “se stesso’’ ed è stato evidenziato che il genere preferito degli adolescenti è il rap. Perché i giovani ascoltano Rap?
Il rap soddisfa tutte le richieste dei giovani e li rappresenta al meglio: gli artisti del genere molto spesso raccontano di sé, della loro vita, dei loro problemi, di amore e talvolta di disprezzo verso qualcosa o qualcuno. È una visione molto soggettiva e spesso molto critica della realtà che usa un linguaggio molto semplice, diretto e senza censure, ed è proprio per questo che il genere ha avuto successo: rappresenta una sorta di “specchio” che riflette la società nei suoi lati positivi e negativi.  In più il genere crea un contatto diretto con le nuove generazioni e ha un’elevata capacità di adattarsi e rinnovarsi grazie alla continua scoperta di talenti nuovi e vicini al mondo giovanile di cui riportano esperienze, stati d’animo e sentimenti: un esempio è il cantante Izi che, a soli venti anni nel 2016, è stato protagonista del film sul rap “Zeta”. Ciò fa sì che un adolescente si immedesimi e si senta rappresentato da ciò che ascolta. A oggi nella ‘Top 100 singoli Digitali’, ossia canzoni con il maggior numero di download e con il maggior numero di ascolti in streaming, secondo la FIMI (Federazione Industria Musica Italiana), troviamo vari artisti che possono definirsi Rapper: dal più noto, Fabri Fibra, a  Tedua e Capoplaza. In questa classifica, troviamo, in prima posizione, proprio un artista che può essere definito rapper: Coez, con il suo singolo “La musica non c’è”. Ormai non si tratta più di casi isolati: l’elenco è molto ampio e rappresenta una generazione capace di sfruttare a pieno video e social. Ghali, per esempio, è uscito da più di un mese con il primo disco, “Album”: suo singolo “Pizza Kebab” ha avuto 384 mila ascolti su Spotify in sole ventiquattr’ore, battendo il record precedente, sempre suo, di “Ninna Nanna”, che nel frattempo ha quasi raggiunto 50 milioni di visualizzazioni su YouTube. Quindi il rap è il genere più ascoltato dai giovani perché li rappresenta al meglio ed esalta quella vitalità che li caratterizza e che muove il mondo.

 

-Luca Franceschetti.