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La città delle donne

È ampiamente dibattuto a chi vada il primato di “prima città della storia”. Con certezza si può affermare che nel corso del IV millennio a.C. sia avvenuto quel salto antropologico fondamentale definito “rivoluzione urbana”, cioè il processo storico che vide la nascita di quella nicchia ecologica in cui tuttora noi viviamo, procreiamo e progrediamo. L’Homo sapiens si è creato il proprio habitat attraverso le proprie capacità intellettive, linguistiche e tecniche. Fin dall’epoca pre o protostorica l’uomo ha cambiato l’ambiente circostante in vario modo, con incendi massivi, tecniche di caccia particolarmente efficienti, con l’irrigazione e le prime costruzioni. Ma in epoca storica ci fu la vera “fuga in avanti”: i sistemi di trasporto, di comunicazione, di difesa, di governo ed amministrazione, di approvvigionamento, conservazione e trasformazione delle materie prime definirono quello spazio, inizialmente sacro, chiamato città.

La “città degli uomini”, utilizzando le parole di Agostino, è una realtà organicistica, in quanto composta e prodotta da esseri viventi, e mutevole, poiché cambia parallelamente alle evoluzioni umane. L’habitat umano è cambiato nei secoli insieme alle abitudini umane, alle strutture, sovrastrutture e norme che hanno regolato il vivere e convivere sulla terra. Fra le mura cittadine, lungo le strade, le rotte marittime ed aeree, sono state combattute secolari sfide che hanno prodotto quel che noi chiamiamo “progresso”: culturale, artistico, etico, scientifico, politico, economico, tecnologico.

Se oggi osservassimo le nostre città noteremmo come, almeno secondo chi scrive, tre sono le attuali sfide, le cui poste in gioco non sono affatto indifferenti al nostro futuro: la questione ambientale, la difesa e promozione della democrazia, il processo di emancipazione femminile. Certo, va onestamente appuntato come tale visione sia inevitabilmente anche il frutto delle vesti occidentali che indossiamo, ma è altrettanto necessario appurare come queste siano sfide globali.

Tralasciando in questa breve riflessione le prime due questione, vorrei focalizzare i pensieri sulla terza. Sul piano giuridico e culturale, nelle ultime generazioni il più grande processo di emancipazione, di portata millenaria, riguarda la condizione delle donne. In epoca contemporanea, il primo duro colpo battuto in favore di una piena uguaglianza delle donne si ode nella Rivoluzione francese: è la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, scritta nel 1791 dalla drammaturga Olympie de Gouges (1748-1794), in analogia alla ben più fatidica dichiarazione del 1789. L’articolo 1 recita: “La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo”. Naturalmente rimase lettera morta. Olympie venne derisa, accusata di tradimento e quindi ghigliottinata, ma non prima di poter proferire parole mai ascoltate prima. Forse è la sua la sentenza più dirompente e scandalosa fra le frasi pronunciate in quegli anni. Agli ideali liberali e borghesi, di cui tutti siamo figli, unì un’idea di convivenza umana estremamente innovativa: quella paritaria fra uomo e donna.

Quella francese fu un’altra “fuga in avanti”, lì per lì sminuita e repressa, ma non dimenticata. Dalla metà del XIX secolo, secondo la storia di genere, abbiamo assistito a quattro ondate di femminismo. Se è vero, come affermava enigmaticamente Kubrick, che l’universo è indifferente all’uomo, di sicuro non lo è la Terra. La città dell’uomo si sta evolvendo, come è naturale che sia, e con provocazione potremmo dire che sta cambiando genere. Tutte le condizioni che svantaggiavano la donna e la rilegavano al ruolo procreativo, alla sfera domestica sono e stanno venendo sempre meno. Nuovi assetti sociali ed economici si stanno dibattendo, ed è esperienza quotidiana di tutti noi osservare come sempre più vivacemente i suoi effetti si palesano ai nostri occhi. Fortunatamente, potremmo aggiungere.

Ma la questione è peraltro legata a un altro tema centrale, molto più delicato quanto fondamentale per la nostra evoluzione culturale e per qualsiasi discorso sulla felicità. La libertà di amare. Le rivendicazioni economiche, sociali, politiche, in settori sia pubblici che privati, per quanto necessarie non completano il quadro rivoluzionario. Il destino dell’uomo coincide con il suo obiettivo, ovvero la ricerca della felicità. E questa non può avvenire senza un’ulteriore rivoluzione culturale. Attraverso un dibattito pubblico che affermi inequivocabilmente come solo percependo l’amore come una libertà universale si può giungere ad un nuovo livello di convivenza umana, ben più piacevole, rispettosa, e produttiva. Questo passo può risultare superfluo, o secondario a quello economico, ma non può esistere homo oeconomicus (colui che ricerca sempre di ottenere il massimo benessere e vantaggio per se stesso a partire dalle informazione e dalle capacità possedute, all’interno di un logica razionale) senza homo sapiens (colui che vive, comunica e socializza semplicemente per sua propria natura), non può esistere corpo senza anima, o forma senza materia se volessimo chiamare in causa Aristotele.

Se accogliamo la definizione di felicità quale la capacità di coltivare una vita libera, fondata sulla qualità delle relazioni umane che concorrono a orientarla liberamente, allora non si può non riconoscere come negli ultimi decenni vi sia stato un netto miglioramento nelle condizioni di vita (per tutti i sessi e orientamenti sessuali), e che questo sia da ascrivere anche ai frutti, volontari e involontari, del femminismo.

Poiché le relazioni umane sono effettivamente “progredite” rispetto al passato, poiché possiamo usufruire ancor più pienamente delle nostre capacità creative a livello sociale, poiché abbiamo la sfrontatezza di abbattere tabù millenari, di ipotizzare e realizzare orizzonti e percorsi di vita innovativi, di produrre filtri conoscitivi ed estetici personali, di unirci in rapporti e confronti emotivamente pieni, di sfruttare il crollo progressivo di inibizioni e la conseguente apertura di nuove prospettive, di progettare legami sentimentali, familiari e sociali attraverso un linguaggio inedito, che apre lo sguardo su uno spazio umano seducente ed inesplorato. Ora anche la donna rivendica il diritto a una sessualità fondata sul piacere, ad una vita indipendente, appagante secondo le sue individuali aspirazioni, di scegliere liberamente con chi e come essere felici, quando e se procreare. E ciò non può che essere fonte di felicità anche per l’uomo. Perché la felicità è godibile solo nella reciprocità. Perché la ricerca di nuove e più nutrire dimensioni esistenziali non può che arricchire l’esperienza umana, a condizione (imprescindibile) che esista la totale libertà di scegliere e amare.

Si sta innalzando una nuova città, che con ironia della sorte e senza timore possiamo presentare come la “città delle donne”, un luogo presente e futuro, probabilmente più inclusivo, ma che tassativamente presenterà le sue sfide. Non saranno sfide facili. Superarle o meno dipende, più che dall’economia, dalla politica e dalle regole ed istituzioni che definirà. Giudizio etico-individuale e agire politico-collettivo devono formarsi e rafforzarsi in vista di una nuova educazione, devono “trarre fuori” e coltivare il terreno necessario per questo nuovo habitat.

Ma attenzione. Abbiamo imparato che proprio in campo etico i passi avanti non sono affatto garantiti una volta per sempre, si può tornare indietro. Perché “l’uomo è una corda tesa fra la bestia e il Superuomo” rileggendo differentemente una celebre frase. Perché la storia non è una freccia unidirezionale già scoccata, bensì un turbinio di possibilità di cui siamo gli unici artefici. E qui preme comprendere consapevolmente e intimamente che gli artefici non saranno e non potranno essere unicamente le donne, ma anche gli uomini. Perché il progresso, come la ricerca della felicità, è un obiettivo umano.

 

-Alessandro Berti

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LIBRI NASCOSTI: Nietzsche contro Nietzsche, il nichilismo europeo

Perché un’opera minore di un autore viene detta “minore”? Perché, ovviamente, ci sono le opere “maggiori”, che sono considerate quelle più importanti. Ma cosa significa “maggiore” e “minore”? Di certo non “più” o “meno importante rispetto alle altre”. Infatti tutte le opere di un autore sono ugualmente importanti, poiché tutte concorrono, come tessere di un mosaico, alla composizione della sua immagine, valida per la comprensione solo e soltanto nella sua interezza.
Ciò è particolarmente importante per un autore come Nietzsche, che non sarebbe per niente comprensibile nella sua complessità se non si prendessero in considerazione tutte le sue opere. Infatti cosa sarebbe lo Zarathustra senza gli Scritti Giovanili? E la Gaia Scienza senza i Frammenti Postumi?
Inoltre la conoscenza delle opere minori offre la possibilità di conoscere lati poco noti di un autore e di attraversare i pregiudizi che si hanno su certe personalità della cultura e della storia (i quali spesso derivano dall’istruzione di seconda mano delle scuole primaria e secondaria). Parlando sempre di Nietzsche, oltre all’annunciatore della Gaia Scienza e al profeta dello Zarathustra esiste un altro Nietzsche ed è quello del Nichilismo Europeo, detto anche Taccuino di Lenzerheide.
In breve la storia di questo libello. Negli anni sessanta, nel loro titanico tentativo di rivalutazione del pensiero del filosofo di Roecken, Colli e Montinari analizzarono qualunque cosa uscì dalla sua penna. Durante l’analisi di scritti di minima importanza, abbozzi di lettere e conti, i due studiosi trovarono paragrafi di un qualcosa che, secondo loro, poteva rivelarsi grande. Misero insieme quei frammenti e il risultato fu una piccola opera intitolata il Nichilismo Europeo, detta “taccuino” per via delle dimensioni, che, secondo l’intestazione, fu scritta nella località svizzera di Lenzerheide nell’estate del 1887. Il titolo è dello stesso Nietzsche, anche se si potrebbe pensare che fu ideato dal filosofo e dal germanista italiani in onore dell’opera quasi omonima di Heidegger. Non è assolutamente così. In realtà si tratta soltanto di una straordinaria coincidenza.
Cosa c’è in questo libello? Il contenuto di questo “testo fondamentale”, come lo definì Montinari stesso, è la sintesi perfetta del pensiero maturo di Nietzsche. Sembrerebbe quasi che il filosofo avesse voluto ideare una sorta di guida al suo pensiero per coloro, i tanti, che non lo comprendevano. I frammenti riuniti descrivono una sorta di percorso esistenziale dell’individuo europeo ai tempi del pensatore, che inizia con la scoperta della Morte di Dio e si conclude con l’ipotesi dell’Oltreuomo, in un tentativo di superare il nichilismo, grave problema dell’Europa di quei e di questi tempi.
E qual è il Nietzsche che emerge dalle pagine di questi libello? È già stato detto prima che non è un annunciatore di nuove verità o un profeta di ascendenza religiosa. È in realtà un uomo tormentato da qualcosa che neanche lui stesso riesce a definire e che sta combattendo contro il suo peggior nemico, se stesso. Per capire meglio gli intenti di Nietzsche, bisogna considerare il periodo in cui il filosofo ha scritto il Nichilismo Europeo. Era ormai l’’87, il Crollo di Torino era vicino (forse lui già lo presentiva) e questa era l’ultima occasione che il pensatore aveva di farsi capire e di capirsi prima che l’abisso gli gettasse dentro uno sguardo definitivo.

-Lorenzo Sgro.