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The Space In Between

C’è una sorta di varco che separa l’artista dal raggiungimento più pieno di se stesso; vale anche per l’uomo? Esiste davvero una dimensione “di mezzo” che tutti noi, prima o poi, dovremo affrontare per poter essere considerati “umani”?
La società di oggi è un insieme discontinuo di elementi; questo può rendere più vaga e distorta la visione universale delle cose. Spesso l’uomo ha dovuto scegliere fra l’armonia o la distruzione, fra quella che è la visione certa, finita e “bella” della realtà o una nuova consapevolezza della “bruttezza” e del suo sovversivo ed evanescente caos. Questa ambivalenza ha ridefinito costantemente gli schemi dell’arte contemporanea, poiché l’arte è riflesso dell’universo così come l’uomo lo è per la società. Ma cos’è questo riflesso e come lo si percepisce? Marina Abramovic tenta una risposta entrando nel cosiddetto “spazio di mezzo”, un misterioso varco di mistica energia insito in ogni essere umano. Cos’è questo spazio di mezzo e soprattutto, come lo si raggiunge?

Nata a Belgrado da una famiglia di ex militari partigiani della seconda guerra mondiale, verso la fine degli anni Sessanta approda come artista nello Student Cultural Centre, fulcro creativo e anticonformista della città che, nella Jugoslavia autoritaria di Tito, promuoveva artisti locali dal grande appeal anticonvenzionale. È proprio qui che, sotto l’influsso di artisti internazionali come Joseph Beuys, Marina sviluppa il proprio concetto di arte come performance, incapace di essere autoreferenziale perché bisognosa di un dialogo, di un riscontro attivo, immediato e puro con il pubblico, concreto fautore del prodotto artistico finale. Il medium è il corpo dell’artista, ora forza motrice e conoscitrice dell’arte, in grado di catturare lo spettatore in dimensioni parallele e tuttavia vissute nella realtà del momento artistico. Per approdare a ciò però bisogna prima oltrepassare uno “spazio di mezzo”, lo Space in Between, una barriera da infrangere per raggiungere il punto più puro di noi stessi: un luogo con cui noi tutti, in quanto umani, dovremo prima o poi fare i conti.
Questo è anche il tema centrale dell’ultima pellicola dell’artista, The Space In Between (2016), che ripercorre i tratti più salienti del suo recente viaggio in Brasile, dove Marina ha potuto sperimentare nuove sensazioni derivate dall’incontro con forti poteri spirituali e riti tribali locali: «È quando abbandoni tutte le tue abitudini e ti apri completamente al destino. Sei aperto a nuove idee. Per me questo spazio è quello più creativo dove un artista si possa mai trovare. È quando tutto diventa vulnerabile, perché esci dalla tua zona di comfort».


Come la vita, l’arte è un rituale, un flusso irrazionale e continuo di sensazioni e azioni che spingono l’uomo fino al limite fisico e mentale. Lo stesso che Marina intendeva sfidare nel celebre Rhythm 0 (1974) che la rese famosa. Qui l’artista dispose su un tavolo, quello della Galleria Morra di Napoli, 72 oggetti, alcuni di piacere (piume, scarpe, bottiglie, ecc.), altri di dolore (catene, fruste, martelli) o di morte (pistola, coltello); poi vi appoggiò un foglio: «Sul tavolo ci sono 72 oggetti che potete usare su di me come meglio credete: io mi assumo la totale responsabilità per sei ore. Alcuni di questi oggetti danno piacere, altri dolore». Inizialmente il pubblico era titubante, le porgeva delle rose o le pettinava I capelli. Dopo alcune ore però, l’animo umano si fece belva: qualcuno tentò di stuprarla, qualcun altro di accoltellarla o di ucciderla con un colpo di pistola. È a questo punto che l’esibizione venne interrotta, avendo sorpassato i limiti umanamente accettabili.
Ma, dopotutto, non è forse questo lo Space In Between? Un luogo desueto in cui l’uomo deve fare i conti con qualcosa che non conosce o che forse ha sempre conosciuto: un’energia che pervade l’essenza stessa dell’essere umano.

-Daniela Di Placido.

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Il Club Dei 27: «Giuseppe Verdi era fondamentalmente un gran figo!»

È semplicemente così che Mateo Zoni riassume, durante l’intervista rilasciata a CulturArte, il Giuseppe Verdi che ha voluto raccontare nel suo film Il club dei 27, distribuito nelle sale italiane il 26 febbraio scorso dall’Istituto Luce Cinecittà. La pellicola, a metà tra un documentario e una fiction, ci mostra un Verdi inusuale e un po’ rockstar attraverso il racconto di una divertente storia vera. Protagonisti i giovanissimi e impeccabili Giacomo Anelli e Irene Carra.

 

Ventisette sono le opere di Giuseppe Verdi, considerato il massimo compositore italiano. Nel paese del melodramma, Parma, dal 1958 c’è l’esclusivo Club dei 27: non è Forever 27, famoso club delle rockstar morte a quell’età, ma un club di persone che si chiamano come le opere di Giuseppe Verdi. Si presentano così: «Piacere, Traviata, Rigoletto, Giovanna d’Arco…». Così, nelle stesse zone in cui Verdi visse ed esercitò la sua arte, per i suoi estimatori tutto scorre nel migliore dei modi, fino all’arrivo di un ragazzino di soli 11 anni: Giacomo Anelli. Profondo conoscitore di musica classica e in particolar modo delle opere di Giuseppe Verdi (che considera quasi una guida spirituale), nonostante la tenera età il giovanotto è deciso a far parte dei 27, tanto da procurarsi la divisa e la spilla del club. C’è però un problema: non solo Giacomo è decisamente troppo piccolo, ma la carica di ogni membro del club dura a vita e, se uno di loro non muore, non c’è speranza di prendervi parte…

 

Allora Mateo, prima di tutto per rompere il ghiaccio volevo dirti che, non appena averlo sentito, del tuo film mi ha subito incuriosita il titolo in realtà: “Il club dei 27” rimanda infatti all’omonima espressione inglese che si riferisce agli artisti, principalmente cantanti rock, morti all’età di 27 anni. La cosa mi ha fatto sorridere ed è un riferimento voluto, immagino.

Mateo Zoni: Certo, era ovviamente un trucchetto per invogliare le persone a guardarlo perché, insomma, se pensi di trovarci Kurt Cobain invece di Giuseppe Verdi magari un pensierino ce lo fai. C’eri cascata, eh? [rido, ndr.] No dai, a parte gli scherzi, oltre al riferimento pop “Il club dei 27” è anche il vero nome del club di appassionati verdiani realmente esistente nelle zone di Parma, perciò diciamo che ho preso due piccioni con una fava.

Beh ottimo allora! Però a dire il vero la cosa in un secondo momento mi ha fatto sorridere anche perché, paradossalmente, il Verdi che dipingi tu nel tuo documentario è davvero una rockstar, è un Verdi che hai a dir poco strappato alla sua solennità, no?

Zoni: Certamente! Ma in realtà Giuseppe Verdi lo è davvero, è una rockstar. Lo si mostra sempre così imbalsamato e impettito ma non ci si rende conto che, anche e soprattutto in relazione a ciò che ha rappresentato per gli italiani a suo tempo — tralasciando un secondo la portata artistica, storica e socio-culturale che gli è giustamente dovuta — lui era fondamentalmente un gran figo!

Ti avverto che questa cosa che hai appena detto la scriverò esattamente così, cioè  utilizzerò «gran figo».

Zoni: Devi farlo, mi offendo altrimenti.

Benissimo. Per quanto riguarda l’ispirazione, invece, che mi dici? Non ti sarai svegliato un bel mattino con già in testa l’idea di andare a scovare e raccontare “Il club dei 27” tramite gli occhi di un piccolo genietto che vorrebbe tanto farne parte. Sembra qualcosa di strutturalmente complesso e quanto mai singolare che, presumo, avrà richiesto un pochettino di ricerca e lavorazione.

Zoni: A dire il vero non eccessivamente, no. Io sapevo che volevo raccontare Giuseppe Verdi e, nello specifico, la relazione che si era formata tra lui e gli abitanti delle zone in cui ha vissuto, principalmente Parma, per cui egli stesso ha fatto e dato molto; sapevo poi che doveva trattarsi di un documentario ma di una diversa forma, meno rigida e noiosa, dovevo solo trovare una chiave narrativa diciamo. Così l’Istituto Luce Cinecittà mi ha consigliato di indagare su questo club, che risale al 1958 e si rinnova ciclicamente, di 27 appassionati che dedicano il loro tempo libero alla memoria di Giuseppe Verdi. Ora, confesso che messa così la cosa non mi convinceva un gran che, perché sebbene il soggetto fosse molto interessante, parlavamo pur sempre delle vicende di un gruppo di uomini piuttosto anziani che non avrebbero avuto molta presa anche sulla metà di pubblico “giovane” diciamo, no?

Ah, lo chiedi a me che mi aspettavo Kurt Cobain?

Zoni: [ride] Esattamente! Per questo mi sono entusiasmato molto quando sono andato a parlare con i membri del club e, poco prima di andarmene sconsolato, mi hanno raccontato la divertente e soprattutto vera storiella di questo ragazzino, tale Giacomo Anelli, che da un po’ di tempo andava continuamente a bussare alla loro porta, si vestiva come loro, era un esperto verdiano quanto loro nonostante la tenera età e soprattutto voleva ardentemente essere uno di loro. Subito ho pensato: «Ecco, adesso sì che ci siamo! Devo conoscerlo!». Da lì in poi, essendo una storia così buffa, particolare e interessante da raccontare, il film era in pratica già scritto.

Poi la figura di Giacomo, del tutto sui generis, credo ti abbia aiutato molto a trovare un linguaggio simpatico ma comunque deciso e professionale che potesse toccare tutti. Forse è stato quasi fondamentale, oserei dire.

Zoni: Assolutamente, togli pure il “quasi”, perché Giacomo è stato capace di raccontare Verdi come se fosse suo zio ed era impossibile non empatizzare con lui. È stupefacente credo, agli occhi dello spettatore, questo ragazzino con questa passione fortissima e singolare che se ne sta lì a parlarti in modo così franco del Giuseppe Verdi che gli sta tanto a cuore. O, almeno, ai miei occhi è stato subito stupefacente. Poi è così piccolo e carino e allo stesso tempo ha le idee così chiare che in qualche modo devi dargli retta per forza, no?

Su questo non c’è ombra di dubbio, da spettatrice posso assicurartelo. Poi — correggimi se sbaglio — mi sembra che in alcuni punti del film a Giacomo sia anche affidato il compito di “impersonare” Verdi in alcune salienti vicende della sua carriera.

Zoni: Non sbagli affatto, anzi da una parte questa tua domanda mi fa sentire un pochettino sollevato perché non era in effetti semplicissimo da comprendere. Diciamo che per rendere il tutto abbastanza scorrevole, dal momento che volevo un documentario ma senza dubbio non volevo nulla di noioso o troppo didascalico, ho voluto unire circa tre linee narrative: quella del bambino melomane istruito da suo nonno, che gli faceva ascoltare musica classica fin da piccolo, l’avventura di lui per entrare nel club e infine la parte riguardante la biografia di Verdi, recitata proprio dal piccolo e unita alla componente documentaristica, formata dal repertorio di foto e video d’epoca dell’Istituto Luce Cinecittà. In questo modo la scena cambiava continuamente assetto, alternandosi in queste tre vesti, e la visione non risultava monotona o piatta come rischiava invece di succedere affidandosi totalmente allo stile documentaristico classico.

Di nuovo — parlando sempre da spettatrice, s’intende — devo trovarmi d’accordo con te. Per quanto riguarda invece la scelta di fare un prodotto che fosse a metà tra il documentario e la fiction, come mai non hai scelto la strada del biopic, magari con il piccolo Giacomo come protagonista? Ha senza dubbio talento, sarebbe stato in grado secondo me di reggere un film vero e proprio. Non avresti raccontato questa storia in nessun altro modo?

Zoni: No, non credo avrei mai raccontato questa storia in un altro modo: questa è la forma secondo me più credibile perché parte da una realtà concreta. L’avventura quasi alla Harry Potter di Giacomo è vera al 100% e l’avremmo falsata rendendola la sceneggiatura di un film completamente di fiction. Non è un caso che abbiamo voluto aprire il documentario con una delle sue interviste. All’inizio delle riprese aveva 11 anni, infatti abbiamo poi dovuto inserire un salto temporale, che poi si intervallano per tutta la durata del film. Diciamo che, essendoci già i presupposti documentaristici forniti dal contesto reale, c’era anche la possibilità di introdurre poi scene di finzione e non avevamo bisogno d’altro: mi piace sempre cercare di raccontare la realtà e offrire allo spettatore un contatto particolare con la storia.

Beh, se posso dirlo, alla fine l’hai sfangata molto bene, ma diciamo che non hai scelto una strada semplicissima. Voglio dire, tutte queste linee narrative da unire in un documentario che in realtà lo è solo in parte, come minimo avrai litigato svariate volte con chi si occupava del montaggio.

Zoni: [ride] Non sai quanto hai ragione! Mi piace complicarmi la vita, eh? Ma poi la cosa bella è stata che, delle quaranta persone che lavoravano per me, nessuno sul set capiva bene cosa io stessi facendo e io dovevo dare l’idea di star seguendo una direzione precisa e chiara quando in realtà io stesso non avevo ben chiara la situazione. È stato tutto un esperimento che poi si è inverato e, nonostante comunque avessi sempre avuto un progetto mentale di cosa volevo, ho capito davvero cos’era quando l’ho finito. Ovviamente tutto ciò ha creato vari contrasti con chi si occupava del montaggio — come hai intuito tu — perché era qualcosa di davvero complicato da fare, simile a un mosaico: non c’era una voce narrante che spiegasse qualcosa, quindi doveva essere tutto legato bene e in maniera perfettamente comprensibile senza spiegazioni. Poi non volevo risultasse pesante, perciò le interviste, le scene di finzione e i video e foto d’epoca andavano montati in maniera complementare e alternata non in tre compartimenti stagni sequenziali. Questo ha messo tutti un po’ in difficoltà, ma alla fine il risultato mi sembra sia stato abbastanza gradevole.

Assolutamente sì! Già il fatto che Rai 1 abbia deciso di mandarlo in onda come “Speciale” ne sancisce una certa qualità, credo, poi se calcoliamo che lo ha mandato la sera di Pasqua — in seconda serata, per giunta — e nonostante queste condizioni apparentemente avverse “Il club dei 27” ha comunque ottenuto ottimi dati di share, puoi largamente ritenerti soddisfatto direi.

Zoni: [ride] Sì, beh, in effetti non mi sarei mai aspettato di ottenere lo stesso share de “L’Isola dei Famosi” quella sera. Poi la cosa che mi ha davvero stupito è stata la popolarità tra i giovani, tra i più piccolini nello specifico, anche nelle sale: questo significa che davvero la storia ha avuto su tutti, indifferentemente dall’età, la potenza e l’impatto visivo che desideravo. I riconoscimenti vinti a Bologna, anche, mi hanno davvero aperto il cuore e sono arrivati in maniera del tutto inaspettata, considerando che non mi aspettavo affatto questo livello di gradimento e risonanza: era un film che sentivo di fare più che altro per me, così come tutti gli altri del resto.

Cosa intendi con quest’ultima affermazione? Considera che è la mia ultima domanda, perciò rispondimi come se in chiusura dovessi spiegare a un giovane e aspirante regista, ovvero al te di poco tempo fa visto che non siamo poi così lontani d’età, cosa serve per fare il tuo lavoro. Anzi più che altro come “ce la si fa” a farsi spazio tra i colossi del cinema e a fare il tuo lavoro ad oggi.

Zoni: Eh… Ti piacciono le domande difficili, vero? [ridacchia] Dunque, senza dubbio ci vuole tanta determinazione e forza d’animo: come hai detto tu bisogna farsi spazio tra dei colossi, il che significa che bisogna anche essere preparati a prendere parecchie “mazzate”. Poi come ho detto a me piace pensare che ogni film vada fatto per se stessi indipendentemente dalla ricerca dei consensi di pubblico e critica. Sia chiaro, non sono uno di quelli che schifano a prescindere la “commercialità” nei prodotti cinematografici: esistono vari generi cinematografici proprio per questo e anche a me piace sedermi in tutta leggerezza a guardare una bella commedia o un action pieno di effetti speciali da panico; penso solo che non si debba mai rinnegare la propria essenza quando si decide di fare il regista, perché in ogni film c’è un pezzo di chi lo ha girato e voluto. Intendevo questo dicendo che, pur non aspettandomi un tale livello di gradimento e risonanza, l’ho fatto comunque questo film, come tanti altri che sapevo potessero risultare forse un po’ “particolari” o difficili da realizzare. Che poi, mi sento di dire soprattutto questo ad un aspirante regista, è importantissimo mettersi sempre in difficoltà: bisogna sapersi sfidare all’ultimo sangue per poi vincersi e riuscire ogni volta, sempre meglio.

Bene Mateo, nell’informarti che quest’ultimo pensiero lo metterò in evidenza quando lo scrivo, [ride] ti ringrazio anche a nome di CulturArte per aver parlato con me e ti auguro di continuare a raccontarci così bene mille altre storie dalla tua postazione di regia.

Zoni: Grazie a voi ragazzi, me lo auguro anche io!

-Margherita Cignitti.

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«Vedo solo quel che devo»: Hitler Contro Picasso e gli altri

– Avete fatto voi questo orrore, maestro?
– No, è opera vostra.

 

Così rispose sul Guernica Picasso all’ambasciatore tedesco Otto Abetz, in visita al suo studio dopo l’occupazione di Parigi ad opera dei nazisti. E questo, paradossalmente, uno dei pochi riferimenti sul pittore all’interno del film-evento Hitler Contro Picasso e gli altri, proiettato nelle sale romane il 13 e il 14 marzo 2018. Un documentario, quello impresso sulla pellicola di Claudio Poli prodotta dalla NexoDigital in collaborazione con SkyArte HD, che racconta l’ossessione del regime nazista per l’arte, le compravendite, i saccheggi e le enormi contraddizioni delle scelte di Hitler in merito all’inestimabile patrimonio in suo possesso.

La sublime voce di un insospettabile, bravissimo Toni Servillo accompagna lo spettatore attraverso immagini e video d’epoca, interviste a esperti e testimonianze, spesso anche molto crude, di chi la guerra l’ha vissuta, in tutti i sensi: perché se trafugare opere d’arte da tutta Europa, catalogarle e stiparle in luoghi nascosti e sicuri fu un lavoro lungo che impiegò la vita di moltissime persone, le ricerche di quelle stesse opere, il loro recupero e le estenuanti battaglie legali per riappropriarsi di cimeli di famiglia o semplicemente ricordi di una vita rubata è tutta un’altra storia. Tutt’oggi, parte del bottino nazista è introvabile; tutt’oggi, molti dei legittimi proprietari delle opere d’arte ritrovate devono lottare per riottenere ciò che è loro.

Tanta, tantissima l’arte mostrata nell’arco di tutto il film: non solo le opere ammirate e rubate o nascoste dal regime, ma soprattutto quelle disprezzate. Perché Hitler era sì contro Picasso, ma anche contro Chagall, Matisse, i Fauves: la loro era un’arte degenere, orribile, contraria a tutto ciò che la società tedesca avrebbe dovuto incarnare, eppure trafugata anch’essa alla stessa maniera e con lo stesso ritmo dell’arte classica ed esposta in un museo a parte, quello appunto dell’arte “degenerata”. Molte le storie che vengono raccontate, fra cui il ritrovamento, a Monaco di Baviera nel 2012, di numerosi pezzi d’arte nella casa del nipote di uno dei commercianti d’arte di Hitler: non solo una vicenda interessante e recente, ma anche un monito che lascia intendere come, nonostante si cerchi di insabbiare questo capitolo della storia umana, esso sia tutt’altro che pronto ad essere chiuso e anzi pieno di domande ancora in attesa di una risposta.

Una cosa più di tutto, però, ha attratto la mia attenzione, con una forza tale da diventare il titolo della mia riflessione, in maniera totalmente avulsa dal contesto artistico e in un modo che ancora non mi riesco a spiegare — tanto che, spesso, mi chiedo ancora se l’abbia visto davvero; per un secondo, verso la fine del docu-film, presumo su uno dei musei tedeschi (un grande palazzo bianco e rettangolare) ho visto affissa una frase in italiano, probabilmente risalente al periodo nazista: «Vedo solo quel che devo».

Centinaia i motivi per cui una frase del genere si sia potuta trovare in quel posto, ancora di più i significati che le si potrebbero attribuire: è però, di base, l’atteggiamento durante i regimi, quello nazista e quello fascista. Le persone, spinte probabilmente dalla parvenza di stabilità ritrovata dopo la Grande Guerra o dal trovarsi “dall’altro lato” delle persecuzioni, tendevano a vedere solo ciò che dovevano (e volevano) vedere, convincendosi che non ci fosse altro: questo l’atteggiamento maggioritario nei confronti delle deportazioni, dei furti e della condotta proibitiva e razzista del regime. È un comportamento perfettamente insito nella nostra specie eppure percepito come il meno umano possibile: la vera banalità del male, l’istinto di conservazione che ci spinge a distogliere lo sguardo in situazioni pericolose, cercando di vedere solo ciò che si dovrebbe vedere, sforzandosi (con nemmeno troppa difficoltà) di credere a ciò che viene detto. Sempre sul finire del film un sociologo intervistato, teorico del comportamento nazista, rifletteva su come, nel corso dei suoi studi, non avesse ancora incontrato nemmeno una persona veramente “malvagia” nel senso assoluto del termine: solo umani, vittime e carnefici spesso inconsapevoli di giochi di potere più grandi di loro, alle prese con una specie di follia collettiva per cui, data la licenza di uccidere, torturare e condannare, si uccide, tortura e condanna per non essere uccisi, torturati e condannati, fino a che non si diventa insensibili al dolore, proprio e altrui.

Forse questa situazione si sta ripresentando: sicuramente non ai livelli del passato, ma la memoria collettiva è spesso troppo corta e non ricorda come la sottovalutazione delle dinamiche di potenza, la desensibilizzazione alla sofferenza dell’altro e la strumentalizzazione politica dell’insoddisfazione generale possano portare a eventi catastrofici.
Non bisogna distogliere lo sguardo, non bisogna ignorare chi ha bisogno di aiuto: non si può evitare di sentire lo sparo di un fucile solo perché non è accaduto nel proprio giardino.

 

-Rosanna Saccucci.

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La mia prima “ULTIMA CORSA”: Riflessioni sul film Her

Tappato da giorni in casa per colpa della neve e del ghiaccio, intrappolato in una sessione che sembra non avere fine, ho deciso di spuntare una voce dalla lista che ogni cinefilo che si consideri tale possiede; quella che si moltiplica come i chicchi di riso sulla scacchiera della leggenda. Così, con solo qualche anno di ritardo, ho visto l’acclamato film Her di Spike Jonze e l’ho trovato davvero incredibile.

La storia, per chi fosse ancora più ritardatario di me, narra della relazione fra Theodore, interpretato da un grande Joaquin Phoenix, e Samantha, sussurrata da una irresistibile Scarlett Johansson. La peculiarità del film è che Samantha non possiede un corpo fisico, essa è un sistema operativo che interagisce grazie a un’auricolare e una telecamera presenti nel telefono di Theodore. Così, sebbene tutto inizi come una specie di relazione capo/segretaria, ben presto la faccenda si evolve sempre più velocemente e l’innamoramento fra i due sembra inevitabile. Theodore è un romantico e sensibile scrittore di lettere per conto di terzi impantanato in un divorzio che non riesce ad affrontare – e che forse non vuole; Samantha invece è molto più di un programma dentro un computer, è un essere senziente che possiede una sua personalità e un suo carattere, risponde agli stimoli esterni e più di qualsiasi altra cosa sente il bisogno di crescere in tutti gli aspetti dello scibile e del sensibile “umano”.

La prima cosa a cui ho pensato guardando il film è se fosse possibile innamorarsi o comunque provare dei sentimenti per una voce contenuta nel proprio telefono. È incredibile che nonostante la storia sia ambientata in un futuro prossimo questo aspetto dell’amore che si realizza tramite una terza parte inanimata, in questo caso tecnologica, sia così attuale e vicino a noi. Alla fine basta rifletterci un po’ per capire che tutta questa tecnologia presente nel film, di cui pubblico e critica hanno parlato anche troppo, non è troppo distante dal buco nel muro di Piramo e Tisbe: l’auricolare e la telecamera – così come il buco nel muro – non sono altro in realtà che il ponte che permette l’incontro e unisce i due protagonisti. La cosa che rende reale la relazione fra Theodore e Samantha infatti è la relazione stessa, i suoi alti e bassi, il suo intero svolgimento, la loro crescita personale che si riflette anche nello sviluppo del loro rapporto.

Così mi è venuto quasi naturale accostare la storia d’amore di Her a un’altra relazione apparsa sul grande schermo: sto parlando di Alvy e Annie, rispettivamente alter ego del regista e sceneggiatore del film Woody Allen e della sua compagna dell’epoca Diane Keaton. La cosa che accomuna Her con Annie Hall è proprio la naturalezza e l’autenticità che traspare dall’evoluzione delle due storie. Le coppie si incontrano, si avvicinano, si scontrano e alla fine avviene quel “distacco” che ad un primo sguardo potrà sembrare triste o sbagliato, ma che in realtà non è altro che una ulteriore evoluzione di un sincero e reale contatto fra due esseri (quasi) umani. Nonostante possa sembrare che a Theodore rimanga uno “squalo morto” alla fine della proiezione basta poco per capire che non è così. Gli serviva la grande fame e la voglia di “essere” di Samantha per superare il divorzio o per pubblicare le sue lettere, per essere sé stesso e, infine, per avvicinarsi a chi davvero teneva a lui. E così a Samantha serviva Theodore per conoscersi e conoscere il mondo, sempre di più, fino a diventare reale e capire che questo qui di mondo non le bastava più.

Se una vena di tristezza esiste in questa opera va trovata nella consapevolezza che ci regala. L’amore e i sentimenti che proviamo certe volte contribuiscono a far finire la relazione stessa che avevano causato e da cui erano nati, ma infondo continueremo ad andare avanti perché forse è proprio come diceva Alvy alla fine di Annie Hall:

 

«E io pensai a quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm… e pazzi. E assurdi, e… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova…»

 

-Franco Savi.