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Il Cinématographe Lumière nella società di massa

Fin de siècle. L’Europa sciagurata, che con certezza di opinione amava autodefinirsi dominatrice del mondo, si dirigeva come un treno in corsa dalla seconda industrializzazione alla prima guerra mondiale e in quel tripudio di fermenti positivisti e pioneristici, caratteristici della belle époque, il vecchio continente nell’ora del suo tramonto era ironicamente bello a vedersi. Bello appare ancora a noi osservandolo negli oltre 1400 filmati contenuti nel catalogo Lumière, nel quale, diviso per generi, è raccolto tutto il materiale girato dai due fratelli di Lione dal 1895 al 1907. Se il verdetto storico che li sancisce come i padri del cinema può essere oggetto di discussione, non può esserlo il loro ruolo di grandi inventori, industriali e primi autori del cinema. I Lumière sono stati capaci di restituirci, nonostante la giovinezza del loro mezzo, un’immagine sensazionale degli uomini e della terra in cui agivano attraverso delle vedute estremamente positive e dei ritratti provenienti da ogni continente grazie agli operatori Lumière dispersi per il globo.

Il cinema attirò inizialmente le masse urbane occidentali mostrando con la propria funzione documentarista il dinamismo crescente della vita quotidiana, della realtà registrata, sia quella esoticamente lontana, sia quella in cui si era direttamente immersi. Ma nei filmati dei Lumière già si può ammirare una prima conversione alla finzione, che Méliès svilupperà immediatamente dopo: furono allestite scene surreali, umoristiche, ironiche. Il dinamismo delle loro pellicole contiene tutto il futuro del cinema, mostra la vita come non si era mai potuta contemplare. Gli operatori riprendono unitamente, con i loro incredibili strumenti, la realtà ed il regno del miracolo, in un connubio di ingenuità e purezza. Con spirito innovatore i due fratelli hanno mise en scène l’entusiasmo che stava per travolgere il mondo. Un mondo controllabile e presuntuosamente sorvegliato da quell’Europa che ora poteva andarsene in giro collezionando sempre nuove vedute, spostando costantemente l’orizzonte, alimentando fantasie e concezioni. La rivoluzione permanente delle immagini ha inizio con i Lumière, che – come disse il grande Jean Renoir – “aprirono la porta alla nostra immaginazione”, elevando di fatto il cinematografo a Settima Arte. Un mezzo di proiezione ed esplorazione della realtà, una “realtà fotografica” accolta direttamente dai nostri occhi.  Vengono mostrate partenze ed arrivi di navi, automobili, treni, carrozze, tram, momenti di svago come partite a bocce e a carte, spaccati dell’atmosfera borghese osservabili nei giardini privati, strade più o meno affollate, lo stile di vita prevalentemente urbano di quegli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento. I momenti di piacere e gioco non furono gli unici protagonisti. Louis e Auguste impressero su pellicola anche la Francia che lavorava per la nazione: falegnami, operai, edili, maniscalchi, contadini, pescatori.

“Non pensavo che la gente sarebbe potuta rimanere delle ore a guardare il cinematografo” disse Louis Lumière, ormai anziano, in un’intervista del 1948. Ma già le prime proiezioni furono un mezzo di espressione al tempo stesso realistico e onirico, che unirono realtà rigorosamente naturale, razionale ed estremo incanto, sposandosi egregiamente con la mentalità ottimistica e positiva ancora spensieratamente dilagante. L’opera dei Lumière ha chiuso di fatto un’epoca, quella ottocentesca, voltandogli deliberatamente le spalle e traghettando quello stesso mondo in una nuova dimensione novecentesca, allontanandosi dalle passate concezioni e inaugurando un rinnovato modo di raffigurarsi e riflettersi nell’arte. Il ricchissimo catalogo Lumière trasmette tuttora con il suo mutismo e le sue sperimentazioni registiche atmosfere candide, serene, laboriose, in cui operano soggetti curiosi, leggiadri e colti da un sorriso profondamente speranzoso che indirizzano timidamente alla macchina del loro regista. Quel sogno permanente che, fortunatamente, è ancora per noi il Cinema, è nato e vissuto in un contesto onirico, quello della già citata “belle époque”. Frutto dell’applicazione pratica di un’invenzione dell’industria chimica, la celluloide, il cinema aveva un fascino tutto particolare: faceva vedere mondi lontani, immaginare storie via via sempre più avvincenti, in una parola sognare.

Ma si deve prestare attenzione, la Storia, soprattutto quella sociale, non è un percorso univoco e lineare, non tutti gli occhi si persero in un tripudio di spensierato stupore ed eccitazione. Le parole di uno scrittore russo mostrano un diverso approccio emotivo al cinematografo; Maksim Gor’kij vide a Mosca i primi prodotti dei fratelli Lumière e così li recensì in un articolo apparso il 4 luglio 1896: “Ieri sono stato nel regno delle ombre. È un mondo privo di suoni e di colori. Un mondo in cui tutto è dipinto di un grigio monotono. […] Questa non è vita, ma ombra di vita; non è movimento ma silenziosa ombra di movimento. […] I vostri nervi si tendono, l’immaginazione vi trasporta in una nuova vita, di fantasmi o di uomini, colpiti dalla maledizione dell’eterno silenzio, privati di tutti i colori, di tutti i suoi suoni, insomma della sua parte migliore. È terribile vedere questo grigio movimento di ombre grigie, silenziose, mute. […] Che non sia forse un’allusione alla vita del futuro?”

L’immaginazione ha potuto condurre, quindi, anche ad una visione spettrale, ad un lugubre teatro di ombre che diviene metafora dell’alienazione, dell’estraniazione dell’uomo contemporaneo da se stesso, di cui noi tuttora siamo il frutto. Alla massificazione della società, che faceva il suo ingresso nelle sempre più gremite sale cinematografiche, nei caffè, salotti, teatri, club, si affiancava il paradossale timore di vivere in una folla urbana votata all’anonimato, all’individualismo, che non entra in relazioni reciproche. L’avvento del cinema, come di qualunque altra grande innovazione della seconda rivoluzione industriale, ha comportato un’opposizione fra chi osservava il progresso come fonte illimitata di felicità e di ottimismo e chi invece gli volgeva occhiate titubanti, cariche di angosce non ancora ben delineate.

-Alessandro Berti

 

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Maurizio Sarri: un bancario che punta allo scudetto

In alcune città sembra scontato parlare di scudetto ma Napoli non fa parte di queste: il capoluogo partenopeo, infatti, si appresta a vivere una fine di campionato al cardiopalma grazie soprattutto a un allenatore che, forte delle sue posizioni, è riuscito a strappare complimenti a tutti. No, non viene da nessun club blasonato e neppure da una passata carriera calcistica come spesso accade, ma bensì da un semplice ufficio bancario toscano: è Maurizio Sarri, attuale allenatore del Napoli che mai come quest’anno potrebbe vincere il titolo di campione d’Italia, assente dal capoluogo campano dai tempi di Maradona.

Il tecnico, nato a Napoli ma vissuto praticamente in mezza Europa, si è fatto conoscere da tutti alla guida dell’Empoli nella stagione 2014-2015 quando, con una squadra fresca di promozione nella massima serie italiana, riuscì a conquistare la salvezza con quattro giornate d’anticipo esprimendo un gioco divertente e concreto: la sua carriera da allenatore, però, inizia circa sette gironi indietro, nella seconda categoria, dove si trova alla guida della squadra di Stia, piccola frazione del comune sparso di Pratovecchio Stia nell’aretino, per poi passare successivamente al Faella. Dopo aver allenato a quasi ogni livello, il salto definitivo nel calcio professionistico avviene nel 2003, quando venne chiamato a guidare la Sangiovannese; un rapporto che, in pieno stile Sarri, durò solamente due stagioni, concludendosi il 18 giugno del 2005 con le dimissioni e l’immediata chiamata dal Pescara in Serie B. Dopo l’esperienza nel club abruzzese girò varie squadre tra cui Arezzo, Avellino, Hellas Verona e Perugia, prima di firmare con l’Empoli nel giugno del 2012. Gli bastarono due stagioni per traghettare il club della provincia di Firenze in Serie A: si dimise il 4 giugno 2015, in concomitanza con il conferimento del premio Football Leader – Panchina Giusta assegnatogli dall’Associazione Italiana Allenatori Calcio. Passarono pochi giorni e arrivò la firma con la società partenopea guidata da Aurelio De Laurentiis; non fu una scelta economica o di interesse, ma dettata dalla fede azzurra del tecnico.

Tifosissimo del Napoli, Sarri non nasconde le sue origini e, come ogni napoletano che si rispetti, per lui la pizza ha un significato speciale — tanto che ai tempi dell’Empoli la imponeva ai suoi giocatori entro massimo dieci minuti dalla fine della gara, per assumere più carboidrati possibili. Questa è una delle tante curiosità che fanno parte del mondo quasi favolistico di Maurizio Sarri, un allenatore vecchio stile che sembra quasi combattere contro un calcio 2.0: per lui i social non esistono, come molte altre cose che possono distrarre i suoi giocatori; della tecnologia però non disprezza i nuovissimi droni che, da “maniaco degli schemi” come lui stesso si definisce, vengono spesso usati in campo durante gli allenamenti per perfezionare tutti i movimenti della squadra.

Il gioco del tecnico napoletano ha ricevuto elogi da molte personalità calcistiche, soprattutto dopo la sue prime comparse in Europa: uno fra tutti l’attuale allenatore del Manchester City Josep Guardiola che, alla vigilia della sfida di campionato contro il Liverpool, in una conferenza ha citato il Napoli come squadra che lo affascina e di cui è tifoso proprio attraverso l’impostazione di gioco che l’allenatore è riuscito a imprimere al club italiano. Sebbene le esperienze europee in tutte le stagioni passate non siano andate bene, i complimenti non si sono fatti attendere. Un gioco divertente che porta spesso al gol anche grazie al modulo usato quasi in tutte le partite, quel 4-3-3 che, con un attacco veloce e concreto, risulta spesso letale: nella stagione 2016-2017 i gol segnati da Insigne & company sfiorano infatti le 100 marcature (94 per la precisione) portando Mertens, giocatore quasi insostituibile, a un solo gol dal capocannoniere Dzeko, con 29 reti all’attivo. Una macchina da gol ben collaudata che sembra tenere il confronto contro la corazzata Juventus.

Il match point della Serie A 2017-2018 avrà luogo inevitabilmente il 22 aprile quando, all’Allianz Stadium di Torino, farà visita proprio il club napoletano. L’esito è difficilmente pronosticatile ma una cosa è certa: il “miglior gioco della stagione” è da attribuirsi a una sola persona che, dalla provincia e con la sigaretta alla mano, ha rivoluzionato il modo di vedere e fare calcio.

-Andrea Tartaglia.

«Vedo solo quel che devo»: Hitler Contro Picasso e gli altri

– Avete fatto voi questo orrore, maestro?
– No, è opera vostra.

 

Così rispose sul Guernica Picasso all’ambasciatore tedesco Otto Abetz, in visita al suo studio dopo l’occupazione di Parigi ad opera dei nazisti. E questo, paradossalmente, uno dei pochi riferimenti sul pittore all’interno del film-evento Hitler Contro Picasso e gli altri, proiettato nelle sale romane il 13 e il 14 marzo 2018. Un documentario, quello impresso sulla pellicola di Claudio Poli prodotta dalla NexoDigital in collaborazione con SkyArte HD, che racconta l’ossessione del regime nazista per l’arte, le compravendite, i saccheggi e le enormi contraddizioni delle scelte di Hitler in merito all’inestimabile patrimonio in suo possesso.

La sublime voce di un insospettabile, bravissimo Toni Servillo accompagna lo spettatore attraverso immagini e video d’epoca, interviste a esperti e testimonianze, spesso anche molto crude, di chi la guerra l’ha vissuta, in tutti i sensi: perché se trafugare opere d’arte da tutta Europa, catalogarle e stiparle in luoghi nascosti e sicuri fu un lavoro lungo che impiegò la vita di moltissime persone, le ricerche di quelle stesse opere, il loro recupero e le estenuanti battaglie legali per riappropriarsi di cimeli di famiglia o semplicemente ricordi di una vita rubata è tutta un’altra storia. Tutt’oggi, parte del bottino nazista è introvabile; tutt’oggi, molti dei legittimi proprietari delle opere d’arte ritrovate devono lottare per riottenere ciò che è loro.

Tanta, tantissima l’arte mostrata nell’arco di tutto il film: non solo le opere ammirate e rubate o nascoste dal regime, ma soprattutto quelle disprezzate. Perché Hitler era sì contro Picasso, ma anche contro Chagall, Matisse, i Fauves: la loro era un’arte degenere, orribile, contraria a tutto ciò che la società tedesca avrebbe dovuto incarnare, eppure trafugata anch’essa alla stessa maniera e con lo stesso ritmo dell’arte classica ed esposta in un museo a parte, quello appunto dell’arte “degenerata”. Molte le storie che vengono raccontate, fra cui il ritrovamento, a Monaco di Baviera nel 2012, di numerosi pezzi d’arte nella casa del nipote di uno dei commercianti d’arte di Hitler: non solo una vicenda interessante e recente, ma anche un monito che lascia intendere come, nonostante si cerchi di insabbiare questo capitolo della storia umana, esso sia tutt’altro che pronto ad essere chiuso e anzi pieno di domande ancora in attesa di una risposta.

Una cosa più di tutto, però, ha attratto la mia attenzione, con una forza tale da diventare il titolo della mia riflessione, in maniera totalmente avulsa dal contesto artistico e in un modo che ancora non mi riesco a spiegare — tanto che, spesso, mi chiedo ancora se l’abbia visto davvero; per un secondo, verso la fine del docu-film, presumo su uno dei musei tedeschi (un grande palazzo bianco e rettangolare) ho visto affissa una frase in italiano, probabilmente risalente al periodo nazista: «Vedo solo quel che devo».

Centinaia i motivi per cui una frase del genere si sia potuta trovare in quel posto, ancora di più i significati che le si potrebbero attribuire: è però, di base, l’atteggiamento durante i regimi, quello nazista e quello fascista. Le persone, spinte probabilmente dalla parvenza di stabilità ritrovata dopo la Grande Guerra o dal trovarsi “dall’altro lato” delle persecuzioni, tendevano a vedere solo ciò che dovevano (e volevano) vedere, convincendosi che non ci fosse altro: questo l’atteggiamento maggioritario nei confronti delle deportazioni, dei furti e della condotta proibitiva e razzista del regime. È un comportamento perfettamente insito nella nostra specie eppure percepito come il meno umano possibile: la vera banalità del male, l’istinto di conservazione che ci spinge a distogliere lo sguardo in situazioni pericolose, cercando di vedere solo ciò che si dovrebbe vedere, sforzandosi (con nemmeno troppa difficoltà) di credere a ciò che viene detto. Sempre sul finire del film un sociologo intervistato, teorico del comportamento nazista, rifletteva su come, nel corso dei suoi studi, non avesse ancora incontrato nemmeno una persona veramente “malvagia” nel senso assoluto del termine: solo umani, vittime e carnefici spesso inconsapevoli di giochi di potere più grandi di loro, alle prese con una specie di follia collettiva per cui, data la licenza di uccidere, torturare e condannare, si uccide, tortura e condanna per non essere uccisi, torturati e condannati, fino a che non si diventa insensibili al dolore, proprio e altrui.

Forse questa situazione si sta ripresentando: sicuramente non ai livelli del passato, ma la memoria collettiva è spesso troppo corta e non ricorda come la sottovalutazione delle dinamiche di potenza, la desensibilizzazione alla sofferenza dell’altro e la strumentalizzazione politica dell’insoddisfazione generale possano portare a eventi catastrofici.
Non bisogna distogliere lo sguardo, non bisogna ignorare chi ha bisogno di aiuto: non si può evitare di sentire lo sparo di un fucile solo perché non è accaduto nel proprio giardino.

 

-Rosanna Saccucci.

Vorrei che il velluto tornasse di moda

Manifestazioni, cortei e scioperi sono stati indetti dagli studenti di tutta Italia, stanchi di essere presi come lo “zimbello d’Europa” o di sentirsi porre la fatidica domanda: «Ma quando ti laurei?» senza poter raccontare di come le condizioni in cui si studia, o si cerca di studiare, non siano le migliori per finire in tempo qualcosa di così importante il più presto possibile e al meglio, per evitare di essere tagliati fuori da quel mondo del lavoro per cui si sta studiando. Vittime sacrificabili di un sistema che non funziona, sempre gli ultimi nella lista delle priorità di quei ministri che rappresentano l’Italia e che dovrebbero tutelarci. Era giunto il momento di passare all’azione: il 17 novembre ricorre infatti la Giornata dello Studente, proclamata nel 1989 a seguito dell’eccidio di professori e studenti cecoslovacchi da parte delle autorità naziste e dopo la “Rivolta del Politecnico” di Atene. In questa giornata, nata appunto per poter mettere in rilievo la figura dello studente, spesso considerata alla stregua di un automa privo di opinioni, plagiato a immagine e somiglianza degli insegnanti, è stato proclamato nel 2017 uno sciopero che coinvolgeva gli studenti di tutte le età, dalla scuola superiore agli universitari, ultimo di una lunga serie di scioperi cominciati ad ottobre con l’apertura delle scuole. “Sembra il ’68 ma non è!”, verrebbe da pensare guardando la portata delle adesioni e i tumulti delle ultime settimane, ma è solo una facciata destinata a cadere. Un’altra rivoluzione che mi viene in mente, invece, è la Rivoluzione di Velluto: insorta a Praga da un corteo pacifico di studenti, la Rivoluzione di Velluto, anche detta “Gentile”, fece crollare “gentilmente” l’opprimente governo del paese in poco più di un mese. Considerando i tempi e le tendenze del momento, io mi considero una sognatrice convinta e penso a quanto sarebbe bello se da un movimento giovanile si scombussolasse questo sistema fermo da 10 anni. Un’utopia, forse, considerando che tra un progetto di alternanza scuola-lavoro praticamente inutile e un sistema di tasse universitarie aumentato del 60% in 10 anni, di pretesti se ne potrebbero trovare moltissimi, per una rivoluzione, ma nulla si sta muovendo in tale senso. Il 23 ottobre gli studenti Medi sono scesi in piazza per l’alternanza scuola-lavoro, o per meglio dire la non-alternanza scuola-lavoro. Sì, perché l’alternanza c’è stata (e pure troppa), ma di lavoro inerente all’indirizzo invece non ve n’è stato nemmeno per sbaglio: un percorso di perdita – economica, temporale e materiale – invece che di acquisizione di competenze utili al loro futuro. La ricompensa? Un’ottima preparazione nel tagliare i segnaposti, nel finire una serie TV sul PC in una redazione radio, nel servire le colazioni o un misero panino nel fast-food più famoso del mondo. In ambito universitario, invece, la situazione è più tragica del previsto, un allarme rosso a tutti gli effetti: l’Italia è infatti la terza in Europa per tasse universitarie più alte e dedica il 7,1% di PIL all’istruzione. inoltre, la ricerca è sottofinanziata.

-Caterina Calicchio.