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Plogging: la nuova frontiera dello sport ecosostenibile

Se nel corso di una passeggiata vi siete imbattuti in persone che, mentre corrono, raccolgono i rifiuti per strada, dovete sapere che molto probabilmente stavano facendo “plogging”.

Il Plogging è la nuova tendenza del momento, lo sport che fa bene sia alle persone che all’ambiente. Il termine deriva dalla crasi del termine svedese, Plocka upp che significa “raccogliere” e dal più noto termine inglese jogging, “correre”. L’ideatore del Plogging è, non a caso, un ambientalista appassionato di fitness, lo svedese Erik Ahlström, il quale un paio di anni fa ha cominciato a ripulire le strade di Stoccolma durante le sue sessioni di allenamento portandosi dietro un sacchetto della spazzatura e raccogliendo i rifiuti che trovava lungo la strada. Ahlström ha raccontato questa sua innovativa e particolare iniziativa sui social network, Facebook e soprattutto Instagram, dove in poco tempo è diventata virale permettendo al Plogging di diffondersi su scala mondiale sia tra gli sportivi che tra le persone preoccupate per la questione ambientale, sempre più rilevante in tutto il pianeta.

Questa nuova disciplina unisce sia runner esperti sia principianti che per la prima volta si avvicinano al mondo del jogging. Si tratta di uno sport che porta benefici a diversi livelli: ovviamente troviamo alla base l’aspetto legato all’atletismo, il jogging tradizionale, dove si corre per mantenersi in forma, per perdere peso, per tonificare la muscolatura o comunque per sentirsi bene con se stessi. La novità apportata dal Plogging è che non si limita al semplice esercizio fisico ma agisce anche a livello mentale, ci fa sentire più attivi, orgogliosi e fieri di aver compiuto una buona azione eco-friendly, essendoci impegnati attivamente a favore dell’ambiente. Come se non bastasse, l’allenamento da Plogging risulta anche essere più proficuo del semplice jogging poiché non si tratta di una semplice corsa, ma consiste anche in una serie di piegamenti per raccogliere i rifiuti da terra e diverse andature: si trasforma così in un allenamento con ripetute.

Essendo, inoltre, una disciplina che si può praticare anche in gruppo trova nella socialità un altro aspetto importante. La parola d’ordine è condivisione, nella vita reale così come su tutti i vari social, da Facebook a Twitter e, come aveva fatto fin dagli albori Ahlström, Instagram. Parte integrante dell’esperienza è, infatti, la consuetudine di farsi una foto con tutto quello che si è raccolto durante la sessione di allenamento e di condividerla con i vari hashtag del movimento, per poi ovviamente gettare il tutto nei bidoni della raccolta differenziata.

Anche in tempi recenti, con le varie restrizioni imposte dalle misure per contrastare il coronavirus, il Plogging è un’opzione praticabile: si corre insieme, all’aperto e lontani gli uni dagli altri nel pieno rispetto delle norme del distanziamento sociale. Non solo è possibile mantenersi in forma e uscire di casa in sicurezza, ma anche con la consapevolezza di contribuire, nel nostro piccolo, alla salvaguardia del pianeta.

Proprio consapevolezza e condivisione, oltre naturalmente a fitness e allenamento, sono dunque i principi del plogger: la consapevolezza di star facendo un grande servizio a noi, ai nostri concittadini e al nostro pianeta nel raccogliere e ripulire la propria città e la condivisione con gli altri.

L’attrezzatura del plogger è la stessa dei runners ma con qualche piccola aggiunta: comprende oltre ai classici indumenti come scarpe da corsa, pantaloncini o leggings e maglietta, uno zainetto o un sacchetto per contenere i rifiuti raccolti e un paio di guanti da lavoro per non entrare in contatto diretto con i rifiuti. Alcuni, soprattutto le persone che preferiscono non sforzare troppo la schiena ma che non vogliono rinunciare a questa nuova pratica, si servono inoltre di un bastone raccogli-rifiuti, il quale permette di raccogliere mozziconi, lattine, cartacce e chi più ne ha più ne metta, senza doversi piegare in continuazione.

Inutile inventarsi delle scuse, allora, per non praticare il plogging: uno sport che unisce l’amore per l’ambiente e quello per noi stessi.

-Francesco Rodorigo

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A Plastic Story

Il biliardo era il gioco più in voga tra gli  esponenti dell’alta società ottocentesca, ma andava a creare un grosso problema: le palle da biliardo venivano fatte con l’avorio, che veniva preso dalle zanne degli elefanti. Naturalmente si andò incontro ad un vero e proprio massacro di questi poveri animali, tanto che ne furono abbattuti più di 3.000 esemplari solo in Sri Lanka nel giro di tre anni. Bisognava trovare un’alternativa e nel 1869 fu John Wesley Hyatt a proporre una soluzione apparentemente perfetta e innovativa: con un mix di cellulosa, etanolo e canfora riuscì a creare un materiale indistruttibile, dando vita alla plastica.

Questo nuovo artefatto parve salvare la vita non solo degli elefanti, anche delle tartarughe, i cui carapaci venivano utilizzati per creare i pettini. Ahimè, lo stato di tranquillità dei nostri coinquilini animali non durò a lungo, anzi, la situazione si è totalmente ribaltata: nata per salvargli la vita, la plastica è oggi il nemico numero uno di molte specie animali, a partire da quelle marine che sono le più colpiti. Oggi sono presenti, nei mari e negli oceani di questo pianeta, più di 150 miliardi di tonnellate di plastica; previsioni future ci dicono che entro il 2025 la quantità sarà di una tonnellata ogni tre di pesce e, continuando su questa via, nel 2050 ci sarà più plastica che vita in acqua.

Pensate che l’UNEP (Programma Ambiente delle Nazioni Unite) ha collocato il problema “plastica” tra le sei emergenze ambientali più gravi, affiancandolo ai cambiamenti climatici, all’acidificazione degli oceani e alla perdita della biodiversità. Ma cosa comporta realmente questa ondata di spazzatura? Cominciamo con il distinguere due sottocategorie di plastica: le macroplastiche e le microplastiche.

Riguardo alle prime, ne fanno parte buste, bottiglie di plastica, reti da pesca abbandonate e molte altre; sono circa 344 le specie tra uccelli e creature acquatiche che rimangono intrappolate in esse causandosi ferite, lesioni, deformità e impossibilità a muoversi. Tutto ciò fa sì che molti animali muoiano di fame, per annegamento e perché diventano facili prede. Dalla lenta degradazione delle macroplastiche nascono le famigerate e tanto chiacchierate microplastiche, composte anche da pellet, creme, agenti esfolianti e dentifrici e che hanno l’impatto maggiore sulla vita marina.

I grandi pezzi di plastica feriscono, strangolano e causano la morte di innumerevoli animali, tra cui specie protette come, ad esempio, le tartarughe marine che, scegliendo il cibo tramite la vista, scambiamo le buste di plastica per meduse finendo col mangiarle, oppure degli uccelli, che invece lo scelgono attraverso l’olfatto e vengono attratti dall’odore che i rifiuti prendono grazie alla colonizzazione di alghe e batteri su di essi. Ma sono le microplastiche, più insidiose, a rappresentare la minaccia più grande: con la dimensione di neanche un millimetro, vengono facilmente scambiate per krill dai pesci che, mangiandole, le introducono nella catena alimentare marina, dei loro predatori e di conseguenza di noi esseri umani.

Ogni anno causiamo 13 miliardi di dollari di danni ad ecosistemi marini, alla pesca e al turismo: grandi quantità di plastica in mare causano minori catture, seguite da minori entrate, mentre le spiagge e i porti sporchi scoraggiano il turismo. Per fronteggiare il problema, il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva sul divieto di plastica usa e getta dal 2021. Perfetto. Ma nel frattempo? Il punto non è tanto vietarne l’utilizzo quanto far sì che la gente smetta di usarla fin da subito, abbattendo quello sfrenato consumismo che ci ha portati a questo punto: intanto che la direttiva verrà messa in pratica continueremo a produrre e smaltire rifiuti in modo irresponsabile, continuando ad alimentare l’infestazione di plastica nelle acque del nostro pianeta.

Andate a farvi una passeggiata nella spiaggia che vi è più vicina e abbassate lo sguardo verso i vostri piedi: come ci si sente ad affondare i piedi nudi in mezzo a tappi, bottiglie stropicciate e cotton fioc?

Sta a noi proteggere e salvare ciò che è rimasto di questo pianeta, glielo dobbiamo. Perché ogni minuscola parte è preziosa, perché non esiste un’altra Terra, perché è la nostra enorme e tondeggiante casa.

 

-Martina Cordella