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Una squadra che cerca solo la parità

“Abbracciamoci forte, e vogliamoci tanto bene; Perché abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti. Guardate con chi siete, perché non ve lo dimenticherete mai! E sarà l’abbraccio più lungo che una manifestazione sportiva vi abbia mai regalato. Forse uno dei più lunghi della vostra vita! Abbracciatevi forte… Abbracciatevi forte… E abbracciate soprattutto questa meravigliosa squadra… Che ha vinto soffrendo… “ -Fabio Caressa.

Per quanti anni abbiamo sognato quel momento? Per quanti anni abbiamo intonato queste parole nei bar, alle feste, per le strade, con amici, con la nostra famiglia, ma anche con tutti coloro, sconosciuti o meno, che insieme a noi hanno ancora oggi la voglia di urlarle al cielo. Il calcio. Lo sport. Italia.

In quel giorno, in quei momenti, non esistevano critici, non erano ammessi insulti (se non alla squadra avversaria); amanti o meno del calcio, erano tutti incollati alla sedia; poggiavano la birra ed esultavano, perdendo la voce sulle note del nostro coro. Tutti uniti, per 90 minuti e anche di più, una nazione unita per una squadra.

Sempre l’Italia, quest’estate, è tornata ad emozionarci, è tornata a farci lottare e soffrire con lei; tutti incollati al televisore, abbiamo seguito le maglie azzurre e il pallone quasi come se fossimo noi a giocare. L’unica differenza rispetto a 13 anni fa è stata la formazione: 11 donne in campo e altrettante in panca. Sì, avete letto bene: Donne.

Sono andate contro ogni scetticismo, hanno abbattuto ogni critica e superato ogni aspettativa. Donne che meritano più di tutti noi le parole sopracitate, che rappresentano meglio di chiunque lo spirito di sacrificio e dello sport, al di là delle discipline. Ho volutamente sottolineato le parole di Caressa, perché sono le uniche che rappresentano al meglio questo periodo sportivo: la rivoluzione. Parola alla rinascita.

I loro sforzi in quel rettangolo verde danno voce alle lacrime che centinaia di bambine versano dopo ogni allenamento perché non accettate o perché prese in giro da chi, a quanto pare, di sport non ne vuole capire niente. Il sudore versato dalle nostre donne non è altro che la rivoluzione del calcio femminile che chiama alla carica. In Italia, come in buona parte d’Europa, negli ultimi anni sorge un incredibile incremento di iscrizioni femminili alle scuole calcio e di conseguenza maggiori creazioni di staff e squadre femminili.

Ai livelli più alti invece si lotta ancora oggi per rendere la nostra Serie A femminile un campionato di categoria massima riconosciuto tra quelli professionistici, come di fatto avviene da anni in Spagna, Francia e Stati Uniti. Ma la lotta più grande, che le nostre atlete devono affrontare è un’altra: “Il calcio non è uno sport per donne “, “Gli uomini giocano a calcio e le donne ballano” e mille altri luoghi comuni. Frasi ricche di eresie e follia. Frutto di un egocentrico pensiero, infondato e fortemente antisportivo.

Le ragazze che hanno scelto di dedicare la vita al loro amato sport, al calcio, partecipano ad allenamenti molto pesanti e oltre allo sforzo fisico devono affrontare il peso costante delle etichette, delle discriminazioni, degli insulti. È in atto una battaglia culturale e chi scredita il calcio femminile non ama questo sport; chi ama davvero il calcio non può che stare dalla parte delle donne, dalla parte di chi vuole solo avere la possibilità di seguire la propria passione a prescindere dal sesso. La rivoluzione è cominciata, 1-0 palla al centro, alla prossima…

 -Alessandro Zannini

La ricerca non ha dato alcun esito positivo. Riprova inserendo altri termini

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Narcisismo e Gaslighting

Il Gaslighting è una forma di manipolazione psicologica mirata ad alterare la percezione della realtà di un individuo o di una collettività, la quale viene distorta attraverso menzogne, contraddizioni continue e persistenti negazioni della realtà oggettiva.
L’origine del termine “Gaslighting” deriva dal titolo dell’opera teatrale di Patrick Hamilton del 1938, nella quale un uomo assoggettava la moglie modificando l’intensità dei lumi a gas della loro casa, raccontando però alla donna che tale variazione di luce non fosse reale e che lei stesse diventando pazza; infatti le vittime di questo tipo di violenza psicologica arriveranno lentamente a mettere in dubbio la loro memoria, la loro sanità mentale ed infine nei casi più gravi la loro stessa identità. In altri termini è un insidioso, reiterato, sottile e gratuitamente violento “lavaggio del cervello” che spesso e volentieri è accompagnato da vera e propria violenza fisica.

Le domande che spontaneamente sorgono da questa inquietante definizione sono molte: chi mai potrebbe affliggere una simile tortura ad un altro essere umano e perché?
Le fonti nella letteratura di psicologia e psichiatria sono piuttosto concordi su questo punto, stiamo parlando del narcisista.
L’individuo affetto dal disturbo narcisista di personalità, descritto nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” – a cui rimando per una descrizione completa –  ha tipicamente la convinzione di essere incredibilmente migliore degli altri, un senso del sé a dir poco grandioso e un’empatia bassissima che gli consente di non provare rimorso quando manipola le persone che lo circondano, mosso dal desiderio sadico di potere e soprattutto di fama e riconoscimento sociale. Queste persone difficilmente potranno sperimentare l’amore, ciò che desiderano è solo il controllo sugli altri e sono abili nel simulare anche le emozioni più complesse, come ad esempio il pentimento. Il narcisista non riconosce o non dà importanza a sentimenti altrui, non desidera identificarsi con i loro desideri; non riesce ad accettare di essere messo da parte, di ricevere critiche di ogni tipo ed è spesso soggetto ad ossessione e rimuginio mentale, all’invidia cieca del prossimo. La prima realtà ad essere drammaticamente alterata è proprio quella in cui vive. Per avere un’idea della pericolosità di questi soggetti si pensi che ogni psicopatico è anche dapprima un narcisista, anche se non è sempre vero il contrario. Questa patologia è inoltre incredibilmente subdola poiché coloro che ne sono affetti statisticamente sono anche allegramente inconsapevoli del loro disturbo e non cercano di farsi curare, se costretti saranno propensi a mentire al proprio terapista.

Alla luce di ciò non è difficile immaginare la disinvoltura con la quale un narcisista possa minare la fiducia, verso il mondo e verso se stessa, della sua vittima. Il meccanismo che viene messo in atto è per esso semplice quanto perverso: l’individuo abusante usurerà l’esistenza psicofisica della vittima attraverso la negazione di circostanze realmente esistenti o l’invenzione di un falso passato, simulando ad esempio eventi che la vittima avrebbe dovuto ricordare ma che non sono mai esistiti, o fingendo di aver pronunciato delle affermazioni o di aver preso con la vittima determinati accordi che essa ovviamente non potrà mai ricordare, perché mai concordati. Il narcisista mira ad abbattere i confini dell’individualità dell’altro, i suoi diritti elementari, per usarlo a suo piacimento  e farlo sentire costantemente su un’altalena emotiva. Un momento prima speciale, un momento dopo la sua rovina. Lo punirà come si fa con i cani quando non obbediscono, mettendogli la testa nelle loro deiezioni. Gli farà credere che in ogni caso la colpa è solo sua, che lui gli vuole bene, che l’ha costretto a fargli del male. “Guarda cosa mi hai fatto fare”; la conversazione durante il gaslighting è piena di silenzi assordanti, è frammentaria e distorta soprattutto nelle prime fasi, quando la vittima ha ancora la forza di mettere in dubbio gli inganni del suo carnefice; per lei sarà il momento della confusione. La vittima userà la sua razionalità per cercare dunque di instaurare un dialogo per comprendere il senso di quella spaventosa illogicità, una forma di proiezione su di sé di ciò che percepisce come un malessere di chi in realtà la sta tormentando, ma ciò avrà come sola conseguenza quella di renderla ancora più esausta nel suo tentativo.

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E’ qui che la malcapitata perde le sue energie mentali per poi divenire un guscio vuoto, completamente dipendente, sola, ed è proprio su questo che si può intervenire: per far funzionare questo disturbante meccanismo il narcisista deve isolare la sua vittima e manipolarla quotidianamente. Per questo, se si ha il vago sospetto di essere in una situazione del genere, bisogna immediatamente tornare alla realtà, uscendo dalla soffocante situazione nella quale ci si relaziona quasi esclusivamente con il proprio carnefice, parlando apertamente con amici, familiari, psicoterapisti e figure legali che possano tutelarvi. Non c’è miglior terapia della parola, raccontare come ci si sente davvero, validando le proprie emozioni che vengono costantemente minimizzate, esagerate, invalidate o derise.

Esaminando il fenomeno in un’ottica più ampia, il gaslighting è ovunque; pur essendo paradigmatico in una relazione amorosa, può verificarsi in famiglia, nel rapporto tra amici, sul posto di lavoro, in una coppia di qualsiasi tipo. Nella definizione iniziale ho parlato della collettività come potenziale destinataria del gaslighting e non a caso: la comunicazione politica può essere estremamente mistificatoria. Esiste ed è sotto gli occhi di tutti come determinati politici del nostro tempo non solo siano contraddittori ma si avvalgono dei social network per confondere, banalizzare, diffondere notizie false e poco chiare, consumando lentamente la coscienza di un’intera popolazione che diventa sempre più dipendente dallo slogan semplificato di qualcuno, sempre più influenzabile.

Per contrastare sia il narcisista che la società narcisista, la soluzione risiede sempre e solo nel ripartire dal basso, da noi. Dal resistere ridefinendoci come esseri umani pensanti e non come consumatori. Definire e difendere la nostra identità ma allo stesso tempo creare una comunità diversa, reale e non virtuale, per fuggire dall’alienazione verso la quale siamo spinti. Si potrebbe iniziare dal rispondere ad una delle domande più drammaticamente difficili del nostro tempo: chi siamo e chi vogliamo diventare.

Il vero dramma del gaslighting è proprio questo, ti priva di tutto ciò che sei, ti divora. Eppure anche quando ci sembrerà di non avere che il nulla dentro, dovremmo ripartire non dalle etichette che ci hanno dato, ma dal nostro centro, dalla nostra vita, dalla riappropriazione del corpo, dal nostro respiro.

La meravigliosa Nina Simone cantava così nel 1968:” Ain’t got no friends, ain’t got no schoolin’/Ain’t got no love, ain’t got no name/(…)Why am I alive, anyway?(..)Got my heart, got my soul/(…)I’ve got life, I’ve got my freedom/ And I’m going to keep it/I’ve got the life”.

-Alessandra Testoni

 

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Le streghe del Conte bis

Rigetta l’apatia e lo status quo.

Fallo quotidianamente.

Non partecipare e basta. Fatti avanti. Sii un’autorità, comunica avendo fiducia in te stessa, con razionalità. Rispondi alle domande con risposte, non con altre domande e pretendi che anche gli altri facciano altrettanto.

Fatti comprendere e comprendi. Senza tregua, rifiuta sempre la strada più comoda. Ascolta e sostieni le culture diverse e cerca di trasformare ogni spazio in un luogo inclusivo. Impara dai tuoi avversari e mantieni la mente aperta.

Rispetta il passato, cambia il futuro.

Questo è un estratto dell’Emily’s List,organizzazione americana che si occupa della formazione delle donne per la politica e le cariche pubbliche, perché anche le donne sono in grado e devono far sentire la propria voce rivestendo alti incarichi.

Nel governo Conte bis le ministre non sono poche. Fino ad ora, però, hanno fatto parlare di sé solo tramite gossip e insulti sessisti che ne infangano la storia, i curricula e le idee. Vediamole oggi per come vorrebbero e, soprattutto, dovrebbero essere conosciute: come persone in grado di occupare ruoli di potere. Su 21 ministri il governo Conte bis presenta sette ministre, di cui tre senza portafoglio. Partiamo proprio da loro.

Paola Pisano, classe ‘77 appartenente al Movimento 5 Stelle, è la ministra dell’Innovazione tecnologica e della digitalizzazione. Nel 2019 ha rifiutato il ruolo di capolista alle elezioni europee per il Movimento Cinque Stelle per continuare a svolgere il suo lavoro: professoressa ordinaria per l’Università degli Studi di Torino e assessore all’Innovazione del Comune di Torino. Oggi, dopo essere stata nominata donna più influente nel digitale italiano, dopo un lungo testa a testa con Samantha Cristoforetti, scherza sul suo incarico con vignette: la voglia di fare e di non fermarsi, insieme all’autoironia, sembrano prerogativa della neoministra.

Sebbene a differenza di altre ministre che vedremo in seguito non si sia trovata al centro della gogna mediatica, si è parlato molto anche del suo abbigliamento.

«Si è presentata al giuramento del nuovo Governo Conte senza indossare il classico tailleur nero che per le donne sarebbe quasi di ordinanza. » hanno scritto alcune testate online «Fiera e consapevole di dover rappresentare un elemento di differenza e progresso all’interno della neonata compagine di governo, la Pisano ha giurato indossando una camicia bianca e un paio di pantaloni palazzo con motivi geometrici in bianco e nero. » In fondo il progresso di una nazione intera inizia da ciò che si sceglie di tirare fuori dall’armadio in uno dei giorni più importanti della propria vita, mica dal curriculum con cui si rivestirà tale incarico.

Un’altra ministra pentastellata è Fabiana Dadone, alla quale è stato affidato il dicastero della Pubblica Amministrazione. Piemontese  e trentacinquenne, entra nelle file del Movimento Cinque Stelle di Cuneo fin dagli albori, facendo parlare di sé fin dal 2012. Laureata in Giurisprudenza, porta avanti da tempo la lotta per le pari opportunità e, da circa un anno, è referente della piattaforma Rousseau. Entrata a far parte della Camera dei Deputati a neanche trenta anni, è una dei probi viri del Movimento Cinque Stelle il quale ha scelto di raccontare la sua esperienza di  vita politica nel libro Oltre lo tsunami di Ergys Haxhiu. Idolatria gratuita o un esempio  lampante della politica successiva al 2010? Ai posteri l’ardua sentenza.

L’ultima ministra senza portafoglio è quella che maggiormente ha segnato una cesura rispetto al governo precedente: Elena Bonetti prende il posto di Lorenzo Fontana prima e di Alessandra Locatelli poi nel dipartimento delle politiche della famiglia, alla quale, però, stavolta è affidata anche la delega per le pari opportunità, ambito che risultava del tutto sconosciuto nel governo gialloverde.

Elena Bonetti è lombarda ed è la prima ministra del Partito Democratico che incontriamo in questo elenco. È nata nel 1974 e si è laureata in Matematica all’Università degli Studi di Pavia dove ha conseguito il dottorato, è divenuta assistente prima e professoressa associata poi. Vicina all’area cattolica, si distingue nel PD soprattutto con l’arrivo di Matteo Renzi, entrando a far parte della seconda segreteria unitaria diventando responsabile dei giovani e della formazione.

Sostiene l’istituzione di un salario minimo garantito e di agevolazioni fiscali per famiglia con figli, appoggia l’idea di incentivi per il diritto allo studio e quella del servizio civile obbligatorio per un mese. Vorrebbe ridurre l’emigrazione dei giovani italiani e, al tempo stesso, sostiene lo Ius Soli e l’idea di una accoglienza sana e diffusa per quanto riguarda le dinamiche relative all’ambito dell’immigrazione. È stata una dei responsabili dell’AGESCI, l’associazione a cui fanno capo le guide e gli scout cattolici. Una cristiana cattolica tutta chiesa e paraocchia? Assolutamente no. La sua investitura al ministero della famiglia, già demonizzata da Simone Pillon come “un favore alla lobby gay”, speriamo, come già abbiamo avuto modo di scoprire in passato,si riveli tutt’altro che antiquata e bigotta. Risale al 2014, infatti, la Carta del Coraggio, lettera che la Bonetti scrisse a quattro mani con Don Andrea Gallo per richiedere allo Stato di riconoscere le unioni gay e alla Chiesa di aprire gli occhi e rivedere le posizioni sugli omosessuali, ma anche sui divorziati. Molto attiva sui social, non ha mancato di rispondere alle critiche avanzate alla collega Teresa Bellanova. «È più forte di ogni meschinità e bassezza. Noi siamo con lei. » afferma, infatti, sotto ad un selfie scattato insieme. Contemporaneamente, però, non dimentica di rispondere alle critiche lanciate proprio contro di lei da Aldo Cazzullo, ben presto cancellate dalla testata online in cui erano comparse, Libero Quotidiano, a proposito di un presunto piercing sulla lingua.

Continuiamo la carrellata di ministre, più o meno attaccate da politici e giornalisti di calibro più o meno elevato, a seconda delle circostanze e dei giudizi e dei pregiudizi lanciati.

Luciana Lamorgese, nuova ministra dell’interno che ha fatto parlare di sé specialmente per non essere parte viva e attiva del ciclone dei social media, nonché per non essersi trovata a ballare, magari in bikini, al Papeete Beach, provando ad inseguire la fama del suo predecessore. Nata a Potenza nel 1953, laureata in Giurisprudenza, avvocata e prefetta. È la terza donna a ricoprire la carica di ministra dell’Interno in Italia dopo Rosa Russo Iervolino nel primo governo D’Alema fra il 1998 e il 1999 e Annamaria Cancellieri in quello Monti fra il 2011 e il 2013. È l’unico membro del governo non appartenente ad alcun partito politico e a non aver mai preso parte attiva alla vita politica del nostro Paese. Durante il mandato in prefettura a Milano, voluto da Marco Minniti, ha organizzato 127 sgomberi soprattutto di immigrati e tossicodipendenti e, nel periodo in cui ricopriva il suo incarico, nell’area interessata si è registrato un calo dei reati tanto da guadagnarsi una targa di ringraziamento da parte del suo predecessore Matteo Salvini.

Nel corso del biennio 2015- 2017 si è occupata di gestire il piano dei comuni che ospitano richiedenti asilo e di prendere parte attiva alla realizzazione dei primi hotspot di accoglienza ai rifugiati.

«Bisogna accogliere nelle regole» è il modus operandi della ministra che sembra essere dotata di una forte capacità di giudizio salomonica: non dobbiamo, pertanto, fare altro che dare fiducia a lei e al presidente Sergio Mattarella che l’ha voluta fortemente nel nuovo governo.

Ministro del lavoro e delle politiche sociali è, invece, Nunzia Catalfo. Classe 1967, diplomata al liceo scientifico e specializzata come orientatore e selezionatore del personale, progettista e tutor di percorsi e- learning e stenotipista, la ministra pentastellata, senatrice dal 2013, si è distinta durante la progettazione del reddito di cittadinanza e salario minimo. Proprio per questo, fra le ministre, è quella che maggiormente potrebbe trovarsi in disaccordo con la politica del PD: non solo il partito con cui si trova a condividere il governo non ha mai visto di buon occhio il progetto del reddito di cittadinanza, ma la stessa Catalfo, più di una volta, si è rivelata dichiaratamente antieuropeista.

Dulcis in fundo, le perle del governo. Quelle che non hanno fatto in tempo neppure ad insediarsi che già sono state prese di mira per ogni minima caratteristica della loro apparenza, del loro vestiario, del loro curriculum.

Teresa Bellanova non ha fatto neanche in tempo a giurare che già è stata schernita. Prima il vestito lungo blu elettrico che non andava bene alla sua corporatura massiccia. Ciò che è risaltato immediatamente è, però, che non importa quanta fatica una donna ci metta nel crearsi un ruolo, nel portare avanti una carriera e nel trovarsi una buona posizione da sola: qualsiasi dote passerà in secondo piano a causa del vestito più o meno sbagliato o della forma fisica più o meno appagante. Una situazione totalmente rovesciata, invece, è quella che si è trovata a vivere Paola De Micheli: se provaste a digitare il suo nome su Google, fra le ricerche suggerite uscirebbe anche “paola de micheli scosciata da infarto”. Giudicato troppo sexy il suo outfit «da ignobili attacchi social» come li ha definiti lo stesso Giuseppe Conte nel corso della richiesta di fiducia alla Camera dei Deputati stamattina. Il silenzio referenziale nei confronti delle due ministre messe alla gogna mediatica da parte dell’opposizione in aula, dopo la confusione che si era creata negli attimi immediatamente precedenti, fa quasi sperare in un minimo di umanità.

Teresa Bellanova, è stata, però, attaccata anche perché priva di un titolo di studio meritevole, all’infuori del diploma di terza media. Nata nel 1958 in un piccolo comune pugliese che, ad oggi, non arriva neppure alle 20000 anime, oggi riveste il ruolo di ministra per le politiche agricole, alimentari e forestali. È vero, la ministra Bellanova è priva di laurea, ma conosce meglio di molti altri individui dotati di titoli di studio cum laude il suo settore: una volta ottenuto il diploma di terza media è divenuta bracciante a soli 14 anni e da quel momento, lavorando duramente e vivendo in prima persona la vita di tutti coloro che effettivamente dipendono dai provvedimenti che deciderà di emanare il suo ministero, si è distinta nell’ambito dei sindacati, da Federbraccianti alla Flai fino alla Filtea intraprendendo una fervente attività politica a partire dal 2006.

L’ultima ministra di cui parliamo, l’ultima di questo secondo governo Conte, è Paola De Micheli, che, oltre ad essere finita nel mirino per il suo aspetto valutato provocante da alcuni militanti di Casapound, è anche laureata in Scienze Politiche, è una manager ed è un soggetto attivamente politico dalla seconda metà degli anni Novanta. Anche.

Ha avuto numerosi incarichi parlamentari, è stata Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Economia e delle Finanze nel governo Renzi del 2014 e in quello di Gentiloni del 2017 e oggi è chiamata a succedere Danilo Toninelli nel ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

 

-Beatrice Tominic

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La città delle donne

È ampiamente dibattuto a chi vada il primato di “prima città della storia”. Con certezza si può affermare che nel corso del IV millennio a.C. sia avvenuto quel salto antropologico fondamentale definito “rivoluzione urbana”, cioè il processo storico che vide la nascita di quella nicchia ecologica in cui tuttora noi viviamo, procreiamo e progrediamo. L’Homo sapiens si è creato il proprio habitat attraverso le proprie capacità intellettive, linguistiche e tecniche. Fin dall’epoca pre o protostorica l’uomo ha cambiato l’ambiente circostante in vario modo, con incendi massivi, tecniche di caccia particolarmente efficienti, con l’irrigazione e le prime costruzioni. Ma in epoca storica ci fu la vera “fuga in avanti”: i sistemi di trasporto, di comunicazione, di difesa, di governo ed amministrazione, di approvvigionamento, conservazione e trasformazione delle materie prime definirono quello spazio, inizialmente sacro, chiamato città.

La “città degli uomini”, utilizzando le parole di Agostino, è una realtà organicistica, in quanto composta e prodotta da esseri viventi, e mutevole, poiché cambia parallelamente alle evoluzioni umane. L’habitat umano è cambiato nei secoli insieme alle abitudini umane, alle strutture, sovrastrutture e norme che hanno regolato il vivere e convivere sulla terra. Fra le mura cittadine, lungo le strade, le rotte marittime ed aeree, sono state combattute secolari sfide che hanno prodotto quel che noi chiamiamo “progresso”: culturale, artistico, etico, scientifico, politico, economico, tecnologico.

Se oggi osservassimo le nostre città noteremmo come, almeno secondo chi scrive, tre sono le attuali sfide, le cui poste in gioco non sono affatto indifferenti al nostro futuro: la questione ambientale, la difesa e promozione della democrazia, il processo di emancipazione femminile. Certo, va onestamente appuntato come tale visione sia inevitabilmente anche il frutto delle vesti occidentali che indossiamo, ma è altrettanto necessario appurare come queste siano sfide globali.

Tralasciando in questa breve riflessione le prime due questione, vorrei focalizzare i pensieri sulla terza. Sul piano giuridico e culturale, nelle ultime generazioni il più grande processo di emancipazione, di portata millenaria, riguarda la condizione delle donne. In epoca contemporanea, il primo duro colpo battuto in favore di una piena uguaglianza delle donne si ode nella Rivoluzione francese: è la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, scritta nel 1791 dalla drammaturga Olympie de Gouges (1748-1794), in analogia alla ben più fatidica dichiarazione del 1789. L’articolo 1 recita: “La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo”. Naturalmente rimase lettera morta. Olympie venne derisa, accusata di tradimento e quindi ghigliottinata, ma non prima di poter proferire parole mai ascoltate prima. Forse è la sua la sentenza più dirompente e scandalosa fra le frasi pronunciate in quegli anni. Agli ideali liberali e borghesi, di cui tutti siamo figli, unì un’idea di convivenza umana estremamente innovativa: quella paritaria fra uomo e donna.

Quella francese fu un’altra “fuga in avanti”, lì per lì sminuita e repressa, ma non dimenticata. Dalla metà del XIX secolo, secondo la storia di genere, abbiamo assistito a quattro ondate di femminismo. Se è vero, come affermava enigmaticamente Kubrick, che l’universo è indifferente all’uomo, di sicuro non lo è la Terra. La città dell’uomo si sta evolvendo, come è naturale che sia, e con provocazione potremmo dire che sta cambiando genere. Tutte le condizioni che svantaggiavano la donna e la rilegavano al ruolo procreativo, alla sfera domestica sono e stanno venendo sempre meno. Nuovi assetti sociali ed economici si stanno dibattendo, ed è esperienza quotidiana di tutti noi osservare come sempre più vivacemente i suoi effetti si palesano ai nostri occhi. Fortunatamente, potremmo aggiungere.

Ma la questione è peraltro legata a un altro tema centrale, molto più delicato quanto fondamentale per la nostra evoluzione culturale e per qualsiasi discorso sulla felicità. La libertà di amare. Le rivendicazioni economiche, sociali, politiche, in settori sia pubblici che privati, per quanto necessarie non completano il quadro rivoluzionario. Il destino dell’uomo coincide con il suo obiettivo, ovvero la ricerca della felicità. E questa non può avvenire senza un’ulteriore rivoluzione culturale. Attraverso un dibattito pubblico che affermi inequivocabilmente come solo percependo l’amore come una libertà universale si può giungere ad un nuovo livello di convivenza umana, ben più piacevole, rispettosa, e produttiva. Questo passo può risultare superfluo, o secondario a quello economico, ma non può esistere homo oeconomicus (colui che ricerca sempre di ottenere il massimo benessere e vantaggio per se stesso a partire dalle informazione e dalle capacità possedute, all’interno di un logica razionale) senza homo sapiens (colui che vive, comunica e socializza semplicemente per sua propria natura), non può esistere corpo senza anima, o forma senza materia se volessimo chiamare in causa Aristotele.

Se accogliamo la definizione di felicità quale la capacità di coltivare una vita libera, fondata sulla qualità delle relazioni umane che concorrono a orientarla liberamente, allora non si può non riconoscere come negli ultimi decenni vi sia stato un netto miglioramento nelle condizioni di vita (per tutti i sessi e orientamenti sessuali), e che questo sia da ascrivere anche ai frutti, volontari e involontari, del femminismo.

Poiché le relazioni umane sono effettivamente “progredite” rispetto al passato, poiché possiamo usufruire ancor più pienamente delle nostre capacità creative a livello sociale, poiché abbiamo la sfrontatezza di abbattere tabù millenari, di ipotizzare e realizzare orizzonti e percorsi di vita innovativi, di produrre filtri conoscitivi ed estetici personali, di unirci in rapporti e confronti emotivamente pieni, di sfruttare il crollo progressivo di inibizioni e la conseguente apertura di nuove prospettive, di progettare legami sentimentali, familiari e sociali attraverso un linguaggio inedito, che apre lo sguardo su uno spazio umano seducente ed inesplorato. Ora anche la donna rivendica il diritto a una sessualità fondata sul piacere, ad una vita indipendente, appagante secondo le sue individuali aspirazioni, di scegliere liberamente con chi e come essere felici, quando e se procreare. E ciò non può che essere fonte di felicità anche per l’uomo. Perché la felicità è godibile solo nella reciprocità. Perché la ricerca di nuove e più nutrire dimensioni esistenziali non può che arricchire l’esperienza umana, a condizione (imprescindibile) che esista la totale libertà di scegliere e amare.

Si sta innalzando una nuova città, che con ironia della sorte e senza timore possiamo presentare come la “città delle donne”, un luogo presente e futuro, probabilmente più inclusivo, ma che tassativamente presenterà le sue sfide. Non saranno sfide facili. Superarle o meno dipende, più che dall’economia, dalla politica e dalle regole ed istituzioni che definirà. Giudizio etico-individuale e agire politico-collettivo devono formarsi e rafforzarsi in vista di una nuova educazione, devono “trarre fuori” e coltivare il terreno necessario per questo nuovo habitat.

Ma attenzione. Abbiamo imparato che proprio in campo etico i passi avanti non sono affatto garantiti una volta per sempre, si può tornare indietro. Perché “l’uomo è una corda tesa fra la bestia e il Superuomo” rileggendo differentemente una celebre frase. Perché la storia non è una freccia unidirezionale già scoccata, bensì un turbinio di possibilità di cui siamo gli unici artefici. E qui preme comprendere consapevolmente e intimamente che gli artefici non saranno e non potranno essere unicamente le donne, ma anche gli uomini. Perché il progresso, come la ricerca della felicità, è un obiettivo umano.

 

-Alessandro Berti