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Parole, parole, parole

Puntualmente mi stupisco di quanto le coincidenze siano così spontanee e impossibili nello stesso tempo. Mi sono stupita, soprattutto, nel momento in cui avevo in programma di scrivere qualcosa di nuovo, senza sapere ancora su chi. Tutto d’un tratto, però, direttamente da via del Valco di San Paolo, è arrivata la chiamata della professoressa di portoghese: una ricerca sulle canzoni brasiliane che hanno una versione italiana. Capite che coincidenza astrale? Ecco, in realtà forse non lo capite perché ancora non vi ho detto di chi sto per parlare.

L’artista in questione si chiama Mina Anna Maria Mazzini. La tigre di Cremona, conosciuta per la sua voce sublime e senza eguali in tutto il mondo, di cui il Brasile fa parte. Canzoni come A Banda, Canto de Ossanha, capisaldi del bossa brasiliano, sono state interpretate e raccolte nel meraviglioso album Mina Canta o Brasil, che, guarda caso, l’anno scorso ho trovato nel mercatino di un piccolo paese e che custodisco gelosamente, perché ragazzi, dai, cosa c’è di più perfetto e sublime di Mina che canta in brasiliano? Niente, ve lo dico io.

Si dà il caso, dunque, che l’universo mi abbia mandato un messaggio forte e chiaro, illuminandomi la retta via che per un attimo avevo smarrito, con la luce dell’eterna diva che protegge e sorveglia il popolo dal paradiso fiscale in cui vive. E se l’universo vi manda un messaggio, voi che fate, non lo ascoltate? Certamente sì, visto che è un periodo – in realtà sarebbero anni – di Saturno contro, altroché la fortuna è cieca.

Ordunque, affinché l’universo non mi si rivolti ancora di più contro, quello che farò in questo articolo non sarà un elogio (perché le parole non saranno mai abbastanza belle e non vorrei dire corbellerie), piuttosto vi racconterò la mia esperienza con la sua musica. In particolare, non potendo parlare di tutti i successi e degli album nemmeno in maniera generale – si parla di 62 album, abbiate pazienza – mi soffermerò su uno dei primissimi album, un album che esplode di giovinezza e voce limpida, cristallina: Studio Uno.

Siamo nel marzo del 1965, Mina ha soltanto 25 anni, ma è già la voce della musica italiana, anzi, la ragazza della voce italiana. Infatti, Studio Uno, oltre ad essere il nome dell’album, è anche un programma televisivo che la stessa Mina ha presentato. Perché dovete sapere, carissimi giovanotti, che Mina non è solo una cantante: Mina è la televisione italiana degli anni ‘70, Mina è presentatrice, è patrimonio italiano, è l’artista a tutto tondo: Mina è diva (come direbbe Rose, fanatica più di me della musica anni 70).

Senza dilungarmi ulteriormente, che sembra stia scrivendo la Bibbia, l’album contiene al suo interno canzoni come È l’uomo per me, Se piangi, se ridi, Città vuota – canzone che tutti cantano ma di cui nessuno conosce il titolo – e, per dirne una in più So che mi vuoi, cover di It’s for you scritta direttamente da John Lennon e Paul McCartney, mai inciso dagli scarafag… dai Bealtes.

Da tutto l’album, da ogni traccia, da ogni singola parola, fuoriesce l’immagine di una donna che sa quello che vuole e che non scende a compromessi. Quello che amo di Mina è proprio questo: la consapevolezza di valere qualcosa, di essere una donna forte, consapevole dei suoi punti deboli e di quello che è l’essere maschile (vorrei sottolineare che si è sposata ben 4 volte) e che nonostante tutto ne esce vincitrice, a testa alta. Tutto questo, si tradurrebbe con un semplice termine  napoletano, 8 lettere e tanta cattiveria: la cazzimma.

Attenzione però, badate bene che i testi sono scritti da autori diversi; la cazzimma dunque, si vede nel momento in cui riesce a far venire i brividi grazie alla sua voce sublime, grazie alla sua personalità eccentrica, al suo sguardo penetrante… d’altronde, stiamo parlando di una creatura divina.

La grandezza di Mina è data dal fatto che, con la stessa voce, ha cantato dell’uomo per lei, sicuro di sé, ha cantato romanticherie da diabete come uno come te, io non lo troverò mai più, ma anche canzoni, che più che dediche sotto i video musicali di RTL, sembrano invettive contro il genere maschile e la combriccola di amanti ed ex che lo circonda. Lei è la Voce delle Mille bolle blu, delle parole, parole, parole del portati via tutto questo amore che non è mai amore e mi fermo qui con le citazioni, che sennò finiamo a Natale prossimo. Una voce, dicevo, che copre quasi 3 ottave intere, una voce che sia da giovane che da matura, ha donato quasi mezzo panorama della musica italiana odierna: canzoni da cantare sotto la doccia, canzoni con cui piangere di nascosto, canzoni da interpretare o semplicemente da ascoltare col sorriso sulle labbra.

Parlo di voce perché ormai ci è rimasta solo quella, dato che 40 anni fa ha deciso di abbandonare il piccolo schermo ormai prossimo alla deriva, il palco, i riflettori e si è dedicata alla cosa che a mio parere, è la più importante: la musica. Capite adesso perché prima parlavo di luce divina che protegge? Mina è l’occhio del Grande Fratello, che osserva tutto quello che succede, lavora in silenzio, senza dare nell’occhio, appunto.

Non vi nego che vedere un concerto di Mina sarebbe un sogno, ma anche un’utopia, data la situazione. Sembra tanto strano che una ragazza di 22 anni ascolti e scriva di un’artista nata nel 1940? Cioè, ragazzi, ci rendiamo conto? Mentre Adolfo cercava di conquistare il mondo insieme al suo amichetto del cuore, ovunque c’era guerra e la gente moriva di fame… a Busto Arsizio nasceva lei, la ragazza della musica italiana.

E mentre vi racconto di Mina che ha vissuto gli anni d’oro della TV, aveva come amica Raffaella, ha duettato con Totò e molti altri, io mi ritrovo nel salotto di casa con Barbarella e Cristiano Malgioglio che mi insegnano a vivere. Coincidenze? Io non credo.

 

-Caterina Calicchio

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Palingenesi di un amore

Come la fenice rinasce dalle sue ceneri, così anche Caterina rinasce dopo uno dei periodi bui della sua vita: la sessione. Pensavate di esservi liberati di me? Cari lettori, pessima intuizione: sono tornata, e per di più, son tornata con un disco meraviglioso, pieno di vita e pieno di colori, di uno dei miei cantautori preferiti.

Forse avrete notato (o forse no) che utilizzo molto spesso l’aggettivo “preferito” quando annuncio l’artista di cui parlerò; però, molto probabilmente, “preferito” non è nemmeno l’aggettivo giusto, poiché implica un’intimità che in realtà non concedo a tutti gli artisti. Perciò, forse è meglio dire che tutti gli artisti di cui vi parlo sono quegli artisti per i quali le parole d’amore, le parole leggere, non vengono fuori solo il giorno di San Valentino, ecco. Fatto questo preambolo, posso svelarvi il cantautore in questione: Antonio Dimartino.

Nonostante il mio alter ego della mitologia greca sarebbe sicuramente Ares o Atena, vi parlerò di Afrodite, dea della bellezza, dell’amore e della primavera. Afrodite è anche l’album che Dimartino ha tirato fuori giusto il giorno del mio compleanno, per la mia momentanea felicità. Come il nome descrive, quindi, Afrodite è l’album dell’amore, della nascita (o della rinascita), è l’album della primavera. Che poi, a pensarci bene, tutto fa parte di un cerchio, tutto è collegato: la stagione a cui si attribuisce (o almeno io)  l’amore è proprio la primavera, piena di fiori, belli e profumati; piena di prati verdi e piena di polline, asma e occhi rossi… gli dei dell’Olimpo avevano già capito tutto.

La primavera, in effetti, era presente anche nel penultimo album del cantautore, in cui ne parlava come un uragano, come qualcosa che prima non c’è, qualcosa che arriva all’improvviso, quando meno te l’aspetti: come l’arrivo di una figlia, una perenne primavera. Afrodite, appunto, rappresenta quei concetti legati ma indipendenti di nascita e di rinascita, su cui a volte è bene riflettere. Perciò, riflettiamo: nella vita puoi nascere una sola volta, e cioè il giorno in cui tua mamma, dopo nove mesi, strilla e spinge fino a quando l’ostetrica tira fuori la tua testolina rossa e piena di mucose. Rinascere invece… puoi rinascere tutte le volte che vuoi! Rinasci dopo una relazione andata male, rinasci dopo una doccia fredda, rinasci dopo aver cambiato aria, rinasci con una persona al tuo fianco.

E nell’intero album succede esattamente questo: alla nascita di sua figlia, che porta con sé pioggia tra le mani e tempeste colorate, si mescola una rinascita: personale e musicale. Rispetto al 2015 infatti, i Dimartino suonano tutta un’altra musica: più suoni elettronici, più movimento tra gli spartiti, più grinta ed energia in ogni canzone, ognuna diversa dall’altra: è come se ogni traccia fosse inzuppata in un diverso bicchiere di pozione polisucco. C’è il bicchiere (di Tequila) che viene direttamente dal Messico con un capello di Chavela Vargas, c’è il bicchiere che viene dal futuro imminente, pieno di suoni elettronici e freschi che ti fanno muovere le anche, c’è il bicchiere siciliano, con un suo capello lungo e nero, che lo àncora a quello che è sempre stato: anche se la musica è cambiata, Dimartino rimane lo scrittore di testi che ti smuovono le viscere, in cui ritrovi la tua terra, il mare, la tua anima. Tra riferimenti a grandi autori, feste comandate e non, passando per migliaia di ossimori in cui mi riconosco e che nascondono delle grandi verità – vedi alla voce: amori violenti e cuori spenti – tra la luna e la natura della sua Sicilia, Dimartino mi ha stupito ancora una volta.

Grazie a questo stupore, inoltre, mi è risultato davvero difficile parlare dell’album… come mi capita sempre, d’altronde: è una sorta di malattia per la quale non riesco mai a parlare delle cose che amo, è come se volessi tenerle per me e basta, strette strette nella gabbia toracica e proteggerle, analizzarle e piangerci su. E’ stato difficile scrivere di quest’album anche perché, dopo il quarantesimo ascolto, ancora non penso di averlo capito del tutto: forse perché non ho un figlio? Forse perché non vivo in Sicilia? O forse perché ormai ascolto solo musica dance?

Nonostante i mille dubbi, le mille peripezie, eccomi qui a terminare quest’articolo, affermando a squarciagola che, tra tutti gli artisti all’ingrosso che ci sono in giro (e il festival di Sanremo ne è stata la prova), Dimartino rimane una delle poche mosche bianche, che con fatica resisterà e che sempre appoggerò.

Tutto questo amore, io non l’avevo previsto.

 

-Caterina Calicchio