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Spiders and vinegaroons: il suono del deserto

I Kyuss si sono sciolti da due anni e un giovane Josh Homme, stanco del suo vecchio gruppo e dei continui eccessi dei suoi compagni di merende, decide di rivoluzionare la propria esistenza e le sorti dello stoner rock. Si rimbocca le maniche e scrive tre pezzi, successivamente confluiti nello split ep: Kyuss/Queens of the Stone Age, uscito il 5 dicembre del 1997. La pubblicazione del disco sarà un biglietto da visita per la band californiana e l’inizio di una nuova avventura musicale ricca di successi. Dalle ceneri dei sanguinanti Kyuss, i Qotsa inizieranno ad affermarsi pian piano nel panorama musicale mondiale, uscendo finalmente dal guscio e dalla nicchia stoner che rischiava di isolarli.  

Riff acidi, ululati consumati dagli eccessi, sound deciso e falsetti malinconici ci accompagnano in questo viaggio mistico. Questo disco è bene ricordarlo come una pietra miliare di questo genere: abbiamo la nascita di una creatura e l’evoluzione della stessa condensata in sei tracce, suddivise simmetricamente in due insiemi. Da un lato i KYUSS, e dall’altro l’embrione dei QOTSA, entrambi accomunati da radici desertiche. E proprio tra rocce incandescenti, cactus, scorpioni e crotali un gruppo di giovani di Palm Springs ha dato vita ad una creatura – KYUSS – divenuta presto un’alternativa al grunge di Seattle, per poi passare la fiaccola alle Regine dell’età della pietra considerati una delle massime espressioni dell’odierno rock’n’roll.

Il disco si apre con tre tracce dei Kyuss. Si inizia con la cover di Into the void,  che è un chiaro omaggio ai Black Sabbath quali prima fonte d’ispirazione del gruppo, e si arriva a due versioni di Fatso forgotso, dove può sentirsi chiaramente il sound acido e pesante caratteristico del gruppo.

Le ultime tre tracce, invece, sono la materializzazione delle volontà di un giovane Homme, ossia quella di alleggerire la ruvidità dello stoner e catapultarsi in una miscela esplosiva, condita dalle immancabili tendenze alternative dei 90’s e dall’amore per tutta la scena musicale dei 70’s. Josh ha messo su la sua creatura, distaccandosi dalla eccessiva pesantezza dilaniante dei Kyuss per approdare a un nuovo prototipo di rock, coniando di fatto un nuovo genere per i Qotsa, quello del robot rock.

Tutto ciò lo ritroviamo nella fase embrionale contenuta in questo split ep, in cui esce la necessità di riscoprire una nuova creatività, avendo un occhio di riguardo alle proprie origini, ma con una visione critica e rinnovata di queste ultime; viene qui sancito il passaggio simmetrico dal suono acido e pesante dei kyuss a quello più sperimentale di Homme e soci, segnando uno spartiacque e un vero e proprio passaggio di testimone. Il genio vuole uscire dalla nicchia e affermarsi nel panorama mondiale e queste tre tracce segnano le coordinate di un viaggio in corso ancora oggi, che si spera non finisca mai.

Si inizia con If Only Everything, pezzo emblematico nel suo genere dove la voce di Josh si amalgama perfettamente con il sound duro e di ispirazione stoogesiana, per arrivare a Born to hula che ancora risente della memoria Kyuss, pur sempre sotto una nuova veste attraverso un suono grezzo e desertico rinnovato, il tutto condito da una ritmica vivace e assoli martellanti e metallici, robotici appunto.

Il nostro viaggio si conclude o inizia – a seconda dei punti di vista – con una vera e propria gemma che solo l’atmosfera dell’area del Mojave desert può regalarci: Spiders and Vinegaroons. Quest’ode al deserto intrappola l’ascoltatore in una dimensione lisergico-metallica dalla quale non si vuole più uscire. Il tempo è scandito da una dirompente miscela di meccanicità robotica, addolcita da svolazzi spaziali e indurita da assoli altrettanto metallici e ruvidi. La progressiva ripetitività associata alla nuova idea di sperimentazione sonora danno vita proprio a quel suono di “robot rotti e ubriachi”, tanto inseguito da Homme, e chiare rimangono le influenze sabbathiane e stoogesiane, tanto care al gruppo. La psichedelia trova spazio, ma in veste diversa: è più introspettiva e meno stordita, condita di quel mistero che solo il deserto può celare.

Il deserto è l’elemento comune e ricorrente: è sede di scoperta, transizione e rinascita, è la storia di un lungo amore che si è evoluto attraverso esperienze psichedeliche e profonde, luogo mistico per eccellenza che ha forgiato le sonorità di un genere aggressivo, acido e malinconico allo stesso tempo, è l’anima di questo movimento. Da qui tutto è iniziato e tutto è rinato sotto una nuova pelle; oggi è 5 dicembre, 23 volte auguri a questa pietra miliare.

-Gianlorenzo Ciminelli

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Palingenesi di un amore

Come la fenice rinasce dalle sue ceneri, così anche Caterina rinasce dopo uno dei periodi bui della sua vita: la sessione. Pensavate di esservi liberati di me? Cari lettori, pessima intuizione: sono tornata, e per di più, son tornata con un disco meraviglioso, pieno di vita e pieno di colori, di uno dei miei cantautori preferiti.

Forse avrete notato (o forse no) che utilizzo molto spesso l’aggettivo “preferito” quando annuncio l’artista di cui parlerò; però, molto probabilmente, “preferito” non è nemmeno l’aggettivo giusto, poiché implica un’intimità che in realtà non concedo a tutti gli artisti. Perciò, forse è meglio dire che tutti gli artisti di cui vi parlo sono quegli artisti per i quali le parole d’amore, le parole leggere, non vengono fuori solo il giorno di San Valentino, ecco. Fatto questo preambolo, posso svelarvi il cantautore in questione: Antonio Dimartino.

Nonostante il mio alter ego della mitologia greca sarebbe sicuramente Ares o Atena, vi parlerò di Afrodite, dea della bellezza, dell’amore e della primavera. Afrodite è anche l’album che Dimartino ha tirato fuori giusto il giorno del mio compleanno, per la mia momentanea felicità. Come il nome descrive, quindi, Afrodite è l’album dell’amore, della nascita (o della rinascita), è l’album della primavera. Che poi, a pensarci bene, tutto fa parte di un cerchio, tutto è collegato: la stagione a cui si attribuisce (o almeno io)  l’amore è proprio la primavera, piena di fiori, belli e profumati; piena di prati verdi e piena di polline, asma e occhi rossi… gli dei dell’Olimpo avevano già capito tutto.

La primavera, in effetti, era presente anche nel penultimo album del cantautore, in cui ne parlava come un uragano, come qualcosa che prima non c’è, qualcosa che arriva all’improvviso, quando meno te l’aspetti: come l’arrivo di una figlia, una perenne primavera. Afrodite, appunto, rappresenta quei concetti legati ma indipendenti di nascita e di rinascita, su cui a volte è bene riflettere. Perciò, riflettiamo: nella vita puoi nascere una sola volta, e cioè il giorno in cui tua mamma, dopo nove mesi, strilla e spinge fino a quando l’ostetrica tira fuori la tua testolina rossa e piena di mucose. Rinascere invece… puoi rinascere tutte le volte che vuoi! Rinasci dopo una relazione andata male, rinasci dopo una doccia fredda, rinasci dopo aver cambiato aria, rinasci con una persona al tuo fianco.

E nell’intero album succede esattamente questo: alla nascita di sua figlia, che porta con sé pioggia tra le mani e tempeste colorate, si mescola una rinascita: personale e musicale. Rispetto al 2015 infatti, i Dimartino suonano tutta un’altra musica: più suoni elettronici, più movimento tra gli spartiti, più grinta ed energia in ogni canzone, ognuna diversa dall’altra: è come se ogni traccia fosse inzuppata in un diverso bicchiere di pozione polisucco. C’è il bicchiere (di Tequila) che viene direttamente dal Messico con un capello di Chavela Vargas, c’è il bicchiere che viene dal futuro imminente, pieno di suoni elettronici e freschi che ti fanno muovere le anche, c’è il bicchiere siciliano, con un suo capello lungo e nero, che lo àncora a quello che è sempre stato: anche se la musica è cambiata, Dimartino rimane lo scrittore di testi che ti smuovono le viscere, in cui ritrovi la tua terra, il mare, la tua anima. Tra riferimenti a grandi autori, feste comandate e non, passando per migliaia di ossimori in cui mi riconosco e che nascondono delle grandi verità – vedi alla voce: amori violenti e cuori spenti – tra la luna e la natura della sua Sicilia, Dimartino mi ha stupito ancora una volta.

Grazie a questo stupore, inoltre, mi è risultato davvero difficile parlare dell’album… come mi capita sempre, d’altronde: è una sorta di malattia per la quale non riesco mai a parlare delle cose che amo, è come se volessi tenerle per me e basta, strette strette nella gabbia toracica e proteggerle, analizzarle e piangerci su. E’ stato difficile scrivere di quest’album anche perché, dopo il quarantesimo ascolto, ancora non penso di averlo capito del tutto: forse perché non ho un figlio? Forse perché non vivo in Sicilia? O forse perché ormai ascolto solo musica dance?

Nonostante i mille dubbi, le mille peripezie, eccomi qui a terminare quest’articolo, affermando a squarciagola che, tra tutti gli artisti all’ingrosso che ci sono in giro (e il festival di Sanremo ne è stata la prova), Dimartino rimane una delle poche mosche bianche, che con fatica resisterà e che sempre appoggerò.

Tutto questo amore, io non l’avevo previsto.

 

-Caterina Calicchio

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Napoli in tuta acetata

Per questa edizione di Discman vi avevo promesso emozioni forti: ebbene, dopo Raffaella Carrà, per ragioni anche a me sconosciute, ho deciso di parlarvi di un gruppo poco conosciuto, ma che tutti prima o poi dovrebbero ascoltare per vivere più felici.

È successo che tra maggio e aprile scorso, la mia home di Facebook era invasa da questa copertina giallo sbiadito con un disegno al centro: tutti ne parlavano benissimo ed erano molto entusiasti, ma io sono sempre troppo poco curiosa; un bel giorno però, andando contro i miei pigri principi, decisi di ascoltarlo, nonostante avessi abbastanza paura si trattasse del nuovo album di Gigi D’Alessio: sapete, da un disco che si chiama Nuova Napoli, ci si può  aspettare di tutto. E invece no, Nuova Napoli è una delle più belle scoperte di tutto l’anno e definire la musica dei Nu Guinea innovativa o semplicemente strana sarebbe riduttivo: in questi casi, geniale penso sia l’aggettivo corretto… almeno per quanto mi riguarda.

Nu Guinea è un duo italiano, di Napoli per l’appunto, immigrato a Berlino, perché, si sa, nonostante sia la patria delle salsicce e dei crauti, la fredda capitale tedesca è anche il bacino dei suoni elettronici e della musica techno. E così, Massimo Di Lena e Lucio Aquilino, dal 2014 si sono trasformati per il mondo intero nei Nu Guinea e io non potrei essere più contenta. A prescindere dal nome discutibile e incognito, che ancora non mi spiego, l’album Nuova Napoli è così pieno di grinta, energia e bassi che persino Clara si alzerebbe dalla sedia a rotelle per ballare con Heidi e le caprette!

Definiti (da me medesima) gli Abba dei Quartieri Spagnoli, i Nu Guinea mischiano nella stessa traccia le sonorità più tipiche della disco anni ’80, quelle piene di energia, di colore e di coretti femminili degni dei Bee Gees o degli Abba, per l’appunto. In aggiunta, però, la parte meridionale del tutto: il magnifico dialetto partenopeo che rende tutto più popolare, più paesano. Ascoltando le tracce, sembrerà di stare nella strada di Forcella o a San Domenico, le vrenzole sui balconi che chiacchierano e un venditore ambulante che cerca di venderti persino un pelo pubico.

Penso che tra i suoni sintetizzati e un soave “A signor ‘re pizz fritte nun ce sta’ cchiù” si crei una chimica tale da non riuscire a stoppare il disco e a smettere di muovere i fianchi. Con questo disco nelle orecchie, non servirà più fare 4 ore di macchine per giungere alla città più focosa del Mediterraneo e mangiare la pizza più buona del mondo – sappiate che quando si tratta di cibo, sono molto seria – e bere il caffè perfetto.

… Bene, magari per il caffè vi consiglio di non affidarvi alle mie manine di fata e a rivolgervi al bar sotto casa, che magari assomiglia di più a quello napoletano, per tutto il resto, basta aprire bene le orecchie, ascoltare per credere!

 

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DISCMAN 2.0 – Come vuoi chiamarlo questo “Tormentone”?

 

Ben ritrovati con la rubrica bi-settimanale di musica più bella che ci sia: ben ritrovati su Discman 2.0. L’anno scorso mi hanno rimproverato il fatto che scrivessi articoli come se stessi facendo “quattro chiacchiere al bar con gli amici”. Ecco, nonostante sia proprio quello che voglio far intendere, cioè parlare con amici immaginari, quest’anno ho deciso di scrivere come si deve. O almeno ci provo.

Il primo pezzo di quest’anno parla di un cantautore conosciuto per caso nel 2016: Scarda. Con la voce graffiante, tipica da uomo del sud (e per sud si intende da Roma in giù) e una sensibilità che pochi ormai conservano, Scarda è il cantautore classe 1986 che il  27 ottobre 2018 potrete ascoltare in concerto a Largo Venue (RM). Per di più Scarda è il cantautore che, da quando sono a Roma, mi ha preso per mano e mi ha aiutato ad affrontare qualsiasi situazione: il terremoto, gli attacchi nostalgici, prendere una non relazione con filosofia.

Galeotto fu per me il brano “Io lo so”, un colpo di fulmine a ciel sereno: una canzone che vuole parlare di te, di tutto quello che sei e di tutto quello che non vorresti essere, anche se è la prima volta in vita tua che la ascolti. E tutt’ora, con il nuovo album, continua a voler parlarmi, a rendermi partecipe della vita che va avanti e continua a volermi svelare la verità, anche se nessuno gli ha chiesto nulla. Però almeno lo fa con le parole più belle che si possano usare.

A maggio 2018 mi è capitato di intervistarlo quasi per caso e, dato che tutti ci stavamo chiedendo cosa sarebbe stato il prossimo album, dopo aver ascoltato il primo singolo Bianca, gliel’ho chiesto; la risposta?

Amore, amore, amore!”,  tanto per citare un film a caso.

Ebbene, cari lettori, questo è Tormentone: un disco che parla d’amore. L’amore, però, a tutto tondo: l’amore bello e quello triste, l’amore impossibile e quello che non è mai iniziato. Perché la tristezza è bella quanto la felicità. Perché l’amore, siamo sinceri, non è essenziale, certo, ma a volte è necessario. Tanto per fare un esempio che mi rappresenta, l’amore è come i pomodori secchi: sei consapevole che se te ne mangi uno, devi fare il doppio delle ore in palestra, sei consapevole che sono una bomba ipercalorica con tutto quell‘olio che cola soavemente  sul pane, però dei pomodori secchi non ne puoi fare a meno perché sono la cosa più buona del mondo. Capite, adesso?

È un disco che suona diversamente da quello passato, è un disco nuovo, con più tastiere e un arrangiamento decisamente pop, sebbene la chitarra acustica sia sempre viva e si faccia sentire. Però, nonostante l’innovazione, le parole restano quelle di sempre, vere e genuine: un sorriso, la fine del sole, una schiena illuminata dalla luna piena, una ragazza che nasconde i pensieri tra i capelli sciolti, l’insicurezza dei sentimenti dei giovani d’oggi.

Quindi, voi che potete, andate ad ascoltare questo bel ragazzo sabato 27 ottobre 2018 a Largo Venue. Sicuramente non sarà come vederlo suonare alle due di notte in un locale di San Lorenzo “Disperato erotico stomp” con un bicchiere in mano, però sono sicura che ne varrà ugualmente la pena.

¡Buena suerte!

 

-Caterina Calicchio