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Pixar : 30 anni di Animazione

Le foto della mostra sono accessibili a questo link.
Foto di Matteo Memè

Per la gente è come se la Pixar fosse un unico individuo (…) dimenticando però l’ingente mole di lavoro – e di persone impiegate – che c’è dietro

 

Edwin Catmull, Alvy Ray Smith, Steve Jobs e John Lasseter: questi sono i nomi delle persone che, unendo le loro esperienze in vari ambiti, hanno fondato nel 1986 la Pixar, una delle più grandi case di produzione di film di animazione a livello mondiale. Quattro nomi che hanno reso la Pixar differente dalle altre case di produzione tanto da far dire ad ognuno di noi “vado a vedere un film della Pixar”. Per la gente è come se la Pixar fosse un unico individuo capace di sfornare film d’animazione di buona qualità, dimenticando però l’ingente mole di lavoro – e di persone impiegate – che c’è dietro. A ricordarci questo sono da un lato i classici titoli di coda, che purtroppo nessuno guarda più e che nei film Pixar sono affiancati da scene extra proprio per “costringere” a rimanere seduti in poltrona un altro po’ e poter leggere i nomi di quelle centinaia di persone che hanno preso parte alla realizzazione del film; dall’altro c’è un’iniziativa itinerante nata ormai più di dieci anni fa, si tratta di una mostra che porta in giro per il mondo tutto ciò che riguarda il lato nascosto dei film Pixar. Debuttata nel 2005 al MoMA di New York, dopo 13 anni giunge a Roma “Pixar. 30 anni di anni di animazione”, una rassegna che vuole raccontare anche al pubblico italiano la magia di queste produzioni di successo internazionale. Il Palazzo Delle Esposizioni ospiterà la mostra dal 9 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019.
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All’interno sarà possibile trovare degli spazi dedicati ai film e si potranno ammirare le sculture che, una volta scannerizzate al computer, danno vita ai personaggi con gli occhi grandi che hanno segnato la nostra infanzia e che continuano a stupirci tutt’ora. Insieme a queste sculture troveremo bozze, schizzi, storyboard e studi di personaggi realizzati dal team che ha lavorato a quella determinata pellicola. Anche solo questa parte può già farci capire non solo quanto sia impegnativo realizzare un film simile ma anche quanto un qualcosa di apparentemente futuristico e fantascientifico (non a caso, la Pixar realizzò del materiale in computer grafica per i film Star Trek II – L’Ira di Khan), abbia delle forti radici piantate ancora nell’ambito dell’arte “vecchio stampo”, quello del foglio e della matita o delle sculture. Questi sono dei veri e propri pilastri senza i quali non sarebbe possibile realizzare quelli che possono definirsi sogni in CG.
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Proseguendo per la mostra si potrà consultare una linea del tempo con tutte le fasi di nascita e crescita dello studio californiano e vedremo le storie dei 4 nomi già citati, scopriremo perché il fondatore della Apple è coinvolto in tutto ciò e soprattutto troveremo una spiegazione alla presenza di George Lucas nelle foto con Catmull e Smith, fino a trovare informazioni sui successi collezionati anno dopo anno fino ad oggi. Inoltre un’altra linea temporale servirà a spiegare nel dettaglio, passo dopo passo, la realizzazione di un lungometraggio, chiarendo il quesito sul perché ci vogliano cinque o sei anni per realizzare un solo film. Ci si potrà rilassare un attimo, prima delle due installazioni speciali di cui si parlerà a breve, sedendosi a guardare i corti Pixar, esperimenti mediante i quali si è giunti nel 1995 a Toy Story, il primo lungometraggio, a sua volta un esperimento di una recalcitrante Disney per valutare i benefici del passaggio dall’animazione tradizionale a quella digitale.
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Concludo presentando le due grandi installazioni della mostra: l’Artscape e lo Zootrope. Partendo da quest’ultimo, lo zootropio è uno strumento risalente al 1834 in grado di ricreare, mediante dei disegni o fotografie, l’illusione del movimento, quello Pixar opera in tre dimensioni, quindi non troveremo dei disegni, ma i “pupazzi” di Toy Story. L’Artscape invece è una brillante rassegna della storia della Pixar e piuttosto che descriverla sarebbe più opportuno invitare a vederla dal vivo.
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In tutto questo si noterà la presenza dell’ideologia pixariana, ma anche fortemente “yankee”, del guardare al passato per proiettarsi nel futuro. Questo è anche lo scopo della mostra in sé, come afferma la curatrice nonché direttrice degli archivi Pixar Elyse Klaidman, ossia il dare uno sguardo a ciò che era la Pixar e ciò che è ora, per ispirare i creativi e procedere sempre verso qualcosa di nuovo. Una mostra con lo scopo non solo di far conoscere ma anche di spronare la creatività.

-Matteo Verban

 

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L’Eredità delle Donne

Oltre cento appuntamenti e un calendario OFF ricco di eventi, è terminata domenica la rassegna l’Eredità delle donne con la direzione artistica di Serena Dandini, che ha visto Firenze tingersi di giallo a conclusione delle Giornate Europee del Patrimonio. Eventi speciali con personalità famose hanno allietato lo scorso weekend; spettacoli, mostre, presentazioni di libri ma anche eventi inerenti le realtà culturali e le eccellenze artigianali del capoluogo toscano. Letture, mostre all’aperto, esposizione di oggettistica realizzata a mano, passeggiate di piacere alla scoperta dei tesori nascosti fiorentini per tutti i gusti e per tutte le età, un modo nuovo per riscoprire l’anima della città e di chi la abita.

Nella splendida cornice fiorentina si è aperta una finestra di dialogo per mezzo della quale è stato possibile conoscere le opinioni di donne famose che hanno reso grande la partecipazione femminile nel loro ambito di studio e di lavoro ma anche di uomini che devono fare i conti con quella che, sebbene rappresenti la fetta più numerosa di mondo, viene trattata come una minoranza.

Fra questi anche Federico  Taddia che tra treni in ritardo e presentazioni di libri ha costruito un varietà di divulgazione ironico e brillante con Telmo Pievani e la Banda Osiris ( o almeno tre quarti di essa). Fra canti, balli, battute sagaci e canzoni parafrasate sui temi dello spettacolo Il Maschio Inutile, Taddia ci porta alla scoperta delle caratteristiche appartenenti al genere che in natura è considerato forte, quello femminile. Quasi come fosse diviso in capitoli ben differenziati dalle incursioni in scena dell’autore, ogni parte si apre con la conoscenza di maschi inutili: da Raffaele che come presepe ha un modellino della città di Modena durante la sua festa cittadina e che pertanto resta in mostra da Agosto a Settembre,  a Thomas, il quale dopo essersi chiesto per anni come sarebbe stato vivere come una capra ha iniziato a pascolare e brucare l’erba con loro e come loro;  da chi si muove sempre con dei lego in tasca da lasciare nelle crepe dei muri che trova lungo il cammino ai mitici fotocopiatori di ebook. Il maschio si rivela essere talvolta secondario nella riproduzione della specie come in alcune varietà di rettili, squali e batteri che praticano la partenogenesi o nella foca che, oltre a concepire prole senza bisogno di un secondo individuo, sceglie addirittura anche il sesso dei nascituri.

È davvero inutile questo maschio che ci accompagna nella vita di tutti i giorni? Siamo davvero due generi a sé stanti? Non sembra pensarla così Taddia, convinto che uomini e donne condividano la stessa eredità e abbiano il compito di lasciare alle generazioni future una stessa dose di cultura, rispetto e voglia di cambiare. Ma allora a cosa pensa quando si parla di Eredità delle donne che è anche il nome della suddetta rassegna appena conclusa? “Alla mamma, alla nonna, alle zie per stare vicini e poi a tante professioniste, tante belle teste e toste come Margherita Hack.” È proprio una foto con la scienziata che nacque all’angolo di via delle Cento Stelle che occupa l’intestazione del profilo twitter di Taddia: stima e affetto eterno devono essersi sviluppati durante la loro collaborazione.

Ancor più elevata l’importanza di un’eredità culturale femminile per Itziar Ituño, la Raquel Murillo de La Casa de Papel, originaria dei Paesi Baschi in cui il ruolo della donna è socialmente rilevante. Anche l’Ituño risponde citando le prime persone, madre y abuela,  che le hanno tramandato la consapevolezza delle difficoltà che hanno le altre donne.

L’eredità che dobbiamo lasciare alle generazioni future? Esempi di donne. Uno di questi potrebbe essere Tiziana Ferrario, inviata nelle zone di guerra, volto del telegiornale e adesso corrispondente italiana da New York; esempio ricco di coraggio, un bagaglio di esperienza unico e conoscitrice delle culture più diverse.

Dalle donne che si manifestano a quelle che si nascondono di notte per incollare poster o per disegnare la loro arte sui muri: Maria Paternostro ci ha accompagnati in un tour di Piazza Poggi per tutto il quartiere di San Niccolò, alle pendici di Piazzale Michelangelo, per scoprire l’arte urbana fiorita in questo “Novello Rinascimento”. Clet, Blub, Carla Bru: sono solo alcuni dei nomi che caratterizzano questa ricchezza gratuita che addolcisce una città già così ricca d’arte e bellezze, fattori che la rendono da sempre luogo ideale di grandi eventi di scambio culturale come sicuramente è stato il meeting L’Eredità delle Donne.

 

– Beatrice Tominic

Outdoor Festival: Testaccio si fa cosmopolita

Fino al 12 maggio 2018 Roma è stata luogo di incontro per giovani artisti e musicisti nell’ottava edizione dell’Outdoor Festival all’Ex Mattatoio di Testaccio. Il tema di quest’anno è stato l’Heritage: cosa ci offre davvero l’Europa?

Nato nel 2010 a Garbatella come “un buon motivo per uscire di casa”, l’Outdoor Festival in pochi anni è diventato il principale motore di trasformazione del quartiere Ostiense, ora primo Street Art District d’Italia. In linea con la nomina del 2018 come anno del Patrimonio culturale europeo, il tema di quest’anno è stato l’Heritage, il patrimonio: qual è il nostro e quali culture vi appartengono? Ma soprattutto, come possiamo trasferirlo alle generazioni future? Come nelle scorse edizioni, il festival è stato suddiviso in più aree: arte, musica, conferenze, televisione e mercato.

Fulcro dell’esperienza artistica è lo spettatore, che viene immerso in quattro percorsi su quattro differenti tematiche: disobedience, lightspeed, retromania, total recall, Come introduzione a questo viaggio senza meta si trova l’opera dell’artista italiano Motorefisico, Labirinto Semplice, un tunnel dalle (dis)orientanti linee optical che attraversa tutti i piani dell’esibizione e lascia contemporaneamente allo spettatore la possibilità di contemplare gli allestimenti come ultimo reale “osservatore” dell’opera.

Il primo snodo tematico, DISOBEDIENCE, rappresenta la voce degli artisti che dal 1968 ad oggi hanno avvertito un impellente bisogno di discontinuità con la tradizione, uomini in lotta contro gli errori del passato per promuovere un futuro più equo. È il grido antipatriarcale «NOT FOR GIRLS» dei poster della portoghese Wasted Rita, fiera portatrice dei nuovi valori del femminismo moderno, necessaria conseguenza del celebre #metoo che condanna ogni dominio maschile sulla donna. Disobedience è però anche l’urlo anticonformista del toscano Paolo Buggiani, uno dei padri fondatori della Street Art newyorkese degli anni Ottanta che, con le sue conturbanti figure di fuoco, ora degli Icari dalle ali infiammate, ora dei Minotauri o dei cavalli di Troia ardenti, destabilizza l’opinione pubblica, trovando l’apprezzamento di artisti come Keith Haring e Barba Krüger.

In questo perenne processo di ritorno e rottura con il passato, LIGHTSPEED è la “luce fuori dal tunnel” del futuro, ben visibile nell’opera dell’inglese Kid Acne che con il suo murales «HERE WE ARE / HEREDITAS», che ci fa riflettere sulla natura effimera eppure eterna del nostro patrimonio.

A seguire vi è RETROMANIA, un avvincente percorso storico volto a valorizzare i prodotti di massa ora icone della società moderna: sembra di rivivere i memorabili scatti del newyorkese Ricky Powell che, in pochi semplici ma effettivi secondi, immortala la scena musicale e artistica degli anni Ottanta e Novanta; i The Fugees con Lauryin Hill, Basquiat con Warhol, Haring, Beastie Boys e Public Enemy — solo per citarne alcuni.

A concludere la mostra vi è l’ironica e al tempo stesso nostalgica immersione visiva pop del TOTAL RECALL, che intende appunto “richiamare” la nostra modalità di dialogo con il passato: Tony Cheung, artista cinese di fama internazionale, elude per poco la censura nel suo Chemical Happiness, denuncia ironica e simbolica di una Cina che sembra dimenticare sempre più il suo passato sottovalutando, però, tematiche di forte discussione come la sessualità, l’alienazione e la violenza. Uno sguardo occidentale viene invece proposto dall’italiano Mimmo Rubino, in arte Rub Kandy, che in Almost Ready propone l’originale modello di una nuova città sulla base di elementi di scarto della secolare città di Roma.

Elemento più interattivo del festival è indubbiamente il padiglione delle Stories, progetto finanziato da Google Arts&Culture che offre uno sguardo dettagliato e sorprendente alle realtà periferiche di Ostia, Corviale e Tor Pignattara, spesso ingiustamente tagliate fuori dal contesto cittadino; attraverso degli occhiali 3D si viene improvvisamente catapultati nella complessa realtà di Ostia, una bellezza in degrado difesa dall’azione, dalla vivacità e dalla tenacia dei giovani del Wave Market. È proprio questo mercato artigianale che, in un’edizione speciale, viene trasportato nella vivace Testaccio: non solo gioielli e abiti handmade o vintage, ma anche stampe di designer che vedono l’impegno quotidiano e la creatività di numerosi ragazzi, quegli stessi ragazzi che credono ancora in una Roma migliore, sfondo di un patrimonio fortunatamente indimenticabile ma che bisogna affrontare con uno sguardo diverso: quello dei giovani che popolano la città.

 

-Daniela Di Placido.

Se tutte le stelle del mondo a un certo momento venissero giù

Un bambino seduto su una grande valigia antiquata che legge un libro al chiaro di luna sovrastato da un’enorme scritta rossa: felicità. Lo avrete forse visto a Roma, su un cartellone pubblicitario lungo una strada o su uno schermo nella parete di una banchina della metropolitana; forse vi sarete anche chiesti se quel bambino possa dirsi felice, se un cielo stellato e la lettura di un libro possano realmente migliorare l’umore; forse vi sarete addirittura chiesti cosa sia la felicità e in cosa essa consista. Questo il quesito su cui si è discusso a lungo, con volti noti della letteratura e non solo, nei due giorni cruciali di Libri Come, la Festa del Libro e della Lettura ospitata all’Auditorium Parco della Musica dal 15 al 18 marzo; un quesito, quello sulla felicità e il modo di raggiungerla, che attanaglia l’umanità dall’inizio dei tempi e che ha occupato la mente di molti grandi filosofi e scrittori del passato.

«Se vuoi essere felice, comincia ad essere felice» è una delle quattro citazioni cardine dell’evento: questa massima di Lev Tolstoj invita a vedere la felicità come qualcosa di raggiungibile attraverso la volontà e la perseveranza, ma nel corso delle varie rassegne — che hanno compreso presentazioni di libri, incontri con gli scrittori, vere e proprie esibizioni e quattro “lezioni di felicità” — tale concetto si fonde con altri ad esso simili, diversi o del tutto opposti. Talvolta la felicità è vista come uno scopo; altre è invece un “carburante” che ci permette di raggiungere i veri obiettivi della vita. La scrittrice spagnola Clara Sanchez crea un parallelismo fra la ricerca di un altro sé, di un’altra persona, della verità — temi che ricorrono fin dal suo primo successo nei suoi racconti — e quello della felicità.

Sebbene oggi la felicità sia considerata quasi come un bene materiale qualsiasi, esprimibile in maniera concreta attraverso mezzi economici, essa è in realtà un concetto astratto, misurabile esclusivamente attraverso la nostra voglia di vivere. «Quale?!» potrebbe essere la risposta di Zerocalcare, che — intervistato insieme ad Atlan da Stefano Bartezzaghi — una volta ricevuto l’invito a partecipare alla rassegna si è posto la domanda forse più impulsiva: «Che cazzo c’entro io con la felicità?». Il fumettista ha poi ammesso di avere un brutto carattere e di diventare di pessimo umore anche per cose di poca importanza — come le pile scariche di un telecomando.

Per capire se siamo felici o meno dovremmo innanzitutto conoscere il significato della parola felicità, ma come spiega Marco Malvaldi nella Prima Lezione di Felicità. La scienza, neppure il dizionario sa descrivere con fermezza ed esattezza cosa essa sia; spesso si pensa coincida con il conseguimento dei nostri obiettivi ma in realtà una volta raggiunti cadiamo vittime di una sensazione che ci fa brancolare nel buio, sprofondare nel baratro. Altre volte si è convinti che per provare felicità basti molto meno e siano sufficienti quelle che chiamiamo “le piccole cose”; il principio è lo stesso di quelle che in matematica sono definite derivate: la funzione cambia rispetto al suo dominio, ma non conta il valore assoluto del cambiamento bensì quanto velocemente esso avviene. Nelle successive Lezioni si parla di amore — con Diego De Silva ed Ester Viola — di scuola — attraverso la collaborazione di Save the Children e di economia —in cui Emanuele Felice offre una diversa definizione di felicità per ogni epoca della storia umana secondo il pensiero filosofico e l’organizzazione sociopolitica del periodo.

La felicità non è tangibile, anche quando crediamo di poterla vedere o toccare: è una sensazione, una situazione o un odore, «come quando si torna

 a casa dall’ospedale» ha suggerito Piero Angela citando Linus, ammettendo di essere stato davvero felice dopo la pubblicazione del suo primo libro; o, come la descrive Andrea Camilleri, è il profumo di citronella inalato per caso pedalando in bicicletta. Talvolta è una sensazione razionale — come quando il sapere che una determinata pianta cresce in zone ricche di risorse idriche ci convince di poter bere un po’ di acqua fresca — altre è del tutto improvvisa e istintiva, presente in noi ancor prima di accorgersene. «Arriva mentre meno te l’aspetti e forse mentre meno te la meriti ed è fatta di un nulla, sapete, come quelle farfalle che voi prendete per le ali, poi le lasciate andare, rivolano e sulle dita v’è rimasto un po’ di polvere color d’oro. Fate così e la polvere va via. Era la felicità e non ce ne siamo accorti» continua Camilleri, facendo scivolare avanti e indietro indice e pollice. 

La durata della felicità deve essere breve, perché altrimenti ci bruceremmo come una falena davanti alla candela: così breve che, nell’evento di chiusura dell’intero festival, la felicità viene rappresentata da soltanto un anno, il 1968, con le sue università occupate, la rinascita del pensiero politico e il cielo azzurro. Se per alcuni, come Luciana Castellina, quell’anno e le sue innovazioni sono destinate a non tornare e chi ha avuto la possibilità di viverlo (come lei) si deve reputare quasi un privilegiato, altri, fra cui Paolo Mieli, credono che un nuovo ’68 sia possibile, scaturito dalla mancanza di ideologie degli ultimi anni. La rivoluzione è dietro l’angolo e spero che con il ’68 troviate anche solo un infinitesimo della felicità che andate cercando.

-Beatrice Tominic.

I vinti

L’Umanità si serve della tecnologia dalla preistoria. Nell’espressione più generale essa consiste nell’evoluzione puramente tecnica, negli strumenti creati dall’uomo per potenziarsi, per facilitarsi il lavoro e per renderlo economicamente più efficiente e più efficace.
Ad ogni progresso tecnologico si sono sempre accompagnati enormi cambiamenti dal punto di vista economico e conseguentemente della società a livello strutturale e culturale.
E’ opinione comune che la nostra cultura stia vivendo un momento di crisi – intesa come mutamento, senza giudizi morali- e che essa abbia una determinata correlazione con ciò che la tecnologia ci sta facendo, nel bene e nel male.
Entriamo sulla metropolitana e vediamo uomini e donne di ogni età totalmente assorbiti dai loro “telefoni intelligenti”, lontanissimi l’uno dall’altro nonostante si trovino a pochi centimetri, isolati con le cuffiette nelle orecchie. Una signora anziana si avvicina, vuole conversare nell’attesa raccontando storie più che vecchie ormai antiche, di un mondo che è esistito pochi decenni fa ma che è già storia.
E’ diventato reale ciò che soltanto una decina di anni fa sognavamo, ciò che ci procurava stupore è diventato parte della nostra routine
La gestione di uno strumento elettronico semplicemente con la pressione dei polpastrelli, comandi vocali, localizzazione da satellite con precisione di pochi metri.
La possibilità di entrare nella vita di qualcuno dall’altra parte del mondo, la diffusione istantanea e globale delle notizie, vere o false, insignificanti e cruciali, in una continua costante fagocitazione di immagini, video, volti che non rivedremo mai più.
E questo è solo ciò che vediamo come semplici componenti della massa. E’ soltanto l’inizio.
Dagli albori dell’essere umano l’utilizzo diffuso di ogni nuova invenzione diviene abitudine nel corso di non molto tempo. Non è difficile osservare come l’Uomo divenga dunque dipendente da essa, relativamente a bisogni legati alla sopravvivenza fino alla più semplice facilitazione nella vita quotidiana
Quello che ci aspetta è probabilmente un mondo nel quale l’uomo e la macchina diventeranno inscindibili, nel quale il concetto di Umanità verrà rielaborato, evolvendosi, come ha già fatto tante volte in passato. Ma non basta.
Questa volta si parla di strumenti che per la prima volta nella storia possono superare l’intelligenza e la comprensione non solo dell’essere umano, ma dell’Umanità tutta. Siamo riusciti a creare dei calcolatori che in un istante possono conoscere ed analizzare quello che l’uomo più geniale non riuscirebbe ad elaborare in mille vite.
Stiamo passando le colonne d’Ercole e non siamo ancora consapevoli di ciò che ci aspetta dall’altra parte.
Molto spesso tale rivoluzione viene demonizzata. In particolare nei paesi così detti “avanzati” si guarda alla tecnologia come produttrice di ansie e depressione, come fonte di alienazione. Si teme la perdita stessa della nostra capacità di pensare, si immagina una generazione di idioti incapaci di ragionare e creare avendo delegato ogni compito manuale ed intellettuale alle macchine e avendo perso la concezione di giusto e di sbagliato, l’uomo ridotto ad un “Serafino Gubbio Operatore” Pirandelliano, passivo e insensibile.
Questa visione è comprensibile, i cambiamenti ci spaventano e l’istinto di conservazione ci spinge al riparo da ogni possibile minaccia.
Tuttavia è probabilmente questo il concetto di progresso, che ha insito in sé il mutamento.
Verso cosa? Verso il meglio? Verso la distruzione?
Nel processo evolutivo non c’è spazio per la morale, ma solo per l’adattamento. In un mondo come il nostro, nonostante la selezione naturale sembra riguardarci sempre meno, non illudiamoci di poter sfuggire a questa legge.
Il progredire tecnologico verso un’intelligenza artificiale che rivoluzionerà il concetto di Umanità e si imporrà sull’intelligenza umana non è uno scenario apocalittico, ma è perfettamente coerente con ciò che nel corso dei millenni ci ha spinti fin qui, dal primo australopiteco al primo uomo sulla Luna.
Siamo collettivamente Noi gli artefici di questa evoluzione della quale stiamo soltanto vedendo la semina.
La sofferenza che proviamo nel cambiamento è reale e necessaria.
In ogni cambiamento sociale, politico, tecnico esiste chi si estingue, chi non è in grado di adattarsi.
Che sia tutta l’Umanità a non farcela o solo una parte di essa.
Sono “I Vinti” di cui già raccontava Giovanni Verga, coloro che non riescono a lasciarsi trasportare dalla fiumana del progresso ma che nuotano controcorrente, forse consapevoli della necessaria sconfitta ma incapaci di arrendersi, incapaci di rinunciare a se stessi e ai loro valori.
Ed è forse questa la caratteristica più Umana.