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Il Traditore

‘‘Buscetta è stato un uomo che ha cambiato tante facce -anche fisicamente- quanti posti ha abitato e quante persone ha conosciuto. Egli era un uomo capace di parlare con un brasiliano come se fosse brasiliano, di mettersi di fronte ad un giudice cercando di pensare di essere un collega e di manipolare la realtà di cui voleva essere parte, tuttavia il nostro film, vista la persona che era, non cede alla tentazione di farlo diventare un’icona.’’

Sono queste le parole che Pier Francesco Favino esprime per descrivere il personaggio di Tommaso Buscetta, da lui magistralmente interpretato nel film Il Traditore (2019), scritto e diretto da Marco Bellocchio, prodotto da Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution.

La storia verte su un mafioso palermitano, che sul finire degli anni 80 partecipa ad una cena il cui scopo è quello di sancire la pace tra le famiglie di Cosa Nostra e quelle Corleonesi. Nonostante un accordo trovato per gestire in maniera tranquilla e pacifica gli scambi di droga, il protagonista, chiamato ‘‘Il boss dei due mondi’’ percepisce una guerra imminente. Decide quindi di fuggire in Brasile, lasciando i suoi due figli, uno dei quali tossico dipendente, al suo caro amico Pippo Calò. In Sud America Buscetta riesce a crearsi una nuova vita, che non durerà, poiché come lui stesso sa, non si esce dal giro di Cosa nostra. Il boss dei due mondi tornerà in Italia dopo essere stato scoperto dalla polizia locale. Una volta tornato a casa, gli viene offerta l’opportunità di collaborare con la giustizia ed in particolar modo con lo storico magistrato Falcone per smascherare i vertici di una mafia ormai potentissima e senza scrupoli. Ciò avrà come conseguenza un inevitabile odio nei suoi confronti che condurrà i suoi ora nemici ad eliminare persino componenti innocenti della sua famiglia (compresi i suoi figli) per intimorirlo.

La pellicola segna un gran ritorno alla regia per Marco Bellocchio, il quale si è preso il rischio e la responsabilità di affrontare un argomento estremamente delicato. Personalmente non reputo sbagliata la sua scelta, mi rendo conto che la storia della cinematografia italiana è ricca di film riguardanti le vicende della criminalità organizzata siciliana, tuttavia è necessario riportare alla memoria di noi cittadini quanto accaduto in passato, in maniera tale da non commettere gli stessi errori. Ho apprezzato il lavoro svolto insieme allo scenografo e al direttore della fotografia, sono infatti notevoli le ambientazioni, le luci e gli accostamenti di colore che ricreano in maniera perfetta i luoghi e l’atmosfera anni 80-90. L’autore è stato in grado di tenere alta l’attenzione dello spettatore per tutta la durata del film, che equivale a 2 ore e 35 minuti.  Non era di certo facile riuscire nell’intento, poiché i personaggi dialogano fra di loro prevalentemente in dialetto siciliano e in portoghese. La scelta del regista si è rivelata la migliore, sentire parlare i protagonisti con il loro idioma originale, infatti, rende il tutto più realistico e avvincente e ha consentito agli interpreti una piena immedesimazione nei ruoli. Lo testimonia l’interpretazione oserei dire sublime di Favino, il quale ha dovuto imparare e saper interpretare un testo distante da quelli ai quali è stato abituato fino ad ora. Egli non lascia trasparire per nemmeno un minuto la ‘‘recita’’ e si presenta ai nostri occhi come un siciliano autentico, regalando al pubblico un personaggio perennemente tragico, ma allo stesso tempo lungimirante, che sa adattarsi in svariate situazioni. Buscetta è un uomo che non ha paura di niente e di nessuno, ‘‘nemmeno della morte’’ come lui stesso afferma, tuttavia non mancano momenti in cui s’intravede anche una profondità e una drammaticità umana che non lasciano indifferenti. Posso definire questa interpretazione, senza ombra di dubbio, la migliore della carriera dell’attore romano, cosa che ha certamente aiutato il film a gareggiare al Festival di Cannes per la Palma d’oro. Riconosco infine l’ottimo lavoro dei truccatori; sul volto dei personaggi il tempo sembra scorrere in maniera del tutto naturale, anche in questo caso, non traspare mai l’ombra del fittizio.

L’Italia ha necessità di altri film di questo calibro, di maggiore visibilità, di registi e attori con il giusto talento e la voglia di farsi vedere a livello internazionale. ‘‘Il Traditore’’ testimonia che possiamo portare a testa alta la nostra arte al di fuori dei confini della nostra penisola, magari toccando temi delicati come quello trattato in questo piccolo-grande capolavoro italiano, firmato Marco Bellocchio.

-Simone Silvestri

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A ciascuno il suo “Duel”

È complicato, a distanza di così tanto tempo dall’ultima recensione, ritrovarsi a scrivere qualcosa di nuovo su questa rubrica. Soprattutto se è un periodo in cui hai messo in discussione il ruolo del critico amatoriale e ti senti un po’ in colpa per aver fatto passare per verità assolute – e condite di arroganza – quelle che sono state le tue impressioni su questo o quel prodotto audiovisivo. Mi piace tantissimo crogiolarmi in questa zona neutrale, ma credo sia arrivato anche il momento di provare a fare un passo oltre. Quindi eccomi di nuovo, ma in una veste diversa, a parlare dei film che mi hanno lasciato qualcosa e che sento di consigliarvi.

L’Ultimo Piano è il film che corona la fine del triennio degli studenti della scuola di cinema Gian Maria Volonté. Il progetto infatti ha coinvolto, divisi tra tutte le mansioni, circa sessanta ragazzi. Nove di questi hanno curato la regia (Giulia Cacchioni, Marcello Caporiccio, Egidio Alessandro Carchedi, Francesco Di Nuzzo, Francesco Fulvio Ferrari, Luca Iacoella, Giulia Lapenna, Giansalvo Pinocchio, Sabrina Podda), tutti giovanissimi ma con del potenziale. La pellicola segue le vicende di vari personaggi: Mattia, un rider che pedala da una parte all’altra della Capitale per consegnare cibo a domicilio; Diana, una studentessa fuori sede; Flora, una mamma single che non ha ancora abbandonato l’adolescenza; infine Aurelio, ex musicista imprigionato nel passato. Vite diverse, storie diverse, accomunate da una sola cosa: un appartamento, quello in cui vivono tutti. Sarà infine l’arrivo di Adriano, il figlio di Flora, a cambiare le loro vite.

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La prima cosa sulla quale voglio soffermarmi è il cast; spiccano i nomi di Francesco Acquaroli (Samurai in Suburra La Serie) e Simone Liberati (Zero ne La Profezia Dell’Armadillo), in un cast che nel complesso vede attori ben calati nel ruolo. I personaggi quindi, oltre ad essere interpretati molto bene, risultano verosimili sia per la caratterizzazione che per le situazioni in cui si trovano ad interagire. Si vede che chi li ha scritti conosce bene ciò di cui sta parlando, infatti proprio gli autori affermano: “abbiamo tutti un’età molto vicina a quella dei personaggi che raccontiamo. Con loro condividiamo la precarietà e molti timori, ma anche una delicata indefinitezza che in questo film […] abbiamo cercato di raccontare con sincerità”.
Personalmente avrei preferito che qualche questione fosse approfondita maggiormente, ma forse questa assenza di dettagli è il vero punto di forza del film.

Traendo le conclusioni, L’Ultimo Piano è la prova di maturità di questi ragazzi, un po’ come è stato per Spielberg con Duel. Tratta argomenti maturi e le carenze passano comunque in secondo piano per via della qualità di mezzi e persone che ci sono dietro. Nonostante la dimensione corale e accademica del progetto, non si avverte un’eccessiva mancanza di visione d’autore, punto sul quale auguro ai nove giovani registi di aver modo di continuare a lavorare in futuro, mettendo su altri progetti, così da poter mostrare liberamente al mondo non solo il talento tecnico, ma anche la loro visione individuale del mondo. Magari ci regaleranno anche un cinema diverso in Italia.

-Matteo Verban

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“Cause for every lost soul there’s a blender to love”

Cotto e Frullato è stata una delle webseries italiane che ho seguito con più piacere nel corso degli anni, vuoi perché non sembra amatoriale sotto molti punti di vista, vuoi perché non copia spudoratamente la serie britannica Misfits.
Il format è quello tipico dei programmi di cucina ma ogni ricetta è destinata a finire in un frullatore e ad essere bevuta anziché mangiata. Col passare degli episodi poi si era sviluppata una trama orizzonta molto interessante: infatti gli stessi spettatori su YouTube facevano parte della serie, i personaggi con i loro profili personali andavano a commentare gli episodi facendo sì che lo sviluppo della trama non si limitasse alla sola durata dell’episodio ma continuasse a livello social. Inoltre il fatto che alcuni attori come Maurizio Merluzzo o anche il regista Paolo Cellammare abbiano interpretato loro stessi fa cadere la quarta parete e dona un forte senso di realismo (molti spettatori caddero a tal punto nel meccanismo da credere Maurizio veramente morto) pur se mitigato dalla presenza di elementi fantastici.
Dopo la prima stagione, conclusasi nel 2013, ne è seguita una seconda nel 2015 che ha avuto uno sviluppo molto particolare: il quinto episodio termina con un cliffhanger che sfonda di nuovo la quarta parete, poiché la richiesta di un riscatto è in realtà una campagna di crowdfunding per realizzare un film conclusivo. Con Cotto e Frullato Z: The Crystal Gear si compie il balzo da YouTube al grande schermo. Il film è da poco uscito in DVD e questo ha permesso ai fan che si erano persi le proiezioni-evento nelle varie sale italiane, tra i quali, ahimé, io, di scopire la fine delle vicende di Maurizio. Ora che ho potuto vederlo posso finalmente parlarvene.

Innanzitutto c’è da dire che la mole di rimandi sia a vari registi – come la sequenza che grazie al montaggio frenetico ricorda Requiem For A Dream di Darren Aronofsky – sia agli episodi della serie, con l’aggiunta delle classiche gag di Maurizio e altri elementi grotteschi ricorrenti, porterà i fan ad apprezzare la pellicola con molta facilità. Io però voglio fare un’analisi leggermente più approfondita. C’è da fare un plauso alle interpretazioni di Maurizio Merluzzo e Gianandrea Muià (che forse qualcuno conoscerà per il suo canale di doppiaggio Orion – Web Dubbing), veramente impeccabili; gli altri ricadono ancora in una performance troppo “amatoriale” e si crea in tal senso un contrasto non molto piacevole all’interno della pellicola. In ogni caso la scrittura dei personaggi non mi è dispiaciuta, il problema sta, secondo me, solo nelle interpretazioni appunto. Anche la vicenda è molto scorrevole, si segue con piacere e ha quell’aggiunta di fantastico – il Crystal Gear – che non stona per niente ma anzi si adatta benissimo all’universo di Cotto e Frullato. Si fanno apprezzare le musiche, tra le quali spicca Bestie di Seitan  dei Nanowar Of Steel, ma anche gli altri brani non sono da meno.
Concludendo, rimane una pellicola godibile, Paolo Cellammare ha dimostrato di saper realizzare un discreto prodotto e sicuramente in futuro saprà offrirci anche di meglio, rimango speranzoso e continuerò a supportare i suoi lavori perché il cinema indipendente, se valido, va sempre supportato.

 

 

-Matteo Verban

Il Club Dei 27: «Giuseppe Verdi era fondamentalmente un gran figo!»

È semplicemente così che Mateo Zoni riassume, durante l’intervista rilasciata a CulturArte, il Giuseppe Verdi che ha voluto raccontare nel suo film Il club dei 27, distribuito nelle sale italiane il 26 febbraio scorso dall’Istituto Luce Cinecittà. La pellicola, a metà tra un documentario e una fiction, ci mostra un Verdi inusuale e un po’ rockstar attraverso il racconto di una divertente storia vera. Protagonisti i giovanissimi e impeccabili Giacomo Anelli e Irene Carra.

 

Ventisette sono le opere di Giuseppe Verdi, considerato il massimo compositore italiano. Nel paese del melodramma, Parma, dal 1958 c’è l’esclusivo Club dei 27: non è Forever 27, famoso club delle rockstar morte a quell’età, ma un club di persone che si chiamano come le opere di Giuseppe Verdi. Si presentano così: «Piacere, Traviata, Rigoletto, Giovanna d’Arco…». Così, nelle stesse zone in cui Verdi visse ed esercitò la sua arte, per i suoi estimatori tutto scorre nel migliore dei modi, fino all’arrivo di un ragazzino di soli 11 anni: Giacomo Anelli. Profondo conoscitore di musica classica e in particolar modo delle opere di Giuseppe Verdi (che considera quasi una guida spirituale), nonostante la tenera età il giovanotto è deciso a far parte dei 27, tanto da procurarsi la divisa e la spilla del club. C’è però un problema: non solo Giacomo è decisamente troppo piccolo, ma la carica di ogni membro del club dura a vita e, se uno di loro non muore, non c’è speranza di prendervi parte…

 

Allora Mateo, prima di tutto per rompere il ghiaccio volevo dirti che, non appena averlo sentito, del tuo film mi ha subito incuriosita il titolo in realtà: “Il club dei 27” rimanda infatti all’omonima espressione inglese che si riferisce agli artisti, principalmente cantanti rock, morti all’età di 27 anni. La cosa mi ha fatto sorridere ed è un riferimento voluto, immagino.

Mateo Zoni: Certo, era ovviamente un trucchetto per invogliare le persone a guardarlo perché, insomma, se pensi di trovarci Kurt Cobain invece di Giuseppe Verdi magari un pensierino ce lo fai. C’eri cascata, eh? [rido, ndr.] No dai, a parte gli scherzi, oltre al riferimento pop “Il club dei 27” è anche il vero nome del club di appassionati verdiani realmente esistente nelle zone di Parma, perciò diciamo che ho preso due piccioni con una fava.

Beh ottimo allora! Però a dire il vero la cosa in un secondo momento mi ha fatto sorridere anche perché, paradossalmente, il Verdi che dipingi tu nel tuo documentario è davvero una rockstar, è un Verdi che hai a dir poco strappato alla sua solennità, no?

Zoni: Certamente! Ma in realtà Giuseppe Verdi lo è davvero, è una rockstar. Lo si mostra sempre così imbalsamato e impettito ma non ci si rende conto che, anche e soprattutto in relazione a ciò che ha rappresentato per gli italiani a suo tempo — tralasciando un secondo la portata artistica, storica e socio-culturale che gli è giustamente dovuta — lui era fondamentalmente un gran figo!

Ti avverto che questa cosa che hai appena detto la scriverò esattamente così, cioè  utilizzerò «gran figo».

Zoni: Devi farlo, mi offendo altrimenti.

Benissimo. Per quanto riguarda l’ispirazione, invece, che mi dici? Non ti sarai svegliato un bel mattino con già in testa l’idea di andare a scovare e raccontare “Il club dei 27” tramite gli occhi di un piccolo genietto che vorrebbe tanto farne parte. Sembra qualcosa di strutturalmente complesso e quanto mai singolare che, presumo, avrà richiesto un pochettino di ricerca e lavorazione.

Zoni: A dire il vero non eccessivamente, no. Io sapevo che volevo raccontare Giuseppe Verdi e, nello specifico, la relazione che si era formata tra lui e gli abitanti delle zone in cui ha vissuto, principalmente Parma, per cui egli stesso ha fatto e dato molto; sapevo poi che doveva trattarsi di un documentario ma di una diversa forma, meno rigida e noiosa, dovevo solo trovare una chiave narrativa diciamo. Così l’Istituto Luce Cinecittà mi ha consigliato di indagare su questo club, che risale al 1958 e si rinnova ciclicamente, di 27 appassionati che dedicano il loro tempo libero alla memoria di Giuseppe Verdi. Ora, confesso che messa così la cosa non mi convinceva un gran che, perché sebbene il soggetto fosse molto interessante, parlavamo pur sempre delle vicende di un gruppo di uomini piuttosto anziani che non avrebbero avuto molta presa anche sulla metà di pubblico “giovane” diciamo, no?

Ah, lo chiedi a me che mi aspettavo Kurt Cobain?

Zoni: [ride] Esattamente! Per questo mi sono entusiasmato molto quando sono andato a parlare con i membri del club e, poco prima di andarmene sconsolato, mi hanno raccontato la divertente e soprattutto vera storiella di questo ragazzino, tale Giacomo Anelli, che da un po’ di tempo andava continuamente a bussare alla loro porta, si vestiva come loro, era un esperto verdiano quanto loro nonostante la tenera età e soprattutto voleva ardentemente essere uno di loro. Subito ho pensato: «Ecco, adesso sì che ci siamo! Devo conoscerlo!». Da lì in poi, essendo una storia così buffa, particolare e interessante da raccontare, il film era in pratica già scritto.

Poi la figura di Giacomo, del tutto sui generis, credo ti abbia aiutato molto a trovare un linguaggio simpatico ma comunque deciso e professionale che potesse toccare tutti. Forse è stato quasi fondamentale, oserei dire.

Zoni: Assolutamente, togli pure il “quasi”, perché Giacomo è stato capace di raccontare Verdi come se fosse suo zio ed era impossibile non empatizzare con lui. È stupefacente credo, agli occhi dello spettatore, questo ragazzino con questa passione fortissima e singolare che se ne sta lì a parlarti in modo così franco del Giuseppe Verdi che gli sta tanto a cuore. O, almeno, ai miei occhi è stato subito stupefacente. Poi è così piccolo e carino e allo stesso tempo ha le idee così chiare che in qualche modo devi dargli retta per forza, no?

Su questo non c’è ombra di dubbio, da spettatrice posso assicurartelo. Poi — correggimi se sbaglio — mi sembra che in alcuni punti del film a Giacomo sia anche affidato il compito di “impersonare” Verdi in alcune salienti vicende della sua carriera.

Zoni: Non sbagli affatto, anzi da una parte questa tua domanda mi fa sentire un pochettino sollevato perché non era in effetti semplicissimo da comprendere. Diciamo che per rendere il tutto abbastanza scorrevole, dal momento che volevo un documentario ma senza dubbio non volevo nulla di noioso o troppo didascalico, ho voluto unire circa tre linee narrative: quella del bambino melomane istruito da suo nonno, che gli faceva ascoltare musica classica fin da piccolo, l’avventura di lui per entrare nel club e infine la parte riguardante la biografia di Verdi, recitata proprio dal piccolo e unita alla componente documentaristica, formata dal repertorio di foto e video d’epoca dell’Istituto Luce Cinecittà. In questo modo la scena cambiava continuamente assetto, alternandosi in queste tre vesti, e la visione non risultava monotona o piatta come rischiava invece di succedere affidandosi totalmente allo stile documentaristico classico.

Di nuovo — parlando sempre da spettatrice, s’intende — devo trovarmi d’accordo con te. Per quanto riguarda invece la scelta di fare un prodotto che fosse a metà tra il documentario e la fiction, come mai non hai scelto la strada del biopic, magari con il piccolo Giacomo come protagonista? Ha senza dubbio talento, sarebbe stato in grado secondo me di reggere un film vero e proprio. Non avresti raccontato questa storia in nessun altro modo?

Zoni: No, non credo avrei mai raccontato questa storia in un altro modo: questa è la forma secondo me più credibile perché parte da una realtà concreta. L’avventura quasi alla Harry Potter di Giacomo è vera al 100% e l’avremmo falsata rendendola la sceneggiatura di un film completamente di fiction. Non è un caso che abbiamo voluto aprire il documentario con una delle sue interviste. All’inizio delle riprese aveva 11 anni, infatti abbiamo poi dovuto inserire un salto temporale, che poi si intervallano per tutta la durata del film. Diciamo che, essendoci già i presupposti documentaristici forniti dal contesto reale, c’era anche la possibilità di introdurre poi scene di finzione e non avevamo bisogno d’altro: mi piace sempre cercare di raccontare la realtà e offrire allo spettatore un contatto particolare con la storia.

Beh, se posso dirlo, alla fine l’hai sfangata molto bene, ma diciamo che non hai scelto una strada semplicissima. Voglio dire, tutte queste linee narrative da unire in un documentario che in realtà lo è solo in parte, come minimo avrai litigato svariate volte con chi si occupava del montaggio.

Zoni: [ride] Non sai quanto hai ragione! Mi piace complicarmi la vita, eh? Ma poi la cosa bella è stata che, delle quaranta persone che lavoravano per me, nessuno sul set capiva bene cosa io stessi facendo e io dovevo dare l’idea di star seguendo una direzione precisa e chiara quando in realtà io stesso non avevo ben chiara la situazione. È stato tutto un esperimento che poi si è inverato e, nonostante comunque avessi sempre avuto un progetto mentale di cosa volevo, ho capito davvero cos’era quando l’ho finito. Ovviamente tutto ciò ha creato vari contrasti con chi si occupava del montaggio — come hai intuito tu — perché era qualcosa di davvero complicato da fare, simile a un mosaico: non c’era una voce narrante che spiegasse qualcosa, quindi doveva essere tutto legato bene e in maniera perfettamente comprensibile senza spiegazioni. Poi non volevo risultasse pesante, perciò le interviste, le scene di finzione e i video e foto d’epoca andavano montati in maniera complementare e alternata non in tre compartimenti stagni sequenziali. Questo ha messo tutti un po’ in difficoltà, ma alla fine il risultato mi sembra sia stato abbastanza gradevole.

Assolutamente sì! Già il fatto che Rai 1 abbia deciso di mandarlo in onda come “Speciale” ne sancisce una certa qualità, credo, poi se calcoliamo che lo ha mandato la sera di Pasqua — in seconda serata, per giunta — e nonostante queste condizioni apparentemente avverse “Il club dei 27” ha comunque ottenuto ottimi dati di share, puoi largamente ritenerti soddisfatto direi.

Zoni: [ride] Sì, beh, in effetti non mi sarei mai aspettato di ottenere lo stesso share de “L’Isola dei Famosi” quella sera. Poi la cosa che mi ha davvero stupito è stata la popolarità tra i giovani, tra i più piccolini nello specifico, anche nelle sale: questo significa che davvero la storia ha avuto su tutti, indifferentemente dall’età, la potenza e l’impatto visivo che desideravo. I riconoscimenti vinti a Bologna, anche, mi hanno davvero aperto il cuore e sono arrivati in maniera del tutto inaspettata, considerando che non mi aspettavo affatto questo livello di gradimento e risonanza: era un film che sentivo di fare più che altro per me, così come tutti gli altri del resto.

Cosa intendi con quest’ultima affermazione? Considera che è la mia ultima domanda, perciò rispondimi come se in chiusura dovessi spiegare a un giovane e aspirante regista, ovvero al te di poco tempo fa visto che non siamo poi così lontani d’età, cosa serve per fare il tuo lavoro. Anzi più che altro come “ce la si fa” a farsi spazio tra i colossi del cinema e a fare il tuo lavoro ad oggi.

Zoni: Eh… Ti piacciono le domande difficili, vero? [ridacchia] Dunque, senza dubbio ci vuole tanta determinazione e forza d’animo: come hai detto tu bisogna farsi spazio tra dei colossi, il che significa che bisogna anche essere preparati a prendere parecchie “mazzate”. Poi come ho detto a me piace pensare che ogni film vada fatto per se stessi indipendentemente dalla ricerca dei consensi di pubblico e critica. Sia chiaro, non sono uno di quelli che schifano a prescindere la “commercialità” nei prodotti cinematografici: esistono vari generi cinematografici proprio per questo e anche a me piace sedermi in tutta leggerezza a guardare una bella commedia o un action pieno di effetti speciali da panico; penso solo che non si debba mai rinnegare la propria essenza quando si decide di fare il regista, perché in ogni film c’è un pezzo di chi lo ha girato e voluto. Intendevo questo dicendo che, pur non aspettandomi un tale livello di gradimento e risonanza, l’ho fatto comunque questo film, come tanti altri che sapevo potessero risultare forse un po’ “particolari” o difficili da realizzare. Che poi, mi sento di dire soprattutto questo ad un aspirante regista, è importantissimo mettersi sempre in difficoltà: bisogna sapersi sfidare all’ultimo sangue per poi vincersi e riuscire ogni volta, sempre meglio.

Bene Mateo, nell’informarti che quest’ultimo pensiero lo metterò in evidenza quando lo scrivo, [ride] ti ringrazio anche a nome di CulturArte per aver parlato con me e ti auguro di continuare a raccontarci così bene mille altre storie dalla tua postazione di regia.

Zoni: Grazie a voi ragazzi, me lo auguro anche io!

-Margherita Cignitti.

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La (Cine)città delle bellissime bugie

In un sabato pomeriggio di aprile — che evidentemente è un giugno prematuro, data l’afa permanente — ho attraversato la bella Roma in lungo e in largo per arrivare a Cinecittà partendo da Roma sud. Ci ho impiegato due ore ma ne è valsa la pena: sono approdata in un parco grande quanto il mio paese, pieno di gente, prati verdi e studi televisivi. Girando l’angolo mi sono ritrovata a Poggio Fiorito (dove pensavo di trovare nonno Libero o Torello, ma si vede che al momento non erano in casa); dopodiché, 10 minuti più in là, mi sono ritrovata  tra i viottoli dei fori romani a percorrere l’Appia Antica, poi in Egitto, tra Marco Antonio e Giulio Cesare. Lo ammetto, quando avevo la frangia molti mi hanno fatto notare una certa somiglianza con Cleopatra, ma non pensavo che tra una mummia e infiniti rotoli di papiro mi sarei trovata così a mio agio! Cinque minuti dopo, però, mi sono sentita a mio agio anche nei panni di una concubina che, assieme a Cesare, beve dalle anfore un vino dolcissimo, quasi un mosto ricco di spezie e miele a tutte le ore del giorno.
Sebbene immedesimarsi in una mignotta non sia il sogno di vita di nessuna (o quasi), nell’Attrezzeria 107 di Cinecittà ci si sente per forza un po’ così: forse perché si è circondati da oggetti di ogni tipo, frutta (rigorosamente finta), scaffali pieni di brocche, bicchieri, boccali e vasi in porcellana, altarini, statue, forme di formaggio (ahimè, anche queste finte) e infiniti triclini — che, per intenderci, sono quei fantastici lettini di legno su cui ci si metteva di lato durante i banchetti: con una mano si teneva la testa, con l’altra si gustava un grappolo d’uva o un boccale di vino.

L’Attrezzeria 107, eccezionalmente aperta al pubblico per quattro weekend dal 7 al 28 aprile, è, per definizione della preparatissima guida, «l’attrezzeria mito», in quanto contenitore di tutti quegli oggetti che i set creator hanno selezionato per le scene di quei film kolossal che almeno una volta nella vita ognuno di noi ha visto. Stessa cosa vale per i 3 set permanenti che abbiamo visitato, dove hanno girato tra i tanti film il remake di Ben Hur, Il Messia e Rome, ossia la “Beautiful romana”: non è incredibile che da un semplice cancello si possa essere catapultati nell’antica Roma del Senato e del tempio di Venere prima, nella suburra romana tra le botteghe e le case della plebe poi, per finire in seguito a Gerusalemme?
Non è bellissimo ritrovarsi in un cortile in cui a destra c’è Assisi e la Firenze di Amici miei – come tutto ebbe inizio in una sola chiesa e a sinistra il famosissimo balcone da cui si affacciò Giulietta?
Ma Cinecittà non è solo i 3 set permanenti esterni: è anche 22 teatri posa; è la mostra su Fellini; è il leggendario Studio 5, il primo teatro di posa europeo che, con i suoi 80 metri quadri, ha ospitato Canzonissima, Amici e visto Benigni interpretare la Commedia, oltre ad essere stato la seconda casa di Federico Fellini — si narra addirittura che avesse un mini appartamento nei camerini; è il Teatro 5, contenitore di film come La dolce vita e Casanova… sì, c’è anche una piscina all’interno. 

A quanto pare la cinematografia è veramente l’arma più potente, come diceva Benito Mussolini, visto che Cinecittà è ancora in piedi dal 28 aprile 1937.

È bello pensare che la finzione e l’artificialità possano far sognare grandi e bambini.

A parer mio, le bugie non sono mai state così belle.

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-Caterina Calicchio.