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Dalla peste al coronavirus: l’arte durante le pandemie

Il coronavirus non è di certo la prima nefasta epidemia contro cui il mondo intero è costretto a fare i conti e quando l’attualità s’intreccia con la storia scaturiscono corrispondenze che mai avremmo immaginato. A testimoniarlo sono gli artisti di ogni tempo che con opere dalla straordinaria carica emotiva si sono sempre fatti portavoce dei più terribili flagelli umani.

La peste nera

Tra tutte le epidemie che si sono verificate nel corso della storia, quella di peste nera del Trecento, importata dall’Asia, fu senza dubbio tra le più spaventose, anche a causa dell’altissimo tasso di mortalità. Si stima che oltre il 30% della popolazione europea sia morta a causa dell’epidemia. Si trattò di una malattia dovuta ad un batterio trasmesso dai roditori presenti tra la Mongolia e il deserto del Gobi; probabilmente furono le guerre tra la popolazione mongola e cinese a provocare le condizioni sanitarie perché si diffondesse su scala mondiale.  Non deve sorprendere quindi che Il “Trionfo della morte” fosse un tema ricorrente nelle pitture medievali. La “terribile signora” veniva mostrata sempre in agguato, anche nei momenti di divertimento, proprio come si può notare nell’affresco palermitano. All’interno di una gigantesca pagina miniata la “Morte” è presente con un’insistenza quasi ossessiva, con crudele espressività viene raffigurata su uno spettrale cavallo scheletrico mentre ha appena scagliato una freccia: il lussureggiante giardino incantato viene così trasformato in un mondo pieno di vittime. 

L’influenza spagnola

È comparsa all’improvviso nelle fasi finali della Prima Guerra Mondiale e nei due anni successivi ha mietuto decine di milioni di vittime in tutto il mondo, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Un alone di mistero circonda questa aggressiva epidemia virale, ricordata come la più grave di tutta la storia umana, la quale venne infatti tenuta nascosta, almeno in un primo momento, dai vari regimi politici. Come primo metodo di difesa dalla malattia, venne richiesto di indossare delle mascherine, simili a quelle che siamo chiamati ad impiegare anche oggi, senza le quali era proibito l’accesso agli spazi pubblici.

Molti personaggi illustri morirono conseguentemente alla febbre spagnola ma L’arte e la letteratura ignorarono completamente la pandemia, ad accezione del pittore Egon Schiele. Nella “Famiglia” emerge tutta l’angoscia esistenziale di Schiele; l’opera venne realizzata pochi mesi prima che le giovani vite di questo piccolo e fragile nucleo familiare vennero spazzate via a causa della Spagnola, Egon infatti morì a soli ventotto anni, poco dopo la moglie, all’epoca incinta. La protagonista assoluta del dipinto appare essere la donna vista come nell’atto di generare con le gambe aperte, al centro delle quali spicca la figura di un bambino. Lo sguardo della fanciulla tuttavia non è rivolto all’osservatore ma è come perso nel vuoto, come se guardasse malinconicamente alla sua condizione, cosciente dell’ineluttabilità di un ruolo al quale è impossibile sottrarsi.

L’AIDS

Sono trascorsi quasi quaranta anni dalla descrizione dei primi casi della sindrome da immunodeficienza acquisita nota con l’acronimo inglese «Aids» che ha già causato 22 milioni di morti, per tre quarti africani. Nei paesi del Sud del mondo l’epidemia si espande senza controllo. Le azioni di educazione e informazione producono risultati deludenti.  Fu l’aids ad uccidere Keith Haring a soli 31 anni. Street artist per eccellenza, fece della metropoli newyorkese il suo studio personale: lo spazio urbano viene invaso da figure vigorose ed espressive, dalle forme semplici e sfavillanti; il tratto pieno di energia che caratterizza le sue opere è stato in grado di entrare nella memoria collettiva fino ai nostri giorni.  In “Ignorance = Fear” tre omini stilizzati, nell’atto di emulare le famose tre scimmie del “Non vedo, non sento, non parlo”, raffigurano un’esplicita denuncia al fatto che il problema della diffusione della malattia veniva deliberatamente ignorato dalle istituzioni: Keith Haring mette in guardia dall’ignoranza che genera la paura, da questa il silenzio e la morte.

Coronavirus

L’epidemia da CoViD-19 è quindi solo l’ultima di una lunga serie di epidemie che hanno sconvolto il mondo nel corso dei secoli. Durante la recente tragedia l’umanità intera è stata pervasa da un comune sentimento di fragilità e impotenza, la paura ha preso il sopravvento quando Il coronavirus ha sconvolto le nostre vite in modo inimmaginabile. Ma in questi giorni di quarantena forzata l’arte non ci ha mai abbonato. Opere modificate con mascherine e disinfettante per le mani, collage pop e messaggi di speranza: il Covid non ha di certo arrestato la creatività degli artisti!

L’arte può essere considerata come un impulso irrefrenabile che riflette l’interiorità spirituale di un essere umano travolto dal bisogno di mettere a nudo il proprio animo.  Attraverso l’uso di colori, parole, immagini, sculture e note musicali, gli artisti hanno raggiunto un intento ammirevole: permetteranno a questa, come a tutte le terribili epidemie che si sono susseguite nella storia del mondo, di non rimanere tra qualche anno una semplice statistica. 

“La ragazza con l’orecchino di perla” del famoso pittore olandese secentesco Vermeer, è stata trasformata da Lady Be in una infermiera. La dolcezza dello sguardo della giovane donna si fa portatore di un messaggio importante, l’opera infatti è stata realizzata per dire grazie a tutti gli “angeli” che in questi difficili giorni hanno lavorato negli ospedali sacrificando la loro vita per quella degli altri. Come ogni opera di Lady Be, famosa per i suoi “ritratti di plastica”, è stata creata con la sua speciale tecnica: si tratta un mosaico fatto di tappi di plastica, giocattoli, penne, bottoni, bigiotteria e altri oggetti di uso comune. La toccante opera di Lady Be è stata messa all’asta e il ricavato destinato a organizzazioni sanitarie impegnate in queste difficili settimane nella lotta all’epidemia.

Pensare alle conseguenze che Il Covid-19 ha generato nel nostro mondo può spaventarci, ma un dato è certo e non va trascurato: nessuna malattia è mai stata più forte dell’uomo! Nell’attesa di tempi migliori possiamo trovare un piccolo ristoro nell’arte. La bellezza di un’opera non rappresenta una negazione dei problemi del mondo ma al contrario ci fornisce uno strumento per sopravvivere alla disperazione. L’arte è una forma di propaganda che sostiene il lato migliore della natura umana. Ora non ci resta che, come scriveva Bernardo di Charles, salire sulle spalle dei giganti: “Noi siamo come nani assisi sulle spalle dei giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non perché abbiamo una vista più acuta o altra particolarità fisiologica, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro mole gigantesca”

Rebecca Linguanti

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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio