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Arte o pornografia? Facebook non sa riconoscere la bellezza

Facebook nel corso degli anni ha assunto le sembianze di Daniele da Volterra detto “il Braghettone”, il pittore chiamato in piena Controriforma “a rendere meno scandalose” le nudità dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina. Gli standard comunitari di Facebook vietano la pornografia e limitano la visualizzazione della nudità, eppure quando “l’algoritmo talebano” di Mark Zuckerberg entra in azione, con insistenza maniacale, censura la grande arte desnuda scambiandola per “pornografia”.

Il caso che voglio affrontare oggi è quello di un professore francese, Frédéric Durand, il cui profilo social è stato chiuso a seguito della pubblicazione di un’immagine del quadro “L’origine du monde”. Si tratta di una celebre opera del pittore realista Gustave Courbet esposto al Museo d’Orsay a Parigi.

Generalmente un’immagine si definisce pornografica quando lede la dignità di chi la osserva e promana sensazioni di degrado della femminilità o degli esseri che vi interagiscono. Il nudo è pornografico, quindi, quando “sfrutta” piuttosto che esaltare il corpo di un soggetto.

“L’origine du monde raffigura, con immediatezza quasi fotografica, un primo piano di una vulva femminile coronata da riccioli lunghi e neri. Il corpo della donna, adagiata lascivamente su un letto e parzialmente ricoperta da un lenzuolo bianco, è visibile solo dalle cosce che, divaricandosi delicatamente, consentono la visione intima fino al seno. L’opera è realizzata con un’audacia e un realismo tali da conferire alla tela una forte carica seduttiva. L’erotismo del dipinto, tuttavia, non sfocia nella pornografia, grazie alla grande abilità tecnica di Courbet e all’adozione di una sofisticata gamma di tonalità ambrate” (cfr. Wikipedia). Il quadro perciò, frutto di integrità e sensibilità, rappresenta l’esaltazione dell’immagine femminile, non di certo la sua mortificazione.

 La vicenda giudiziaria

La censura ha colpito Durant nel lontano 2011 e da quel momento per poter riutilizzare il social è stato costretto ad iscriversi con uno pseudonimo. Fino al 2016, anno in cui il caso è approdato in Francia. I legali dello sfortunato professore hanno condotto una battaglia legale contro Zuckerberg, rivendicando 20 mila dollari di risarcimento.

Lungo e tortuoso l’iter per portare la questione al vaglio della Corte francese. Il primo problema riguardava la possibilità di ottenere un giudizio nel Paese europeo: Facebook reclamava il diritto di svolgere il processo in California, sulle cui leggi si basano i termini e le condizioni accettate dagli utenti al momento dell’iscrizione e dove si trova la sede legale dell’azienda. Nel frattempo Facebook ha modificato le regole che riguardano il nudo, infatti dal 2015 è consentito pubblicare immagini senza veli se queste sono opere d’arte.

La proposta del colosso social fu quella di erogare al professore francese un rimborso simbolico di un euro, anche se ad oggi rimangono ignoti i motivi della sospensione dell’account, ridotti a una «semplice controversia contrattuale». La replica dell’avvocato di Durant non tardò ad arrivare: «La chiusura del profilo, subito dopo la pubblicazione dell’Origine du monde non può essere una coincidenza, l’account era attivo da due anni e mezzo».

Finalmente nel 2018 si è pronunciato il tribunale francese, convenendo che Facebook è in colpa e che la pubblicazione di un’opera d’arte non può essere motivo di sanzioni. Nel caso specifico, tuttavia, la corte non ha condannato il colosso americano a pagare la penalità di 25mila dollari richiesti dall’avvocato di Durant per risarcire i danni al suo cliente, adducendo a motivazione il fatto che l’utente ha potuto immediatamente creare un suo nuovo profilo. La decisione costituisce comunque un prezioso precedente giurisprudenziale per tutti i colossi del web, nell’auspicio che venga drasticamente e concretamente modificata la policy in materia di libertà d’espressione.

In un mondo permeato dall’uso del digitale, la modifica dei meccanismi che si celano dietro la censura può rappresentare un’occasione irrinunciabile per valorizzare e promuovere il patrimonio culturale, attraverso la fruizione dei capolavori artistici all’interno di piattaforme prive di confini geografici, ove risulta agevolato lo scambio di idee e punti di vista e quindi promossa una crescita culturale intelligente.

 -Rebecca Linguanti

La ricerca non ha dato alcun esito positivo. Riprova inserendo altri termini

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Danza e pittura: una grande storia d’amore

Lo spettacolo di danza contemporanea Alma Tadema, coreografato da Ricky Bonavita con la compagnia Excursus e le musiche di Francesco Ziello, è un omaggio al pittore vittoriano del XIX secolo Lawrence Alma Tadema. L’arte che incontra l’arte: un connubio perfetto tra danza e pittura, rappresentato sul palco del Teatro Vascello di Roma, venerdì 15 novembre 2019.

Sulla scena sei danzatori hanno ripreso i soggetti dei quadri di Alma Tadema, proiettati sullo sfondo, attraverso una narrazione episodica che ha dato luce alla ricostruzione della storia dell’antico mondo romano tra decadenza e fastosità. Una danza travolgente in cui ogni ballerino è stato protagonista dei diversi episodi, alternandosi in assolo e pezzi corali. Lo spettacolo è un prodotto della riflessione del coreografo sull’importanza dell’antichità e del suo ricordo nel presente. Si tratta di un viaggio di immagini trasposte attraverso i movimenti del corpo sul palco, in cui non mancano momenti di enfasi performativa volti a stupire e far riflettere  il pubblico. Le scene di maggior rilievo hanno visto sempre protagoniste le 3 danzatrici (centrale il ruolo della donna), che mostrano il loro carattere trasgressivo con danze e richiami sessuali.

Ciò che ha colpito profondamente è la professionalità, la morbidezza dei movimenti dei danzatori i cui corpi volteggiavano nello spazio, seguendo le melodie che hanno arricchito la performance; notevole è stata la capacità espressiva dei danzatori anche attraverso la mimica facciale che ha confermato la valenza pantomimica della danza. Le coreografie hanno previsto una scena iniziale collettiva, con il susseguirsi di assolo, duetti, trio interamente maschile o femminile e altre parti corali.

74614778_2309158842727857_3700041487153627136_n.jpgRicky Bonavita

Il pubblico, composto da varie fasce d’età, è rimasto ipnotizzato in religioso silenzio per l’intera durata dello spettacolo; al termine, è seguito uno scrosciante applauso per i danzatori e il coreografo. A due amanti e studiose della danza come noi ha affascinato la genialità nella reinterpretazione dei quadri da parte di Ricky Bonavita. Ancora una volta abbiamo avuto la conferma del potere della danza che, una volta iniziato lo spettacolo, ci ha completamente estraniate dal mondo esterno rendendoci partecipi e stupefatte allo stesso tempo dell’intero capolavoro.

 

-Martina Sarcina, Giada Gambula

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LADRI DI BANKSY

“Un muro è una grande arma. E’ una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno” – Banksy

Chi si cela dietro il nome di battaglia “Banksy” è forse il più grande street artist di sempre.
Ma se sia un lui, una lei, o un collettivo di artisti, sono in pochi a saperlo.

Ha scelto di rimanere anonimo, di non identificarsi, e all’inizio questo ha attivato una vera e propria caccia all’uomo, taglie sulla sua identità su Ebay, inserzioni, giornalisti, poliziotti.
Quello che fa è illegale e viene considerato vandalismo e autenticando le sue opere ammetterebbe un reato.

I murales che appaiono quando le città dormono, i primi attorno agli anni 2000, rappresentano scimmie, topi, bambini o poliziotti che a loro volta scrivono e lasciano messaggi provocatori sui muri.
Il ratto è l’immagine iconica di Banksy, ne ha un esercito disseminato in tutto il mondo, è l’incarnazione di quella parte di popolazione emarginata, rifiutata e rigettata dalle classi più abbienti.

“Se sei sporco, insignificante e nessuno ti ama, i ratti sono il tuo modello definitivo” – Banksy

Attraverso stencil via via più complessi, a 2/3 tonalità d’ombreggiatura e con l’utilizzo di caratteri liberi e schizzi, i messaggi che Banksy lascia sui muri di tutto il mondo hanno un modo ironico e sfrontato di raccontare e denunciare tutte le falle della società: la condizione umana, il divario sociale, la povertà, l’omologazione, le regole di facciata, la manipolazione mediatica, lo sfruttamento, la guerra, le repressioni della polizia, l’inquinamento del pianeta, il maltrattamento degli animali.

Lo scopo della street art, nata negli anni ’60 come una forma di protesta, è infatti quello di divulgare, comunicare, connettersi, far pensare, creare un senso di consapevolezza di quello che siamo e di quello che ci circonda, rendendo partecipe un numero enorme di persone, che vengono “colpite” semplicemente camminando per strada.
Non c’è un biglietto, non c’è un museo, una galleria.
E’ lì per tutti, senza nessuna distinzione di razza, sesso, età, classe sociale, classe economica, eppure in molti non riescono a comprendere questo concetto.

“Le persone che governano le nostre città non capiscono i graffiti perché pensano che niente abbia il diritto di esistere, a meno che non generi un profitto” – Banksy

In ogni parte del mondo ci sia un’opera di Banksy, c’è in agguato un ladro.
Il film-evento di dicembre L’uomo che rubò Banksy del circuito Arte al cinema ci racconta la storia di Walid “la Bestia” e del furto dell’opera palestinese Donkey’s Documents, il docu-film Saving Banksy ci spiega il caso del Ratto Socialista e, insieme al documentario Banksy does New York, illustrano la complicata controversia della compravendita delle opere di Street Art.

Walid la Bestia, sotto ordine di Mikael Kawanati, brutalizza un muro di cemento con martelli pneumatici, seghe diamantate, flessibili ad acqua e frullini di grandi dimensioni e si porta via Donkey’s Documents, un’opera di 4 tonnellate che raffigura un soldato israeliano che controlla i documenti ad un asino palestinese, portando l’attenzione sul conflitto tra Palestina e Israele e sul muro eretto nel 2003 come soluzione alla guerra.

Le motivazioni di questi veri e propri furti sono molteplici.
La più becera e banale è quella di trarne un profitto, vendendola alle case d’asta, che a loro volta la venderanno per miliardi di dollari a qualche ricco collezionista che metterà un’opera con lo scopo sociale di essere per tutti, nel salotto della sua lussuosa villa.
Strappata al proprio contesto per essere ammirata solo da quelle persone che incarnano gli ideali combattuti dall’artista con gli spray.
Oppure, come spesso succede, le opere rimangono invendute, sottratte al pubblico per finire imballate e nascoste in grandi magazzini.

In Saving Banksy il ladro Brian Greif ha perlomeno scopi nobili: il Comune di San Francisco infatti non tollera la presenza di street art sui propri muri ma non vuole pagare per la rimozione. Per questo motivo se sei proprietario di un edificio che viene taggato, è tua responsabilità cancellare questi tag, o verrai multato e sulla tua casa verrà messa un’ipoteca.
Così a San Francisco i murales di Banksy sono via via spariti tutti.
Brian Greif si prende quindi la responsabilità di “salvare” il “Ratto Socialista”, rimuovendolo con molti sforzi, trattative e molto denaro, dal posto originale per regalarlo ad un museo cittadino che potesse preservarlo ed esporlo in maniera gratuita.
I musei però richiedono il consenso dell’artista per poter trattare l’opera.

“Alcuni artisti creano i propri lavori perché vengano distrutti, non vogliono che l’arte sopravviva, e quindi non spetta al museo preservarle contro la loro volontà. Se un’opera d’arte è stata fatta per stare in un luogo pubblico, allora forse l’artista non vuole vederla in un museo” – afferma John Zarobell, curatore del SFMOMA.

Consenso e diritto d’autore sono problemi che nessuno si pone mai nel momento del furto.
Si pensa che visto che l’opera è “incustodita” se ne possa fare quello che si vuole, senza chiedere e senza dare all’artista nemmeno una piccola parte del ricavato dalla vendita delle sue opere per miliardi di dollari.
Un altro problema è il concetto dell’effimero.
Molti artisti non vogliono preservare, custodire e mantenere nel tempo i loro lavori.

“Gli street artists fanno altre opere nei loro studi, che vengono firmate e vendute. Quello è il modo per farsi ricordare e lasciare una traccia. Dobbiamo essere noi a decidere cosa vogliamo vendere e conservare.”- afferma Ben Eine, street artist e collaboratore di Banksy.

La mercificazione di opere realizzate senza alcuno scopo di lucro per essere ammirate gratuitamente, spesso fa scattare la reazione degli artisti.
L’ultimo caso Banksy è quello del quadro della Bambina con il palloncino che, appena battuto all’asta per una grande somma di denaro, si è autodistrutto grazie ad un sistema mangiacarta installato nella cornice.
Oppure il caso Blu a Bologna, che ha cancellato ogni singola opera realizzata per la città, perché soggette a percorsi turistici a pagamento.

“Non possiamo fare nulla per cambiare il mondo, finche il capitalismo non crolla”- Bansky

 

-Irene Iodice

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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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Winckelmann – Capolavori diffusi nei Musei Vaticani

L’unica via per noi di diventare grandi e – se possibile – insuperabili è l’imitazione degli antichi.

Le immagini della mostra sono disponibili al seguente link
Foto di Giulia Tramet

In occasione del 250° anniversario della sua morte, i Musei Vaticani dedicano a Johann Joachim Winckelmann una mostra per celebrare l’importanza che il suo pensiero ed i suoi studi hanno avuto per la cultura dei suoi tempi e per quelli successivi, in particolar modo per lo sviluppo dei Musei così come possiamo ammirarli oggi. L’archeologo tedesco, dopo aver conseguito gli studi in Germania, si trasferì a Roma dove, nel 1764, venne nominato Sopraintendente alle Antichità e poté dedicarsi allo studio della cultura classica, di cui lui era fortemente appassionato. Egli riteneva che l’Arte dovesse avere delle prerogative ben definitive: nobile semplicità e quieta grandezza. La sua concezione era, dunque, quella di un’arte basata sulla contraddizione tra tempestas e tranquillitas. Celebre è, infatti, il paragone che fece tra la struttura dei capolavori greci e il mare in burrasca: nonostante siano agitate da passioni, le figure greche mostrano sempre un’espressione posata così come il mare può apparire calmo in superficie sebbene mosso da forti correnti in profondità. Pertanto Winckelmann asseriva la superiorità dell’arte greca su tutte le altre, compresa quella romana, ritenendo che in quest’ultima non fosse possibile ritrovare la purezza propria di quella ellenica, che è la sola che si possa considerare libera, essendo prosperata nel periodo dello sviluppo della democrazia ateniese. Le opere che maggiormente sono in grado di rappresentarne questi ideali sono sculture classiche quali l’Antinoo (custodito ai Musei Capitolini), l’Apollo del Belvedere (tipico esempio dell’armonia delle proporzioni) e il Laocoonte (emblema della grazia).
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Winckelmann viene considerato non solo come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo ma anche come il fondatore della storia dell’arte intesa modernamente. È a lui, ad esempio, che si deve la predilezione del colore bianco delle scultoree marmoree, il colore perfetto che comprendeva tutti gli altri. Importante influenza ebbe inoltre il suo pensiero sulle opere di artisti come Mengs, Canova, Ingres e Jacques-Louis David. La mostra Winckelmann. Capolavori diffusi nei Musei Vaticani, che sarà allestita fino al 9 marzo 2019, è stata progettata come un percorso a tappe in cui si mettono in risalto circa 50 opere conservate nel complesso museale che maggiormente ebbero un impatto nella formazione artistica di Winckelmann, capolavori non solo di archeologia classica greco-romana ma anche di arte egizia ed etrusca fino al Rinascimento. Un omaggio che i Musei Vaticani hanno voluto rendere a questo grande studioso al quale debbono la loro odierna forma strutturale e concettuale. Celebrazione che trova il suo apice nella Sala XVII della Pinacoteca in cui è stata allestita una presentazione del personaggio e della sua epoca, nonché un’esposizione delle sue più importanti produzioni letterarie.

-Giulia Tramet

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Essere Sole in due

Zoe (…) soffre di attacchi di ansia forse perché troppo vittima dei social network e delle mode del momento

Tea (…) sta usando le proprie forze per un disegno più grande, le cui linee però, sono state tracciate da qualcun altro

Due ragazze entrano in scena: una vestita con un paio di jeans e maglietta rosa, l’altra con pantaloni con fantasia militare e un top nero. Questo è ciò che vediamo sul palco del Teatro Ivelise durante queste sere: Sole, uno spettacolo ( quasi) tutto al femminile scritto da Annalisa Elba con Giorgia Masseroni e Sara Religioso, ma con la regia di Simone Ruggiero, unica componente maschile.
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Ieri, 16 Novembre, eravamo presenti alla prima di questa rappresentazione dai toni dolceamari che aggrada lo spettatore, lasciando più di uno spunto di riflessione. Le due protagoniste, unici personaggi sulla scena, sono Zoe e Tea: due poli opposti inseparabili che si incontrano e si scontrano senza trovare mai un punto di equilibrio. Zoe, vestita di rosa e arcobaleno, è una ragazza solare e positiva, soffre di attacchi di ansia forse perché troppo vittima dei social network e delle mode del momento: dalla lettura obbligata degli articoli “acchiappa likes” di Facebook, alle stories di Instagram; dai tacchi alti al sushi ordinato a domicilio. Sportiva e ribelle invece è Tea che occupa la parte anticonformista della scena: una Rambo che sembra invincibile e indomabile, pronta a tutto per ottenere ciò che vuole fino a quando non scopriamo che, in realtà, sta usando le proprie forze per un disegno più grande, le cui linee però, sono state tracciate da qualcun altro. Anche lei risucchiata dal buco nero della rete, riceve le direttive da un individuo di cui le ragazze e neppure noi, conosciamo l’identità.
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Zoe e Tea che sono un po’ il nero e il bianco, il diavolo e l’acqua santa, due parti opposte ma complementari, si trovano su un terrazzo di un condominio a 35 km da casa, senza una vera e propria spiegazione. Dall’altra parte del telefono è stato detto a Tea di arrivare lì e le due ragazze stanno aspettando nuove direttive quando, come al solito, iniziano a discutere portando in superficie l’una i difetti dell’altra. L’essere negativa di Tea è in contrasto con la tranquillità apparente e le debolezze di Zoe, la cui forza d’animo si rivela essere molto più potente e dotata di razionalità di quella di Tea. Il tanto battibeccare le porta a pensare che quando erano piccole era tutto così diverso: pur avendo spesso idee in contrasto, come “quella volta sulle montagne russe”, non discutevano mai, si divertivano più spesso, erano spensierate e cantavano di più. Ora sembrano sempre in contrasto, una bilancia che ricade sempre e solo da un lato senza mai trovare un punto di equilibrio. Sempre pronte a cambiare umore e a cambiare idea, a sminuirsi pur di elevare l’altra, a ferirsi e a gettarsi le mani al collo ferendosi reciprocamente: a Tea, ad esempio, bastano due mani al collo per ferire la compagna di scena e se stessa. Divise e al contempo inseparabili da sempre, condividono ricordi e scelte di vita: ma chi sono in realtà?
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Un dipinto a tinte pastello e fosche contemporaneamente atto a descrivere le insicurezze dei giovani di oggi che vacillano sempre più fra essere e apparenza, fra felicità e pessimismo, fra dovere e spensieratezza, fra l’essere liberi o schiavi delle costrizioni sociali, di ciò che gli altri si aspettano o desiderano venga fatto. Sole, che verrà rappresentato al Teatro Ivelise anche sabato 17 e domenica 18 Novembre, lascerà un interrogativo principale nelle vostre menti: si può essere da soli in due o, talvolta, è la solitudine a spingerci a dividere noi stessi?
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-Beatrice Tominic
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DISCMAN 2.0 – A Cuore Pesante

ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!

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Nella seconda stagione di Discman 2.0 ho deciso di spogliarmi davanti ai vostri occhi e di farvi realmente scoprire quello che ascolto ogni giorno della mia vita nonostante si siano rotti gli auricolari.
Finalmente, dopo anni di ascolti, ho dato un senso a quello che ho sempre fatto inconsapevolmente: ascoltare musica del secolo passato, dalla musica dance al cantautorato, dal rock’n’roll alla cumbia.
Ascoltando musica di gente per lo più morta o stagionata, mi sono resa conto che, nel marasma che è la musica a me contemporanea, mi sento di salvare all’incirca 10 nomi su 1000, di cui vi parlerò mentre il nuovo CD gira all’interno del Discman.
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Dieci su mille ce la fanno.
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Ed eccomi, dunque, a parlarvi di Riccardo Sinigallia.
Sinigallia, che i diversamente giovani ricorderanno nei Tiromancino, è un cantante a cui voler bene: due occhi chiari all’ingiù, piercing al sopracciglio ed un cespuglio di capelli ricci e scuri. Sarebbe la descrizione dell’uomo della mia vita, se non fosse che potrebbe benissimo essere, se non mio padre, mio zio.
Ricordo di averlo scoperto per la prima volta al festival di Sanremo, nel lontano 2014, anno dei Perturbazione e di Zibba: con “Prima di andare via” ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!
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È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva

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Sebbene di lui non si abbiano molte tracce, è riuscito a far sapere a tutti che ha scritto un nuovo disco e che presto lo farà ascoltare in tutta Italia.
E così, il 14 settembre 2018 esce Ciao cuore: 9 tracce e una chitarra che non suona più la stessa musica.
Ad oggi, Sinigallia non è pop, nè alternativo, nè rock: Sinigallia è Sinigallia, e Ciao cuore non è un disco facile da comprendere, o almeno non lo è stato per me.
È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva che si rivela quello più vero, con mille cose da dire ma che non ha mai il coraggio di fiatare, fino a quando non trova la persona giusta. E la pubblicazione dell’album descrive esattamente questo: l’arrivo della persona giusta che lo ha spinto a cantare di nuovo e non solo a produrre gli altri; lo ha spinto a mettersi in gioco, ad innovarsi e accantonare la chitarra acustica per dedicarsi ai suoni elettronici, ad essere aggiunto nuovamente nella playlist di Spotify “Indie Italia”… qui ci sarebbe molto da dire, ma non voglio tediarvi più di tanto.
Nonostante la voglia di mettersi in gioco, Ciao cuore rimane un disco ermetico, difficile da interpretare al primo ascolto ma anche dopo: un senso di insoddisfazione rimane nelle orecchie, perché senti di non aver capito tutto quello che aveva da dire.
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Gli spartiti e i testi di tutto l’album oscillano tra razionalità e filosofia, hanno la
capacità di far viaggiare la mente altrove e poi farla ritornare nella tua camera,
ricordandoti che le uniche dimensioni esistenti sono lo spazio e il tempo: quando mi interrompi a colpi di realtà.
Filosofia e ragione, un ossimoro, una guerra perpetua nel corso dei secoli: da una parte la filosofia che apre la mente e fa uscire dagli schemi, dall’altra la ragione, un treno che segue i binari e non deraglia mai; e, da un’altra parte ancora, le donne: che siano di destra con le unghie smaltate o che sia Dudù, all’interno dell’album passeggiano donne da una traccia all’altra, senza pensieri, leggere.
Donne anche sul palco, la sua donna sul palco: la compagna che da sempre è al suo fianco, che lo ha sostenuto sia con il basso che con il cuore, la stessa donna che guarda intensamente negli occhi mentre la chitarra suona: una sinfonia perfetta, colonna sonora dell’incontro di due cuori complementari, del mondo moderno in
equilibrio tra la pace e l’amore vero… “seh, ciao cuore!”
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-Caterina Calicchio

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Pixar : 30 anni di Animazione

Le foto della mostra sono accessibili a questo link.
Foto di Matteo Memè

Per la gente è come se la Pixar fosse un unico individuo (…) dimenticando però l’ingente mole di lavoro – e di persone impiegate – che c’è dietro

 

Edwin Catmull, Alvy Ray Smith, Steve Jobs e John Lasseter: questi sono i nomi delle persone che, unendo le loro esperienze in vari ambiti, hanno fondato nel 1986 la Pixar, una delle più grandi case di produzione di film di animazione a livello mondiale. Quattro nomi che hanno reso la Pixar differente dalle altre case di produzione tanto da far dire ad ognuno di noi “vado a vedere un film della Pixar”. Per la gente è come se la Pixar fosse un unico individuo capace di sfornare film d’animazione di buona qualità, dimenticando però l’ingente mole di lavoro – e di persone impiegate – che c’è dietro. A ricordarci questo sono da un lato i classici titoli di coda, che purtroppo nessuno guarda più e che nei film Pixar sono affiancati da scene extra proprio per “costringere” a rimanere seduti in poltrona un altro po’ e poter leggere i nomi di quelle centinaia di persone che hanno preso parte alla realizzazione del film; dall’altro c’è un’iniziativa itinerante nata ormai più di dieci anni fa, si tratta di una mostra che porta in giro per il mondo tutto ciò che riguarda il lato nascosto dei film Pixar. Debuttata nel 2005 al MoMA di New York, dopo 13 anni giunge a Roma “Pixar. 30 anni di anni di animazione”, una rassegna che vuole raccontare anche al pubblico italiano la magia di queste produzioni di successo internazionale. Il Palazzo Delle Esposizioni ospiterà la mostra dal 9 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019.
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All’interno sarà possibile trovare degli spazi dedicati ai film e si potranno ammirare le sculture che, una volta scannerizzate al computer, danno vita ai personaggi con gli occhi grandi che hanno segnato la nostra infanzia e che continuano a stupirci tutt’ora. Insieme a queste sculture troveremo bozze, schizzi, storyboard e studi di personaggi realizzati dal team che ha lavorato a quella determinata pellicola. Anche solo questa parte può già farci capire non solo quanto sia impegnativo realizzare un film simile ma anche quanto un qualcosa di apparentemente futuristico e fantascientifico (non a caso, la Pixar realizzò del materiale in computer grafica per i film Star Trek II – L’Ira di Khan), abbia delle forti radici piantate ancora nell’ambito dell’arte “vecchio stampo”, quello del foglio e della matita o delle sculture. Questi sono dei veri e propri pilastri senza i quali non sarebbe possibile realizzare quelli che possono definirsi sogni in CG.
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Proseguendo per la mostra si potrà consultare una linea del tempo con tutte le fasi di nascita e crescita dello studio californiano e vedremo le storie dei 4 nomi già citati, scopriremo perché il fondatore della Apple è coinvolto in tutto ciò e soprattutto troveremo una spiegazione alla presenza di George Lucas nelle foto con Catmull e Smith, fino a trovare informazioni sui successi collezionati anno dopo anno fino ad oggi. Inoltre un’altra linea temporale servirà a spiegare nel dettaglio, passo dopo passo, la realizzazione di un lungometraggio, chiarendo il quesito sul perché ci vogliano cinque o sei anni per realizzare un solo film. Ci si potrà rilassare un attimo, prima delle due installazioni speciali di cui si parlerà a breve, sedendosi a guardare i corti Pixar, esperimenti mediante i quali si è giunti nel 1995 a Toy Story, il primo lungometraggio, a sua volta un esperimento di una recalcitrante Disney per valutare i benefici del passaggio dall’animazione tradizionale a quella digitale.
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Concludo presentando le due grandi installazioni della mostra: l’Artscape e lo Zootrope. Partendo da quest’ultimo, lo zootropio è uno strumento risalente al 1834 in grado di ricreare, mediante dei disegni o fotografie, l’illusione del movimento, quello Pixar opera in tre dimensioni, quindi non troveremo dei disegni, ma i “pupazzi” di Toy Story. L’Artscape invece è una brillante rassegna della storia della Pixar e piuttosto che descriverla sarebbe più opportuno invitare a vederla dal vivo.
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In tutto questo si noterà la presenza dell’ideologia pixariana, ma anche fortemente “yankee”, del guardare al passato per proiettarsi nel futuro. Questo è anche lo scopo della mostra in sé, come afferma la curatrice nonché direttrice degli archivi Pixar Elyse Klaidman, ossia il dare uno sguardo a ciò che era la Pixar e ciò che è ora, per ispirare i creativi e procedere sempre verso qualcosa di nuovo. Una mostra con lo scopo non solo di far conoscere ma anche di spronare la creatività.

-Matteo Verban

 

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Bonjour théâtre – il Teatro Ivelise apre la sua Nouvelle Saison fra spettacoli e lezioni

Tre donne, un luogo magico, l’amore per il francese e una grande famiglia allargata pronta ad esibirsi: questi gli ingredienti unici del Teatro Ivelise, piccola grande realtà nel cuore di Roma. A due passi dal Colosseo, in via capo d’Africa, il locale nasce nel ‘400 come cappella di un convento di suore per essere poi destinato, secoli dopo, a stanzino dal teatro Orione. Il teatro viene inaugurato nel 1997 da Ivelise Ghione, da qui il nome, e da marzo 2013 è gestito dall’Associazione Culturale AlloStatoPuro.

photo_2018-09-20_02-42-41©FrancescoDiPasquale2018

“Continuare a far vivere il teatro è una promessa che ho deciso di mantenere nonostante tutte le difficoltà” confida Brenda Monticone Martini, direttrice del teatro.  Una promessa mantenuta con successo, siamo portati ad aggiungere noi, visti l’elevato numero e l’ampia varietà di spettacoli previsti per questa nuova stagione, la molteplicità di insegnamenti tenuti e i concorsi indetti, fra cui spicca l’IveliseCineFestival al termine del quale una Giuria di Esperti assegnerà ai primi tre classificati vari premi.

Con le sue tre volte a crociera, gli stucchi dorati,  le lucine colorate sull’arcata principale e le pareti blu, di cui una coperta da maschere, specchi e persino un paio d’ali, il teatro, come ci viene più volte ripetuto nel corso della conferenza, è un luogo magico, al centro del mondo e fuori dal tempo.  L’ambiente dal sapore ultraterreno e dal gusto un po’ retrò diventa il luogo ideale per mettere in scena commedie, varietà, spettacoli sperimentali e concerti di artisti già affermati, ma anche per plasmare nuove personalità e vederle crescere: lezioni di stand-up comedy, burlesque e boylesque, canto, lettura espressiva e dizione, tip tap e pianoforte; proprio quest’ultimo strumento padroneggia al centro del piccolo palco in una nicchia che sembra stata ricavata solo per questo scopo. Ciò rende ancora più piacevoli le numerose esibizioni musicali in cartellone, vista l’indiscussa superiorità del suono di un vero pianoforte rispetto ad una tastiera digitale (usata fino a poco tempo fa al teatro Ivelise).

Sotto ad un filo al quale sono appesi con mollette per il bucato le locandine di ogni spettacolo della prossima stagione, su tre sedie rigorosamente diverse ( in tutto il teatro non ce ne sono almeno due uguali, già preludio di stravaganza e anticonformismo) siedono le tre donne citate in precedenza:  Chiara Del Zanno, coordinatrice della stagione teatrale e delle produzioni interne, Miriam Bocchino, Ufficio Stampa, Social Media Manager e Coordinatrice Didattica e in mezzo a loro la già citata Brenda Monticone Martini, Direttrice Artistica. Un po’ per il luogo piccino e intimo, un po’ per i posti riservati al pubblico nei soppalchi fra i cuscinoni, l’aria che si respira è familiare e accogliente.

photo_2018-09-20_02-42-34©FrancescoDiPasquale2018

Il primo spettacolo che viene presentato è anche il primo che verrà proposto, il 5 e il 6 ottobre. Si intitola “Mamma son tanto felice perché” ed è nato dalla mente e dai ricordi di bambina salentina di Angelica Bifano. Si definisce amante dell’antiestetico quando le fanno notare la scelta controcorrente della foto di locandina: è la sua bocca che, anziché restare ferma alla ricerca di una pienezza e una simmetria perfetta tanto in voga nella moda attuale, si piega in una smorfia. Dalla foto alla scrittura, per arrivare alla recitazione: ogni minimo dettaglio di questa commedia appartiene soltanto a lei. È infatti anche l’unica attrice in scena, nella sfida di interpretare tutti i diversi personaggi femminili che ruotano intorno alla sua storia. A metà di Novembre, un’altra commedia firmata Annalisa Elba e diretta da Simone Ruggiero,  vede protagoniste Giorgia Masseroni e Sara Religioso in un terrazzo  su cui sono state spinte da una voce guida, ma il pubblico non saprà a chi appartenga e per quale motivo abbia spinto in quel luogo le due ragazze fino alla fine. Le protagoniste, Tea e Zoe, le quali altro non sono che personalità di un’unica donna, dialogano e si scontrano e si rendono portavoce delle crisi di identità e del senso di solitudine che caratterizzano la loro generazione. Suscita invece tutt’altro genere di riflessioni la commedia che a febbraio, mese dell’amore, vedrà protagonista Angela, ragazza insicura di provincia, la quale con l’aiuto di Ivan diventerà Pinky e scoprirà le forme di amore ma soprattutto di sesso più svariate diventando una pornodiva di fama internazionale.

Numerose le occasioni per ascoltare i concerti di jazz e swing che poi sono la stessa cosa sviluppata in due diverse epoche, come specifica Valeria Rinaldi, la voce sul palco. Fra uno spettacolo e l’altro ad accompagnarci durante il prossimo anno ci saranno anche i varietà di La Maison de Lolà con la regia di Brenda Monticone Martini e le coreografie di Lola Lustrini, insegnante burlesque e boylesque a donne e uomini che spesso ricercano in queste discipline il rapporto perduto o compromesso con il proprio corpo. A conclusione della stagione teatrale, il cui calendario completo si trova già nel sito del Teatro Ivelise, si terrà lo spettacolo di fine anno degli allievi di ogni disciplina.

photo_2018-09-20_02-42-13©FrancescoDiPasquale2018

Un intimo puntino blu immerso fra i tesori dell’Antica Roma che è incessantemente alla ricerca di nuovi volti, nuove modalità di spettacolo, nuove storie che non aspettano altro di essere avvolte dalla magia.

 

 

 

-Beatrice Tominic