Articoli

Outdoor Festival: Testaccio si fa cosmopolita

Fino al 12 maggio 2018 Roma è stata luogo di incontro per giovani artisti e musicisti nell’ottava edizione dell’Outdoor Festival all’Ex Mattatoio di Testaccio. Il tema di quest’anno è stato l’Heritage: cosa ci offre davvero l’Europa?

Nato nel 2010 a Garbatella come “un buon motivo per uscire di casa”, l’Outdoor Festival in pochi anni è diventato il principale motore di trasformazione del quartiere Ostiense, ora primo Street Art District d’Italia. In linea con la nomina del 2018 come anno del Patrimonio culturale europeo, il tema di quest’anno è stato l’Heritage, il patrimonio: qual è il nostro e quali culture vi appartengono? Ma soprattutto, come possiamo trasferirlo alle generazioni future? Come nelle scorse edizioni, il festival è stato suddiviso in più aree: arte, musica, conferenze, televisione e mercato.

Fulcro dell’esperienza artistica è lo spettatore, che viene immerso in quattro percorsi su quattro differenti tematiche: disobedience, lightspeed, retromania, total recall, Come introduzione a questo viaggio senza meta si trova l’opera dell’artista italiano Motorefisico, Labirinto Semplice, un tunnel dalle (dis)orientanti linee optical che attraversa tutti i piani dell’esibizione e lascia contemporaneamente allo spettatore la possibilità di contemplare gli allestimenti come ultimo reale “osservatore” dell’opera.

Il primo snodo tematico, DISOBEDIENCE, rappresenta la voce degli artisti che dal 1968 ad oggi hanno avvertito un impellente bisogno di discontinuità con la tradizione, uomini in lotta contro gli errori del passato per promuovere un futuro più equo. È il grido antipatriarcale «NOT FOR GIRLS» dei poster della portoghese Wasted Rita, fiera portatrice dei nuovi valori del femminismo moderno, necessaria conseguenza del celebre #metoo che condanna ogni dominio maschile sulla donna. Disobedience è però anche l’urlo anticonformista del toscano Paolo Buggiani, uno dei padri fondatori della Street Art newyorkese degli anni Ottanta che, con le sue conturbanti figure di fuoco, ora degli Icari dalle ali infiammate, ora dei Minotauri o dei cavalli di Troia ardenti, destabilizza l’opinione pubblica, trovando l’apprezzamento di artisti come Keith Haring e Barba Krüger.

In questo perenne processo di ritorno e rottura con il passato, LIGHTSPEED è la “luce fuori dal tunnel” del futuro, ben visibile nell’opera dell’inglese Kid Acne che con il suo murales «HERE WE ARE / HEREDITAS», che ci fa riflettere sulla natura effimera eppure eterna del nostro patrimonio.

A seguire vi è RETROMANIA, un avvincente percorso storico volto a valorizzare i prodotti di massa ora icone della società moderna: sembra di rivivere i memorabili scatti del newyorkese Ricky Powell che, in pochi semplici ma effettivi secondi, immortala la scena musicale e artistica degli anni Ottanta e Novanta; i The Fugees con Lauryin Hill, Basquiat con Warhol, Haring, Beastie Boys e Public Enemy — solo per citarne alcuni.

A concludere la mostra vi è l’ironica e al tempo stesso nostalgica immersione visiva pop del TOTAL RECALL, che intende appunto “richiamare” la nostra modalità di dialogo con il passato: Tony Cheung, artista cinese di fama internazionale, elude per poco la censura nel suo Chemical Happiness, denuncia ironica e simbolica di una Cina che sembra dimenticare sempre più il suo passato sottovalutando, però, tematiche di forte discussione come la sessualità, l’alienazione e la violenza. Uno sguardo occidentale viene invece proposto dall’italiano Mimmo Rubino, in arte Rub Kandy, che in Almost Ready propone l’originale modello di una nuova città sulla base di elementi di scarto della secolare città di Roma.

Elemento più interattivo del festival è indubbiamente il padiglione delle Stories, progetto finanziato da Google Arts&Culture che offre uno sguardo dettagliato e sorprendente alle realtà periferiche di Ostia, Corviale e Tor Pignattara, spesso ingiustamente tagliate fuori dal contesto cittadino; attraverso degli occhiali 3D si viene improvvisamente catapultati nella complessa realtà di Ostia, una bellezza in degrado difesa dall’azione, dalla vivacità e dalla tenacia dei giovani del Wave Market. È proprio questo mercato artigianale che, in un’edizione speciale, viene trasportato nella vivace Testaccio: non solo gioielli e abiti handmade o vintage, ma anche stampe di designer che vedono l’impegno quotidiano e la creatività di numerosi ragazzi, quegli stessi ragazzi che credono ancora in una Roma migliore, sfondo di un patrimonio fortunatamente indimenticabile ma che bisogna affrontare con uno sguardo diverso: quello dei giovani che popolano la città.

 

-Daniela Di Placido.

La ricerca non ha dato alcun esito positivo. Riprova inserendo altri termini

DISCMAN 2.0 – #8 The Dark Side of Toscana

Giorni fa, ho ascoltato per caso una canzone, “Il nuovo pop italiano”. Ora, se volete provare il brivido di non capire chi diamine è che sta cantando, vi consiglio di ascoltarla… anzi, vi consiglio di ascoltarla comunque. Avete presente quelle canzoni, anzi quelle voci che sono così simili da non capire davvero chi è che sta cantando? Quelle voci che non riesci a decifrare, che sei indeciso fino a quando non arriva lui, l’eroe dell’orecchio arrugginito: SHAZAM. Praticamente, tutta ‘sta tarantella la farete pure e soprattutto per questa canzone: fino alla fine, fino al min. 3:21 sarete increduli e penserete di stare ascoltando un Bianconi sotto effetto di una pozione ringiovanente, che sembra essere nato nel 1993, piuttosto che nel 1973, con il suo vocione inconfondibile ma più limpido, giovane… e quindi confondibilissimo. Poi però scopri che il cantante è davvero classe ’93 o giù di lì, si chiama Eugenio e il gruppo che suona non si chiama Baustelle ma Siberia.
Carràmba, che sorpresa!
Bello, no? Bello quando sei convinta di stare ascoltando la nuova “Charlie fa surf” e invece scopri qualcosa di completamente nuovo, fresco.
“In cammino da 8 anni per il mondo della musica indipendente, i Siberia vengono da molto lontano, dalla rossa e fredda Russia…”. Anche se sarebbe stata una bellissima coincidenza, scherzavo, ragazzi: sono italiani, vengono da Livorno. Perciò, non vi aspettate di trovare titoli in cirillico o una versione pop di Kalinka, che non è così: da una parte è meglio, così almeno capiamo di cosa stanno parlando, dall’altra… vabbè, facciamo che non mi esprimo. Dicevamo, i Siberia sono 4 ragazzi che navigano dal 2010 (per chi non sapesse portare il conto) in un’Italia musicale, un’Italia indie, una penisola che non finiremo mai di scoprire. E “Si vuole scappare” è il loro secondo lavoro mostrato al pubblico esattamente oggi. Cosa aspettarsi da “Si vuole scappare” considerando che il nome dello scorso album è “In un sogno è la mia patria”? Che si sono rotti gli zebedei della Toscana, dell’Italia? O è un album di riflessione sulla vita che avanza, sugli amori che finiscono, sull’Epica del dolore? Io non dovrei dire niente, eh, però più la seconda.
Hey, che ti aspettavi?
Siamo d’accordo, hanno il nome di una regione ma questo non significa che bisogna ipotizzare un trasferimento immediato! Eh sì, perché “la Siberia è qui, è nel cuore”… ok basta, la smetto di andare avanti a citazioni.

Ma parliamo di musica. A primo ascolto, si percepiscono subito i toni freddi, cupi e intensi: per capirci, non sono i toni di Primavera della Marina Rei nazionale. D’altronde si chiamano Siberia e non Costarica.
Dicevo, a primo ascolto si percepisce il freddo secco della Russia e, se ascoltaste solo le basi, pensereste che l’argomento principale dei pezzi sia: quanto è bella la morte.
La verità, invece, è che sono dei teneroni. Anzi, più che teneroni, la parola più adeguata è cagasotto. È un disco fisico, che parla dell’amore reale, carnale, dei cuori spezzati per davvero, dei trent’anni che si avvicinano, dell’età adulta. È un disco all’apparenza nero, come la paura. La paura fottuta di chi si avvicina o è immerso nel mondo degli adulti, nel mondo reale, se così lo vogliamo chiamare. Ma quello strato di nero si spacca ogni qualvolta che Eugenio parte con un acuto e sprigiona tutti i colori di un ragazzo in preda ad una crisi pseudo-adolescenziale: rabbia, sconforto, amore.
È un album fatto di cuori tiepidi e di baci sterili, di lacrime, di Ginevra, di “ti prego, non dirmi di no”.
Proprio perché contenitore di un sacco di cose contrastanti, guerra e pace, colore e non colore, paura e conforto, non riesco a collocarlo in nessuna categoria (e questo è molto grave): è un insieme di Baustelle, con un pizzico del sempreverde Vasco in “quanti amori hai stasera?”, che si reincarna in gruppi più giovani rubandogli il soffio vitale per continuare a fare concerti, quando l’unica cosa che dovrebbe fare è ritirarsi a Castellaneta tra le meduse. Insulti gratuiti a parte, dicevo: è un insieme fatto di Vasco Rossi, del Maestro Battiato (che ritrovo un po’ in tutta questa musica nuova, vai a capire perché), del jazz e degli Editors e Interpol, così come afferma la band, anche se in tutta onestà, non so di cosa si parla. Il tutto, condito da quei suoni elettronici che ti fanno perdere l’orientamento.
L’ascolto è vivamente consigliato… però non tenete conto del fatto che chi consiglia l’ascolto sia io: son dettagli.
E tra la nebbia e la dolcezza della sera, e le luci al neon della biblioteca, concludo la mia dose bisettimanale di parole dette a vanvera.

“Sai che a volte la tristezza è quello che vogliamo?” No, questo non lo sapevo. Ma terrò presente, grazie.

 

  

 

-Caterina Calicchio.