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Maurizio Sarri: un bancario che punta allo scudetto

In alcune città sembra scontato parlare di scudetto ma Napoli non fa parte di queste: il capoluogo partenopeo, infatti, si appresta a vivere una fine di campionato al cardiopalma grazie soprattutto a un allenatore che, forte delle sue posizioni, è riuscito a strappare complimenti a tutti. No, non viene da nessun club blasonato e neppure da una passata carriera calcistica come spesso accade, ma bensì da un semplice ufficio bancario toscano: è Maurizio Sarri, attuale allenatore del Napoli che mai come quest’anno potrebbe vincere il titolo di campione d’Italia, assente dal capoluogo campano dai tempi di Maradona.

Il tecnico, nato a Napoli ma vissuto praticamente in mezza Europa, si è fatto conoscere da tutti alla guida dell’Empoli nella stagione 2014-2015 quando, con una squadra fresca di promozione nella massima serie italiana, riuscì a conquistare la salvezza con quattro giornate d’anticipo esprimendo un gioco divertente e concreto: la sua carriera da allenatore, però, inizia circa sette gironi indietro, nella seconda categoria, dove si trova alla guida della squadra di Stia, piccola frazione del comune sparso di Pratovecchio Stia nell’aretino, per poi passare successivamente al Faella. Dopo aver allenato a quasi ogni livello, il salto definitivo nel calcio professionistico avviene nel 2003, quando venne chiamato a guidare la Sangiovannese; un rapporto che, in pieno stile Sarri, durò solamente due stagioni, concludendosi il 18 giugno del 2005 con le dimissioni e l’immediata chiamata dal Pescara in Serie B. Dopo l’esperienza nel club abruzzese girò varie squadre tra cui Arezzo, Avellino, Hellas Verona e Perugia, prima di firmare con l’Empoli nel giugno del 2012. Gli bastarono due stagioni per traghettare il club della provincia di Firenze in Serie A: si dimise il 4 giugno 2015, in concomitanza con il conferimento del premio Football Leader – Panchina Giusta assegnatogli dall’Associazione Italiana Allenatori Calcio. Passarono pochi giorni e arrivò la firma con la società partenopea guidata da Aurelio De Laurentiis; non fu una scelta economica o di interesse, ma dettata dalla fede azzurra del tecnico.

Tifosissimo del Napoli, Sarri non nasconde le sue origini e, come ogni napoletano che si rispetti, per lui la pizza ha un significato speciale — tanto che ai tempi dell’Empoli la imponeva ai suoi giocatori entro massimo dieci minuti dalla fine della gara, per assumere più carboidrati possibili. Questa è una delle tante curiosità che fanno parte del mondo quasi favolistico di Maurizio Sarri, un allenatore vecchio stile che sembra quasi combattere contro un calcio 2.0: per lui i social non esistono, come molte altre cose che possono distrarre i suoi giocatori; della tecnologia però non disprezza i nuovissimi droni che, da “maniaco degli schemi” come lui stesso si definisce, vengono spesso usati in campo durante gli allenamenti per perfezionare tutti i movimenti della squadra.

Il gioco del tecnico napoletano ha ricevuto elogi da molte personalità calcistiche, soprattutto dopo la sue prime comparse in Europa: uno fra tutti l’attuale allenatore del Manchester City Josep Guardiola che, alla vigilia della sfida di campionato contro il Liverpool, in una conferenza ha citato il Napoli come squadra che lo affascina e di cui è tifoso proprio attraverso l’impostazione di gioco che l’allenatore è riuscito a imprimere al club italiano. Sebbene le esperienze europee in tutte le stagioni passate non siano andate bene, i complimenti non si sono fatti attendere. Un gioco divertente che porta spesso al gol anche grazie al modulo usato quasi in tutte le partite, quel 4-3-3 che, con un attacco veloce e concreto, risulta spesso letale: nella stagione 2016-2017 i gol segnati da Insigne & company sfiorano infatti le 100 marcature (94 per la precisione) portando Mertens, giocatore quasi insostituibile, a un solo gol dal capocannoniere Dzeko, con 29 reti all’attivo. Una macchina da gol ben collaudata che sembra tenere il confronto contro la corazzata Juventus.

Il match point della Serie A 2017-2018 avrà luogo inevitabilmente il 22 aprile quando, all’Allianz Stadium di Torino, farà visita proprio il club napoletano. L’esito è difficilmente pronosticatile ma una cosa è certa: il “miglior gioco della stagione” è da attribuirsi a una sola persona che, dalla provincia e con la sigaretta alla mano, ha rivoluzionato il modo di vedere e fare calcio.

-Andrea Tartaglia.

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Alice Guy-Blachè: la madre del cinema

“Chi è il regista?”
Capita spesso di sentire e porre questa domanda. Al maschile. Infatti di solito associamo la regia cinematografica a un uomo, ma se vi dicessi che a inventare il mestiere di regista così come lo conosciamo noi oggi è stata una donna?

Alice Guy nasce nel 1873 a Saint Mandé, vicino Parigi. L’anno dopo la morte del padre e del fratello maggiore, nel 1894, comincia a lavorare come segretaria di Léon Gaumont, fondatore della casa di produzione omonima. Ha così la possibilità di assistere alla storica proiezione de “L’uscita dalle officine Lumière a Lione” nel 1895.Appassionatasi fin da subito a questo nuovo mezzo di espressione, dall’anno successivo Alice Guy si inventerà per certi versi “l’arte del Cinema”. Infatti è del 1896 “La fée aux choux”, un film di 60 secondi, durata eccezionale per l’epoca, che mette in scena la favola dei bambini che nascono sotto i cavoli. Da qui in poi, oltre a rivoluzionare il concetto di regista, fino a quel momento legato esclusivamente all’operatore di macchina, questa ragazza di appena 23 anni introduce le prime forme di finzione cinematografica. Prima di Griffith, della scuola di Brighton e anche di Méliès.

Negli anni successivi produce una moltitudine di contenuti, da commedie leggere a film horror sui vampiri fino a film musicali, per finire con l’incredibile “La vie du Christ”, 1906, un’opera monumentale di mezz’ora, basata sulle illustrazioni del pittore James Tissot e realizzata col fondamentale supporto di Gustave Eiffel. Ma se c’è un suo lavoro da vedere assolutamente, questo è “Les résultats du féminisme”, sempre del 1906. Nel film i ruoli sociali di uomini e donne sono invertiti. In soli 7 minuti le differenze di genere vengono ridicolizzate con geniale ironia e questo quasi quarant’anni prima che le donne ottenessero il diritto di voto in Francia. Si trova facilmente su youtube, perciò niente scuse, va visto.
In quegli anni Alice Guy sperimenta addirittura i primi film sonori, con l’ausilio del chronophone, uno strumento ideato da Gaumont in grado di sincronizzare le immagini del cinematografo con il suono registrato su un disco e riprodotto in sala durante la proiezione.

Tornando al 1906, il suo anno magico, la Guy conosce un operatore inglese, Herbert Blaché. Poco dopo si sposano. Lei ha trentatré anni, lui ventiquattro. Si trasferiscono negli Stati Uniti e nel 1910 fondano la “Solax”. In questo modo Alice Guy – Blaché diventa la prima donna a capo di una casa di produzione e, per non farsi mancare nulla, nel 1912 gira “A Fool and his money”, primo film con un cast interamente afroamericano. Dello stesso anno è “In the year 2000”, ambientato in un futuro in cui le donne governano la società, opera che però non vedremo mai, essendo andata perduta. Nel 1920 dirige il suo ultimo film. Due anni dopo divorzia con il marito e ritorna in Francia con i suoi due figli. Muore nel 1968, a 95 anni, “quasi dimenticata dall’industria che aveva contribuito a creare” ci ricorda Martin Scorsese. La straordinaria persona di Alice Guy-Blaché, in definitiva, si può racchiudere in una frase che ripeteva spesso ai suoi attori e che aveva fatto segnare su di un’insegna all’entrata degli studi Solax: “Be Natural”.

Claudio De Angelis

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Come se fosse vita

Esseri iperconnessi
ma non comunicanti.
Incomunicabili
i nostri sentimenti.
I nostri patimenti
da nascondere.
Mostriamo
alla platea virtuale
una vita di soli applausi,
sbornie
e sorrisi ammiccanti.
Come se altro non fossimo,
noi grigi manichini
in una vetrina a Led.
Come se questa fosse
la nostra vita.

Arianna Piccolini

Muoversi politicamente con apoliticità

Oggi ci troviamo davanti ad uno scenario mediatico impressionante, vasto e forse per questa sua grandezza intimidatorio. Il grande schermo che ci “comunica la verità” pare che possa funzionare in autonomia, indipendentemente dalla nostra volontà.

Forse questa informazione che ci viene rimpinzata in ogni situazione ed in ogni momento ci sta paradossalmente isolando, o forse ci sta formando per un nuovo tipo di società al quale più velocemente di quanto pensiamo stiamo aprendo le porte. In un mondo complesso e nel conseguente incastro meccanico in cui viviamo oggi diventa difficile definire e definirsi. Rispetto a questa considerazione tutti noi siamo assoggettati dall’esistenza di istituzioni nazionali e internazionali, schierate un po’ di là e un po’ di qua, che, delle volte più piano e delle volte più velocemente, stabiliscono in grandi regole generali cosa è giusto e cosa non lo è in un determinato momento storico.

Questo elemento è ovviamente caratterizzato dall’esistenza della politica: “[…] l’insieme di misure aventi il fine di determinare nella popolazione mutamenti spec. in senso quantitativo, intesi cioè ad accrescerla o a limitarla”. Di conseguenza la politica è lo strumento con il quale confrontarsi per ottenere quello di cui una società ha bisogno.

Ma c’è un altro aspetto che va in controversia con il panorama sopra descritto, nei temi di impatto sociale maggiore che stiamo affrontando in questi ultimi anni. Infatti forti movimenti di posizione rispetto a temi come l’immigrazione, la violenza di genere, l’identità di genere preferiscono dichiararsi apolitici. L’apoliticità fondamentalmente dovrebbe definire semplicemente colui o coloro che sono estranei alla politica, che non aderiscono a nessuna fede e che rispetto alla politica non nutrono sentimenti opinionistici. Il disinteresse nei confronti delle forme di governo della società in cui si vive, però, non è in realtà così semplice come la definizione di apolitica appare.

L’essere parte di una società in evoluzione porta necessariamente un individuo a schierarsi, in un’altra ottica invece chi non schiera le proprie opinioni morali potrebbe rimanere in qualche modo lo spettatore passivo della realtà in cui è.

Ma quindi come si spiega un movimento sociale definito apolitico? Appare forse come un paradosso, soprattutto perché in un sistema democratico è quasi indispensabile che ci sia una partecipata attività di schieramento che dia spessore ai criteri di giustizia che sono messi ogni giorno in discussione. Questo evidentemente non designa uno stato di inattività, piuttosto evidenzia un approccio a quello che l’essere umano di natura si trova a vivere come stato di insoddisfazione, nell’attività diversa da quella dell’istituzione riconosciuta.

Indica, quindi, una fetta di popolazione che non si vuole sentire rappresentata dalle forze politiche ormai, nel 2016, che appaiono nel loro modo di agire così lontane dal cittadino comune che preferisce lavorare su temi che reputa più importanti piuttosto che applicarli alla linea politica di quel momento. Questa posizione alternativa descrive, per certi versi, uno stato di mezzo, che scinde dalla macchina del sistema sociale tutto quello che è la legge scritta, come etichettavano nell’antica Grecia, concentrando tutta l’importanza nella legge divina, etica, morale.

Allo stesso tempo però la valenza che la politica ha nella vita dell’uomo è imprescindibile dall’esistenza dell’uomo stesso. Essa dà sfogo all’esigenza partecipativa della vita sociale. Per questo motivo un soggetto apolitico, fondamentalmente, si schiera dalla parte delle sue ragioni rifiutando – ironicamente – per partito preso di essere definito da altri, essendosi lui per primo detto indefinibile da un punto di vista che rinnega.

Il pensare di poter affrontare i problemi sociali, o di discutere di diritti dell’uomo senza tirare in ballo la politica racconta forse di uno degli ultimi scogli al quale l’uomo si è aggrappato pur di differenziarsi, pur di scappare dal meccanismo sociale nel quale si è rinchiuso nel tempo. Non si può né dire né sapere se l’apoliticità possa divenire un’alternativa concreta in un mondo che non funzioni su base istituzionale, allo stesso tempo però, nel mondo visto da un punto di vista meno astratto, tutti noi facciamo politica ogni volta che confrontiamo il nostro pensiero con gli input esterni che ci travolgono in ogni momento come tsunami incontrollabili. Di conseguenza l’esistenza della politica implica che ogni individuo sia modellato in considerazione della società, e che quindi le sue scelte avvengano di conseguenza a scelte comuni.

Per questo il soggetto apolitico, rispetto a questa realtà, pur muovendosi – per quanto voglia – svincolato da ogni opinione in merito al potere ne è comunque fortemente assoggettato. Di conseguenza colui che dichiara di non interessarsi al modello di incastro sociale in cui vive, diventa oggetto della maggioranza che crede, o dice, di non appoggiare.

In conclusione, in un mondo così complesso come quello odierno nel quale la politica ha perso il suo spessore sociale, sempre di più sentiamo parlare di queste realtà che cercano svincoli alle convenzioni infiltrandosi in strade probabilmente senza uscita. Un modo per ribellarsi al pensiero accademico, consolidato che la partecipazione collaborativa sia una virtù: trasportandosi in una realtà più piccola con meno ostacoli dati dall’identificazione diretta, nascondendo le proprie opinioni dietro una maschera apparentemente inattaccabile.

L’apoliticità è quello strumento che adopera chi, con ostinazione, rifiuta di essere libero rispetto alle libertà che gli sono concesse; cercando la propria nella scelta autopunitiva di non usufruirne. Data la politica come caratteristica umana. Oppure è la conseguenza dell’intuizione che la cattiva politica ci stia allontanando dal pensiero critico rispetto alla convivenza sociale, che ci isola sempre di più. Soli con mille risposte e interessati a nessuna domanda.

Fotografi(amo) le notti, i viaggi, la vita

Le giornate ormai costellate da fotografie. Scatti, scatti ovunque. Il cielo, il paesaggio dal finestrino dell’autobus, una ragazza con le lentiggini e i capelli rossi, le luci, il mare d’inverno, una ballerina in una piazza vuota. Poi ancora il cielo, quel cielo, maledizione! Le nuvole, le rondini, la sensazione di libertà pura e trasparente. Il cielo ogni mattina, a Roma, a Berlino, a Parigi, a Londra. Il cielo a pranzo e cena, alba e tramonto.

La vita è un rullino fotografico che non finisce mai, hai costantemente bisogno di sentirti vivo, hai necessità di ricordarti che sei stato felice e che, forse, lo sei ancora. Una foto non ti lascia scampo: è nuda, vera, sincera, profuma di momento già vissuto e, purtroppo, già finito. Eppure più le guardi tutte, una per una in ordine sullo scaffale, più speri di vivere ancora giorni e anni interi che siano raccolti in un album, stampate e appese sul muro bianco e spoglio della tua stanza.

Vuoi certezze, conferme in ogni momento. Ed una fotografia è una autenticità di te stesso, di come sei, di chi sei. Sorridi e fai una smorfia, probabilmente ti commuoverai; chissà. (Ri)scopri quel momento in un soffio, vorresti non averlo mai vissuto o vorresti solo che qualcuno ti prendesse la mano, con delicatezza, per riassaggiarne soltanto un pezzetto piccolo, ma che sia sufficiente per volare indietro. La fotografia è una costante dei tuoi giorni, anche se non te ne rendi conto e scatti senza sosta, tutto e tutti. Non ti importa.

Desideri semplicemente che tutto sia sempre intorno a te: una passeggiata in campagna tra le spighe di grano di giugno, una cena improvvisata a casa di amici, l’ultima foto con tuo fratello prima del suo viaggio importante. Ti chiederanno la ragione delle tue foto continue, ti domanderanno come sarebbero i tuoi giorni senza click e, solamente a quel punto, rimarrai sospeso tra i tuoi pensieri e una sigaretta. Ti sentirai perso, vuoto credo.

Improvvisamente senti di non avere più modi per esprimerti, nulla da voler dire,
nessuna gradazione di colore da voler condividere; ed è proprio questa la sensazione, quell’affetto morboso che riesci a tirar fuori solamente in una maniera. Ed ecco che le lenti dell’obiettivo tornano a mettere a fuoco e i colori nitidi, di nuovo. Non hanno mai smesso di esserlo, sei semplicemente tu che li hai persi di vista per un istante, ma ora è tutto al proprio posto. Sembra funzionare.

Uno,due,tre respiri profondi si riappropriano della tua pace persa ma subito riacquistata. Nella tua mente risuonano note musicali di Guccini che canta “restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno”; ti rispecchi in quelle parole e credi molto nel potere delle impressioni e nelle tue fantasie. Stanotte dormirai sereno, sognerai. Domani sarà un nuovo grande giorno: fotografia per colazione. Ehi, nulla è per caso. Neanche le tue scelte, neanche tu.

A Via Margutta l’incredibile diventa credibile

Da venerdì 28 ottobre a martedì 1 novembre 2016 Via Margutta si dipinge di mille colori: la storica mostra d’arte è arrivata infatti alla sua 103^ edizione. L’associazione “Cento Pittori Via Margutta”, con la forza della sua compagine (centoquaranta artisti), ha inondato la via di cavalletti e passione tali da attirare l’attenzione dei più curiosi. Inoltre, ha curato tutti gli aspetti inerenti all’organizzazione dell’evento. Via Margutta da sempre è stata il rifugio naturale di pittori, scultori, poeti, musicisti ed artigiani per poi diventare, nel lontano 1953, uno dei luoghi simbolo dell’arte. Nell’immediato dopoguerra, gli animi scalpitavano, volevano riscattarsi, volevano rinascere. E finalmente arrivò la primavera. Non solo per gli artisti di Via Margutta, ma anche per la gente comune che sentiva il bisogno di rifiorire.

Una mostra dove artisti e pubblico si incontrano. Chi osserva, chi si mette a dialogare, chi respira a pieni polmoni quella ventata di creatività e odore di olio su tela. Un po’ come quando entri in una libreria e non puoi fare a meno di prendere un libro ed estasiarti al profumo delle sue pagine. Via Margutta è così. Un museo a cielo aperto, ma con la differenza che l’artista non è quella forma evanescente di cui se ne possono immaginare solo i contorni. No. L’artista prende vita insieme alla sua opera palesando un connubio inscindibile. Quante volte capita di immaginare l’artista mentre crea l’opera che si sta ammirando? Quanti si sono immaginati Leonardo Da Vinci alle prese con la sua Gioconda o Van Gogh con la Notte Stellata o perché no, Antonio Canova con Amore e Psiche? Ma se è vero che “L’arte, che col suo pregio dona ogni dolcezza ai mortali, spesso fece sì che anche l’incredibile diventasse credibile”, vuol dire che Pindaro aveva ragione, perché a Via Margutta l’incredibile diventa credibile.
Chi si aspetta di incontrare esclusivamente pittori rimane piacevolmente sorpreso: non solo pennelli ma anche scalpelli, lime e trapani muovono le mani degli artisti.

Oltre a cavalletti e tele, tantissimi i materiali e le tecniche inusuali adottati. Scultori ed altri artisti emergenti, provenienti da varie nazionalità, espongono il loro talento per appagare gli occhi di chi guarda. Davanti alla bellezza viene smossa la curiosità anche del passante più distratto, vengono risvegliati gli animi più assopiti. Questo è l’effetto che fa Via Margutta. Un tocco di dolcezza, un tocco di colore a interrompere il consueto flusso della vita quotidiana. A Via Margutta tutto sembra possibile. Persino tornare a splendere.

Roma: emergenza rifiuti ed impatto ambientale

Oggigiorno quando si passeggia per le strade di Roma non si rimane soltanto colpiti da quelle che sono le magnificenze architettoniche della nostra amata capitale, ma ormai troppo spesso si resta esterrefatti a causa della grande quantità di rifiuti che popola non solo i cassonetti ma anche le strade, i marciapiedi e gli altri angoli della città.

Il problema della gestione dei rifiuti è ormai all’ordine del giorno a causa della gravità e della difficoltà della situazione. Naturalmente, avere una capitale divenuta simbolo di degrado urbano mette in cattiva luce Roma e l’Italia intera agli occhi dei tanti turisti che ogni giorno si trovano a visitare la città; ma oltre ad un problema di decoro, è ovvio che la questione della raccolta e dello smaltimento di questa enorme quantità di rifiuti ha pure il suo impatto ambientale. È per fronteggiare questo problema che sono state promosse varie iniziative, come ad esempio la campagna di Ama “Il tuo quartiere non è una discarica” per lo smaltimento dei rifiuti ingombranti che tornerà nei municipi della città il prossimo 20 novembre.

Fuoriuscendo però dal settore della gestione pubblica e soffermandoci su quello che è appunto l’impatto ambientale dei rifiuti da tutti noi prodotti, possiamo provare a introdurre un argomento curioso: il freeganismo. Chi sono i freegans? Innanzitutto va detto che il freeganismo è un movimento composto da persone che abbracciano un particolare stile di vita, e che questo stile di vita è utilizzato come simbolo di lotta nei confronti di vari aspetti della società consumista come lo spreco di prodotti alimentari ed anche l’inquinamento ambientale. Per combattere ciò i freegans tentano anzitutto di limitare gli acquisti, ritenendo che dietro la produzione di ogni merce vi sia un impatto deleterio sul pianeta; e poi anche di basare le proprie vite sulla condivisione. Va aggiunto che il freeganismo, il quale recentemente ha trovato degli esponenti anche in Italia, ha caratteristiche diverse a seconda del paese in cui i freegans vivono: negli Stati Uniti si arriva a forme di freeganismo piuttosto radicali, mentre nei paesi europei la pratica più diffusa è il cosiddetto “dumpster diving” (ossia il recupero dei rifiuti).

Come si può leggere dal sito freegan.info, le persone che abbracciano questo stile di vita descrivono il sistema economico odierno come un sistema composto da venditori che “danno un valore ai prodotti in base a quanto potranno fruttare economicamente. I consumatori sono costantemente bombardati con messaggi pubblicitari che consigliano di buttare e sostituire gli articoli che abbiamo già per incrementare le vendite […]. Questa pratica comporta la produzione di quantità di rifiuti così ingenti che molti potrebbero essere nutriti utilizzando gli scarti”. Perciò i freegans recuperano dai cassonetti dell’immondizia tutto ciò che è ancora perfettamente integro ed utilizzabile, come prodotti alimentari ancora imbustati ma gettati dalle grandi catene di supermercati. Così, non è affatto improbabile trovare un freegan che all’alba rovista nei secchioni di un supermercato o di un fruttivendolo: sta semplicemente facendo la sua spesa. Ciò comporta ovviamente, oltre che ad un grande risparmio per le tasche di questa gente, pure una conseguenza socialmente positiva: la riduzione dell’ammontare di rifiuti. E se si aggiunge poi che spesso i prodotti così recuperati vengono condivisi con i più bisognosi, si capisce quanto sia nobile l’intento che c’è dietro questi comportamenti.

La situazione di Roma è palesemente complessa e certamente non si potrebbe risolvere solo aumentando il numero di persone che adottino il freeganismo come stile di vita. È giusto comunque in tutto questo rendersi conto del fatto che quando si sente parlare del “problema dei rifiuti a Roma” non si sta semplicemente trattando un tema di decoro urbano o di gestione amministrativa, ma si va ben oltre tutto ciò e si tocca un aspetto che forse è da considerare più importante: la salvaguardia dell’ambiente. Ogni rifiuto prodotto dalla società che non viene adeguatamente smaltito avrà un effetto dannoso sul nostro pianeta; spetta quindi alla coscienza di ognuno adottare uno stile di vita improntato verso la salvaguardia del territorio.

Pendolare romano vs trasporti pubblici

“La vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate”, dice lo scrittore bolognese Stefano Benni nel suo romanzo Achille.Ho sempre pensato che questa frase contenesse al suo interno una grande verità, ma non avrei mai immaginato che la vita di un pendolare potesse anche essere peggio. E se solo Benni fosse nato a Roma, sicuramente sarebbe stato d’accordo.
Sono sicura che chi abbia passato almeno tre giorni a Roma potrà confermare: la mia è una città tanto bella quanto problematica, che non si fa scrupoli a spezzarti il cuore alla fermata del treno o dell’autobus che tarda ad arrivare e che, nel peggiore dei casi, non arriverà mai.

Da studentessa nata e cresciuta sulla via Cassia, in zona nord, e costretta a spostarsi in autobus e treno, di delusioni dalla mia città ne ho ricevute tante, ma è come se, allo stesso tempo, mamma Roma mi avesse forgiata. Perché a Roma essenzialmente funziona così: se non ci sei nato e ci vivi, potresti quasi arrivare a detestarla. Ma se ci sei nato e cresciuto, ogni giorno ti sembrerà di aver imparato una lezione. Che sia dolce o che sia amara, sicuramente la ricorderai a vita.

Mi ha insegnato che se hai un appuntamento in centro e ti sposti con “i mezzi”, devi armarti di pazienza e partire almeno un’ora prima (e aggiungere ai tuoi calcoli mezz’ora per ogni 15 km di distanza in più, che con il traffico … non si sa mai!). Mi ha insegnato ad apprezzare la noia dell’arrivo in largo anticipo ed a scusarmi per essere arrivata in ritardo. Mi ha insegnato che l’elasticità mentale non solo la si esercita con il sudoku o gli scacchi, ma anche elaborando rapidamente delle alternative per raggiungere una meta quando le metro sono chiuse per sciopero, o a causa di qualche guasto. Guasti che, peraltro, sembrano essere una costante dei trasporti pubblici capitolini, se consideriamo che da gennaio ad oggi sono stati 160mila – per quanto riguarda i servizi di superficie (dati: FiltCgil) – e che appena poche settimane fa dei gravi incidenti hanno coinvolto la metro B e i suoi sciagurati passeggeri. Ferite profonde sulla pelle della mia città, che fanno soffrire lei e chi ci abita, chi la visita, chi la adora.

Assomiglia ad un’anziana ma ancora meravigliosa diva del cinema, di cui pochi però si prendono cura con costanza, nonostante il suo respiro diventi ogni giorno più pesante. E nonostante la Capitale mi abbia regalato delle splendide albe, che si alzavano timide da dietro al Cupolone, dei magici tramonti da ammirare dal finestrino dell’autobus bloccato nel traffico o delle meravigliose corse in cui ero l’unica spettatrice a godere di incantevoli paesaggi la mattina presto, il nostro rapporto continua ad essere una contrapposizione di odio e amore degno dell’attenzione del poeta latino Catullo. Alla fine però la guardo, cresco con lei, la vivo e mi chiedo come si possa non accettare le sue scuse. In fondo, se mamma Roma soffre, è anche un po’ colpa nostra. Di quando non paghiamo il biglietto, di quando gettiamo la sigaretta per terra, di quando regaliamo soldi ai parcheggiatori abusivi. E di chi ancora non ha capito le sue potenzialità, il suo essere una metropoli, il fatto che avrebbe solo bisogno di più amore, molta più manutenzione. E magari anche di qualche paio di vagoni nuovi.

Thegiornalisti: Un cuore che batte nel cuore di Roma

A Roma a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 c’era solo un locale dove si faceva musica, era il Folkstudio: il palco dello storico locale di Trastevere è stato luogo dell’amicizia e della collaborazione artistica di due dei più noti cantautori della Scena Romana come Venditti e De Gregori.

Il termine, Scena Romana, è uscito dai libri di storia della musica ed è tornato a rimbalzare per mesi sui social network, sulle riviste di settore ed addirittura sui quotidiani nazionali, da quando Roma è tornata essere il fulcro della musica indipendente italiana.

I Cani con tre album all’attivo e successo nazionale raggiunto grazie all’ultimo Aurora hanno fatto da apripista alla consacrazione della città di Roma come rappresentante capo di questo movimento. Calcutta poi, con l’album Mainstream, ha registrato numerosi sold out negli oltre 100 live in tutta Italia, un successo testimoniato anche dal disco d’oro raggiunto da “Oroscopo”.
Infine i Thegiornalisti, band guidata dal carismatico leader Tommaso Paradiso, è solo l’ultima, ad affacciarsi verso il grande pubblico, dopo l’album Fuori campo che ha consacrato la band nel panorama indie nazionale, Il loro ultimo lavoro Completamente Sold Out uscito il 21 di ottobre è già nella Top Five della classifica dei dischi più venduti su iTunes e punta a raggiungere i risultati dei colleghi sopracitati.

Da Nanni Moretti a Carlo Verdone, Roma è stata messa in scena ben più come protagonista che come set dove far accadere le cose. Tommaso Paradiso, sembra essersi fermato in quella Roma, in ogni sua canzone, troviamo suoni synth pop e testi che vogliono farci salire sulla macchina del tempo delle emozioni e portarci a vivere sensazioni che la nostra generazione non ha vissuto se non in pellicola.

Ho avuto il piacere di incontrare Tommaso Paradiso alla presentazione del disco alla Discoteca Laziale e fargli qualche domanda per questo numero di CulturArte, ponendo l’accento sulla città di Roma ed il legame che ha con la sua musica ed il suo ultimo disco.

Ha senso parlare di “Scena Romana”? Ti senti dentro questo mondo e se sì cosa vi accomuna?

Veniamo tutti da Roma, ma oltre alla città la cosa che ci accomuna è la scrittura, forse è un caso, ma utilizziamo tutti un metodo di scrittura molto pop, semplice e “Ritornellosa”.

Parlaci un po’ del tuo disco, a mio avviso sembra essere un lavoro molto spontaneo, seppur sia un disco estremamente pop. Pensi di arrivare al grande pubblico senza perdere i fan più accaniti dell’universo indie?

Sì, perché il nostro percorso ci ha portato a questo cambiamento, facendo un paragone gigantesco, forse i Coldplay dopo Parachutes, si sono stufati di suonare sempre le stesse 9 canzoni per 30 anni di carriera, la vita cambia e cambiano le esperienze e i gusti. È anche uno stimolo il cambiamento.

C’è un luogo di Roma che pensi possa rappresentare le storie del tuo ultimo album?

Non c’è un luogo in particolare, ma ultimamente sto spesso in un locale a San Lorenzo dove mi sento a casa, dove ho passato tantissimi momenti, dai più belli a quelli più fuori di testa. Questo è un luogo preciso che mi ricorda il mio disco, poi la macchina poi ti porta in varie zone e la strada sicuramente ti da più emozioni.

Roma Caput Cinema

“Roma città aperta”, “Vacanze romane”, “La dolce vita” sono solo alcune delle centinaia di produzioni cinematografiche che hanno attraversato Roma fin dai primi anni del ‘900- la città oggi può essere considerata a pieno titolo una delle capitali del cinema a livello mondiale. Oltre a servirsi dei teatri di posa di Cinecittà (dove sono stati girati kolossal come “Ben Hur” o il più recente “Gangs of New York”), i più famosi registi mondiali hanno deciso di calare la propria cinepresa anche tra le vie romane per catturare scorci spettacolari e senza tempo: le loro storie e i loro personaggi hanno consacrato i luoghi storici della città a icone cinematografiche mondiali, facendo di Roma un vero e proprio set a cielo aperto. Per vivere a pieno la Capitale cinematografica, il miglior modo rimane passeggiare attraverso quei luoghi che il cinema ha immortalato nel tempo.

Così, partendo dal Colosseo, potremmo immaginare Audrey Hepburn e Gregory Peck arrivare in sella ad una rombante vespa per poi entrare nell’Anfiteatro Flavio nel film “Vacanze Romane”. Altro luogo da non tralasciare è sicuramente il Pantheon: presso il pronao del tempio è ambientata una delle più famose scene del film neorealista “Umberto D.” di Vittorio De Sica. Il protagonista cerca di chiedere l’elemosina e, non riuscendovi, manda avanti il suo cane con il suo cappello, mentre lui si nasconde dietro una colonna. Continuando la nostra passeggiata, sarà fondamentale fare tappa alla Fontana di Trevi, dove si sono riflessi i volti più noti dello star system d’oltreoceano. Impossibile dimenticare l’elegante Anita Ekberg che ne “La dolce vita” di Federico Fellini si immergeva nelle acque della fontana invitando Mastroianni con la celebre frase “Marcello, come here!”.

Ma non sono stati solo i monumenti del centro storico ad ammaliare i cineasti di ogni epoca: i registi hanno catturato fotogrammi leggendari anche in altre zone della capitale. E così il Pigneto viene scelto come sfondo per il capolavoro neorealista “Roma città aperta” di Roberto Rossellini: tra le scene girate nel quartiere romano la più celebre è quella della morte della protagonista, Pina, assassinata dai militari tedeschi. Il quartiere Garbatella, invece, viene scelto da Nanni Moretti per ambientare la celebre scena in Vespa nel film “Caro diario”, dove il regista omaggia la bellezza della sua città. In ordine cronologico l’ultimo film con Roma protagonista è “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Tony Servillo si muove tra il Parco degli Acquedotti, le Terme di Caracalla e il Cortile del Palazzo Nuovo in Piazza del Campidoglio, dove si siede su una panchina marmorea, dando le spalle al colossale Marforio.

I capolavori di registi monumentali come Rossellini, De Sica e Fellini sono stati così fondamentali nel costruire l’immagine della Roma odierna nel mondo da cui, se la si vuole scoprire fino in fondo, non vi si può prescindere. Così, in una logica di compenetrazione reciproca, se il successo di questi grandi film è stato frutto anche dell’ambientazione pittoresca della città, Roma stessa è grata a questi film per la romantica rappresentazione che ne hanno dato- e solo il cinema poteva aspirare a tale traguardo.