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DISCMAN 2.0 – A Cuore Pesante

ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!

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Nella seconda stagione di Discman 2.0 ho deciso di spogliarmi davanti ai vostri occhi e di farvi realmente scoprire quello che ascolto ogni giorno della mia vita nonostante si siano rotti gli auricolari.
Finalmente, dopo anni di ascolti, ho dato un senso a quello che ho sempre fatto inconsapevolmente: ascoltare musica del secolo passato, dalla musica dance al cantautorato, dal rock’n’roll alla cumbia.
Ascoltando musica di gente per lo più morta o stagionata, mi sono resa conto che, nel marasma che è la musica a me contemporanea, mi sento di salvare all’incirca 10 nomi su 1000, di cui vi parlerò mentre il nuovo CD gira all’interno del Discman.
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Dieci su mille ce la fanno.
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Ed eccomi, dunque, a parlarvi di Riccardo Sinigallia.
Sinigallia, che i diversamente giovani ricorderanno nei Tiromancino, è un cantante a cui voler bene: due occhi chiari all’ingiù, piercing al sopracciglio ed un cespuglio di capelli ricci e scuri. Sarebbe la descrizione dell’uomo della mia vita, se non fosse che potrebbe benissimo essere, se non mio padre, mio zio.
Ricordo di averlo scoperto per la prima volta al festival di Sanremo, nel lontano 2014, anno dei Perturbazione e di Zibba: con “Prima di andare via” ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!
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È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva

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Sebbene di lui non si abbiano molte tracce, è riuscito a far sapere a tutti che ha scritto un nuovo disco e che presto lo farà ascoltare in tutta Italia.
E così, il 14 settembre 2018 esce Ciao cuore: 9 tracce e una chitarra che non suona più la stessa musica.
Ad oggi, Sinigallia non è pop, nè alternativo, nè rock: Sinigallia è Sinigallia, e Ciao cuore non è un disco facile da comprendere, o almeno non lo è stato per me.
È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva che si rivela quello più vero, con mille cose da dire ma che non ha mai il coraggio di fiatare, fino a quando non trova la persona giusta. E la pubblicazione dell’album descrive esattamente questo: l’arrivo della persona giusta che lo ha spinto a cantare di nuovo e non solo a produrre gli altri; lo ha spinto a mettersi in gioco, ad innovarsi e accantonare la chitarra acustica per dedicarsi ai suoni elettronici, ad essere aggiunto nuovamente nella playlist di Spotify “Indie Italia”… qui ci sarebbe molto da dire, ma non voglio tediarvi più di tanto.
Nonostante la voglia di mettersi in gioco, Ciao cuore rimane un disco ermetico, difficile da interpretare al primo ascolto ma anche dopo: un senso di insoddisfazione rimane nelle orecchie, perché senti di non aver capito tutto quello che aveva da dire.
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Gli spartiti e i testi di tutto l’album oscillano tra razionalità e filosofia, hanno la
capacità di far viaggiare la mente altrove e poi farla ritornare nella tua camera,
ricordandoti che le uniche dimensioni esistenti sono lo spazio e il tempo: quando mi interrompi a colpi di realtà.
Filosofia e ragione, un ossimoro, una guerra perpetua nel corso dei secoli: da una parte la filosofia che apre la mente e fa uscire dagli schemi, dall’altra la ragione, un treno che segue i binari e non deraglia mai; e, da un’altra parte ancora, le donne: che siano di destra con le unghie smaltate o che sia Dudù, all’interno dell’album passeggiano donne da una traccia all’altra, senza pensieri, leggere.
Donne anche sul palco, la sua donna sul palco: la compagna che da sempre è al suo fianco, che lo ha sostenuto sia con il basso che con il cuore, la stessa donna che guarda intensamente negli occhi mentre la chitarra suona: una sinfonia perfetta, colonna sonora dell’incontro di due cuori complementari, del mondo moderno in
equilibrio tra la pace e l’amore vero… “seh, ciao cuore!”
S

-Caterina Calicchio

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Hiroshige: visioni di un Giappone lontano

C’era un tempo in cui Giappone non significava solo manga e All-you-can-eat; un tempo, quello dell’impero Edo (1600-1868) — nome che indicava l’attuale città di Tokyo — in cui il Paese del Sol Levante, nonostante il suo regime di estremo isolamento e repressione, creò le basi per un’arte che avrebbe ridefinito non solo le regole dello stile di molti artisti giapponesi, ma anche influenzato pittori europei come Degas, Klimt e Van Gogh. Proprio quest’ultimo affermava: «Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere […]. Le loro opere sono semplici come un respiro, i giapponesi riescono a creare figure con pochi tratti, ma sicuri, con la stessa facilità con la quale noi ci abbottoniamo il gilé».

È proprio questo il segreto e forse la genialità degli artisti della Ukiyo-e, movimento artistico dell’impero di Edo che rese possibile l’estro di maestri come Utagawa Hiroshige (1797-1858), in mostra alle Scuderie del Quirinale fino al 29 Luglio 2018. L’Ukiyo-e, letteralmente “immagine del mondo fluttuante”, è un termine buddhista che indica l’illusorietà della realtà terrena a cui il saggio non deve attaccarsi; una dimensione unica, quella dei piaceri della vita, rappresentativa di quell’energico mondo giovanile che nel tardo Settecento incombeva nelle città sviluppate di Edo, Kyoto e Osaka. È proprio questa energia che si percepisce nelle innumerevoli silografie che Hiroshige ha realizzato nel corso della sua vita. È la forza dei loro tratti, netti e sicuri, che ritraggono il Giappone nella sua quotidiana misticità. Ne è un esempio la serie di silografie Le cinquantatré stazioni di Tōkaidō (1832) in cui il maestro scova paesaggi e personaggi di un Giappone nascosto, quello della route Tōkaidō, arteria principale dell’impero Edo che, partendo da Kyoto e giungendo alla capitale, toccava gran parte del Paese. Quelli di Hiroshige sono veri e propri scorci che, come in una fotografia, mostrano senza filtri la vita dei viaggiatori delle stazioni di sosta, ora intenti ad attraversare un ponte in piena bufera, ora costretti a sopravvivere al gelo delle nevi nipponiche.

Il tema dei paesaggi viene ripreso più volte dall’artista, fino a giungere alla sua celebre serie le Cento famose vedute di Edo che lo consacrerà maestro dell’ukiyo-e alla pari del già celebre Hokusai. Cento prospettive della città di Edo, ognuna diversa dall’altra per forma e contenuto, che contribuiscono a fornire un’immagine multiforme della complessa capitale giapponese. Sembra di essere scagliati insieme ai protagonisti contro la pioggia che attraversa il ponte Onashi in Scroscio improvviso sul ponte Onashi e Atake, che ispirò lo stesso Van Gogh in Bridge in the Rain (after Hiroshige) del 1887, o di intravedere fra i fiori del Horikiri Iris garden il rosso intenso del calar del sole.

Ancora più stupefacente risulta il modo in cui la natura — soprattutto piante e fiori — riescono a prender vita con Hiroshige: in Fiori e piante delle quattro stagioni fiori di ciliegio e crisantemi gialli, bianchi e rosa invadono un ruscello giapponese che sembra appartenere proprio a quel mondo “fluttuante” a lungo decantato dall’ukiyo-e. Qui la forza della natura viene evocata dal grande artista, come in Carp (koi) dedicata ai guizzanti pesci di fiume: le carpe. A proposito di questi pesci, in uno dei suoi poemi fedelmente riportati sulle pareti dell’ultima sala della mostra, Hiroshige scriverà:

Alla fine
Il suo destino è trasformarsi
In un drago delle nuvole
La forte carpa
che risale il torrente

In Hiroshige tecnica, contenuto e forma coesistono in un armonico spazio a sé. L’ukiyo-e è quella voce fuori dal coro che, con un’eleganza e armonia tipicamente giapponese, impone la necessità di una nuova arte, così di rottura da sconvolgere l’esperienza artistica di molti pittori, europei e non, gettando le basi iconografiche di quella che sarà una delle future industrie più produttive del Giappone: il manga.

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-Daniela Di Placido.

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Introduzione a Klimt

Verso la fine dell’Ottocento, in un’Austria sempre più avanguardista, l’esigenza di trasformazioni e innovazioni metropolitane diede adito all’espansione di nuove concezioni che coinvolsero più branche dell’arte su ispirazione dell’Arts and Crafts britannico: dall’architettura, alle arti applicate, ma soprattutto alla pittura. Fu così che, nel 1897, diciotto fra gli esponenti di tali branche dichiararono la propria scissione dalla Wiener Künstlerhaus, l’associazione ufficiale degli artisti viennesi, e l’ufficializzazione di una nuova e indipendente associazione artistica, la Secessione Viennese, dotata di una propria sede, il Palazzo della Secessione a Vienna. A guidarli era il loro mentore, nonché massimo esponente del movimento, il pittore Gustav Klimt.

Volendo contestare il prevalente conservatorismo vigente, gli artisti secessionisti desideravano esplorare le nuove possibilità dell’arte, aspirando a una rinascita che andasse oltre i confini della tradizione accademica con il proposito di dare inizio a una nuova epoca nel mondo artistico. Le nuove grafiche, le innovative illustrazioni e i design d’avanguardia ebbero modo di raccontarsi sia tramite divulgazioni scritte che nello stesso Palazzo della Secessione, grazie alle numerose esposizioni, permisero l’affermazione del movimento nel suo complesso, nonché dei singoli artisti relativamente alla branca di appartenenza; così, se per la costruzione di palazzi o edifici pubblici era sempre più richiesto l’estro raffinato e originale dell’architetto e urbanista Otto Wagner, per l’arredo dei salotti viennesi le opere del pittore Gustav Klimt divennero di vera e propria tendenza. Infatti, proveniente da numerose commissioni pubbliche — quali il Fregio di Beethoven, dipinto per la mostra in onore del noto compositore o le allegorie realizzate per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna — Klimt divenne l’artista della borghesia in ascesa, di cui ritrasse sopratutto gli esponenti femminili. Tutte le donne dell’alta società viennese aspiravano a essere ritratte da Klimt, motivo di vanto e lusinga fra i salotti cittadini; molte furono le donne che ci riuscirono, si contano infatti più di 3000 ritratti, oggi conservati per la maggior parte fra il Museo del Belvedere e il Palazzo della Secessione, ma solo in poche divennero le Muse ispiratrici del pittore. Fra queste meritano di essere menzionate la moglie di uno dei più importanti industriali dell’epoca, Adele Bloch-Bauer, e la nota stilista Emilie Floge, dei cui ritratti le dominanti tinte dorate di Klimt — caratteristiche nella pittura dell’artista soprattutto a seguito della sua visita del 1903 a Ravenna, da cui acquisì le influenze bizantine — sono frutto della perfetta simbiosi e della totale astrazione dalla realtà createsi nel momento in cui le ritraeva.

Klimt, al contrario del suo contemporaneo teorico della misoginia Otto Weininger, ribalta totalmente la figura femminile conferendole una superiorità erotica tale da sovrastare ogni tipo di pregiudizio esistente. È fondamentale citare l’intrigato erotismo sprigionato dal Ritratto di Adele Bloch-Beuer I (1907), dove la donna viene raffigurata quasi come una divinità o un idolo, astraendola da ogni concetto e dandole una carica erotica idealizzata, senza mai  proporre una sessualità violenta, cruda o volgare. Non solo erotismo, ma anche angoscia e castrazione sono dipinti nelle sue opere: non a caso infatti nel 1900 lo psichiatra e analista Sigmund Freud pubblica una delle opere più controverse del XX secolo, L’Interpretazione dei Sogni, scritto che condizionerà fortemente l’arte e la cultura del tempo, soprattutto a Vienna. Il Fregio di Beethoven (1902) è l’esempio lampante dell’influenza di questa nuova corrente culturale che fa capo a Freud: un’opera carica d’erotismo nella quale il perverso potere seduttivo della donna gioca un ruolo fondamentale, dimostrando quanto la donna sia associata alle forze ingovernabili della natura. L’angoscia di castrazione di Freud diventa una realtà quasi tangibile in quest’opera: le figure delle Gorgoni propongono un rapporto sessuale incompleto, quasi “masturbativo”, dove a trarre piacere sarebbe solo la donna lasciva, che promette amore, ma dona sofferenza e angoscia.

A Roma, dal 10 Febbraio al 10 Giugno, nella cornice della Sala delle Donne presso il Complesso Monumentale di San Giovanni Addolorata, è possibile immergersi tramite un viaggio onirico nella vita e nelle opere del padre fondatore della Secessione Viennese: la Klimt Experience si configura infatti come un percorso multimediale le cui proiezioni visive e sonore garantiscono allo spettatore un salto nel passato, per rivivere le emozioni e gli scenari che hanno visto Vienna protagonista e alimentato il genio di Gustav Klimt; da quello della nascente psicoanalisi, dominato da Freud, a quello della musica classica, in cui la contravvenzione di tutte le regole del tradizionale sistema tonale permise l’ascesa del compositore Arnold Schonberg.

-Carlotta Ketmaier &
Lorenzo Zannetti.

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Maurizio Sarri: un bancario che punta allo scudetto

In alcune città sembra scontato parlare di scudetto ma Napoli non fa parte di queste: il capoluogo partenopeo, infatti, si appresta a vivere una fine di campionato al cardiopalma grazie soprattutto a un allenatore che, forte delle sue posizioni, è riuscito a strappare complimenti a tutti. No, non viene da nessun club blasonato e neppure da una passata carriera calcistica come spesso accade, ma bensì da un semplice ufficio bancario toscano: è Maurizio Sarri, attuale allenatore del Napoli che mai come quest’anno potrebbe vincere il titolo di campione d’Italia, assente dal capoluogo campano dai tempi di Maradona.

Il tecnico, nato a Napoli ma vissuto praticamente in mezza Europa, si è fatto conoscere da tutti alla guida dell’Empoli nella stagione 2014-2015 quando, con una squadra fresca di promozione nella massima serie italiana, riuscì a conquistare la salvezza con quattro giornate d’anticipo esprimendo un gioco divertente e concreto: la sua carriera da allenatore, però, inizia circa sette gironi indietro, nella seconda categoria, dove si trova alla guida della squadra di Stia, piccola frazione del comune sparso di Pratovecchio Stia nell’aretino, per poi passare successivamente al Faella. Dopo aver allenato a quasi ogni livello, il salto definitivo nel calcio professionistico avviene nel 2003, quando venne chiamato a guidare la Sangiovannese; un rapporto che, in pieno stile Sarri, durò solamente due stagioni, concludendosi il 18 giugno del 2005 con le dimissioni e l’immediata chiamata dal Pescara in Serie B. Dopo l’esperienza nel club abruzzese girò varie squadre tra cui Arezzo, Avellino, Hellas Verona e Perugia, prima di firmare con l’Empoli nel giugno del 2012. Gli bastarono due stagioni per traghettare il club della provincia di Firenze in Serie A: si dimise il 4 giugno 2015, in concomitanza con il conferimento del premio Football Leader – Panchina Giusta assegnatogli dall’Associazione Italiana Allenatori Calcio. Passarono pochi giorni e arrivò la firma con la società partenopea guidata da Aurelio De Laurentiis; non fu una scelta economica o di interesse, ma dettata dalla fede azzurra del tecnico.

Tifosissimo del Napoli, Sarri non nasconde le sue origini e, come ogni napoletano che si rispetti, per lui la pizza ha un significato speciale — tanto che ai tempi dell’Empoli la imponeva ai suoi giocatori entro massimo dieci minuti dalla fine della gara, per assumere più carboidrati possibili. Questa è una delle tante curiosità che fanno parte del mondo quasi favolistico di Maurizio Sarri, un allenatore vecchio stile che sembra quasi combattere contro un calcio 2.0: per lui i social non esistono, come molte altre cose che possono distrarre i suoi giocatori; della tecnologia però non disprezza i nuovissimi droni che, da “maniaco degli schemi” come lui stesso si definisce, vengono spesso usati in campo durante gli allenamenti per perfezionare tutti i movimenti della squadra.

Il gioco del tecnico napoletano ha ricevuto elogi da molte personalità calcistiche, soprattutto dopo la sue prime comparse in Europa: uno fra tutti l’attuale allenatore del Manchester City Josep Guardiola che, alla vigilia della sfida di campionato contro il Liverpool, in una conferenza ha citato il Napoli come squadra che lo affascina e di cui è tifoso proprio attraverso l’impostazione di gioco che l’allenatore è riuscito a imprimere al club italiano. Sebbene le esperienze europee in tutte le stagioni passate non siano andate bene, i complimenti non si sono fatti attendere. Un gioco divertente che porta spesso al gol anche grazie al modulo usato quasi in tutte le partite, quel 4-3-3 che, con un attacco veloce e concreto, risulta spesso letale: nella stagione 2016-2017 i gol segnati da Insigne & company sfiorano infatti le 100 marcature (94 per la precisione) portando Mertens, giocatore quasi insostituibile, a un solo gol dal capocannoniere Dzeko, con 29 reti all’attivo. Una macchina da gol ben collaudata che sembra tenere il confronto contro la corazzata Juventus.

Il match point della Serie A 2017-2018 avrà luogo inevitabilmente il 22 aprile quando, all’Allianz Stadium di Torino, farà visita proprio il club napoletano. L’esito è difficilmente pronosticatile ma una cosa è certa: il “miglior gioco della stagione” è da attribuirsi a una sola persona che, dalla provincia e con la sigaretta alla mano, ha rivoluzionato il modo di vedere e fare calcio.

-Andrea Tartaglia.

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Alice Guy-Blachè: la madre del cinema

“Chi è il regista?”
Capita spesso di sentire e porre questa domanda. Al maschile. Infatti di solito associamo la regia cinematografica a un uomo, ma se vi dicessi che a inventare il mestiere di regista così come lo conosciamo noi oggi è stata una donna?

Alice Guy nasce nel 1873 a Saint Mandé, vicino Parigi. L’anno dopo la morte del padre e del fratello maggiore, nel 1894, comincia a lavorare come segretaria di Léon Gaumont, fondatore della casa di produzione omonima. Ha così la possibilità di assistere alla storica proiezione de “L’uscita dalle officine Lumière a Lione” nel 1895.Appassionatasi fin da subito a questo nuovo mezzo di espressione, dall’anno successivo Alice Guy si inventerà per certi versi “l’arte del Cinema”. Infatti è del 1896 “La fée aux choux”, un film di 60 secondi, durata eccezionale per l’epoca, che mette in scena la favola dei bambini che nascono sotto i cavoli. Da qui in poi, oltre a rivoluzionare il concetto di regista, fino a quel momento legato esclusivamente all’operatore di macchina, questa ragazza di appena 23 anni introduce le prime forme di finzione cinematografica. Prima di Griffith, della scuola di Brighton e anche di Méliès.

Negli anni successivi produce una moltitudine di contenuti, da commedie leggere a film horror sui vampiri fino a film musicali, per finire con l’incredibile “La vie du Christ”, 1906, un’opera monumentale di mezz’ora, basata sulle illustrazioni del pittore James Tissot e realizzata col fondamentale supporto di Gustave Eiffel. Ma se c’è un suo lavoro da vedere assolutamente, questo è “Les résultats du féminisme”, sempre del 1906. Nel film i ruoli sociali di uomini e donne sono invertiti. In soli 7 minuti le differenze di genere vengono ridicolizzate con geniale ironia e questo quasi quarant’anni prima che le donne ottenessero il diritto di voto in Francia. Si trova facilmente su youtube, perciò niente scuse, va visto.
In quegli anni Alice Guy sperimenta addirittura i primi film sonori, con l’ausilio del chronophone, uno strumento ideato da Gaumont in grado di sincronizzare le immagini del cinematografo con il suono registrato su un disco e riprodotto in sala durante la proiezione.

Tornando al 1906, il suo anno magico, la Guy conosce un operatore inglese, Herbert Blaché. Poco dopo si sposano. Lei ha trentatré anni, lui ventiquattro. Si trasferiscono negli Stati Uniti e nel 1910 fondano la “Solax”. In questo modo Alice Guy – Blaché diventa la prima donna a capo di una casa di produzione e, per non farsi mancare nulla, nel 1912 gira “A Fool and his money”, primo film con un cast interamente afroamericano. Dello stesso anno è “In the year 2000”, ambientato in un futuro in cui le donne governano la società, opera che però non vedremo mai, essendo andata perduta. Nel 1920 dirige il suo ultimo film. Due anni dopo divorzia con il marito e ritorna in Francia con i suoi due figli. Muore nel 1968, a 95 anni, “quasi dimenticata dall’industria che aveva contribuito a creare” ci ricorda Martin Scorsese. La straordinaria persona di Alice Guy-Blaché, in definitiva, si può racchiudere in una frase che ripeteva spesso ai suoi attori e che aveva fatto segnare su di un’insegna all’entrata degli studi Solax: “Be Natural”.

Claudio De Angelis

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Come se fosse vita

Esseri iperconnessi
ma non comunicanti.
Incomunicabili
i nostri sentimenti.
I nostri patimenti
da nascondere.
Mostriamo
alla platea virtuale
una vita di soli applausi,
sbornie
e sorrisi ammiccanti.
Come se altro non fossimo,
noi grigi manichini
in una vetrina a Led.
Come se questa fosse
la nostra vita.

Arianna Piccolini

Muoversi politicamente con apoliticità

Oggi ci troviamo davanti ad uno scenario mediatico impressionante, vasto e forse per questa sua grandezza intimidatorio. Il grande schermo che ci “comunica la verità” pare che possa funzionare in autonomia, indipendentemente dalla nostra volontà.

Forse questa informazione che ci viene rimpinzata in ogni situazione ed in ogni momento ci sta paradossalmente isolando, o forse ci sta formando per un nuovo tipo di società al quale più velocemente di quanto pensiamo stiamo aprendo le porte. In un mondo complesso e nel conseguente incastro meccanico in cui viviamo oggi diventa difficile definire e definirsi. Rispetto a questa considerazione tutti noi siamo assoggettati dall’esistenza di istituzioni nazionali e internazionali, schierate un po’ di là e un po’ di qua, che, delle volte più piano e delle volte più velocemente, stabiliscono in grandi regole generali cosa è giusto e cosa non lo è in un determinato momento storico.

Questo elemento è ovviamente caratterizzato dall’esistenza della politica: “[…] l’insieme di misure aventi il fine di determinare nella popolazione mutamenti spec. in senso quantitativo, intesi cioè ad accrescerla o a limitarla”. Di conseguenza la politica è lo strumento con il quale confrontarsi per ottenere quello di cui una società ha bisogno.

Ma c’è un altro aspetto che va in controversia con il panorama sopra descritto, nei temi di impatto sociale maggiore che stiamo affrontando in questi ultimi anni. Infatti forti movimenti di posizione rispetto a temi come l’immigrazione, la violenza di genere, l’identità di genere preferiscono dichiararsi apolitici. L’apoliticità fondamentalmente dovrebbe definire semplicemente colui o coloro che sono estranei alla politica, che non aderiscono a nessuna fede e che rispetto alla politica non nutrono sentimenti opinionistici. Il disinteresse nei confronti delle forme di governo della società in cui si vive, però, non è in realtà così semplice come la definizione di apolitica appare.

L’essere parte di una società in evoluzione porta necessariamente un individuo a schierarsi, in un’altra ottica invece chi non schiera le proprie opinioni morali potrebbe rimanere in qualche modo lo spettatore passivo della realtà in cui è.

Ma quindi come si spiega un movimento sociale definito apolitico? Appare forse come un paradosso, soprattutto perché in un sistema democratico è quasi indispensabile che ci sia una partecipata attività di schieramento che dia spessore ai criteri di giustizia che sono messi ogni giorno in discussione. Questo evidentemente non designa uno stato di inattività, piuttosto evidenzia un approccio a quello che l’essere umano di natura si trova a vivere come stato di insoddisfazione, nell’attività diversa da quella dell’istituzione riconosciuta.

Indica, quindi, una fetta di popolazione che non si vuole sentire rappresentata dalle forze politiche ormai, nel 2016, che appaiono nel loro modo di agire così lontane dal cittadino comune che preferisce lavorare su temi che reputa più importanti piuttosto che applicarli alla linea politica di quel momento. Questa posizione alternativa descrive, per certi versi, uno stato di mezzo, che scinde dalla macchina del sistema sociale tutto quello che è la legge scritta, come etichettavano nell’antica Grecia, concentrando tutta l’importanza nella legge divina, etica, morale.

Allo stesso tempo però la valenza che la politica ha nella vita dell’uomo è imprescindibile dall’esistenza dell’uomo stesso. Essa dà sfogo all’esigenza partecipativa della vita sociale. Per questo motivo un soggetto apolitico, fondamentalmente, si schiera dalla parte delle sue ragioni rifiutando – ironicamente – per partito preso di essere definito da altri, essendosi lui per primo detto indefinibile da un punto di vista che rinnega.

Il pensare di poter affrontare i problemi sociali, o di discutere di diritti dell’uomo senza tirare in ballo la politica racconta forse di uno degli ultimi scogli al quale l’uomo si è aggrappato pur di differenziarsi, pur di scappare dal meccanismo sociale nel quale si è rinchiuso nel tempo. Non si può né dire né sapere se l’apoliticità possa divenire un’alternativa concreta in un mondo che non funzioni su base istituzionale, allo stesso tempo però, nel mondo visto da un punto di vista meno astratto, tutti noi facciamo politica ogni volta che confrontiamo il nostro pensiero con gli input esterni che ci travolgono in ogni momento come tsunami incontrollabili. Di conseguenza l’esistenza della politica implica che ogni individuo sia modellato in considerazione della società, e che quindi le sue scelte avvengano di conseguenza a scelte comuni.

Per questo il soggetto apolitico, rispetto a questa realtà, pur muovendosi – per quanto voglia – svincolato da ogni opinione in merito al potere ne è comunque fortemente assoggettato. Di conseguenza colui che dichiara di non interessarsi al modello di incastro sociale in cui vive, diventa oggetto della maggioranza che crede, o dice, di non appoggiare.

In conclusione, in un mondo così complesso come quello odierno nel quale la politica ha perso il suo spessore sociale, sempre di più sentiamo parlare di queste realtà che cercano svincoli alle convenzioni infiltrandosi in strade probabilmente senza uscita. Un modo per ribellarsi al pensiero accademico, consolidato che la partecipazione collaborativa sia una virtù: trasportandosi in una realtà più piccola con meno ostacoli dati dall’identificazione diretta, nascondendo le proprie opinioni dietro una maschera apparentemente inattaccabile.

L’apoliticità è quello strumento che adopera chi, con ostinazione, rifiuta di essere libero rispetto alle libertà che gli sono concesse; cercando la propria nella scelta autopunitiva di non usufruirne. Data la politica come caratteristica umana. Oppure è la conseguenza dell’intuizione che la cattiva politica ci stia allontanando dal pensiero critico rispetto alla convivenza sociale, che ci isola sempre di più. Soli con mille risposte e interessati a nessuna domanda.

Fotografi(amo) le notti, i viaggi, la vita

Le giornate ormai costellate da fotografie. Scatti, scatti ovunque. Il cielo, il paesaggio dal finestrino dell’autobus, una ragazza con le lentiggini e i capelli rossi, le luci, il mare d’inverno, una ballerina in una piazza vuota. Poi ancora il cielo, quel cielo, maledizione! Le nuvole, le rondini, la sensazione di libertà pura e trasparente. Il cielo ogni mattina, a Roma, a Berlino, a Parigi, a Londra. Il cielo a pranzo e cena, alba e tramonto.

La vita è un rullino fotografico che non finisce mai, hai costantemente bisogno di sentirti vivo, hai necessità di ricordarti che sei stato felice e che, forse, lo sei ancora. Una foto non ti lascia scampo: è nuda, vera, sincera, profuma di momento già vissuto e, purtroppo, già finito. Eppure più le guardi tutte, una per una in ordine sullo scaffale, più speri di vivere ancora giorni e anni interi che siano raccolti in un album, stampate e appese sul muro bianco e spoglio della tua stanza.

Vuoi certezze, conferme in ogni momento. Ed una fotografia è una autenticità di te stesso, di come sei, di chi sei. Sorridi e fai una smorfia, probabilmente ti commuoverai; chissà. (Ri)scopri quel momento in un soffio, vorresti non averlo mai vissuto o vorresti solo che qualcuno ti prendesse la mano, con delicatezza, per riassaggiarne soltanto un pezzetto piccolo, ma che sia sufficiente per volare indietro. La fotografia è una costante dei tuoi giorni, anche se non te ne rendi conto e scatti senza sosta, tutto e tutti. Non ti importa.

Desideri semplicemente che tutto sia sempre intorno a te: una passeggiata in campagna tra le spighe di grano di giugno, una cena improvvisata a casa di amici, l’ultima foto con tuo fratello prima del suo viaggio importante. Ti chiederanno la ragione delle tue foto continue, ti domanderanno come sarebbero i tuoi giorni senza click e, solamente a quel punto, rimarrai sospeso tra i tuoi pensieri e una sigaretta. Ti sentirai perso, vuoto credo.

Improvvisamente senti di non avere più modi per esprimerti, nulla da voler dire,
nessuna gradazione di colore da voler condividere; ed è proprio questa la sensazione, quell’affetto morboso che riesci a tirar fuori solamente in una maniera. Ed ecco che le lenti dell’obiettivo tornano a mettere a fuoco e i colori nitidi, di nuovo. Non hanno mai smesso di esserlo, sei semplicemente tu che li hai persi di vista per un istante, ma ora è tutto al proprio posto. Sembra funzionare.

Uno,due,tre respiri profondi si riappropriano della tua pace persa ma subito riacquistata. Nella tua mente risuonano note musicali di Guccini che canta “restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno”; ti rispecchi in quelle parole e credi molto nel potere delle impressioni e nelle tue fantasie. Stanotte dormirai sereno, sognerai. Domani sarà un nuovo grande giorno: fotografia per colazione. Ehi, nulla è per caso. Neanche le tue scelte, neanche tu.

A Via Margutta l’incredibile diventa credibile

Da venerdì 28 ottobre a martedì 1 novembre 2016 Via Margutta si dipinge di mille colori: la storica mostra d’arte è arrivata infatti alla sua 103^ edizione. L’associazione “Cento Pittori Via Margutta”, con la forza della sua compagine (centoquaranta artisti), ha inondato la via di cavalletti e passione tali da attirare l’attenzione dei più curiosi. Inoltre, ha curato tutti gli aspetti inerenti all’organizzazione dell’evento. Via Margutta da sempre è stata il rifugio naturale di pittori, scultori, poeti, musicisti ed artigiani per poi diventare, nel lontano 1953, uno dei luoghi simbolo dell’arte. Nell’immediato dopoguerra, gli animi scalpitavano, volevano riscattarsi, volevano rinascere. E finalmente arrivò la primavera. Non solo per gli artisti di Via Margutta, ma anche per la gente comune che sentiva il bisogno di rifiorire.

Una mostra dove artisti e pubblico si incontrano. Chi osserva, chi si mette a dialogare, chi respira a pieni polmoni quella ventata di creatività e odore di olio su tela. Un po’ come quando entri in una libreria e non puoi fare a meno di prendere un libro ed estasiarti al profumo delle sue pagine. Via Margutta è così. Un museo a cielo aperto, ma con la differenza che l’artista non è quella forma evanescente di cui se ne possono immaginare solo i contorni. No. L’artista prende vita insieme alla sua opera palesando un connubio inscindibile. Quante volte capita di immaginare l’artista mentre crea l’opera che si sta ammirando? Quanti si sono immaginati Leonardo Da Vinci alle prese con la sua Gioconda o Van Gogh con la Notte Stellata o perché no, Antonio Canova con Amore e Psiche? Ma se è vero che “L’arte, che col suo pregio dona ogni dolcezza ai mortali, spesso fece sì che anche l’incredibile diventasse credibile”, vuol dire che Pindaro aveva ragione, perché a Via Margutta l’incredibile diventa credibile.
Chi si aspetta di incontrare esclusivamente pittori rimane piacevolmente sorpreso: non solo pennelli ma anche scalpelli, lime e trapani muovono le mani degli artisti.

Oltre a cavalletti e tele, tantissimi i materiali e le tecniche inusuali adottati. Scultori ed altri artisti emergenti, provenienti da varie nazionalità, espongono il loro talento per appagare gli occhi di chi guarda. Davanti alla bellezza viene smossa la curiosità anche del passante più distratto, vengono risvegliati gli animi più assopiti. Questo è l’effetto che fa Via Margutta. Un tocco di dolcezza, un tocco di colore a interrompere il consueto flusso della vita quotidiana. A Via Margutta tutto sembra possibile. Persino tornare a splendere.

Roma: emergenza rifiuti ed impatto ambientale

Oggigiorno quando si passeggia per le strade di Roma non si rimane soltanto colpiti da quelle che sono le magnificenze architettoniche della nostra amata capitale, ma ormai troppo spesso si resta esterrefatti a causa della grande quantità di rifiuti che popola non solo i cassonetti ma anche le strade, i marciapiedi e gli altri angoli della città.

Il problema della gestione dei rifiuti è ormai all’ordine del giorno a causa della gravità e della difficoltà della situazione. Naturalmente, avere una capitale divenuta simbolo di degrado urbano mette in cattiva luce Roma e l’Italia intera agli occhi dei tanti turisti che ogni giorno si trovano a visitare la città; ma oltre ad un problema di decoro, è ovvio che la questione della raccolta e dello smaltimento di questa enorme quantità di rifiuti ha pure il suo impatto ambientale. È per fronteggiare questo problema che sono state promosse varie iniziative, come ad esempio la campagna di Ama “Il tuo quartiere non è una discarica” per lo smaltimento dei rifiuti ingombranti che tornerà nei municipi della città il prossimo 20 novembre.

Fuoriuscendo però dal settore della gestione pubblica e soffermandoci su quello che è appunto l’impatto ambientale dei rifiuti da tutti noi prodotti, possiamo provare a introdurre un argomento curioso: il freeganismo. Chi sono i freegans? Innanzitutto va detto che il freeganismo è un movimento composto da persone che abbracciano un particolare stile di vita, e che questo stile di vita è utilizzato come simbolo di lotta nei confronti di vari aspetti della società consumista come lo spreco di prodotti alimentari ed anche l’inquinamento ambientale. Per combattere ciò i freegans tentano anzitutto di limitare gli acquisti, ritenendo che dietro la produzione di ogni merce vi sia un impatto deleterio sul pianeta; e poi anche di basare le proprie vite sulla condivisione. Va aggiunto che il freeganismo, il quale recentemente ha trovato degli esponenti anche in Italia, ha caratteristiche diverse a seconda del paese in cui i freegans vivono: negli Stati Uniti si arriva a forme di freeganismo piuttosto radicali, mentre nei paesi europei la pratica più diffusa è il cosiddetto “dumpster diving” (ossia il recupero dei rifiuti).

Come si può leggere dal sito freegan.info, le persone che abbracciano questo stile di vita descrivono il sistema economico odierno come un sistema composto da venditori che “danno un valore ai prodotti in base a quanto potranno fruttare economicamente. I consumatori sono costantemente bombardati con messaggi pubblicitari che consigliano di buttare e sostituire gli articoli che abbiamo già per incrementare le vendite […]. Questa pratica comporta la produzione di quantità di rifiuti così ingenti che molti potrebbero essere nutriti utilizzando gli scarti”. Perciò i freegans recuperano dai cassonetti dell’immondizia tutto ciò che è ancora perfettamente integro ed utilizzabile, come prodotti alimentari ancora imbustati ma gettati dalle grandi catene di supermercati. Così, non è affatto improbabile trovare un freegan che all’alba rovista nei secchioni di un supermercato o di un fruttivendolo: sta semplicemente facendo la sua spesa. Ciò comporta ovviamente, oltre che ad un grande risparmio per le tasche di questa gente, pure una conseguenza socialmente positiva: la riduzione dell’ammontare di rifiuti. E se si aggiunge poi che spesso i prodotti così recuperati vengono condivisi con i più bisognosi, si capisce quanto sia nobile l’intento che c’è dietro questi comportamenti.

La situazione di Roma è palesemente complessa e certamente non si potrebbe risolvere solo aumentando il numero di persone che adottino il freeganismo come stile di vita. È giusto comunque in tutto questo rendersi conto del fatto che quando si sente parlare del “problema dei rifiuti a Roma” non si sta semplicemente trattando un tema di decoro urbano o di gestione amministrativa, ma si va ben oltre tutto ciò e si tocca un aspetto che forse è da considerare più importante: la salvaguardia dell’ambiente. Ogni rifiuto prodotto dalla società che non viene adeguatamente smaltito avrà un effetto dannoso sul nostro pianeta; spetta quindi alla coscienza di ognuno adottare uno stile di vita improntato verso la salvaguardia del territorio.