Tu hai potere

“Oltre alle cosce sode, ai fianchi generosi, a due natiche rotonde e a un seno prorompente, doveva pur esserci qualcos’altro nella donna. Era così difficile definire cosa fosse una donna. Aveva conosciuto madri, sorelle, bambine e amiche e forse, consciamente o inconsciamente, si era pure identificata con qualcuna di loro, probabilmente con la madre o con la zia. Era convinta che la donna fosse un essere umano completo e che la sua permanenza sulla terra fosse guidata da desideri, sensazioni, sentimenti e idee che le facevano assumere un determinato atteggiamento, una determinata condotta di fronte alla vita”. Queste le parole di Mamani, scrittore e curandero peruviano, venuto a mancare il 20 ottobre dello scorso anno.

La donna nella cultura andina è decisamente l’opposto di ciò a cui siamo abituati perché – volenti o nolenti – siamo schiavi di una cultura maschilista e materialista, di una società che ha paura di vedere un po’ più di potere in mano a una donna. Nella cultura andina viene favorita la coscienza femminile, tant’è che nell’antico governo Inca esisteva una istituzione educativa molto prestigiosa che si occupava dell’educazione delle donne: la akklawasi (venne poi chiusa dagli Incas, successivamente distrutta dai conquistadores spagnoli). All’interno di questa istituzione si insegnava che “la donna è artefice della creazione e della consolidazione della società umana, l’asse attorno al quale ruotava quella società” (Mamani, La profezia della curandera).

Ciò che consentiva (e consente tuttora) di aver rispetto della donna e della sua figura è la presa di coscienza da parte dell’uomo di essere diversi. Diversità che non viene vista come “superiorità” dell’uno in confronto alla “inferiorità” dell’altra, bensì come una consapevolezza di ricoprire ruoli diversi ma complementari tra loro, in cui è proprio la donna forza generatrice e trainante: l’uomo è per natura più incline a perdere la rotta, la donna è lì per ricordargli in che direzione remare. La donna, in quanto dimora di una forza incredibile, ha bisogno di spogliarsi dalla costrizione sociale per poter capire che quella forza che possiede dentro di lei (spesso inconsapevolmente utilizzata in maniera negativa e distruttiva) deve indirizzarla verso progetti e idee sane, positive. Questa forza è direttamente connessa alla Pachamama (in lingua quechua Madre Universo), alla quale vengono riservati riti: è infatti la Pachamama colei che genera. Ma può anche distruggere per ricordare ai suoi figli di doverla onorare.

E le donne occidentali? C’è sempre più la diffusione di un modello americanizzato della donna: vista come oggetto da decoro il cui unico compito è quello di sorridere, scoprire il proprio corpo e non esporre la propria opinione. Ma dopo aver ringraziato i reality show per questa non-figura, bisogna ricordare che “le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di dimostrare nulla se non la loro intelligenza” (Rita Levi Montalcini). C’è quindi anche chi non accetta la sottomissione all’altro sesso, chi non accetta di rispondere all’appellativo di “sesso debole” perché non c’è nulla di debole nell’essere Donna.

Nonostante i modelli che la società cerca di imporre tramite i suoi continui luoghi comuni e tabù (ad esempio il non poter parlare liberamente del ciclo o della sessualità), c’è chi affronta la continua lotta per affermarsi, chi si mette in gioco tra una difficoltà e l’altra. Ma anche chi perde il suo obiettivo lasciandosi trascinare dagli avvenimenti, consentendo all’uomo di affermare la sua “supremazia” e finire davvero col sentirsi debole: ed è così che la forza rimane dormiente all’interno di esse, rendendo impossibile il taripaypacha (letteralmente epoca in cui incontreremo nuovamente noi stessi).

“Aveva dovuto usare in modo cosciente quel potere che ogni donna possiede dentro di sé, ma che molte hanno scordato di avere. Solo il sapere, la conoscenza, il coraggio d’osare e d’agire possono riscattarlo, esprimerlo ed elevarlo” (Mamani, La profezia della curandera).

Dove

Dove.

Può sembrare scontato sapere da dove si viene e verso quale luogo si sta andando però non è sempre così. A volte è necessario scontrarsi ed evitarsi prima di poter ricevere delle risposte. È così che mi è successo: per anni ho evitato il mio paese di origine, mi aveva colpita con un pugno nello stomaco e io non ne volevo più sentir parlare. Però i casi della vita si aggiustano in maniera perfetta, al punto che il posto che hai scansato ti chiama, che sia per dovere o per piacere lui inizia a urlare il tuo nome.

E che fai? Ti metti l’animo in pace e capisci che lo devi affrontare una volta per tutte.
A me è successo così però nel momento in cui avevo la forza per strapparmelo di dosso mi sono trovata disarmata e confusa. Ciò che mi è stato ostile per anni mi ha fatta sua. Ciò che mi stavo rassegnando a perdere è entrato nelle mie vene. Perché quando ti senti abbracciare forte e non ti senti soffocare in quell’abbraccio vuol dire che qualcosa sta cambiando, sia all’esterno sia all’interno.

Cominci a guardarti bene intorno e vedi quel cielo sotto il quale ha vissuto tuo padre che ti chiama come se ora appartenesse a te, come se ti fosse stato lasciato in eredità. Vedi che quel fiume che l’ultima volta non avevi nemmeno notato ora ti costringe dolcemente a posare lo sguardo sul suo scorrere. Vedi la perfetta armonia distendersi davanti ai tuoi occhi.
Capisci, finalmente, da dove vieni. Capisci, finalmente, dove stai andando. Ed è una cosa importante se non la più importante.

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Il matriarcato: quando la donna è il “sesso forte”

Immaginate un mondo in cui la donna ha il potere ed è ricca, il capo famiglia è una donna, il datore di lavoro è una donna, chi corteggia è la donna, in cui chi dà il cognome ai figli è la madre. Un mondo un po’ strano, per certi versi…un mondo “alla rovescia”. Eppure questo mondo esiste, e si chiama “matriarcato”.

Il Corriere della sera definisce il matriarcato come una “Istituzione sociale in cui la donna ha il predominio e il potere in quanto madre e capo famiglia”. La donna predomina, quindi è la madre che ha l’autorità. Ma perché predomina? Principalmente per ragioni economiche: è lei che possiede la ricchezza, che nella maggior parte delle tribù organizzate secondo questo modello sociale significa possedere la terra. Difatti, quando in epoche passate gli uomini per motivi di caccia o guerra abbandonavano i propri villaggi, erano le donne che dovevano gestire le case ed i campi posseduti. Da questa potenza economica si passò poi ben presto ad una potenza sociale.

Le comunità basate sul matriarcato sono oramai poche, ma ancora esistono: ci sono in Giappone, in Cina, in parte dell’India meridionale, in Malesia. E secondo alcuni studiosi il matriarcato è il sistema sociale più antico del mondo, più antico anche del patriarcato: antropologi come L.H. Morgan e soprattutto J.J. Bachofen lo consideravano infatti come la fase primitiva di organizzazione sociale.
E allora vediamo meglio come funzionano queste “particolari” società. Si tratta di collettività in cui il progresso così come lo intendiamo noi è inesistente, in cui si vive in condizioni quasi primordiali: sono in gran parte società agricole, strutturate in clan.

La donna è colei che lavora e che possiede interamente i beni del clan, tramandati di madre in figlia. Curioso è l’istituto del matrimonio. Le matriarche scelgono i propri sposi ma ovviamente non prendono il loro cognome né vivono insieme a loro. Gli uomini sposati, infatti, non devono e non possono lasciare la casa materna: è solo durante la notte che si recano dalle proprie mogli, per poi all’alba far ritorno dalle madri. Un matrimonio “ad ore”, potremmo dire, dove l’uomo conta poco o niente, tanto che neanche i suoi figli gli riconoscono autorità: l’unica autorità legittima è quella della madre, il padre biologico non ha voce in capitolo.

In alcune di queste società inoltre, il matrimonio addirittura non esiste. Esistono la famiglia, il sesso e l’amore ma per il matrimonio non c’è spazio. È quello che succede per esempio tra i Mosuo, gruppo etnico cinese che vive nelle province dello Yunnan e del Sichuan, al confine col Tibet, in cui sono le giovani donne che decidono chi deve essere il proprio compagno (attenzione, compagno e non marito) e mai il contrario.

Il “prescelto” può passare la notte con la donna, ma non gli viene mai permesso di convivere con lei: questa tradizione è chiamata dello zou hun, ossia del matrimonio passeggiata. Quando all’interno di una casa vi è presenza maschile, che sia per una sola notte o per più di una, questa viene “segnalata” agli altri uomini mettendo un cappello davanti alla porta. Tra i Mosuo, la donna non ha assolutamente l’obbligo di essere casta; il sesso si vive in maniere del tutto libera, senza alcun pregiudizio, ed è la donna che decide anche a tal proposito: può cambiare partner quando desidera, scegliere a proprio piacimento chi far entrare nella propria stanza, seguendo istinto o sentimenti. La donna è madre ed amante ma mai moglie.

La sua famiglia sono i suoi figli ed i suoi fratelli. In quanto società basata sul matriarcato, poi, è sempre la donna che amministra ogni aspetto della vita economica, sociale e familiare e che prende le decisioni più importanti anche se gli uomini danno il loro contributo, svolgendo comunque mansioni meno impegnative.

Si potrebbe dire quindi che il matriarcato è “un patriarcato al contrario”? Forse sì, forse no. Quello che è certo è che in entrambi i sistemi vige un principio: quello del dominio, del controllo. Cambia il soggetto, ma non il funzionamento: è la donna che prevale sull’uomo o viceversa; è la donna contro l’uomo o viceversa. Ma deve per forza essere così? Ci deve per forza essere un “sesso debole” ed uno “forte”? Forse l’unica verità è che l’uomo è debole senza la donna, la donna è debole senza l’uomo. Forse è arrivato il momento di creare una nuova forma di organizzazione sociale, in cui non c’è un soggetto che ha la meglio sull’altro, in cui uomini e donne svolgono le stesse funzioni, collaborano per il benessere comune, hanno pari dignità e pari diritti, non esistono “capi famiglia” poiché la famiglia non ha bisogno di autorità ma di amore, unione e dialogo, non ci sono discriminazioni di genere perché le opportunità non si differenziano in base al sesso, perché le scelte delle donne hanno lo stesso valore di quelle degli uomini.

Una società insomma, in cui non è per niente vero che “dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”, ma accanto ad ogni grande uomo sì, c’è una grande donna.

She needed a hero so that’s what she became

Nel negozio in cui sto lavorando Natale inizia a Novembre e già da metà Gennaio è tutto pronto per San Valentino. In mezzo ai lucchetti rosa e alle rose rosse, fra i marshmallow a forma di cuore e i guanti per fare in modo che le coppie si tengano per mano nonostante il freddo, non si sono dimenticati neppure del carnevale alle porte del mese di Febbraio. Le orecchie da topolino o la parrucca da frutto? Ardua impresa scegliere il giusto accessorio da sfoggiare nel vortice di coriandoli lanciati in piazza. Le mamme, in preda all’ansia da costume più delle figlie, spesso mi chiedono come sia possibile che vi sia così poca scelta per le bambine, mentre per i bambini vi siano papillon, cravattine e cappelli da cowboy.

Nessuno lo vede. Nessuno, tranne me. Troneggia su un’intera fila, sopra ai cerchietti con il cappellino da fata rosa, lui. Probabilmente è il costume perfetto per una piccola me che si è sempre travestita da pagliaccetto o fatina (rigorosamente turchina): il costume da supereroe. Lo faccio notare, è bellissimo. Cintura, maschera e polsini, tutti decorati con saette. Rosato e rosso intenso l’uno, celeste e blu l’altra variante. Lo propongo, estasiata, come quasi dovessi indossarlo io. Ma no, non va bene. Sorrisi stizziti e occhi fuori dalle orbite, talvolta un “ma è da supereroe, è da maschietti”. Qui le voglio, le care mamme.

Così attente ai particolari, alle calze nere e alle décolleté di camoscio leopardato, ma così impegnate a rivestire le loro figlie ( dopo aver fatto anni di pratica con le Barbie prima e con i chihuahua poi) con vestitini rosa e paillettes come bomboniere da prima comunione da non accorgersi che nell’angolo a destra di quella bustina di plastica ad indossare l’equivoco travestimento è una bambina. Una bambina con gli occhi vispi e i capelli lunghi che se anche fossero stati corti poco sarebbe importato. Una bambina che se anche fosse stata un bambino non avrebbe potuto proibire ad una mamma di comprare quella maschera alla propria figlia. O forse sì? Inadeguato. “Ma insomma, è pur sempre un supereroe, chissà cos’hanno in testa ‘sti danesi”.

“Chissà cos’hanno in testa st’italiani”, penso io che sono cresciuta con le storie delle principesse Disney che trovano il loro dolce epilogo solo con un principe (Frozen e Ribelle The Brave erano ancora lontani dall’essere concepiti concretamente), ma che ogni mattina vedevo combattere come solo una donna sa fare Xena, sentendo nominare qua e là personaggi che avrei approfondito soltanto tempo dopo negli anni di liceo. Io che non sono della stessa idea della Mazzantini e che credo che le persone siano in grado di salvarsi anche da sole, che siano uomini o donne. Si salvano, con acciacchi e fatica sì, ma prima o poi riescono, basta pensare di farcela. Basta pensare di poter essere ciò che si vuole. Anche se si tratta di essere un supereroe celeste in una favola che vede di buon occhio soltanto principessine rosa.

Ma io chi sono se non ho te?

“Who am I to tell my private nightmares to if I can’t tell them to you?”

Frase emblematica della fiducia, pronunciata da Estragon – uno dei due protagonisti principali di Waiting for Godot di Samuel Beckett. Con questa frase si mette in dubbio l’essenza dell’uomo: la persona che la pronuncia, la persona a cui viene rivolta. Ma io chi sono se non ho te?

Più vado avanti con il tempo, più imparo a scoprire qualcosa dai volti delle persone, dalle loro espressioni e spesso non-espressioni, e più mi rendo conto di quanto si stia vivendo una sorta di non ritorno. Sembra che più si va verso il domani e più si ha bisogno di un appiglio. Come se ci fosse una clausola della vita che ti dice “sai, tu puoi continuare a vivere, fai ciò che ti pare, ma abbi paura di restare solo”. Ed è così che vedi che si cercano certezze, ovunque; dai più piccoli ai più grandi.

Il piccolo supereroe (fittizio o reale) per un bambino, un amico, un amore (che Dio ci salvi dai falsi amori e dai falsi sentimenti, vogliamo la realtà!), o una canzone… quanti di voi hanno bisogno di un piccolo gesto che, puntualmente, segni la quotidianità?

C’è chi trova il piccolo appiglio in Paolo Fox, chi nel libro che ha sempre nella propria borsa, chi nel taccuino che porta con sé. Io stessa quando sono sul treno ho bisogno di avere le mie cuffie. Guai se le dimentico a casa o nell’altra borsa: le voglio con me, mi devono in qualche modo proteggere dalle risa isteriche e false di chi occuperà il mio stesso vagone. Specialmente la mattina: nun ve vojo sentì.

“You’re my only hope” – questa volta è Vladimir, il secondo protagonista, a parlare. L’essere umano cerca un contatto, cerca ma non si muove come se gli fosse dovuto ricevere qualcosa senza mai sforzarsi. Sarebbe bello se tutti smettessero per un attimo di stare fermi, se ci fosse movimento. Non come questi due, Gogo e Didi che, in un periodo di incertezza e crisi, rappresentano ciò che effettivamente l’uomo è, ovvero molti dubbi e pochi certezze, infatti dicono ancora “nothing is certain when you’re about”. Crisi, movimento, stasi. Sarebbe meglio, ma per chi?

E: Well, shall we go?
V: Yes, let’s go.

Stanno fermi, ancora.

E: Don’t touch me! Don’t question me! Don’t speak to me! Stay with me!
V: Did I ever leave you?
E: You let me go.

Rispecchia perfettamente le situazioni che ci circondano: non voglio che tu sia presente ma voglio sentirti vicino. L’essere umano che è complesso, anche se nessuno c’ha insegnato ad esserlo. È forse semplicemente più comodo cercare di aggrapparsi a qualcosa. Andiamo avanti così, tra le intemperie che incontriamo, ma forse è meglio.

V: You must be happy, too, deep down, if you only knew it.
E: Happy about what?
V: To be back with me again.

Dio benedica le litigate

Capita a tutti, prima o poi, di ritrovarsi a fissare uno schermo buio aspettando una risposta.

C’è chi aspetta che la partita di calcetto venga confermata, chi cerca di capire dove si farà l’aperitivo, chi vorrebbe sapere se i capitoli da studiare per l’esame sono “solo quelli o ce ne sono altri?”.

Qualunque sia la risposta attesa, ognuno di noi sa che sarà il proprio telefono a darla. Uno squillo, un lampeggiare, una leggera vibrazione sotto il cuscino. Da un oggettino di dieci centimetri dipendono uscite, pranzi, cene, appuntamenti e a volte anche l’equilibrio di una relazione.

Sì perché tra una spunta blu ed una grigia, tra un ultimo accesso ed una foto cambiata, portiamo avanti relazioni sempre più triangolari: tu, io ed il mio telefono. Tu, io e il buongiorno che aspetto. La buonanotte che pretendo, con il cuoricino finale, se possibile. Non solo accettiamo che la tecnologia sia parte integrante dei nostri legami affettivi, ma pretendiamo anche molto da lei e da chi la usa come noi. Ci aspettiamo, in primis, che dall’altro venga utilizzata per soddisfare le nostre richieste.

Volenti o nolenti, ci sarà sempre un testimone pronto a ricordare momenti belli, brutti, luoghi, persone, compleanni, posti che hanno fatto parte della nostra vita. Anche solo per una sera, anche solo per qualche ora.

Basta premere qualche tasto, scorrere un po’ qua e là, per ripercorrere le nostre esistenze e i nostri ricordi in giro per il mondo.

Basta una chiamata per sentirci più vicini. Un messaggio, per volerci più bene. Ma è quando la comunicazione attraverso i dispositivi manca, per volere della persona con cui interagiamo, che le cose si fanno difficili. Quando quella risposta virtuale che tanto bramiamo non arriva e le nostre aspettative crollano.

Le chat, i messaggini, i social, hanno reso tanto semplice il dialogo quanto il silenzio. Se tu ed io stiamo parlando faccia a faccia, non puoi girarti e non rispondermi. O meglio, lo puoi fare, ma non lo fai. Perché nella conversazione ci stai dentro anche tu. Ci siamo tu ed io, siamo esseri fisici, che parliamo, ci raccontiamo cose, alle volte litighiamo.

Già, perché nella vita ci si vuole bene, ma si litiga anche. E che Dio benedica le litigate in vecchio stile!

Quelle in cui si alza un po’ la voce, in cui ci scappa una parolaccia di troppo. Quelle in cui si perde la pazienza per qualche secondo, in cui si è coinvolti psicologicamente e fisicamente. Si arrossisce, si sputacchia. E spesso ci si chiede scusa.

Dio le benedica, quando non sono esagerate, perché non ci si volta mai le spalle. Non si nasconde una presenza, nessuna parola resta “non visualizzata”, nessuna persona viene materialmente bloccata. Non esistono silenzi eterni e non tutte le parole restano nella nostra memoria. Dio benedica anche la capacità di dimenticare e quella di perdonare.

Sia chiaro, nessuno deve sentirsi obbligato a rispondere: anche i silenzi sono sacri. Ma quelli reali, pesati sulla nostra pelle e su quella di chi li ascolta e li sa decodificare.

Nella sociologia il conflitto è un tipo particolare di interazione sociale, in cui degli individui fanno comunque un’esperienza: quella di incompatibilità. E se non c’è dialogo, non c’è lite, non c’è voce, non può esserci interazione. Non può esserci esperienza, si è compatibili con tutti e con nessuno, si hanno milioni di amici e non se ne conosce a fondo neanche uno. Almeno le liti, quelle spinte da passione, che si risolvono in maniera costruttiva, teniamocele care. E sempre siano lodate!

Muoversi politicamente con apoliticità

Oggi ci troviamo davanti ad uno scenario mediatico impressionante, vasto e forse per questa sua grandezza intimidatorio. Il grande schermo che ci “comunica la verità” pare che possa funzionare in autonomia, indipendentemente dalla nostra volontà.

Forse questa informazione che ci viene rimpinzata in ogni situazione ed in ogni momento ci sta paradossalmente isolando, o forse ci sta formando per un nuovo tipo di società al quale più velocemente di quanto pensiamo stiamo aprendo le porte. In un mondo complesso e nel conseguente incastro meccanico in cui viviamo oggi diventa difficile definire e definirsi. Rispetto a questa considerazione tutti noi siamo assoggettati dall’esistenza di istituzioni nazionali e internazionali, schierate un po’ di là e un po’ di qua, che, delle volte più piano e delle volte più velocemente, stabiliscono in grandi regole generali cosa è giusto e cosa non lo è in un determinato momento storico.

Questo elemento è ovviamente caratterizzato dall’esistenza della politica: “[…] l’insieme di misure aventi il fine di determinare nella popolazione mutamenti spec. in senso quantitativo, intesi cioè ad accrescerla o a limitarla”. Di conseguenza la politica è lo strumento con il quale confrontarsi per ottenere quello di cui una società ha bisogno.

Ma c’è un altro aspetto che va in controversia con il panorama sopra descritto, nei temi di impatto sociale maggiore che stiamo affrontando in questi ultimi anni. Infatti forti movimenti di posizione rispetto a temi come l’immigrazione, la violenza di genere, l’identità di genere preferiscono dichiararsi apolitici. L’apoliticità fondamentalmente dovrebbe definire semplicemente colui o coloro che sono estranei alla politica, che non aderiscono a nessuna fede e che rispetto alla politica non nutrono sentimenti opinionistici. Il disinteresse nei confronti delle forme di governo della società in cui si vive, però, non è in realtà così semplice come la definizione di apolitica appare.

L’essere parte di una società in evoluzione porta necessariamente un individuo a schierarsi, in un’altra ottica invece chi non schiera le proprie opinioni morali potrebbe rimanere in qualche modo lo spettatore passivo della realtà in cui è.

Ma quindi come si spiega un movimento sociale definito apolitico? Appare forse come un paradosso, soprattutto perché in un sistema democratico è quasi indispensabile che ci sia una partecipata attività di schieramento che dia spessore ai criteri di giustizia che sono messi ogni giorno in discussione. Questo evidentemente non designa uno stato di inattività, piuttosto evidenzia un approccio a quello che l’essere umano di natura si trova a vivere come stato di insoddisfazione, nell’attività diversa da quella dell’istituzione riconosciuta.

Indica, quindi, una fetta di popolazione che non si vuole sentire rappresentata dalle forze politiche ormai, nel 2016, che appaiono nel loro modo di agire così lontane dal cittadino comune che preferisce lavorare su temi che reputa più importanti piuttosto che applicarli alla linea politica di quel momento. Questa posizione alternativa descrive, per certi versi, uno stato di mezzo, che scinde dalla macchina del sistema sociale tutto quello che è la legge scritta, come etichettavano nell’antica Grecia, concentrando tutta l’importanza nella legge divina, etica, morale.

Allo stesso tempo però la valenza che la politica ha nella vita dell’uomo è imprescindibile dall’esistenza dell’uomo stesso. Essa dà sfogo all’esigenza partecipativa della vita sociale. Per questo motivo un soggetto apolitico, fondamentalmente, si schiera dalla parte delle sue ragioni rifiutando – ironicamente – per partito preso di essere definito da altri, essendosi lui per primo detto indefinibile da un punto di vista che rinnega.

Il pensare di poter affrontare i problemi sociali, o di discutere di diritti dell’uomo senza tirare in ballo la politica racconta forse di uno degli ultimi scogli al quale l’uomo si è aggrappato pur di differenziarsi, pur di scappare dal meccanismo sociale nel quale si è rinchiuso nel tempo. Non si può né dire né sapere se l’apoliticità possa divenire un’alternativa concreta in un mondo che non funzioni su base istituzionale, allo stesso tempo però, nel mondo visto da un punto di vista meno astratto, tutti noi facciamo politica ogni volta che confrontiamo il nostro pensiero con gli input esterni che ci travolgono in ogni momento come tsunami incontrollabili. Di conseguenza l’esistenza della politica implica che ogni individuo sia modellato in considerazione della società, e che quindi le sue scelte avvengano di conseguenza a scelte comuni.

Per questo il soggetto apolitico, rispetto a questa realtà, pur muovendosi – per quanto voglia – svincolato da ogni opinione in merito al potere ne è comunque fortemente assoggettato. Di conseguenza colui che dichiara di non interessarsi al modello di incastro sociale in cui vive, diventa oggetto della maggioranza che crede, o dice, di non appoggiare.

In conclusione, in un mondo così complesso come quello odierno nel quale la politica ha perso il suo spessore sociale, sempre di più sentiamo parlare di queste realtà che cercano svincoli alle convenzioni infiltrandosi in strade probabilmente senza uscita. Un modo per ribellarsi al pensiero accademico, consolidato che la partecipazione collaborativa sia una virtù: trasportandosi in una realtà più piccola con meno ostacoli dati dall’identificazione diretta, nascondendo le proprie opinioni dietro una maschera apparentemente inattaccabile.

L’apoliticità è quello strumento che adopera chi, con ostinazione, rifiuta di essere libero rispetto alle libertà che gli sono concesse; cercando la propria nella scelta autopunitiva di non usufruirne. Data la politica come caratteristica umana. Oppure è la conseguenza dell’intuizione che la cattiva politica ci stia allontanando dal pensiero critico rispetto alla convivenza sociale, che ci isola sempre di più. Soli con mille risposte e interessati a nessuna domanda.

Noi, i giovani Holden

Una macchina schifa, un libro schifo, una vacanza schifo. Al giovane Holden non piaceva proprio nulla. Nemmeno se stesso. Soprattutto se stesso. “Sono fatto in modo schifo”, diceva. Ma con la parola “schifo” intendeva esattamente una sensazione simile all’odore nauseabondo del cibo andato a male oppure un senso di fastidio per ciò che non è come dovrebbe essere? Holden sentiva di non avere nulla al posto giusto, si sentiva continuamente un pesce fuor d’acqua, senza identità, senza un posto nel mondo. Un caos umano. Ma chi non si è mai sentito, anche solo per un momento, di essere fatto in modo schifo?

Holden ci svela senza tentennamenti che tutti abbiamo una cimice da voler schiacciare dentro di noi, ma che spesso abbiamo paura di sporcarci le mani per eliminarla. Ma c’è anche chi crede di avere tutti i tasselli del puzzle incastrati alla perfezione, per accorgersi solo troppo tardi che il quadro non era completo. Probabile che la cimice si sia mimetizzata talmente bene da ridersela sotto i baffi per averla fatta franca. In un modo o nell’altro, tutti abbiamo una parte di noi che proprio non ci va a genio, quella cimice che se ne sta lì solo a dar fastidio, come le mosche quando sei sdraiato e rilassato sul lettino e vengono a ronzarti nelle orecchie.

Ma Holden non guardava oltre il suo naso, o forse guardava troppo in là per non accorgersi di non rappresentare un’eccezione. Non rappresenta alcuna eccezione essere schifo. Ha pagato con la solitudine il prezzo di voler essere diverso, di voler essere anticonformista. Ma accade sempre così. Per andare contro le regole imposte dalla società se ne vanno a creare inevitabilmente delle altre, e ciò che prima era diverso diventa normale nel senso proprio del termine. E alla fine essere diverso significa esattamente essere normale. Ha rifiutato lo schifo derivante dalla falsità e dal conformismo della società borghese americana del tempo.

Ha rifiutato il mondo e ne ha paura. Paura del futuro. Un buco nero. È così che vede il suo domani il giovane Holden, e con lui, tutti i ragazzi della sua età o poco più. Ragazzi che si sentono tanti piccoli topolini in un labirinto senza vie d’uscita. Alcuni sanno che dovrebbero avere un pezzo di formaggio alla fine del percorso, altri non lo sanno, altri non sanno se lo vogliono. Ma chi lo ha detto che il labirinto ha una sola possibile via d’uscita? L’importante è fare, fare, fare. Sì, ma cosa?

Il giovane Holden una cosa la sapeva bene: voleva fare l’acchiappatore nella segale. Si immaginava di essere su un dirupo, in un mondo senza adulti, con tanti bambini che giocavano spensierati, e appena rischiavano di cadere giù, lui li ritirava su. Voleva salvare delle anime innocenti. È quello che desiderava per lui. Essere salvato. Essere guidato. Essere portato sulla retta via. Essere protetto dalle brutture della vita perché tutti gli aspetti lo mettevano in crisi in quanto non era ancora in grado di guardare bene in se stesso, nel suo modo di essere schifo.

“Ti succede mai di averne fin sopra i capelli? Voglio dire, ti succede mai d’aver paura che tutto vada a finire in modo schifo se non fai qualcosa?”, ci chiede Holden.

“Come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete”, ci risponde Holden.

Io sono Marta, io sono te

Una distesa di fango e lamiera si estende a perdita d’occhio. Capre e galline rovistano nella plastica per cercare qualche scarto con cui nutrirsi. Un fumo grigio-verde si innalza dal terreno, per via dell’immondizia che viene interrata, perché le strade ne sono già piene in ogni angolo, perchè i bacini delle fogne a cielo aperto sono ormai intasati.

Forse Kibera (Nairobi, Kenya) è lo slum più grande del mondo, o forse non lo è: non si riesce nemmeno a calcolarne la popolazione che, secondo le stime, oscilla tra i 170mila e i 2,5milioni di abitanti, per l’imbarazzo di ogni censitore. L’abitante-tipo di Kibera è sieropositivo, condivide una latrina con 50 altre persone, ha una speranza di vita di 30 anni e obbliga almeno una donna della sua famiglia a prostituirsi quotidianamente, in cambio di cibo. Sniffa colla sin da quando era bambino perché tutti gli altri bambini lo facevano. Trascorre le sue giornate disteso per terra con gli stimoli vitali ridotti al minimo, perché la malnutrizione, la malattia e la tossicodipendenza gli hanno distrutto, tra le altre cose, il sistema nervoso.

Marta, invece, è una studentessa universitaria figlia della classe media portoghese. Con qualche piccolo sacrificio, nonostante la crisi, riesce a terminare gli studi, ma non le è mai mancato niente. Marta studia Cooperazione, non sopporta le ingiustizie e ama viaggiare. È una persona piena di energia; energia che vuole dedicare alle cose in cui crede, senza pensarci troppo: è impulsiva, e forse anche un po’ incosciente. E’ stata forse questa sua caratteristica che l’ha portata a spendere quei pochi soldi che aveva minuziosamente risparmiato per un viaggio in Kenya.

Marta trascorre tre mesi a Kibera come volontaria: nulla sarà più come prima. “Nel mio mondo fatto di libri e documentari tutto questo non c’era”, dice spesso, “Qualcosa, in me, era cambiato irreversibilmente. Non potevo permettere che tutto questo accadesse. Come potevo tornare a casa e vivere tranquillamente, come se non avessi visto nulla?”.

Così Marta torna in Portogallo, improvvisa una goffa raccolta fondi e vola a Kibera. Questa volta, però, decide di restarci. Con pochi finanziamenti e ancora meno esperienza, all’età di 23 anni, fonda “From Kibera With Love”, un’associazione dedicata all’erogazione di servizi all’infanzia. Dopo mille sfide e altrettanti ostacoli, Marta riesce a pagare la retta scolastica per sedici bambini, ai quali offre anche un pasto al giorno. Quattro anni dopo, Marta riesce a quintuplicare il suo impegno, accogliendone ottanta, ai quali garantisce anche vaccini contro il colera e il tifo.

Marta non dimostra ventisette anni. Ha il viso scavato e le rughe profonde. Ha uno sguardo pacato e calmo: quello sguardo di chi ha trovato la sua ragione di vita, quello sguardo che ti legge dentro e ti fa sentire nudo. Ma questo piccolo miracolo non è qualcosa di irraggiungibile: Marta potrebbe essere la ragazza della porta accanto; potrebbe essere lo scrittore di questo articolo, potrebbe essere il lettore. Non sono necessarie qualità o compentenze specifiche affinché storie come queste accadano.

Il “dono” di Marta appartiene a tutti, in realtà: avere delle proprie aspirazioni intrinseche e profonde è nella natura umana stessa. E queste non devono necessariamente avere una vocazione umanitaria o di sacrificio; non esistono storie più o meno straordinarie, bensì gesti e azioni compiuti nel rispetto della propria natura, delle proprie aspirazioni, della propria voglia di mettersi in gioco. Ciò che realizza lo straordinario, in realtà, è sapersi ascoltare e non aver paura di intraprendere la propria strada.

Davide Germondari