Temi della Vita, o tutto quello che riguarda le persone ma non c’entra con la Cultura.

Piero Gobetti: cosa ho a che fare io con gli schiavi?

Come raccontarvi di Piero Gobetti lontano da via estremamente intellettuali? E chi era ‘sto Gobetti? Come rendere intellegibile una produzione letteraria ben più sconosciuta rispetto ai moderni meme di una qualsiasi paginetta quale Sesso Droga e Pastorizia; come fare i conti con la storia del primo editore di Eugenio Montale.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Confesso: non so fare meglio dell’utente che ha redatto la sua pagina Wikipedia, credo commetterei un torto ai miei ventiquattro lettori se cercassi in questo articolo di emularne lo stile.

Nelle ultime settimane fascism è la parola più ricercata online nel dizionario Merriam-Webster: Gobetti ci lascia detto che che il fascismo è l’autobiografia di una nazione. Ed è terribile, se uno ci pensa, quanto siano rare, ad un passo dalla farsa, le analisi sulle origini di questo fenomeno. Non tutto il pensiero gobettiano è attuale per il tempo presente, eppure i suoi scritti sulle origini del fascismo in Italia sono tra le letture più illuminanti per comprendere dove e come nascano le fratture sociali che conducono un’ideologia antiegualitaria a diventare predominante tra la perduta gente.

Gobetti si sentiva esule in patria, resistette per qualche anno alla dittatura mussoliniana, la avversò, subì personalmente percosse fisiche dalle camicie nere. Fu costretto a chiudere la sua casa editrice, sperava di proseguire la sua attività di scrittore ed editore in Francia. Non fu possibile. Trovò la morte ad appena venticinque anni nel 1926, ancora oggi riposa nel cimitero di Père Lanchaise a Parigi.

Piero aveva una completa inabilità alla vita pratica, l’obbligo di cercare casa nel freddo inverno parigino lo ha talmente destabilizzato che la sua salute ne soffrì: quando le sue condizioni di salute peggiorarono decise di recarsi al Louvre, tipo la morte di Bergotte ne la Recherche di Proust: lo scrittore in fin di vita osserva un quadro di Vermeer e cerca la bellezza, un’affinità emotiva che lo porti ad affermare io voglio scrivere come quel pittore dipinge.

Non dentro un’aula universitaria, non attraverso un manuale accademico, ma grazie a Paolo di Paolo e al suo fortunato Mandami tanta vita (Feltrinelli, 2013) ho scoperto la vita di Piero, del filosofo Gobetti, dell’amore per Ada Prospero: come un nano sulle spalle di un gigante, ancor più dopo aver scoperto che anche lui per conquistare la sua persona le ha raccontato degli Elementi di Scienza Politica di Gaetano Mosca, pensando che. E invece. Parliamo di un uomo schivo, che voleva difendere la parte più profonda di sé; un intellettuale che si forma studiando Vittorio Alfieri, parliamo di un ragazzo che all’alba dei vent’anni si confronta con mostri sacri quali Croce, Salvemini, Einaudi. Così come da liberale à la J.S. Mill col comunista Antonio Gramsci sulla rivoluzione d’ottobre, non nascondendo un’inaspettata simpatia verso le lotte operaie all’interno delle fabbriche durante il biennio rosso.

Il senso di questo articolo è racchiuso nell’emblema della Piero Gobetti editore – tì moi syn doulòisin / che ho a che fare i coi servi? La schiavitù, la sola cosa da cui bisogna fuggire sempre.

Mario Incandenza

Noi, i giovani Holden

Una macchina schifa, un libro schifo, una vacanza schifo. Al giovane Holden non piaceva proprio nulla. Nemmeno se stesso. Soprattutto se stesso. “Sono fatto in modo schifo”, diceva. Ma con la parola “schifo” intendeva esattamente una sensazione simile all’odore nauseabondo del cibo andato a male oppure un senso di fastidio per ciò che non è come dovrebbe essere? Holden sentiva di non avere nulla al posto giusto, si sentiva continuamente un pesce fuor d’acqua, senza identità, senza un posto nel mondo. Un caos umano. Ma chi non si è mai sentito, anche solo per un momento, di essere fatto in modo schifo?

Holden ci svela senza tentennamenti che tutti abbiamo una cimice da voler schiacciare dentro di noi, ma che spesso abbiamo paura di sporcarci le mani per eliminarla. Ma c’è anche chi crede di avere tutti i tasselli del puzzle incastrati alla perfezione, per accorgersi solo troppo tardi che il quadro non era completo. Probabile che la cimice si sia mimetizzata talmente bene da ridersela sotto i baffi per averla fatta franca. In un modo o nell’altro, tutti abbiamo una parte di noi che proprio non ci va a genio, quella cimice che se ne sta lì solo a dar fastidio, come le mosche quando sei sdraiato e rilassato sul lettino e vengono a ronzarti nelle orecchie.

Ma Holden non guardava oltre il suo naso, o forse guardava troppo in là per non accorgersi di non rappresentare un’eccezione. Non rappresenta alcuna eccezione essere schifo. Ha pagato con la solitudine il prezzo di voler essere diverso, di voler essere anticonformista. Ma accade sempre così. Per andare contro le regole imposte dalla società se ne vanno a creare inevitabilmente delle altre, e ciò che prima era diverso diventa normale nel senso proprio del termine. E alla fine essere diverso significa esattamente essere normale. Ha rifiutato lo schifo derivante dalla falsità e dal conformismo della società borghese americana del tempo.

Ha rifiutato il mondo e ne ha paura. Paura del futuro. Un buco nero. È così che vede il suo domani il giovane Holden, e con lui, tutti i ragazzi della sua età o poco più. Ragazzi che si sentono tanti piccoli topolini in un labirinto senza vie d’uscita. Alcuni sanno che dovrebbero avere un pezzo di formaggio alla fine del percorso, altri non lo sanno, altri non sanno se lo vogliono. Ma chi lo ha detto che il labirinto ha una sola possibile via d’uscita? L’importante è fare, fare, fare. Sì, ma cosa?

Il giovane Holden una cosa la sapeva bene: voleva fare l’acchiappatore nella segale. Si immaginava di essere su un dirupo, in un mondo senza adulti, con tanti bambini che giocavano spensierati, e appena rischiavano di cadere giù, lui li ritirava su. Voleva salvare delle anime innocenti. È quello che desiderava per lui. Essere salvato. Essere guidato. Essere portato sulla retta via. Essere protetto dalle brutture della vita perché tutti gli aspetti lo mettevano in crisi in quanto non era ancora in grado di guardare bene in se stesso, nel suo modo di essere schifo.

“Ti succede mai di averne fin sopra i capelli? Voglio dire, ti succede mai d’aver paura che tutto vada a finire in modo schifo se non fai qualcosa?”, ci chiede Holden.

“Come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete”, ci risponde Holden.

Io sono Marta, io sono te

Una distesa di fango e lamiera si estende a perdita d’occhio. Capre e galline rovistano nella plastica per cercare qualche scarto con cui nutrirsi. Un fumo grigio-verde si innalza dal terreno, per via dell’immondizia che viene interrata, perché le strade ne sono già piene in ogni angolo, perchè i bacini delle fogne a cielo aperto sono ormai intasati.

Forse Kibera (Nairobi, Kenya) è lo slum più grande del mondo, o forse non lo è: non si riesce nemmeno a calcolarne la popolazione che, secondo le stime, oscilla tra i 170mila e i 2,5milioni di abitanti, per l’imbarazzo di ogni censitore. L’abitante-tipo di Kibera è sieropositivo, condivide una latrina con 50 altre persone, ha una speranza di vita di 30 anni e obbliga almeno una donna della sua famiglia a prostituirsi quotidianamente, in cambio di cibo. Sniffa colla sin da quando era bambino perché tutti gli altri bambini lo facevano. Trascorre le sue giornate disteso per terra con gli stimoli vitali ridotti al minimo, perché la malnutrizione, la malattia e la tossicodipendenza gli hanno distrutto, tra le altre cose, il sistema nervoso.

Marta, invece, è una studentessa universitaria figlia della classe media portoghese. Con qualche piccolo sacrificio, nonostante la crisi, riesce a terminare gli studi, ma non le è mai mancato niente. Marta studia Cooperazione, non sopporta le ingiustizie e ama viaggiare. È una persona piena di energia; energia che vuole dedicare alle cose in cui crede, senza pensarci troppo: è impulsiva, e forse anche un po’ incosciente. E’ stata forse questa sua caratteristica che l’ha portata a spendere quei pochi soldi che aveva minuziosamente risparmiato per un viaggio in Kenya.

Marta trascorre tre mesi a Kibera come volontaria: nulla sarà più come prima. “Nel mio mondo fatto di libri e documentari tutto questo non c’era”, dice spesso, “Qualcosa, in me, era cambiato irreversibilmente. Non potevo permettere che tutto questo accadesse. Come potevo tornare a casa e vivere tranquillamente, come se non avessi visto nulla?”.

Così Marta torna in Portogallo, improvvisa una goffa raccolta fondi e vola a Kibera. Questa volta, però, decide di restarci. Con pochi finanziamenti e ancora meno esperienza, all’età di 23 anni, fonda “From Kibera With Love”, un’associazione dedicata all’erogazione di servizi all’infanzia. Dopo mille sfide e altrettanti ostacoli, Marta riesce a pagare la retta scolastica per sedici bambini, ai quali offre anche un pasto al giorno. Quattro anni dopo, Marta riesce a quintuplicare il suo impegno, accogliendone ottanta, ai quali garantisce anche vaccini contro il colera e il tifo.

Marta non dimostra ventisette anni. Ha il viso scavato e le rughe profonde. Ha uno sguardo pacato e calmo: quello sguardo di chi ha trovato la sua ragione di vita, quello sguardo che ti legge dentro e ti fa sentire nudo. Ma questo piccolo miracolo non è qualcosa di irraggiungibile: Marta potrebbe essere la ragazza della porta accanto; potrebbe essere lo scrittore di questo articolo, potrebbe essere il lettore. Non sono necessarie qualità o compentenze specifiche affinché storie come queste accadano.

Il “dono” di Marta appartiene a tutti, in realtà: avere delle proprie aspirazioni intrinseche e profonde è nella natura umana stessa. E queste non devono necessariamente avere una vocazione umanitaria o di sacrificio; non esistono storie più o meno straordinarie, bensì gesti e azioni compiuti nel rispetto della propria natura, delle proprie aspirazioni, della propria voglia di mettersi in gioco. Ciò che realizza lo straordinario, in realtà, è sapersi ascoltare e non aver paura di intraprendere la propria strada.

Davide Germondari

Alekos Panagulis: “Un uomo” simbolo della resistenza

“Alekos, cosa significa essere un uomo?”
“Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. […] Significa lottare. E vincere”.

Questo è il modo in cui Alekos Panagulis rispose ad Oriana Fallaci durante un’intervista del 1973, anno in cui viene liberato dopo cinque anni di reclusione a causa del fallimentare attentato alla vita del dittatore Georgios Papadopulos. Questo è il primo incontro di Oriana Fallaci con un politico ma soprattutto un poeta del quale poi s’innamorò e che, dopo la sua “misteriosa” morte, diventò il protagonista/eroe di quello che da molti è stato definito il più bel romanzo della Fallaci: “Un Uomo”, appunto. Chiunque abbia letto il romanzo di Oriana sa che descrivere la personalità di Alekos è cosa ardua.

Nato a Glifada nel 1939, all’università studia ingegneria per poi intraprendere la carriera militare. Quando nel 1967 Papadopulos impone un regime militare, Alekos non ci sta e per contrastarlo fonda l’organizzazione Resistenza Greca. Si auto-esilia a Cipro dove, da mente ingegnosa qual è, organizza nei minimi dettagli l’attentato contro il dittatore.

Quel giorno però qualcosa va storto. L’esplosione manca la limousine nella quale viaggia Papadopulos e subito la polizia del regime cerca chi ha azionato la bomba. Alekos riesce frettolosamente a nascondersi, ma purtroppo il destino gli gioca un brutto scherzo: “Il capitano si mosse e inciampò. E cadde giù dalla roccia. Ti cadde proprio davanti. E ti vide”.

È così che per Alekos Panagulis inizia l’incubo. Un incubo fatto di anni trascorsi in fastidiosa solitudine all’interno di celle spaziose come tombe, di ufficiali disumani specializzati nell’infliggere torture atroci, di trasferimenti da una prigione spaventosa ad una ancora più spaventosa, di tentate fughe e poesie straordinarie.

Nel 1968 a seguito di un processo in cui Alekos, così come commenta Fallaci stessa, si trasforma da accusato ad accusatore e che coinvolge l’opinione pubblica ovunque, egli viene condannato a morte e subito trasferito ad Egina, luogo in cui per giorni attende l’esecuzione poi mai arrivata. Papadopulos è infatti costretto a cambiare idea sotto incitamento di politici europei: offre la grazia ad Alekos che ovviamente la rifiuta beffardamente. La sua prigionia quindi continua e lo segna profondamente, sul corpo e nell’anima.

Anche dopo aver riacquistato la libertà, Alekos si batte per riorganizzare la Resistenza: nel 1973, difatti, si sviluppa “un golpe nel golpe” che porta un nuovo dittatore, Joannidis, alla guida del paese. Ora Panagulis ha un nuovo nemico contro il quale continua a combattere sfoderando come sempre la sua arma migliore: l’ingegno.

Tuttavia nel 1974 la giunta cade e in Grecia vengono indette elezioni “democratiche”. Panagulis, seppur contrario alla “politica dei partiti” vi concorre, con l’unico scopo di portare a termine la sua lotta per la democrazia. Da deputato, vuole smascherare i politici favorevoli al regime dei colonnelli che indisturbati siedono al Parlamento; in particolare accusa il ministro della difesa Averoff. Per tutto il 1975 si dedica segretamente alla ricerca di documenti in grado di dimostrare la veridicità delle sue accuse. Trova finalmente gli archivi scoprendo così che Papadopulos e Joannidis furono affiancati non solo da Averoff ma pure da componenti del suo stesso partito.

Ovviamente a questo punto Panagulis torna ad essere un elemento “scomodo”, ormai conscio del fatto che quel regime democratico post-dittatura di democratico ha ben poco. Con queste parole Oriana Fallaci descrive la sua fine: “Lo eliminarono la vigilia della consegna degli archivi in Parlamento. […] La notte tra venerdì e sabato Primo maggio, mentre andava a dormire a casa della madre a Glifada, due automobili presero a inseguirlo. Una gli si affiancò a gran velocità e, con un’abile manovra di testa-coda, lo scaraventò fuori strada. Morì quasi sul colpo. Ai suoi funerali parteciparono un milione e mezzo di persone”.

Il primo maggio muore Alekos Panagulis, un uomo il quale la donna che amava descrive come “uno di quegli uomini per cui anche morire diventa una maniera di vivere, tanto spendono bene la vita”. Un uomo il quale, sicuramente, se non fosse stato fermato in quella maniera bruta, avrebbe migliorato la Grecia e forse il mondo.
“…E per te cos’è un uomo, Oriana?
Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos”.

Fuga dallo stadio

“Ma possibile che Spalletti ancora fa gioca Juan Jesus?”

“A Inzaghi la devi toglie la difesa a 3, metti Anderson più avanti”

Roma è una città che vive di calcio 24 ore al giorno. Radio e tv private, siti web, community, fino alle continue chiacchierate al bar e in taxi. Il calcio nella città eterna significa passione e completa devozione. E così le due compagini capitoline, anche nei momenti più bui, sono riuscite a spostare grandi masse di pubblico allo Stadio Olimpico.

Da più di un anno a questa parte però non è più così: complici vari fattori, lo stadio Olimpico difficilmente riesce a riempirsi. Le curve, piene e festanti come da sempre si è abituati a vederle nella Città Eterna, sono oramai un lontano ricordo. E anche gli altri settori faticano a riempirsi, che sia un big match o, incredibile ma vero, lo stesso derby. Sono ancora fresche negli occhi dei tifosi di entrambe le squadre le immagini dei due derby disputati lo scorso anno, con uno stadio che difficilmente raggiungeva le 30.000 presenze, e con i settori più caldi tristemente semivuoti. Ma come si è arrivati a questa situazione? Come è stato possibile che le due tifoserie della Capitale, storicamente contraddistinte da un amore viscerale verso la propria squadra, abbiano abbandonato la propria “casa”?

Prima giornata di campionato 2015-2016, Lazio – Bologna, i tifosi biancocelesti entrano per la prima volta in una Curva Nord divisa a metà, brutalmente separata da una vetrata: stessa sorte sarebbe toccata ai “cugini” giallorossi la domenica seguente. Già in estate i supporters di entrambi le squadre avevano iniziato a protestare contro il procedimento dell’ex Prefetto Gabrielli, ora Capo della Polizia- oggetto del contenzioso, ciò che avrebbe scosso il mondo del tifo romano per tutto l’anno a seguire: le ormai celebri barriere. Con questo progetto, in controtendenza con quelle che sono le consuete normative Uefa attuate negli stadi europei, si accoglieva la richiesta del Viminale di dividere in due le curve dello stadio attraverso separatori per poter “ridurre i pericoli”, al quale, secondo le autorità, erano sottoposti i tifosi ogni domenica. Inoltre, dalle primissime amichevoli estive, molti tifosi avevano iniziato a ricevere multe e improbabili daspo per motivazioni quali cambio di posto a sedere, o il prolungato risiedere nelle zone limitrofe all’entrata della curva.

Dunque, a discapito dei plurimi motivi, il provvedimento, a stagione conclusa, ha portato ad una diminuzione drastica di tifosi sugli spalti: ne ha fatto le spese la Roma, che storicamente ha sempre riempito almeno il settore della Curva, anche quando i risultati non arrivavano. Con le barriere, la formazione giallorossa ha visto una diminuzione del 12,3% dei propri fans, scendendo dai 40.135 del campionato 2014/2015 ai 34.164 di media delle scorso: da sottolineare come 23.000 unità dell’ultimo dato siano abbonamenti, di cui forse metà dei possessori si è poi recata allo stadio nei match casalinghi, di fatto abbassando ancora di più le presenze. Peggio ancora è andata alla Lazio, la quale situazione è ancor più spinosa: complice il pessimo rapporto che i tifosi biancoazzurri hanno con il loro presidente, e aggiungendo i risultati non proprio soddisfacenti del campionato disputato, le Aquile hanno avuto in termini di spettatori il peggiore dato in Serie A. Si tratta infatti di un incredibile -41,4%, che ha causato una perdita del 22,7% dei ricavi dai biglietti: tradotto in spettatori, stiamo parlando di circa 15.000 tifosi in meno in ogni partita rispetto l’anno antecedente. Numeri apocalittici, ma che non hanno minimante allertato i responsabili della sicurezza di Roma,anzi, anche questa stagione, come previsto, l’Olimpico fatica a riempirsi, e non a caso ancora le Curve sono il settore più colpito: dimostrazione di come ai tifosi capitolini la curva così divisa e spezzata proprio non garba. Non piace perché frammenta la gente; perché separa amici e conoscenti che non aspettano altro che la domenica per riunirsi nello stesso luogo; perché annienta il classico “clima da stadio” fatto di cori e goliardia; perché, semplicemente, non pare aver riscontri utili e producenti se non quello di allontanare le persone da una passione che qui a Roma è considerata come una fede.

E tra un mese arriva il derby, stadio pieno o vuoto? Chissà.

(Im)possibile Roma

Roma.
La grande metropoli italiana che accoglie tutti quegli occhi giovani e pieni di vita che non desiderano altro che potersi finalmente definire “studenti fuori sede” , crescere, vivere, conoscere.

All’inizio con quell’aria di una meta così lontana e difficile, l’apparenza di metropoli impossibile ; poi un battito di ciglia, un altro ed ecco che firmi il contratto della tua prima casa, incontri i coinquilini con i quali condividerai te stesso, fai la prima lavatrice, scarichi Google Maps perché non conosci che la via di casa tua, fino alle prime lezioni all’Università.
All’inizio ci si sente soli.

Un nuovo inizio non è mai semplice: sei carico di aspettative, ti senti talmente capace e resistente che non tieni in considerazione le malinconie, un amico più lontano del solito, un pranzo che non sia la pasta col tonno, mamma che sistema la camera da letto.
“Tanto ce la farò, senza problemi”, ti fai sicurezza. Ed è vero, ce la farai ma con problemi e strade non spianate incluse. Unico pacchetto, senza escludere niente. O tutto o nulla. E il fuori sede preferisce il tutto al nulla, a volte pentendosi della scelta perché “era meglio vicino casa”.

Casa lontana è spesso dubbio, stanchezza, indecisione, fallimento; d’altronde vent’anni son così, sei tutto e non sei nessuno. Ti capita di pensare di mollare tutto, pensi di aver compiuto la più grande sciocchezza che avessi mai potuto fare, poi scatta quella molla che ti fa (ri)credere. Quel qualcosa che stravolge i cattivi pensieri e forse anche un po’ di tristezza accumulata. E’ proprio lei che ti schiaccia ma che ti rialza mille e mille altre volte.
Cavolo, è la città più bella del mondo.

Anche quando la prossima metro arriva tra sei minuti. Sei minuti che sono dieci. Arriva, piena. Modalità sardina, tutti schiacciati. Non respiri, resisti fino a Termini. Massa di persone che scende, riprendi fiato, massa di persone che sale. Nel frattempo sei ancora in piedi. Sei incazzato nero, ma non sai ancora che la giornata finirà con un tramonto al Giardino degli Aranci.
Eccola lì. Roma che sa riconquistarti in un attimo, stupenda, dipinta. Un quadro che speri possa durare sempre. Roma senza tempo e spazio nei colori, negli scorci.

Vuoi restare, addio casa, addio mamma, papà, cane. In fondo sei contento della direzione nella quale procede la tua vita; Roma ti piace, nonostante domani ci sia lo sciopero dei mezzi. Ma ti piace comunque.
Sei lontano da casa, ma il pizzaiolo dall’altra parte della strada ti chiama già col soprannome.” Ao a riccia”. Roma è anche questo: è casa, già dopo un mese. C’è accoglienza, infinita simpatia, freschezza, cordialità. Roma è via dei Fori Imperiali di notte, è l’N2 fatto di sguardi eccessivi, è una pizza del discount, una bolletta da pagare, è una canzone.
Sempre la stessa quando prendi la metro, quella che ti fa sentire grande e che ti fa fantasticare sulla signora anziana con le rughe sul viso e gli occhi verdi, seduta proprio di fronte a te.

Roma è una birra a Trastevere, è tua madre e tuo padre che si commuovono quando riparti, è un concerto con le braccia in alto e le luci blu elettrico, un senzatetto a cui tremano le mani sporche, è il cassonetto della spazzatura che rimane pieno per un mese. Il fuori sede romano è il migliore: quello più fortunato, quello della scelta perfetta. Perché Roma è la migliore, nonostante i pullman che non passano, nonostante sguardi che vorresti non avere addosso e grandi responsabilità .In fondo ti stai mettendo alla prova, sei attento a dove mettere i piedi.
Roma va bene, va bene tutta. Sei innamorato. Anche della pasta col tonno.