Non sono un pericolo, ma la spinta di tutto

“Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole” – queste le parole di Diego Cugia sotto lo pseudonimo di Jack Folla nella sua poesia Donne in rinascita. Quello di questo mese è un numero delicato ma al tempo stesso forte. Lo pensavamo già da un po’, era il nostro sogno nel cassetto. Volevamo parlare della Donna consapevoli di aver più che mai bisogno di trovare le parole più armoniose, perché quando si parla di noi vanno scelte attentamente le parole, e non solo.

Poniamo attenzione alla sintassi, alle virgole, all’intonazione. Si potrebbero definire come peculiarità dell’esser Donna. Tramite le storie qui raccolte la Donna emerge non come oggetto ma come soggetto (vedete, basta una consonante a ribaltare la situazione), come protagonista principale di ciò che accade.

Protagonista indipendentemente dal credo, dalle origini, dai tratti somatici… c’è chi la definisce come motore del mondo, ed è così che ve la presentiamo nelle sue infinite sfaccettature, analizzate da più angolazioni. Vestita dei suoi dubbi, delle sue certezze, delle sue domande; perché la Donna si interroga sempre, ad ogni età. Non esiste argomento che venga ignorato da essa, che sia come nasce un fiore o perché c’è tutto questo odio al mondo, Lei si interroga. Implicitamente consapevole fin da piccola che l’interrogarsi sarà una di quelle azioni che l’accompagnerà per tutta la vita, principalmente quando le sembrerà che tutto stia andando per il verso sbagliato.

“È da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così scomposta in mille coriandoli che ricomincerai, perché una Donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti”, troverà sempre un modo per far nascere da quel dolore uno dei fiori più belli, Lei stessa; non si sa da dove ma comincerà, all’inizio sarà difficile, completamente nuda davanti al mondo intero e sopratutto davanti ai suoi occhi; nuda ai giudizi della gente che osserverà con occhio critico ogni minimo passo aspettando di vederla cadere, sbagliare, fallire.

Ed è così che la Donna diventa implacabile arbitro di se stessa. Non è per niente facile a causa della cultura puramente maschilista che sempre più prende piede al giorno d’oggi. Basti pensare ad un avvenimento assai recente: il festival di Sanremo in cui si sa che ogni anno da quella passerella scenderà un pezzo di gnocca che lascerà tutti per un momento senza fiato e senza parole. Ma cosa accade se, come quest’anno, oltre ad essere bella è anche con un pizzico di intelligenza? Ciò che è capitato alla Leotta che ha deciso di spendere due minuti a incitare le Donne a denunciare qualsiasi tipo di violenza ed è proprio da parte del pubblico femminile che le giungono critiche, con la classica frase “con un vestito del genere non si può parlar di privacy” non è bullismo, forse?

Nonostante ciò la Donna è l’equilibrio di cui un uomo ha bisogno nel suo percorso, la Donna è sorpresa, è un “non me lo sarei mai aspettato, eppure è una Donna”. Essere Donne significa mettersi alla prova ogni giorno, significa essere sotto la luce forte dei riflettori, è sinonimo di bersaglio a cui tutti mirano e di identificazione tramite il giudizio maschile.

È un ruolo difficile, a volte sottovalutato, costellato da giudizi, minacce, commenti, critiche; probabilmente si tratta di avere tanta energia, forza di volontà e riuscire a guardare sempre avanti perché non è permesso abbassar lo sguardo nonostante Lei, spesso, vorrebbe tanto lasciarsi andare e mollare la presa.

Ma non lo fa, perché consapevole già delle conseguenze. Non lo fa e stringe i denti e i pugni, sorride ai suoi figli e prepara la cena, come tutti i giorni, come tutte le sere.

Essere Donne, però, è anche andare oltre. Oltre la famiglia, i figli, la casa. Non siamo più gli angeli del focolare (o forse non lo siamo mai state). Non ci sforziamo più, o almeno non dovremmo, di apparire perfette agli occhi di un uomo o di altre Donne: brave in cucina, nella cura della casa, nei lavori consoni al gentil sesso. Non siamo più il gentil sesso.

Ormai siamo quelle che vanno a prendersi ciò che vogliono anche con arroganza, che aprono gli occhi ad un mondo addormentato su cuscini di piume d’oca e pensieri antiquati. Non abbiamo più bisogno di emergere agli occhi della gente per darci un valore: siamo già un valore. Non siamo grandi soltanto quando ci troviamo dietro ai Grandi Uomini: siamo già noi i Grandi Uomini. Abbiamo una testa pensante e gambe su cui poter camminare da sole: poco importa se ai piedi portiamo scarpe con il tacco, scegliamo noi la direzione e i passi da compiere.

Eppure siamo le Donne di politica che vengono giudicate per il colore del completo che indossano, che sia dal verde al blu elettrico; siamo quelle che non riusciranno mai a trovare stabilità nella vita a meno che non riescano a trovare un uomo in grado di soddisfare le loro aspirazioni; siamo quelle che non possono pretendere di continuare a lavorare se hanno anche il desiderio di diventare madri: vuoi fare troppe cose, poi. Siamo quelle che non sono libere di allattare in pubblico perché è da molti considerato un atto osceno. Siamo quelle che se il rossetto è troppo scuro ma cosa ti salta per la mente, non è adeguato!

Siamo le nipoti delle streghe che non avete bruciato, ma anche le ragazze che diventano merce, non appena si scoprono un po’ di più. Dovremmo essere meno prede e più leonesse. Meno Natura Madre e più forza distruttrice. Dovremmo essere libere. Di poter scegliere, coltivare sogni, camminare per strada indossando un vestito senza dover abbassare lo sguardo o sentir fischi o apprezzamenti poco piacevoli.

Siamo nate Donne, non madri. Il ciclo non deve essere un tabù e l’aborto, quando si effettua per scelta, non deve essere l’ennesimo punto da aggiungere ad un curriculum da sgualdrina perché se solo tu ci avessi pensato prima…

Siamo nate Donne, non schiave. Non abbiamo padroni, abbiamo padri e mariti, fratelli e zii, ma la nostra vita deve restare nelle nostre mani, tutto il resto è uno sfondo.

Siamo nate Donne, non oggetti. Anche se per le menti ristrette sembra impossibile, facciamo persino ragionamenti insieme al caffè e aggiustiamo situazioni oltre ai vecchi jeans, e le nostre labbra non sono solamente un oggetto di decoro ma ci permettono di farci sentire dal resto del mondo.

Siamo nate Donne, non amanti. Alcune si sposeranno e saranno mogli fedeli e devote almeno quanto i loro mariti nel percorso d’amore dai fiori d’arancio in poi, altre saranno sole, altre sceglieranno di essere sole ad esclusione dei weekend, altre sceglieranno di non essere mai sole, altre ancora di iniziare a vivere in coppia dopo anni.

Siamo nate Donne, non creature indifese. Combattiamo e ci difendiamo da tutto e tutti: dagli sguardi animali su un tram e da chi crede che tu abbia venduto anima e corpo pur di raggiungere determinati traguardi o chi spera che tu non li raggiunga mai. Iniziamo battaglie e facciamo diventare vittorie persino le sconfitte. Combattiamo contro persone, ideali e malattie alcune delle quali hanno persino un nome, come cancro o tumore, ma si è troppo spaventati per chiamarli diversamente da “Grosso Male”.

Siamo nate Donne, ma anche uomini. Perché è strano sentire come anche gli amici più cari e vicini si stupiscano quando ascoltano i nostri discorsi che sono così simili per così tanti aspetti ai loro. Siamo anche uomini, perché da qualsiasi occhio venga osservata la vita, bisogna viverla sempre al massimo.

Donne, coscienti della difficoltà del ruolo che ci è stato affidato e coscienti del potenziale che possediamo per non lasciarci scappare nessuna giornata, nessuna opportunità, nessun sorriso.

Martina Grujić, Francesca Romana Petrucci, Beatrice Tominic

Foto di Alessandra Catalano

Il matriarcato: quando la donna è il “sesso forte”

Immaginate un mondo in cui la donna ha il potere ed è ricca, il capo famiglia è una donna, il datore di lavoro è una donna, chi corteggia è la donna, in cui chi dà il cognome ai figli è la madre. Un mondo un po’ strano, per certi versi…un mondo “alla rovescia”. Eppure questo mondo esiste, e si chiama “matriarcato”.

Il Corriere della sera definisce il matriarcato come una “Istituzione sociale in cui la donna ha il predominio e il potere in quanto madre e capo famiglia”. La donna predomina, quindi è la madre che ha l’autorità. Ma perché predomina? Principalmente per ragioni economiche: è lei che possiede la ricchezza, che nella maggior parte delle tribù organizzate secondo questo modello sociale significa possedere la terra. Difatti, quando in epoche passate gli uomini per motivi di caccia o guerra abbandonavano i propri villaggi, erano le donne che dovevano gestire le case ed i campi posseduti. Da questa potenza economica si passò poi ben presto ad una potenza sociale.

Le comunità basate sul matriarcato sono oramai poche, ma ancora esistono: ci sono in Giappone, in Cina, in parte dell’India meridionale, in Malesia. E secondo alcuni studiosi il matriarcato è il sistema sociale più antico del mondo, più antico anche del patriarcato: antropologi come L.H. Morgan e soprattutto J.J. Bachofen lo consideravano infatti come la fase primitiva di organizzazione sociale.
E allora vediamo meglio come funzionano queste “particolari” società. Si tratta di collettività in cui il progresso così come lo intendiamo noi è inesistente, in cui si vive in condizioni quasi primordiali: sono in gran parte società agricole, strutturate in clan.

La donna è colei che lavora e che possiede interamente i beni del clan, tramandati di madre in figlia. Curioso è l’istituto del matrimonio. Le matriarche scelgono i propri sposi ma ovviamente non prendono il loro cognome né vivono insieme a loro. Gli uomini sposati, infatti, non devono e non possono lasciare la casa materna: è solo durante la notte che si recano dalle proprie mogli, per poi all’alba far ritorno dalle madri. Un matrimonio “ad ore”, potremmo dire, dove l’uomo conta poco o niente, tanto che neanche i suoi figli gli riconoscono autorità: l’unica autorità legittima è quella della madre, il padre biologico non ha voce in capitolo.

In alcune di queste società inoltre, il matrimonio addirittura non esiste. Esistono la famiglia, il sesso e l’amore ma per il matrimonio non c’è spazio. È quello che succede per esempio tra i Mosuo, gruppo etnico cinese che vive nelle province dello Yunnan e del Sichuan, al confine col Tibet, in cui sono le giovani donne che decidono chi deve essere il proprio compagno (attenzione, compagno e non marito) e mai il contrario.

Il “prescelto” può passare la notte con la donna, ma non gli viene mai permesso di convivere con lei: questa tradizione è chiamata dello zou hun, ossia del matrimonio passeggiata. Quando all’interno di una casa vi è presenza maschile, che sia per una sola notte o per più di una, questa viene “segnalata” agli altri uomini mettendo un cappello davanti alla porta. Tra i Mosuo, la donna non ha assolutamente l’obbligo di essere casta; il sesso si vive in maniere del tutto libera, senza alcun pregiudizio, ed è la donna che decide anche a tal proposito: può cambiare partner quando desidera, scegliere a proprio piacimento chi far entrare nella propria stanza, seguendo istinto o sentimenti. La donna è madre ed amante ma mai moglie.

La sua famiglia sono i suoi figli ed i suoi fratelli. In quanto società basata sul matriarcato, poi, è sempre la donna che amministra ogni aspetto della vita economica, sociale e familiare e che prende le decisioni più importanti anche se gli uomini danno il loro contributo, svolgendo comunque mansioni meno impegnative.

Si potrebbe dire quindi che il matriarcato è “un patriarcato al contrario”? Forse sì, forse no. Quello che è certo è che in entrambi i sistemi vige un principio: quello del dominio, del controllo. Cambia il soggetto, ma non il funzionamento: è la donna che prevale sull’uomo o viceversa; è la donna contro l’uomo o viceversa. Ma deve per forza essere così? Ci deve per forza essere un “sesso debole” ed uno “forte”? Forse l’unica verità è che l’uomo è debole senza la donna, la donna è debole senza l’uomo. Forse è arrivato il momento di creare una nuova forma di organizzazione sociale, in cui non c’è un soggetto che ha la meglio sull’altro, in cui uomini e donne svolgono le stesse funzioni, collaborano per il benessere comune, hanno pari dignità e pari diritti, non esistono “capi famiglia” poiché la famiglia non ha bisogno di autorità ma di amore, unione e dialogo, non ci sono discriminazioni di genere perché le opportunità non si differenziano in base al sesso, perché le scelte delle donne hanno lo stesso valore di quelle degli uomini.

Una società insomma, in cui non è per niente vero che “dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”, ma accanto ad ogni grande uomo sì, c’è una grande donna.

She needed a hero so that’s what she became

Nel negozio in cui sto lavorando Natale inizia a Novembre e già da metà Gennaio è tutto pronto per San Valentino. In mezzo ai lucchetti rosa e alle rose rosse, fra i marshmallow a forma di cuore e i guanti per fare in modo che le coppie si tengano per mano nonostante il freddo, non si sono dimenticati neppure del carnevale alle porte del mese di Febbraio. Le orecchie da topolino o la parrucca da frutto? Ardua impresa scegliere il giusto accessorio da sfoggiare nel vortice di coriandoli lanciati in piazza. Le mamme, in preda all’ansia da costume più delle figlie, spesso mi chiedono come sia possibile che vi sia così poca scelta per le bambine, mentre per i bambini vi siano papillon, cravattine e cappelli da cowboy.

Nessuno lo vede. Nessuno, tranne me. Troneggia su un’intera fila, sopra ai cerchietti con il cappellino da fata rosa, lui. Probabilmente è il costume perfetto per una piccola me che si è sempre travestita da pagliaccetto o fatina (rigorosamente turchina): il costume da supereroe. Lo faccio notare, è bellissimo. Cintura, maschera e polsini, tutti decorati con saette. Rosato e rosso intenso l’uno, celeste e blu l’altra variante. Lo propongo, estasiata, come quasi dovessi indossarlo io. Ma no, non va bene. Sorrisi stizziti e occhi fuori dalle orbite, talvolta un “ma è da supereroe, è da maschietti”. Qui le voglio, le care mamme.

Così attente ai particolari, alle calze nere e alle décolleté di camoscio leopardato, ma così impegnate a rivestire le loro figlie ( dopo aver fatto anni di pratica con le Barbie prima e con i chihuahua poi) con vestitini rosa e paillettes come bomboniere da prima comunione da non accorgersi che nell’angolo a destra di quella bustina di plastica ad indossare l’equivoco travestimento è una bambina. Una bambina con gli occhi vispi e i capelli lunghi che se anche fossero stati corti poco sarebbe importato. Una bambina che se anche fosse stata un bambino non avrebbe potuto proibire ad una mamma di comprare quella maschera alla propria figlia. O forse sì? Inadeguato. “Ma insomma, è pur sempre un supereroe, chissà cos’hanno in testa ‘sti danesi”.

“Chissà cos’hanno in testa st’italiani”, penso io che sono cresciuta con le storie delle principesse Disney che trovano il loro dolce epilogo solo con un principe (Frozen e Ribelle The Brave erano ancora lontani dall’essere concepiti concretamente), ma che ogni mattina vedevo combattere come solo una donna sa fare Xena, sentendo nominare qua e là personaggi che avrei approfondito soltanto tempo dopo negli anni di liceo. Io che non sono della stessa idea della Mazzantini e che credo che le persone siano in grado di salvarsi anche da sole, che siano uomini o donne. Si salvano, con acciacchi e fatica sì, ma prima o poi riescono, basta pensare di farcela. Basta pensare di poter essere ciò che si vuole. Anche se si tratta di essere un supereroe celeste in una favola che vede di buon occhio soltanto principessine rosa.

Ma io chi sono se non ho te?

“Who am I to tell my private nightmares to if I can’t tell them to you?”

Frase emblematica della fiducia, pronunciata da Estragon – uno dei due protagonisti principali di Waiting for Godot di Samuel Beckett. Con questa frase si mette in dubbio l’essenza dell’uomo: la persona che la pronuncia, la persona a cui viene rivolta. Ma io chi sono se non ho te?

Più vado avanti con il tempo, più imparo a scoprire qualcosa dai volti delle persone, dalle loro espressioni e spesso non-espressioni, e più mi rendo conto di quanto si stia vivendo una sorta di non ritorno. Sembra che più si va verso il domani e più si ha bisogno di un appiglio. Come se ci fosse una clausola della vita che ti dice “sai, tu puoi continuare a vivere, fai ciò che ti pare, ma abbi paura di restare solo”. Ed è così che vedi che si cercano certezze, ovunque; dai più piccoli ai più grandi.

Il piccolo supereroe (fittizio o reale) per un bambino, un amico, un amore (che Dio ci salvi dai falsi amori e dai falsi sentimenti, vogliamo la realtà!), o una canzone… quanti di voi hanno bisogno di un piccolo gesto che, puntualmente, segni la quotidianità?

C’è chi trova il piccolo appiglio in Paolo Fox, chi nel libro che ha sempre nella propria borsa, chi nel taccuino che porta con sé. Io stessa quando sono sul treno ho bisogno di avere le mie cuffie. Guai se le dimentico a casa o nell’altra borsa: le voglio con me, mi devono in qualche modo proteggere dalle risa isteriche e false di chi occuperà il mio stesso vagone. Specialmente la mattina: nun ve vojo sentì.

“You’re my only hope” – questa volta è Vladimir, il secondo protagonista, a parlare. L’essere umano cerca un contatto, cerca ma non si muove come se gli fosse dovuto ricevere qualcosa senza mai sforzarsi. Sarebbe bello se tutti smettessero per un attimo di stare fermi, se ci fosse movimento. Non come questi due, Gogo e Didi che, in un periodo di incertezza e crisi, rappresentano ciò che effettivamente l’uomo è, ovvero molti dubbi e pochi certezze, infatti dicono ancora “nothing is certain when you’re about”. Crisi, movimento, stasi. Sarebbe meglio, ma per chi?

E: Well, shall we go?
V: Yes, let’s go.

Stanno fermi, ancora.

E: Don’t touch me! Don’t question me! Don’t speak to me! Stay with me!
V: Did I ever leave you?
E: You let me go.

Rispecchia perfettamente le situazioni che ci circondano: non voglio che tu sia presente ma voglio sentirti vicino. L’essere umano che è complesso, anche se nessuno c’ha insegnato ad esserlo. È forse semplicemente più comodo cercare di aggrapparsi a qualcosa. Andiamo avanti così, tra le intemperie che incontriamo, ma forse è meglio.

V: You must be happy, too, deep down, if you only knew it.
E: Happy about what?
V: To be back with me again.

Dio benedica le litigate

Capita a tutti, prima o poi, di ritrovarsi a fissare uno schermo buio aspettando una risposta.

C’è chi aspetta che la partita di calcetto venga confermata, chi cerca di capire dove si farà l’aperitivo, chi vorrebbe sapere se i capitoli da studiare per l’esame sono “solo quelli o ce ne sono altri?”.

Qualunque sia la risposta attesa, ognuno di noi sa che sarà il proprio telefono a darla. Uno squillo, un lampeggiare, una leggera vibrazione sotto il cuscino. Da un oggettino di dieci centimetri dipendono uscite, pranzi, cene, appuntamenti e a volte anche l’equilibrio di una relazione.

Sì perché tra una spunta blu ed una grigia, tra un ultimo accesso ed una foto cambiata, portiamo avanti relazioni sempre più triangolari: tu, io ed il mio telefono. Tu, io e il buongiorno che aspetto. La buonanotte che pretendo, con il cuoricino finale, se possibile. Non solo accettiamo che la tecnologia sia parte integrante dei nostri legami affettivi, ma pretendiamo anche molto da lei e da chi la usa come noi. Ci aspettiamo, in primis, che dall’altro venga utilizzata per soddisfare le nostre richieste.

Volenti o nolenti, ci sarà sempre un testimone pronto a ricordare momenti belli, brutti, luoghi, persone, compleanni, posti che hanno fatto parte della nostra vita. Anche solo per una sera, anche solo per qualche ora.

Basta premere qualche tasto, scorrere un po’ qua e là, per ripercorrere le nostre esistenze e i nostri ricordi in giro per il mondo.

Basta una chiamata per sentirci più vicini. Un messaggio, per volerci più bene. Ma è quando la comunicazione attraverso i dispositivi manca, per volere della persona con cui interagiamo, che le cose si fanno difficili. Quando quella risposta virtuale che tanto bramiamo non arriva e le nostre aspettative crollano.

Le chat, i messaggini, i social, hanno reso tanto semplice il dialogo quanto il silenzio. Se tu ed io stiamo parlando faccia a faccia, non puoi girarti e non rispondermi. O meglio, lo puoi fare, ma non lo fai. Perché nella conversazione ci stai dentro anche tu. Ci siamo tu ed io, siamo esseri fisici, che parliamo, ci raccontiamo cose, alle volte litighiamo.

Già, perché nella vita ci si vuole bene, ma si litiga anche. E che Dio benedica le litigate in vecchio stile!

Quelle in cui si alza un po’ la voce, in cui ci scappa una parolaccia di troppo. Quelle in cui si perde la pazienza per qualche secondo, in cui si è coinvolti psicologicamente e fisicamente. Si arrossisce, si sputacchia. E spesso ci si chiede scusa.

Dio le benedica, quando non sono esagerate, perché non ci si volta mai le spalle. Non si nasconde una presenza, nessuna parola resta “non visualizzata”, nessuna persona viene materialmente bloccata. Non esistono silenzi eterni e non tutte le parole restano nella nostra memoria. Dio benedica anche la capacità di dimenticare e quella di perdonare.

Sia chiaro, nessuno deve sentirsi obbligato a rispondere: anche i silenzi sono sacri. Ma quelli reali, pesati sulla nostra pelle e su quella di chi li ascolta e li sa decodificare.

Nella sociologia il conflitto è un tipo particolare di interazione sociale, in cui degli individui fanno comunque un’esperienza: quella di incompatibilità. E se non c’è dialogo, non c’è lite, non c’è voce, non può esserci interazione. Non può esserci esperienza, si è compatibili con tutti e con nessuno, si hanno milioni di amici e non se ne conosce a fondo neanche uno. Almeno le liti, quelle spinte da passione, che si risolvono in maniera costruttiva, teniamocele care. E sempre siano lodate!

Piero Gobetti: cosa ho a che fare io con gli schiavi?

Come raccontarvi di Piero Gobetti lontano da via estremamente intellettuali? E chi era ‘sto Gobetti? Come rendere intellegibile una produzione letteraria ben più sconosciuta rispetto ai moderni meme di una qualsiasi paginetta quale Sesso Droga e Pastorizia; come fare i conti con la storia del primo editore di Eugenio Montale.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Confesso: non so fare meglio dell’utente che ha redatto la sua pagina Wikipedia, credo commetterei un torto ai miei ventiquattro lettori se cercassi in questo articolo di emularne lo stile.

Nelle ultime settimane fascism è la parola più ricercata online nel dizionario Merriam-Webster: Gobetti ci lascia detto che che il fascismo è l’autobiografia di una nazione. Ed è terribile, se uno ci pensa, quanto siano rare, ad un passo dalla farsa, le analisi sulle origini di questo fenomeno. Non tutto il pensiero gobettiano è attuale per il tempo presente, eppure i suoi scritti sulle origini del fascismo in Italia sono tra le letture più illuminanti per comprendere dove e come nascano le fratture sociali che conducono un’ideologia antiegualitaria a diventare predominante tra la perduta gente.

Gobetti si sentiva esule in patria, resistette per qualche anno alla dittatura mussoliniana, la avversò, subì personalmente percosse fisiche dalle camicie nere. Fu costretto a chiudere la sua casa editrice, sperava di proseguire la sua attività di scrittore ed editore in Francia. Non fu possibile. Trovò la morte ad appena venticinque anni nel 1926, ancora oggi riposa nel cimitero di Père Lanchaise a Parigi.

Piero aveva una completa inabilità alla vita pratica, l’obbligo di cercare casa nel freddo inverno parigino lo ha talmente destabilizzato che la sua salute ne soffrì: quando le sue condizioni di salute peggiorarono decise di recarsi al Louvre, tipo la morte di Bergotte ne la Recherche di Proust: lo scrittore in fin di vita osserva un quadro di Vermeer e cerca la bellezza, un’affinità emotiva che lo porti ad affermare io voglio scrivere come quel pittore dipinge.

Non dentro un’aula universitaria, non attraverso un manuale accademico, ma grazie a Paolo di Paolo e al suo fortunato Mandami tanta vita (Feltrinelli, 2013) ho scoperto la vita di Piero, del filosofo Gobetti, dell’amore per Ada Prospero: come un nano sulle spalle di un gigante, ancor più dopo aver scoperto che anche lui per conquistare la sua persona le ha raccontato degli Elementi di Scienza Politica di Gaetano Mosca, pensando che. E invece. Parliamo di un uomo schivo, che voleva difendere la parte più profonda di sé; un intellettuale che si forma studiando Vittorio Alfieri, parliamo di un ragazzo che all’alba dei vent’anni si confronta con mostri sacri quali Croce, Salvemini, Einaudi. Così come da liberale à la J.S. Mill col comunista Antonio Gramsci sulla rivoluzione d’ottobre, non nascondendo un’inaspettata simpatia verso le lotte operaie all’interno delle fabbriche durante il biennio rosso.

Il senso di questo articolo è racchiuso nell’emblema della Piero Gobetti editore – tì moi syn doulòisin / che ho a che fare i coi servi? La schiavitù, la sola cosa da cui bisogna fuggire sempre.

Mario Incandenza

Noi, i giovani Holden

Una macchina schifa, un libro schifo, una vacanza schifo. Al giovane Holden non piaceva proprio nulla. Nemmeno se stesso. Soprattutto se stesso. “Sono fatto in modo schifo”, diceva. Ma con la parola “schifo” intendeva esattamente una sensazione simile all’odore nauseabondo del cibo andato a male oppure un senso di fastidio per ciò che non è come dovrebbe essere? Holden sentiva di non avere nulla al posto giusto, si sentiva continuamente un pesce fuor d’acqua, senza identità, senza un posto nel mondo. Un caos umano. Ma chi non si è mai sentito, anche solo per un momento, di essere fatto in modo schifo?

Holden ci svela senza tentennamenti che tutti abbiamo una cimice da voler schiacciare dentro di noi, ma che spesso abbiamo paura di sporcarci le mani per eliminarla. Ma c’è anche chi crede di avere tutti i tasselli del puzzle incastrati alla perfezione, per accorgersi solo troppo tardi che il quadro non era completo. Probabile che la cimice si sia mimetizzata talmente bene da ridersela sotto i baffi per averla fatta franca. In un modo o nell’altro, tutti abbiamo una parte di noi che proprio non ci va a genio, quella cimice che se ne sta lì solo a dar fastidio, come le mosche quando sei sdraiato e rilassato sul lettino e vengono a ronzarti nelle orecchie.

Ma Holden non guardava oltre il suo naso, o forse guardava troppo in là per non accorgersi di non rappresentare un’eccezione. Non rappresenta alcuna eccezione essere schifo. Ha pagato con la solitudine il prezzo di voler essere diverso, di voler essere anticonformista. Ma accade sempre così. Per andare contro le regole imposte dalla società se ne vanno a creare inevitabilmente delle altre, e ciò che prima era diverso diventa normale nel senso proprio del termine. E alla fine essere diverso significa esattamente essere normale. Ha rifiutato lo schifo derivante dalla falsità e dal conformismo della società borghese americana del tempo.

Ha rifiutato il mondo e ne ha paura. Paura del futuro. Un buco nero. È così che vede il suo domani il giovane Holden, e con lui, tutti i ragazzi della sua età o poco più. Ragazzi che si sentono tanti piccoli topolini in un labirinto senza vie d’uscita. Alcuni sanno che dovrebbero avere un pezzo di formaggio alla fine del percorso, altri non lo sanno, altri non sanno se lo vogliono. Ma chi lo ha detto che il labirinto ha una sola possibile via d’uscita? L’importante è fare, fare, fare. Sì, ma cosa?

Il giovane Holden una cosa la sapeva bene: voleva fare l’acchiappatore nella segale. Si immaginava di essere su un dirupo, in un mondo senza adulti, con tanti bambini che giocavano spensierati, e appena rischiavano di cadere giù, lui li ritirava su. Voleva salvare delle anime innocenti. È quello che desiderava per lui. Essere salvato. Essere guidato. Essere portato sulla retta via. Essere protetto dalle brutture della vita perché tutti gli aspetti lo mettevano in crisi in quanto non era ancora in grado di guardare bene in se stesso, nel suo modo di essere schifo.

“Ti succede mai di averne fin sopra i capelli? Voglio dire, ti succede mai d’aver paura che tutto vada a finire in modo schifo se non fai qualcosa?”, ci chiede Holden.

“Come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete”, ci risponde Holden.

Io sono Marta, io sono te

Una distesa di fango e lamiera si estende a perdita d’occhio. Capre e galline rovistano nella plastica per cercare qualche scarto con cui nutrirsi. Un fumo grigio-verde si innalza dal terreno, per via dell’immondizia che viene interrata, perché le strade ne sono già piene in ogni angolo, perchè i bacini delle fogne a cielo aperto sono ormai intasati.

Forse Kibera (Nairobi, Kenya) è lo slum più grande del mondo, o forse non lo è: non si riesce nemmeno a calcolarne la popolazione che, secondo le stime, oscilla tra i 170mila e i 2,5milioni di abitanti, per l’imbarazzo di ogni censitore. L’abitante-tipo di Kibera è sieropositivo, condivide una latrina con 50 altre persone, ha una speranza di vita di 30 anni e obbliga almeno una donna della sua famiglia a prostituirsi quotidianamente, in cambio di cibo. Sniffa colla sin da quando era bambino perché tutti gli altri bambini lo facevano. Trascorre le sue giornate disteso per terra con gli stimoli vitali ridotti al minimo, perché la malnutrizione, la malattia e la tossicodipendenza gli hanno distrutto, tra le altre cose, il sistema nervoso.

Marta, invece, è una studentessa universitaria figlia della classe media portoghese. Con qualche piccolo sacrificio, nonostante la crisi, riesce a terminare gli studi, ma non le è mai mancato niente. Marta studia Cooperazione, non sopporta le ingiustizie e ama viaggiare. È una persona piena di energia; energia che vuole dedicare alle cose in cui crede, senza pensarci troppo: è impulsiva, e forse anche un po’ incosciente. E’ stata forse questa sua caratteristica che l’ha portata a spendere quei pochi soldi che aveva minuziosamente risparmiato per un viaggio in Kenya.

Marta trascorre tre mesi a Kibera come volontaria: nulla sarà più come prima. “Nel mio mondo fatto di libri e documentari tutto questo non c’era”, dice spesso, “Qualcosa, in me, era cambiato irreversibilmente. Non potevo permettere che tutto questo accadesse. Come potevo tornare a casa e vivere tranquillamente, come se non avessi visto nulla?”.

Così Marta torna in Portogallo, improvvisa una goffa raccolta fondi e vola a Kibera. Questa volta, però, decide di restarci. Con pochi finanziamenti e ancora meno esperienza, all’età di 23 anni, fonda “From Kibera With Love”, un’associazione dedicata all’erogazione di servizi all’infanzia. Dopo mille sfide e altrettanti ostacoli, Marta riesce a pagare la retta scolastica per sedici bambini, ai quali offre anche un pasto al giorno. Quattro anni dopo, Marta riesce a quintuplicare il suo impegno, accogliendone ottanta, ai quali garantisce anche vaccini contro il colera e il tifo.

Marta non dimostra ventisette anni. Ha il viso scavato e le rughe profonde. Ha uno sguardo pacato e calmo: quello sguardo di chi ha trovato la sua ragione di vita, quello sguardo che ti legge dentro e ti fa sentire nudo. Ma questo piccolo miracolo non è qualcosa di irraggiungibile: Marta potrebbe essere la ragazza della porta accanto; potrebbe essere lo scrittore di questo articolo, potrebbe essere il lettore. Non sono necessarie qualità o compentenze specifiche affinché storie come queste accadano.

Il “dono” di Marta appartiene a tutti, in realtà: avere delle proprie aspirazioni intrinseche e profonde è nella natura umana stessa. E queste non devono necessariamente avere una vocazione umanitaria o di sacrificio; non esistono storie più o meno straordinarie, bensì gesti e azioni compiuti nel rispetto della propria natura, delle proprie aspirazioni, della propria voglia di mettersi in gioco. Ciò che realizza lo straordinario, in realtà, è sapersi ascoltare e non aver paura di intraprendere la propria strada.

Davide Germondari

Alekos Panagulis: “Un uomo” simbolo della resistenza

“Alekos, cosa significa essere un uomo?”
“Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. […] Significa lottare. E vincere”.

Questo è il modo in cui Alekos Panagulis rispose ad Oriana Fallaci durante un’intervista del 1973, anno in cui viene liberato dopo cinque anni di reclusione a causa del fallimentare attentato alla vita del dittatore Georgios Papadopulos. Questo è il primo incontro di Oriana Fallaci con un politico ma soprattutto un poeta del quale poi s’innamorò e che, dopo la sua “misteriosa” morte, diventò il protagonista/eroe di quello che da molti è stato definito il più bel romanzo della Fallaci: “Un Uomo”, appunto. Chiunque abbia letto il romanzo di Oriana sa che descrivere la personalità di Alekos è cosa ardua.

Nato a Glifada nel 1939, all’università studia ingegneria per poi intraprendere la carriera militare. Quando nel 1967 Papadopulos impone un regime militare, Alekos non ci sta e per contrastarlo fonda l’organizzazione Resistenza Greca. Si auto-esilia a Cipro dove, da mente ingegnosa qual è, organizza nei minimi dettagli l’attentato contro il dittatore.

Quel giorno però qualcosa va storto. L’esplosione manca la limousine nella quale viaggia Papadopulos e subito la polizia del regime cerca chi ha azionato la bomba. Alekos riesce frettolosamente a nascondersi, ma purtroppo il destino gli gioca un brutto scherzo: “Il capitano si mosse e inciampò. E cadde giù dalla roccia. Ti cadde proprio davanti. E ti vide”.

È così che per Alekos Panagulis inizia l’incubo. Un incubo fatto di anni trascorsi in fastidiosa solitudine all’interno di celle spaziose come tombe, di ufficiali disumani specializzati nell’infliggere torture atroci, di trasferimenti da una prigione spaventosa ad una ancora più spaventosa, di tentate fughe e poesie straordinarie.

Nel 1968 a seguito di un processo in cui Alekos, così come commenta Fallaci stessa, si trasforma da accusato ad accusatore e che coinvolge l’opinione pubblica ovunque, egli viene condannato a morte e subito trasferito ad Egina, luogo in cui per giorni attende l’esecuzione poi mai arrivata. Papadopulos è infatti costretto a cambiare idea sotto incitamento di politici europei: offre la grazia ad Alekos che ovviamente la rifiuta beffardamente. La sua prigionia quindi continua e lo segna profondamente, sul corpo e nell’anima.

Anche dopo aver riacquistato la libertà, Alekos si batte per riorganizzare la Resistenza: nel 1973, difatti, si sviluppa “un golpe nel golpe” che porta un nuovo dittatore, Joannidis, alla guida del paese. Ora Panagulis ha un nuovo nemico contro il quale continua a combattere sfoderando come sempre la sua arma migliore: l’ingegno.

Tuttavia nel 1974 la giunta cade e in Grecia vengono indette elezioni “democratiche”. Panagulis, seppur contrario alla “politica dei partiti” vi concorre, con l’unico scopo di portare a termine la sua lotta per la democrazia. Da deputato, vuole smascherare i politici favorevoli al regime dei colonnelli che indisturbati siedono al Parlamento; in particolare accusa il ministro della difesa Averoff. Per tutto il 1975 si dedica segretamente alla ricerca di documenti in grado di dimostrare la veridicità delle sue accuse. Trova finalmente gli archivi scoprendo così che Papadopulos e Joannidis furono affiancati non solo da Averoff ma pure da componenti del suo stesso partito.

Ovviamente a questo punto Panagulis torna ad essere un elemento “scomodo”, ormai conscio del fatto che quel regime democratico post-dittatura di democratico ha ben poco. Con queste parole Oriana Fallaci descrive la sua fine: “Lo eliminarono la vigilia della consegna degli archivi in Parlamento. […] La notte tra venerdì e sabato Primo maggio, mentre andava a dormire a casa della madre a Glifada, due automobili presero a inseguirlo. Una gli si affiancò a gran velocità e, con un’abile manovra di testa-coda, lo scaraventò fuori strada. Morì quasi sul colpo. Ai suoi funerali parteciparono un milione e mezzo di persone”.

Il primo maggio muore Alekos Panagulis, un uomo il quale la donna che amava descrive come “uno di quegli uomini per cui anche morire diventa una maniera di vivere, tanto spendono bene la vita”. Un uomo il quale, sicuramente, se non fosse stato fermato in quella maniera bruta, avrebbe migliorato la Grecia e forse il mondo.
“…E per te cos’è un uomo, Oriana?
Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos”.

Fuga dallo stadio

“Ma possibile che Spalletti ancora fa gioca Juan Jesus?”

“A Inzaghi la devi toglie la difesa a 3, metti Anderson più avanti”

Roma è una città che vive di calcio 24 ore al giorno. Radio e tv private, siti web, community, fino alle continue chiacchierate al bar e in taxi. Il calcio nella città eterna significa passione e completa devozione. E così le due compagini capitoline, anche nei momenti più bui, sono riuscite a spostare grandi masse di pubblico allo Stadio Olimpico.

Da più di un anno a questa parte però non è più così: complici vari fattori, lo stadio Olimpico difficilmente riesce a riempirsi. Le curve, piene e festanti come da sempre si è abituati a vederle nella Città Eterna, sono oramai un lontano ricordo. E anche gli altri settori faticano a riempirsi, che sia un big match o, incredibile ma vero, lo stesso derby. Sono ancora fresche negli occhi dei tifosi di entrambe le squadre le immagini dei due derby disputati lo scorso anno, con uno stadio che difficilmente raggiungeva le 30.000 presenze, e con i settori più caldi tristemente semivuoti. Ma come si è arrivati a questa situazione? Come è stato possibile che le due tifoserie della Capitale, storicamente contraddistinte da un amore viscerale verso la propria squadra, abbiano abbandonato la propria “casa”?

Prima giornata di campionato 2015-2016, Lazio – Bologna, i tifosi biancocelesti entrano per la prima volta in una Curva Nord divisa a metà, brutalmente separata da una vetrata: stessa sorte sarebbe toccata ai “cugini” giallorossi la domenica seguente. Già in estate i supporters di entrambi le squadre avevano iniziato a protestare contro il procedimento dell’ex Prefetto Gabrielli, ora Capo della Polizia- oggetto del contenzioso, ciò che avrebbe scosso il mondo del tifo romano per tutto l’anno a seguire: le ormai celebri barriere. Con questo progetto, in controtendenza con quelle che sono le consuete normative Uefa attuate negli stadi europei, si accoglieva la richiesta del Viminale di dividere in due le curve dello stadio attraverso separatori per poter “ridurre i pericoli”, al quale, secondo le autorità, erano sottoposti i tifosi ogni domenica. Inoltre, dalle primissime amichevoli estive, molti tifosi avevano iniziato a ricevere multe e improbabili daspo per motivazioni quali cambio di posto a sedere, o il prolungato risiedere nelle zone limitrofe all’entrata della curva.

Dunque, a discapito dei plurimi motivi, il provvedimento, a stagione conclusa, ha portato ad una diminuzione drastica di tifosi sugli spalti: ne ha fatto le spese la Roma, che storicamente ha sempre riempito almeno il settore della Curva, anche quando i risultati non arrivavano. Con le barriere, la formazione giallorossa ha visto una diminuzione del 12,3% dei propri fans, scendendo dai 40.135 del campionato 2014/2015 ai 34.164 di media delle scorso: da sottolineare come 23.000 unità dell’ultimo dato siano abbonamenti, di cui forse metà dei possessori si è poi recata allo stadio nei match casalinghi, di fatto abbassando ancora di più le presenze. Peggio ancora è andata alla Lazio, la quale situazione è ancor più spinosa: complice il pessimo rapporto che i tifosi biancoazzurri hanno con il loro presidente, e aggiungendo i risultati non proprio soddisfacenti del campionato disputato, le Aquile hanno avuto in termini di spettatori il peggiore dato in Serie A. Si tratta infatti di un incredibile -41,4%, che ha causato una perdita del 22,7% dei ricavi dai biglietti: tradotto in spettatori, stiamo parlando di circa 15.000 tifosi in meno in ogni partita rispetto l’anno antecedente. Numeri apocalittici, ma che non hanno minimante allertato i responsabili della sicurezza di Roma,anzi, anche questa stagione, come previsto, l’Olimpico fatica a riempirsi, e non a caso ancora le Curve sono il settore più colpito: dimostrazione di come ai tifosi capitolini la curva così divisa e spezzata proprio non garba. Non piace perché frammenta la gente; perché separa amici e conoscenti che non aspettano altro che la domenica per riunirsi nello stesso luogo; perché annienta il classico “clima da stadio” fatto di cori e goliardia; perché, semplicemente, non pare aver riscontri utili e producenti se non quello di allontanare le persone da una passione che qui a Roma è considerata come una fede.

E tra un mese arriva il derby, stadio pieno o vuoto? Chissà.