Vorrei che il velluto tornasse di moda

Manifestazioni, cortei e scioperi sono stati indetti dagli studenti di tutta Italia, stanchi di essere presi come lo “zimbello d’Europa” o di sentirsi porre la fatidica domanda: «Ma quando ti laurei?» senza poter raccontare di come le condizioni in cui si studia, o si cerca di studiare, non siano le migliori per finire in tempo qualcosa di così importante il più presto possibile e al meglio, per evitare di essere tagliati fuori da quel mondo del lavoro per cui si sta studiando. Vittime sacrificabili di un sistema che non funziona, sempre gli ultimi nella lista delle priorità di quei ministri che rappresentano l’Italia e che dovrebbero tutelarci. Era giunto il momento di passare all’azione: il 17 novembre ricorre infatti la Giornata dello Studente, proclamata nel 1989 a seguito dell’eccidio di professori e studenti cecoslovacchi da parte delle autorità naziste e dopo la “Rivolta del Politecnico” di Atene. In questa giornata, nata appunto per poter mettere in rilievo la figura dello studente, spesso considerata alla stregua di un automa privo di opinioni, plagiato a immagine e somiglianza degli insegnanti, è stato proclamato nel 2017 uno sciopero che coinvolgeva gli studenti di tutte le età, dalla scuola superiore agli universitari, ultimo di una lunga serie di scioperi cominciati ad ottobre con l’apertura delle scuole. “Sembra il ’68 ma non è!”, verrebbe da pensare guardando la portata delle adesioni e i tumulti delle ultime settimane, ma è solo una facciata destinata a cadere. Un’altra rivoluzione che mi viene in mente, invece, è la Rivoluzione di Velluto: insorta a Praga da un corteo pacifico di studenti, la Rivoluzione di Velluto, anche detta “Gentile”, fece crollare “gentilmente” l’opprimente governo del paese in poco più di un mese. Considerando i tempi e le tendenze del momento, io mi considero una sognatrice convinta e penso a quanto sarebbe bello se da un movimento giovanile si scombussolasse questo sistema fermo da 10 anni. Un’utopia, forse, considerando che tra un progetto di alternanza scuola-lavoro praticamente inutile e un sistema di tasse universitarie aumentato del 60% in 10 anni, di pretesti se ne potrebbero trovare moltissimi, per una rivoluzione, ma nulla si sta muovendo in tale senso. Il 23 ottobre gli studenti Medi sono scesi in piazza per l’alternanza scuola-lavoro, o per meglio dire la non-alternanza scuola-lavoro. Sì, perché l’alternanza c’è stata (e pure troppa), ma di lavoro inerente all’indirizzo invece non ve n’è stato nemmeno per sbaglio: un percorso di perdita – economica, temporale e materiale – invece che di acquisizione di competenze utili al loro futuro. La ricompensa? Un’ottima preparazione nel tagliare i segnaposti, nel finire una serie TV sul PC in una redazione radio, nel servire le colazioni o un misero panino nel fast-food più famoso del mondo. In ambito universitario, invece, la situazione è più tragica del previsto, un allarme rosso a tutti gli effetti: l’Italia è infatti la terza in Europa per tasse universitarie più alte e dedica il 7,1% di PIL all’istruzione. inoltre, la ricerca è sottofinanziata.

-Caterina Calicchio.

La festa delle donne

Due amici, Marco e Mario, hanno appena assistito a una mostra sui disegni di Leonardo da Vinci: Marco, appassionato di arte rinascimentale, l’ha apprezzata molto, ma non ha proprio capito perché nella prima sala è stata appesa una strana copia della Gioconda, scarabocchiata da un certo Duchamp e con il misterioso titolo L.H.O.O.Q. – opera che Mario invece ha molto apprezzato.

Essendo sabato sera, usciti dal museo i due decidono di andare in uno dei tanti pub del circondario – il quartiere, fino a pochi anni prima malfamato e pieno di prostitute, era stato bonificato e trasformato in un centro della movida cittadina, pieno di luoghi di ritrovo di ogni genere.

Mentre si dirigono verso una buona birra, Marco inizia a raccontare all’amico cosa avrebbe fatto con la sua ragazza il giorno dopo, per la Festa della Donna…

 

 

Marco: Prima di tutto le farò consegnare delle rose bianche – quelle rosse ormai sono trite e ritrite – e un biglietto con su scritto «Per ‘colei che solo a me par donna»; Petrarca eh, mica Francesco Sole! Poi la sera la porterò nel nostro ristorante preferito, un localino carino e pure abbordabile; poi anche al cinema a vedere un film-evento sul femminismo – dodici euro a biglietto! però spesi bene dopotutto – e alla fine finalmente a casa a… goderci la nottata d’amore! Che ne pensi? non ti sembra un bel piano?

Mario: …

Marco: Tu che farai con la tua?

Mario: Sesso anale.

Marco: Cosa?! Vuoi buttarglielo al culo?! Il giorno della Festa della Donna?!

Mario: Nonnò, voglio che lei lo butti al culo a me.

Marco: COSA?! Ma sei impazzito?! Come ti è venuto in mente?!

Mario: Io sono stato dentro di lei tante volte, per il suo giorno vorrei che lei provi la sensazione di stare dentro di me.

Marco: Ma questo non è naturale! Lei non ha il cazzo!

Mario: La Natura non vuol dire niente, e comunque le comprerò uno strap-on dildo: costa un po’, ma sono soldi spesi bene però.

Marco: Non ha un cazzo di senso! Lei non potrà sentire niente perché il dildo non è parte del suo corpo!

Mario: Sì invece che sentirà, ci sono persone che sentono le proprie protesi come parte di sé, e ci sono anche protesi robotiche che garantiscono una sensibilità naturale – e comunque noi ci amiamo, già sentiamo qualcosa di grande l’uno per l’altra.

Marco: Ma non è naturale!

Mario: No, ma il progresso sociale permette appunto di colmare le lacune della Natura.

Marco: Ma che stronzata è mai questa! Senti, capisco che tu sei un bisessuale, donne e uomini sono uguali per te, ma al culo lo puoi prendere solo da altri uomini, non da donne!

Mario: E questo è vero, ma quando stavo col mio ragazzo il rapporto era reciproco, lo mettevamo e lo prendevamo entrambi l’uno all’altro, e questo ci permetteva di stare alla pari; voglio che sia così anche con la mia ragazza.

Marco: Ma con le donne non si può fare! non può esserci reciprocità!

Mario: Questo lo dici tu perché sei soltanto etero e credi che in tutte le coppie ci sia la dinamica attivo-passivo, ma se andassi oltre i tuoi confini ti accorgeresti che non deve per forza essere così perché in realtà non è così.

Marco: E questa è un’altra stronzata! Se la mia natura è di essere eterosessuale che ci posso fare io? Me la tengo! non c’è nessun confine da oltrepassare! E comunque qui non stiamo parlando di sesso ma di rapporto tra i generi.

Mario: Appunto, il rapporto tra i generi è proprio di natura sessuale, quello con la madre, quello con la sorella e, dall’adolescenza in poi, quello con il femminile in generale: e soltanto passando attraverso il sesso si potrà raggiungere l’equilibrio.

Marco: E tu questo “equilibrio” lo vorresti raggiungere proprio il giorno della Festa delle Donne!

Mario: Certo, perché la Festa delle Donne rappresenta la volontà e l’aspirazione del genere femminile di raggiungere una condizione di uguaglianza al genere maschile.

Marco: Quindi vorresti dirmi che anche gli uomini dovrebbero essere uguali alle donne? Perciò dovrebbero, ad esempio, pure partorire?

Mario: Chissà, magari un giorno il progresso lo permetterà.

Marco: Tu sei pazzo! – Lasciamo perdere tutta questa questione, sennò non la finiamo più… Dimmi soltanto una cosa, che ne pensi della citazione di Petrarca sul biglietto con i fiori?

Mario: Penso che sia azzeccatissima, considerando la poesia da cui l’hai tratta, ma la mia preferita è questa:

«Ciò che piace al mondo è breve sogno».

-Lorenzo Sgro.

La primavera araba, sette anni dopo

Il 17 dicembre 2010 un’ondata rivoluzionaria diffusasi in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrain, Yemen e Siria fece scendere in piazza milioni di persone chiedendo dignità: era l’inizio della Primavera Araba, un movimento che avrebbe trasformato le dinamiche sociopolitiche di tutto il territorio arabo. Cinque anni dopo i regimi fondamentalisti riottennero il controllo con la violenza: l’Egitto si trovò sotto una dittatura peggiore di quella precedente alle rivolte mentre in Siria, Libia e Yemen scoppiarono violente guerre civili. Oggi, a sette anni da quella rivoluzione che rese possibile una “politica della speranza”, le vittime sono centinaia di migliaia, i profughi milioni. Allo scoppio, i media occidentali considerarono la Primavera Araba come il frutto culturale e politico della nuova generazione connessa alla globalizzazione e videro nella caduta di Ben Ali e di Mubarak l’inizio di un periodo di transizione che – similmente a ciò che accadde in Est Europa nel triennio 1989-91 – avrebbe di certo avuto bisogno di molto tempo per stabilizzarsi, ma che alla fine avrebbe inaugurato una nuova era democratica. La visione occidentale non era completamente sbagliata: libertà e democrazia erano infatti caratteristiche salienti della rivolta, ma motivazioni più profonde dovevano essere cercate in ragioni sociali ed economiche piuttosto che politiche. Non può di certo considerarsi un caso che la rivolta sia partita da quei paesi che durante gli anni precedenti avevano vissuto un accumulo eccezionale di lotte sociali e di classe – Tunisia ed Egitto – e che gli slogan della rivolta non fossero meramente politici, ma riguardassero soprattutto temi sociali. Da questo punto di vista si possono considerare le rivolte in questi due paesi come un caso di rivoluzione sociale di stampo marxista dovuto al blocco dello sviluppo durante i tre decenni precedenti, con dei minimi di crescita che a loro volta registravano dei massimi di disoccupazione; ma mentre nei contesti tunisini ed egiziani vennero svolte insurrezioni relativamente pacifiche nei confronti delle classi politiche, in Paesi quali Libia, Yemen e Siria le circostanze oggigiorno rimangono disastrose. Per capire effettivamente la situazione si possono osservare i tassi di crescita economica nella regione a confronto con altre parti di Africa ed Asia. Non si può non notare quanto questi tassi siano molto bassi. Ciò significa che le economie sono state incapaci di creare posti di lavoro che rispondessero alla crescita demografica, producendo di conseguenza ineguaglianze locali e regionali. La coesistenza di benessere largamente ostentato e povertà estrema ha creato un’enorme frustrazione sociale, un problema peggiorato considerevolmente dal boom del petrolio del 1970. La questione reale nel 2011 non fu tanto, dunque, perché la rivolta sia scoppiata, ma perché sia servito così tanto tempo per avere un’esplosione di questo potenziale. La ragione del blocco economico può essere trovata nello sviluppo del neoliberismo all’interno del contesto Arabo: come la maggior parte dei Paesi nel mondo, negli anni ‘70 questi stati iniziarono ad abbracciare il neoliberismo e la sua tendenza a ridurre il ruolo dello stato dell’economia. Il declino dell’investimento pubblico fu compensato dal settore privato il quale, pur ricevendo molti incentivi, non fu comunque in grado di sopperire alle varie necessità. Questo modello di crescita a base privata, con le dovute condizioni, funzionò in alcuni stati come il Cile, la Turchia o l’India, anche se con un alto contributo sociale, ma nelle regioni Arabe, invece, questo modello non poté funzionare per via delle caratteristiche dei vari stati. La maggior parte degli stati Arabi, infatti, combina due caratteristiche: la rendita che frutta loro dalle risorse naturali o da funzioni strategiche, che costituiscono una parte dominante del PIL statale, posizionando tutti gli stati in una scala che va dal “patrimoniale” al “neopatrimoniale”; gli stati sono posseduti dal gruppo economico dominante, situazione che porta alla determinazione politica dell’orientamento delle attività economiche. Se si aggiunge lo stato generale politico di alta instabilità e di conflitti, si capisce come non ci sia stato alcun modo per far sì che il settore privato potesse agire da motore del miracolo economico come auspicato. Rimuovere  Ben Ali o Mubarak, a ogni modo, non portò a termine le agitazioni: il 14 agosto 2013, sei settimane dopo il golpe militare contro il governo della Fratellanza Musulmana, furono uccise più di 800 persone vicino alla moschea di Rabaa al-Adawiya al Cairo. Fu la prima ecatombe negli ultimi anni e pose fine a ciò che era rimasto della Primavera Araba. Non ci sarà stabilità nella regione, a meno di cambiamenti radicali.

-Andrea Menichelli.

I vinti

L’Umanità si serve della tecnologia dalla preistoria. Nell’espressione più generale essa consiste nell’evoluzione puramente tecnica, negli strumenti creati dall’uomo per potenziarsi, per facilitarsi il lavoro e per renderlo economicamente più efficiente e più efficace.
Ad ogni progresso tecnologico si sono sempre accompagnati enormi cambiamenti dal punto di vista economico e conseguentemente della società a livello strutturale e culturale.
E’ opinione comune che la nostra cultura stia vivendo un momento di crisi – intesa come mutamento, senza giudizi morali- e che essa abbia una determinata correlazione con ciò che la tecnologia ci sta facendo, nel bene e nel male.
Entriamo sulla metropolitana e vediamo uomini e donne di ogni età totalmente assorbiti dai loro “telefoni intelligenti”, lontanissimi l’uno dall’altro nonostante si trovino a pochi centimetri, isolati con le cuffiette nelle orecchie. Una signora anziana si avvicina, vuole conversare nell’attesa raccontando storie più che vecchie ormai antiche, di un mondo che è esistito pochi decenni fa ma che è già storia.
E’ diventato reale ciò che soltanto una decina di anni fa sognavamo, ciò che ci procurava stupore è diventato parte della nostra routine
La gestione di uno strumento elettronico semplicemente con la pressione dei polpastrelli, comandi vocali, localizzazione da satellite con precisione di pochi metri.
La possibilità di entrare nella vita di qualcuno dall’altra parte del mondo, la diffusione istantanea e globale delle notizie, vere o false, insignificanti e cruciali, in una continua costante fagocitazione di immagini, video, volti che non rivedremo mai più.
E questo è solo ciò che vediamo come semplici componenti della massa. E’ soltanto l’inizio.
Dagli albori dell’essere umano l’utilizzo diffuso di ogni nuova invenzione diviene abitudine nel corso di non molto tempo. Non è difficile osservare come l’Uomo divenga dunque dipendente da essa, relativamente a bisogni legati alla sopravvivenza fino alla più semplice facilitazione nella vita quotidiana
Quello che ci aspetta è probabilmente un mondo nel quale l’uomo e la macchina diventeranno inscindibili, nel quale il concetto di Umanità verrà rielaborato, evolvendosi, come ha già fatto tante volte in passato. Ma non basta.
Questa volta si parla di strumenti che per la prima volta nella storia possono superare l’intelligenza e la comprensione non solo dell’essere umano, ma dell’Umanità tutta. Siamo riusciti a creare dei calcolatori che in un istante possono conoscere ed analizzare quello che l’uomo più geniale non riuscirebbe ad elaborare in mille vite.
Stiamo passando le colonne d’Ercole e non siamo ancora consapevoli di ciò che ci aspetta dall’altra parte.
Molto spesso tale rivoluzione viene demonizzata. In particolare nei paesi così detti “avanzati” si guarda alla tecnologia come produttrice di ansie e depressione, come fonte di alienazione. Si teme la perdita stessa della nostra capacità di pensare, si immagina una generazione di idioti incapaci di ragionare e creare avendo delegato ogni compito manuale ed intellettuale alle macchine e avendo perso la concezione di giusto e di sbagliato, l’uomo ridotto ad un “Serafino Gubbio Operatore” Pirandelliano, passivo e insensibile.
Questa visione è comprensibile, i cambiamenti ci spaventano e l’istinto di conservazione ci spinge al riparo da ogni possibile minaccia.
Tuttavia è probabilmente questo il concetto di progresso, che ha insito in sé il mutamento.
Verso cosa? Verso il meglio? Verso la distruzione?
Nel processo evolutivo non c’è spazio per la morale, ma solo per l’adattamento. In un mondo come il nostro, nonostante la selezione naturale sembra riguardarci sempre meno, non illudiamoci di poter sfuggire a questa legge.
Il progredire tecnologico verso un’intelligenza artificiale che rivoluzionerà il concetto di Umanità e si imporrà sull’intelligenza umana non è uno scenario apocalittico, ma è perfettamente coerente con ciò che nel corso dei millenni ci ha spinti fin qui, dal primo australopiteco al primo uomo sulla Luna.
Siamo collettivamente Noi gli artefici di questa evoluzione della quale stiamo soltanto vedendo la semina.
La sofferenza che proviamo nel cambiamento è reale e necessaria.
In ogni cambiamento sociale, politico, tecnico esiste chi si estingue, chi non è in grado di adattarsi.
Che sia tutta l’Umanità a non farcela o solo una parte di essa.
Sono “I Vinti” di cui già raccontava Giovanni Verga, coloro che non riescono a lasciarsi trasportare dalla fiumana del progresso ma che nuotano controcorrente, forse consapevoli della necessaria sconfitta ma incapaci di arrendersi, incapaci di rinunciare a se stessi e ai loro valori.
Ed è forse questa la caratteristica più Umana.

Il lavoro nobilita l’uomo

E’ possibile parlare di rivoluzione del mondo del lavoro in una società iper-tecnologica?

Grandi pensatori dell’Ottocento come Charles Darwin a cui è spesso  attribuita la citazione usata come titolo, giunsero all’analoga conclusione di Karl Marx che analizzava il rapporto uomo- lavoro attraverso la celebre affermazione“il lavoro a rendere tale l’uomo” .

Vale ancora pensare al lavoro umano in questi termini, quando non riusciremmo a vivere e lavorare senza internet, a mettere da parte i nostri smartphone o tablet, a comunicare senza Skype, Twitter o le e-mail, a viaggiare senza aerei o treni?

Per molto tempo si è pensato che l’avvento di nuove tecnologie, le quali erano state progettate per velocizzare e soppiantare alcune mansioni prima svolte solo da mani umane, potesse portare alla drastica diminuzione dei posti di lavoro.  Il report “TECHNOLOGY AT WORK. The Future of Innovation and Employment” della Oxford Martin School e Citi GPS, analizza questi due fattori: da una parte il lavoro umano che fornisce al lavoratore un salario, dall’altra parte la macchina tecnologica sempre più affinata e che si avvicina sempre di più ad avere un’intelligenza artificiale.
Il dato che emerge non è quello che tutti si aspettano: i posti di lavoro non vengono tagliati, ma vengono specializzati, ciò significa che questo fenomeno ha provocato un innalzamento del livello minimo di competenze richiesto spostando molti lavoratori con media professionalità verso mansioni a basso valore aggiunto ed incrementando ulteriormente la disparità di reddito che si era delineata con l’industrializzazione.

Infatti, se le precedenti rivoluzioni sostanziali del mondo del lavoro avevano portato benefici per l’intera società, permettendo per esempio di produrre la Ford-T ad un prezzo accessibile ai più, lo stesso, a conti fatti, non si può dire per il web. Il digitale ha permesso l’accesso a contenuti gratuiti, ma per quanto riguarda il lavoro ha creato nuove mansioni, caratterizzate da un’elevata specializzazione le quali hanno rubato spazio ai lavoratori poco qualificati. Ciò che accadrà in futuro non ci è dato saperlo, ma secondo le previsioni del sopracitato report, lo sviluppo tecnologico, sempre più rapido, metterà, nel corso del prossimo decennio, ad elevato rischio sostituzione il 47% della forza lavoro statunitense. Per questo motivo si considera fondamentale che i governi capiscano l’importanza e la portata del fenomeno di evoluzione affinché si possano stabilire nuove regole del gioco prevedendo piani a lungo termine.

Tutto ciò è frutto di un lungo percorso che è iniziato dalla prima rivoluzione industriale e ha apportato nuove sfide, nuove opportunità: se da un lato la tecnologia distrugge determinati posti di lavoro, legati a mansioni meccaniche, dall’altra ne crea delle nuove, che richiedono nuove competenze. Ed è proprio questa la sfida per i lavoratori del futuro: acquisire quelle abilità che possano renderlo competitivo nel mercato del lavoro, senza dimenticare i diritti che verranno sicuramente rivisti.

 

-Lucilla Troiano.

Disoccupazione tecnologica: cause, conseguenze e metodi di contrasto

Le macchine hanno irrimediabilmente diminuito il lavoro dell’uomo come abbiamo visto. ma la domanda che quindi ci poniamo è: come mai con l’avanzamento tecnologico il benessere non è stato ridistribuito tra le classi sociali ma, anzi, il divario tra ricchi e poveri è aumentato a dismisura?

Procediamo per gradi per capire dove abbiamo sbagliato:

i progressi della tecnica ci forniscono un nuovo strumento che, posto al centro della stanza, imbianca le pareti non lasciando neanche un millimetro quadro scoperto.

questa tecnologia diventa accessibile a tutti, chiunque ne usufruisce per ridipingere la propria casa spendendo poco. migliaia e migliaia di imbianchini restano senza un lavoro.

ora questi imbianchini sono chiamati a specializzarsi in una nuova mansione che sarà quella di manutenere le macchine che li hanno sostituiti, hanno quindi un nuovo lavoro pagato come il precedente con le stesse ore di lavoro. ma quanti imbianchini servono per controllare una di queste apparecchiature? beh sarebbe poco produttiva una macchina che necessita di tanti operatori quanti i lavoratori che ha sostituito, quindi, qualcuno di loro dovrà rimanere a casa. i ricchi produttori del marchingegno imbianca pareti, quindi, guadagnano sempre di più e i lavoratori rimasti a casa, invece, fanno la fame. questo semplice quanto intuibile processo è stato teorizzato ai tempi della rivoluzione industriale con il nome di “disoccupazione tecnologica”. I marginalisti chiudono gli occhi e fanno finta di niente, dando la colpa ai lavoratori che secondo loro sono troppo pigri ed è questo l’unico motivo per il quale non trovano lavoro. Qualcuno più saggio, invece, sostiene che non si può chiedere ai lavoratori di essere ancora più competitivi, lavorando per salari più bassi, quando già quelli di oggi non riescono a garantire la sussistenza dei lavoratori e delle proprie famiglie.

Ora, lungi da me esporre idee neo-luddiste, ma dobbiamo capire come fare in modo di distribuire il benessere tra le classi sociali dato che il liberismo ultracapitalista dei nostri tempi non è in grado di fornire le risposte. Nel mulino che vorrei la statalizzazione delle aziende porterebbe alla ridistribuzione del lavoro e del benessere ma tenterò di essere meno radicale per venire incontro a coloro che vogliono garantita la libertà di impresa economica. quando il neo-liberismo non era ancora giunto come inevitabile conseguenza della globalizzazione cancellando qualsiasi dibattito sulla disoccupazione tecnologica, gli stati hanno diminuito le ore di lavoro inserendo ferie pagate e pensioni per garantire una corretta ridistribuzione del lavoro (e quindi del benessere). ora le vie percorribili per raggiungere una parvenza di uguaglianza sociale sono due: continuare su questa strada, diminuendo ulteriormente le ore di lavoro e alzando i salari minimi aumentando i diritti dei lavoratori oppure avviare un percorso di ridistribuzione dei beni con un reddito di cittadinanza garantito a tutti i cittadini.
Le strade sono entrambe percorribili se si riuscisse a curare la grande piaga dell’evasione fiscale.

Qualunque sia il percorso da intraprendere ciò che è certo è che il socialismo rimane l’unica via percorribile per un mondo più giusto ed egualitario.

-Marco Parrulli.

Psicologia del selfie, autoritratti nell’epoca digitale

Viviamo nell’era digitale. Nell’epoca in cui la maggior parte delle volte è più conveniente apparire piuttosto che essere. Nell’epoca della velocità, dove si viene costantemente bombardati da milioni e milioni di informazioni e di immagini: insomma nell’era dei social, degli smartphone, dei selfie. Il famoso selfie, osannato od odiato ma comunque da ognuno di noi scattato almeno una volta nella vita, è diventato parte integrante della quotidianità tanto d’aver guadagnato una voce nei dizionari di lingua italiana. Treccani ad esempio, lo definisce come “Un autoritratto fotografico generalmente fatto con uno smartphone o una webcam e poi condiviso nei siti di relazione sociale”. Ma il selfie è davvero figlio dei social network? In parte sì ed in parte no. Se difatti si pensa al selfie come ad un semplice autoritratto allora ci si può imbattere in esempi molto distanti dal periodo in cui tutti noi viviamo.

E allora torniamo per un attimo indietro nel tempo, precisamente al 1500, ed immaginiamo un giovane uomo tedesco di nome Albrecht Dürer che si autoritrae in quello che sarà poi il celebre “Autoritratto con pelliccia” in posizione frontale, con lo sguardo fisso verso lo spettatore ed i tratti del volto che ricordano quelli di Gesù Cristo. È come se quel giovane volesse comunicare tramite l’immagine la sua essenza, come se volesse far sì che il suo aspetto diventasse il simbolo di quello che in realtà egli è: un essere unico e quindi in parte divino. Ebbene, il desiderio di questo pittore è per certi versi simile a quello di una persona che oggi si scatta un selfie. Desiderio che è stato addirittura studiato da psicologi e definito in taluni casi come una forma di narcisismo, di autocelebrazione. Se infatti per molti un autoscatto è un semplice mezzo per fissare un ricordo o comunque rappresenta una normale fotografia, per altri le cose stanno in maniera diversa: esso diventa uno strumento per assecondare la necessità di ottenere ammirazione da parte degli altri. Tanto è vero che si parla di “Sindrome da Selfie”, riferendosi appunto a quelle persone che hanno sviluppato una vera e propria dipendenza: coloro che sentono il bisogno di fotografarsi in ogni dove e condividere tutto, ma proprio tutto, con i propri amici (virtuali). Cosa c’è però di diverso tra Albrecht Dürer e colui che si fa un selfie nel 2017? Semplice, di diverso c’è che nel 1500 non esisteva Instagram. I social network non avevano ancora fatto la loro apparizione nelle vite di noi esseri umani e questo rendeva l’autoritratto di Dürer meno “invadente” perché non così compulsivamente condiviso come un autoscatto di oggi. Il mondo in cui il pittore viveva e si autoritraeva era un mondo diverso da quello attuale, in cui si comunicava in maniera differente ed in cui un autoritratto appariva come un qualcosa di più “raro”.

Tuttavia definire un selfie solo ed esclusivamente come una forma di narcisismo può sembrare esagerato. È pur vero che nella realtà in cui viviamo, una realtà che spesso può apparire frivola e priva di spazi in cui si possa senza pregiudizio mostrare chi si è, un’immagine di sé può diventare l’unica opportunità per farsi notare dagli altri. Siamo ad ogni modo figli di un’epoca non così tanto buia che ha dei lati positivi tra cui, è ovvio, progresso e tecnologia. Se però il modo principale che una persona ha per farsi dire dall’altro “mi piaci” è oramai quello di scattarsi una foto davanti ad uno specchio e sperare che la “frase-effetto” selezionata con tanta accuratezza per accompagnare l’autoscatto (anche senza alcun apparente legame) ottenga il maggior numero possibile di likes, allora che razza di epoca è la nostra?

Per carità, autocelebrarsi una volta ogni tanto non può che essere un toccasana per la propria autostima e di nuovo, per carità, nessuno dice che il nostro modo di comunicare è sbagliato. Il selfie fa indubbiamente e definitivamente parte del linguaggio del Web (cioè del nostro linguaggio) ma dovrebbe avere lo scopo di raccontare chi si è, invece spesso lo si usa per falsare se stessi o la propria vita. Ed è già tutto così falso. La società di Internet, nonostante sia senz’altro la società del progresso, ha bisogno di riscoprire un po’ di verità e di sincerità. Ognuno di noi ha bisogno di trovare altre maniere per rappresentarsi ed autocelebrarsi, andando oltre l’immagine e l’apparire, perché ognuno di noi ha almeno un motivo per sentirsi unico e divino come Albrecht Dürer. Abbiamo l’obbligo di riscoprire chi realmente siamo, senza bisogno di un selfie che ce lo dica. Senza bisogno di cercare affannosamente il consenso degli altri, senza l’approvazione di nessuno ma solo la propria. Lo dobbiamo a noi stessi: per dimostrare che non siamo soltanto l’epoca del virtuale o la generazione dell’apparire. Noi siamo una generazione che sa ancora cosa sia la sincerità, noi siamo una generazione che sa anche essere.

 

-Serena Di Luccio.

Tra individuo e individualism

Guess who’s back con due pensieri che scaturiscono dai suoi viaggi?

Sono tornata in Austria, questa volta a Hagenbrunn un paesino tranquillo, dai tipici paesaggi accoglienti e pacifici. Appena usciti da Hagenbrunn ci si trova nella mitica Wien di cui abbiamo già parlato qualche mese fa di fronte una tazza di tè e una fetta di Sacher. Ricordate?

Oggi ero in metro, non la B direzione Laurentina, e ho pensato che la globalizzazione ci guarda da ogni angolo.
E devi imparare l’inglese così agevoli la comunicazione, puoi viaggiare e hai la lingua dalla tua, sarà più semplice utilizzare ogni cosa. Come se l’inglese fosse il punto di partenza per vivere.
Aspettate, fatemi spiegare. È ormai chiaro che in molte situazioni se si conosce l’inglese a livelli che superino lo scolastico the cat is on the table si è avvantaggiati. Però mi sembra che questa globalizzazione voglia annullare l’individuo in quanto tale, in quanto singolo, per poterlo porre su un piano superiore ma allo stesso tempo inferiore. Io ti voglio, ti voglio come parlante di lingua x – inglese di questi tempi – perché ti devi adeguare a determinate situazioni e non voglio vederti né patriottico né legato a qualsiasi cosa che non sia imposta da me.
È così che lo vedo questo pensiero di globalizzazione. Tutti uguali. Ma chi, ma dove?
Attenzione che qui non voglio vedere dita puntate verso di me con tanto di razzista scritto su, o racist, come preferite. Perché io stessa sono un agglomerato di culture differenti tra loro, io stessa sono una che con le lingue ci combatte quotidianamente, io stessa sono una che le serie tv le guarda in lingua originale perché i doppiaggi non si avvicinano minimamente a ciò che quella determinata lingua mi voleva comunicare.
Eppure mi dà fastidio vederci tutti all’interno di un grande contenitore, non ci stiamo bene. Non vi sentite stretti? Ed è per questo che sorrido, anzi amo rendermi conto che molte persone non si integrano.

Continuate a leggere.

L’errore che si commette spesso è quello di parlare di non integrazione se si vede, per esempio, un gruppo di ragazzi di colore che parlano “nella loro lingua”. Ancora una volta: non sono commenti razzisti, ma pensieri che provengono dal quotidiano guardarsi intorno. È quasi inevitabile pensare “queste persone non si sono integrate” solo perché tra loro non comunicano in italiano.
Ribaltiamo la situazione: voi e i vostri genitori, tutti parlanti nativi italiani, andate in vacanza a Londra.
Che lingua parlereste? Italiano? Ah, non vi siete integrati.
“eh, ma siamo in vacanza mica viviamo lì” okay. Vi trasferite a Londra, con i vostri genitori o altri italiani che lingua parlereste? Sempre italiano. E sapete perché? Non perché non siete integrati, ma perché sentite bisogno di conservare e portare avanti la vostra identità. La stessa identica cosa avviene per chi qui/lì in Italia conserva la propria identità.
Io stessa spesso e volentieri con mia madre e mio fratello parlo serbo in pubblico e non perché io non sia integrata in questa società o perché vi voglia escludere (anche se a volte la seconda opzione la adotto con tanta gioia – JK – ), semplicemente perché so da dove vengo e non voglio passare nemmeno un giorno della mia vita dimenticandolo. L’ho già dimenticato in passato e ha fatto male.
Per cui sono contenta se vengo un gruppo eterogeneo, un gruppo che presenta differenze… perché se tutti impiegassero i minuti persi a pensare alla non integrazione di alcuni in maniera diversa, ci si renderebbe conto della vastità di opportunità e colori cui ci troviamo di fronte, ogni giorno.
È come se ci trovassimo in un immenso giardino curato, un giardino pieno di fiori diversi che però non vogliono prevalere l’uno sull’altro. Coesistono.
Potremmo coesistere, ogni giorno un po’ di più.
Potremmo crescere, ogni giorno un po’ di più.
Preferirei questa globalizzazione.

Tu hai potere

“Oltre alle cosce sode, ai fianchi generosi, a due natiche rotonde e a un seno prorompente, doveva pur esserci qualcos’altro nella donna. Era così difficile definire cosa fosse una donna. Aveva conosciuto madri, sorelle, bambine e amiche e forse, consciamente o inconsciamente, si era pure identificata con qualcuna di loro, probabilmente con la madre o con la zia. Era convinta che la donna fosse un essere umano completo e che la sua permanenza sulla terra fosse guidata da desideri, sensazioni, sentimenti e idee che le facevano assumere un determinato atteggiamento, una determinata condotta di fronte alla vita”. Queste le parole di Mamani, scrittore e curandero peruviano, venuto a mancare il 20 ottobre dello scorso anno.

La donna nella cultura andina è decisamente l’opposto di ciò a cui siamo abituati perché – volenti o nolenti – siamo schiavi di una cultura maschilista e materialista, di una società che ha paura di vedere un po’ più di potere in mano a una donna. Nella cultura andina viene favorita la coscienza femminile, tant’è che nell’antico governo Inca esisteva una istituzione educativa molto prestigiosa che si occupava dell’educazione delle donne: la akklawasi (venne poi chiusa dagli Incas, successivamente distrutta dai conquistadores spagnoli). All’interno di questa istituzione si insegnava che “la donna è artefice della creazione e della consolidazione della società umana, l’asse attorno al quale ruotava quella società” (Mamani, La profezia della curandera).

Ciò che consentiva (e consente tuttora) di aver rispetto della donna e della sua figura è la presa di coscienza da parte dell’uomo di essere diversi. Diversità che non viene vista come “superiorità” dell’uno in confronto alla “inferiorità” dell’altra, bensì come una consapevolezza di ricoprire ruoli diversi ma complementari tra loro, in cui è proprio la donna forza generatrice e trainante: l’uomo è per natura più incline a perdere la rotta, la donna è lì per ricordargli in che direzione remare. La donna, in quanto dimora di una forza incredibile, ha bisogno di spogliarsi dalla costrizione sociale per poter capire che quella forza che possiede dentro di lei (spesso inconsapevolmente utilizzata in maniera negativa e distruttiva) deve indirizzarla verso progetti e idee sane, positive. Questa forza è direttamente connessa alla Pachamama (in lingua quechua Madre Universo), alla quale vengono riservati riti: è infatti la Pachamama colei che genera. Ma può anche distruggere per ricordare ai suoi figli di doverla onorare.

E le donne occidentali? C’è sempre più la diffusione di un modello americanizzato della donna: vista come oggetto da decoro il cui unico compito è quello di sorridere, scoprire il proprio corpo e non esporre la propria opinione. Ma dopo aver ringraziato i reality show per questa non-figura, bisogna ricordare che “le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di dimostrare nulla se non la loro intelligenza” (Rita Levi Montalcini). C’è quindi anche chi non accetta la sottomissione all’altro sesso, chi non accetta di rispondere all’appellativo di “sesso debole” perché non c’è nulla di debole nell’essere Donna.

Nonostante i modelli che la società cerca di imporre tramite i suoi continui luoghi comuni e tabù (ad esempio il non poter parlare liberamente del ciclo o della sessualità), c’è chi affronta la continua lotta per affermarsi, chi si mette in gioco tra una difficoltà e l’altra. Ma anche chi perde il suo obiettivo lasciandosi trascinare dagli avvenimenti, consentendo all’uomo di affermare la sua “supremazia” e finire davvero col sentirsi debole: ed è così che la forza rimane dormiente all’interno di esse, rendendo impossibile il taripaypacha (letteralmente epoca in cui incontreremo nuovamente noi stessi).

“Aveva dovuto usare in modo cosciente quel potere che ogni donna possiede dentro di sé, ma che molte hanno scordato di avere. Solo il sapere, la conoscenza, il coraggio d’osare e d’agire possono riscattarlo, esprimerlo ed elevarlo” (Mamani, La profezia della curandera).

Be not afraid: la storia di Veronica Guerin

Il 28 giugno 1996 Veronica è invitata dal Freedom Forum a Londra. Avrebbe dovuto tenere un discorso, lo aveva intitolato “Morire per dire la verità: giornalisti in pericolo”. Avrebbe parlato con passione del suo lavoro, invitando tutti a non avere paura di inseguire la verità.

Due giorni prima dell’evento, però, viene assassinata mentre è in macchina ad attendere a un semaforo.
Una moto, guidata da Brian Meehan, e dei colpi di pistola esplosi per mano di Patrick “Dutchie” Holland, riconosciuto come esecutore materiale dell’omicidio, interrompono la ricerca di Veronica Guerin.
Entrambi gli uomini fanno parte della gang di “Factory John”, che non venne condannato mai come mandante dell’omicidio, ma per traffico di stupefacenti.
L’Irlanda è sconvolta, disperata. Nessun giornalista era morto prima di allora per le sue indagini.

Veronica Guerin nasce il 5 luglio 1958 a Dublino, dove frequenta una scuola cattolica e sviluppa una delle sue passioni, quella per lo sport. Non solo tifosa del Manchester United, ma anche piccola e determinata calciatrice: a 15 anni gioca le finali di football irlandesi nonostante abbia un’ernia del disco.
Segue le orme del padre e si iscrive al Trinity College, dove studia contabilità. Veronica cambia carriera più volte, è una donna dinamica ed energica. Viene assunta dal padre nella sua compagnia, poi fonda una società di pubbliche relazioni e per due anni lavora come segretaria per il partito repubblicano irlandese.
La sua carriera da giornalista inizia nel 1990, quando accetta di vestire i panni di cronista per il Sunday Business Post e il Sunday Tribute. È da questo momento che Veronica fa della ricerca della verità, altra sua passione, il suo mestiere.

La storia della giornalista irlandese si incrocia inevitabilmente con quella della Dublino che lotta contro la piaga dell’eroina, il narcotraffico e la criminalità organizzata, della quale inizia a scrivere nel 1994 per il Sunday Independent. I tossicodipendenti a Dublino sono circa 15mila e nonostante i membri dei movimenti anti-droga provino a cacciare gli spacciatori dai quartieri, la figura del narcotrafficante si è ormai affermata ed ha acquistato potere.

La Guerin capisce che esiste un retroscena piuttosto cupo di Dublino e che per raccontarlo ha bisogno sia di fonti che facciano parte delle forze dell’ordine , sia di fonti interne al mondo criminale. Inizia a descrivere e a denunciare il marcio di cui si nutre la feroce Gangland. A causa della restrittiva legge sulla diffamazione che vige in quegli anni, lo fa in un modo particolare: parla del signor “Monk”, del “Coach” (il suo non sempre affidabile informatore, John Traynor) e del loro capo, il boss John Gilligan, in arte “Factory John”. Servendosi di pseudonimi e nomi di strade, racconta le vicende degli attori principali di quella brutta storia.

Veronica è abile, non ha timore e bussa addirittura alle porte dei diretti interessati. Racconta del terrore che vivono gli agenti del fisco e della facilità con cui molti malviventi riescono ad evadere dalle carceri. Sfida i potenti criminali che per due volte la minacciano di morte, sparando sulla sua casa prima e puntandole un revolver alla testa poi. Nel 1995 viene picchiata da Gilligan in persona.
Il Sunday Independent elabora un sistema di sicurezza e le viene assegnata la scorta, che la seguirà solo per qualche giorno. Secondo Veronica, la scorta ostacola il suo lavoro, mettendo a repentaglio i rapporti diretti con le fonti.
Sempre nel 1995 diventa la prima giornalista europea a vincere l’International Press Freedom Award, istituito dal Comitato Protezione Giornalisti e assegnatole per la sua instancabile lotta contro il crimine.

Dopo l’assassinio di Veronica, il parlamento irlandese promulga in una settimana il Proceeds of Crime Acts 1996 ed il Criminal Assets Bureau 1996, grazie al quale i beni acquistati con denaro sporco potevano essere sottoposti a sequestro dallo stato. Viene fondato il Criminal Assets Bureau. Si concludono maxi sequestri di armi e droga e le inchieste sulla sua morte portano a circa 150 arresti e reclusioni e nasce il primo programma destinato alla protezione dei testimoni.
Al Coach Garden House le viene dedicato un busto, sotto al quale sono incise tre parole: Be not afraid. La lotta di Veronica sembra quindi non essersi esaurita con la sua morte. E la fame di verità non si è ancora saziata. Veronica Guerin fa parte dei primi 50 eroi per la libertà di stampa nel mondo, selezionati dall’International Press Institute.

Veronica è stata una donna animata da passione, una lottatrice instancabile. Ha scelto di non fermarsi di fronte a niente pur di consegnare a tutti un’immagine veritiera della realtà. A lei va la passione con la quale ho scritto queste righe. Ad Ilaria Alpi, al suo collaboratore Miran Hrovatin ed al ricercatore Giulio Regeni va il pensiero. Con la speranza di riuscire a conoscerla, un giorno, la verità.