Temi della Vita, o tutto quello che riguarda le persone ma non c’entra con la Cultura.

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#NoJovaBeachParty

Ultimamente si stanno tenendo una serie di concerti sulle spiagge di tutta Italia sotto il nome di Jovanotti: la pop star italiana ha deciso di creare veri e propri party, con tanto di Dj Set, riunendo migliaia di persone sotto un palco assemblato sulla sabbia. Lo scopo primario di tutte queste date, a quanto dichiarato dal cantante stesso, doveva essere la sensibilizzazione sul tema della plastica, tanto che ha organizzato il tutto in collaborazione con il WWF Italia.  Uno scopo nobile considerato che Jovanotti stesso si è definito come una persona attenta alle tematiche ambientali. Forse però, questa volta, qualcosa gli è sfuggito.

Partiamo dalla prima contraddizione che si è andata a creare durante questo enorme evento: si pretendeva di diffondere il messaggio del “plastic free” (l’evento stesso, a quanto avevano fatto capire, avrebbe dovuto adottare questa politica), ma come si può pretendere di impedire a tutta quella gente di produrre rifiuti? Non si può e se ne è avuta la prova una volta finito il concerto, quando tutta la marea di gente si era ormai ritirata. È innegabile che si sia andato a creare un tappeto di spazzatura e di bottigliette di plastica, le stesse vendute all’interno dell’evento e acquistabili tramite dei token, anch’essi in plastica, che andavano a sostituire i soldi veri. Non doveva essere “plastic free”?

A rimetterci, come al solito, è Madre Natura. Ambientalismo e rispetto per la natura non si manifestano tramite il (finto) mancato utilizzo della plastica o ripulendo le spiagge il giorno dopo. Molte delle zone scelte per questa serie di concerti, infatti, sono riserve naturali che ospitano specie protette, che si trovavano in periodo di nidificazione e svernamento. Il disturbo antropico è già di per sé un grosso problema per diverse specie, in particolare per i limicoli, uccelli che si nutrono della fauna presente nella fanghiglia che si va a creare, per esempio, in riva al mare.

Un esempio importante ce lo porta il Fratino, specie a rischio proprio per la forte presenza antropica sulle spiagge, le cui uova sono di pochi centimetri e possono essere facilmente scambiate per piccoli sassi, in quanto hanno colori perfettamente mimetici.

In accordo con il WWF Italia, si sono naturalmente accertati che le località scelte non fossero abitate da questi piccoli pennuti. O quasi: una delle aree inizialmente scelte infatti era proprio la Riserva Naturale di Torre Flavia, a Ladispoli, uno dei pochi luoghi di nidificazione rimasti al Fratino. Fortunatamente, grazie anche all’intervento della Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli), hanno deciso di spostare l’evento in un’altra zona, al di fuori del perimetro della riserva.

Se la Palude di Torre Flavia si è salvata, tutte le altre località si sono sfortunatamente viste radere al suolo tutte le dune e sono state inondate da un forte inquinamento acustico, due cose che rischiano di compromettere un intero ecosistema.

Banchetti di street food che vendevano bottigliette e contenitori monouso in plastica e rischio di causare dei danni all’ecosistema. Qui la domanda sorge spontanea: come è possibile che il WWF Italia abbia appoggiato un evento del genere? Quella che è sempre stata ritenuta un’organizzazione di riferimento per l’ambientalismo, dovrà fare i conti con i mancati rinnovi della tessera per il 2020: molti suoi sostenitori, indignati per quanto accaduto, hanno apertamente annunciato, sotto diversi post su Facebook e su Instagram, che non rinnoveranno la loro iscrizione, dichiarandosi delusi dall’organizzazione.

Il punto è questo: in un mondo in cui tutta la biodiversità è messa costantemente in pericolo, se non si può fare affidamento nemmeno su quelle associazioni che si dichiarano in difesa della natura, al nostro Pianeta che speranze restano?

 

-Martina Cordella

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La città delle donne

È ampiamente dibattuto a chi vada il primato di “prima città della storia”. Con certezza si può affermare che nel corso del IV millennio a.C. sia avvenuto quel salto antropologico fondamentale definito “rivoluzione urbana”, cioè il processo storico che vide la nascita di quella nicchia ecologica in cui tuttora noi viviamo, procreiamo e progrediamo. L’Homo sapiens si è creato il proprio habitat attraverso le proprie capacità intellettive, linguistiche e tecniche. Fin dall’epoca pre o protostorica l’uomo ha cambiato l’ambiente circostante in vario modo, con incendi massivi, tecniche di caccia particolarmente efficienti, con l’irrigazione e le prime costruzioni. Ma in epoca storica ci fu la vera “fuga in avanti”: i sistemi di trasporto, di comunicazione, di difesa, di governo ed amministrazione, di approvvigionamento, conservazione e trasformazione delle materie prime definirono quello spazio, inizialmente sacro, chiamato città.

La “città degli uomini”, utilizzando le parole di Agostino, è una realtà organicistica, in quanto composta e prodotta da esseri viventi, e mutevole, poiché cambia parallelamente alle evoluzioni umane. L’habitat umano è cambiato nei secoli insieme alle abitudini umane, alle strutture, sovrastrutture e norme che hanno regolato il vivere e convivere sulla terra. Fra le mura cittadine, lungo le strade, le rotte marittime ed aeree, sono state combattute secolari sfide che hanno prodotto quel che noi chiamiamo “progresso”: culturale, artistico, etico, scientifico, politico, economico, tecnologico.

Se oggi osservassimo le nostre città noteremmo come, almeno secondo chi scrive, tre sono le attuali sfide, le cui poste in gioco non sono affatto indifferenti al nostro futuro: la questione ambientale, la difesa e promozione della democrazia, il processo di emancipazione femminile. Certo, va onestamente appuntato come tale visione sia inevitabilmente anche il frutto delle vesti occidentali che indossiamo, ma è altrettanto necessario appurare come queste siano sfide globali.

Tralasciando in questa breve riflessione le prime due questione, vorrei focalizzare i pensieri sulla terza. Sul piano giuridico e culturale, nelle ultime generazioni il più grande processo di emancipazione, di portata millenaria, riguarda la condizione delle donne. In epoca contemporanea, il primo duro colpo battuto in favore di una piena uguaglianza delle donne si ode nella Rivoluzione francese: è la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, scritta nel 1791 dalla drammaturga Olympie de Gouges (1748-1794), in analogia alla ben più fatidica dichiarazione del 1789. L’articolo 1 recita: “La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo”. Naturalmente rimase lettera morta. Olympie venne derisa, accusata di tradimento e quindi ghigliottinata, ma non prima di poter proferire parole mai ascoltate prima. Forse è la sua la sentenza più dirompente e scandalosa fra le frasi pronunciate in quegli anni. Agli ideali liberali e borghesi, di cui tutti siamo figli, unì un’idea di convivenza umana estremamente innovativa: quella paritaria fra uomo e donna.

Quella francese fu un’altra “fuga in avanti”, lì per lì sminuita e repressa, ma non dimenticata. Dalla metà del XIX secolo, secondo la storia di genere, abbiamo assistito a quattro ondate di femminismo. Se è vero, come affermava enigmaticamente Kubrick, che l’universo è indifferente all’uomo, di sicuro non lo è la Terra. La città dell’uomo si sta evolvendo, come è naturale che sia, e con provocazione potremmo dire che sta cambiando genere. Tutte le condizioni che svantaggiavano la donna e la rilegavano al ruolo procreativo, alla sfera domestica sono e stanno venendo sempre meno. Nuovi assetti sociali ed economici si stanno dibattendo, ed è esperienza quotidiana di tutti noi osservare come sempre più vivacemente i suoi effetti si palesano ai nostri occhi. Fortunatamente, potremmo aggiungere.

Ma la questione è peraltro legata a un altro tema centrale, molto più delicato quanto fondamentale per la nostra evoluzione culturale e per qualsiasi discorso sulla felicità. La libertà di amare. Le rivendicazioni economiche, sociali, politiche, in settori sia pubblici che privati, per quanto necessarie non completano il quadro rivoluzionario. Il destino dell’uomo coincide con il suo obiettivo, ovvero la ricerca della felicità. E questa non può avvenire senza un’ulteriore rivoluzione culturale. Attraverso un dibattito pubblico che affermi inequivocabilmente come solo percependo l’amore come una libertà universale si può giungere ad un nuovo livello di convivenza umana, ben più piacevole, rispettosa, e produttiva. Questo passo può risultare superfluo, o secondario a quello economico, ma non può esistere homo oeconomicus (colui che ricerca sempre di ottenere il massimo benessere e vantaggio per se stesso a partire dalle informazione e dalle capacità possedute, all’interno di un logica razionale) senza homo sapiens (colui che vive, comunica e socializza semplicemente per sua propria natura), non può esistere corpo senza anima, o forma senza materia se volessimo chiamare in causa Aristotele.

Se accogliamo la definizione di felicità quale la capacità di coltivare una vita libera, fondata sulla qualità delle relazioni umane che concorrono a orientarla liberamente, allora non si può non riconoscere come negli ultimi decenni vi sia stato un netto miglioramento nelle condizioni di vita (per tutti i sessi e orientamenti sessuali), e che questo sia da ascrivere anche ai frutti, volontari e involontari, del femminismo.

Poiché le relazioni umane sono effettivamente “progredite” rispetto al passato, poiché possiamo usufruire ancor più pienamente delle nostre capacità creative a livello sociale, poiché abbiamo la sfrontatezza di abbattere tabù millenari, di ipotizzare e realizzare orizzonti e percorsi di vita innovativi, di produrre filtri conoscitivi ed estetici personali, di unirci in rapporti e confronti emotivamente pieni, di sfruttare il crollo progressivo di inibizioni e la conseguente apertura di nuove prospettive, di progettare legami sentimentali, familiari e sociali attraverso un linguaggio inedito, che apre lo sguardo su uno spazio umano seducente ed inesplorato. Ora anche la donna rivendica il diritto a una sessualità fondata sul piacere, ad una vita indipendente, appagante secondo le sue individuali aspirazioni, di scegliere liberamente con chi e come essere felici, quando e se procreare. E ciò non può che essere fonte di felicità anche per l’uomo. Perché la felicità è godibile solo nella reciprocità. Perché la ricerca di nuove e più nutrire dimensioni esistenziali non può che arricchire l’esperienza umana, a condizione (imprescindibile) che esista la totale libertà di scegliere e amare.

Si sta innalzando una nuova città, che con ironia della sorte e senza timore possiamo presentare come la “città delle donne”, un luogo presente e futuro, probabilmente più inclusivo, ma che tassativamente presenterà le sue sfide. Non saranno sfide facili. Superarle o meno dipende, più che dall’economia, dalla politica e dalle regole ed istituzioni che definirà. Giudizio etico-individuale e agire politico-collettivo devono formarsi e rafforzarsi in vista di una nuova educazione, devono “trarre fuori” e coltivare il terreno necessario per questo nuovo habitat.

Ma attenzione. Abbiamo imparato che proprio in campo etico i passi avanti non sono affatto garantiti una volta per sempre, si può tornare indietro. Perché “l’uomo è una corda tesa fra la bestia e il Superuomo” rileggendo differentemente una celebre frase. Perché la storia non è una freccia unidirezionale già scoccata, bensì un turbinio di possibilità di cui siamo gli unici artefici. E qui preme comprendere consapevolmente e intimamente che gli artefici non saranno e non potranno essere unicamente le donne, ma anche gli uomini. Perché il progresso, come la ricerca della felicità, è un obiettivo umano.

 

-Alessandro Berti

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Caoslandia: la mancanza di un ordine globale

Quando la globalizzazione sembrava il destino del mondo, il Pentagono produsse un planisfero geopolitico che divideva il pianeta in due: l’area globalizzata, “ordinata”, imperniata su Stati Uniti, Europa atlantica e Nord euroasiatico e l’area “globalizzanda”, “caotica”, che investiva la fascia tropicale del pianeta, dall’America centrale all’oceano Indiano passando per la quasi totalità dell’Africa e del Medio Oriente, con incursioni sia nell’America del Sud che nell’Asia centrale. Nella mente di chi ci ha preceduto la fine della guerra fredda avrebbe significato la costruzione di un nuovo pacifico ordine globale in un mondo decolonizzato. Ma le aspettative, così vive nell’ultimo decennio del XX secolo, sono rapidamente evaporate e dalla coltre di vapore è emersa la “Caoslandia”, l’area di massima concentrazione dei conflitti, del terrorismo e della dissoluzione degli Stati.

Il mondo dell’ordine e quello del caos si toccano lungo alcune linee di faglia presso le quali interagiscono e si influenzano: il Mediterraneo, che convoglia verso l’Europa la pressione migratoria proveniente dal Medio Oriente e dal Nordafrica; l’Intermarium, sorta di nuova cortina di ferro tra il Baltico e il Mar Nero dove si concentrano le tensioni tra la Nato e la Russia; infine il Mar Cinese, la cui sovranità è contesa tra la Cina e gli Stati Uniti. Stati Uniti, Cina e Russia, all’interno di questo ordine, sono le tre potenze mondiali contemporanee. Gli USA sono la superpotenza e il loro predominio, nonostante le prime forti avvisaglie, non è attualmente in discussione. Il principale sfidante, la Cina, è ancora a distanza di sicurezza (seppur il suo passo diviene minaccioso) e deve affrontare l’offensiva di Washington su vari piani: da Taiwan alla Corea del Nord, dalla guerra commerciale alla competizione nell’intelligenza artificiale. La Russia agisce da grande potenza, ma ha mezzi molto limitati rispetto al periodo sovietico e ha problemi a conservare la propria sfera di influenza, come dimostra la guerra in Ucraina.

Secondo l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, attualmente, fra guerre internazionali, civili, conflitti etnici, guerriglie contro cartelli della droga, gruppi paramilitari ed anarchici, 40 sono i conflitti combattuti sul nostro pianeta. Ma a tale conta potremmo aggiungere il Brasile, che con la sua criminalità ha collezionato più di 63 mila morti nel 2017, o la Birmania, dove dal 1948 è in corso una strisciante guerra interna. Ma ancora, si potrebbero aggiungere le profonde e croniche tensioni politiche fra paesi come la Corea del Sud e del Nord, o fra l’area non autonoma del Sahara Occidentale e Marocco. Sono solo esempi. L’ONU, con le sue missioni di peacekeeping, sta intervenendo solo in 15 di questi conflitti, senza, per di più, registrare importanti risultati.

La pace è in minoranza, rendendo in minoranza l’Occidente. Per quanto non ci appaia lampante, quello che consideriamo essere il “nostro” mondo è un’eccezione all’interno del più variegato scenario mondiale. Stati Uniti, Canada, Europa occidentale, Oceania ed alcuni paesi del Sud America: solo queste aree godono della pace ad oggi. Ne discende un’inevitabile sfida economica, sociale e politica fra il mondo dell’ordine e Caoslandia. Mentre il primo sembra arretrare, crescendo all’interno di un isolamento e soffrendo l’incapacità di offrire un nuovo paradigma di convivenza internazionale, il secondo si espande, diffondendo l’instabilità che sempre più si avvicina verso i nostri confini.

D1UVesQWoAE0jc7Immagine ©Limes

I due conflitti mondiali, che segnarono la prima metà del “secolo breve” (il Novecento nella mente dello storico marxista Hobsbawn), distrussero le potenzialità egemoniche europee. Dall’idea che l’Europa dominasse il mondo, nel corso degli anni a cavallo fra XIX e XX secolo, nacque l’inevitabile corollario: chi guida l’Europa, guida il mondo. Ma dal 1945 non fu più possibile. Successivamente, il paradigma della guerra fredda generò, lungo la seconda metà del “secolo breve”, l’ultimo filtro con cui gestire il grande vortice di cambiamento mondiale, alimentato dal crescente processo decolonizzazione e da un tortuoso (ma non per questo condannabile) sentiero di crescita economica. Oggi la volatilità, l’incertezza istituzionale ed economica si diffondono a macchia d’olio in un “sistema mondo” che patisce un vuoto di potenza, cioè di controllo.

Il mondo globalizzato continua a crescere demograficamente ed economicamente, ma è percorso da diverse linee di tensione internazionale, alcune originarie del mondo dell’ordine e altre del caos. La questione ambientale, quella climatica, i possibili problemi dovuti alla robotizzazione e al fabbisogno di un cambio del paradigma energetico sono solo alcuni dei futuri fattori di crisi di lungo periodo. Osservando i nostri giorni, attraverso una visione onnicomprensiva della realtà, il sottosviluppo di alcune aree geografiche appartenenti al “caos” sembra essere il principale elemento di squilibrio e disfacimento, il quale possiede con l’esistenza di disordini militari e civili un reciproco rapporto di dipendenza. Lo sviluppo capitalistico, ormai è chiaro, sta incontrando dei limiti di sostenibilità ed applicabilità a livello globale. Il paradigma che continuiamo, giustamente, ad applicare all’”ordine” richiede necessariamente delle modifiche per essere impiegato come criterio di ricostituzione e regolazione del “caos”. Sono tutte sfide e minacce che non possiamo evadere e che richiedono di ampliare costantemente il nostro orizzonte di ricerca e osservazione. In un mondo sempre più interconnesso, dove la dimensione dei fatti politici, sociali, culturali ed economici è incessantemente in espansione, anche il nostro occhio deve allargare l’orizzonte di analisi e cogliere i nessi che uniscono le vicende del nostro pianeta nella sua interezza, nel suo ordine e nel suo caos.

Per comprendere il nostro attuale spazio e tempo serve un metodo ed un linguaggio nuovo, serve riscrivere la storia come “storia globale”, cioè, per dirla con le parole dello storico tedesco Sebastian Conrad, “una forma di analisi storica nella quali fenomeni, eventi e processi vengono inquadrati in contesti globali”, un approccio che supera le visioni monoculturali e parziali a favore di uno attento ad evidenziare le connessioni, gli scambi, le istituzioni, la circolazione di uomini, merci, capitali ed idee all’interno di processi storici che si esplicano su scala globale. In definitiva, “la storia d’Europa non fu mai solo una questione europea”.

-Alessandro Berti

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Meglio al cane che a una persona

È stato Kant il primo a dire che “Puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui tratta gli animali”. Nella scena contemporanea sono alcuni studi dell’FBI a considerare la violenza sugli animali come un crimine di classe A, un precedente grave che deve essere preso in considerazione come segnale premonitore di un comportamento violento.

Secondo la polizia di Sidney il 100% degli omicidi a sfondo sessuale ha avuto precedenti di maltrattamento sugli animali, motivo per cui hanno deciso di punire più severamente i reati contro esseri senzienti (non umani) e di catalogare e analizzare la ripetitività degli eventi per studiare lo sviluppo futuro delle azioni violente, non solo contro gli animali ma anche contro le persone. Il ragazzo che da piccolo maltrattava uccellini e gatti ha una buona probabilità di trasformarsi in un torturatore di persone.

Nel corso di una conferenza riguardante questo tema, Nino Marazzita, famoso avvocato difensore di assassini e serial killer, ci introduce all’argomento con queste parole: “Animali e uomini sono entrambi aggressivi, ma lo sono in maniera diversa: gli animali lo diventano di fronte a un pericolo, per difendersi o per soddisfare il bisogno della fame, mentre molti uomini sono aggressivi senza motivo”. Specialmente contro chi non può difendersi: diversi sono stati i ragazzi, anche molto giovani, che in preda a manie di protagonismo si riprendevano mentre infliggevano insensate violenze contro animali domestici.

Nel corso della stessa conferenza Patrizia Giusti, anche lei avvocato, ci spiega come cani e gatti siano i soggetti preferiti per i maltrattamenti: sono abbastanza piccoli da essere pratici e abbastanza grandi da soddisfare il bisogno di tale aggressività, almeno per un po’ di tempo. Arriveranno però a un certo punto in cui non saranno più abbastanza, a un momento in cui sentiranno il bisogno di fare un passo in più, un passo che li porterà a riservare lo stesso brutale trattamento inflitto agli animali anche alle persone.

La violenza sugli animali è un tema fin troppo sottovalutato; il pensiero comune è appunto “meglio al cane che a una persona”. Ma il cane è solo il punto di partenza. Rappresentativo è un altro caso portato ad esempio durante la conferenza, quello di alcuni ragazzi che, a seguito di un conflitto, uccisero brutalmente dei loro coetanei. Significativa è la risposta che hanno dato quando gli chiesero come avessero potuto farlo: affermarono che per loro era stato facile ucciderli perché nelle loro famiglie gli avevano insegnato a scannare i maiali. Una risposta inquietante e che lascia pensare.

Un gesto di crudeltà verso un animale non è da sottovalutare, altrimenti si rischia di tralasciare un potenziale soggetto pericoloso anche per le persone, che potrebbe decidere di agire in qualunque momento. Verrebbe da dire “inaspettatamente”, ma lo sarebbe davvero? I segnali di un carattere potenzialmente violento e aggressivo ci sono, basta solo saperli e volerli riconoscere, non ci si può nascondere dietro discriminazioni di specie.

 

-Martina Cordella

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La guerra civile in Ucraina – uno sguardo ampliato e retrospettivo

Ucraina: “terra di confine”. Questo è il suo significato. In parte il suo destino. Cos’è, infatti, l’Ucraina se non il confine fra due “Europe”. Uno spazio conteso nei secoli e sempre sottoposto a longevi domini: quello scandinavo (i famosi Rus’) e mongolo nel Medioevo; quello polacco, austriaco e russo in età moderna e contemporanea. Oggi, il secondo stato europeo per estensione territoriale dopo la stessa Russia, è nuovamente “frontiera”, un vero campo di battaglia, divenendo, suo malgrado, la cartina tornasole sia del carattere imperiale di Mosca che della debolezza politica dell’Unione Europea. Per questo, e per molto altro, è impossibile capire la guerra civile ucraina senza ampliare lo sguardo di analisi e tornare indietro di qualche anno nel passato.

La fine dell’impero sovietico, contestualmente alla fine della guerra fredda, svuotò di senso l’idea di Europa occidentale. Senza Est, niente Ovest. Nel 1992 nasceva l’Europa, sotto una nuova veste unitaria. Per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale, i popoli europei erano chiamati ad assumersi le responsabilità dirette che al tempo della guerra fredda erano state loro risparmiate dall’essere assegnate ai due campi contrapposti, divisi dalla cortina di ferro. Mentre i paesi appartenenti al patto atlantico fondarono l’Unione Europea, gli ex satelliti di Mosca riacquisirono un certo grado di libertà e tentarono, con diverso successo, di agganciarsi al treno del benessere
occidentale.

Il 1° Maggio del 2004 Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Slovenia (insieme a Malta e Cipro) aderirono all’Unione.
Tuttavia, in tali dinamiche si annidavano fattori di squilibrio geopolitico non indifferenti. In primo luogo, l’operazione necessitava di una leadership economica, diplomatica e politica all’interno delle istituzioni europee, che colmasse quel vuoto di potere lasciato dal relativo ripiegamento americano dal vecchio continente. In secondo luogo, l’allargamento ad Est dell’Unione Europea disegnava un futuro conflitto indiretto con la nuova Federazione Russa. Gli interessi geopolitici ed economici erano chiaramente conflittuali. Da un lato, si voleva puntellare ed isolare l’influenza russa, includendo nel sistema produttivo e commerciale europeo i paesi vicini, dotati di manodopera qualificata e a basso costo, risorse e possibilità utili ad ampliare la base economica della neonata Unione. Dall’altro, Putin, eletto presidente della Federazione Russa nel 2000, inaugurava l’era del “riscatto della Russia”. L’obiettivo era ricostruire una sfera d’influenza, evitando lo scontro con gli USA, mantenendo accordi equilibrati con l’Europa occidentale e restringendo la presa sui territori di quella Orientale, fondamentali per consolidare l’economia russa che si basa per lo più sull’esportazione di risorse energetiche attraverso gasdotti e oleodotti.

Nello spazio “euro-russo” le tensioni fra Mosca e Bruxelles si accesero, ma nessuna leadership europea comparve. Nei primi anni Duemila, la Federazione Russa, dopo aver risposto alla profondissima crisi economica, politica e sociale successiva alla dissoluzione sovietica, rivolse le attenzioni alle proprie frontiere, presso le quali emergevano non poche debolezze. Rovesciando le relazioni della guerra fredda, Mosca coltivava rapporti migliori con l’Europa occidentale piuttosto che con quella orientale, formata dalle ex repubbliche sorelle sovietiche. Ciò implicava un inaccettabile deficit di sicurezza alle frontiere occidentali. Mentre le velleità separatiste delle regioni caucasiche vennero represse militarmente (in Georgia, nell’agosto del 2008, e in Cecenia, con una
lunga guerra dal 1999 al 2009), in Europa si aprirono dei fronti di dialogo. I risultati furono eterogenei. Le repubbliche baltiche si allontanarono definitivamente dalla Russia facendosi scudo della NATO e dell’UE, la Bielorussia accettò una forma di vassallaggio moderno, entrando di fatto all’interno della Federazione. A restare in bilico fu proprio l’Ucraina.

Questa entità nazionale, che potremmo definire anomala, era percorsa internamente da profonde tensioni sociali e portava con sé il fardello di non aver mai avuto un’indipendenza formale, di non aver mai costruito un’identità puramente nazionale. In Ucraina è presente una fortissima minoranza di etnia russa, o comunque russofona, pari a circa il 17% della popolazione. Questa risiede nelle regioni ad Est, in particolar modo nel Donbass e in Crimea, dove raggiunge i due terzi della popolazione. Tale minoranza, la diffusa corruzione e l’instabilità politica si rivelarono i principali fattori di squilibrio del paese. Non ci si deve meravigliare allora se l’Ucraina abbia attraversato negli ultimi 15 anni continue crisi, stravolgimenti, ed oscillando ha teso la mano prima all’Unione Europea e poi nuovamente alla Federazione Russa, finendo per vacillare in balia degli attriti accumulati. Nel 2004 con la “Rivoluzione arancione” i due leader del movimento Viktor Yushchenko e Yulia Tymoshenko sconfissero, non senza difficoltà, il candidato filorusso Viktor Yanukovich, traghettando il paese verso Bruxelles, avviando le procedure di adesione. Ma la crisi politica ed economica sorta nel 2008 generò quel malcontento che bloccò il processo di integrazione europea e portò alla vittoria
lo stesso Yanukovich. Il dialogo con l’occidente terminò, inaugurando concretamente quello con la Federazione Russa di Putin. Ma nel novembre del 2013 la fazione civile più favorevole ad una posizione “europeista” scese in piazza: era l’Euromaidan. Un nuovo movimento popolare travolse il paese, macchiando le strade di Kiev di fin troppe vittime.

Il 24 febbraio del 2014 Yanukovich fuggì, il suo governo si dimise. Nuove elezioni vennero indette per il maggio successivo, ma la transizione fu dolorosa. Ribelli filorussi, non senza l’appoggio materiale di Putin, fra il marzo e l’aprile, presero il controllo militare ed amministrativo prima della Crimea, poi delle regioni del Donetsk e di Luhansk. Con diversi referendum, fortemente contestati, la Crimea si annetteva alla Federazione Russa e le due regioni separatiste sancivano l’indipendenza. La reazione governativa non poté mancare. Era l’inizio della guerra.

nuova_cortina_ferro_edito_916.jpg©Limes2016

Alla periferia di quella che definiamo essere la nostra comunità europea ben più di diecimila sono state le vittime fra militari, paramilitari e civili, numerose le violenze e torture su uomini e donne. Troppe poche attenzioni rivolgiamo a questo conflitto che ha unito drammaticamente le tensioni nazionali alle logiche economiche e geopolitiche internazionali, uno scontro in cui l’Unione Europea è necessariamente chiamata a mostrare la sua posizione. Alla crisi dell’euro e a quella migratoria si è aggiunta la crisi geopolitica per Bruxelles, sfide che richiedono compattezza, determinazione ed efficienza e che nascondono il futuro del vecchio continente. Di fatto la guerra, dopo i primi mesi cruenti, nel corso del 2015 si è paralizzata in un conflitto definito “a bassa intensità”, seppur non indolore, e oggi all’orizzonte non si presentano soluzioni.

 

-Alessandro Berti

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#FridaysForFuture

FridaysForFuture è un movimento spontaneo nato in Svezia nell’Agosto del 2018 dopo un sit-in di tre settimane che la 15enne Greta Thunberg ha portato avanti di fronte al parlamento svedese per protestare contro le mancanze del governo nella lotta ai cambiamenti climatici. La ragazza ha postato ciò che faceva su instagram e twitter, e presto gli hashtag #FridaysForFuture e #SchoolStrike4climate sono diventati virali. Greta, una giovane e audace ragazza affetta dalla sindrome di Asperger, è diventata così il simbolo delle azioni di migliaia di giovani (e non) in tutto il mondo. Greta ha partecipato alla COP24 in Polonia, al forum economico di Davos e più di recente è intervenuta a Bruxelles, parlando davanti ai più alti rappresentanti delle istituzioni europee, dal presidente del Comitato economico e sociale Luca Jahier, fino a quello della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

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Nei suoi incontri si è rivolta con decisione alle istituzioni, denunciando lo scarso impegno della classe politica di fronte alla sfida globale del nuovo millennio, quella dei cambiamenti climatici. Da settimane, in Italia, centinaia di giovani scioperano tutti i venerdì in più di venticinque città, Roma, Torino, Pisa e Milano le piazze più partecipate. L’evoluzione e la diffusione del movimento sono state talmente esponenziali in tutto il mondo che hanno dato luogo a impressionanti manifestazioni di studenti, in particolare in Danimarca, Germania, USA, Australia e Belgio dove si sono raggiunte oltre settantamila persone. #FridaysForFuture quindi, dall’essere inizialmente solo un appello, si è evoluto oggi in qualcosa di diverso e più grande da un semplice movimento spontaneo. Gli obiettivi dunque sono quelli di risvegliare le coscienze delle persone, sviluppare una comprensione popolare sulle gravissime potenziali conseguenze socio-ambientali generate dai cambiamenti nei prossimi anni, in parte ancora neanche pienamente valutabili, aumentare la percezione della realtà personal-collettiva, coordinazione sociale individuale/collettiva al fine di manifestare le preoccupazioni correnti tra le popolazioni di tutto il pianeta per la mancanza di adeguate tutele al diritto di un futuro prosperoso sia per gli esseri umani (alle attuali e alle future generazioni) sia per la difesa degli ecosistemi e della biodiversità, tanto declinata verso la fauna quanto verso la flora.

Abbiamo certamente bisogno di speranza. Ma l’unica cosa di cui abbiamo bisogno più della speranza è l’azione. Una volta che iniziamo ad agire, la speranza si diffonde.  Quindi, invece di cercare la speranza, cerchiamo l’azione, solo allora, la speranza arriverà.

Lo strumento di connessione ed evoluzione del fenomeno del #climatestrike è stato principalmente Internet e le sue piattaforme online centrali: Facebook, Instagram, Twitter, Youtube. FFF ha generato dunque un network aperto tra persone consapevoli della situazione attuale che si sono connesse e hanno messo in rete conoscenza, informazioni, contenuti, visioni, azioni, esperienze, mettendosi a disposizione per un fine comune: rispondere uniti in modo sistemico alle emergenze climatiche in corso e chiedere alle istituzioni un impegno serio per limitare i danni e dare un futuro alle nuove generazioni, che saranno le prime a verificare sulla loro pelle le conseguenze dell’inazione di fronte a un problema emerso già cinquanta anni fa e riguardo al quale oggi rimane poco tempo per agire.
Secondo gli studi dell’IPCC restano 11 anni per cambiare la rotta, per cambiare i paradigmi di sviluppo del nostro sistema economico-sociale. Bisogna mettere da parte l’egoismo, il profitto, e pensare un modello di sviluppo alternativo, almeno che non si voglia scappare su un altro pianeta e finire di distruggere il nostro. Ma la Terra è la nostra casa, non esiste un “piano B”, ed è quindi necessario impegnarci tutti per lasciare un pianeta abitabile alle generazioni future. Con noi o senza di noi il pianeta si adatterà e andrà avanti, dobbiamo salvare noi stessi. Siamo di fronte alla sesta estinzione di massa, secondo le Fao le biodiversità stanno scomparendo, gli insetti si stanno estinguendo e questo è già considerato irreversibile secondo gli studi meno ottimisti. Gli oceani sono invasi dalla plastica, presto ci sarà più plastica che pesci. Il pianeta è più caldo in media di 1°C rispetto al 1860, l’Artico perde sempre più ghiacci estivi, le barriere coralline sono morenti per via dell’acidificazione dei mari, i disastri ambientali si stanno moltiplicando in tutto il mondo: uragani, incendi, estati bollenti, alluvioni. Diverse zone costiere stanno venendo sommerse in tutto il mondo. È evidente che ciò che sta accadendo rientra all’interno di un fenomeno complesso dove ogni singolo fenomeno è la causa e l’effetto di un altro, il che rende la sfida più complicata e urgente.

Primo sciopero roma (1)

Lo stesso fenomeno migratorio di cui si parla tanto oggi in Italia è in parte riconducibile ai cambiamenti climatici e nel 2050, secondo la banca mondiale, saranno 143 milioni i profughi nel mondo classificabili come “migranti climatici”. Eppure più di un personaggio politico fa ancora negazionismo sull’emergenza climatica, distorcendo la realtà, offrendo problemi inesistenti o infinitesimali di fronte all’emergenza globale che ci affligge oggi. E per questo Fridays For Future chiede che si dica la verità, che si agisca ora. Il movimento ha le idee chiare e nel concreto chiede: un rilancio delle energie rinnovabili, interventi per il risparmio e l’efficienza energetica, un rafforzamento della gestione sostenibile delle foreste, misure di contrasto al consumo di suolo, un taglio ai sussidi agli allevamenti e altre attività agricole non sostenibili economicamente e ambientalmente, così da raggiungere l’obiettivo definito dal rapporto IPCC di Zero emissioni nette globali al 2050.

Tutti i venerdì studenti e non sono scesi nelle piazze d’Italia a portare avanti le proteste, fino al grande sciopero globale per il clima del 15 marzo, con manifestazioni che si sono tenute in più di 30 paesi in tutti i continenti. Essere scesi in piazza è importante, per poter dire fieramente di stare dalla parte giusta della storia, nella speranza che la classe politica ci ascolti, si rimbocchi le maniche, e avvii un processo di rivoluzione ecologica.

 

-Luca Franceschetti

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A Plastic Story

Il biliardo era il gioco più in voga tra gli  esponenti dell’alta società ottocentesca, ma andava a creare un grosso problema: le palle da biliardo venivano fatte con l’avorio, che veniva preso dalle zanne degli elefanti. Naturalmente si andò incontro ad un vero e proprio massacro di questi poveri animali, tanto che ne furono abbattuti più di 3.000 esemplari solo in Sri Lanka nel giro di tre anni. Bisognava trovare un’alternativa e nel 1869 fu John Wesley Hyatt a proporre una soluzione apparentemente perfetta e innovativa: con un mix di cellulosa, etanolo e canfora riuscì a creare un materiale indistruttibile, dando vita alla plastica.

Questo nuovo artefatto parve salvare la vita non solo degli elefanti, anche delle tartarughe, i cui carapaci venivano utilizzati per creare i pettini. Ahimè, lo stato di tranquillità dei nostri coinquilini animali non durò a lungo, anzi, la situazione si è totalmente ribaltata: nata per salvargli la vita, la plastica è oggi il nemico numero uno di molte specie animali, a partire da quelle marine che sono le più colpiti. Oggi sono presenti, nei mari e negli oceani di questo pianeta, più di 150 miliardi di tonnellate di plastica; previsioni future ci dicono che entro il 2025 la quantità sarà di una tonnellata ogni tre di pesce e, continuando su questa via, nel 2050 ci sarà più plastica che vita in acqua.

Pensate che l’UNEP (Programma Ambiente delle Nazioni Unite) ha collocato il problema “plastica” tra le sei emergenze ambientali più gravi, affiancandolo ai cambiamenti climatici, all’acidificazione degli oceani e alla perdita della biodiversità. Ma cosa comporta realmente questa ondata di spazzatura? Cominciamo con il distinguere due sottocategorie di plastica: le macroplastiche e le microplastiche.

Riguardo alle prime, ne fanno parte buste, bottiglie di plastica, reti da pesca abbandonate e molte altre; sono circa 344 le specie tra uccelli e creature acquatiche che rimangono intrappolate in esse causandosi ferite, lesioni, deformità e impossibilità a muoversi. Tutto ciò fa sì che molti animali muoiano di fame, per annegamento e perché diventano facili prede. Dalla lenta degradazione delle macroplastiche nascono le famigerate e tanto chiacchierate microplastiche, composte anche da pellet, creme, agenti esfolianti e dentifrici e che hanno l’impatto maggiore sulla vita marina.

I grandi pezzi di plastica feriscono, strangolano e causano la morte di innumerevoli animali, tra cui specie protette come, ad esempio, le tartarughe marine che, scegliendo il cibo tramite la vista, scambiamo le buste di plastica per meduse finendo col mangiarle, oppure degli uccelli, che invece lo scelgono attraverso l’olfatto e vengono attratti dall’odore che i rifiuti prendono grazie alla colonizzazione di alghe e batteri su di essi. Ma sono le microplastiche, più insidiose, a rappresentare la minaccia più grande: con la dimensione di neanche un millimetro, vengono facilmente scambiate per krill dai pesci che, mangiandole, le introducono nella catena alimentare marina, dei loro predatori e di conseguenza di noi esseri umani.

Ogni anno causiamo 13 miliardi di dollari di danni ad ecosistemi marini, alla pesca e al turismo: grandi quantità di plastica in mare causano minori catture, seguite da minori entrate, mentre le spiagge e i porti sporchi scoraggiano il turismo. Per fronteggiare il problema, il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva sul divieto di plastica usa e getta dal 2021. Perfetto. Ma nel frattempo? Il punto non è tanto vietarne l’utilizzo quanto far sì che la gente smetta di usarla fin da subito, abbattendo quello sfrenato consumismo che ci ha portati a questo punto: intanto che la direttiva verrà messa in pratica continueremo a produrre e smaltire rifiuti in modo irresponsabile, continuando ad alimentare l’infestazione di plastica nelle acque del nostro pianeta.

Andate a farvi una passeggiata nella spiaggia che vi è più vicina e abbassate lo sguardo verso i vostri piedi: come ci si sente ad affondare i piedi nudi in mezzo a tappi, bottiglie stropicciate e cotton fioc?

Sta a noi proteggere e salvare ciò che è rimasto di questo pianeta, glielo dobbiamo. Perché ogni minuscola parte è preziosa, perché non esiste un’altra Terra, perché è la nostra enorme e tondeggiante casa.

 

-Martina Cordella

La difficoltosa situazione Brexit

Il 23 Giugno 2016 in Gran Bretagna, con un referendum consultivo, quasi il 52% della popolazione ha votato a favore dell’uscita del Paese dall’Unione Europea. Il Trattato di Lisbona (2009) ha introdotto l’articolo 50 che consente la possibilità di recedere dall’Unione Europea, definendone le modalità. L’articolo prevede che due anni dopo la notifica della volontà di recesso, i trattati non verranno più applicati. La scadenza dei due anni per la Gran Bretagna è fissata il 29 Marzo 2019 e in tale data dovrebbe uscire ufficialmente dall’Unione; i negoziati sono conclusi ed è stata elaborata una bozza di accordo di separazione che è al vaglio del Parlamento inglese.

La situazione però non si risolverà entro Marzo; infatti, se il documento venisse approvato, continuerebbero i negoziati tra Unione Europea e Gran Bretagna sulla base di questo accordo. I punti di maggior preoccupazione riguardano il confine tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, lo status dei cittadini europei e i servizi finanziari. Dalla bozza di accordo di separazione si evince che fino al 31 Dicembre 2020 il diritto europeo avrebbe il primato su quello nazionale  e la Corte di Giustizia europea avrebbe giurisprudenza sulle controversie riguardanti il diritto dell’Unione, ma cosa ancora più importante, tutte le decisioni del governo britannico dovranno essere interpretate conformemente alle decisioni della Corte di Giustizia.

Un punto caldo è la questione irlandese, sulla quale ancora non si è arrivati a un’intesa definitiva. Perché è importante? Si è ipotizzato che l’Irlanda del Nord possa continuare a far parte del mercato unico e dell’unione doganale non ripristinando quindi le barriere con l’Irlanda. Questa soluzione porterebbe però a una divisione territoriale della Gran Bretagna e ad un vantaggio economico non indifferente rispetto al Galles, alla Scozia e all’Inghilterra, che invece uscirebbero dal mercato unico europeo.

Per quanto riguarda i cittadini europei stabilitisi nel territorio del Regno Unito, fino al Dicembre 2020 potranno continuare a fondare il loro soggiorno in base alla cittadinanza europea, mentre chi arriverà successivamente non godrà degli stessi diritti; l’intenzione della premier May, per di più dopo la Brexit, è quella di ridurre sotto i 100.000 gli ingressi annuali. Inoltre la Gran Bretagna si è impegnata a pagare 40 miliardi di euro all’Unione Europea.

Dove tutto ha avuto inizio? Nel 1975 la Gran Bretagna è entrata nell’Unione Europea con un referendum che ha visto favorevoli il 65% dei votanti; nonostante l’alto consenso di cui ha goduto l’ingresso nell’Unione, i rapporti tra Gran Bretagna e UE non sono mai stati idilliaci. Negli anni ’80 la Thatcher ottenne la restituzione di  una parte dei contributi versati a favore del bilancio comunitario (famosa la frase I want my money back), uno sconto che tuttora Londra mantiene. Un ulteriore fatto che differenzia la Gran Bretagna dagli altri stati membri è stata la possibilità di ottenere 4 opting out (nessun altro paese ne ha tanti), tra i quali ricordiamo l’aver mantenuto la sterlina.

Nel 2015 il governo britannico chiese al Consiglio una rinegoziazione della sua posizione all’interno dell’Unione, con la richiesta di uno status speciale in materia: finanziaria; di welfare state; sovranità territoriale e immigrazione. Il governo Cameron, forte di due referendum vittoriosi alle spalle, per rafforzare la sua posizione dopo l’accordo raggiunto con Bruxelles indisse il referendum sulla Brexit. Cameron, favorevole al remain, dopo la sconfitta si dimise, sostituito dalla May, leader del Partito Conservatore.

In Italia non sarebbe possibile fare lo stesso tipo di referendum in quanto l’articolo 75 della Costituzione non ammette consultazioni in materia di trattati internazionali.

 

-Erica D’Ignoti

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LADRI DI BANKSY

“Un muro è una grande arma. E’ una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno” – Banksy

Chi si cela dietro il nome di battaglia “Banksy” è forse il più grande street artist di sempre.
Ma se sia un lui, una lei, o un collettivo di artisti, sono in pochi a saperlo.

Ha scelto di rimanere anonimo, di non identificarsi, e all’inizio questo ha attivato una vera e propria caccia all’uomo, taglie sulla sua identità su Ebay, inserzioni, giornalisti, poliziotti.
Quello che fa è illegale e viene considerato vandalismo e autenticando le sue opere ammetterebbe un reato.

I murales che appaiono quando le città dormono, i primi attorno agli anni 2000, rappresentano scimmie, topi, bambini o poliziotti che a loro volta scrivono e lasciano messaggi provocatori sui muri.
Il ratto è l’immagine iconica di Banksy, ne ha un esercito disseminato in tutto il mondo, è l’incarnazione di quella parte di popolazione emarginata, rifiutata e rigettata dalle classi più abbienti.

“Se sei sporco, insignificante e nessuno ti ama, i ratti sono il tuo modello definitivo” – Banksy

Attraverso stencil via via più complessi, a 2/3 tonalità d’ombreggiatura e con l’utilizzo di caratteri liberi e schizzi, i messaggi che Banksy lascia sui muri di tutto il mondo hanno un modo ironico e sfrontato di raccontare e denunciare tutte le falle della società: la condizione umana, il divario sociale, la povertà, l’omologazione, le regole di facciata, la manipolazione mediatica, lo sfruttamento, la guerra, le repressioni della polizia, l’inquinamento del pianeta, il maltrattamento degli animali.

Lo scopo della street art, nata negli anni ’60 come una forma di protesta, è infatti quello di divulgare, comunicare, connettersi, far pensare, creare un senso di consapevolezza di quello che siamo e di quello che ci circonda, rendendo partecipe un numero enorme di persone, che vengono “colpite” semplicemente camminando per strada.
Non c’è un biglietto, non c’è un museo, una galleria.
E’ lì per tutti, senza nessuna distinzione di razza, sesso, età, classe sociale, classe economica, eppure in molti non riescono a comprendere questo concetto.

“Le persone che governano le nostre città non capiscono i graffiti perché pensano che niente abbia il diritto di esistere, a meno che non generi un profitto” – Banksy

In ogni parte del mondo ci sia un’opera di Banksy, c’è in agguato un ladro.
Il film-evento di dicembre L’uomo che rubò Banksy del circuito Arte al cinema ci racconta la storia di Walid “la Bestia” e del furto dell’opera palestinese Donkey’s Documents, il docu-film Saving Banksy ci spiega il caso del Ratto Socialista e, insieme al documentario Banksy does New York, illustrano la complicata controversia della compravendita delle opere di Street Art.

Walid la Bestia, sotto ordine di Mikael Kawanati, brutalizza un muro di cemento con martelli pneumatici, seghe diamantate, flessibili ad acqua e frullini di grandi dimensioni e si porta via Donkey’s Documents, un’opera di 4 tonnellate che raffigura un soldato israeliano che controlla i documenti ad un asino palestinese, portando l’attenzione sul conflitto tra Palestina e Israele e sul muro eretto nel 2003 come soluzione alla guerra.

Le motivazioni di questi veri e propri furti sono molteplici.
La più becera e banale è quella di trarne un profitto, vendendola alle case d’asta, che a loro volta la venderanno per miliardi di dollari a qualche ricco collezionista che metterà un’opera con lo scopo sociale di essere per tutti, nel salotto della sua lussuosa villa.
Strappata al proprio contesto per essere ammirata solo da quelle persone che incarnano gli ideali combattuti dall’artista con gli spray.
Oppure, come spesso succede, le opere rimangono invendute, sottratte al pubblico per finire imballate e nascoste in grandi magazzini.

In Saving Banksy il ladro Brian Greif ha perlomeno scopi nobili: il Comune di San Francisco infatti non tollera la presenza di street art sui propri muri ma non vuole pagare per la rimozione. Per questo motivo se sei proprietario di un edificio che viene taggato, è tua responsabilità cancellare questi tag, o verrai multato e sulla tua casa verrà messa un’ipoteca.
Così a San Francisco i murales di Banksy sono via via spariti tutti.
Brian Greif si prende quindi la responsabilità di “salvare” il “Ratto Socialista”, rimuovendolo con molti sforzi, trattative e molto denaro, dal posto originale per regalarlo ad un museo cittadino che potesse preservarlo ed esporlo in maniera gratuita.
I musei però richiedono il consenso dell’artista per poter trattare l’opera.

“Alcuni artisti creano i propri lavori perché vengano distrutti, non vogliono che l’arte sopravviva, e quindi non spetta al museo preservarle contro la loro volontà. Se un’opera d’arte è stata fatta per stare in un luogo pubblico, allora forse l’artista non vuole vederla in un museo” – afferma John Zarobell, curatore del SFMOMA.

Consenso e diritto d’autore sono problemi che nessuno si pone mai nel momento del furto.
Si pensa che visto che l’opera è “incustodita” se ne possa fare quello che si vuole, senza chiedere e senza dare all’artista nemmeno una piccola parte del ricavato dalla vendita delle sue opere per miliardi di dollari.
Un altro problema è il concetto dell’effimero.
Molti artisti non vogliono preservare, custodire e mantenere nel tempo i loro lavori.

“Gli street artists fanno altre opere nei loro studi, che vengono firmate e vendute. Quello è il modo per farsi ricordare e lasciare una traccia. Dobbiamo essere noi a decidere cosa vogliamo vendere e conservare.”- afferma Ben Eine, street artist e collaboratore di Banksy.

La mercificazione di opere realizzate senza alcuno scopo di lucro per essere ammirate gratuitamente, spesso fa scattare la reazione degli artisti.
L’ultimo caso Banksy è quello del quadro della Bambina con il palloncino che, appena battuto all’asta per una grande somma di denaro, si è autodistrutto grazie ad un sistema mangiacarta installato nella cornice.
Oppure il caso Blu a Bologna, che ha cancellato ogni singola opera realizzata per la città, perché soggette a percorsi turistici a pagamento.

“Non possiamo fare nulla per cambiare il mondo, finche il capitalismo non crolla”- Bansky

 

-Irene Iodice

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Questione Ambientale

La questione ambientale ad oggi è un tema di scarso interesse per l’opinione pubblica e per i mass media, eppure è  arrivato il momento che il futuro del nostro pianeta ci inizi a interessare e a preoccupare. Il surriscaldamento globale, il consumo di plastica, sono problemi che ci riguardano direttamente, non abbiamo più scuse.

Negli ultimi anni vari paesi del mondo hanno cominciato a muoversi in direzione di un futuro più sostenibile per noi e il nostro pianeta. Il 25 settembre 2015 l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha approvato l’Agenda Globale per lo Sviluppo Sostenibile e i relativi 17 obiettivi da raggiungere entro il 2030. È stato espresso un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. In questo modo, ed è questo il carattere fortemente innovativo dell’Agenda, viene definitivamente superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale e si afferma una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo;

“Quest’Agenda è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità. Essa persegue inoltre il rafforzamento della pace universale in una maggiore libertà. Riconosciamo che sradicare la povertà in tutte le sue forme e dimensioni, inclusa la povertà estrema, è la più grande sfida globale ed un requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile.

 

Tutti i paesi e tutte le parti in causa, agendo in associazione collaborativa, implementeranno questo programma. Siamo decisi a liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e vogliamo curare e salvaguardare il nostro pianeta. Siamo determinati a fare i passi audaci e trasformativi che sono urgentemente necessari per portare il mondo sulla strada della sostenibilità e della resilienza. Nell’intraprendere questo viaggio collettivo, promettiamo che nessuno verrà trascurato.

 

I 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile e i 169 traguardi che annunceremo oggi dimostrano la dimensione e l’ambizione di questa nuova Agenda universale. Essi si basano sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e mirano a completare ciò che questi non sono riusciti a realizzare. Essi mirano a realizzare pienamente i diritti umani di tutti e a raggiungere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. Essi sono interconnessi e indivisibili e bilanciano le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: la dimensione economica, sociale ed ambientale.”

 

Tutti i paesi e tutte le componenti della società sono chiamati a contribuire allo sforzo, questo è stato l’invito dell’Onu nel 2015, ad esempio in tema esclusivamente ambientale: rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili; garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo; adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le sue conseguenze; conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile; proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire in maniera sostenibile le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica;

Un passo successivo all’Agenda Globale per lo Sviluppo è stato compiuto alla Conferenza sul Clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, dove 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale. Si sono impegnati a mantenere l’aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi e compiere sforzi per mantenerlo entro 1,5 al fine di evitare il peggiore degli scenari futuri possibili.

Dal 2015 al 2018 l’ASVIS (Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile) stila dei Rapporti che rappresentano la pubblicazione principale dell’Alleanza per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile in Italia, oltre a fornire aggiornamenti sull’impegno della comunità internazionale per l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell’Onu.

A ottobre di quest’anno la commissione Onu IPCC (Intergovernal Panel on Climate Change) si è riunita in via straordinaria e ha redatto un rapporto scientifico, consegnato ai decisori politici, elencando le conseguenze previste dei cambiamenti climatici e delle direttive di indirizzo politico. Per limitare il riscaldamento globale entro la fine del secolo a +1,5 gradi dai livelli pre-industriali è necessario assumere misure senza precedenti. Oggi l’aumento delle temperature è arrivato a +1 grado rispetto a metà Ottocento. Procedendo di questo passo il limite di +1,5 °C sarà raggiunto tra il 2030 e il 2052. Quindi rimangono solo pochi anni, una decina nello scenario peggiore, per agire. L’IPCC inoltre prevede un innalzamento dei mari “da 0,26 a 0,77 metri al 2100 per un riscaldamento a +1,5 gradi”. Questo vorrebbe dire che se non invertiamo la rotta nel 2100 le temperature potranno salire a +3 con conseguente aumento della siccità e delle alluvioni, miseria e carestie, estinzione di specie, diffusione di malattie, innalzamento dei mari, sparizione di isole e centri costieri. Mantenere il riscaldamento al livello più basso previsto dall’accordo di Parigi eviterà l’acidificazione degli oceani e la riduzione dell’ossigenazione. Secondo altri studi scientifici entro il 2030 il 47% della popolazione mondiale avrà problemi di scarsità di acqua e miliardi di persone saranno costrette a migrare.

Il prossimo impegno internazionale sul tema sarà la COP24 di Katowice in Polonia, dal 3 al 14 dicembre di quest’anno. L’obiettivo di questa conferenza è rivedere le cosiddette Ndc (Nationally determined contribution), le promesse avanzate dai governi di tutto il mondo in materia di riduzione delle emissioni di CO2.

Di fronte a questi problemi oggi la politica si è mossa, l’Unione Europea rimane l’unica organizzazione internazionale all’avanguardia in tutela di ambiente. Proprio all’interno di essa di recente si sono visti buoni risultati con i Verdi in Baviera e in Olanda. Questi due esempi servano da auspicio per un cambiamento radicale in tutta Europa e nel Mondo, nonostante le resistenze di paesi come Australia e Stati Uniti.

Per le prossime elezioni europee c’è la volontà di costruire “un’onda verde” che possa arginare le forze nazionaliste e populiste, portando avanti un tema universale da cui oggi tutta la politica deve ripartire. Anche in Italia la politica (la sinistra in particolare) dovrebbe ripartire da questo tema, portare avanti questa battaglia per cambiare il paradigma socio-economico attuale e sovvertire i dogmi del liberismo sfrenato che stanno distruggendo il mondo, questo sarebbe il vero cambiamento e la vera rivoluzione.

Cambiare si può, sta a noi, sta a ogni singolo individuo della società civile fare il suo dovere. É finito il tempo per la politica fatta di interessi e tornaconti, serve che la politica cominci a guardare nel lungo periodo, superando le barriere ideologiche e assumendo come tema universale la tutela dell’ambiente.

 

-Luca Franceschetti