Temi della Vita, o tutto quello che riguarda le persone ma non c’entra con la Cultura.

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Padroni del nostro futuro ma non dell’odierno presente

Padroni di niente” è una canzone contenuta nel nuovo omonimo album di Fiorella Mannoia, uscito lo scorso 6 novembre, la cantante è tornata con il suo diciannovesimo disco, regalandoci otto brani dal sapore autentico e coinvolgente, scritti da diversi autori tra cui Amara, Ultimo, Simone Cristicchi, Bungaro e Olivia xx, nati da delle preziosissime riflessioni sul periodo di lockdown, momento storico di cui ognuno di noi è diventato protagonista ormai da troppi mesi. 

Ascoltare questo brano è stato un po’ come guardarmi allo specchio, nel quale ho riconosciuto il riflesso del mio stato d’animo. Quando un artista riesce a dar voce ai miei pensieri più profondi così come li penso io, ai miei sogni così come li sogno io e alle mie paure, le stesse che provo io, esprimendo emozioni che neanche la più sensibile parte di me era riuscita a mettere a fuoco così bene, non riesco a rimanere indifferente. Se poi le parole in questione sono le portavoci delle sensazioni scaturitesi da una tale fase di dolore globale, il valore che acquisisce la musica diventa impareggiabile.

Il messaggio del testo è molto chiaro e significativo: nel 2020 ci siamo tutti resi conto di come prima ci sentissimo un po’ come gli unici “registi” delle nostre vite, progettando senza dar conto a nessuno le nostre giornate e quando poi improvvisamente è arrivato il virus, abbiamo riscoperto il ruolo di insignificanti comparse in un mondo che è sfuggito ferocemente dal nostro ipercontrollo rivelatosi del tutto inefficace.

Una frase mi ha colpito moltissimo: “Qui c’è gente che spera in mezzo a gente che spara e dispera l’amore”, termini che non potrebbero descrivere meglio la situazione di disagio che la pandemia ci sta arrecando, di cui ognuno ha assaggiato un pezzetto dal gusto diverso ma doloroso allo stesso modo in base alle proprie situazioni personali.

Speranza, odio e amore, tre concetti interconnessi tra loro, dato che tendenzialmente attraverso il primo si è cercato di annientare il secondo mirando alla promulgazione dell’ultimo. Non sempre però l’iter perseguito è stato il seguente; è capitato infatti che l’aggressività l’abbia avuta vinta e di questo ne abbiamo avuto la prova, basti pensare alle scene di violenza susseguitesi nelle più importanti piazze italiane, quando solo poche settimane prima su migliaia di balconi svolazzavano al vento bandiere raffiguranti fiduciosi arcobaleni, sinonimo di unione e tenacia. Due momenti contrastanti, testimoni della divisione interiore dell’umanità.

Ci sentivamo così invincibili da pensare di riuscire persino a cambiare il mondo, quando poi è stato il mondo a cambiare noi. Ma com’è cambiato il nostro rapporto con il mondo negli ultimi mesi?

È passato all’incirca un anno da quando godevamo della quasi inconsapevole libertà di poterci permettere il lusso di scegliere, più o meno, come riempire le giornate. Fra discorsi rimasti a metà per la fretta, appuntamenti rivelatisi “portatori sani” di nuove piacevoli compagnie per le anime che ci portiamo dentro, l’università che ci vedeva prendere posto pronta per trasmetterci nuove pillole di cultura, visite alle mostre d’arte nel cuore della città, concerti in cui i nostri pensieri si annullavano per trasformarsi all’unisono in melodie cantate a squarciagola, viaggi che hanno superato di gran lunga le aspettative che avevamo rispetto alla bellezza di una destinazione, le passeggiate alla ricerca di un bel vestito, un buon gelato, o solo un caldo tramonto sotto il quale scambiare sorrisi con gli amici, insomma da soli o in gruppo eravamo decisamente felici e forse nemmeno lo sapevamo, di sicuro però adesso lo abbiamo capito.

Tutto questo oggi ci sembra solo un lontano ricordo e ciò mi spaventa davvero. Molti di noi ormai si sono quasi “abituati” ad affrontare la routine in modo alienante, in primis distanziandosi dagli altri e quindi dalla socialità e per secondo probabilmente anche da se stessi, dato che ci alimentavamo di quello che ci circondava mentre poi ci si è ritrovati a esser confinati da mura domestiche.
Imparare a reinventarsi non è stato facile per nessuno, ma soprattutto è stato un percorso graduale, chi ci è riuscito lo sa bene, lo ha fatto con calma, un passo dopo l’altro, avanzando lentamente alla ricerca di una meta che avesse le sembianze di una tanto attesa serenità.

Contemporaneamente a camminare in direzione opposta c’era lo smarrimento, con il quale purtroppo quasi tutti ci siamo scontrati. A conti fatti però, dopo aver visto da vicino qual è il suo volto abbiamo appurato che infondo valeva la pena proseguire per il nostro cammino e voltargli le spalle con determinazione. Io personalmente l’ho fatto e seppur davanti a me vedevo solo degli sbiaditi stralci di rassicurazioni alla fine ho capito che l’unica destinazione alla quale potevo aspirare era la rassegnazione a una lunga attesa. Nel mio viaggio però sono sempre stata accompagnata dalla speranza di poter tornare presto alla normalità.

Ciò che mi chiedo più spesso è se siamo sicuri che quando finalmente potremo riappropriarci della piena autonomia dei nostri spostamenti non sarà cambiato qualcosa dentro di noi a tal punto da percepire la realtà in modo diverso? Probabilmente dovremo riabituarci nuovamente al perpetuo scorrere del tempo, per ricominciare a scrivere pagine di vita su quello che ormai è diventato un diario relegato esclusivamente da fogli bianchi e sì, sicuramente ora come ora siamo veramente “Padroni di niente” ma abbiamo certamente imparato a diventare un po’ più padroni di noi stessi, con l’augurio che questo 2021 ci possa restituire almeno in parte una maggiore dose di giorni felici.

-Giulia Pernaselci

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Le streghe della notte: quando l’emancipazione femminile passò dai cieli scuri della guerra

C’è un momento nella storia di ogni emancipazione – personale o collettiva – in cui si sente distintamente uno scatto interiore, un clic. Si tratta di un piccolo ma preciso movimento della mente o dell’anima provocato anche da un fatto o un episodio irrilevante, da una parola, un gesto, una sensazione.

Lo può identificare, anche a distanza di tempo, ogni donna che abbia cominciato il suo personale cammino alla ricerca della parità. E si può avvertire abbastanza distintamente negli eventi collettivi che, qualche volta, nella storia del genere umano, segnalano il cambiamento in direzione dell’eguaglianza fra i sessi.

[…] Ascoltando la storia delle streghe, credo di aver compreso il momento del clic, l’attimo in cui avevano capito che ce l’avevano fatta.

“Secondo la mitologia popolare, essere soprannaturale immaginato con aspetto femminile o donna reale che svolge un’attività di magia nera e comunque dirige gli eccezionali poteri che le vengono attribuiti ai danni di altre persone”. Così viene descritto dall’Enciclopedia Treccani il significato del termine “strega”.

Quando pensiamo alle streghe, spesso, ci vengono in mente volti verdognoli e solcati da rughe, grandi verruche sul naso, cappelli a forma di cono neri, scope usurate e la compagnia di gatti neri. Per i più giovani, inoltre, è facile immaginare anche i volti dei personaggi che hanno reso famose le serie tv fantasy che da tanti anni allietano i nostri pomeriggi su Italia Uno prima e le serate su Netflix oggi. Una sola costante rimane nel nostro immaginario collettivo: l’atmosfera cupa e buia, creepy diremmo se fossimo anglofoni.

Le streghe, lo sappiamo bene, sono creature malvagie che, generalmente, non escono alla luce del sole: persino in un successo dei primi anni 2000 si parla della notte delle streghe. La vicenda di cui si parla troppo poco, invece, è quella delle Streghe della Notte. Se pensate che possa essere un argomento spaventoso o strettamente connesso al concetto di male, dovrete ricredervi, o forse no: in fondo, la guerra è sempre un male.

Le Streghe della Notte, infatti, non sono esseri soprannaturali. Sono giovani donne russe, alcune laureate, altre studentesse, altre lavoratrici, altre ancora mamme. Hanno scelto di tagliare le loro lunghe trecce di capelli, per lo più biondi, preferendo una lunghezza corta perché, senza quell’impegnativo fastidio, la loro testa entra con più facilità nel berretto da aviatore: non si spostano su scope lerce e volanti, ma su velivoli instabili e leggeri.

Sono aviatrici o, meglio ancora, lo diventano facendo parte del 588º Reggimento bombardamento notturno, poi ribattezzato 46º Reggimento guardie di Taman per il bombardamento leggero notturno, uno dei tre reggimenti aerei femminili della seconda guerra mondiale voluti da Marina Raskova, conosciuta anche come la Amelia Earhart sovietica.

“E c’è –fortissima – la spinta alla conquista della parità con l’uomo, desiderata talmente tanto – e questa non è retorica – da scegliere di morire pur di ottenerla”.

Le donne che decidono di diventare streghe hanno esistenze e passati diversi l’una dall’altra, ma sono accomunate da un unico grande sentimento: la necessità di doversi impegnare, come e quanto gli uomini, a sostegno della loro patria. La loro storia resta sconosciuta ai più, in Italia così come in Russia: pur essendo considerata da molti soldati nemici quasi invincibili, essendo donne, le Streghe della Notte hanno dovuto sgomitare per ricevere qualche ringraziamento o, addirittura, semplice riconoscimento, dalle istituzioni del loro Paese.

A parlare della loro storia, delle loro gioie e dei loro dolori è stata Ritanna Armeni nel libro edito da Ponte alle Grazie “Una donna può tutto. 1941. Volano le Streghe della Notte”, uscito nel 2018. È proprio in quell’anno che ho avuto modo di prendere parte alla presentazione del libro a Perugia, nel corso dell’International Journalism Festival, dove ero presente come Stampa per CulturArte.

Il libro è una vera e propria fonte specifica di informazione e approfondimenti sulla storia di queste donne e, più in particolare, di Irina Vyacheslavovna Rakobolskay, matematica e fisica che, giovanissima e ancora studentessa universitaria, quando i suoi due più grandi amici vengono chiamati nell’esercito decide che anche lei, pur essendo donna e quindi, all’epoca, ancora impossibilitata ad incominciare una carriera militare, avrebbe combattuto per la sua Unione Sovietica. Interessata alla storia delle Streghe della Notte, dalla definizione che diedero di loro i soldati tedeschi die Nachthexen, Ritanna Armeni, dopo ricerche e consultazioni, giungeva a Mosca nel quartiere dell’università dove abitava Irina, che nei giorni in cui veniva svolta la raccolta delle informazioni aveva 96 anni ed era l’unica strega rimasta in vita, fino al 2016.

Sono in pochi ad interessarsi di questa vecchia storia, ma quando l’autrice si presenta con la volontà di raccontare le vicende delle Streghe, si riesce a percepire ancora, sempre meno velatamente con il passare degli incontri, l’entusiasmo con cui ricorda quell’epoca, dolorosa e appassionante al tempo stesso. “Quando deve volare, il volto le si illumina perché – dice – le piace avvicinarsi alle stelle”.

Ritanna Armeni racconta in maniera capillare la storia che ha ascoltato dalla viva voce di Irina, ma descrive con sapienza anche tutti i movimenti e i comportamenti dell’anziana Strega quando si trovano a parlare, a bere il tè o quando mostra loro le foto delle sue vecchie amiche, di suo marito. Quella raccontata in “Una donna può tutto” è una autobiografia corale: non esiste una forma migliore che questo ossimoro per descrivere i toni del libro. Irina, che è una strega, fra le pagine diventa tutte le Streghe della notte del Cinquecentottantottesimo reggimento, nessuna esclusa.

Ne leggiamo, fra le righe, le abitudini, i sentimenti, le attitudini e i momenti di crisi. I velivoli utilizzati dalle streghe, infatti, sono piccoli e traballanti, non realizzati per combattere una guerra e neppure per volare in notturna: gli allenamenti, lo studio e i voli di prova furono molto consistenti. Più volavano e più riuscivano a disorientare il nemico: nessuno sapeva della loro esistenza e questo per loro fu un grande vantaggio. Ciò, a poco a poco, riuscì persino ad affievolire la loro paura; era merito delle Nachthexen, infatti, se i tedeschi stavano ritardando la loro avanzata. Era grazie a loro, le più sottovalutate dell’intero esercito, se l’Unione Sovietica stava ricominciando a sperare.

“Un reggimento tutto femminile non è mai esistito. Anche se voi e io non ci troviamo niente di strano, gli uomini ne sono stupiti.” Così aveva detto alle sue ragazze, future Streghe della notte, Marina Raskova, l’unica a credere in loro. Ci hanno provato, ci sono riuscite e oggi brillano nei cieli che solcavano lanciando bombe con i loro velivoli malconci: e noi, anche se non lo sappiamo, dobbiamo ringraziare le Streghe.

-Beatrice Tominic

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Sfida accettata: 30 giorni senza social network per disintossicarsi dallo smartphone

Ricordo perfettamente che la persona ad avermi trasmesso l’amore per la fotografia è stata mia madre. Credo di avere circa una decina di album fotografici e ogni volta quando li sfoglio mi commuovo, perché attraverso questo mezzo potentissimo abbiamo la possibilità di bloccare un particolare momento, con quello scatto teniamo vivo il ricordo per sempre. La tecnologia oggi ci ha tolto la seccatura di dover andare a sviluppare il rullino fotografico, abbiamo la fortuna di poter avere sempre con noi le foto sullo smartphone e di poterle condividere immediatamente con il resto del mondo nei vari social network; allo stesso tempo questo meccanismo ci ha resi schiavi di un sistema creato appositamente per non separarci mai dal telefono.

Il nostro smartphone è molte cose insieme: oltre ad essere una macchina fotografica, è un giradischi portatile, è in grado di darci tutte le notizie della giornata e di tenerci in contatto sia con il vicino di casa che con quella lontana cugina tedesca. Hai un problema? Chiedilo a Google, sicuramente saprà risolverlo. Non sai la strada per raggiungere il bar dove devi incontrare i tuoi amici? Apri Maps. Vuoi trovare la tua anima gemella? C’è Tinder. Nuovo taglio di capelli? Pubblica subito cinque foto su Instagram, non vorrai mica perdere l’occasione per poterti mettere in mostra! Vuoi trovare il ragazzo conosciuto al locale ieri sera? Cercalo su Facebook, ci vogliono soltanto due minuti… e se ti dovesse annoiare la home di Facebook, tranquillo c’è sempre il feed di Instagram con le sue meravigliose stories.

Ci sentiamo perennemente annoiati, in uno stato d’ansia collettivo, in questa situazione drammatica decidiamo di abbandonarci a noi stessi e anziché coltivare delle attività utili, stiamo ore e ore a passare da un’applicazione all’altra. Roviniamo preziosi momenti di socialità soltanto perché siamo troppo pigri e preferiamo stare con lo smartphone in mano, per non perderci neanche una nuova foto dei nostri “amici”. 

Vi ricordate l’ultima volta che siete stati a fare aperitivo e non avete sentito lo stimolo di fare una storia su Instagram? Avete mai monitorato in una giornata quanto tempo utilizzate le vostre applicazioni? Siete consapevoli dello stato emotivo che vi fa provare il telefono? Io no, per questo ho deciso di lanciarmi in un’avventura: 30 giorni senza social network per riuscire a disintossicarmi.

Parlo di disintossicazione perché non tutte le dipendenze riguardano le sostanze stupefacenti o l’alcol, viene ben spiegato nella prima parte del libro Come disintossicarti dal tuo cellulare (maggio 2018) di Catherine Price; i nostri smartphone e le app sono stati progettati per manipolare la produzione di dopamina nel nostro cervello, una sostanza che rende molto difficile sospenderne l’utilizzo; qualsiasi esperienza che attivi il rilascio di dopamina è un’esperienza che siamo portati a ripetere. Per esempio, quando ci mettono like su Facebook, oltre ad esprimere un apprezzamento, inconsciamente ci stanno invitando a ripubblicare qualcosa.

La cosa più preoccupante di questo meccanismo è che, se un’esperienza provoca il rilascio di dopamina, il cervello memorizza il rapporto causa – effetto e finisce quindi per rilasciare dopamina ogni volta che quell’esperienza viene ricordata, rilasciandola a priori. La capacità di anticipare la soddisfazione nei casi più estremi porta anche alla dipendenza. Fateci caso la prossima volta che vi sentite in ansia senza motivo, sicuramente prenderete il vostro telefono per vedere se qualcuno vi ha scritto.

L’11 novembre ho iniziato questo percorso, dopo una scintilla di pensieri che sono scoppiati nella mia testa. Com’è possibile che in questo periodo d’isolamento non siamo riusciti seriamente ad isolarci? Perché stare in solitudine in realtà non significa uccidere i propri pensieri, passando da un’applicazione all’altra soltanto per ammazzare il tempo, mostrando interessamento per la vita di chiunque eccetto che per la nostra. Ho sempre amato alla follia i social, con questa condivisione spasmodica hanno il potere di non farci mai sentire soli, ma questo è anche un difetto.

Le situazioni più spiacevoli si sono riscontrate quando ho cominciato a mettermi dei limiti e delle zone in cui non avrei dovuto utilizzare il telefono, come per esempio a tavola o quando uscivo a prendere un caffè con un’amica, perché mi sono accorta che nel disagio in cui viviamo ci siamo dimenticati di come si vive senza rimanere connessi tutto il giorno.

Mettere il telefono vicino al piatto è una mancanza di rispetto nei confronti delle persone che avete di fronte, perché inconsciamente vi state disperatamente chiedendo di controllare le notifiche, potrebbe esserci un messaggio che non potete assolutamente perdere. Mentre aspettate che arrivino gli uramaki, perché anziché stare su Instagram a vedere cosa sta facendo qualcun altro che non è lì, non sfruttate al meglio ogni minuto che avete a disposizione con la persona che avete di fronte a voi?

Bisogna acquisire la consapevolezza che i piccoli momenti fanno la differenza, che al contrario dei nostri smartphone, noi esseri umani non siamo programmati per essere multitasking; stare concentrati a rispondere ai messaggi, non consente di dare la giusta importanza a chi ha deciso di passare del tempo con noi.

Proprio il tempo è uno dei fattori più importanti che ha scatenato in me la voglia di cambiare approccio con lo smartphone. Secondo una ricerca di Rescuetime.com effettuata su 11mila utenti, le persone trascorrono circa 3 ore e 15 minuti al giorno sui telefoni; questo può avere un impatto significativo sulla salute mentale. Diversi studi, come per esempio quelli svolti da José De-Sola Gutiérrez Cell-Phone Addiction: A Review in Frontiers Psychiarty – , hanno dimostrato che l’uso intensivo degli smartphone (si parla soprattutto dei social media) ha degli effetti negativi sull’autostima, la capacità di controllare gli impulsi, il senso d’identità, l’immagine di sé, problemi di sonno, stress e depressione.

Il mondo fantastico dei social è un mondo perfetto dove tutti noi dobbiamo obbligatoriamente essere migliori di qualcun altro per essere felici. Dobbiamo mostrare le nostre vittorie e mai le sconfitte; le note positive della nostra vita, dal magnifico piatto postato con l’hashtag foodporn, alla foto in costume postata solamente per far ingelosire gli altri di un qualcosa di perfetto, ma che non è. Perché nella vita reale non si possono usare i filtri o Photoshop per togliere le smagliature e i fianchi larghi. Tutto questo dipende soltanto da noi, da quello che vogliamo vedere nei social e da quello che cerchiamo. Vogliamo lasciare che questi meccanismi ci trascinino in un vortice di cattive abitudini, oppure desideriamo riprendere in mano il tempo che abbiamo a disposizione e goderci a pieno il momento che stiamo vivendo? A voi la sfida.

Giada Gambula

-immagine in copertina di Gabriele Stefani

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Forza Italia Viva

Come sta rispondendo la sinistra agli attacchi sovranisti? Come si sta comportando, soprattutto, una parte della sinistra?
L’entourage renziano è abituato a giocare con gli equilibri e da rottamatore a traditore degli ideali di sinistra, Matteo Renzi è l’ultimo baluardo del caos che ha contribuito a creare nella sinistra stessa. È passato più di un mese dalla sua famosa frase pronunciata in Senato, durante un accalorato invito a ripartire e lasciarsi alle spalle i tanti nomi di persone decedute a causa del covid.

Lo spettacolo però è continuato e i toni accomodanti del leader di Italia Viva tuonano come quel subdolo “Enrico stai sereno”. Il disegno renziano ha preso forma durante la pandemia ed è stato portato a compimento nei giorni scorsi, passando dai messaggi di solidarietà a un Fontana sotto tiro della magistratura a dei veri e propri colpi di teatro: l’astensione decisiva dei tre senatori di Italia Viva nella votazione per l’autorizzazione a procedere contro Salvini sul caso Open Arms e, a poche ore di distanza, la consigliera regionale di Italia Viva Patrizia Baffi si è astenuta anche lei sulla mozione di sfiducia contro Gallera proposta dai Dem, per poi essere eletta presidente della Commissione di Inchiesta sull’emergenza covid in Lombardia dai voti della Lega. Infine la Baffi ha deciso di dimettersi motivando la propria decisione in una lettera inviata al presidente del Consiglio Regionale Alessandro Fermi, dichiarando che le dimissioni possano “contribuire a ristabilire un clima favorevole allo svolgimento dell’importante lavoro che ci aspetta.” Ma va precisato che questo dietro front è arrivato a seguito della decisione dei consiglieri di minoranza di abbandonare i lavori in segno di protesta per la sua elezione. 

“A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina” diceva qualcuno.

I due Matteo sono vicini e uniti dall’unica missione di far cadere il governo.
Uno è sovranista, l’altro è l’emblema di quel populismo assai rivisitato vicino a sinistra, ma che con quest’ultima non ha nulla a che vedere ed è pronto ad insinuarsi per destabilizzare ogni equilibrio costruito. Anche in questo caso, per far sentire la propria voce si è pronti a tutto e la bramosia di potere è l’unico credo. Se parliamo di corsi e ricorsi storici, quello di oggi si presenta come la sovversione assoluta di ogni certezza politica. L’elettorato oscilla vertiginosamente tra slogan rabbiosi e tecnicismi sfoderati con orgoglio e presunzione, quella presunzione che può provocare danni considerevoli.

L’elettore affezionato e rapito dalle vecchie glorie, dai vecchi partiti, a causa della crisi degli stessi si è trovato in difficoltà e sfiduciato verso delle guide che un tempo erano capaci di raccogliere i propri bisogni e le proprie speranze. Le destre sovraniste apparentemente si fanno portatrici di metodi che storicamente sono vicini alla sinistra; sono in mezzo alla gente, manifestano convinte e armate di slogan che possono raccogliere ogni tipo di rabbia, di stanchezza, di sconforto, di speranza, di voci mozzate da anni di mal governo e di un welfare del tutto inadeguato a contrastare la nuova povertà. Sono delle catalizzatrici di rabbia sociale e fortunatamente rimangono tali: i loro piani politici sono insostenibili, portano avanti politiche che incitano all’odio e sono i paladini delle fake news, sfruttate per aumentare il proprio bacino elettorale. L’errore della sinistra, al contrario, è stato quello di perdere il contatto con la società civile, bisognosa di ascolto.

Il vero problema della sinistra (se ancora può chiamarsi così) rimarrà sempre la continua disgregazione interna in movimentucoli e innumerevoli correnti, che rende impossibile un’unità programmatica e progettuale della classe dirigente, a cui deve aggiungersi l’avvicinamento costante che il Partito Democratico ha perpetrato a favore di ideologie liberiste. Tutto ciò ha portato i sostenitori Dem, sedotti e successivamente abbagliati dalla politica renziana del cambiamento ad allontanarsi, scegliendo spiagge populiste, il polo pentastellato o provocando astensionismo forzato, sintomo di quel tradimento che oramai sta dilagando nel Paese. Nonostante la Sinistra stia riportando una fetta di elettori dalla propria parte, ricreare fiducia nei propri programmi e nelle proprie ideologie deve essere una delle priorità da perseguire.

In attesa del cambiamento tanto sperato e voluto dagli elettori di sinistra, secondo la politica renziana “Adesso è tornato il tempo di aprire tutto.”

¡Hasta siempre!

 

-Gianlorenzo Ciminelli

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Noi, giovani colpevoli

Io sono colpevole. Noi siamo colpevoli. Noi giovani lo siamo più di tutti.

Cosa differenzia un giovane da un adulto, o da un anziano. In quali termini si può discutere di condizione giovanile o di generazione giovanile? In due volumi che racchiudono alcuni scritti di Pier Paolo Pasolini, “Le belle bandiere” e “Lettere Luterane”, egli ci parla della giovinezza come di un problema indefinibile e la descrive come l’età più labile che esista e di come l’unica differenza, vera, incontrovertibile, rispetto agli adulti, stia nella natura biologica della giovinezza.

Ecco, la diversa natura biologica dei giovani, mi sembra un aspetto non di poco conto nella differenziazione rispetto all’età adulta. Dove e come si manifesta questa diversa natura biologica? Nella forza fisica, nella voglia di vivere dell’anima? Nella curiosità e quindi nella volontà di provare a prendere? Ma in questi anni, noi giovani, abbiamo provato a vivere, a prendere, a scardinare?

In queste settimane di immobilismo e di attesa individuale e collettiva, ho provato a ragionare attorno a due termini, vivere e sopravvivere. Sono due termini, due diverse condizioni distanti ma allo stesso tempo vicine, indissolubili tra di loro. L’ età giovanile, rispetto all’età adulta, è molto più legata al tema del sopravvivere che a quello del vivere. Un giovane sopravvive perché è obbligato a pensare al futuro, a pianificare. A dire devo arrivare a quel punto, poi posso vivere. I più bravi, i meno alienati e coloro dotati di grande ironia, riescono a inserire in questa forma di sopravvivenza degna del nuovo millennio alcune variazioni sul tema- Piccoli momenti di vitalismo, di giovinezza del corpo e dell’anima. Queste spinte quando avvengono rappresentano un qualcosa di affascinante e di unico.

L’attesa dell’essere è il primo nemico del vivere e il primo alleato del sopravvivere. Oggi l’attesa rappresenta per tutti, e quindi anche per noi giovani, una condizione di costrizione. Allora come possiamo affrontare quest’attesa, questo periodo di riflessione per poi farci trovare pronti al vivere e non più al sopravvivere?”

Molti dei miei coetanei e non solo, in queste ultime settimane, hanno provato a rispondere a questo momento di attesa con la parola “speranza”, tappezzandone i blog e i social network. “Riscopriamo il grande potere della speranza” e ancora “La speranza è contagiosa”. La domanda che, nel mio piccolo, sento di porre alle ragazze e ai ragazzi desiderosi di speranza della mia generazione è la seguente: Dobbiamo sperare in cosa? In quali avvenimenti? In quale futuro? Dobbiamo sperare che tutto ritorni come prima? No, io non voglio tornare alla “normalità” di prima. Non voglio tornare a come eravamo, noi giovani, prima. Non voglio continuare a sentirmi un colpevole. Un complice. In questi anni abbiamo permesso di tutto. Abbiamo permesso a noi stessi e ai nostri colleghi di partecipare a degli stage gratuiti e sottopagati, prestando il fianco al mostro della precarietà economica che ci stanno cucendo addosso da anni. Abbiamo scambiato una multinazionale che ci porta i doni direttamente sul divano di casa, senza farci muovere un passo, come la soluzione a tutti i nostri problemi, non interrogandoci mai sui diritti del lavoratore incaricato di portare a termine la consegna. Non ci siamo mai interrogati nemmeno su coloro che ci portano il gelato a casa, di notte, a bordo di una bici, governati da un misterioso e combattivo algoritmo. Abbiamo preferito rimanere seduti sul divano, tra le nostre coperte.

In questi anni ci siamo interrogati su poco. Abbiamo agito invece per nessuno, forse solo per noi stessi. Ci siamo accontentati del nulla e in questa nostra colpevole dimenticanza ci siamo anche dimenticati di conoscerci, di confrontarci e di sentire una comune intesa, una comune coscienza generazionale. A proposito di ciò vorrei citare le parole pronunciate da Toni Servillo nel film “Viva la Libertà” di Roberto Andò, del 2006 “Noi che dovevamo essere i primi ad opporci a questo andazzo, siamo statti troppo morbidi, incerti, indecisi, vacui, disponibili, in una parola complici. Siamo stati senza una voce chiara”.

Nell’attesa di scendere in campo proviamo a ritrovare una voce chiara. Sulle pareti delle nostre stanze proviamo a scrivere domande, sogni e utopie. Sogni di vita. Contro la sopravvivenza. Quando finirà tutto raduniamoci in cerchio, ritorniamo a parlare, a confrontarci. Ad unirci. Sarebbe un primo passo. La strada è ancora lunga.

                                                                                     
 -Marcello Caporiccio
-immagine in copertina di Nina Kompatscher (@Juninacht)
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Per un pugno di consensi

La critica in un sistema democratico è fondamentale, è la linfa di un confronto parlamentare di qualità che si batte per la tutela delle posizioni del cittadino, ma in un momento tragico come quello che stiamo vivendo il colore politico dovrebbe passare in secondo piano. Il fatto di opporsi a prescindere alle scelte del governo e screditare di continuo la comunità scientifica si traduce in una forte irresponsabilità della classe dirigente.

L’occupazione promossa dai verdi paladini della fuffa a favore delle libertà costituzionali ha finito per ridicolizzare la forte crisi sociale che si sta abbattendo sul paese. Hanno organizzato un bel pigiama party stile occupazione liceale in una sede istituzionale che non è durata nemmeno ventiquattro ore (almeno le chitarre e le birre le potevano portare, avrebbe avuto più senso).

C’è chi conta i morti e cerca di affrontare il momento con la maggiore serietà possibile e chi invece continua a fare propaganda elettorale, priva di ogni dato concreto e strutturalmente verosimile. Determinate azioni promosse dall’opposizione sono state uno schiaffo al dramma della società civile, che costretta ad affrontare problemi reali non necessita di parassiti pronti a cavalcare la loro rabbia e il loro malcontento.

Le persone iniziano ad aprire gli occhi, come dimostrano gli ultimi sondaggi. Iniziano a capire che la loro voce non può essere affidata a un influencer verde, che promette l’ultimo goccio di mirto a chi indovinerà la canzone appena canticchiata (male per altro) nelle dirette Facebook e che, tra un ghiacciolino e l’altro, aizza la folla di leoni da tastiera a scendere in piazza per ribellarsi alle misure restrittive del Governo. Battersi per l’applicazione dei principi costituzionali è una cosa seria e delicata, invece questi ultimi sono stati svuotati di ogni profondità e nobiltà dalla retorica sovranista.

Si è assistito alle lezioni di democrazia della Meloni che denuncia uno stato di dittatura e alla protesta per una mascherina non indossata dal Premier. Sostenere inoltre che l’attuale Presidente del Consiglio non sia stato eletto dal popolo non è sinonimo di mancanza di legittimazione democratica a governare; fermo restando che il Presidente non si elegge, ma viene nominato dal Presidente della Repubblica come sancito dall’articolo 92 della nostra Costituzione.

murale 1 (blu, tor de pazzi, Roma)Murales dell’artista Blu, Tor de’ Pazzi, Roma

Siamo alla farsa: il Parlamento si è trasformato in un asilo e la retorica spesso sentita nelle ultime settimane riflette il mediocre tasso culturale odierno. L’emergenza Covid, come del resto ogni altra emergenza, è una corsa all’ultimo consenso. È come una prova di sopravvivenza e gli attori in campo sono affamati. Si arriva persino a speculare sulle morti del bergamasco e del lodigiano come pretesto per la riapertura e per racimolare una manciata di voti che permetta di superare la soglia di sbarramento alle prossime elezioni. Se i morti potessero parlare si limiterebbero a rivoltarsi nelle loro tombe, in segno di sdegno contro questo sciacallaggio di basso rango.

Insomma, si fa di tutto pur di avere visibilità. Si sostiene tutto e il contrario di tutto pur di avere un sibilo di voce in capitolo. Si lotta a suon di fake news e cartelloni fuori Montecitorio. L’attuale quadro politico italiano non eccelle e non a causa della legittima opinione contraria, ma perché quest’ultima è stata rimpiazzata da bieche mire propagandistiche, insulti grossolanamente scurrili e urla infantili.

Dunque, se il quadro è questo, non credo che andrà tutto bene, lo spettacolo è appena iniziato e la strada è ancora lunga. Come direbbe Stanis La Rochelle in Boris – Il film:

“Mai e poi mai svilire il ruolo del Parlamanto. Ogni cittadino ha dei diritti ma anche dei doveri. Francamante.”

 

Hasta siempre!

 

-Gianlorenzo Ciminelli

 

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Il cambiamento e la tecnologia:personalità, necessità, utilità

Sono tanti i momenti in cui avvertiamo la necessità di cambiare la nostra vita personale, le nostre abitudini, il nostro modo di studiare o lavorare senza riuscire però a concretizzare le nostre aspettative. I motivi di questa opposizione al cambiamento sono da ricercarsi alla naturale predisposizione della nostra mente che si concentra a svolgere attività per noi abituali, mantenendoci nella nostra zona di comfort nonostante una razionale insoddisfazione. Infatti normalmente, ogni cambiamento comporta dei sacrifici, che però possono essere meno ardui se si dà il giusto valore agli obiettivi che ci prefissiamo. Il cambiamento può avvenire secondo due modalità: per desiderio e convinzione personale o per necessità.

La prima tipologia di cambiamento si sviluppa trasformando il proprio desiderio in obiettivo; la differenza tra desiderio e obiettivo sta nella misurabilità e nella conseguente raggiungibilità di quest’ultimo rispetto al primo. È infatti controproducente porsi degli obiettivi troppo complicati da raggiungere, in quanto il mancato conseguimento del risultato comporta spesso nell’individuo un senso di sconforto che ne causa spesso la rinuncia. Più logico invece è scomporre un grande obiettivo in diversi micro-obiettivi, più facilmente raggiungibili, e attribuirci una ricompensa per ogni successo raggiunto.

La realizzazione di un obiettivo, e di conseguenza di un cambiamento, avviene attraverso un percorso in cui, come in tutta la vita, si incontrano degli ostacoli.

A seconda del valore che si dà al proprio obiettivo, ognuno di noi può essere pienamente in grado di superare ogni tipologia di ostacolo giungendo al proprio traguardo con un alto grado di fierezza. Non sempre si possono attribuire le colpe di alcuni nostri “fallimenti” a fattori estranei a noi stessi poiché a volte, o meglio nella maggior parte dei casi, il mancato cambiamento è dovuto alla poca conoscenza di quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. L’attribuzione delle colpe a fattori esterni, quali per esempio le persone che ci circondano, è un modo per giustificare il mancato raggiungimento dell’obiettivo, attribuendo ad altri delle responsabilità invece da attribuire solo a noi stessi.

La seconda tipologia di cambiamento prevede che questo sia necessario, cioè dovuto a cause di forza maggiore che ci impongono a cambiare le nostre abitudini all’improvviso. Un esempio molto attuale di cambiamento necessario è quello legato all’emergenza sanitaria in corso per il nuovo coronavirus: nessuno pensava di dover cambiare le proprie abitudini, così radicate, in poco tempo, eppure ciò sta accadendo. Certo tutto questo comporta fatica ma, analizzando bene tutto quello che sta cambiando, molti di noi sono rimasti sorpresi da come lo stato di necessità abbia permesso una variazione che prima non avremmo mai pensato di poter attuare.

L’emergenza attuale ha portato anche dei cambiamenti necessari nel modo di studiare o di lavorare: è più che mai utile in queste settimane la tecnologia, che sta permettendo agli studenti di assistere alle lezioni telematiche e ai lavoratori di procedere attraverso lo smart working. Gli strumenti di uso comune come smartphone, tablet, laptop e PC, anche in casi differenti da questa emergenza, sono molto utili ad esempio per coloro che per motivi logistici sono impossibilitati a frequentare fisicamente le lezioni universitarie, o ancora per gli studenti con difficoltà motorie che, attraverso questi mezzi, possono assistere alle lezioni non privandosi di un desiderio (quello di frequentare l’università) pienamente raggiungibile nell’epoca della tecnologia.

Queste modalità di formazione e di lavoro possono, se utilizzate con frequenza, far assumere al nostro Paese una nuova dimensione di globalizzazione. I social network, che spesso sono stati criticati e demonizzati per essere strumenti di distrazione e diseducazione, stanno assumendo un ruolo importante nel processo di cambiamento sociale in corso, rendendo questo cambiamento necessario meno drastico.

Sebbene a distanza fisica, gli italiani che in questo periodo sono costretti a rimanere in casa possono ugualmente mantenere i contatti con amici e parenti, scambiare informazioni, condividere file multimediali e pensieri, sentendosi vicini anche se lontani. L’auspicio, ovviamente, è che si ritorni alla normalità nel più breve tempo possibile e non è pensabile che la tecnologia possa sostituire la fisicità, ma sicuramente dopo questa esperienza rimarrà la consapevolezza che la tecnologia ci può essere amica e che da un cambiamento necessario si può uscire anche migliori.

 

Martina Sarcina

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Una squadra che cerca solo la parità

“Abbracciamoci forte, e vogliamoci tanto bene; Perché abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti. Guardate con chi siete, perché non ve lo dimenticherete mai! E sarà l’abbraccio più lungo che una manifestazione sportiva vi abbia mai regalato. Forse uno dei più lunghi della vostra vita! Abbracciatevi forte… Abbracciatevi forte… E abbracciate soprattutto questa meravigliosa squadra… Che ha vinto soffrendo… “ -Fabio Caressa.

Per quanti anni abbiamo sognato quel momento? Per quanti anni abbiamo intonato queste parole nei bar, alle feste, per le strade, con amici, con la nostra famiglia, ma anche con tutti coloro, sconosciuti o meno, che insieme a noi hanno ancora oggi la voglia di urlarle al cielo. Il calcio. Lo sport. Italia.

In quel giorno, in quei momenti, non esistevano critici, non erano ammessi insulti (se non alla squadra avversaria); amanti o meno del calcio, erano tutti incollati alla sedia; poggiavano la birra ed esultavano, perdendo la voce sulle note del nostro coro. Tutti uniti, per 90 minuti e anche di più, una nazione unita per una squadra.

Sempre l’Italia, quest’estate, è tornata ad emozionarci, è tornata a farci lottare e soffrire con lei; tutti incollati al televisore, abbiamo seguito le maglie azzurre e il pallone quasi come se fossimo noi a giocare. L’unica differenza rispetto a 13 anni fa è stata la formazione: 11 donne in campo e altrettante in panca. Sì, avete letto bene: Donne.

Sono andate contro ogni scetticismo, hanno abbattuto ogni critica e superato ogni aspettativa. Donne che meritano più di tutti noi le parole sopracitate, che rappresentano meglio di chiunque lo spirito di sacrificio e dello sport, al di là delle discipline. Ho volutamente sottolineato le parole di Caressa, perché sono le uniche che rappresentano al meglio questo periodo sportivo: la rivoluzione. Parola alla rinascita.

I loro sforzi in quel rettangolo verde danno voce alle lacrime che centinaia di bambine versano dopo ogni allenamento perché non accettate o perché prese in giro da chi, a quanto pare, di sport non ne vuole capire niente. Il sudore versato dalle nostre donne non è altro che la rivoluzione del calcio femminile che chiama alla carica. In Italia, come in buona parte d’Europa, negli ultimi anni sorge un incredibile incremento di iscrizioni femminili alle scuole calcio e di conseguenza maggiori creazioni di staff e squadre femminili.

Ai livelli più alti invece si lotta ancora oggi per rendere la nostra Serie A femminile un campionato di categoria massima riconosciuto tra quelli professionistici, come di fatto avviene da anni in Spagna, Francia e Stati Uniti. Ma la lotta più grande, che le nostre atlete devono affrontare è un’altra: “Il calcio non è uno sport per donne “, “Gli uomini giocano a calcio e le donne ballano” e mille altri luoghi comuni. Frasi ricche di eresie e follia. Frutto di un egocentrico pensiero, infondato e fortemente antisportivo.

Le ragazze che hanno scelto di dedicare la vita al loro amato sport, al calcio, partecipano ad allenamenti molto pesanti e oltre allo sforzo fisico devono affrontare il peso costante delle etichette, delle discriminazioni, degli insulti. È in atto una battaglia culturale e chi scredita il calcio femminile non ama questo sport; chi ama davvero il calcio non può che stare dalla parte delle donne, dalla parte di chi vuole solo avere la possibilità di seguire la propria passione a prescindere dal sesso. La rivoluzione è cominciata, 1-0 palla al centro, alla prossima…

 -Alessandro Zannini

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Arte o pornografia? Facebook non sa riconoscere la bellezza

Facebook nel corso degli anni ha assunto le sembianze di Daniele da Volterra detto “il Braghettone”, il pittore chiamato in piena Controriforma “a rendere meno scandalose” le nudità dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina. Gli standard comunitari di Facebook vietano la pornografia e limitano la visualizzazione della nudità, eppure quando “l’algoritmo talebano” di Mark Zuckerberg entra in azione, con insistenza maniacale, censura la grande arte desnuda scambiandola per “pornografia”.

Il caso che voglio affrontare oggi è quello di un professore francese, Frédéric Durand, il cui profilo social è stato chiuso a seguito della pubblicazione di un’immagine del quadro “L’origine du monde”. Si tratta di una celebre opera del pittore realista Gustave Courbet esposto al Museo d’Orsay a Parigi.

Generalmente un’immagine si definisce pornografica quando lede la dignità di chi la osserva e promana sensazioni di degrado della femminilità o degli esseri che vi interagiscono. Il nudo è pornografico, quindi, quando “sfrutta” piuttosto che esaltare il corpo di un soggetto.

“L’origine du monde raffigura, con immediatezza quasi fotografica, un primo piano di una vulva femminile coronata da riccioli lunghi e neri. Il corpo della donna, adagiata lascivamente su un letto e parzialmente ricoperta da un lenzuolo bianco, è visibile solo dalle cosce che, divaricandosi delicatamente, consentono la visione intima fino al seno. L’opera è realizzata con un’audacia e un realismo tali da conferire alla tela una forte carica seduttiva. L’erotismo del dipinto, tuttavia, non sfocia nella pornografia, grazie alla grande abilità tecnica di Courbet e all’adozione di una sofisticata gamma di tonalità ambrate” (cfr. Wikipedia). Il quadro perciò, frutto di integrità e sensibilità, rappresenta l’esaltazione dell’immagine femminile, non di certo la sua mortificazione.

 La vicenda giudiziaria

La censura ha colpito Durant nel lontano 2011 e da quel momento per poter riutilizzare il social è stato costretto ad iscriversi con uno pseudonimo. Fino al 2016, anno in cui il caso è approdato in Francia. I legali dello sfortunato professore hanno condotto una battaglia legale contro Zuckerberg, rivendicando 20 mila dollari di risarcimento.

Lungo e tortuoso l’iter per portare la questione al vaglio della Corte francese. Il primo problema riguardava la possibilità di ottenere un giudizio nel Paese europeo: Facebook reclamava il diritto di svolgere il processo in California, sulle cui leggi si basano i termini e le condizioni accettate dagli utenti al momento dell’iscrizione e dove si trova la sede legale dell’azienda. Nel frattempo Facebook ha modificato le regole che riguardano il nudo, infatti dal 2015 è consentito pubblicare immagini senza veli se queste sono opere d’arte.

La proposta del colosso social fu quella di erogare al professore francese un rimborso simbolico di un euro, anche se ad oggi rimangono ignoti i motivi della sospensione dell’account, ridotti a una «semplice controversia contrattuale». La replica dell’avvocato di Durant non tardò ad arrivare: «La chiusura del profilo, subito dopo la pubblicazione dell’Origine du monde non può essere una coincidenza, l’account era attivo da due anni e mezzo».

Finalmente nel 2018 si è pronunciato il tribunale francese, convenendo che Facebook è in colpa e che la pubblicazione di un’opera d’arte non può essere motivo di sanzioni. Nel caso specifico, tuttavia, la corte non ha condannato il colosso americano a pagare la penalità di 25mila dollari richiesti dall’avvocato di Durant per risarcire i danni al suo cliente, adducendo a motivazione il fatto che l’utente ha potuto immediatamente creare un suo nuovo profilo. La decisione costituisce comunque un prezioso precedente giurisprudenziale per tutti i colossi del web, nell’auspicio che venga drasticamente e concretamente modificata la policy in materia di libertà d’espressione.

In un mondo permeato dall’uso del digitale, la modifica dei meccanismi che si celano dietro la censura può rappresentare un’occasione irrinunciabile per valorizzare e promuovere il patrimonio culturale, attraverso la fruizione dei capolavori artistici all’interno di piattaforme prive di confini geografici, ove risulta agevolato lo scambio di idee e punti di vista e quindi promossa una crescita culturale intelligente.

 -Rebecca Linguanti

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Narcisismo e Gaslighting

Il Gaslighting è una forma di manipolazione psicologica mirata ad alterare la percezione della realtà di un individuo o di una collettività, la quale viene distorta attraverso menzogne, contraddizioni continue e persistenti negazioni della realtà oggettiva.
L’origine del termine “Gaslighting” deriva dal titolo dell’opera teatrale di Patrick Hamilton del 1938, nella quale un uomo assoggettava la moglie modificando l’intensità dei lumi a gas della loro casa, raccontando però alla donna che tale variazione di luce non fosse reale e che lei stesse diventando pazza; infatti le vittime di questo tipo di violenza psicologica arriveranno lentamente a mettere in dubbio la loro memoria, la loro sanità mentale ed infine nei casi più gravi la loro stessa identità. In altri termini è un insidioso, reiterato, sottile e gratuitamente violento “lavaggio del cervello” che spesso e volentieri è accompagnato da vera e propria violenza fisica.

Le domande che spontaneamente sorgono da questa inquietante definizione sono molte: chi mai potrebbe affliggere una simile tortura ad un altro essere umano e perché?
Le fonti nella letteratura di psicologia e psichiatria sono piuttosto concordi su questo punto, stiamo parlando del narcisista.
L’individuo affetto dal disturbo narcisista di personalità, descritto nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” – a cui rimando per una descrizione completa –  ha tipicamente la convinzione di essere incredibilmente migliore degli altri, un senso del sé a dir poco grandioso e un’empatia bassissima che gli consente di non provare rimorso quando manipola le persone che lo circondano, mosso dal desiderio sadico di potere e soprattutto di fama e riconoscimento sociale. Queste persone difficilmente potranno sperimentare l’amore, ciò che desiderano è solo il controllo sugli altri e sono abili nel simulare anche le emozioni più complesse, come ad esempio il pentimento. Il narcisista non riconosce o non dà importanza a sentimenti altrui, non desidera identificarsi con i loro desideri; non riesce ad accettare di essere messo da parte, di ricevere critiche di ogni tipo ed è spesso soggetto ad ossessione e rimuginio mentale, all’invidia cieca del prossimo. La prima realtà ad essere drammaticamente alterata è proprio quella in cui vive. Per avere un’idea della pericolosità di questi soggetti si pensi che ogni psicopatico è anche dapprima un narcisista, anche se non è sempre vero il contrario. Questa patologia è inoltre incredibilmente subdola poiché coloro che ne sono affetti statisticamente sono anche allegramente inconsapevoli del loro disturbo e non cercano di farsi curare, se costretti saranno propensi a mentire al proprio terapista.

Alla luce di ciò non è difficile immaginare la disinvoltura con la quale un narcisista possa minare la fiducia, verso il mondo e verso se stessa, della sua vittima. Il meccanismo che viene messo in atto è per esso semplice quanto perverso: l’individuo abusante usurerà l’esistenza psicofisica della vittima attraverso la negazione di circostanze realmente esistenti o l’invenzione di un falso passato, simulando ad esempio eventi che la vittima avrebbe dovuto ricordare ma che non sono mai esistiti, o fingendo di aver pronunciato delle affermazioni o di aver preso con la vittima determinati accordi che essa ovviamente non potrà mai ricordare, perché mai concordati. Il narcisista mira ad abbattere i confini dell’individualità dell’altro, i suoi diritti elementari, per usarlo a suo piacimento  e farlo sentire costantemente su un’altalena emotiva. Un momento prima speciale, un momento dopo la sua rovina. Lo punirà come si fa con i cani quando non obbediscono, mettendogli la testa nelle loro deiezioni. Gli farà credere che in ogni caso la colpa è solo sua, che lui gli vuole bene, che l’ha costretto a fargli del male. “Guarda cosa mi hai fatto fare”; la conversazione durante il gaslighting è piena di silenzi assordanti, è frammentaria e distorta soprattutto nelle prime fasi, quando la vittima ha ancora la forza di mettere in dubbio gli inganni del suo carnefice; per lei sarà il momento della confusione. La vittima userà la sua razionalità per cercare dunque di instaurare un dialogo per comprendere il senso di quella spaventosa illogicità, una forma di proiezione su di sé di ciò che percepisce come un malessere di chi in realtà la sta tormentando, ma ciò avrà come sola conseguenza quella di renderla ancora più esausta nel suo tentativo.

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E’ qui che la malcapitata perde le sue energie mentali per poi divenire un guscio vuoto, completamente dipendente, sola, ed è proprio su questo che si può intervenire: per far funzionare questo disturbante meccanismo il narcisista deve isolare la sua vittima e manipolarla quotidianamente. Per questo, se si ha il vago sospetto di essere in una situazione del genere, bisogna immediatamente tornare alla realtà, uscendo dalla soffocante situazione nella quale ci si relaziona quasi esclusivamente con il proprio carnefice, parlando apertamente con amici, familiari, psicoterapisti e figure legali che possano tutelarvi. Non c’è miglior terapia della parola, raccontare come ci si sente davvero, validando le proprie emozioni che vengono costantemente minimizzate, esagerate, invalidate o derise.

Esaminando il fenomeno in un’ottica più ampia, il gaslighting è ovunque; pur essendo paradigmatico in una relazione amorosa, può verificarsi in famiglia, nel rapporto tra amici, sul posto di lavoro, in una coppia di qualsiasi tipo. Nella definizione iniziale ho parlato della collettività come potenziale destinataria del gaslighting e non a caso: la comunicazione politica può essere estremamente mistificatoria. Esiste ed è sotto gli occhi di tutti come determinati politici del nostro tempo non solo siano contraddittori ma si avvalgono dei social network per confondere, banalizzare, diffondere notizie false e poco chiare, consumando lentamente la coscienza di un’intera popolazione che diventa sempre più dipendente dallo slogan semplificato di qualcuno, sempre più influenzabile.

Per contrastare sia il narcisista che la società narcisista, la soluzione risiede sempre e solo nel ripartire dal basso, da noi. Dal resistere ridefinendoci come esseri umani pensanti e non come consumatori. Definire e difendere la nostra identità ma allo stesso tempo creare una comunità diversa, reale e non virtuale, per fuggire dall’alienazione verso la quale siamo spinti. Si potrebbe iniziare dal rispondere ad una delle domande più drammaticamente difficili del nostro tempo: chi siamo e chi vogliamo diventare.

Il vero dramma del gaslighting è proprio questo, ti priva di tutto ciò che sei, ti divora. Eppure anche quando ci sembrerà di non avere che il nulla dentro, dovremmo ripartire non dalle etichette che ci hanno dato, ma dal nostro centro, dalla nostra vita, dalla riappropriazione del corpo, dal nostro respiro.

La meravigliosa Nina Simone cantava così nel 1968:” Ain’t got no friends, ain’t got no schoolin’/Ain’t got no love, ain’t got no name/(…)Why am I alive, anyway?(..)Got my heart, got my soul/(…)I’ve got life, I’ve got my freedom/ And I’m going to keep it/I’ve got the life”.

-Alessandra Testoni