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Sognando un altro ’68: cosa ci rimane cinquant’anni dopo?

Giovani rivoluzionari, visionari e pieni di speranza. Sognatori.
Sono questi i protagonisti dei 171 scatti che l’AGI, in collaborazione con altri archivi fotografici della stampa straniera, ha voluto portare all’attenzione del pubblico allestendo la mostra fotografica “Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”, fino al 7 ottobre al Museo di Roma in Trastevere.

Numerosi anche i filmati originali che ricostruiscono i momenti cruciali, nonché le prime pagine dei giornali dell’epoca e una piccola esposizione di memorabilia (un juke boxe, un ciclostile, una macchina da scrivere Valentine, la Coppa originale vinta dalla Nazionale italiana ai Campionati Europei, la maglia della nazionale italiana indossata da Tarcisio Burgnich durante la finale con la Jugoslavia e la fiaccola delle Olimpiadi di Città del Messico).

Il 1968 è stato un anno di svolta per l’Italia e per il mondo: cinquant’anni fa nacque una nuova concezione di guardare al futuro e alla società, cercando di far cambiare le cose partendo dal basso, dalle piazze e dalle università. Un nuovo modo di intendere il costume, le relazioni e il ruolo anche simbolico che lo sport ebbe in quell’anno.
Una parte della mostra è proprio dedicata al Maggio Francese (netto è il riferimento al film cult di Bernardo Bertolucci “The Dreamers” all’interno del titolo della mostra stessa) e non si può non rimanere impressionati dalle foto che ritraggono ragazze e ragazzi nelle strade di Parigi che manifestarono non solo per cercare di cambiare il sistema scolastico allora vigente ma anche di fianco agli operai che chiedevano migliori condizioni salariali e contrattuali. Tornando con lo sguardo in Italia, rare e toccanti sono le foto d’epoca che ricostruiscono i cosiddetti fatti di Villa Giulia, dai quali si scatenò un serio dibattito pubblico su come si dovesse affrontare quel determinato bisogno di richieste di “modernità”, in particolare la mostra ci ricorda la lettura che Pier Paolo Pasolini diede di quel momento ponendo il visitatore davanti ad un pannello dove è riportata la trascrizione diretta della poesia “Il Pci ai giovani” pubblicata sull’Espresso il 16 giugno di quell’anno.

Dagli studenti, alla cultura di massa, passando dai personaggi che contraddistinsero quegli anni: da Martin Luther King Jr. a Bob Kennedy senza dimenticare le “Olimpiadi dei Pugni neri” di Messico ’68 e la rivoluzione musicale portata avanti dal rock e dal folk impegnato. Interessante è la sezione che ripropone scatti d’epoca dei maggiori personaggi della musica, del cinema e della cultura italiana che non rimasero immuni al cambiamento che quell’anno coinvolse ogni angolo della società italiana e del quale alcuni si fecero importanti portavoce.

Ma lo scopo principale della mostra è ben chiarito proprio all’inizio: “Dreamers è una mostra sul futuro. Una strada per ricominciare a sognare”.
Per chi ha vissuto quel determinato periodo è come tornare indietro di decenni grazie ad una macchina del tempo che, tramite le foto e i video d’epoca, trascina con sé ricordi di una vita passata e di persone con le quali si è vissuto un determinato momento; è stato bello vedere come molta gente fosse pervasa dalla malinconia, dal ricordo che scaturiva da una determinata foto o da un racconto contenuto in un documento all’interno della lunga linea temporale che è la mostra stessa.
Per tutti quelli che come me non hanno vissuto quegli anni è un modo per comprendere direttamente e senza filtri un momento cardine della nostra storia, per capire quello che siamo oggi grazie a quegli avvenimenti che cinquant’anni fa sconvolsero l’Occidente e soprattutto per imparare a ricominciare a sognare anche nel 2018.

Per ricominciare a credere che un mondo nuovo e migliore sia possibile costruirlo con le nostre forze.
#dreamers68

 

 

-Lucilla Troiano

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L’Eredità delle Donne

Oltre cento appuntamenti e un calendario OFF ricco di eventi, è terminata domenica la rassegna l’Eredità delle donne con la direzione artistica di Serena Dandini, che ha visto Firenze tingersi di giallo a conclusione delle Giornate Europee del Patrimonio. Eventi speciali con personalità famose hanno allietato lo scorso weekend; spettacoli, mostre, presentazioni di libri ma anche eventi inerenti le realtà culturali e le eccellenze artigianali del capoluogo toscano. Letture, mostre all’aperto, esposizione di oggettistica realizzata a mano, passeggiate di piacere alla scoperta dei tesori nascosti fiorentini per tutti i gusti e per tutte le età, un modo nuovo per riscoprire l’anima della città e di chi la abita.

Nella splendida cornice fiorentina si è aperta una finestra di dialogo per mezzo della quale è stato possibile conoscere le opinioni di donne famose che hanno reso grande la partecipazione femminile nel loro ambito di studio e di lavoro ma anche di uomini che devono fare i conti con quella che, sebbene rappresenti la fetta più numerosa di mondo, viene trattata come una minoranza.

Fra questi anche Federico  Taddia che tra treni in ritardo e presentazioni di libri ha costruito un varietà di divulgazione ironico e brillante con Telmo Pievani e la Banda Osiris ( o almeno tre quarti di essa). Fra canti, balli, battute sagaci e canzoni parafrasate sui temi dello spettacolo Il Maschio Inutile, Taddia ci porta alla scoperta delle caratteristiche appartenenti al genere che in natura è considerato forte, quello femminile. Quasi come fosse diviso in capitoli ben differenziati dalle incursioni in scena dell’autore, ogni parte si apre con la conoscenza di maschi inutili: da Raffaele che come presepe ha un modellino della città di Modena durante la sua festa cittadina e che pertanto resta in mostra da Agosto a Settembre,  a Thomas, il quale dopo essersi chiesto per anni come sarebbe stato vivere come una capra ha iniziato a pascolare e brucare l’erba con loro e come loro;  da chi si muove sempre con dei lego in tasca da lasciare nelle crepe dei muri che trova lungo il cammino ai mitici fotocopiatori di ebook. Il maschio si rivela essere talvolta secondario nella riproduzione della specie come in alcune varietà di rettili, squali e batteri che praticano la partenogenesi o nella foca che, oltre a concepire prole senza bisogno di un secondo individuo, sceglie addirittura anche il sesso dei nascituri.

È davvero inutile questo maschio che ci accompagna nella vita di tutti i giorni? Siamo davvero due generi a sé stanti? Non sembra pensarla così Taddia, convinto che uomini e donne condividano la stessa eredità e abbiano il compito di lasciare alle generazioni future una stessa dose di cultura, rispetto e voglia di cambiare. Ma allora a cosa pensa quando si parla di Eredità delle donne che è anche il nome della suddetta rassegna appena conclusa? “Alla mamma, alla nonna, alle zie per stare vicini e poi a tante professioniste, tante belle teste e toste come Margherita Hack.” È proprio una foto con la scienziata che nacque all’angolo di via delle Cento Stelle che occupa l’intestazione del profilo twitter di Taddia: stima e affetto eterno devono essersi sviluppati durante la loro collaborazione.

Ancor più elevata l’importanza di un’eredità culturale femminile per Itziar Ituño, la Raquel Murillo de La Casa de Papel, originaria dei Paesi Baschi in cui il ruolo della donna è socialmente rilevante. Anche l’Ituño risponde citando le prime persone, madre y abuela,  che le hanno tramandato la consapevolezza delle difficoltà che hanno le altre donne.

L’eredità che dobbiamo lasciare alle generazioni future? Esempi di donne. Uno di questi potrebbe essere Tiziana Ferrario, inviata nelle zone di guerra, volto del telegiornale e adesso corrispondente italiana da New York; esempio ricco di coraggio, un bagaglio di esperienza unico e conoscitrice delle culture più diverse.

Dalle donne che si manifestano a quelle che si nascondono di notte per incollare poster o per disegnare la loro arte sui muri: Maria Paternostro ci ha accompagnati in un tour di Piazza Poggi per tutto il quartiere di San Niccolò, alle pendici di Piazzale Michelangelo, per scoprire l’arte urbana fiorita in questo “Novello Rinascimento”. Clet, Blub, Carla Bru: sono solo alcuni dei nomi che caratterizzano questa ricchezza gratuita che addolcisce una città già così ricca d’arte e bellezze, fattori che la rendono da sempre luogo ideale di grandi eventi di scambio culturale come sicuramente è stato il meeting L’Eredità delle Donne.

 

– Beatrice Tominic

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SYLVIA PLATH: LA VITA SOTTO UNA CAMPANA DI VETRO

E’ sempre difficile trovare le parole per descrivere un romanzo che ci ha coinvolto profondamente, che ha toccato in noi corde sensibili e scoperte e lo ha fatto con una maestria e una grazia non comuni. La campana di vetro di Sylvia Plath è un libro di questo genere, un libro che lascia un segno nell’anima. Pubblicata nel 1963, l’opera è quasi un’autobiografia della scrittrice che si racconta con lo pseudonimo di Esther Greenwood. Con una disarmante semplicità Sylvia mette su carta tutto il dolore della sua vita spezzata accompagnando il lettore nel percorso oscuro della depressione che distrusse la sua adolescenza. Esther è una ragazza brillante che vince un soggiorno di un mese a New York offerto dalla rivista che ha pubblicato un suo racconto, alla quale dovrà collaborare come guest editor. Sebbene abbia dimostrato fin da bambina un’intelligenza estremamente vivace e creativa Esther non ha una vita felice: è nata dal matrimonio di due immigrati negli Stati Uniti, la madre austriaca e il padre tedesco. Quest’ultimo è un uomo duro e autoritario e non ha mai nascosto il fatto che avrebbe preferito un figlio maschio; il sentimento verso di lui è una miscela di amore e odio. Cresciuta in una cittadina di provincia la giovane fatica a stringere legami con i suoi coetanei e un vago senso di malessere e straniamento accompagna costantemente la sua esistenza. La relazione con Buddy, figlio di amici di famiglia, finisce per un tradimento di quest’ultimo e l’esperienza, unita al difficile rapporto col padre, contribuisce a formare in lei la concezione del maschio come dominatore e crudele. Nella lontananza da casa e nel lavoro con la rivista, Esther spera di trovare uno stimolo per dare una svolta definitiva alla sua vita e completare gli studi al college. Invece l’impatto con la grande metropoli è un colpo tremendo, le mostra il vero aspetto della società borghese americana, una società pervasa dalla competizione sfrenata in ogni ambito, dominata dal moralismo, dall’ipocrisia, che sotto la maschera protettiva e accogliente nasconde un volto di violenza, crudeltà, spietatezza. Proprio durante il suo soggiorno a New York i Rosenberg vengono uccisi sulla sedia elettrica; la ragazza si ritrova spiazzata, un angoscioso senso di solitudine e incomprensione la attanaglia e in tutte le persone che incontra ritrova il medesimo conformismo, l’adesione inconscia a quella società che le è tanto estranea. Le ragazze con cui lavora le sembrano plasmate in una catena di montaggio con le stesse aspettative, le stesse idee, la stessa rassegnazione: sposarsi, essere mogli devote e sottomesse e buone madri. La scrittura viene considerata da loro un frivolo hobby e il lavoro con la rivista un’occasione per conoscere l’uomo giusto da sposare. Esther inizia a sentirsi soffocare, come se una grande campana di vetro l’avesse ricoperta e le togliesse l’aria e la vita, uccidendola lentamente. Trascorre gli ultimi giorni a New York senza riuscire a scrivere, a studiare, in una tetra malinconia. La sera precedente la sua partenza una sua amica tenta di farla svagare portandola ad una festa ma il ragazzo che le viene presentato cerca di stuprarla e la ragazza fugge nella sua stanza d’albergo, traumatizzata. Qui, come immersa in un’amara trance e in una delle scene più toccanti della storia, lascia cadere dalla finestra tutti i suoi vestiti uno ad uno guardandoli mentre vengono portati via dal vento notturno. Il ritorno nella cittadina natale acuisce terribilmente la sua crisi depressiva; la ragazza passa intere giornate a letto, in solitudine. La vita le appare come un interminabile, insensato susseguirsi di giorni bui e vuoti. La madre, disperata, la porta in visita da uno psichiatra ed Esther spera di trovare in lui qualcuno che la ascolti e la segua in un percorso di aiuto ma il medico è un uomo insensibile e distaccato che non la comprende e non le presta nessun soccorso. Le condizioni della ragazza peggiorano di giorno in giorno e il dottore la sottopone ad un elettroshock senza anestesia. L’esperienza è devastante, la giovane si rifiuta di proseguire la cura e il suo malessere cresce a dismisura, la soverchia senza lasciarle scampo, tanto che il suicidio le appare come l’unico rimedio, la sola cosa capace di distruggere per sempre la campana di vetro. Prima del gesto estremo Esther si ricongiunge simbolicamente al padre, morto di malattia diversi anni prima; fra i singhiozzi di un pianto doloroso la ragazza abbraccia la lapide del genitore sotto una pioggia battente: “Papà, papà, bastardo, è finita” scriverà più tardi in una amara poesia. Lascia poi una lettera di addio a sua madre e ingerisce una dose letale di sonniferi. Ma sua madre, rincasata prima del previsto, la trova e chiama i soccorsi che riescono a salvarla. A questo punto per Esther si aprono le porte di un nuovo calvario e viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico dove le prescrivono un ciclo di elettroshock. La vita nell’ospedale si svolge malinconica e fredda, quando le persone a lei più vicine vengono a farle visita sembrano non riuscire a capire quanta sofferenza lei stia attraversando né le motivazioni profonde del suo malessere. Ma alla fine la ragazza viene considerata guarita. Dopo la sua dimissione Esther si sente libera, leggera, decisa a riprendere le redini della sua vita. Tuttavia sente anche che la campana di vetro incombe alta sulla sua testa ed è pronta a calare di nuovo in qualsiasi istante, un triste presagio che Sylvia concepiva in modo lucido per il suo futuro, segnato da tremende ricadute nella depressione che sarebbero sfociate nel tragico epilogo della sua vita. E’ un romanzo potente, diretto e crudo, un pugno allo stomaco del lettore che pure non riesce a staccarsi dalla lettura e se ne sente catturato dall’inizio alla fine, complice l’adozione di uno stile di scrittura lineare e paratattico. L’uso della narrazione in prima persona e la suddivisione della storia ricalcano il modello del diario: Sylvia scrisse diari fin da bambina per quasi tutta la sua vita e probabilmente attinse dalle sue memorie sia per i contenuti che per lo stile del libro. Il romanzo conobbe grande fortuna presso la critica che vi rintracciò molte e diverse chiavi di lettura, alcuni lo considerano più che una semplice autobiografia un racconto allegorico inscrivibile nella narrativa di iniziazione; nel manicomio in cui è rinchiusa Esther affronta un rito di purificazione, muore e rinasce simbolicamente per proseguire la sua vita grazie all’accettazione della solitudine e dell’alienazione a cui tutti gli individui sono costretti dalla società. La critica femminista mise l’accento sull’importanza data nel libro alla ricerca di un’affermazione femminile al di fuori degli schemi prestabiliti, alla volontà della scrittrice di dimostrare il proprio valore  senza le costrizioni del matrimonio, della maternità, del puritanesimo ipocrita, delle convenzioni sociali e religiose che relegano la donna ad un ruolo subalterno e passivo. Ancora, è possibile ravvisare una forte polemica contro le istituzioni: la famiglia tradizionale, l’università spersonalizzante e burocratizzata, gli ospedali psichiatrici dominati da un dispotismo brutale e senza empatia, la società statunitense nel suo complesso.

Ma questo libro è soprattutto uno sfogo, un ultimo grido di disperazione; la sua uscita precedette solo di un mese il suicidio di Sylvia a soli 30 anni, logorata come Esther da un mondo che non sentiva suo.

Alessandro Troisi

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Mele d’oro in un bidone per la libertà – a cinquanta anni dalla Miss America Protest

Uno dei “concorsi di bellezza” più antichi e celebri che si ricordino è certamente rappresentato dal noto mito greco della scelta di Paride e tu guarda un po’, tale frivola gara ebbe come conseguenza una guerra.

Tutto ebbe inizio per colpa di Eris, dea della discordia, la quale, non essendo stata invitata al banchetto che Zeus aveva disposto per il matrimonio di Peleo e Teti, scagliò sulla tavola imbandita una mela d’oro destinata alla più bella. Ben tre dee pretesero quello che è passato alla storia come pomo della discordia: Era, Atena e Afrodite, pronte a pagare qualsiasi prezzo e a mantenere qualsiasi genere di promessa prima, pronte ad inviare ogni sorta di punizione poi, qualora non avessero vinto il titolo di più bella fra le dee.

Gli anni passano, il mito diventa storia e nascono i primi concorsi di bellezza come li conosciamo noi oggi. Ad anticipare il concorso di Miss Italia, che vede ufficialmente la vita per la prima volta nel 1946, è Miss America, nata nel 1921, che offre borse di studio come premio per la prima classificata. Come era possibile che in un secolo così travagliato per la vita delle donne che ancora soffrivano della mancanza di diritti politici, sociali, morali e che vedevano la loro libertà ancora repressa qualcuno avesse pensato di crear loro dei concorsi di bellezza?

Con slogan che denunciano lo sfruttamento dell’immagine femminile voluta dai maschi, il 7 settembre del 1968 ad Atlantic City viene contestato il concorso annuale statunitense  da un gruppo di giovani attiviste conosciuto come New York Radical Women, fra cui Robin Morgan.

La marcia, che passerà alla storia con il nome di Miss America Protest, vide sfilare circa 400 donne che, a poco a poco, buttavano in un bidone detto Freedom Trash Can gli “strumenti di tortura femminile” come pentole, moci, stracci, bigodini, ciglia finte, tacchi alti, guaine, corsetti e reggiseni. Leggenda vuole, sebbene l’evento non sia mai accaduto poiché dichiarato pericoloso dalla polizia, che il contenuto di tali bidoni sia stato bruciato, creando con tale gesto un’analogia fra la protesta femminista e i manifestanti contro la guerra del Vietnam, iniziata ormai più di dieci anni prima, che bruciavano le loro carte da disegno. Il parallelismo piacque ad alcune attiviste tanto che nel decennio successivo si potrà parlare di mitizzazione del bra-burning non solo nei cortei ma anche nei college. Questo non fu l’unico punto che accomunò la protesta femminista e quella del Vietnam. Nel corso dell’anno precedente infatti la vincitrice del titolo fu spedita con la troupe per la prima volta  in Vietnam, sancendo così la militarizzazione della gara. Il viaggio fu giustificato per lo scopo da raggiungere – l’intrattenimento dei soldati ed il sostegno alle truppe – ma il vero fine agli occhi delle femministe furono i  discorsi di incoraggiamento ai figli, ai padri, ai mariti e ai fidanzati per fare in modo che potessero morire e uccidere con uno spirito meno negativo.  Non vi è bisogno alcuno di spiegare invece come l’immagine della reginetta di bellezza americana sarebbe stata utilizzata, subito dopo la vittoria, come sponsor di prodotti della stessa natura di quelli buttati nei Freedom Trash Can.

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Numerosi gli opuscoli scritti e distribuiti in cui venivano messi nero su bianco concetti che già da troppo tempo erano evidenti nella società, non soltanto statunitense. Il fatto che i maschi, fin dalla più giovane età, fossero spinti a compiere azioni mentre le femmine fossero limitate a vivere nel mondo delle apparenze era lampante tanto quanto deplorevole: ogni ragazzo poteva aspirare a diventare Presidente degli Stati Uniti, ogni ragazza a vincere Miss America, come se le due cariche fossero di pari valore.

Le dimostranti  si erano schierate contro il concorso per le ragioni più disparate, dai criteri di valutazione di standard impossibili da raggiungere per vincere il titolo, al fatto che nessuna fra le prime classificate fosse appartenente ad un’etnia diversa da quella caucasica, per non parlare del fatto che tale rassegna non faceva altro che acuire quella che la Morgan definì “l’imbattibile combinazione Madonna-Puttana” che tanto aveva fruttato a riviste come Playboy riassumibile nell’idea di bellezza innocente e allo stesso tempo abbastanza seducente da poter soddisfare la loro lussuria.

 Per ogni problema i manifestanti trovarono una soluzione: dall’elezione di un concorso parallelo chiamato Miss Black America  da parte di coloro che manifestavano contro il razzismo del concorso, all’elezione di una pecora come Miss America da parte di chi si schierava deliberatamente contro il concetto all’origine della rassegna, l’idea base che spinge tale spettacolo ad esistere, paragonando l’evento ad un’asta di bestiame.

Perché affannarsi tanto, quindi, per essere belle? Perché premiare la bellezza esteriore, effimera e priva di sostanza, con borse di studio utili e desiderabili da chiunque, base sicura per una vita tranquilla?

Meno famosa delle sorelle, Anne Brontë ci tramanda la sua idea sulla bellezza, adesso sta ad ognuno di noi riflettere sulla sua importanza.

È stupido desiderare la bellezza. Le persone di buon senso non la desiderano mai per se stesse o si curano che vi sia negli altri. Se la mente sarà ben coltivata, e il cuore ben disposto, nessuno si interesserà mai dell’aspetto esteriore.

 

 

-Beatrice  Tominic

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Corsi e ricorsi storici

Giambattista Vico, filosofo del XVIII secolo, sosteneva che la storia dell’umanità fosse descrivibile come una serie di “corsi e ricorsi storici”. In pochissime parole egli riteneva che l’uomo – pur evolvendosi e passando da un’epoca “primitiva” di barbarie ad una “finale” caratterizzata da uguaglianza tra uomini, razionalità e civiltà – potesse vivere ciclicamente periodi di involuzione e di decadenza. Considerando gli avvenimenti che hanno di recente riempito le colonne d’attualità e di politica (sia nazionale che internazionale) di praticamente tutti i giornali del mondo, appare piuttosto facile condividere, o perlomeno comprendere, il pensiero del filosofo napoletano. Non sembra infatti anche a voi di essere improvvisamente regrediti in un periodo passato?

A me pare francamente di essere protagonista della rievocazione storica di un’epoca in cui politica e propaganda erano la stessa identica cosa, in cui si schedavano popoli in base all’identità etnica o religiosa, si alzavano muri, in cui la cultura dell’integrazione con l’Altro era del tutto privata di significato e violentemente sostituita dall’idea dell’invasione dell’Altro, dalla discriminazione e dalla necessità di proteggersi dal Diverso, di controllarlo, dall’impossibilità di convivere con lo Straniero. Insomma, siamo nella rievocazione dell’epoca dei nazionalismi sfociati in totalitarismi, del razzismo, della politica di potenza e di prepotenza: dell’epoca più buia e dannatamente disumana della storia contemporanea mondiale. E, badiamo bene, stiamo parlando di quella stessa epoca che è stata anticipatrice e causa della guerra più atroce mai combattuta dall’uomo, la quale ha ridotto il mondo in un ammasso di detriti, fame e silenzio: della guerra che ha calpestato ogni diritto umano, che ha spezzato prematuramente ed ingiustamente milioni e milioni di vite. Non bisogna poi dimenticare che la Seconda Guerra Mondiale ha avuto conseguenze così tragiche e drammatiche per chi ne è stato testimone da cambiare del tutto il concetto di confronto bellico tra popoli e paesi, divenuto a partire da quel traumatico evento esclusivamente sinonimo di immagini e sensazioni negative: male, sofferenza, devastazione, morte.

Con queste considerazioni in mente diventa perciò ancor più difficile ammettere di non essere veramente coinvolti in una semplice rievocazione ma di trovarci invece dinnanzi a dei parallelismi, tristi e (troppo) numerosi parallelismi. Succede infatti che i confini tra stati siano blindati, i porti chiusi. Succede infatti che si spari da armi cariche di razzismo e di xenofobia, che il Presidente dell’arsenale della democrazia pensi realmente che sia lecito chiudere dei bambini dentro delle gabbie per combattere e contrastare l’immigrazione clandestina, che il ministro dell’Interno di uno degli stati della civile e democratica Europa decida che non sia affatto disumano sbattere la porta in faccia ad una nave carica di disperati, se questo è un modo per fare la voce grossa nello scenario internazionale e la guerra a coloro che vengono identificati come i nemici di turno. Ancora una volta si è disposti a mettere a rischio la stessa vita e dignità di milioni di persone pur di mettere in atto le proprie politiche (o ideologie?) e di vincere le proprie pazze battaglie.

Ed è per questo che mi domando ancora: come possiamo oggi non dar ragione a Giambattista Vico? E ciò che vi chiedo è: “tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” ha ancora senso e valore? C’è qualcuno in grado di spiegarmi (con argomentazioni logiche e sensate, s’intende) quale grande differenza ci sia tra “Prima gli italiani” e “Italia agli italiani”? C’è qualcuno che può aiutarmi a comprendere quando la diplomazia ha smesso di funzionare, di nuovo? Quando esattamente abbiamo spostato così indietro le lancette dell’orologio della storia? E perché lo abbiamo permesso? Ma soprattutto – mi e vi chiedo – quando inizieremo di nuovo ad andare avanti, quando recupereremo finalmente la nostra Umanità? Perché io voglio sperare e credere che l’Uomo sia destinato a progredire, ad imparare dalla propria storia e dalle atrocità compiute per non ripeterle mai più. Ma bisogna far attenzione,  perché chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo.

 

 

-Serena Di Luccio

 

 

 

 

 

 

 

 

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TRADURRE PER RIVISTE COME INTERNAZIONALE? «QUELLO CHE NON SAI DEVI SAPERLO CERCARE»

 

La dottoressa Bruna Tortorella, traduttrice per Internazionale, il noto settimanale che dal 1993 pubblica articoli della stampa straniera tradotti in lingua italiana, ci rivela in un’intervista qualche retroscena del suo lavoro parlandoci di difficoltà, competenze necessarie e una buona dose di creatività e spirito di adattamento. Collabora in ambito giornalistico anche con Limes e nell’editoria con Il Saggiatore, Laterza, Treccani, Rizzoli e Fusi Orari. Ha insegnato traduzione giornalistica alla LUISS e all’Università di Tor Vergata a Roma.

 

 

Dott.ssa Tortorella, per rompere il ghiaccio vorrei innanzitutto chiederle cosa significa, ad oggi, assumersi la responsabilità di tradurre per una testata importante come Internazionale o Limes. Sono articoli che coprono un’ampia gamma di categorie testuali e registri linguistici che affondano le proprie radici in svariati ambiti di competenza. Lei da giornalista è testimone quotidiana di ciò che accade nel mondo in tutta la sua bellezza, straordinarietà, ma anche crudeltà, sofferenza ed in più, da traduttrice, ha il compito di dover trasmettere al meglio notizie di qualsiasi tipo nella sua lingua madre.

 

Bruna Tortorella: In realtà non credo di potermi definire, ad oggi, come giornalista, anche se in passato lo sono stata per un breve periodo. Ad un certo punto della mia vita sono riuscita a conciliare i miei due interessi principali e a tradurre giornalismo. Ovviamente lavorare per riviste come Internazionale e Limes richiede un certo livello, se non di competenza specifica, almeno di informazione. Quello che non sai devi saperlo cercare e devi capire quali siano le fonti attendibili. La varietà di temi e registri costituisce una bella ginnastica mentale. Per esempio io ho diverse rubriche fisse (Burkeman, Randall, l’Oroscopo di Brezsny) e alcuni autori che mi vengono affidati regolarmente il cui stile ha delle costanti che vanno mantenute per renderli sempre riconoscibili. In altri casi è invece necessario intervenire per facilitare la leggibilità dei testi. A mio avviso, soprattutto nel giornalismo, la priorità va data alla lingua di arrivo e al lettore italiano. Questo può comportare brevi spiegazioni nel caso di istituzioni, luoghi geografici e aspetti culturali meno noti al nostro pubblico e, al contrario, omissioni di informazioni inutili — ad esempio “Parigi, Francia” — come capita di trovare in alcuni giornali statunitensi.

 

E’ necessario un forte spirito di adattamento in ogni caso, mi sembra di intuire. Ma al di là delle rubriche o degli autori fissi, c’è un tipo di testo della cui traduzione lei predilige occuparsi?.

 

Beh, se parliamo di predilezioni, l’argomento che mi interessa di più e quello che mi capita più spesso di trattare è la politica internazionale: Stati Uniti e Medio Oriente in particolare perché ho tradotto anche diversi libri sul tema, ma in generale un po’ tutta direi. A mio avviso è l’ambito più stimolante e si imparano tante cose sul mondo in cui viviamo. Poi un altro settore in cui pur non avendo in partenza competenze specifiche mi sono specializzata è la scienza, dalla psicologia alla fisica quantistica e alla medicina. Qui torna dunque il discorso del saper cercare e capire bene di che cosa si stia parlando, che non comporta una lettura più approfondita. Se stiamo parlando di “buchi neri” dobbiamo sapere esattamente che cosa siano, non possiamo tradurre frasi che non capiamo. In questo senso internet è ormai una fonte inesauribile e ci risparmia l’acquisto di libri o le visite in biblioteca.

 

Certo, ovviamente un ambito quale quello scientifico è quanto mai spinoso e delicato. A tal proposito, si sono mai verificate circostanze per le quali lei abbia sentito di trovarsi in difficoltà nella traduzione e di non riuscire, forse, a produrre un testo equivalente all’originale?

 

Sì, diciamo che non capita spesso, ma ogni tanto ci sono autori che giocano molto sui suoni, ad esempio le assonanze e sulle immagini. Nel primo caso, quando è possibile, si cerca di riprodurre lo stesso effetto con suoni diversi; nel secondo bisogna valutare se l’immagine possa arrivare al pubblico italiano. Qualche volta, se lo ritengo improbabile, se può sembrare che siano solo parole in libertà,  ricorro a immagini diverse cercando di mantenere lo spirito del testo. In questo senso il nostro lavoro è anche creativo.

 

Indubbiamente lo è molto, sì. Tuttavia spesso si tende inconsapevolmente a sminuire il lavoro del traduttore, ritenendo che questo consista soltanto nella mera trasposizione asettica di un testo in un’altra lingua che un qualsiasi parlante nativo o traduttore online potrebbe operare. Vogliamo tentare insieme di sfatare questo falso mito che vedrebbe il suo — spero in futuro anche il mio  lavoro sostituibile da un qualsiasi Google Translate ?.

 

Certamente. Se ha mai fatto qualche esperimento con il traduttore di Google saprà già che è ancora molto lontano dall’essere uno strumento utile per chi traduce a livello professionale. Sebbene non sia necessario essere specialisti — le competenze si acquisiscono, si studia, si legge molto, si impara a cercare le informazioni che servono — la traduzione non sarà mai un lavoro meccanico, da software; richiede una capacità di interpretare, di leggere tra le righe e di rielaborare che si acquisisce con l’esperienza e la quotidianità. Quello che è imprescindibile è una buona conoscenza della lingua e della cultura di partenza in tutte le sue sfumature, ma soprattutto un’ottima conoscenza dell’italiano a livello delle strutture, del lessico, delle figure retoriche, dei registri e così via. Anche lo stile “giornalistico” si apprende con il tempo: non è necessario, anzi è sconsigliabile, averne uno proprio, perché si rischia di stravolgere quello degli autori che trattiamo, se sono veramente autori. In altri casi torna utile un po’ di pratica per rendere più leggibili testi contorti, eccessivamente piatti o decisamente scritti male. Capita anche questo, in particolare quando il giornalista non scrive nella sua lingua madre, ma in una lingua veicolare come l’inglese.

 

Sì ammetto che, anni or sono ormai, da traduttrice più ingenua tentai la strada del traduttore online verificandone tuttavia subito a mie spese il grado di accuratezza. Con queste ultime sue parole però, credo che sia stato fugato definitivamente ogni dubbio. Dunque, come ultima domanda, vorrei sapere da lei che indicazioni darebbe a noi studenti, aspiranti traduttori editoriali e giornalistici, per riuscire bene nel nostro lavoro qualche suggerimento sulle principali tecniche di traduzione da seguire in questo settore magari ma soprattutto per riuscire anche solo ad avvicinarsi al suo, quasi inaccessibile, ambito lavorativo.

 

Mi dispiace deluderla ma non sono proprio una tecnica, sono più un’ istintiva. Ci sono delle norme editoriali che vanno rispettate, ma queste sono cose che si imparano. Piccole tecniche che possono tuttavia tornare utili: sono i trucchetti semantici che servono a rendere un termine o un concetto che non esiste esattamente nella stessa forma e lingua di arrivo o quelle sulla sostituzione degli avverbi con aggettivi, dei verbi con nomi, sullo spostamento di parti del discorso per meglio aderire alla struttura dell’italiano e così via. E’ difficile generalizzare e stabilire delle regole: è soprattutto una questione di orecchio e di sensibilità. Per quanto riguarda l’accesso al settore purtroppo non esiste un iter, come non esiste per tutte le libere professioni. Si possono mandare cv e fare domande nella speranza che qualcuno ci dia una chance. Chi fa un buon lavoro di solito viene richiamato perché è nell’interesse del committente non perdere tempo a rivedere e correggere i testi tradotti. Oggi internet offre nuove opportunità spesso gratuite o mal pagate, ma che possono servire per cominciare e fare curriculum. Altro non saprei dirvi, perché in questo campo, purtroppo o per fortuna, ognuno ha la sua storia personale.

 

Nessuna delusione, le assicuro: al contrario, non potrei essere più soddisfatta.  Nel salutarla la ringrazio nuovamente a nome di Culturarte, il periodico universitario di Roma Tre, per averci concesso questo tempo nonostante i suoi impegni e a nome mio, per continuare ad ispirare il mio percorso ogni giorno.

 

La ringrazio per il bel complimento e ringrazio il giornale per l’interesse mostrato, non capita sempre. Buona giornata.

 

 

 

-Margherita Cignitti

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L’uomo nero

Ultimamente penso molto alle ingiustizie che accadono intorno a me e questi pensieri non mi fanno dormire bene: sento il bisogno di scriverne, poiché in qualche modo mi reputo colpevole a causa della mia inerzia e passo il tempo a chiedermi cosa potrei fare per migliorare questa o quella situazione senza essere capace di darmi risposta; l’unica cosa che riesco a fare è quella di osservare il mondo che gira incessantemente. Mi sento come Dario Brunori, quando ne L’Uomo Nero canta: «tu che credevi nel progresso e nei sorrisi di Mandela, tu che pensavi che dopo l’inverno sarebbe arrivata la primavera e invece no». Le sue parole riassumono bene le sensazioni di un normale studente universitario che, tornato a casa la sera, accende la televisione e sente parlare solo di odio e di violenza; come il caso della famiglia di migranti (marito e moglie incinta con bambino in carrozzina) tirata giù dal treno dalla polizia francese a Mentone, tra urla e disperazione. La vicenda, brevemente, ha visto coinvolti due agenti che, al rifiuto di esibire i documenti da parte dell’uomo, hanno preso di polso la situazione e senza indugiare hanno letteralmente rimosso la famiglia dal convoglio. Il fatto è accaduto il 16 febbraio ma solo da qualche giorno il video, girato da studenti, sta circolando in rete: senza dubbio gli autori del fatto hanno agito seguendo una procedura, è chiaro che non si può resistere a un pubblico ufficiale che deve eseguire tutti gli accertamenti del caso, ma mi chiedo se quello fosse l’unico modo per garantire la sicurezza. Le immagini sono dure e inevitabilmente toccanti, non si tratta di buonismo ma di mera umanità: dove stiamo andando? Dove sono finiti gli altissimi principi che hanno animato la ricostruzione del Vecchio Continente durante il secondo dopoguerra? È la paura che, come una goccia nella roccia, si sta lentamente insinuando nella società e nelle istituzioni moderne erodendo le certezze, il timore che l’oasi di pace attorno al Mediterraneo possa collassare da un momento all’altro; prima la crisi economica, poi la nuova stagione del terrorismo islamico stanno minando alla base le fondamenta del nostro stato di diritto faticosamente costruito nei secoli e non è un caso che proprio la Francia, paese più colpito dagli attentati, sia costantemente al centro della cronaca — ultimi ma non meno importanti i fatti di Bardonecchia. La paura è legittima, ma non dobbiamo accettare prevaricazioni e soprusi, anche se perpetrati apparentemente a difesa della collettività, perché ci vuole tanto ad arrivare in cima e vivere in un mondo civile, ma così poco per cadere giù e arretrare: il caso che mi ha dato spunto per questa riflessione è solo uno dei tanti, noi nel nostro piccolo siamo testimoni di numerosi soprusi quotidiani, italiani o stranieri non fa differenza; siamo tutti vittime e carnefici di una guerra tra disperati, allora se vogliamo alzare la testa e nobilitare in qualche modo la nostra condizione umana dobbiamo preservare i nostri diritti e non dobbiamo accettare che a qualcuno vengano tolti, perché si comincia piano a far vacillare la morale e a instillare il tarlo che sia giusto che alcuni debbano avere di meno perché altri possano vivere meglio. La società moderna non ha versato il sangue per vivere nel mondo libero, non ha mai conosciuto l’oppressione; appare nelle televisioni, fa sentire fieri di padri che stiamo silenziosamente cercando di soffocare. Non chiniamo la testa, perché qualcuno in tempi neanche troppo lontani ha lottato ed è morto per farla tirare su; non chiniamola e teniamo lo sguardo desto, perché a forza di abbassarla, un giorno, di fronte al fatto più grave, potremmo renderci conto di non poterla più rialzare.

-Gabriele Russo.

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Verso la DisUguaglianza

L’8 marzo è quel momento particolare dell’anno cui, insieme allo sbocciare delle mimose, si festeggia la Donna, spesso e volentieri attraverso manifestazioni che chiedono l’implementazione di diritti a favore delle donne. Questi tipi di festeggiamenti rimandano anche a un’altra data, quella del 25 dicembre, vale a dire la giornata contro la violenza sulle donne: in concomitanza con questa seconda ricorrenza, il 21 dicembre 2017, è stata approvata una nuova legge che, tra l’altro, estende l’ergastolo “automatico” in caso di omicidio di discendenti (figli, nipoti, ecc.) anche al: «coniuge, anche legalmente separato, contro l’altra parte dell’unione civile o contro la persona legata al colpevole da relazione affettiva e con esso stabilmente convivente». Un estensione — vi invito a rileggere — con un grande spirito di uguaglianza; i termini “coniuge” o “persona” sono infatti neutri e possono essere applicati sia agli uomini che alle donne. Per quale motivo, dunque, sia i media che la società hanno salutato questa legge come un provvedimento contro il femminicidio?

Un’analisi commissionata dal Ministero di Giustizia parla di 600 casi di femminicidio in quattro anni; nell’inchiesta si parla di «Genocidio» sul genere femminile. Mi si consenta, come forse molti lettori, di avere dei dubbi: di omicidi volontari, nel 2016, ne sono stati compiuti un migliaio; di questi, facendo un semplice calcolo, la percentuale di femminicidi sarebbe del 15%. Questo dato però si abbassa considerevolmente (intorno a circa il 5%) volendo aggiungere nel calcolo anche gli omicidi non premeditati. In questo caso, seguendo il ragionamento dell’inchiesta, mi si permetta di dire che se il femminicidio fosse considerato alla stregua di un genocidio, gli omicidi dovrebbero essere equiparati allo sterminio dell’intera specie. Provando ad andare ancora più in là e lasciando da parte la discussione sull’utilità o meno di una legge del genere, mi concentrerei sull’efficacia: nei media e nel mondo dei diritti per le donne si è molto parlato di questa legge, che è stata accolta anche con un certo fervore. Ma siamo sicuri che non si tratti di un semplice “contentino” per far dimenticare altri problemi più spinosi? Se ammettessimo che tutti i 600 omicidi detti per femminicidio siano perpetrati dal partner, ci ritroveremo con un’applicazione che “aiuterebbe” ben lo 0.002% della popolazione femminile (0.001% di quella italiana). Chiaramente, la legge non si occupa solamente della condanna all’ergastolo dell’omicida — cosa che a ben vedere la renderebbe quasi del tutto inefficace, in quanto non potrebbe aiutare di certo la donna morta — ma, di contro, non costituisce nemmeno un deterrente visto che, secondo il rapporto, più della metà degli omicidi sono «pulsionali».

Per quale motivo questa legge può essere considerata un contentino? Perché, sempre a dicembre 2017, è stata varata la nuova legge di bilancio. Fra le varie voci, vi è quella relativa al “Fondo nazionale per politiche sociali”. I soldi previsti per il fondo quest’anno non variano: 300 milioni (ed è il minimo, poiché una legge del 2014 impedisce che venga varata una cifra inferiore). È stato previsto però che dal 2017 questi stessi fondi debbano coprire anche il nuovo Reddito d’Inclusione (REI) e che l’ammontare destinato a questa nuova voce sarà pari a 200 milioni. Che cosa c’entra questo con le donne e la violenza? Le cosiddette “case sicure”, i centri antiviolenza, vengono pagate in buona parte proprio da questo Fondo, e le case sicure non interessano lo 0.002% delle donne, ma il 26.4% («dichiara di aver subito una violenza psicologica ed economica da un partner attuale», ISTAT, 2014) che sarebbe anche il 13.2% della popolazione.

Un’ultima riflessione può essere fatta se si osservano i dati sul congedo genitoriale: lo scarso congedo di maternità (due mesi prima e tre dopo il parto) non riguarda infatti lo 0.001%, ma potenzialmente il 52%; se poi dovesse arrivare anche un vero congedo di paternità (attualmente ben 2+2 giorni obbligatori) sarebbe il 100% potenziale. Non dimentichiamoci che l’attuazione del congedo di paternità renderebbe non solo moralmente e direttamente corresponsabili entrambi i genitori — abbattendo definitivamente l’idea che i figli siano della madre (nel senso dell’esclusività del dovere nelle cure) e che questa debba rinunciare al lavoro, mentre in altri paesi capita anche il contrario — ma toglierebbe anche l’idea che l’unico responsabile del mantenimento economico della famiglia sia il padre, eliminando forse anche quella parte di omicidi-suicidi di famiglia che capitano quando il padre perde il lavoro.

Per l’8 marzo si andrà a manifestare; spero che sia per l’uguaglianza vera di tutti.

 

-Joël David Guerrazzi.

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Nuit Debout – Cos’è rimasto dell’insurrezione alla Francese?

Durante la Primavera del 2016 Parigi, insieme ad altre città francesi, ha conosciuto uno dei pochi movimenti insurrezionisti spontanei posteriori al 1968. Auto-organizzazione, democrazia partecipativa, ridefinizione del progetto sociale e politico nacquero simbolicamente in Place de la République. Il suo nuovo carattere, indefinibile, è solo banalmente riassumibile in una serie di rivendicazioni, che ha sconvolto la classe politica. Nonostante sia stato represso poco dopo l’estate e diviso in vari gruppi, bisogna chiedersi cosa sia effettivamente rimasto di quel movimento oggi, nella Francia di Macron.

Contesto

Il movimento di insurrezione spontaneo detto «Nuit Debout» – che si può tradurre malamente in “Notte ritta” – nacque con l’intento di creare una coscienza cittadina che rifiutava di “addormentarsi”. Tutto ebbe il 31 marzo del 2016, in reazione alla legge proposta dall’ex-ministro del Lavoro Myriam El-Khomri, pericolosamente simile al Jobs Act italiano. Si trattò di un movimento auto-proclamato nel contesto delle manifestazioni contro la cosiddetta “Loi Travail” (“Legge sul Lavoro”), organizzato dai movimenti giovanili e dai sindacati, che ben presto raggiunse il numero massimo di un milione di partecipanti. Si distinse inoltre dalle precedenti manifestazioni Francesi per la sua lunghezza e per la sua capacità organizzativa, ferma nella volontà di creare un’alternativa al di là della semplice protesta contro la legge.

Utopie in cerca di autore

Nel quadro malato della politica francese, contagiato sia dalla bassissima popolarità del Presidente della Repubblica, François Hollande (Partito Socialista), che dalla generale delusione giovanile nei confronti della politica, Nuit Debout mise in opera diversi esperimenti con l’obiettivo di sanare la ferita tra cittadini e politica. Alle riunioni dei vari collettivi di Piazza della Repubblica poté partecipare chiunque: lo scopo era di occuparla di continuo, di far incontrare studenti, operai e lavoratori di ogni tipo. Il movimento era riuscito ad alternare manifestazioni durante la giornata e riunioni durante la sera. Si impostarono esperimenti di democrazia partecipativa e varie commissioni tematiche per creare spazi di incontro e discussione: dall’ecologia politica alle violenze delle forze dell’ordine, dall’economia al femminismo, ma vi furono esperimenti più concreti come le biblioteche aperte con orari prolungati o gruppi di conferenze per l’educazione popolare. Venne rievocata la possibilità di creare di nuovo un’Assemblea Costituente, di ridistribuire il tempo di parola in modo più giusto. Un’iniziativa studentesca – “Alterfac” – tentò di aprire le università a tutti, non-studenti compresi (non si può entrare in una università senza tessera in Francia). Tuttavia ci si è dovuti porre la questione inevitabile del leader: chi sarebbe stato il capo di questo movimento? L’assenza di un leader definito – come d’altronde di una meta precisa – venne spesso criticata poiché impediva decisioni più concrete. Tuttavia alcune personalità politiche del Nouveau Parti Anticapitaliste del Partito di Sinistra, che diventerà poi la France Insoumise di Mélenchon, e degli ecologisti furono molto presenti durante le riunioni. E d’altra parte, numerosi erano i militanti senza nessuna tessera che si opponevano a qualsiasi operazione di “recupero” politico.

Ispirazioni

Nuit Debout è spesso stata paragonata al movimento spagnolo degli “Indignados” madrileni, anche per l’uso che venne fatto dei social network o per il coinvolgimento univoco di movimenti studenteschi, disoccupati, sindacati ed operai. Uno dei maggiori ispiratori nell’ambito della politica francese è stato il giornalista François Ruffin, autore del documentario Merci Patron! (“Grazie, boss!”) che denunciava le condizioni del lavoro salariato in Francia. Venne sviluppata, inoltre, una simbolica specifica che faceva riferimento a vari movimenti di insurrezione: l’Agorà Greca, l’uso del rosso e del nero come nel 1968, un rinnovamento del calendario con il mese di marzo simbolicamente infinito che ricordava quello dei Rivoluzionari del 1789 o quello Napoleonico. Inoltre le conferenze della commissione di educazione popolare si riferirono spesso a episodi rivoluzionari francesi famosi come il 1789, la Comune del 1870 ed il 1968.

Macerie Prime – Nuit Debout oggi

Nuit Debout si è sciolto dopo l’estate del 2016 a causa delle forze di polizia e dello scoraggiamento generale dei partecipanti, che vedevano una campagna elettorale in cui sembrava dominare la destra. I suoi militanti più attivi rimpolparono i ranghi del movimento “La France Insoumise” di Mélenchon oppure entrarono in altri gruppi anarchici, altri invece preferirono essere coinvolti nell’azione associativa piuttosto che nella politica. Nel 2017 è uscito a riguardo il documentario “L’Assemblée” della regista Mariana Otero. Il movimento tuttavia rimane vivo tutt’ora tramite il suo blog e alcune mobilitazioni che si focalizzano intorno ai diversi mutamenti cui si oppone, come la nuova legge sul lavoro del governo di Edouard Philippe, l’attuale primo ministro, o la “perennizzazione” dello Stato di Emergenza…

Le critiche che sono piovute sul movimento proponevano ognuna una diagnosi riguardo la smobilitazione avvenuta: per il regista ex-trotskista Romain Goupil sia l’assenza di un leader dichiarato che l’implicita gola che fece Nuit Debout a ogni movimento di sinistra hanno altresì impedito ogni progresso organizzativo. Per alcuni giornali, principalmente di destra, le debolezze del movimento risiedevano nella scarsità delle proposte, mentre l’uniformità ideologica era fortissima.

Alcuni link
– trailer del documentario L’Assemblée : https://vimeo.com/238592777
– servizio sul movimento di DW English : https://www.youtube.com/watch?v=vB4fJ2zFmeU
– il blog : https://nuitdebout.fr/blog/category/democratie/
– trailer di Merci Patron ! (in inglese) : https://www.youtube.com/watch?v=ch0HsuYu_TI

-Clelia Di Pasquale.

Studenti di tutto il mondo, unitevi!

Tous pour le peuple, rien par le peuple”. Così si esprimeva Voltaire a proposito di un tema scottante ai suoi tempi come ai nostri, il popolo; la visione del filosofo francese su un ipotetico cambiamento sociale, auspicato dall’intero movimento dell’Illuminismo, esclude la gente comune, vista semplicemente come “plebaglia”, e pretende di porre il fardello (quindi la libertà) di tale cambiamento su qualcun altro. Chi è questo qualcun altro? Gli intellettuali. Infatti chi frequentava i caffè? Chi dirigeva i giornali? Chi ideò il Dispotismo Illuminato?
Allo stesso modo, sembrerebbe che “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità” tanto esaltata da Kant non fosse, in realtà, per ogni uomo, ma soltanto per chi si arrogava il diritto di metterla in pratica. Ma da dove proveniva questa arroganza? Perché gli intellettuali si sentivano come gli uomini d’oro della Repubblica di Platone? La risposta sta nel fatto che questi individui provenivano tutti dallo stesso ceto sociale, la borghesia.
Ai tempi di Voltaire, infatti, i borghesi cominciavano a pesare sempre di più nel bilancio sociale delle nazioni europee; non solo erano un ceto di crescente potenza economica, ma stavano anche iniziando a costruirsi un’identità sociale, in modo da contraddistinguersi, e in ciò erano aiutati dal fatto che l’aristocrazia era, ormai, odiata per il governo scellerato di Luigi XIV e che i contadini erano esausti, esauriti dal lungo e faticoso regno del Re Sole. I borghesi trovarono il perno della loro identità nella Ragione, intesa come capacità di sfruttare le risorse del mondo grazie al loro intelletto (metaforicamente, allo stesso modo di Robinson Crusoe nel romanzo eponimo di Defoe). Questo, unito all’Etica del Lavoro e all’Onestà, li aiutò a distinguersi dal parassitismo aristocratico e all’ottundimento contadino. In realtà, tuttavia, questa Ragione di cui tanto si vantavano i borghesi non era altro che capacità negli affari, che gli permetteva di accumulare capitale e che ha cominciato a fargli pensare che tutto potesse essere posseduto con il solo pagamento di una somma di denaro; di conseguenza, l’Etica del Lavoro era mera cupidigia e l’Onestà soltanto ipocrisia. Appare chiaro, a questo punto, che l’“uscita […] dallo stato di minorità”, i borghesi se la sono comprata, acquistando la cultura presso le istituzioni educative. Proprio come Voltaire.
Nella borghesia di oggi, invece, il mito della Ragione è ovviamente sfumato: nello scenario da Morte di Dio in cui viviamo il ragionamento, la capacità di esercitare la propria razionalità, non trova più spazio, perciò i borghesi sono stati presi in possesso da forze irrazionali. La conseguenza più tragica di ciò è stata lo svilupparsi della cosiddetta Politica di Pancia, ovvero quel tipo di politica non più basata sull’ideologia come guida dell’azione e sulla democrazia come collaborazione tra cittadini, bensì sulla demagogia e, nei casi più estremi, sulla violenza.
Lo spazio in cui queste forze irrazionali trovano sfogo sono le manifestazioni, ma la manifestazione non è uno strumento di protesta borghese, in quanto la caratteristica principale dei borghesi, come afferma Marx nel Manifesto, è l’“Indolenza”. E, allora, chi è che dà loro “la sveglia”? chi ammaestra le loro pance e le sfrutta per rendersi potente? Nell’Italia di oggi, il Movimento 5 Stelle. Basti pensare agli strilli di Grillo, che attirano folle oceaniche di borghesi, in quanto hanno un effetto deviatamente catartico, perché non purificano ma fomentano. Il carisma perverso dei volti celebri del M5S avrebbe anche una connotazione erotica, poiché sembrerebbe fare breccia nella frustrazione sessuale borghese (andate a sentire cosa dicono le donne a Di Battista…). Ma non tutte le manifestazioni sono dettate dalla necessità di sfogo libidinoso, esistono anche quelle pienamente giustificate dalla richiesta di diritti. Fino all’epoca pre-Statuto alla seconda categoria appartenevano le manifestazioni operaie, manifestazioni proletarie in piena regola, perché messe in atto da persone il cui unico bene erano i figli (questa è, infatti, la definizione etimologica), le quali avevano e dovevano avere la speranza in un futuro migliore. In tempi recenti la manifestazione Contro la Buona Scuola, tenutasi a Roma il 17 novembre, rappresenta un esempio perfetto di questo tipo di proteste; centinaia di studenti, l grido di “lotta per la scuola, riprendiamoci i nostri diritti”, hanno marciato in mutande (come in una sorta di rivisitazione amaramente sarcastica del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo) da Piramide al Miur. Ciò che apparenta questi studenti e, in generale, tutti gli studenti di oggi ai proletari di ieri è la loro nuova posizione nella catena sociale. Se una volta gli studenti provenivano da famiglie borghesi e, quindi, avevano gli studi pagati dai genitori, adesso la maggior parte di loro sono anche lavoratori. Il fatto di dover pagare da sé i propri studi, ovvero di doversi dare al “lavoro salariato” (sempre Marx dal Manifesto), li rende più esposti alle contraddizioni del Capitalismo e allo sfruttamento dell’operaio che esso comporta. E ciò, in conclusione, fa nascere negli studenti il desiderio di lottare e di credere nel futuro inteso come Progresso Sociale (in questo caso, come rinnovo delle istituzioni educative per una migliore e più equa elargizione della cultura).

Manifestazione studenti 17 Novembre 2017

-Lorenzo Sgro.