Temi della Vita, o tutto quello che riguarda le persone ma non c’entra con la Cultura.

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Una squadra che cerca solo la parità

“Abbracciamoci forte, e vogliamoci tanto bene; Perché abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti. Guardate con chi siete, perché non ve lo dimenticherete mai! E sarà l’abbraccio più lungo che una manifestazione sportiva vi abbia mai regalato. Forse uno dei più lunghi della vostra vita! Abbracciatevi forte… Abbracciatevi forte… E abbracciate soprattutto questa meravigliosa squadra… Che ha vinto soffrendo… “ -Fabio Caressa.

Per quanti anni abbiamo sognato quel momento? Per quanti anni abbiamo intonato queste parole nei bar, alle feste, per le strade, con amici, con la nostra famiglia, ma anche con tutti coloro, sconosciuti o meno, che insieme a noi hanno ancora oggi la voglia di urlarle al cielo. Il calcio. Lo sport. Italia.

In quel giorno, in quei momenti, non esistevano critici, non erano ammessi insulti (se non alla squadra avversaria); amanti o meno del calcio, erano tutti incollati alla sedia; poggiavano la birra ed esultavano, perdendo la voce sulle note del nostro coro. Tutti uniti, per 90 minuti e anche di più, una nazione unita per una squadra.

Sempre l’Italia, quest’estate, è tornata ad emozionarci, è tornata a farci lottare e soffrire con lei; tutti incollati al televisore, abbiamo seguito le maglie azzurre e il pallone quasi come se fossimo noi a giocare. L’unica differenza rispetto a 13 anni fa è stata la formazione: 11 donne in campo e altrettante in panca. Sì, avete letto bene: Donne.

Sono andate contro ogni scetticismo, hanno abbattuto ogni critica e superato ogni aspettativa. Donne che meritano più di tutti noi le parole sopracitate, che rappresentano meglio di chiunque lo spirito di sacrificio e dello sport, al di là delle discipline. Ho volutamente sottolineato le parole di Caressa, perché sono le uniche che rappresentano al meglio questo periodo sportivo: la rivoluzione. Parola alla rinascita.

I loro sforzi in quel rettangolo verde danno voce alle lacrime che centinaia di bambine versano dopo ogni allenamento perché non accettate o perché prese in giro da chi, a quanto pare, di sport non ne vuole capire niente. Il sudore versato dalle nostre donne non è altro che la rivoluzione del calcio femminile che chiama alla carica. In Italia, come in buona parte d’Europa, negli ultimi anni sorge un incredibile incremento di iscrizioni femminili alle scuole calcio e di conseguenza maggiori creazioni di staff e squadre femminili.

Ai livelli più alti invece si lotta ancora oggi per rendere la nostra Serie A femminile un campionato di categoria massima riconosciuto tra quelli professionistici, come di fatto avviene da anni in Spagna, Francia e Stati Uniti. Ma la lotta più grande, che le nostre atlete devono affrontare è un’altra: “Il calcio non è uno sport per donne “, “Gli uomini giocano a calcio e le donne ballano” e mille altri luoghi comuni. Frasi ricche di eresie e follia. Frutto di un egocentrico pensiero, infondato e fortemente antisportivo.

Le ragazze che hanno scelto di dedicare la vita al loro amato sport, al calcio, partecipano ad allenamenti molto pesanti e oltre allo sforzo fisico devono affrontare il peso costante delle etichette, delle discriminazioni, degli insulti. È in atto una battaglia culturale e chi scredita il calcio femminile non ama questo sport; chi ama davvero il calcio non può che stare dalla parte delle donne, dalla parte di chi vuole solo avere la possibilità di seguire la propria passione a prescindere dal sesso. La rivoluzione è cominciata, 1-0 palla al centro, alla prossima…

 -Alessandro Zannini

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Arte o pornografia? Facebook non sa riconoscere la bellezza

Facebook nel corso degli anni ha assunto le sembianze di Daniele da Volterra detto “il Braghettone”, il pittore chiamato in piena Controriforma “a rendere meno scandalose” le nudità dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina. Gli standard comunitari di Facebook vietano la pornografia e limitano la visualizzazione della nudità, eppure quando “l’algoritmo talebano” di Mark Zuckerberg entra in azione, con insistenza maniacale, censura la grande arte desnuda scambiandola per “pornografia”.

Il caso che voglio affrontare oggi è quello di un professore francese, Frédéric Durand, il cui profilo social è stato chiuso a seguito della pubblicazione di un’immagine del quadro “L’origine du monde”. Si tratta di una celebre opera del pittore realista Gustave Courbet esposto al Museo d’Orsay a Parigi.

Generalmente un’immagine si definisce pornografica quando lede la dignità di chi la osserva e promana sensazioni di degrado della femminilità o degli esseri che vi interagiscono. Il nudo è pornografico, quindi, quando “sfrutta” piuttosto che esaltare il corpo di un soggetto.

“L’origine du monde raffigura, con immediatezza quasi fotografica, un primo piano di una vulva femminile coronata da riccioli lunghi e neri. Il corpo della donna, adagiata lascivamente su un letto e parzialmente ricoperta da un lenzuolo bianco, è visibile solo dalle cosce che, divaricandosi delicatamente, consentono la visione intima fino al seno. L’opera è realizzata con un’audacia e un realismo tali da conferire alla tela una forte carica seduttiva. L’erotismo del dipinto, tuttavia, non sfocia nella pornografia, grazie alla grande abilità tecnica di Courbet e all’adozione di una sofisticata gamma di tonalità ambrate” (cfr. Wikipedia). Il quadro perciò, frutto di integrità e sensibilità, rappresenta l’esaltazione dell’immagine femminile, non di certo la sua mortificazione.

 La vicenda giudiziaria

La censura ha colpito Durant nel lontano 2011 e da quel momento per poter riutilizzare il social è stato costretto ad iscriversi con uno pseudonimo. Fino al 2016, anno in cui il caso è approdato in Francia. I legali dello sfortunato professore hanno condotto una battaglia legale contro Zuckerberg, rivendicando 20 mila dollari di risarcimento.

Lungo e tortuoso l’iter per portare la questione al vaglio della Corte francese. Il primo problema riguardava la possibilità di ottenere un giudizio nel Paese europeo: Facebook reclamava il diritto di svolgere il processo in California, sulle cui leggi si basano i termini e le condizioni accettate dagli utenti al momento dell’iscrizione e dove si trova la sede legale dell’azienda. Nel frattempo Facebook ha modificato le regole che riguardano il nudo, infatti dal 2015 è consentito pubblicare immagini senza veli se queste sono opere d’arte.

La proposta del colosso social fu quella di erogare al professore francese un rimborso simbolico di un euro, anche se ad oggi rimangono ignoti i motivi della sospensione dell’account, ridotti a una «semplice controversia contrattuale». La replica dell’avvocato di Durant non tardò ad arrivare: «La chiusura del profilo, subito dopo la pubblicazione dell’Origine du monde non può essere una coincidenza, l’account era attivo da due anni e mezzo».

Finalmente nel 2018 si è pronunciato il tribunale francese, convenendo che Facebook è in colpa e che la pubblicazione di un’opera d’arte non può essere motivo di sanzioni. Nel caso specifico, tuttavia, la corte non ha condannato il colosso americano a pagare la penalità di 25mila dollari richiesti dall’avvocato di Durant per risarcire i danni al suo cliente, adducendo a motivazione il fatto che l’utente ha potuto immediatamente creare un suo nuovo profilo. La decisione costituisce comunque un prezioso precedente giurisprudenziale per tutti i colossi del web, nell’auspicio che venga drasticamente e concretamente modificata la policy in materia di libertà d’espressione.

In un mondo permeato dall’uso del digitale, la modifica dei meccanismi che si celano dietro la censura può rappresentare un’occasione irrinunciabile per valorizzare e promuovere il patrimonio culturale, attraverso la fruizione dei capolavori artistici all’interno di piattaforme prive di confini geografici, ove risulta agevolato lo scambio di idee e punti di vista e quindi promossa una crescita culturale intelligente.

 -Rebecca Linguanti

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Narcisismo e Gaslighting

Il Gaslighting è una forma di manipolazione psicologica mirata ad alterare la percezione della realtà di un individuo o di una collettività, la quale viene distorta attraverso menzogne, contraddizioni continue e persistenti negazioni della realtà oggettiva.
L’origine del termine “Gaslighting” deriva dal titolo dell’opera teatrale di Patrick Hamilton del 1938, nella quale un uomo assoggettava la moglie modificando l’intensità dei lumi a gas della loro casa, raccontando però alla donna che tale variazione di luce non fosse reale e che lei stesse diventando pazza; infatti le vittime di questo tipo di violenza psicologica arriveranno lentamente a mettere in dubbio la loro memoria, la loro sanità mentale ed infine nei casi più gravi la loro stessa identità. In altri termini è un insidioso, reiterato, sottile e gratuitamente violento “lavaggio del cervello” che spesso e volentieri è accompagnato da vera e propria violenza fisica.

Le domande che spontaneamente sorgono da questa inquietante definizione sono molte: chi mai potrebbe affliggere una simile tortura ad un altro essere umano e perché?
Le fonti nella letteratura di psicologia e psichiatria sono piuttosto concordi su questo punto, stiamo parlando del narcisista.
L’individuo affetto dal disturbo narcisista di personalità, descritto nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” – a cui rimando per una descrizione completa –  ha tipicamente la convinzione di essere incredibilmente migliore degli altri, un senso del sé a dir poco grandioso e un’empatia bassissima che gli consente di non provare rimorso quando manipola le persone che lo circondano, mosso dal desiderio sadico di potere e soprattutto di fama e riconoscimento sociale. Queste persone difficilmente potranno sperimentare l’amore, ciò che desiderano è solo il controllo sugli altri e sono abili nel simulare anche le emozioni più complesse, come ad esempio il pentimento. Il narcisista non riconosce o non dà importanza a sentimenti altrui, non desidera identificarsi con i loro desideri; non riesce ad accettare di essere messo da parte, di ricevere critiche di ogni tipo ed è spesso soggetto ad ossessione e rimuginio mentale, all’invidia cieca del prossimo. La prima realtà ad essere drammaticamente alterata è proprio quella in cui vive. Per avere un’idea della pericolosità di questi soggetti si pensi che ogni psicopatico è anche dapprima un narcisista, anche se non è sempre vero il contrario. Questa patologia è inoltre incredibilmente subdola poiché coloro che ne sono affetti statisticamente sono anche allegramente inconsapevoli del loro disturbo e non cercano di farsi curare, se costretti saranno propensi a mentire al proprio terapista.

Alla luce di ciò non è difficile immaginare la disinvoltura con la quale un narcisista possa minare la fiducia, verso il mondo e verso se stessa, della sua vittima. Il meccanismo che viene messo in atto è per esso semplice quanto perverso: l’individuo abusante usurerà l’esistenza psicofisica della vittima attraverso la negazione di circostanze realmente esistenti o l’invenzione di un falso passato, simulando ad esempio eventi che la vittima avrebbe dovuto ricordare ma che non sono mai esistiti, o fingendo di aver pronunciato delle affermazioni o di aver preso con la vittima determinati accordi che essa ovviamente non potrà mai ricordare, perché mai concordati. Il narcisista mira ad abbattere i confini dell’individualità dell’altro, i suoi diritti elementari, per usarlo a suo piacimento  e farlo sentire costantemente su un’altalena emotiva. Un momento prima speciale, un momento dopo la sua rovina. Lo punirà come si fa con i cani quando non obbediscono, mettendogli la testa nelle loro deiezioni. Gli farà credere che in ogni caso la colpa è solo sua, che lui gli vuole bene, che l’ha costretto a fargli del male. “Guarda cosa mi hai fatto fare”; la conversazione durante il gaslighting è piena di silenzi assordanti, è frammentaria e distorta soprattutto nelle prime fasi, quando la vittima ha ancora la forza di mettere in dubbio gli inganni del suo carnefice; per lei sarà il momento della confusione. La vittima userà la sua razionalità per cercare dunque di instaurare un dialogo per comprendere il senso di quella spaventosa illogicità, una forma di proiezione su di sé di ciò che percepisce come un malessere di chi in realtà la sta tormentando, ma ciò avrà come sola conseguenza quella di renderla ancora più esausta nel suo tentativo.

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E’ qui che la malcapitata perde le sue energie mentali per poi divenire un guscio vuoto, completamente dipendente, sola, ed è proprio su questo che si può intervenire: per far funzionare questo disturbante meccanismo il narcisista deve isolare la sua vittima e manipolarla quotidianamente. Per questo, se si ha il vago sospetto di essere in una situazione del genere, bisogna immediatamente tornare alla realtà, uscendo dalla soffocante situazione nella quale ci si relaziona quasi esclusivamente con il proprio carnefice, parlando apertamente con amici, familiari, psicoterapisti e figure legali che possano tutelarvi. Non c’è miglior terapia della parola, raccontare come ci si sente davvero, validando le proprie emozioni che vengono costantemente minimizzate, esagerate, invalidate o derise.

Esaminando il fenomeno in un’ottica più ampia, il gaslighting è ovunque; pur essendo paradigmatico in una relazione amorosa, può verificarsi in famiglia, nel rapporto tra amici, sul posto di lavoro, in una coppia di qualsiasi tipo. Nella definizione iniziale ho parlato della collettività come potenziale destinataria del gaslighting e non a caso: la comunicazione politica può essere estremamente mistificatoria. Esiste ed è sotto gli occhi di tutti come determinati politici del nostro tempo non solo siano contraddittori ma si avvalgono dei social network per confondere, banalizzare, diffondere notizie false e poco chiare, consumando lentamente la coscienza di un’intera popolazione che diventa sempre più dipendente dallo slogan semplificato di qualcuno, sempre più influenzabile.

Per contrastare sia il narcisista che la società narcisista, la soluzione risiede sempre e solo nel ripartire dal basso, da noi. Dal resistere ridefinendoci come esseri umani pensanti e non come consumatori. Definire e difendere la nostra identità ma allo stesso tempo creare una comunità diversa, reale e non virtuale, per fuggire dall’alienazione verso la quale siamo spinti. Si potrebbe iniziare dal rispondere ad una delle domande più drammaticamente difficili del nostro tempo: chi siamo e chi vogliamo diventare.

Il vero dramma del gaslighting è proprio questo, ti priva di tutto ciò che sei, ti divora. Eppure anche quando ci sembrerà di non avere che il nulla dentro, dovremmo ripartire non dalle etichette che ci hanno dato, ma dal nostro centro, dalla nostra vita, dalla riappropriazione del corpo, dal nostro respiro.

La meravigliosa Nina Simone cantava così nel 1968:” Ain’t got no friends, ain’t got no schoolin’/Ain’t got no love, ain’t got no name/(…)Why am I alive, anyway?(..)Got my heart, got my soul/(…)I’ve got life, I’ve got my freedom/ And I’m going to keep it/I’ve got the life”.

-Alessandra Testoni

 

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MedFilm Festival: un mare fra Spagna e Palestina

Venerdì 8 novembre si è aperta a Roma la 25° edizione del MedFilm Festival, rassegna cinematografica che, prendendo le parole degli stessi organizzatori, vuole essere “un richiamo alla cultura del bello, del giusto, dell’equo, del reciproco, del diverso, dell’accolto”. Attraverso un vasto e variegato programma (diviso in numerose sezioni, fra corti e lungometraggi) il desiderio di chi lo ha promosso è quello di rappresentare storie, ambientazioni, sensazioni e immaginari universalmente mediterranei, ossia frutto di produzioni provenienti da ogni sponda del nostro Mare Interno.

“Il mare non lo scopriamo da soli e non lo guardiamo solo con i nostri occhi” scrisse il grande storico croato Pedrag Matvejevic nel suo “Breviario mediterraneo”. Tutte le civiltà nate e sviluppate sulle rive del Mediterraneo hanno osservato il loro mare anche e soprattutto per mezzo delle immagini e delle narrazioni che gli altri produssero. Noi oggi non siamo da meno. Ogni costa e ogni popolo parla al mare a modo suo. Ogni cinepresa registra un Mediterraneo differente, poiché questo mare “chiuso” può essere ammirato da angolazioni che regalano ambientazioni, culture, ragioni, colori e sensazioni sempre differenti. Dalle sponde nordafricane a quelle europee, dalle coste iberiche a quelle mediorientali, dalla Francia continentale alle terre di Israele, dall’intimo mar Adriatico al teso bacino orientale, da Gibilterra al Bosforo: non si assiste ad un unico Mediterraneo, ma a tanti quanti se ne possono vedere e narrare. “Non un unico paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre” per citare un altro grande storico, Fernand Braudel.

Testimoniare la coesistenza di eterogenee esperienze mediterranee: questo è l’obiettivo del MedFilm Festival. Esperienze che oggi risultano politicamente fondamentali per poter affrontare coscientemente la crisi umanitaria e geopolitica che vede accomunate le due sponde, quella Nord e quella Sud. La sfida che intende portare avanti questa rassegna cinematografica, e che noi accogliamo con entusiasmo, è quella di proiettare un mare che sia di tutti, affinché nessuno possa dire che sia “nostrum”, di rappresentare questo “continente liquido” come un laboratorio di integrazione e coesione sociale e culturale. Una meta nient’affatto scontata alla luce dei nostri giorni, ma, ancor più per questo, un traguardo che l’Europa deve raggiungere insieme alle altre realtà politiche mediterranee.

Qualche altra parole merita l’immagine che compone la locandina ufficiale del festival, una perfetta sintesi spirituale e materiale del Mediterraneo. Una profonda distesa liquida dalla quale affiora energicamente una montagna candida, sulla quale sorge il volto di una città mediterranea che indirizza lo sguardo al proprio orizzonte, il mare, e che si compone dei diversi stili architettonici caratteristici del Mediterraneo. Perché la storia del Mediterraneo è la storia delle sue città, della sua tradizione urbana ineguagliata a livello globale: e proprio le città sono alcuni fra i protagonisti delle pellicole selezionate.

                                                                                  

It Must Be Heaven

Ho avuto l’onore di assistere all’apertura del festival e alla proiezione del primo film fuori concorso. “It Must Be Heaven”, scritto, diretto ed interpretato da Elia Suleiman, è l’epopea silenziosa e surreale di un palestinese che lascia la propria terra per dirigersi prima a Parigi e poi a New York, per rispondere ad una domanda: quando un luogo si può definire casa? Il nucleo della ricerca è inevitabilmente intorno al concetto di identità, ed emerge chiaramente come questa sia il prodotto complessivo sia di come ciascuno di noi si narra e si vede, sia di come gli altri ci narrano e ci vedono.

La recitazione di Suleiman è particolare, apparentemente passiva, il suo corpo è perennemente al centro dell’attenzione ma ci priva in maniera assoluta della sua voce. La volontà dell’autore è di immergerci in una realtà quotidiana, dai toni sfumati, di un pellegrino che riflette sulla propria provenienza, e per farlo decide di impacchettare una serie di sketch originali e mirati, ma che piuttosto raramente producono profondi sorrisi e risate. Non per questo il film non funziona, anzi riesce a dirigersi bene verso un finale gioioso, liberatorio, che celebra spensieratamente un orgoglio, quello palestinese.

La Virgen de Agosto

Il secondo film che ho avuto modo di visionare è una produzione spagnola (presentato come “August Virgin”), diretto da Jonàs Trueba, il quale, a quattro mani con l’attrice protagonista, ha scritto una storia estiva totalmente madrilena. In questa delicatissima pellicola lo spettatore è gettato in una Madrid torrida, per raccontare i 15 giorni agostani di una giovane donna (Eva) che, quasi come atto di fede, decide di rimanere nella sua città nei giorni in cui questa tende a svuotarsi ed affrontare alcune problematiche esistenziali che non ci vengono presentate, ma che si rivelano umanamente intuibili allo spettatore, il quale entra facilmente in empatia con la donna.

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Madrid è, al pari dei personaggi che nel corso dei giorni si affiancheranno ad Eva, una protagonista indiscussa, un ambiente vivo più che un semplice contorno offerto alle azioni dei vari personaggi. Eva decide di esplorare in lungo e in largo una città che già conosce per sperimentare un nuovo comportamento, per aggirarsi in cerca di qualcosa che le è sfuggito, per ottenere un nuovo sguardo, nuove immagini e categorie mentali con cui sciogliere i suoi dilemmi, per poi tracciare una nuova via da percorrere in quel settembre che sancisce la fine dell’estate e ci obbliga a trovare delle risposte. “La Virgen de Agosto” è un racconto intimo, a tratti mistico, ma che non perde mai il proprio realismo in quanto narra uno dei tanti momenti della nostra vita in cui lo scorrere del tempo ci sembra rallentare per darci la possibilità di porci le giuste domande e darci le (si spera) giuste risposte, giungendo magari a donarci una rivelazione inaspettata e proprio per questo tanto preziosa.

-Alessandro Berti

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Le streghe del Conte bis

Rigetta l’apatia e lo status quo.

Fallo quotidianamente.

Non partecipare e basta. Fatti avanti. Sii un’autorità, comunica avendo fiducia in te stessa, con razionalità. Rispondi alle domande con risposte, non con altre domande e pretendi che anche gli altri facciano altrettanto.

Fatti comprendere e comprendi. Senza tregua, rifiuta sempre la strada più comoda. Ascolta e sostieni le culture diverse e cerca di trasformare ogni spazio in un luogo inclusivo. Impara dai tuoi avversari e mantieni la mente aperta.

Rispetta il passato, cambia il futuro.

Questo è un estratto dell’Emily’s List,organizzazione americana che si occupa della formazione delle donne per la politica e le cariche pubbliche, perché anche le donne sono in grado e devono far sentire la propria voce rivestendo alti incarichi.

Nel governo Conte bis le ministre non sono poche. Fino ad ora, però, hanno fatto parlare di sé solo tramite gossip e insulti sessisti che ne infangano la storia, i curricula e le idee. Vediamole oggi per come vorrebbero e, soprattutto, dovrebbero essere conosciute: come persone in grado di occupare ruoli di potere. Su 21 ministri il governo Conte bis presenta sette ministre, di cui tre senza portafoglio. Partiamo proprio da loro.

Paola Pisano, classe ‘77 appartenente al Movimento 5 Stelle, è la ministra dell’Innovazione tecnologica e della digitalizzazione. Nel 2019 ha rifiutato il ruolo di capolista alle elezioni europee per il Movimento Cinque Stelle per continuare a svolgere il suo lavoro: professoressa ordinaria per l’Università degli Studi di Torino e assessore all’Innovazione del Comune di Torino. Oggi, dopo essere stata nominata donna più influente nel digitale italiano, dopo un lungo testa a testa con Samantha Cristoforetti, scherza sul suo incarico con vignette: la voglia di fare e di non fermarsi, insieme all’autoironia, sembrano prerogativa della neoministra.

Sebbene a differenza di altre ministre che vedremo in seguito non si sia trovata al centro della gogna mediatica, si è parlato molto anche del suo abbigliamento.

«Si è presentata al giuramento del nuovo Governo Conte senza indossare il classico tailleur nero che per le donne sarebbe quasi di ordinanza. » hanno scritto alcune testate online «Fiera e consapevole di dover rappresentare un elemento di differenza e progresso all’interno della neonata compagine di governo, la Pisano ha giurato indossando una camicia bianca e un paio di pantaloni palazzo con motivi geometrici in bianco e nero. » In fondo il progresso di una nazione intera inizia da ciò che si sceglie di tirare fuori dall’armadio in uno dei giorni più importanti della propria vita, mica dal curriculum con cui si rivestirà tale incarico.

Un’altra ministra pentastellata è Fabiana Dadone, alla quale è stato affidato il dicastero della Pubblica Amministrazione. Piemontese  e trentacinquenne, entra nelle file del Movimento Cinque Stelle di Cuneo fin dagli albori, facendo parlare di sé fin dal 2012. Laureata in Giurisprudenza, porta avanti da tempo la lotta per le pari opportunità e, da circa un anno, è referente della piattaforma Rousseau. Entrata a far parte della Camera dei Deputati a neanche trenta anni, è una dei probi viri del Movimento Cinque Stelle il quale ha scelto di raccontare la sua esperienza di  vita politica nel libro Oltre lo tsunami di Ergys Haxhiu. Idolatria gratuita o un esempio  lampante della politica successiva al 2010? Ai posteri l’ardua sentenza.

L’ultima ministra senza portafoglio è quella che maggiormente ha segnato una cesura rispetto al governo precedente: Elena Bonetti prende il posto di Lorenzo Fontana prima e di Alessandra Locatelli poi nel dipartimento delle politiche della famiglia, alla quale, però, stavolta è affidata anche la delega per le pari opportunità, ambito che risultava del tutto sconosciuto nel governo gialloverde.

Elena Bonetti è lombarda ed è la prima ministra del Partito Democratico che incontriamo in questo elenco. È nata nel 1974 e si è laureata in Matematica all’Università degli Studi di Pavia dove ha conseguito il dottorato, è divenuta assistente prima e professoressa associata poi. Vicina all’area cattolica, si distingue nel PD soprattutto con l’arrivo di Matteo Renzi, entrando a far parte della seconda segreteria unitaria diventando responsabile dei giovani e della formazione.

Sostiene l’istituzione di un salario minimo garantito e di agevolazioni fiscali per famiglia con figli, appoggia l’idea di incentivi per il diritto allo studio e quella del servizio civile obbligatorio per un mese. Vorrebbe ridurre l’emigrazione dei giovani italiani e, al tempo stesso, sostiene lo Ius Soli e l’idea di una accoglienza sana e diffusa per quanto riguarda le dinamiche relative all’ambito dell’immigrazione. È stata una dei responsabili dell’AGESCI, l’associazione a cui fanno capo le guide e gli scout cattolici. Una cristiana cattolica tutta chiesa e paraocchia? Assolutamente no. La sua investitura al ministero della famiglia, già demonizzata da Simone Pillon come “un favore alla lobby gay”, speriamo, come già abbiamo avuto modo di scoprire in passato,si riveli tutt’altro che antiquata e bigotta. Risale al 2014, infatti, la Carta del Coraggio, lettera che la Bonetti scrisse a quattro mani con Don Andrea Gallo per richiedere allo Stato di riconoscere le unioni gay e alla Chiesa di aprire gli occhi e rivedere le posizioni sugli omosessuali, ma anche sui divorziati. Molto attiva sui social, non ha mancato di rispondere alle critiche avanzate alla collega Teresa Bellanova. «È più forte di ogni meschinità e bassezza. Noi siamo con lei. » afferma, infatti, sotto ad un selfie scattato insieme. Contemporaneamente, però, non dimentica di rispondere alle critiche lanciate proprio contro di lei da Aldo Cazzullo, ben presto cancellate dalla testata online in cui erano comparse, Libero Quotidiano, a proposito di un presunto piercing sulla lingua.

Continuiamo la carrellata di ministre, più o meno attaccate da politici e giornalisti di calibro più o meno elevato, a seconda delle circostanze e dei giudizi e dei pregiudizi lanciati.

Luciana Lamorgese, nuova ministra dell’interno che ha fatto parlare di sé specialmente per non essere parte viva e attiva del ciclone dei social media, nonché per non essersi trovata a ballare, magari in bikini, al Papeete Beach, provando ad inseguire la fama del suo predecessore. Nata a Potenza nel 1953, laureata in Giurisprudenza, avvocata e prefetta. È la terza donna a ricoprire la carica di ministra dell’Interno in Italia dopo Rosa Russo Iervolino nel primo governo D’Alema fra il 1998 e il 1999 e Annamaria Cancellieri in quello Monti fra il 2011 e il 2013. È l’unico membro del governo non appartenente ad alcun partito politico e a non aver mai preso parte attiva alla vita politica del nostro Paese. Durante il mandato in prefettura a Milano, voluto da Marco Minniti, ha organizzato 127 sgomberi soprattutto di immigrati e tossicodipendenti e, nel periodo in cui ricopriva il suo incarico, nell’area interessata si è registrato un calo dei reati tanto da guadagnarsi una targa di ringraziamento da parte del suo predecessore Matteo Salvini.

Nel corso del biennio 2015- 2017 si è occupata di gestire il piano dei comuni che ospitano richiedenti asilo e di prendere parte attiva alla realizzazione dei primi hotspot di accoglienza ai rifugiati.

«Bisogna accogliere nelle regole» è il modus operandi della ministra che sembra essere dotata di una forte capacità di giudizio salomonica: non dobbiamo, pertanto, fare altro che dare fiducia a lei e al presidente Sergio Mattarella che l’ha voluta fortemente nel nuovo governo.

Ministro del lavoro e delle politiche sociali è, invece, Nunzia Catalfo. Classe 1967, diplomata al liceo scientifico e specializzata come orientatore e selezionatore del personale, progettista e tutor di percorsi e- learning e stenotipista, la ministra pentastellata, senatrice dal 2013, si è distinta durante la progettazione del reddito di cittadinanza e salario minimo. Proprio per questo, fra le ministre, è quella che maggiormente potrebbe trovarsi in disaccordo con la politica del PD: non solo il partito con cui si trova a condividere il governo non ha mai visto di buon occhio il progetto del reddito di cittadinanza, ma la stessa Catalfo, più di una volta, si è rivelata dichiaratamente antieuropeista.

Dulcis in fundo, le perle del governo. Quelle che non hanno fatto in tempo neppure ad insediarsi che già sono state prese di mira per ogni minima caratteristica della loro apparenza, del loro vestiario, del loro curriculum.

Teresa Bellanova non ha fatto neanche in tempo a giurare che già è stata schernita. Prima il vestito lungo blu elettrico che non andava bene alla sua corporatura massiccia. Ciò che è risaltato immediatamente è, però, che non importa quanta fatica una donna ci metta nel crearsi un ruolo, nel portare avanti una carriera e nel trovarsi una buona posizione da sola: qualsiasi dote passerà in secondo piano a causa del vestito più o meno sbagliato o della forma fisica più o meno appagante. Una situazione totalmente rovesciata, invece, è quella che si è trovata a vivere Paola De Micheli: se provaste a digitare il suo nome su Google, fra le ricerche suggerite uscirebbe anche “paola de micheli scosciata da infarto”. Giudicato troppo sexy il suo outfit «da ignobili attacchi social» come li ha definiti lo stesso Giuseppe Conte nel corso della richiesta di fiducia alla Camera dei Deputati stamattina. Il silenzio referenziale nei confronti delle due ministre messe alla gogna mediatica da parte dell’opposizione in aula, dopo la confusione che si era creata negli attimi immediatamente precedenti, fa quasi sperare in un minimo di umanità.

Teresa Bellanova, è stata, però, attaccata anche perché priva di un titolo di studio meritevole, all’infuori del diploma di terza media. Nata nel 1958 in un piccolo comune pugliese che, ad oggi, non arriva neppure alle 20000 anime, oggi riveste il ruolo di ministra per le politiche agricole, alimentari e forestali. È vero, la ministra Bellanova è priva di laurea, ma conosce meglio di molti altri individui dotati di titoli di studio cum laude il suo settore: una volta ottenuto il diploma di terza media è divenuta bracciante a soli 14 anni e da quel momento, lavorando duramente e vivendo in prima persona la vita di tutti coloro che effettivamente dipendono dai provvedimenti che deciderà di emanare il suo ministero, si è distinta nell’ambito dei sindacati, da Federbraccianti alla Flai fino alla Filtea intraprendendo una fervente attività politica a partire dal 2006.

L’ultima ministra di cui parliamo, l’ultima di questo secondo governo Conte, è Paola De Micheli, che, oltre ad essere finita nel mirino per il suo aspetto valutato provocante da alcuni militanti di Casapound, è anche laureata in Scienze Politiche, è una manager ed è un soggetto attivamente politico dalla seconda metà degli anni Novanta. Anche.

Ha avuto numerosi incarichi parlamentari, è stata Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Economia e delle Finanze nel governo Renzi del 2014 e in quello di Gentiloni del 2017 e oggi è chiamata a succedere Danilo Toninelli nel ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

 

-Beatrice Tominic

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Questa politica ci stressa: cronaca di settimane di fuoco

Tanti post, altrettante foto, interviste e sondaggi, così potrebbe riassumersi il bombardamento mediatico che stiamo ricevendo in questo mese di fine estate ma più nello specifico, in queste due settimane di fine agosto. Cosa sta succedendo nella politica italiana? Perché ogni giorno i telegiornali trattano di notizie politiche o di dichiarazioni che vengono fatte da personaggi che fanno parte del nostro governo? Facciamo un piccolo passo indietro.

Il primo giugno del 2018 il professor Giuseppe Conte, prestava giuramento alla Repubblica Italiana assumendo l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Art. 92 della Costituzione: <<ll Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri>>).

L’articolo citato è semplice e chiaro ai nostri occhi, sembra un procedimento “meccanico”, ma è davvero così lineare?

Nella prassi, la sua formazione si compie mediante un complesso ed articolato processo nel quale si può distinguere la fase delle consultazioni (fase preparatoria), da quella dell’incarico, fino a quella che caratterizza la nomina.
Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri devono prestare giuramento ed ottenere la fiducia dei due rami del Parlamento. La fiducia il governo l’ha ottenuta, esattamente il 5 giugno 2018, prima dal Senato e poi dalla Camera dei Deputati.

Dopo aver fatto questo piccolo flashback sulla nascita del governo giallo-verde, faremo un salto direttamente alla fine, ossia alla crisi di questo Governo.

8 agosto 2019: L’inizio della crisi

La Lega esce dalla maggioranza e chiede il ritorno alle urne. Il Presidente del Consiglio è ricevuto al Quirinale per fare il punto sulla crisi. Esattamente come una storia d’amore fra due persone, la crisi nasce da un litigio o un disaccordo che provoca questo allontanamento. Motivo di discordia è la tanto chiacchierata realizzazione della TAV (ferrovia ad alta velocità Torino-Lione) e molte altre cause interne all’esecutivo.

L’ufficialità della crisi avviene il 9 agosto 2019, giorno in cui la Lega presenta al Senato una mozione di sfiducia nei confronti del governo. (Art. 94 della Costituzione: <<Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale>>).

14 agosto: La tensione

Conte, Salvini e Di Maio, seduti l’uno affianco all’altro, assistono alla cerimonia commemorativa per l’anniversario del Ponte Morandi a Genova. La giornata commemorativa non rispecchia uno stato d’animo sereno e per giunta, i tre protagonisti della storia ci appaiono tesi, stanchi e scostanti fra di loro.

20 agosto: Il vero confronto

Ore 15, Senato. La presidente del Senato (Elisabetta Casellati), cede la parola al Premier. E’ come una battaglia, allo sparo iniziale tutti iniziano a combattere. Il primo confronto vis-à-vis avviene fra Conte e Salvini, in cui il primo inizia ad elencare al Ministro degli Interni le cause della crisi di governo. Il primo ministro è nervoso ma determinato e lucido nelle parole che utilizza. Salvini scuote la testa, risponde a bassa voce, fa cenni alla sua coalizione. Talvolta sorride e alla frase pungente di Conte “non te l’ho mai detto Matteo, non si accostano slogan politici a simboli religiosi”, video più attenti riportano un fugace bacio di Salvini ad un rosario che tiene in mano sotto al suo banco, come uno scolaro.

Conte utilizza un registro linguistico aulico e istituzionale nelle sue dichiarazioni ma nonostante ciò, in alcuni passaggi dà del “tu” e chiama per nome il vicepremier, Matteo. Salvini risponde dopo l’intervento con un registro linguistico diretto e non particolarmente alto, punta all’effetto delle parole e non del concetto. Dà del “Lei” al premier, per sottolineare la forma di distacco e di lontananza dalla sua persona. All’accusa di aver provocato la crisi per seguire interessi personali a discapito dell’azione di governo il leader leghista replica: “rifarei tutto, chi ha paura del voto non è libero”. A seguire gli interventi degli altri gruppi Parlamentari.

Ore 20: dopo il confronto Conte sale al Colle (il Quirinale) per rassegnare le sue dimissioni al Presidente Mattarella. E’ caos nel mondo mediatico, il Presidente dimissionario passa per via del Corso nella sua macchina dai vetri oscurati. I giornalisti sono tutti lì,chi prevede, chi riporta dichiarazioni, chi commenta e chi spera dentro di sé in qualcosa.

La notizia della buona notte avviene in tarda serata, la Lega ritira la mozione di sfiducia ma il destino è segnato, la rottura è avvenuta.

21 e 22 agosto: Elezioni o non elezioni?

Il Presidente della Repubblica svolge le consultazioni al Quirinale con il presidente emerito Napolitano, i presidenti del Senato e della Camera (Casellati e Fico) e i rappresentanti dei gruppi parlamentari. Alla fine delle consultazioni, il Capo dello Stato annuncia che ne svolgerà ulteriori, per appurare la presenza di una maggioranza in Parlamento per formare un Governo che scongiuri il ricorso al voto anticipato.

27-28 agosto: Le trattative

Dopo un secondo giro di consultazioni al Quirinale, intense trattative per una proposta di nuova maggioranza giallo-rossa (Movimento 5 stelle/PD), proposte di ricongiungimento della vecchia maggioranza da parte della Lega e proposte allettanti d’incarichi, a fine giornata dal Quirinale viene annunciato che il giorno successivo verrà conferito a Giuseppe Conte l’incarico di formare il nuovo Governo.

29 agosto: habemus…

Viene ufficialmente conferito a Conte l’incarico di formare il nuovo Governo. Egli accetta con riserva e afferma che inizierà le consultazioni per il nuovo Governo il giorno stesso. Habemus Conte bis, forse…

Una storia complessa, inedita sotto molti punti di vista nella nostra storia repubblicana e dall’esito ancora non scontato. La speranza per il Paese è che riesca a prevalere la buona politica e che il senso delle istituzioni vinca gli interessi personali e di partito, ma ogni scenario è ancora possibile e nel frattempo tutto rimarrà bloccato fino a quando non avremo una soluzione chiara e condivisa a questa pazza crisi d’Agosto.

 

-Maria Chiara Petrassi

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#NoJovaBeachParty

Ultimamente si stanno tenendo una serie di concerti sulle spiagge di tutta Italia sotto il nome di Jovanotti: la pop star italiana ha deciso di creare veri e propri party, con tanto di Dj Set, riunendo migliaia di persone sotto un palco assemblato sulla sabbia. Lo scopo primario di tutte queste date, a quanto dichiarato dal cantante stesso, doveva essere la sensibilizzazione sul tema della plastica, tanto che ha organizzato il tutto in collaborazione con il WWF Italia.  Uno scopo nobile considerato che Jovanotti stesso si è definito come una persona attenta alle tematiche ambientali. Forse però, questa volta, qualcosa gli è sfuggito.

Partiamo dalla prima contraddizione che si è andata a creare durante questo enorme evento: si pretendeva di diffondere il messaggio del “plastic free” (l’evento stesso, a quanto avevano fatto capire, avrebbe dovuto adottare questa politica), ma come si può pretendere di impedire a tutta quella gente di produrre rifiuti? Non si può e se ne è avuta la prova una volta finito il concerto, quando tutta la marea di gente si era ormai ritirata. È innegabile che si sia andato a creare un tappeto di spazzatura e di bottigliette di plastica, le stesse vendute all’interno dell’evento e acquistabili tramite dei token, anch’essi in plastica, che andavano a sostituire i soldi veri. Non doveva essere “plastic free”?

A rimetterci, come al solito, è Madre Natura. Ambientalismo e rispetto per la natura non si manifestano tramite il (finto) mancato utilizzo della plastica o ripulendo le spiagge il giorno dopo. Molte delle zone scelte per questa serie di concerti, infatti, sono riserve naturali che ospitano specie protette, che si trovavano in periodo di nidificazione e svernamento. Il disturbo antropico è già di per sé un grosso problema per diverse specie, in particolare per i limicoli, uccelli che si nutrono della fauna presente nella fanghiglia che si va a creare, per esempio, in riva al mare.

Un esempio importante ce lo porta il Fratino, specie a rischio proprio per la forte presenza antropica sulle spiagge, le cui uova sono di pochi centimetri e possono essere facilmente scambiate per piccoli sassi, in quanto hanno colori perfettamente mimetici.

In accordo con il WWF Italia, si sono naturalmente accertati che le località scelte non fossero abitate da questi piccoli pennuti. O quasi: una delle aree inizialmente scelte infatti era proprio la Riserva Naturale di Torre Flavia, a Ladispoli, uno dei pochi luoghi di nidificazione rimasti al Fratino. Fortunatamente, grazie anche all’intervento della Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli), hanno deciso di spostare l’evento in un’altra zona, al di fuori del perimetro della riserva.

Se la Palude di Torre Flavia si è salvata, tutte le altre località si sono sfortunatamente viste radere al suolo tutte le dune e sono state inondate da un forte inquinamento acustico, due cose che rischiano di compromettere un intero ecosistema.

Banchetti di street food che vendevano bottigliette e contenitori monouso in plastica e rischio di causare dei danni all’ecosistema. Qui la domanda sorge spontanea: come è possibile che il WWF Italia abbia appoggiato un evento del genere? Quella che è sempre stata ritenuta un’organizzazione di riferimento per l’ambientalismo, dovrà fare i conti con i mancati rinnovi della tessera per il 2020: molti suoi sostenitori, indignati per quanto accaduto, hanno apertamente annunciato, sotto diversi post su Facebook e su Instagram, che non rinnoveranno la loro iscrizione, dichiarandosi delusi dall’organizzazione.

Il punto è questo: in un mondo in cui tutta la biodiversità è messa costantemente in pericolo, se non si può fare affidamento nemmeno su quelle associazioni che si dichiarano in difesa della natura, al nostro Pianeta che speranze restano?

 

-Martina Cordella

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La città delle donne

È ampiamente dibattuto a chi vada il primato di “prima città della storia”. Con certezza si può affermare che nel corso del IV millennio a.C. sia avvenuto quel salto antropologico fondamentale definito “rivoluzione urbana”, cioè il processo storico che vide la nascita di quella nicchia ecologica in cui tuttora noi viviamo, procreiamo e progrediamo. L’Homo sapiens si è creato il proprio habitat attraverso le proprie capacità intellettive, linguistiche e tecniche. Fin dall’epoca pre o protostorica l’uomo ha cambiato l’ambiente circostante in vario modo, con incendi massivi, tecniche di caccia particolarmente efficienti, con l’irrigazione e le prime costruzioni. Ma in epoca storica ci fu la vera “fuga in avanti”: i sistemi di trasporto, di comunicazione, di difesa, di governo ed amministrazione, di approvvigionamento, conservazione e trasformazione delle materie prime definirono quello spazio, inizialmente sacro, chiamato città.

La “città degli uomini”, utilizzando le parole di Agostino, è una realtà organicistica, in quanto composta e prodotta da esseri viventi, e mutevole, poiché cambia parallelamente alle evoluzioni umane. L’habitat umano è cambiato nei secoli insieme alle abitudini umane, alle strutture, sovrastrutture e norme che hanno regolato il vivere e convivere sulla terra. Fra le mura cittadine, lungo le strade, le rotte marittime ed aeree, sono state combattute secolari sfide che hanno prodotto quel che noi chiamiamo “progresso”: culturale, artistico, etico, scientifico, politico, economico, tecnologico.

Se oggi osservassimo le nostre città noteremmo come, almeno secondo chi scrive, tre sono le attuali sfide, le cui poste in gioco non sono affatto indifferenti al nostro futuro: la questione ambientale, la difesa e promozione della democrazia, il processo di emancipazione femminile. Certo, va onestamente appuntato come tale visione sia inevitabilmente anche il frutto delle vesti occidentali che indossiamo, ma è altrettanto necessario appurare come queste siano sfide globali.

Tralasciando in questa breve riflessione le prime due questione, vorrei focalizzare i pensieri sulla terza. Sul piano giuridico e culturale, nelle ultime generazioni il più grande processo di emancipazione, di portata millenaria, riguarda la condizione delle donne. In epoca contemporanea, il primo duro colpo battuto in favore di una piena uguaglianza delle donne si ode nella Rivoluzione francese: è la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, scritta nel 1791 dalla drammaturga Olympie de Gouges (1748-1794), in analogia alla ben più fatidica dichiarazione del 1789. L’articolo 1 recita: “La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo”. Naturalmente rimase lettera morta. Olympie venne derisa, accusata di tradimento e quindi ghigliottinata, ma non prima di poter proferire parole mai ascoltate prima. Forse è la sua la sentenza più dirompente e scandalosa fra le frasi pronunciate in quegli anni. Agli ideali liberali e borghesi, di cui tutti siamo figli, unì un’idea di convivenza umana estremamente innovativa: quella paritaria fra uomo e donna.

Quella francese fu un’altra “fuga in avanti”, lì per lì sminuita e repressa, ma non dimenticata. Dalla metà del XIX secolo, secondo la storia di genere, abbiamo assistito a quattro ondate di femminismo. Se è vero, come affermava enigmaticamente Kubrick, che l’universo è indifferente all’uomo, di sicuro non lo è la Terra. La città dell’uomo si sta evolvendo, come è naturale che sia, e con provocazione potremmo dire che sta cambiando genere. Tutte le condizioni che svantaggiavano la donna e la rilegavano al ruolo procreativo, alla sfera domestica sono e stanno venendo sempre meno. Nuovi assetti sociali ed economici si stanno dibattendo, ed è esperienza quotidiana di tutti noi osservare come sempre più vivacemente i suoi effetti si palesano ai nostri occhi. Fortunatamente, potremmo aggiungere.

Ma la questione è peraltro legata a un altro tema centrale, molto più delicato quanto fondamentale per la nostra evoluzione culturale e per qualsiasi discorso sulla felicità. La libertà di amare. Le rivendicazioni economiche, sociali, politiche, in settori sia pubblici che privati, per quanto necessarie non completano il quadro rivoluzionario. Il destino dell’uomo coincide con il suo obiettivo, ovvero la ricerca della felicità. E questa non può avvenire senza un’ulteriore rivoluzione culturale. Attraverso un dibattito pubblico che affermi inequivocabilmente come solo percependo l’amore come una libertà universale si può giungere ad un nuovo livello di convivenza umana, ben più piacevole, rispettosa, e produttiva. Questo passo può risultare superfluo, o secondario a quello economico, ma non può esistere homo oeconomicus (colui che ricerca sempre di ottenere il massimo benessere e vantaggio per se stesso a partire dalle informazione e dalle capacità possedute, all’interno di un logica razionale) senza homo sapiens (colui che vive, comunica e socializza semplicemente per sua propria natura), non può esistere corpo senza anima, o forma senza materia se volessimo chiamare in causa Aristotele.

Se accogliamo la definizione di felicità quale la capacità di coltivare una vita libera, fondata sulla qualità delle relazioni umane che concorrono a orientarla liberamente, allora non si può non riconoscere come negli ultimi decenni vi sia stato un netto miglioramento nelle condizioni di vita (per tutti i sessi e orientamenti sessuali), e che questo sia da ascrivere anche ai frutti, volontari e involontari, del femminismo.

Poiché le relazioni umane sono effettivamente “progredite” rispetto al passato, poiché possiamo usufruire ancor più pienamente delle nostre capacità creative a livello sociale, poiché abbiamo la sfrontatezza di abbattere tabù millenari, di ipotizzare e realizzare orizzonti e percorsi di vita innovativi, di produrre filtri conoscitivi ed estetici personali, di unirci in rapporti e confronti emotivamente pieni, di sfruttare il crollo progressivo di inibizioni e la conseguente apertura di nuove prospettive, di progettare legami sentimentali, familiari e sociali attraverso un linguaggio inedito, che apre lo sguardo su uno spazio umano seducente ed inesplorato. Ora anche la donna rivendica il diritto a una sessualità fondata sul piacere, ad una vita indipendente, appagante secondo le sue individuali aspirazioni, di scegliere liberamente con chi e come essere felici, quando e se procreare. E ciò non può che essere fonte di felicità anche per l’uomo. Perché la felicità è godibile solo nella reciprocità. Perché la ricerca di nuove e più nutrire dimensioni esistenziali non può che arricchire l’esperienza umana, a condizione (imprescindibile) che esista la totale libertà di scegliere e amare.

Si sta innalzando una nuova città, che con ironia della sorte e senza timore possiamo presentare come la “città delle donne”, un luogo presente e futuro, probabilmente più inclusivo, ma che tassativamente presenterà le sue sfide. Non saranno sfide facili. Superarle o meno dipende, più che dall’economia, dalla politica e dalle regole ed istituzioni che definirà. Giudizio etico-individuale e agire politico-collettivo devono formarsi e rafforzarsi in vista di una nuova educazione, devono “trarre fuori” e coltivare il terreno necessario per questo nuovo habitat.

Ma attenzione. Abbiamo imparato che proprio in campo etico i passi avanti non sono affatto garantiti una volta per sempre, si può tornare indietro. Perché “l’uomo è una corda tesa fra la bestia e il Superuomo” rileggendo differentemente una celebre frase. Perché la storia non è una freccia unidirezionale già scoccata, bensì un turbinio di possibilità di cui siamo gli unici artefici. E qui preme comprendere consapevolmente e intimamente che gli artefici non saranno e non potranno essere unicamente le donne, ma anche gli uomini. Perché il progresso, come la ricerca della felicità, è un obiettivo umano.

 

-Alessandro Berti

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Caoslandia: la mancanza di un ordine globale

Quando la globalizzazione sembrava il destino del mondo, il Pentagono produsse un planisfero geopolitico che divideva il pianeta in due: l’area globalizzata, “ordinata”, imperniata su Stati Uniti, Europa atlantica e Nord euroasiatico e l’area “globalizzanda”, “caotica”, che investiva la fascia tropicale del pianeta, dall’America centrale all’oceano Indiano passando per la quasi totalità dell’Africa e del Medio Oriente, con incursioni sia nell’America del Sud che nell’Asia centrale. Nella mente di chi ci ha preceduto la fine della guerra fredda avrebbe significato la costruzione di un nuovo pacifico ordine globale in un mondo decolonizzato. Ma le aspettative, così vive nell’ultimo decennio del XX secolo, sono rapidamente evaporate e dalla coltre di vapore è emersa la “Caoslandia”, l’area di massima concentrazione dei conflitti, del terrorismo e della dissoluzione degli Stati.

Il mondo dell’ordine e quello del caos si toccano lungo alcune linee di faglia presso le quali interagiscono e si influenzano: il Mediterraneo, che convoglia verso l’Europa la pressione migratoria proveniente dal Medio Oriente e dal Nordafrica; l’Intermarium, sorta di nuova cortina di ferro tra il Baltico e il Mar Nero dove si concentrano le tensioni tra la Nato e la Russia; infine il Mar Cinese, la cui sovranità è contesa tra la Cina e gli Stati Uniti. Stati Uniti, Cina e Russia, all’interno di questo ordine, sono le tre potenze mondiali contemporanee. Gli USA sono la superpotenza e il loro predominio, nonostante le prime forti avvisaglie, non è attualmente in discussione. Il principale sfidante, la Cina, è ancora a distanza di sicurezza (seppur il suo passo diviene minaccioso) e deve affrontare l’offensiva di Washington su vari piani: da Taiwan alla Corea del Nord, dalla guerra commerciale alla competizione nell’intelligenza artificiale. La Russia agisce da grande potenza, ma ha mezzi molto limitati rispetto al periodo sovietico e ha problemi a conservare la propria sfera di influenza, come dimostra la guerra in Ucraina.

Secondo l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, attualmente, fra guerre internazionali, civili, conflitti etnici, guerriglie contro cartelli della droga, gruppi paramilitari ed anarchici, 40 sono i conflitti combattuti sul nostro pianeta. Ma a tale conta potremmo aggiungere il Brasile, che con la sua criminalità ha collezionato più di 63 mila morti nel 2017, o la Birmania, dove dal 1948 è in corso una strisciante guerra interna. Ma ancora, si potrebbero aggiungere le profonde e croniche tensioni politiche fra paesi come la Corea del Sud e del Nord, o fra l’area non autonoma del Sahara Occidentale e Marocco. Sono solo esempi. L’ONU, con le sue missioni di peacekeeping, sta intervenendo solo in 15 di questi conflitti, senza, per di più, registrare importanti risultati.

La pace è in minoranza, rendendo in minoranza l’Occidente. Per quanto non ci appaia lampante, quello che consideriamo essere il “nostro” mondo è un’eccezione all’interno del più variegato scenario mondiale. Stati Uniti, Canada, Europa occidentale, Oceania ed alcuni paesi del Sud America: solo queste aree godono della pace ad oggi. Ne discende un’inevitabile sfida economica, sociale e politica fra il mondo dell’ordine e Caoslandia. Mentre il primo sembra arretrare, crescendo all’interno di un isolamento e soffrendo l’incapacità di offrire un nuovo paradigma di convivenza internazionale, il secondo si espande, diffondendo l’instabilità che sempre più si avvicina verso i nostri confini.

D1UVesQWoAE0jc7Immagine ©Limes

I due conflitti mondiali, che segnarono la prima metà del “secolo breve” (il Novecento nella mente dello storico marxista Hobsbawn), distrussero le potenzialità egemoniche europee. Dall’idea che l’Europa dominasse il mondo, nel corso degli anni a cavallo fra XIX e XX secolo, nacque l’inevitabile corollario: chi guida l’Europa, guida il mondo. Ma dal 1945 non fu più possibile. Successivamente, il paradigma della guerra fredda generò, lungo la seconda metà del “secolo breve”, l’ultimo filtro con cui gestire il grande vortice di cambiamento mondiale, alimentato dal crescente processo decolonizzazione e da un tortuoso (ma non per questo condannabile) sentiero di crescita economica. Oggi la volatilità, l’incertezza istituzionale ed economica si diffondono a macchia d’olio in un “sistema mondo” che patisce un vuoto di potenza, cioè di controllo.

Il mondo globalizzato continua a crescere demograficamente ed economicamente, ma è percorso da diverse linee di tensione internazionale, alcune originarie del mondo dell’ordine e altre del caos. La questione ambientale, quella climatica, i possibili problemi dovuti alla robotizzazione e al fabbisogno di un cambio del paradigma energetico sono solo alcuni dei futuri fattori di crisi di lungo periodo. Osservando i nostri giorni, attraverso una visione onnicomprensiva della realtà, il sottosviluppo di alcune aree geografiche appartenenti al “caos” sembra essere il principale elemento di squilibrio e disfacimento, il quale possiede con l’esistenza di disordini militari e civili un reciproco rapporto di dipendenza. Lo sviluppo capitalistico, ormai è chiaro, sta incontrando dei limiti di sostenibilità ed applicabilità a livello globale. Il paradigma che continuiamo, giustamente, ad applicare all’”ordine” richiede necessariamente delle modifiche per essere impiegato come criterio di ricostituzione e regolazione del “caos”. Sono tutte sfide e minacce che non possiamo evadere e che richiedono di ampliare costantemente il nostro orizzonte di ricerca e osservazione. In un mondo sempre più interconnesso, dove la dimensione dei fatti politici, sociali, culturali ed economici è incessantemente in espansione, anche il nostro occhio deve allargare l’orizzonte di analisi e cogliere i nessi che uniscono le vicende del nostro pianeta nella sua interezza, nel suo ordine e nel suo caos.

Per comprendere il nostro attuale spazio e tempo serve un metodo ed un linguaggio nuovo, serve riscrivere la storia come “storia globale”, cioè, per dirla con le parole dello storico tedesco Sebastian Conrad, “una forma di analisi storica nella quali fenomeni, eventi e processi vengono inquadrati in contesti globali”, un approccio che supera le visioni monoculturali e parziali a favore di uno attento ad evidenziare le connessioni, gli scambi, le istituzioni, la circolazione di uomini, merci, capitali ed idee all’interno di processi storici che si esplicano su scala globale. In definitiva, “la storia d’Europa non fu mai solo una questione europea”.

-Alessandro Berti

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Meglio al cane che a una persona

È stato Kant il primo a dire che “Puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui tratta gli animali”. Nella scena contemporanea sono alcuni studi dell’FBI a considerare la violenza sugli animali come un crimine di classe A, un precedente grave che deve essere preso in considerazione come segnale premonitore di un comportamento violento.

Secondo la polizia di Sidney il 100% degli omicidi a sfondo sessuale ha avuto precedenti di maltrattamento sugli animali, motivo per cui hanno deciso di punire più severamente i reati contro esseri senzienti (non umani) e di catalogare e analizzare la ripetitività degli eventi per studiare lo sviluppo futuro delle azioni violente, non solo contro gli animali ma anche contro le persone. Il ragazzo che da piccolo maltrattava uccellini e gatti ha una buona probabilità di trasformarsi in un torturatore di persone.

Nel corso di una conferenza riguardante questo tema, Nino Marazzita, famoso avvocato difensore di assassini e serial killer, ci introduce all’argomento con queste parole: “Animali e uomini sono entrambi aggressivi, ma lo sono in maniera diversa: gli animali lo diventano di fronte a un pericolo, per difendersi o per soddisfare il bisogno della fame, mentre molti uomini sono aggressivi senza motivo”. Specialmente contro chi non può difendersi: diversi sono stati i ragazzi, anche molto giovani, che in preda a manie di protagonismo si riprendevano mentre infliggevano insensate violenze contro animali domestici.

Nel corso della stessa conferenza Patrizia Giusti, anche lei avvocato, ci spiega come cani e gatti siano i soggetti preferiti per i maltrattamenti: sono abbastanza piccoli da essere pratici e abbastanza grandi da soddisfare il bisogno di tale aggressività, almeno per un po’ di tempo. Arriveranno però a un certo punto in cui non saranno più abbastanza, a un momento in cui sentiranno il bisogno di fare un passo in più, un passo che li porterà a riservare lo stesso brutale trattamento inflitto agli animali anche alle persone.

La violenza sugli animali è un tema fin troppo sottovalutato; il pensiero comune è appunto “meglio al cane che a una persona”. Ma il cane è solo il punto di partenza. Rappresentativo è un altro caso portato ad esempio durante la conferenza, quello di alcuni ragazzi che, a seguito di un conflitto, uccisero brutalmente dei loro coetanei. Significativa è la risposta che hanno dato quando gli chiesero come avessero potuto farlo: affermarono che per loro era stato facile ucciderli perché nelle loro famiglie gli avevano insegnato a scannare i maiali. Una risposta inquietante e che lascia pensare.

Un gesto di crudeltà verso un animale non è da sottovalutare, altrimenti si rischia di tralasciare un potenziale soggetto pericoloso anche per le persone, che potrebbe decidere di agire in qualunque momento. Verrebbe da dire “inaspettatamente”, ma lo sarebbe davvero? I segnali di un carattere potenzialmente violento e aggressivo ci sono, basta solo saperli e volerli riconoscere, non ci si può nascondere dietro discriminazioni di specie.

 

-Martina Cordella