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Nuit Debout – Cos’è rimasto dell’insurrezione alla Francese?

Durante la Primavera del 2016 Parigi, insieme ad altre città francesi, ha conosciuto uno dei pochi movimenti insurrezionisti spontanei posteriori al 1968. Auto-organizzazione, democrazia partecipativa, ridefinizione del progetto sociale e politico nacquero simbolicamente in Place de la République. Il suo nuovo carattere, indefinibile, è solo banalmente riassumibile in una serie di rivendicazioni, che ha sconvolto la classe politica. Nonostante sia stato represso poco dopo l’estate e diviso in vari gruppi, bisogna chiedersi cosa sia effettivamente rimasto di quel movimento oggi, nella Francia di Macron.

Contesto

Il movimento di insurrezione spontaneo detto «Nuit Debout» – che si può tradurre malamente in “Notte ritta” – nacque con l’intento di creare una coscienza cittadina che rifiutava di “addormentarsi”. Tutto ebbe il 31 marzo del 2016, in reazione alla legge proposta dall’ex-ministro del Lavoro Myriam El-Khomri, pericolosamente simile al Jobs Act italiano. Si trattò di un movimento auto-proclamato nel contesto delle manifestazioni contro la cosiddetta “Loi Travail” (“Legge sul Lavoro”), organizzato dai movimenti giovanili e dai sindacati, che ben presto raggiunse il numero massimo di un milione di partecipanti. Si distinse inoltre dalle precedenti manifestazioni Francesi per la sua lunghezza e per la sua capacità organizzativa, ferma nella volontà di creare un’alternativa al di là della semplice protesta contro la legge.

Utopie in cerca di autore

Nel quadro malato della politica francese, contagiato sia dalla bassissima popolarità del Presidente della Repubblica, François Hollande (Partito Socialista), che dalla generale delusione giovanile nei confronti della politica, Nuit Debout mise in opera diversi esperimenti con l’obiettivo di sanare la ferita tra cittadini e politica. Alle riunioni dei vari collettivi di Piazza della Repubblica poté partecipare chiunque: lo scopo era di occuparla di continuo, di far incontrare studenti, operai e lavoratori di ogni tipo. Il movimento era riuscito ad alternare manifestazioni durante la giornata e riunioni durante la sera. Si impostarono esperimenti di democrazia partecipativa e varie commissioni tematiche per creare spazi di incontro e discussione: dall’ecologia politica alle violenze delle forze dell’ordine, dall’economia al femminismo, ma vi furono esperimenti più concreti come le biblioteche aperte con orari prolungati o gruppi di conferenze per l’educazione popolare. Venne rievocata la possibilità di creare di nuovo un’Assemblea Costituente, di ridistribuire il tempo di parola in modo più giusto. Un’iniziativa studentesca – “Alterfac” – tentò di aprire le università a tutti, non-studenti compresi (non si può entrare in una università senza tessera in Francia). Tuttavia ci si è dovuti porre la questione inevitabile del leader: chi sarebbe stato il capo di questo movimento? L’assenza di un leader definito – come d’altronde di una meta precisa – venne spesso criticata poiché impediva decisioni più concrete. Tuttavia alcune personalità politiche del Nouveau Parti Anticapitaliste del Partito di Sinistra, che diventerà poi la France Insoumise di Mélenchon, e degli ecologisti furono molto presenti durante le riunioni. E d’altra parte, numerosi erano i militanti senza nessuna tessera che si opponevano a qualsiasi operazione di “recupero” politico.

Ispirazioni

Nuit Debout è spesso stata paragonata al movimento spagnolo degli “Indignados” madrileni, anche per l’uso che venne fatto dei social network o per il coinvolgimento univoco di movimenti studenteschi, disoccupati, sindacati ed operai. Uno dei maggiori ispiratori nell’ambito della politica francese è stato il giornalista François Ruffin, autore del documentario Merci Patron! (“Grazie, boss!”) che denunciava le condizioni del lavoro salariato in Francia. Venne sviluppata, inoltre, una simbolica specifica che faceva riferimento a vari movimenti di insurrezione: l’Agorà Greca, l’uso del rosso e del nero come nel 1968, un rinnovamento del calendario con il mese di marzo simbolicamente infinito che ricordava quello dei Rivoluzionari del 1789 o quello Napoleonico. Inoltre le conferenze della commissione di educazione popolare si riferirono spesso a episodi rivoluzionari francesi famosi come il 1789, la Comune del 1870 ed il 1968.

Macerie Prime – Nuit Debout oggi

Nuit Debout si è sciolto dopo l’estate del 2016 a causa delle forze di polizia e dello scoraggiamento generale dei partecipanti, che vedevano una campagna elettorale in cui sembrava dominare la destra. I suoi militanti più attivi rimpolparono i ranghi del movimento “La France Insoumise” di Mélenchon oppure entrarono in altri gruppi anarchici, altri invece preferirono essere coinvolti nell’azione associativa piuttosto che nella politica. Nel 2017 è uscito a riguardo il documentario “L’Assemblée” della regista Mariana Otero. Il movimento tuttavia rimane vivo tutt’ora tramite il suo blog e alcune mobilitazioni che si focalizzano intorno ai diversi mutamenti cui si oppone, come la nuova legge sul lavoro del governo di Edouard Philippe, l’attuale primo ministro, o la “perennizzazione” dello Stato di Emergenza…

Le critiche che sono piovute sul movimento proponevano ognuna una diagnosi riguardo la smobilitazione avvenuta: per il regista ex-trotskista Romain Goupil sia l’assenza di un leader dichiarato che l’implicita gola che fece Nuit Debout a ogni movimento di sinistra hanno altresì impedito ogni progresso organizzativo. Per alcuni giornali, principalmente di destra, le debolezze del movimento risiedevano nella scarsità delle proposte, mentre l’uniformità ideologica era fortissima.

Alcuni link
– trailer del documentario L’Assemblée : https://vimeo.com/238592777
– servizio sul movimento di DW English : https://www.youtube.com/watch?v=vB4fJ2zFmeU
– il blog : https://nuitdebout.fr/blog/category/democratie/
– trailer di Merci Patron ! (in inglese) : https://www.youtube.com/watch?v=ch0HsuYu_TI

-Clelia Di Pasquale.

Studenti di tutto il mondo, unitevi!

Tous pour le peuple, rien par le peuple”. Così si esprimeva Voltaire a proposito di un tema scottante ai suoi tempi come ai nostri, il popolo; la visione del filosofo francese su un ipotetico cambiamento sociale, auspicato dall’intero movimento dell’Illuminismo, esclude la gente comune, vista semplicemente come “plebaglia”, e pretende di porre il fardello (quindi la libertà) di tale cambiamento su qualcun altro. Chi è questo qualcun altro? Gli intellettuali. Infatti chi frequentava i caffè? Chi dirigeva i giornali? Chi ideò il Dispotismo Illuminato?
Allo stesso modo, sembrerebbe che “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità” tanto esaltata da Kant non fosse, in realtà, per ogni uomo, ma soltanto per chi si arrogava il diritto di metterla in pratica. Ma da dove proveniva questa arroganza? Perché gli intellettuali si sentivano come gli uomini d’oro della Repubblica di Platone? La risposta sta nel fatto che questi individui provenivano tutti dallo stesso ceto sociale, la borghesia.
Ai tempi di Voltaire, infatti, i borghesi cominciavano a pesare sempre di più nel bilancio sociale delle nazioni europee; non solo erano un ceto di crescente potenza economica, ma stavano anche iniziando a costruirsi un’identità sociale, in modo da contraddistinguersi, e in ciò erano aiutati dal fatto che l’aristocrazia era, ormai, odiata per il governo scellerato di Luigi XIV e che i contadini erano esausti, esauriti dal lungo e faticoso regno del Re Sole. I borghesi trovarono il perno della loro identità nella Ragione, intesa come capacità di sfruttare le risorse del mondo grazie al loro intelletto (metaforicamente, allo stesso modo di Robinson Crusoe nel romanzo eponimo di Defoe). Questo, unito all’Etica del Lavoro e all’Onestà, li aiutò a distinguersi dal parassitismo aristocratico e all’ottundimento contadino. In realtà, tuttavia, questa Ragione di cui tanto si vantavano i borghesi non era altro che capacità negli affari, che gli permetteva di accumulare capitale e che ha cominciato a fargli pensare che tutto potesse essere posseduto con il solo pagamento di una somma di denaro; di conseguenza, l’Etica del Lavoro era mera cupidigia e l’Onestà soltanto ipocrisia. Appare chiaro, a questo punto, che l’“uscita […] dallo stato di minorità”, i borghesi se la sono comprata, acquistando la cultura presso le istituzioni educative. Proprio come Voltaire.
Nella borghesia di oggi, invece, il mito della Ragione è ovviamente sfumato: nello scenario da Morte di Dio in cui viviamo il ragionamento, la capacità di esercitare la propria razionalità, non trova più spazio, perciò i borghesi sono stati presi in possesso da forze irrazionali. La conseguenza più tragica di ciò è stata lo svilupparsi della cosiddetta Politica di Pancia, ovvero quel tipo di politica non più basata sull’ideologia come guida dell’azione e sulla democrazia come collaborazione tra cittadini, bensì sulla demagogia e, nei casi più estremi, sulla violenza.
Lo spazio in cui queste forze irrazionali trovano sfogo sono le manifestazioni, ma la manifestazione non è uno strumento di protesta borghese, in quanto la caratteristica principale dei borghesi, come afferma Marx nel Manifesto, è l’“Indolenza”. E, allora, chi è che dà loro “la sveglia”? chi ammaestra le loro pance e le sfrutta per rendersi potente? Nell’Italia di oggi, il Movimento 5 Stelle. Basti pensare agli strilli di Grillo, che attirano folle oceaniche di borghesi, in quanto hanno un effetto deviatamente catartico, perché non purificano ma fomentano. Il carisma perverso dei volti celebri del M5S avrebbe anche una connotazione erotica, poiché sembrerebbe fare breccia nella frustrazione sessuale borghese (andate a sentire cosa dicono le donne a Di Battista…). Ma non tutte le manifestazioni sono dettate dalla necessità di sfogo libidinoso, esistono anche quelle pienamente giustificate dalla richiesta di diritti. Fino all’epoca pre-Statuto alla seconda categoria appartenevano le manifestazioni operaie, manifestazioni proletarie in piena regola, perché messe in atto da persone il cui unico bene erano i figli (questa è, infatti, la definizione etimologica), le quali avevano e dovevano avere la speranza in un futuro migliore. In tempi recenti la manifestazione Contro la Buona Scuola, tenutasi a Roma il 17 novembre, rappresenta un esempio perfetto di questo tipo di proteste; centinaia di studenti, l grido di “lotta per la scuola, riprendiamoci i nostri diritti”, hanno marciato in mutande (come in una sorta di rivisitazione amaramente sarcastica del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo) da Piramide al Miur. Ciò che apparenta questi studenti e, in generale, tutti gli studenti di oggi ai proletari di ieri è la loro nuova posizione nella catena sociale. Se una volta gli studenti provenivano da famiglie borghesi e, quindi, avevano gli studi pagati dai genitori, adesso la maggior parte di loro sono anche lavoratori. Il fatto di dover pagare da sé i propri studi, ovvero di doversi dare al “lavoro salariato” (sempre Marx dal Manifesto), li rende più esposti alle contraddizioni del Capitalismo e allo sfruttamento dell’operaio che esso comporta. E ciò, in conclusione, fa nascere negli studenti il desiderio di lottare e di credere nel futuro inteso come Progresso Sociale (in questo caso, come rinnovo delle istituzioni educative per una migliore e più equa elargizione della cultura).

Manifestazione studenti 17 Novembre 2017

-Lorenzo Sgro.

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Autunni caldi

Chi di voi non ha partecipato almeno una volta nell’arco della sua vita, soprattutto liceale, ad una manifestazione studentesca?

Per alcuni era un momento di fondamentale discussione e contestazione sulle tematiche scolastiche attuate in quel preciso periodo, per altri un semplice modo di non andare a scuola quel giorno o, per altri ancora, un pretesto per creare scompiglio e mettere in atto la propria voglia di generare caos; in qualsiasi gruppo vi collochiate, però, è evidente che quel semplice giorno, mese, periodo vi è rimasto impresso, contribuendo a creare dei vividi ricordi. Ora, ci siamo mai chiesti come i vari slogan, movimenti e battaglie si siano evoluti in tutto questo tempo e durante tutti questi “autunni caldi”?
Di qualche mese fa sono gli ultimi eventi che hanno visto protagonisti gli studenti nelle piazze: il 13 ottobre e il 17 novembre 2017, ma il malessere che viene sottolineato dai ragazzi ha radici ben più lontane.
«Forse lo schermo era veramente uno schermo, schermava noi, dal mondo. Ma ci fu una sera nella primavera del ’68 in cui il mondo finalmente sfondò lo schermo»: questa citazione del film di Bernardo Bertolucci The Dreamers – I sognatori può essere un buon punto di partenza per ben delineare il famoso Maggio francese durante la primavera del 1968, da molti considerato l’apice della contestazione sessantottina in Europa. L’ondata che travolse la Francia in quel periodo non fu autunnale bensì primaverile, ma non ebbe ripercussioni solo nell’ambito studentesco (ed è proprio questo a sottolineare l’importanza di questo momento storico) ma coinvolse tutti gli ambiti della società francese degli anni ’60 del Novecento, tanto da far convenire gli storici su una suddivisione degli eventi in tre fasi: un “periodo studentesco” (3-13 maggio), un “periodo sociale” (13-26 maggio) e un “periodo politico” (27-30 maggio). Da Nanterre alla Sorbonne di Parigi, la protesta dilagò in tutta la Francia: la miccia che innescò l’incendio fu una riforma, proposta da Christian Fouchet (ministro dell’Educazione nel governo gollista di Georges Pompidou), che tendeva a creare un legame più stretto fra università e mondo lavorativo. All’inizio del 1968 il progetto, definito “tecnocratico”, creò diffusi malumori soprattutto nelle facoltà umanistiche, che si sentivano marginalizzate; il 22 marzo si registrò il primo atto di protesta, in cui circa 200 studenti occuparono la Facoltà di lettere dell’Università di Nanterre, sobborgo di Parigi. Ma Fouchet era solo una miccia casuale: già dal 1967 tutti gli ambienti giovanili d’Europa erano in fermento.

Ma quali erano i motivi che spingevano gli studenti a protestare?
Sovraffollamento delle università, incertezza degli sbocchi professionali, crisi dei valori tradizionali, scarso ricambio nelle classi dirigenti: in Germania l’epicentro del movimento fu Berlino Ovest, patria di Rudi Dutschke, capo carismatico degli studenti di sinistra. Quanto all’Italia, tutto era iniziò a Trento, dove gli studenti avevano occupato la Facoltà di sociologia con mesi di anticipo rispetto ai loro colleghi di Nanterre. Articolati in gruppi diversi, i vari movimenti dell’Europa Occidentale erano accomunati da alcune parole d’ordine: antiautoritarismo, anticonsumismo, rifiuto della “società borghese”. Da una certa fase in poi li accomunò anche una diffusa violenza, sia inferta che subita: l’Italia ebbe il suo “battesimo del fuoco” il 1° marzo, con la “battaglia di Valle Giulia”, nata dal tentativo di un corteo di entrare a forza nella Facoltà di architettura presidiata dalla polizia, mentre in Francia tutto precipitò quando le istituzioni decisero di usare il pugno di ferro contro gli studenti che si barricarono in altre università, dapprima quelle parigine e poi quelle dell’intera nazione. Da quel momento la protesta cambiò volto; ormai il “Maggio” non era più una semplice protesta studentesca, ma si era saldata con vertenze contrattuali di varia categoria, creando un connubio con il mondo operaio che di lì a poco sarebbe riuscito a paralizzare il paese con numerosi scioperi. Per la Francia gollista tutto ciò era inaccettabile e anzi, aveva quasi un sapore di eversione, percepita come tale non solo per i caratteri violenti che ebbe in alcune fasi, ma soprattutto per la denigrazione delle istituzioni e dei modelli di comportamenti tradizionali da parte dei rebelles della Sorbonne. Successivamente un ulteriore segmento della popolazione francese scese in piazza preoccupato di un probabile razionamento della benzina che sarebbe stato causato dai numerosi scioperi, e chiedendo a voce alta che venisse ristabilito, quanto prima possibile, l’ordine pubblico; il generale Charles De Gaulle sbalordì tutti, sciogliendo le camere e andando ad elezioni anticipate, senza ascoltare gli appelli dell’opposizione che chiedevano un governo di unità nazionale. Si concluse così quelli che molti definiscono una rivoluzione mancata, ma che comunque ha segnato (nel bene e nel male) un’intera generazione. Nei decenni successivi, sopratutto a causa del terrorismo di matrice politica, i movimenti e le proteste studentesche cominciarono a spegnersi un po’ in tutta Europa: nell’Italia degli ultimi tempi, complici le riforme volute da vari ministri nel corso dell’ultimo decennio del ‘900 e dei primi anni 2000, le proteste sono ritornate in auge portando istanze diverse (ma non distanti) rispetto alle corrispettive degli anni ’60. La scena politica italiana però è completamente diversa, come diverso è il mondo nei quali i ragazzi si trovano a “combattere” per ottenere voce in capitolo su ciò che li riguarda: i tagli alla spesa pubblica, in primis al sistema scolastico e universitario; una carenza di credibilità nella democrazia rappresentativa e nei partiti, che sembrano non prendersi più carico delle istanze della propria base elettorale; riforme scolastiche volte a una scuola pubblica maggiormente privatizzata; l’alternanza scuola-lavoro; l’accesso alle facoltà a numero chiuso e la conseguente difesa al diritto all’istruzione sono temi ricorrenti in questi ultimi anni di proteste studentesche, che nelle ultime settimane si sono legate anche ad una battaglia di carattere civile come quella dello Jus Soli.

Nell’autunno caldo (anche e soprattutto climaticamente parlando) del 2017 sembra che vi sia una nuova forza vitale all’interno di questa generazione di studenti consapevoli, pronti a lottare per diritti tutt’altro che garantiti. Nell’ultima manifestazione, organizzata dall’UDU il 17 novembre scorso, si chiedevano garanzie di natura economica e prospettive lavorative che non sempre devono essere cercate all’estero – altra parola chiave di chi in questi anni cerca di specializzarsi compiendo studi universitari e che vede fuori dal nostro paese l’unica possibilità per realizzarsi ed essere realmente considerati come professionisti. Nel mondo globalizzato di oggi gli studenti hanno ancora motivo di alzare la voce per far sentire le proprie istanze? Serve a loro, alle future generazioni, affinché credere in un mondo dove studiare ed essere retribuiti per quello in cui ci si è specializzati non debba essere visto come semplice utopia, ma come una realtà quotidiana.

«Un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la stessa politica.»
(Stefano Rodotà)

-Lucilla Troiano.

 

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Una sommessa utopia per l’avvenire

Viviamo in un’epoca, non storica ma personale, densa di contrasti che riguardano il singolo individuo: l’età che portiamo sulla nostra pelle ci identifica come un gruppo ben definito, ma solo a parole, una burocrazia di intenzioni, concetti espressi solo teoricamente ma mai resi tangibili. È latente nei fatti un impegno nel far sì che la gioventù possa alzare la testa verso il cielo e sperare nel bel tempo; ma non esiste un contrasto.

Tra giovani e vecchi, ovvero coloro che dovrebbero dare una mano ai primi, non possiamo che stabilire una inutile faida che mina la società dal suo interno e la proietta nella malattia più incurabile: l’incancrenirsi di tutte le speranze. Da sempre si è ragionato asserendo che i giovani sono sottostimati e i cosiddetti vecchi posti sopra uno scranno dal quale giudicano e tengono strette le redini del destino, perché no, di una nazione. In Italia abbiamo un numero impressionante di ragazzi in costante ricerca di un approdo lavorativo senza vedere mai l’orizzonte proprio a causa della strutturazione di una gerarchia, di una piramide alla base della quale si trova una generazione di under 20-30 e sulla sommità gli inamovibili vegliardi sulle cui spalle riposa un mantello di (nefaste) decisioni infrangibili.

Se si smettesse di considerare in modo differente individui di diverse età allora forse si livellerebbe il distacco, si viaggerebbe sulla stessa strada e non si verrebbe a creare un conflitto che dà vita solo a tensioni cicliche.

È inutile crogiolarsi nel disordine che stiamo vivendo oggigiorno, bisogna iniziare a scansare gli ostacoli e cambiare il modo di pensare; non solo il nostro, proprio dei rappresentanti di un mondo giovanile, studentesco, universitario o come lo si vuol definire, ma piuttosto di una società bisognosa di polmoni nuovi per respirare l’aria incerta dei tempi che verranno.

-Luciano De Vivo.

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Vorrei che il velluto tornasse di moda

Manifestazioni, cortei e scioperi sono stati indetti dagli studenti di tutta Italia, stanchi di essere presi come lo “zimbello d’Europa” o di sentirsi porre la fatidica domanda: «Ma quando ti laurei?» senza poter raccontare di come le condizioni in cui si studia, o si cerca di studiare, non siano le migliori per finire in tempo qualcosa di così importante il più presto possibile e al meglio, per evitare di essere tagliati fuori da quel mondo del lavoro per cui si sta studiando. Vittime sacrificabili di un sistema che non funziona, sempre gli ultimi nella lista delle priorità di quei ministri che rappresentano l’Italia e che dovrebbero tutelarci. Era giunto il momento di passare all’azione: il 17 novembre ricorre infatti la Giornata dello Studente, proclamata nel 1989 a seguito dell’eccidio di professori e studenti cecoslovacchi da parte delle autorità naziste e dopo la “Rivolta del Politecnico” di Atene. In questa giornata, nata appunto per poter mettere in rilievo la figura dello studente, spesso considerata alla stregua di un automa privo di opinioni, plagiato a immagine e somiglianza degli insegnanti, è stato proclamato nel 2017 uno sciopero che coinvolgeva gli studenti di tutte le età, dalla scuola superiore agli universitari, ultimo di una lunga serie di scioperi cominciati ad ottobre con l’apertura delle scuole. “Sembra il ’68 ma non è!”, verrebbe da pensare guardando la portata delle adesioni e i tumulti delle ultime settimane, ma è solo una facciata destinata a cadere. Un’altra rivoluzione che mi viene in mente, invece, è la Rivoluzione di Velluto: insorta a Praga da un corteo pacifico di studenti, la Rivoluzione di Velluto, anche detta “Gentile”, fece crollare “gentilmente” l’opprimente governo del paese in poco più di un mese. Considerando i tempi e le tendenze del momento, io mi considero una sognatrice convinta e penso a quanto sarebbe bello se da un movimento giovanile si scombussolasse questo sistema fermo da 10 anni. Un’utopia, forse, considerando che tra un progetto di alternanza scuola-lavoro praticamente inutile e un sistema di tasse universitarie aumentato del 60% in 10 anni, di pretesti se ne potrebbero trovare moltissimi, per una rivoluzione, ma nulla si sta muovendo in tale senso. Il 23 ottobre gli studenti Medi sono scesi in piazza per l’alternanza scuola-lavoro, o per meglio dire la non-alternanza scuola-lavoro. Sì, perché l’alternanza c’è stata (e pure troppa), ma di lavoro inerente all’indirizzo invece non ve n’è stato nemmeno per sbaglio: un percorso di perdita – economica, temporale e materiale – invece che di acquisizione di competenze utili al loro futuro. La ricompensa? Un’ottima preparazione nel tagliare i segnaposti, nel finire una serie TV sul PC in una redazione radio, nel servire le colazioni o un misero panino nel fast-food più famoso del mondo. In ambito universitario, invece, la situazione è più tragica del previsto, un allarme rosso a tutti gli effetti: l’Italia è infatti la terza in Europa per tasse universitarie più alte e dedica il 7,1% di PIL all’istruzione. inoltre, la ricerca è sottofinanziata.

-Caterina Calicchio.

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La festa delle donne

Due amici, Marco e Mario, hanno appena assistito a una mostra sui disegni di Leonardo da Vinci: Marco, appassionato di arte rinascimentale, l’ha apprezzata molto, ma non ha proprio capito perché nella prima sala è stata appesa una strana copia della Gioconda, scarabocchiata da un certo Duchamp e con il misterioso titolo L.H.O.O.Q. – opera che Mario invece ha molto apprezzato.

Essendo sabato sera, usciti dal museo i due decidono di andare in uno dei tanti pub del circondario – il quartiere, fino a pochi anni prima malfamato e pieno di prostitute, era stato bonificato e trasformato in un centro della movida cittadina, pieno di luoghi di ritrovo di ogni genere.

Mentre si dirigono verso una buona birra, Marco inizia a raccontare all’amico cosa avrebbe fatto con la sua ragazza il giorno dopo, per la Festa della Donna…

 

 

Marco: Prima di tutto le farò consegnare delle rose bianche – quelle rosse ormai sono trite e ritrite – e un biglietto con su scritto «Per ‘colei che solo a me par donna»; Petrarca eh, mica Francesco Sole! Poi la sera la porterò nel nostro ristorante preferito, un localino carino e pure abbordabile; poi anche al cinema a vedere un film-evento sul femminismo – dodici euro a biglietto! però spesi bene dopotutto – e alla fine finalmente a casa a… goderci la nottata d’amore! Che ne pensi? non ti sembra un bel piano?

Mario: …

Marco: Tu che farai con la tua?

Mario: Sesso anale.

Marco: Cosa?! Vuoi buttarglielo al culo?! Il giorno della Festa della Donna?!

Mario: Nonnò, voglio che lei lo butti al culo a me.

Marco: COSA?! Ma sei impazzito?! Come ti è venuto in mente?!

Mario: Io sono stato dentro di lei tante volte, per il suo giorno vorrei che lei provi la sensazione di stare dentro di me.

Marco: Ma questo non è naturale! Lei non ha il cazzo!

Mario: La Natura non vuol dire niente, e comunque le comprerò uno strap-on dildo: costa un po’, ma sono soldi spesi bene però.

Marco: Non ha un cazzo di senso! Lei non potrà sentire niente perché il dildo non è parte del suo corpo!

Mario: Sì invece che sentirà, ci sono persone che sentono le proprie protesi come parte di sé, e ci sono anche protesi robotiche che garantiscono una sensibilità naturale – e comunque noi ci amiamo, già sentiamo qualcosa di grande l’uno per l’altra.

Marco: Ma non è naturale!

Mario: No, ma il progresso sociale permette appunto di colmare le lacune della Natura.

Marco: Ma che stronzata è mai questa! Senti, capisco che tu sei un bisessuale, donne e uomini sono uguali per te, ma al culo lo puoi prendere solo da altri uomini, non da donne!

Mario: E questo è vero, ma quando stavo col mio ragazzo il rapporto era reciproco, lo mettevamo e lo prendevamo entrambi l’uno all’altro, e questo ci permetteva di stare alla pari; voglio che sia così anche con la mia ragazza.

Marco: Ma con le donne non si può fare! non può esserci reciprocità!

Mario: Questo lo dici tu perché sei soltanto etero e credi che in tutte le coppie ci sia la dinamica attivo-passivo, ma se andassi oltre i tuoi confini ti accorgeresti che non deve per forza essere così perché in realtà non è così.

Marco: E questa è un’altra stronzata! Se la mia natura è di essere eterosessuale che ci posso fare io? Me la tengo! non c’è nessun confine da oltrepassare! E comunque qui non stiamo parlando di sesso ma di rapporto tra i generi.

Mario: Appunto, il rapporto tra i generi è proprio di natura sessuale, quello con la madre, quello con la sorella e, dall’adolescenza in poi, quello con il femminile in generale: e soltanto passando attraverso il sesso si potrà raggiungere l’equilibrio.

Marco: E tu questo “equilibrio” lo vorresti raggiungere proprio il giorno della Festa delle Donne!

Mario: Certo, perché la Festa delle Donne rappresenta la volontà e l’aspirazione del genere femminile di raggiungere una condizione di uguaglianza al genere maschile.

Marco: Quindi vorresti dirmi che anche gli uomini dovrebbero essere uguali alle donne? Perciò dovrebbero, ad esempio, pure partorire?

Mario: Chissà, magari un giorno il progresso lo permetterà.

Marco: Tu sei pazzo! – Lasciamo perdere tutta questa questione, sennò non la finiamo più… Dimmi soltanto una cosa, che ne pensi della citazione di Petrarca sul biglietto con i fiori?

Mario: Penso che sia azzeccatissima, considerando la poesia da cui l’hai tratta, ma la mia preferita è questa:

«Ciò che piace al mondo è breve sogno».

-Lorenzo Sgro.

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La primavera araba, sette anni dopo

Il 17 dicembre 2010 un’ondata rivoluzionaria diffusasi in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrain, Yemen e Siria fece scendere in piazza milioni di persone chiedendo dignità: era l’inizio della Primavera Araba, un movimento che avrebbe trasformato le dinamiche sociopolitiche di tutto il territorio arabo. Cinque anni dopo i regimi fondamentalisti riottennero il controllo con la violenza: l’Egitto si trovò sotto una dittatura peggiore di quella precedente alle rivolte mentre in Siria, Libia e Yemen scoppiarono violente guerre civili. Oggi, a sette anni da quella rivoluzione che rese possibile una “politica della speranza”, le vittime sono centinaia di migliaia, i profughi milioni. Allo scoppio, i media occidentali considerarono la Primavera Araba come il frutto culturale e politico della nuova generazione connessa alla globalizzazione e videro nella caduta di Ben Ali e di Mubarak l’inizio di un periodo di transizione che – similmente a ciò che accadde in Est Europa nel triennio 1989-91 – avrebbe di certo avuto bisogno di molto tempo per stabilizzarsi, ma che alla fine avrebbe inaugurato una nuova era democratica. La visione occidentale non era completamente sbagliata: libertà e democrazia erano infatti caratteristiche salienti della rivolta, ma motivazioni più profonde dovevano essere cercate in ragioni sociali ed economiche piuttosto che politiche. Non può di certo considerarsi un caso che la rivolta sia partita da quei paesi che durante gli anni precedenti avevano vissuto un accumulo eccezionale di lotte sociali e di classe – Tunisia ed Egitto – e che gli slogan della rivolta non fossero meramente politici, ma riguardassero soprattutto temi sociali. Da questo punto di vista si possono considerare le rivolte in questi due paesi come un caso di rivoluzione sociale di stampo marxista dovuto al blocco dello sviluppo durante i tre decenni precedenti, con dei minimi di crescita che a loro volta registravano dei massimi di disoccupazione; ma mentre nei contesti tunisini ed egiziani vennero svolte insurrezioni relativamente pacifiche nei confronti delle classi politiche, in Paesi quali Libia, Yemen e Siria le circostanze oggigiorno rimangono disastrose. Per capire effettivamente la situazione si possono osservare i tassi di crescita economica nella regione a confronto con altre parti di Africa ed Asia. Non si può non notare quanto questi tassi siano molto bassi. Ciò significa che le economie sono state incapaci di creare posti di lavoro che rispondessero alla crescita demografica, producendo di conseguenza ineguaglianze locali e regionali. La coesistenza di benessere largamente ostentato e povertà estrema ha creato un’enorme frustrazione sociale, un problema peggiorato considerevolmente dal boom del petrolio del 1970. La questione reale nel 2011 non fu tanto, dunque, perché la rivolta sia scoppiata, ma perché sia servito così tanto tempo per avere un’esplosione di questo potenziale. La ragione del blocco economico può essere trovata nello sviluppo del neoliberismo all’interno del contesto Arabo: come la maggior parte dei Paesi nel mondo, negli anni ‘70 questi stati iniziarono ad abbracciare il neoliberismo e la sua tendenza a ridurre il ruolo dello stato dell’economia. Il declino dell’investimento pubblico fu compensato dal settore privato il quale, pur ricevendo molti incentivi, non fu comunque in grado di sopperire alle varie necessità. Questo modello di crescita a base privata, con le dovute condizioni, funzionò in alcuni stati come il Cile, la Turchia o l’India, anche se con un alto contributo sociale, ma nelle regioni Arabe, invece, questo modello non poté funzionare per via delle caratteristiche dei vari stati. La maggior parte degli stati Arabi, infatti, combina due caratteristiche: la rendita che frutta loro dalle risorse naturali o da funzioni strategiche, che costituiscono una parte dominante del PIL statale, posizionando tutti gli stati in una scala che va dal “patrimoniale” al “neopatrimoniale”; gli stati sono posseduti dal gruppo economico dominante, situazione che porta alla determinazione politica dell’orientamento delle attività economiche. Se si aggiunge lo stato generale politico di alta instabilità e di conflitti, si capisce come non ci sia stato alcun modo per far sì che il settore privato potesse agire da motore del miracolo economico come auspicato. Rimuovere  Ben Ali o Mubarak, a ogni modo, non portò a termine le agitazioni: il 14 agosto 2013, sei settimane dopo il golpe militare contro il governo della Fratellanza Musulmana, furono uccise più di 800 persone vicino alla moschea di Rabaa al-Adawiya al Cairo. Fu la prima ecatombe negli ultimi anni e pose fine a ciò che era rimasto della Primavera Araba. Non ci sarà stabilità nella regione, a meno di cambiamenti radicali.

-Andrea Menichelli.

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I vinti

L’Umanità si serve della tecnologia dalla preistoria. Nell’espressione più generale essa consiste nell’evoluzione puramente tecnica, negli strumenti creati dall’uomo per potenziarsi, per facilitarsi il lavoro e per renderlo economicamente più efficiente e più efficace.
Ad ogni progresso tecnologico si sono sempre accompagnati enormi cambiamenti dal punto di vista economico e conseguentemente della società a livello strutturale e culturale.
E’ opinione comune che la nostra cultura stia vivendo un momento di crisi – intesa come mutamento, senza giudizi morali- e che essa abbia una determinata correlazione con ciò che la tecnologia ci sta facendo, nel bene e nel male.
Entriamo sulla metropolitana e vediamo uomini e donne di ogni età totalmente assorbiti dai loro “telefoni intelligenti”, lontanissimi l’uno dall’altro nonostante si trovino a pochi centimetri, isolati con le cuffiette nelle orecchie. Una signora anziana si avvicina, vuole conversare nell’attesa raccontando storie più che vecchie ormai antiche, di un mondo che è esistito pochi decenni fa ma che è già storia.
E’ diventato reale ciò che soltanto una decina di anni fa sognavamo, ciò che ci procurava stupore è diventato parte della nostra routine
La gestione di uno strumento elettronico semplicemente con la pressione dei polpastrelli, comandi vocali, localizzazione da satellite con precisione di pochi metri.
La possibilità di entrare nella vita di qualcuno dall’altra parte del mondo, la diffusione istantanea e globale delle notizie, vere o false, insignificanti e cruciali, in una continua costante fagocitazione di immagini, video, volti che non rivedremo mai più.
E questo è solo ciò che vediamo come semplici componenti della massa. E’ soltanto l’inizio.
Dagli albori dell’essere umano l’utilizzo diffuso di ogni nuova invenzione diviene abitudine nel corso di non molto tempo. Non è difficile osservare come l’Uomo divenga dunque dipendente da essa, relativamente a bisogni legati alla sopravvivenza fino alla più semplice facilitazione nella vita quotidiana
Quello che ci aspetta è probabilmente un mondo nel quale l’uomo e la macchina diventeranno inscindibili, nel quale il concetto di Umanità verrà rielaborato, evolvendosi, come ha già fatto tante volte in passato. Ma non basta.
Questa volta si parla di strumenti che per la prima volta nella storia possono superare l’intelligenza e la comprensione non solo dell’essere umano, ma dell’Umanità tutta. Siamo riusciti a creare dei calcolatori che in un istante possono conoscere ed analizzare quello che l’uomo più geniale non riuscirebbe ad elaborare in mille vite.
Stiamo passando le colonne d’Ercole e non siamo ancora consapevoli di ciò che ci aspetta dall’altra parte.
Molto spesso tale rivoluzione viene demonizzata. In particolare nei paesi così detti “avanzati” si guarda alla tecnologia come produttrice di ansie e depressione, come fonte di alienazione. Si teme la perdita stessa della nostra capacità di pensare, si immagina una generazione di idioti incapaci di ragionare e creare avendo delegato ogni compito manuale ed intellettuale alle macchine e avendo perso la concezione di giusto e di sbagliato, l’uomo ridotto ad un “Serafino Gubbio Operatore” Pirandelliano, passivo e insensibile.
Questa visione è comprensibile, i cambiamenti ci spaventano e l’istinto di conservazione ci spinge al riparo da ogni possibile minaccia.
Tuttavia è probabilmente questo il concetto di progresso, che ha insito in sé il mutamento.
Verso cosa? Verso il meglio? Verso la distruzione?
Nel processo evolutivo non c’è spazio per la morale, ma solo per l’adattamento. In un mondo come il nostro, nonostante la selezione naturale sembra riguardarci sempre meno, non illudiamoci di poter sfuggire a questa legge.
Il progredire tecnologico verso un’intelligenza artificiale che rivoluzionerà il concetto di Umanità e si imporrà sull’intelligenza umana non è uno scenario apocalittico, ma è perfettamente coerente con ciò che nel corso dei millenni ci ha spinti fin qui, dal primo australopiteco al primo uomo sulla Luna.
Siamo collettivamente Noi gli artefici di questa evoluzione della quale stiamo soltanto vedendo la semina.
La sofferenza che proviamo nel cambiamento è reale e necessaria.
In ogni cambiamento sociale, politico, tecnico esiste chi si estingue, chi non è in grado di adattarsi.
Che sia tutta l’Umanità a non farcela o solo una parte di essa.
Sono “I Vinti” di cui già raccontava Giovanni Verga, coloro che non riescono a lasciarsi trasportare dalla fiumana del progresso ma che nuotano controcorrente, forse consapevoli della necessaria sconfitta ma incapaci di arrendersi, incapaci di rinunciare a se stessi e ai loro valori.
Ed è forse questa la caratteristica più Umana.

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Il lavoro nobilita l’uomo

E’ possibile parlare di rivoluzione del mondo del lavoro in una società iper-tecnologica?

Grandi pensatori dell’Ottocento come Charles Darwin a cui è spesso  attribuita la citazione usata come titolo, giunsero all’analoga conclusione di Karl Marx che analizzava il rapporto uomo- lavoro attraverso la celebre affermazione“il lavoro a rendere tale l’uomo” .

Vale ancora pensare al lavoro umano in questi termini, quando non riusciremmo a vivere e lavorare senza internet, a mettere da parte i nostri smartphone o tablet, a comunicare senza Skype, Twitter o le e-mail, a viaggiare senza aerei o treni?

Per molto tempo si è pensato che l’avvento di nuove tecnologie, le quali erano state progettate per velocizzare e soppiantare alcune mansioni prima svolte solo da mani umane, potesse portare alla drastica diminuzione dei posti di lavoro.  Il report “TECHNOLOGY AT WORK. The Future of Innovation and Employment” della Oxford Martin School e Citi GPS, analizza questi due fattori: da una parte il lavoro umano che fornisce al lavoratore un salario, dall’altra parte la macchina tecnologica sempre più affinata e che si avvicina sempre di più ad avere un’intelligenza artificiale.
Il dato che emerge non è quello che tutti si aspettano: i posti di lavoro non vengono tagliati, ma vengono specializzati, ciò significa che questo fenomeno ha provocato un innalzamento del livello minimo di competenze richiesto spostando molti lavoratori con media professionalità verso mansioni a basso valore aggiunto ed incrementando ulteriormente la disparità di reddito che si era delineata con l’industrializzazione.

Infatti, se le precedenti rivoluzioni sostanziali del mondo del lavoro avevano portato benefici per l’intera società, permettendo per esempio di produrre la Ford-T ad un prezzo accessibile ai più, lo stesso, a conti fatti, non si può dire per il web. Il digitale ha permesso l’accesso a contenuti gratuiti, ma per quanto riguarda il lavoro ha creato nuove mansioni, caratterizzate da un’elevata specializzazione le quali hanno rubato spazio ai lavoratori poco qualificati. Ciò che accadrà in futuro non ci è dato saperlo, ma secondo le previsioni del sopracitato report, lo sviluppo tecnologico, sempre più rapido, metterà, nel corso del prossimo decennio, ad elevato rischio sostituzione il 47% della forza lavoro statunitense. Per questo motivo si considera fondamentale che i governi capiscano l’importanza e la portata del fenomeno di evoluzione affinché si possano stabilire nuove regole del gioco prevedendo piani a lungo termine.

Tutto ciò è frutto di un lungo percorso che è iniziato dalla prima rivoluzione industriale e ha apportato nuove sfide, nuove opportunità: se da un lato la tecnologia distrugge determinati posti di lavoro, legati a mansioni meccaniche, dall’altra ne crea delle nuove, che richiedono nuove competenze. Ed è proprio questa la sfida per i lavoratori del futuro: acquisire quelle abilità che possano renderlo competitivo nel mercato del lavoro, senza dimenticare i diritti che verranno sicuramente rivisti.

 

-Lucilla Troiano.

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Disoccupazione tecnologica: cause, conseguenze e metodi di contrasto

Le macchine hanno irrimediabilmente diminuito il lavoro dell’uomo come abbiamo visto. ma la domanda che quindi ci poniamo è: come mai con l’avanzamento tecnologico il benessere non è stato ridistribuito tra le classi sociali ma, anzi, il divario tra ricchi e poveri è aumentato a dismisura?

Procediamo per gradi per capire dove abbiamo sbagliato:

i progressi della tecnica ci forniscono un nuovo strumento che, posto al centro della stanza, imbianca le pareti non lasciando neanche un millimetro quadro scoperto.

questa tecnologia diventa accessibile a tutti, chiunque ne usufruisce per ridipingere la propria casa spendendo poco. migliaia e migliaia di imbianchini restano senza un lavoro.

ora questi imbianchini sono chiamati a specializzarsi in una nuova mansione che sarà quella di manutenere le macchine che li hanno sostituiti, hanno quindi un nuovo lavoro pagato come il precedente con le stesse ore di lavoro. ma quanti imbianchini servono per controllare una di queste apparecchiature? beh sarebbe poco produttiva una macchina che necessita di tanti operatori quanti i lavoratori che ha sostituito, quindi, qualcuno di loro dovrà rimanere a casa. i ricchi produttori del marchingegno imbianca pareti, quindi, guadagnano sempre di più e i lavoratori rimasti a casa, invece, fanno la fame. questo semplice quanto intuibile processo è stato teorizzato ai tempi della rivoluzione industriale con il nome di “disoccupazione tecnologica”. I marginalisti chiudono gli occhi e fanno finta di niente, dando la colpa ai lavoratori che secondo loro sono troppo pigri ed è questo l’unico motivo per il quale non trovano lavoro. Qualcuno più saggio, invece, sostiene che non si può chiedere ai lavoratori di essere ancora più competitivi, lavorando per salari più bassi, quando già quelli di oggi non riescono a garantire la sussistenza dei lavoratori e delle proprie famiglie.

Ora, lungi da me esporre idee neo-luddiste, ma dobbiamo capire come fare in modo di distribuire il benessere tra le classi sociali dato che il liberismo ultracapitalista dei nostri tempi non è in grado di fornire le risposte. Nel mulino che vorrei la statalizzazione delle aziende porterebbe alla ridistribuzione del lavoro e del benessere ma tenterò di essere meno radicale per venire incontro a coloro che vogliono garantita la libertà di impresa economica. quando il neo-liberismo non era ancora giunto come inevitabile conseguenza della globalizzazione cancellando qualsiasi dibattito sulla disoccupazione tecnologica, gli stati hanno diminuito le ore di lavoro inserendo ferie pagate e pensioni per garantire una corretta ridistribuzione del lavoro (e quindi del benessere). ora le vie percorribili per raggiungere una parvenza di uguaglianza sociale sono due: continuare su questa strada, diminuendo ulteriormente le ore di lavoro e alzando i salari minimi aumentando i diritti dei lavoratori oppure avviare un percorso di ridistribuzione dei beni con un reddito di cittadinanza garantito a tutti i cittadini.
Le strade sono entrambe percorribili se si riuscisse a curare la grande piaga dell’evasione fiscale.

Qualunque sia il percorso da intraprendere ciò che è certo è che il socialismo rimane l’unica via percorribile per un mondo più giusto ed egualitario.

-Marco Parrulli.