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Psicologia del selfie, autoritratti nell’epoca digitale

Viviamo nell’era digitale. Nell’epoca in cui la maggior parte delle volte è più conveniente apparire piuttosto che essere. Nell’epoca della velocità, dove si viene costantemente bombardati da milioni e milioni di informazioni e di immagini: insomma nell’era dei social, degli smartphone, dei selfie. Il famoso selfie, osannato od odiato ma comunque da ognuno di noi scattato almeno una volta nella vita, è diventato parte integrante della quotidianità tanto d’aver guadagnato una voce nei dizionari di lingua italiana. Treccani ad esempio, lo definisce come “Un autoritratto fotografico generalmente fatto con uno smartphone o una webcam e poi condiviso nei siti di relazione sociale”. Ma il selfie è davvero figlio dei social network? In parte sì ed in parte no. Se difatti si pensa al selfie come ad un semplice autoritratto allora ci si può imbattere in esempi molto distanti dal periodo in cui tutti noi viviamo.

E allora torniamo per un attimo indietro nel tempo, precisamente al 1500, ed immaginiamo un giovane uomo tedesco di nome Albrecht Dürer che si autoritrae in quello che sarà poi il celebre “Autoritratto con pelliccia” in posizione frontale, con lo sguardo fisso verso lo spettatore ed i tratti del volto che ricordano quelli di Gesù Cristo. È come se quel giovane volesse comunicare tramite l’immagine la sua essenza, come se volesse far sì che il suo aspetto diventasse il simbolo di quello che in realtà egli è: un essere unico e quindi in parte divino. Ebbene, il desiderio di questo pittore è per certi versi simile a quello di una persona che oggi si scatta un selfie. Desiderio che è stato addirittura studiato da psicologi e definito in taluni casi come una forma di narcisismo, di autocelebrazione. Se infatti per molti un autoscatto è un semplice mezzo per fissare un ricordo o comunque rappresenta una normale fotografia, per altri le cose stanno in maniera diversa: esso diventa uno strumento per assecondare la necessità di ottenere ammirazione da parte degli altri. Tanto è vero che si parla di “Sindrome da Selfie”, riferendosi appunto a quelle persone che hanno sviluppato una vera e propria dipendenza: coloro che sentono il bisogno di fotografarsi in ogni dove e condividere tutto, ma proprio tutto, con i propri amici (virtuali). Cosa c’è però di diverso tra Albrecht Dürer e colui che si fa un selfie nel 2017? Semplice, di diverso c’è che nel 1500 non esisteva Instagram. I social network non avevano ancora fatto la loro apparizione nelle vite di noi esseri umani e questo rendeva l’autoritratto di Dürer meno “invadente” perché non così compulsivamente condiviso come un autoscatto di oggi. Il mondo in cui il pittore viveva e si autoritraeva era un mondo diverso da quello attuale, in cui si comunicava in maniera differente ed in cui un autoritratto appariva come un qualcosa di più “raro”.

Tuttavia definire un selfie solo ed esclusivamente come una forma di narcisismo può sembrare esagerato. È pur vero che nella realtà in cui viviamo, una realtà che spesso può apparire frivola e priva di spazi in cui si possa senza pregiudizio mostrare chi si è, un’immagine di sé può diventare l’unica opportunità per farsi notare dagli altri. Siamo ad ogni modo figli di un’epoca non così tanto buia che ha dei lati positivi tra cui, è ovvio, progresso e tecnologia. Se però il modo principale che una persona ha per farsi dire dall’altro “mi piaci” è oramai quello di scattarsi una foto davanti ad uno specchio e sperare che la “frase-effetto” selezionata con tanta accuratezza per accompagnare l’autoscatto (anche senza alcun apparente legame) ottenga il maggior numero possibile di likes, allora che razza di epoca è la nostra?

Per carità, autocelebrarsi una volta ogni tanto non può che essere un toccasana per la propria autostima e di nuovo, per carità, nessuno dice che il nostro modo di comunicare è sbagliato. Il selfie fa indubbiamente e definitivamente parte del linguaggio del Web (cioè del nostro linguaggio) ma dovrebbe avere lo scopo di raccontare chi si è, invece spesso lo si usa per falsare se stessi o la propria vita. Ed è già tutto così falso. La società di Internet, nonostante sia senz’altro la società del progresso, ha bisogno di riscoprire un po’ di verità e di sincerità. Ognuno di noi ha bisogno di trovare altre maniere per rappresentarsi ed autocelebrarsi, andando oltre l’immagine e l’apparire, perché ognuno di noi ha almeno un motivo per sentirsi unico e divino come Albrecht Dürer. Abbiamo l’obbligo di riscoprire chi realmente siamo, senza bisogno di un selfie che ce lo dica. Senza bisogno di cercare affannosamente il consenso degli altri, senza l’approvazione di nessuno ma solo la propria. Lo dobbiamo a noi stessi: per dimostrare che non siamo soltanto l’epoca del virtuale o la generazione dell’apparire. Noi siamo una generazione che sa ancora cosa sia la sincerità, noi siamo una generazione che sa anche essere.

 

-Serena Di Luccio.

Tra individuo e individualism

Guess who’s back con due pensieri che scaturiscono dai suoi viaggi?

Sono tornata in Austria, questa volta a Hagenbrunn un paesino tranquillo, dai tipici paesaggi accoglienti e pacifici. Appena usciti da Hagenbrunn ci si trova nella mitica Wien di cui abbiamo già parlato qualche mese fa di fronte una tazza di tè e una fetta di Sacher. Ricordate?

Oggi ero in metro, non la B direzione Laurentina, e ho pensato che la globalizzazione ci guarda da ogni angolo.
E devi imparare l’inglese così agevoli la comunicazione, puoi viaggiare e hai la lingua dalla tua, sarà più semplice utilizzare ogni cosa. Come se l’inglese fosse il punto di partenza per vivere.
Aspettate, fatemi spiegare. È ormai chiaro che in molte situazioni se si conosce l’inglese a livelli che superino lo scolastico the cat is on the table si è avvantaggiati. Però mi sembra che questa globalizzazione voglia annullare l’individuo in quanto tale, in quanto singolo, per poterlo porre su un piano superiore ma allo stesso tempo inferiore. Io ti voglio, ti voglio come parlante di lingua x – inglese di questi tempi – perché ti devi adeguare a determinate situazioni e non voglio vederti né patriottico né legato a qualsiasi cosa che non sia imposta da me.
È così che lo vedo questo pensiero di globalizzazione. Tutti uguali. Ma chi, ma dove?
Attenzione che qui non voglio vedere dita puntate verso di me con tanto di razzista scritto su, o racist, come preferite. Perché io stessa sono un agglomerato di culture differenti tra loro, io stessa sono una che con le lingue ci combatte quotidianamente, io stessa sono una che le serie tv le guarda in lingua originale perché i doppiaggi non si avvicinano minimamente a ciò che quella determinata lingua mi voleva comunicare.
Eppure mi dà fastidio vederci tutti all’interno di un grande contenitore, non ci stiamo bene. Non vi sentite stretti? Ed è per questo che sorrido, anzi amo rendermi conto che molte persone non si integrano.

Continuate a leggere.

L’errore che si commette spesso è quello di parlare di non integrazione se si vede, per esempio, un gruppo di ragazzi di colore che parlano “nella loro lingua”. Ancora una volta: non sono commenti razzisti, ma pensieri che provengono dal quotidiano guardarsi intorno. È quasi inevitabile pensare “queste persone non si sono integrate” solo perché tra loro non comunicano in italiano.
Ribaltiamo la situazione: voi e i vostri genitori, tutti parlanti nativi italiani, andate in vacanza a Londra.
Che lingua parlereste? Italiano? Ah, non vi siete integrati.
“eh, ma siamo in vacanza mica viviamo lì” okay. Vi trasferite a Londra, con i vostri genitori o altri italiani che lingua parlereste? Sempre italiano. E sapete perché? Non perché non siete integrati, ma perché sentite bisogno di conservare e portare avanti la vostra identità. La stessa identica cosa avviene per chi qui/lì in Italia conserva la propria identità.
Io stessa spesso e volentieri con mia madre e mio fratello parlo serbo in pubblico e non perché io non sia integrata in questa società o perché vi voglia escludere (anche se a volte la seconda opzione la adotto con tanta gioia – JK – ), semplicemente perché so da dove vengo e non voglio passare nemmeno un giorno della mia vita dimenticandolo. L’ho già dimenticato in passato e ha fatto male.
Per cui sono contenta se vengo un gruppo eterogeneo, un gruppo che presenta differenze… perché se tutti impiegassero i minuti persi a pensare alla non integrazione di alcuni in maniera diversa, ci si renderebbe conto della vastità di opportunità e colori cui ci troviamo di fronte, ogni giorno.
È come se ci trovassimo in un immenso giardino curato, un giardino pieno di fiori diversi che però non vogliono prevalere l’uno sull’altro. Coesistono.
Potremmo coesistere, ogni giorno un po’ di più.
Potremmo crescere, ogni giorno un po’ di più.
Preferirei questa globalizzazione.

Tu hai potere

“Oltre alle cosce sode, ai fianchi generosi, a due natiche rotonde e a un seno prorompente, doveva pur esserci qualcos’altro nella donna. Era così difficile definire cosa fosse una donna. Aveva conosciuto madri, sorelle, bambine e amiche e forse, consciamente o inconsciamente, si era pure identificata con qualcuna di loro, probabilmente con la madre o con la zia. Era convinta che la donna fosse un essere umano completo e che la sua permanenza sulla terra fosse guidata da desideri, sensazioni, sentimenti e idee che le facevano assumere un determinato atteggiamento, una determinata condotta di fronte alla vita”. Queste le parole di Mamani, scrittore e curandero peruviano, venuto a mancare il 20 ottobre dello scorso anno.

La donna nella cultura andina è decisamente l’opposto di ciò a cui siamo abituati perché – volenti o nolenti – siamo schiavi di una cultura maschilista e materialista, di una società che ha paura di vedere un po’ più di potere in mano a una donna. Nella cultura andina viene favorita la coscienza femminile, tant’è che nell’antico governo Inca esisteva una istituzione educativa molto prestigiosa che si occupava dell’educazione delle donne: la akklawasi (venne poi chiusa dagli Incas, successivamente distrutta dai conquistadores spagnoli). All’interno di questa istituzione si insegnava che “la donna è artefice della creazione e della consolidazione della società umana, l’asse attorno al quale ruotava quella società” (Mamani, La profezia della curandera).

Ciò che consentiva (e consente tuttora) di aver rispetto della donna e della sua figura è la presa di coscienza da parte dell’uomo di essere diversi. Diversità che non viene vista come “superiorità” dell’uno in confronto alla “inferiorità” dell’altra, bensì come una consapevolezza di ricoprire ruoli diversi ma complementari tra loro, in cui è proprio la donna forza generatrice e trainante: l’uomo è per natura più incline a perdere la rotta, la donna è lì per ricordargli in che direzione remare. La donna, in quanto dimora di una forza incredibile, ha bisogno di spogliarsi dalla costrizione sociale per poter capire che quella forza che possiede dentro di lei (spesso inconsapevolmente utilizzata in maniera negativa e distruttiva) deve indirizzarla verso progetti e idee sane, positive. Questa forza è direttamente connessa alla Pachamama (in lingua quechua Madre Universo), alla quale vengono riservati riti: è infatti la Pachamama colei che genera. Ma può anche distruggere per ricordare ai suoi figli di doverla onorare.

E le donne occidentali? C’è sempre più la diffusione di un modello americanizzato della donna: vista come oggetto da decoro il cui unico compito è quello di sorridere, scoprire il proprio corpo e non esporre la propria opinione. Ma dopo aver ringraziato i reality show per questa non-figura, bisogna ricordare che “le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di dimostrare nulla se non la loro intelligenza” (Rita Levi Montalcini). C’è quindi anche chi non accetta la sottomissione all’altro sesso, chi non accetta di rispondere all’appellativo di “sesso debole” perché non c’è nulla di debole nell’essere Donna.

Nonostante i modelli che la società cerca di imporre tramite i suoi continui luoghi comuni e tabù (ad esempio il non poter parlare liberamente del ciclo o della sessualità), c’è chi affronta la continua lotta per affermarsi, chi si mette in gioco tra una difficoltà e l’altra. Ma anche chi perde il suo obiettivo lasciandosi trascinare dagli avvenimenti, consentendo all’uomo di affermare la sua “supremazia” e finire davvero col sentirsi debole: ed è così che la forza rimane dormiente all’interno di esse, rendendo impossibile il taripaypacha (letteralmente epoca in cui incontreremo nuovamente noi stessi).

“Aveva dovuto usare in modo cosciente quel potere che ogni donna possiede dentro di sé, ma che molte hanno scordato di avere. Solo il sapere, la conoscenza, il coraggio d’osare e d’agire possono riscattarlo, esprimerlo ed elevarlo” (Mamani, La profezia della curandera).

Be not afraid: la storia di Veronica Guerin

Il 28 giugno 1996 Veronica è invitata dal Freedom Forum a Londra. Avrebbe dovuto tenere un discorso, lo aveva intitolato “Morire per dire la verità: giornalisti in pericolo”. Avrebbe parlato con passione del suo lavoro, invitando tutti a non avere paura di inseguire la verità.

Due giorni prima dell’evento, però, viene assassinata mentre è in macchina ad attendere a un semaforo.
Una moto, guidata da Brian Meehan, e dei colpi di pistola esplosi per mano di Patrick “Dutchie” Holland, riconosciuto come esecutore materiale dell’omicidio, interrompono la ricerca di Veronica Guerin.
Entrambi gli uomini fanno parte della gang di “Factory John”, che non venne condannato mai come mandante dell’omicidio, ma per traffico di stupefacenti.
L’Irlanda è sconvolta, disperata. Nessun giornalista era morto prima di allora per le sue indagini.

Veronica Guerin nasce il 5 luglio 1958 a Dublino, dove frequenta una scuola cattolica e sviluppa una delle sue passioni, quella per lo sport. Non solo tifosa del Manchester United, ma anche piccola e determinata calciatrice: a 15 anni gioca le finali di football irlandesi nonostante abbia un’ernia del disco.
Segue le orme del padre e si iscrive al Trinity College, dove studia contabilità. Veronica cambia carriera più volte, è una donna dinamica ed energica. Viene assunta dal padre nella sua compagnia, poi fonda una società di pubbliche relazioni e per due anni lavora come segretaria per il partito repubblicano irlandese.
La sua carriera da giornalista inizia nel 1990, quando accetta di vestire i panni di cronista per il Sunday Business Post e il Sunday Tribute. È da questo momento che Veronica fa della ricerca della verità, altra sua passione, il suo mestiere.

La storia della giornalista irlandese si incrocia inevitabilmente con quella della Dublino che lotta contro la piaga dell’eroina, il narcotraffico e la criminalità organizzata, della quale inizia a scrivere nel 1994 per il Sunday Independent. I tossicodipendenti a Dublino sono circa 15mila e nonostante i membri dei movimenti anti-droga provino a cacciare gli spacciatori dai quartieri, la figura del narcotrafficante si è ormai affermata ed ha acquistato potere.

La Guerin capisce che esiste un retroscena piuttosto cupo di Dublino e che per raccontarlo ha bisogno sia di fonti che facciano parte delle forze dell’ordine , sia di fonti interne al mondo criminale. Inizia a descrivere e a denunciare il marcio di cui si nutre la feroce Gangland. A causa della restrittiva legge sulla diffamazione che vige in quegli anni, lo fa in un modo particolare: parla del signor “Monk”, del “Coach” (il suo non sempre affidabile informatore, John Traynor) e del loro capo, il boss John Gilligan, in arte “Factory John”. Servendosi di pseudonimi e nomi di strade, racconta le vicende degli attori principali di quella brutta storia.

Veronica è abile, non ha timore e bussa addirittura alle porte dei diretti interessati. Racconta del terrore che vivono gli agenti del fisco e della facilità con cui molti malviventi riescono ad evadere dalle carceri. Sfida i potenti criminali che per due volte la minacciano di morte, sparando sulla sua casa prima e puntandole un revolver alla testa poi. Nel 1995 viene picchiata da Gilligan in persona.
Il Sunday Independent elabora un sistema di sicurezza e le viene assegnata la scorta, che la seguirà solo per qualche giorno. Secondo Veronica, la scorta ostacola il suo lavoro, mettendo a repentaglio i rapporti diretti con le fonti.
Sempre nel 1995 diventa la prima giornalista europea a vincere l’International Press Freedom Award, istituito dal Comitato Protezione Giornalisti e assegnatole per la sua instancabile lotta contro il crimine.

Dopo l’assassinio di Veronica, il parlamento irlandese promulga in una settimana il Proceeds of Crime Acts 1996 ed il Criminal Assets Bureau 1996, grazie al quale i beni acquistati con denaro sporco potevano essere sottoposti a sequestro dallo stato. Viene fondato il Criminal Assets Bureau. Si concludono maxi sequestri di armi e droga e le inchieste sulla sua morte portano a circa 150 arresti e reclusioni e nasce il primo programma destinato alla protezione dei testimoni.
Al Coach Garden House le viene dedicato un busto, sotto al quale sono incise tre parole: Be not afraid. La lotta di Veronica sembra quindi non essersi esaurita con la sua morte. E la fame di verità non si è ancora saziata. Veronica Guerin fa parte dei primi 50 eroi per la libertà di stampa nel mondo, selezionati dall’International Press Institute.

Veronica è stata una donna animata da passione, una lottatrice instancabile. Ha scelto di non fermarsi di fronte a niente pur di consegnare a tutti un’immagine veritiera della realtà. A lei va la passione con la quale ho scritto queste righe. Ad Ilaria Alpi, al suo collaboratore Miran Hrovatin ed al ricercatore Giulio Regeni va il pensiero. Con la speranza di riuscire a conoscerla, un giorno, la verità.

Non sono un pericolo, ma la spinta di tutto

“Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole” – queste le parole di Diego Cugia sotto lo pseudonimo di Jack Folla nella sua poesia Donne in rinascita. Quello di questo mese è un numero delicato ma al tempo stesso forte. Lo pensavamo già da un po’, era il nostro sogno nel cassetto. Volevamo parlare della Donna consapevoli di aver più che mai bisogno di trovare le parole più armoniose, perché quando si parla di noi vanno scelte attentamente le parole, e non solo.

Poniamo attenzione alla sintassi, alle virgole, all’intonazione. Si potrebbero definire come peculiarità dell’esser Donna. Tramite le storie qui raccolte la Donna emerge non come oggetto ma come soggetto (vedete, basta una consonante a ribaltare la situazione), come protagonista principale di ciò che accade.

Protagonista indipendentemente dal credo, dalle origini, dai tratti somatici… c’è chi la definisce come motore del mondo, ed è così che ve la presentiamo nelle sue infinite sfaccettature, analizzate da più angolazioni. Vestita dei suoi dubbi, delle sue certezze, delle sue domande; perché la Donna si interroga sempre, ad ogni età. Non esiste argomento che venga ignorato da essa, che sia come nasce un fiore o perché c’è tutto questo odio al mondo, Lei si interroga. Implicitamente consapevole fin da piccola che l’interrogarsi sarà una di quelle azioni che l’accompagnerà per tutta la vita, principalmente quando le sembrerà che tutto stia andando per il verso sbagliato.

“È da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così scomposta in mille coriandoli che ricomincerai, perché una Donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti”, troverà sempre un modo per far nascere da quel dolore uno dei fiori più belli, Lei stessa; non si sa da dove ma comincerà, all’inizio sarà difficile, completamente nuda davanti al mondo intero e sopratutto davanti ai suoi occhi; nuda ai giudizi della gente che osserverà con occhio critico ogni minimo passo aspettando di vederla cadere, sbagliare, fallire.

Ed è così che la Donna diventa implacabile arbitro di se stessa. Non è per niente facile a causa della cultura puramente maschilista che sempre più prende piede al giorno d’oggi. Basti pensare ad un avvenimento assai recente: il festival di Sanremo in cui si sa che ogni anno da quella passerella scenderà un pezzo di gnocca che lascerà tutti per un momento senza fiato e senza parole. Ma cosa accade se, come quest’anno, oltre ad essere bella è anche con un pizzico di intelligenza? Ciò che è capitato alla Leotta che ha deciso di spendere due minuti a incitare le Donne a denunciare qualsiasi tipo di violenza ed è proprio da parte del pubblico femminile che le giungono critiche, con la classica frase “con un vestito del genere non si può parlar di privacy” non è bullismo, forse?

Nonostante ciò la Donna è l’equilibrio di cui un uomo ha bisogno nel suo percorso, la Donna è sorpresa, è un “non me lo sarei mai aspettato, eppure è una Donna”. Essere Donne significa mettersi alla prova ogni giorno, significa essere sotto la luce forte dei riflettori, è sinonimo di bersaglio a cui tutti mirano e di identificazione tramite il giudizio maschile.

È un ruolo difficile, a volte sottovalutato, costellato da giudizi, minacce, commenti, critiche; probabilmente si tratta di avere tanta energia, forza di volontà e riuscire a guardare sempre avanti perché non è permesso abbassar lo sguardo nonostante Lei, spesso, vorrebbe tanto lasciarsi andare e mollare la presa.

Ma non lo fa, perché consapevole già delle conseguenze. Non lo fa e stringe i denti e i pugni, sorride ai suoi figli e prepara la cena, come tutti i giorni, come tutte le sere.

Essere Donne, però, è anche andare oltre. Oltre la famiglia, i figli, la casa. Non siamo più gli angeli del focolare (o forse non lo siamo mai state). Non ci sforziamo più, o almeno non dovremmo, di apparire perfette agli occhi di un uomo o di altre Donne: brave in cucina, nella cura della casa, nei lavori consoni al gentil sesso. Non siamo più il gentil sesso.

Ormai siamo quelle che vanno a prendersi ciò che vogliono anche con arroganza, che aprono gli occhi ad un mondo addormentato su cuscini di piume d’oca e pensieri antiquati. Non abbiamo più bisogno di emergere agli occhi della gente per darci un valore: siamo già un valore. Non siamo grandi soltanto quando ci troviamo dietro ai Grandi Uomini: siamo già noi i Grandi Uomini. Abbiamo una testa pensante e gambe su cui poter camminare da sole: poco importa se ai piedi portiamo scarpe con il tacco, scegliamo noi la direzione e i passi da compiere.

Eppure siamo le Donne di politica che vengono giudicate per il colore del completo che indossano, che sia dal verde al blu elettrico; siamo quelle che non riusciranno mai a trovare stabilità nella vita a meno che non riescano a trovare un uomo in grado di soddisfare le loro aspirazioni; siamo quelle che non possono pretendere di continuare a lavorare se hanno anche il desiderio di diventare madri: vuoi fare troppe cose, poi. Siamo quelle che non sono libere di allattare in pubblico perché è da molti considerato un atto osceno. Siamo quelle che se il rossetto è troppo scuro ma cosa ti salta per la mente, non è adeguato!

Siamo le nipoti delle streghe che non avete bruciato, ma anche le ragazze che diventano merce, non appena si scoprono un po’ di più. Dovremmo essere meno prede e più leonesse. Meno Natura Madre e più forza distruttrice. Dovremmo essere libere. Di poter scegliere, coltivare sogni, camminare per strada indossando un vestito senza dover abbassare lo sguardo o sentir fischi o apprezzamenti poco piacevoli.

Siamo nate Donne, non madri. Il ciclo non deve essere un tabù e l’aborto, quando si effettua per scelta, non deve essere l’ennesimo punto da aggiungere ad un curriculum da sgualdrina perché se solo tu ci avessi pensato prima…

Siamo nate Donne, non schiave. Non abbiamo padroni, abbiamo padri e mariti, fratelli e zii, ma la nostra vita deve restare nelle nostre mani, tutto il resto è uno sfondo.

Siamo nate Donne, non oggetti. Anche se per le menti ristrette sembra impossibile, facciamo persino ragionamenti insieme al caffè e aggiustiamo situazioni oltre ai vecchi jeans, e le nostre labbra non sono solamente un oggetto di decoro ma ci permettono di farci sentire dal resto del mondo.

Siamo nate Donne, non amanti. Alcune si sposeranno e saranno mogli fedeli e devote almeno quanto i loro mariti nel percorso d’amore dai fiori d’arancio in poi, altre saranno sole, altre sceglieranno di essere sole ad esclusione dei weekend, altre sceglieranno di non essere mai sole, altre ancora di iniziare a vivere in coppia dopo anni.

Siamo nate Donne, non creature indifese. Combattiamo e ci difendiamo da tutto e tutti: dagli sguardi animali su un tram e da chi crede che tu abbia venduto anima e corpo pur di raggiungere determinati traguardi o chi spera che tu non li raggiunga mai. Iniziamo battaglie e facciamo diventare vittorie persino le sconfitte. Combattiamo contro persone, ideali e malattie alcune delle quali hanno persino un nome, come cancro o tumore, ma si è troppo spaventati per chiamarli diversamente da “Grosso Male”.

Siamo nate Donne, ma anche uomini. Perché è strano sentire come anche gli amici più cari e vicini si stupiscano quando ascoltano i nostri discorsi che sono così simili per così tanti aspetti ai loro. Siamo anche uomini, perché da qualsiasi occhio venga osservata la vita, bisogna viverla sempre al massimo.

Donne, coscienti della difficoltà del ruolo che ci è stato affidato e coscienti del potenziale che possediamo per non lasciarci scappare nessuna giornata, nessuna opportunità, nessun sorriso.

Martina Grujić, Francesca Romana Petrucci, Beatrice Tominic

Foto di Alessandra Catalano

Il matriarcato: quando la donna è il “sesso forte”

Immaginate un mondo in cui la donna ha il potere ed è ricca, il capo famiglia è una donna, il datore di lavoro è una donna, chi corteggia è la donna, in cui chi dà il cognome ai figli è la madre. Un mondo un po’ strano, per certi versi…un mondo “alla rovescia”. Eppure questo mondo esiste, e si chiama “matriarcato”.

Il Corriere della sera definisce il matriarcato come una “Istituzione sociale in cui la donna ha il predominio e il potere in quanto madre e capo famiglia”. La donna predomina, quindi è la madre che ha l’autorità. Ma perché predomina? Principalmente per ragioni economiche: è lei che possiede la ricchezza, che nella maggior parte delle tribù organizzate secondo questo modello sociale significa possedere la terra. Difatti, quando in epoche passate gli uomini per motivi di caccia o guerra abbandonavano i propri villaggi, erano le donne che dovevano gestire le case ed i campi posseduti. Da questa potenza economica si passò poi ben presto ad una potenza sociale.

Le comunità basate sul matriarcato sono oramai poche, ma ancora esistono: ci sono in Giappone, in Cina, in parte dell’India meridionale, in Malesia. E secondo alcuni studiosi il matriarcato è il sistema sociale più antico del mondo, più antico anche del patriarcato: antropologi come L.H. Morgan e soprattutto J.J. Bachofen lo consideravano infatti come la fase primitiva di organizzazione sociale.
E allora vediamo meglio come funzionano queste “particolari” società. Si tratta di collettività in cui il progresso così come lo intendiamo noi è inesistente, in cui si vive in condizioni quasi primordiali: sono in gran parte società agricole, strutturate in clan.

La donna è colei che lavora e che possiede interamente i beni del clan, tramandati di madre in figlia. Curioso è l’istituto del matrimonio. Le matriarche scelgono i propri sposi ma ovviamente non prendono il loro cognome né vivono insieme a loro. Gli uomini sposati, infatti, non devono e non possono lasciare la casa materna: è solo durante la notte che si recano dalle proprie mogli, per poi all’alba far ritorno dalle madri. Un matrimonio “ad ore”, potremmo dire, dove l’uomo conta poco o niente, tanto che neanche i suoi figli gli riconoscono autorità: l’unica autorità legittima è quella della madre, il padre biologico non ha voce in capitolo.

In alcune di queste società inoltre, il matrimonio addirittura non esiste. Esistono la famiglia, il sesso e l’amore ma per il matrimonio non c’è spazio. È quello che succede per esempio tra i Mosuo, gruppo etnico cinese che vive nelle province dello Yunnan e del Sichuan, al confine col Tibet, in cui sono le giovani donne che decidono chi deve essere il proprio compagno (attenzione, compagno e non marito) e mai il contrario.

Il “prescelto” può passare la notte con la donna, ma non gli viene mai permesso di convivere con lei: questa tradizione è chiamata dello zou hun, ossia del matrimonio passeggiata. Quando all’interno di una casa vi è presenza maschile, che sia per una sola notte o per più di una, questa viene “segnalata” agli altri uomini mettendo un cappello davanti alla porta. Tra i Mosuo, la donna non ha assolutamente l’obbligo di essere casta; il sesso si vive in maniere del tutto libera, senza alcun pregiudizio, ed è la donna che decide anche a tal proposito: può cambiare partner quando desidera, scegliere a proprio piacimento chi far entrare nella propria stanza, seguendo istinto o sentimenti. La donna è madre ed amante ma mai moglie.

La sua famiglia sono i suoi figli ed i suoi fratelli. In quanto società basata sul matriarcato, poi, è sempre la donna che amministra ogni aspetto della vita economica, sociale e familiare e che prende le decisioni più importanti anche se gli uomini danno il loro contributo, svolgendo comunque mansioni meno impegnative.

Si potrebbe dire quindi che il matriarcato è “un patriarcato al contrario”? Forse sì, forse no. Quello che è certo è che in entrambi i sistemi vige un principio: quello del dominio, del controllo. Cambia il soggetto, ma non il funzionamento: è la donna che prevale sull’uomo o viceversa; è la donna contro l’uomo o viceversa. Ma deve per forza essere così? Ci deve per forza essere un “sesso debole” ed uno “forte”? Forse l’unica verità è che l’uomo è debole senza la donna, la donna è debole senza l’uomo. Forse è arrivato il momento di creare una nuova forma di organizzazione sociale, in cui non c’è un soggetto che ha la meglio sull’altro, in cui uomini e donne svolgono le stesse funzioni, collaborano per il benessere comune, hanno pari dignità e pari diritti, non esistono “capi famiglia” poiché la famiglia non ha bisogno di autorità ma di amore, unione e dialogo, non ci sono discriminazioni di genere perché le opportunità non si differenziano in base al sesso, perché le scelte delle donne hanno lo stesso valore di quelle degli uomini.

Una società insomma, in cui non è per niente vero che “dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”, ma accanto ad ogni grande uomo sì, c’è una grande donna.

She needed a hero so that’s what she became

Nel negozio in cui sto lavorando Natale inizia a Novembre e già da metà Gennaio è tutto pronto per San Valentino. In mezzo ai lucchetti rosa e alle rose rosse, fra i marshmallow a forma di cuore e i guanti per fare in modo che le coppie si tengano per mano nonostante il freddo, non si sono dimenticati neppure del carnevale alle porte del mese di Febbraio. Le orecchie da topolino o la parrucca da frutto? Ardua impresa scegliere il giusto accessorio da sfoggiare nel vortice di coriandoli lanciati in piazza. Le mamme, in preda all’ansia da costume più delle figlie, spesso mi chiedono come sia possibile che vi sia così poca scelta per le bambine, mentre per i bambini vi siano papillon, cravattine e cappelli da cowboy.

Nessuno lo vede. Nessuno, tranne me. Troneggia su un’intera fila, sopra ai cerchietti con il cappellino da fata rosa, lui. Probabilmente è il costume perfetto per una piccola me che si è sempre travestita da pagliaccetto o fatina (rigorosamente turchina): il costume da supereroe. Lo faccio notare, è bellissimo. Cintura, maschera e polsini, tutti decorati con saette. Rosato e rosso intenso l’uno, celeste e blu l’altra variante. Lo propongo, estasiata, come quasi dovessi indossarlo io. Ma no, non va bene. Sorrisi stizziti e occhi fuori dalle orbite, talvolta un “ma è da supereroe, è da maschietti”. Qui le voglio, le care mamme.

Così attente ai particolari, alle calze nere e alle décolleté di camoscio leopardato, ma così impegnate a rivestire le loro figlie ( dopo aver fatto anni di pratica con le Barbie prima e con i chihuahua poi) con vestitini rosa e paillettes come bomboniere da prima comunione da non accorgersi che nell’angolo a destra di quella bustina di plastica ad indossare l’equivoco travestimento è una bambina. Una bambina con gli occhi vispi e i capelli lunghi che se anche fossero stati corti poco sarebbe importato. Una bambina che se anche fosse stata un bambino non avrebbe potuto proibire ad una mamma di comprare quella maschera alla propria figlia. O forse sì? Inadeguato. “Ma insomma, è pur sempre un supereroe, chissà cos’hanno in testa ‘sti danesi”.

“Chissà cos’hanno in testa st’italiani”, penso io che sono cresciuta con le storie delle principesse Disney che trovano il loro dolce epilogo solo con un principe (Frozen e Ribelle The Brave erano ancora lontani dall’essere concepiti concretamente), ma che ogni mattina vedevo combattere come solo una donna sa fare Xena, sentendo nominare qua e là personaggi che avrei approfondito soltanto tempo dopo negli anni di liceo. Io che non sono della stessa idea della Mazzantini e che credo che le persone siano in grado di salvarsi anche da sole, che siano uomini o donne. Si salvano, con acciacchi e fatica sì, ma prima o poi riescono, basta pensare di farcela. Basta pensare di poter essere ciò che si vuole. Anche se si tratta di essere un supereroe celeste in una favola che vede di buon occhio soltanto principessine rosa.

Ma io chi sono se non ho te?

“Who am I to tell my private nightmares to if I can’t tell them to you?”

Frase emblematica della fiducia, pronunciata da Estragon – uno dei due protagonisti principali di Waiting for Godot di Samuel Beckett. Con questa frase si mette in dubbio l’essenza dell’uomo: la persona che la pronuncia, la persona a cui viene rivolta. Ma io chi sono se non ho te?

Più vado avanti con il tempo, più imparo a scoprire qualcosa dai volti delle persone, dalle loro espressioni e spesso non-espressioni, e più mi rendo conto di quanto si stia vivendo una sorta di non ritorno. Sembra che più si va verso il domani e più si ha bisogno di un appiglio. Come se ci fosse una clausola della vita che ti dice “sai, tu puoi continuare a vivere, fai ciò che ti pare, ma abbi paura di restare solo”. Ed è così che vedi che si cercano certezze, ovunque; dai più piccoli ai più grandi.

Il piccolo supereroe (fittizio o reale) per un bambino, un amico, un amore (che Dio ci salvi dai falsi amori e dai falsi sentimenti, vogliamo la realtà!), o una canzone… quanti di voi hanno bisogno di un piccolo gesto che, puntualmente, segni la quotidianità?

C’è chi trova il piccolo appiglio in Paolo Fox, chi nel libro che ha sempre nella propria borsa, chi nel taccuino che porta con sé. Io stessa quando sono sul treno ho bisogno di avere le mie cuffie. Guai se le dimentico a casa o nell’altra borsa: le voglio con me, mi devono in qualche modo proteggere dalle risa isteriche e false di chi occuperà il mio stesso vagone. Specialmente la mattina: nun ve vojo sentì.

“You’re my only hope” – questa volta è Vladimir, il secondo protagonista, a parlare. L’essere umano cerca un contatto, cerca ma non si muove come se gli fosse dovuto ricevere qualcosa senza mai sforzarsi. Sarebbe bello se tutti smettessero per un attimo di stare fermi, se ci fosse movimento. Non come questi due, Gogo e Didi che, in un periodo di incertezza e crisi, rappresentano ciò che effettivamente l’uomo è, ovvero molti dubbi e pochi certezze, infatti dicono ancora “nothing is certain when you’re about”. Crisi, movimento, stasi. Sarebbe meglio, ma per chi?

E: Well, shall we go?
V: Yes, let’s go.

Stanno fermi, ancora.

E: Don’t touch me! Don’t question me! Don’t speak to me! Stay with me!
V: Did I ever leave you?
E: You let me go.

Rispecchia perfettamente le situazioni che ci circondano: non voglio che tu sia presente ma voglio sentirti vicino. L’essere umano che è complesso, anche se nessuno c’ha insegnato ad esserlo. È forse semplicemente più comodo cercare di aggrapparsi a qualcosa. Andiamo avanti così, tra le intemperie che incontriamo, ma forse è meglio.

V: You must be happy, too, deep down, if you only knew it.
E: Happy about what?
V: To be back with me again.

Dio benedica le litigate

Capita a tutti, prima o poi, di ritrovarsi a fissare uno schermo buio aspettando una risposta.

C’è chi aspetta che la partita di calcetto venga confermata, chi cerca di capire dove si farà l’aperitivo, chi vorrebbe sapere se i capitoli da studiare per l’esame sono “solo quelli o ce ne sono altri?”.

Qualunque sia la risposta attesa, ognuno di noi sa che sarà il proprio telefono a darla. Uno squillo, un lampeggiare, una leggera vibrazione sotto il cuscino. Da un oggettino di dieci centimetri dipendono uscite, pranzi, cene, appuntamenti e a volte anche l’equilibrio di una relazione.

Sì perché tra una spunta blu ed una grigia, tra un ultimo accesso ed una foto cambiata, portiamo avanti relazioni sempre più triangolari: tu, io ed il mio telefono. Tu, io e il buongiorno che aspetto. La buonanotte che pretendo, con il cuoricino finale, se possibile. Non solo accettiamo che la tecnologia sia parte integrante dei nostri legami affettivi, ma pretendiamo anche molto da lei e da chi la usa come noi. Ci aspettiamo, in primis, che dall’altro venga utilizzata per soddisfare le nostre richieste.

Volenti o nolenti, ci sarà sempre un testimone pronto a ricordare momenti belli, brutti, luoghi, persone, compleanni, posti che hanno fatto parte della nostra vita. Anche solo per una sera, anche solo per qualche ora.

Basta premere qualche tasto, scorrere un po’ qua e là, per ripercorrere le nostre esistenze e i nostri ricordi in giro per il mondo.

Basta una chiamata per sentirci più vicini. Un messaggio, per volerci più bene. Ma è quando la comunicazione attraverso i dispositivi manca, per volere della persona con cui interagiamo, che le cose si fanno difficili. Quando quella risposta virtuale che tanto bramiamo non arriva e le nostre aspettative crollano.

Le chat, i messaggini, i social, hanno reso tanto semplice il dialogo quanto il silenzio. Se tu ed io stiamo parlando faccia a faccia, non puoi girarti e non rispondermi. O meglio, lo puoi fare, ma non lo fai. Perché nella conversazione ci stai dentro anche tu. Ci siamo tu ed io, siamo esseri fisici, che parliamo, ci raccontiamo cose, alle volte litighiamo.

Già, perché nella vita ci si vuole bene, ma si litiga anche. E che Dio benedica le litigate in vecchio stile!

Quelle in cui si alza un po’ la voce, in cui ci scappa una parolaccia di troppo. Quelle in cui si perde la pazienza per qualche secondo, in cui si è coinvolti psicologicamente e fisicamente. Si arrossisce, si sputacchia. E spesso ci si chiede scusa.

Dio le benedica, quando non sono esagerate, perché non ci si volta mai le spalle. Non si nasconde una presenza, nessuna parola resta “non visualizzata”, nessuna persona viene materialmente bloccata. Non esistono silenzi eterni e non tutte le parole restano nella nostra memoria. Dio benedica anche la capacità di dimenticare e quella di perdonare.

Sia chiaro, nessuno deve sentirsi obbligato a rispondere: anche i silenzi sono sacri. Ma quelli reali, pesati sulla nostra pelle e su quella di chi li ascolta e li sa decodificare.

Nella sociologia il conflitto è un tipo particolare di interazione sociale, in cui degli individui fanno comunque un’esperienza: quella di incompatibilità. E se non c’è dialogo, non c’è lite, non c’è voce, non può esserci interazione. Non può esserci esperienza, si è compatibili con tutti e con nessuno, si hanno milioni di amici e non se ne conosce a fondo neanche uno. Almeno le liti, quelle spinte da passione, che si risolvono in maniera costruttiva, teniamocele care. E sempre siano lodate!

Piero Gobetti: cosa ho a che fare io con gli schiavi?

Come raccontarvi di Piero Gobetti lontano da via estremamente intellettuali? E chi era ‘sto Gobetti? Come rendere intellegibile una produzione letteraria ben più sconosciuta rispetto ai moderni meme di una qualsiasi paginetta quale Sesso Droga e Pastorizia; come fare i conti con la storia del primo editore di Eugenio Montale.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Confesso: non so fare meglio dell’utente che ha redatto la sua pagina Wikipedia, credo commetterei un torto ai miei ventiquattro lettori se cercassi in questo articolo di emularne lo stile.

Nelle ultime settimane fascism è la parola più ricercata online nel dizionario Merriam-Webster: Gobetti ci lascia detto che che il fascismo è l’autobiografia di una nazione. Ed è terribile, se uno ci pensa, quanto siano rare, ad un passo dalla farsa, le analisi sulle origini di questo fenomeno. Non tutto il pensiero gobettiano è attuale per il tempo presente, eppure i suoi scritti sulle origini del fascismo in Italia sono tra le letture più illuminanti per comprendere dove e come nascano le fratture sociali che conducono un’ideologia antiegualitaria a diventare predominante tra la perduta gente.

Gobetti si sentiva esule in patria, resistette per qualche anno alla dittatura mussoliniana, la avversò, subì personalmente percosse fisiche dalle camicie nere. Fu costretto a chiudere la sua casa editrice, sperava di proseguire la sua attività di scrittore ed editore in Francia. Non fu possibile. Trovò la morte ad appena venticinque anni nel 1926, ancora oggi riposa nel cimitero di Père Lanchaise a Parigi.

Piero aveva una completa inabilità alla vita pratica, l’obbligo di cercare casa nel freddo inverno parigino lo ha talmente destabilizzato che la sua salute ne soffrì: quando le sue condizioni di salute peggiorarono decise di recarsi al Louvre, tipo la morte di Bergotte ne la Recherche di Proust: lo scrittore in fin di vita osserva un quadro di Vermeer e cerca la bellezza, un’affinità emotiva che lo porti ad affermare io voglio scrivere come quel pittore dipinge.

Non dentro un’aula universitaria, non attraverso un manuale accademico, ma grazie a Paolo di Paolo e al suo fortunato Mandami tanta vita (Feltrinelli, 2013) ho scoperto la vita di Piero, del filosofo Gobetti, dell’amore per Ada Prospero: come un nano sulle spalle di un gigante, ancor più dopo aver scoperto che anche lui per conquistare la sua persona le ha raccontato degli Elementi di Scienza Politica di Gaetano Mosca, pensando che. E invece. Parliamo di un uomo schivo, che voleva difendere la parte più profonda di sé; un intellettuale che si forma studiando Vittorio Alfieri, parliamo di un ragazzo che all’alba dei vent’anni si confronta con mostri sacri quali Croce, Salvemini, Einaudi. Così come da liberale à la J.S. Mill col comunista Antonio Gramsci sulla rivoluzione d’ottobre, non nascondendo un’inaspettata simpatia verso le lotte operaie all’interno delle fabbriche durante il biennio rosso.

Il senso di questo articolo è racchiuso nell’emblema della Piero Gobetti editore – tì moi syn doulòisin / che ho a che fare i coi servi? La schiavitù, la sola cosa da cui bisogna fuggire sempre.

Mario Incandenza