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Corsi e ricorsi storici

Giambattista Vico, filosofo del XVIII secolo, sosteneva che la storia dell’umanità fosse descrivibile come una serie di “corsi e ricorsi storici”. In pochissime parole egli riteneva che l’uomo – pur evolvendosi e passando da un’epoca “primitiva” di barbarie ad una “finale” caratterizzata da uguaglianza tra uomini, razionalità e civiltà – potesse vivere ciclicamente periodi di involuzione e di decadenza. Considerando gli avvenimenti che hanno di recente riempito le colonne d’attualità e di politica (sia nazionale che internazionale) di praticamente tutti i giornali del mondo, appare piuttosto facile condividere, o perlomeno comprendere, il pensiero del filosofo napoletano. Non sembra infatti anche a voi di essere improvvisamente regrediti in un periodo passato?

A me pare francamente di essere protagonista della rievocazione storica di un’epoca in cui politica e propaganda erano la stessa identica cosa, in cui si schedavano popoli in base all’identità etnica o religiosa, si alzavano muri, in cui la cultura dell’integrazione con l’Altro era del tutto privata di significato e violentemente sostituita dall’idea dell’invasione dell’Altro, dalla discriminazione e dalla necessità di proteggersi dal Diverso, di controllarlo, dall’impossibilità di convivere con lo Straniero. Insomma, siamo nella rievocazione dell’epoca dei nazionalismi sfociati in totalitarismi, del razzismo, della politica di potenza e di prepotenza: dell’epoca più buia e dannatamente disumana della storia contemporanea mondiale. E, badiamo bene, stiamo parlando di quella stessa epoca che è stata anticipatrice e causa della guerra più atroce mai combattuta dall’uomo, la quale ha ridotto il mondo in un ammasso di detriti, fame e silenzio: della guerra che ha calpestato ogni diritto umano, che ha spezzato prematuramente ed ingiustamente milioni e milioni di vite. Non bisogna poi dimenticare che la Seconda Guerra Mondiale ha avuto conseguenze così tragiche e drammatiche per chi ne è stato testimone da cambiare del tutto il concetto di confronto bellico tra popoli e paesi, divenuto a partire da quel traumatico evento esclusivamente sinonimo di immagini e sensazioni negative: male, sofferenza, devastazione, morte.

Con queste considerazioni in mente diventa perciò ancor più difficile ammettere di non essere veramente coinvolti in una semplice rievocazione ma di trovarci invece dinnanzi a dei parallelismi, tristi e (troppo) numerosi parallelismi. Succede infatti che i confini tra stati siano blindati, i porti chiusi. Succede infatti che si spari da armi cariche di razzismo e di xenofobia, che il Presidente dell’arsenale della democrazia pensi realmente che sia lecito chiudere dei bambini dentro delle gabbie per combattere e contrastare l’immigrazione clandestina, che il ministro dell’Interno di uno degli stati della civile e democratica Europa decida che non sia affatto disumano sbattere la porta in faccia ad una nave carica di disperati, se questo è un modo per fare la voce grossa nello scenario internazionale e la guerra a coloro che vengono identificati come i nemici di turno. Ancora una volta si è disposti a mettere a rischio la stessa vita e dignità di milioni di persone pur di mettere in atto le proprie politiche (o ideologie?) e di vincere le proprie pazze battaglie.

Ed è per questo che mi domando ancora: come possiamo oggi non dar ragione a Giambattista Vico? E ciò che vi chiedo è: “tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” ha ancora senso e valore? C’è qualcuno in grado di spiegarmi (con argomentazioni logiche e sensate, s’intende) quale grande differenza ci sia tra “Prima gli italiani” e “Italia agli italiani”? C’è qualcuno che può aiutarmi a comprendere quando la diplomazia ha smesso di funzionare, di nuovo? Quando esattamente abbiamo spostato così indietro le lancette dell’orologio della storia? E perché lo abbiamo permesso? Ma soprattutto – mi e vi chiedo – quando inizieremo di nuovo ad andare avanti, quando recupereremo finalmente la nostra Umanità? Perché io voglio sperare e credere che l’Uomo sia destinato a progredire, ad imparare dalla propria storia e dalle atrocità compiute per non ripeterle mai più. Ma bisogna far attenzione,  perché chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo.

 

 

-Serena Di Luccio

 

 

 

 

 

 

 

 

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TRADURRE PER RIVISTE COME INTERNAZIONALE? «QUELLO CHE NON SAI DEVI SAPERLO CERCARE»

 

La dottoressa Bruna Tortorella, traduttrice per Internazionale, il noto settimanale che dal 1993 pubblica articoli della stampa straniera tradotti in lingua italiana, ci rivela in un’intervista qualche retroscena del suo lavoro parlandoci di difficoltà, competenze necessarie e una buona dose di creatività e spirito di adattamento. Collabora in ambito giornalistico anche con Limes e nell’editoria con Il Saggiatore, Laterza, Treccani, Rizzoli e Fusi Orari. Ha insegnato traduzione giornalistica alla LUISS e all’Università di Tor Vergata a Roma.

 

 

Dott.ssa Tortorella, per rompere il ghiaccio vorrei innanzitutto chiederle cosa significa, ad oggi, assumersi la responsabilità di tradurre per una testata importante come Internazionale o Limes. Sono articoli che coprono un’ampia gamma di categorie testuali e registri linguistici che affondano le proprie radici in svariati ambiti di competenza. Lei da giornalista è testimone quotidiana di ciò che accade nel mondo in tutta la sua bellezza, straordinarietà, ma anche crudeltà, sofferenza ed in più, da traduttrice, ha il compito di dover trasmettere al meglio notizie di qualsiasi tipo nella sua lingua madre.

 

Bruna Tortorella: In realtà non credo di potermi definire, ad oggi, come giornalista, anche se in passato lo sono stata per un breve periodo. Ad un certo punto della mia vita sono riuscita a conciliare i miei due interessi principali e a tradurre giornalismo. Ovviamente lavorare per riviste come Internazionale e Limes richiede un certo livello, se non di competenza specifica, almeno di informazione. Quello che non sai devi saperlo cercare e devi capire quali siano le fonti attendibili. La varietà di temi e registri costituisce una bella ginnastica mentale. Per esempio io ho diverse rubriche fisse (Burkeman, Randall, l’Oroscopo di Brezsny) e alcuni autori che mi vengono affidati regolarmente il cui stile ha delle costanti che vanno mantenute per renderli sempre riconoscibili. In altri casi è invece necessario intervenire per facilitare la leggibilità dei testi. A mio avviso, soprattutto nel giornalismo, la priorità va data alla lingua di arrivo e al lettore italiano. Questo può comportare brevi spiegazioni nel caso di istituzioni, luoghi geografici e aspetti culturali meno noti al nostro pubblico e, al contrario, omissioni di informazioni inutili — ad esempio “Parigi, Francia” — come capita di trovare in alcuni giornali statunitensi.

 

E’ necessario un forte spirito di adattamento in ogni caso, mi sembra di intuire. Ma al di là delle rubriche o degli autori fissi, c’è un tipo di testo della cui traduzione lei predilige occuparsi?.

 

Beh, se parliamo di predilezioni, l’argomento che mi interessa di più e quello che mi capita più spesso di trattare è la politica internazionale: Stati Uniti e Medio Oriente in particolare perché ho tradotto anche diversi libri sul tema, ma in generale un po’ tutta direi. A mio avviso è l’ambito più stimolante e si imparano tante cose sul mondo in cui viviamo. Poi un altro settore in cui pur non avendo in partenza competenze specifiche mi sono specializzata è la scienza, dalla psicologia alla fisica quantistica e alla medicina. Qui torna dunque il discorso del saper cercare e capire bene di che cosa si stia parlando, che non comporta una lettura più approfondita. Se stiamo parlando di “buchi neri” dobbiamo sapere esattamente che cosa siano, non possiamo tradurre frasi che non capiamo. In questo senso internet è ormai una fonte inesauribile e ci risparmia l’acquisto di libri o le visite in biblioteca.

 

Certo, ovviamente un ambito quale quello scientifico è quanto mai spinoso e delicato. A tal proposito, si sono mai verificate circostanze per le quali lei abbia sentito di trovarsi in difficoltà nella traduzione e di non riuscire, forse, a produrre un testo equivalente all’originale?

 

Sì, diciamo che non capita spesso, ma ogni tanto ci sono autori che giocano molto sui suoni, ad esempio le assonanze e sulle immagini. Nel primo caso, quando è possibile, si cerca di riprodurre lo stesso effetto con suoni diversi; nel secondo bisogna valutare se l’immagine possa arrivare al pubblico italiano. Qualche volta, se lo ritengo improbabile, se può sembrare che siano solo parole in libertà,  ricorro a immagini diverse cercando di mantenere lo spirito del testo. In questo senso il nostro lavoro è anche creativo.

 

Indubbiamente lo è molto, sì. Tuttavia spesso si tende inconsapevolmente a sminuire il lavoro del traduttore, ritenendo che questo consista soltanto nella mera trasposizione asettica di un testo in un’altra lingua che un qualsiasi parlante nativo o traduttore online potrebbe operare. Vogliamo tentare insieme di sfatare questo falso mito che vedrebbe il suo — spero in futuro anche il mio  lavoro sostituibile da un qualsiasi Google Translate ?.

 

Certamente. Se ha mai fatto qualche esperimento con il traduttore di Google saprà già che è ancora molto lontano dall’essere uno strumento utile per chi traduce a livello professionale. Sebbene non sia necessario essere specialisti — le competenze si acquisiscono, si studia, si legge molto, si impara a cercare le informazioni che servono — la traduzione non sarà mai un lavoro meccanico, da software; richiede una capacità di interpretare, di leggere tra le righe e di rielaborare che si acquisisce con l’esperienza e la quotidianità. Quello che è imprescindibile è una buona conoscenza della lingua e della cultura di partenza in tutte le sue sfumature, ma soprattutto un’ottima conoscenza dell’italiano a livello delle strutture, del lessico, delle figure retoriche, dei registri e così via. Anche lo stile “giornalistico” si apprende con il tempo: non è necessario, anzi è sconsigliabile, averne uno proprio, perché si rischia di stravolgere quello degli autori che trattiamo, se sono veramente autori. In altri casi torna utile un po’ di pratica per rendere più leggibili testi contorti, eccessivamente piatti o decisamente scritti male. Capita anche questo, in particolare quando il giornalista non scrive nella sua lingua madre, ma in una lingua veicolare come l’inglese.

 

Sì ammetto che, anni or sono ormai, da traduttrice più ingenua tentai la strada del traduttore online verificandone tuttavia subito a mie spese il grado di accuratezza. Con queste ultime sue parole però, credo che sia stato fugato definitivamente ogni dubbio. Dunque, come ultima domanda, vorrei sapere da lei che indicazioni darebbe a noi studenti, aspiranti traduttori editoriali e giornalistici, per riuscire bene nel nostro lavoro qualche suggerimento sulle principali tecniche di traduzione da seguire in questo settore magari ma soprattutto per riuscire anche solo ad avvicinarsi al suo, quasi inaccessibile, ambito lavorativo.

 

Mi dispiace deluderla ma non sono proprio una tecnica, sono più un’ istintiva. Ci sono delle norme editoriali che vanno rispettate, ma queste sono cose che si imparano. Piccole tecniche che possono tuttavia tornare utili: sono i trucchetti semantici che servono a rendere un termine o un concetto che non esiste esattamente nella stessa forma e lingua di arrivo o quelle sulla sostituzione degli avverbi con aggettivi, dei verbi con nomi, sullo spostamento di parti del discorso per meglio aderire alla struttura dell’italiano e così via. E’ difficile generalizzare e stabilire delle regole: è soprattutto una questione di orecchio e di sensibilità. Per quanto riguarda l’accesso al settore purtroppo non esiste un iter, come non esiste per tutte le libere professioni. Si possono mandare cv e fare domande nella speranza che qualcuno ci dia una chance. Chi fa un buon lavoro di solito viene richiamato perché è nell’interesse del committente non perdere tempo a rivedere e correggere i testi tradotti. Oggi internet offre nuove opportunità spesso gratuite o mal pagate, ma che possono servire per cominciare e fare curriculum. Altro non saprei dirvi, perché in questo campo, purtroppo o per fortuna, ognuno ha la sua storia personale.

 

Nessuna delusione, le assicuro: al contrario, non potrei essere più soddisfatta.  Nel salutarla la ringrazio nuovamente a nome di Culturarte, il periodico universitario di Roma Tre, per averci concesso questo tempo nonostante i suoi impegni e a nome mio, per continuare ad ispirare il mio percorso ogni giorno.

 

La ringrazio per il bel complimento e ringrazio il giornale per l’interesse mostrato, non capita sempre. Buona giornata.

 

 

 

-Margherita Cignitti

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L’uomo nero

Ultimamente penso molto alle ingiustizie che accadono intorno a me e questi pensieri non mi fanno dormire bene: sento il bisogno di scriverne, poiché in qualche modo mi reputo colpevole a causa della mia inerzia e passo il tempo a chiedermi cosa potrei fare per migliorare questa o quella situazione senza essere capace di darmi risposta; l’unica cosa che riesco a fare è quella di osservare il mondo che gira incessantemente. Mi sento come Dario Brunori, quando ne L’Uomo Nero canta: «tu che credevi nel progresso e nei sorrisi di Mandela, tu che pensavi che dopo l’inverno sarebbe arrivata la primavera e invece no». Le sue parole riassumono bene le sensazioni di un normale studente universitario che, tornato a casa la sera, accende la televisione e sente parlare solo di odio e di violenza; come il caso della famiglia di migranti (marito e moglie incinta con bambino in carrozzina) tirata giù dal treno dalla polizia francese a Mentone, tra urla e disperazione. La vicenda, brevemente, ha visto coinvolti due agenti che, al rifiuto di esibire i documenti da parte dell’uomo, hanno preso di polso la situazione e senza indugiare hanno letteralmente rimosso la famiglia dal convoglio. Il fatto è accaduto il 16 febbraio ma solo da qualche giorno il video, girato da studenti, sta circolando in rete: senza dubbio gli autori del fatto hanno agito seguendo una procedura, è chiaro che non si può resistere a un pubblico ufficiale che deve eseguire tutti gli accertamenti del caso, ma mi chiedo se quello fosse l’unico modo per garantire la sicurezza. Le immagini sono dure e inevitabilmente toccanti, non si tratta di buonismo ma di mera umanità: dove stiamo andando? Dove sono finiti gli altissimi principi che hanno animato la ricostruzione del Vecchio Continente durante il secondo dopoguerra? È la paura che, come una goccia nella roccia, si sta lentamente insinuando nella società e nelle istituzioni moderne erodendo le certezze, il timore che l’oasi di pace attorno al Mediterraneo possa collassare da un momento all’altro; prima la crisi economica, poi la nuova stagione del terrorismo islamico stanno minando alla base le fondamenta del nostro stato di diritto faticosamente costruito nei secoli e non è un caso che proprio la Francia, paese più colpito dagli attentati, sia costantemente al centro della cronaca — ultimi ma non meno importanti i fatti di Bardonecchia. La paura è legittima, ma non dobbiamo accettare prevaricazioni e soprusi, anche se perpetrati apparentemente a difesa della collettività, perché ci vuole tanto ad arrivare in cima e vivere in un mondo civile, ma così poco per cadere giù e arretrare: il caso che mi ha dato spunto per questa riflessione è solo uno dei tanti, noi nel nostro piccolo siamo testimoni di numerosi soprusi quotidiani, italiani o stranieri non fa differenza; siamo tutti vittime e carnefici di una guerra tra disperati, allora se vogliamo alzare la testa e nobilitare in qualche modo la nostra condizione umana dobbiamo preservare i nostri diritti e non dobbiamo accettare che a qualcuno vengano tolti, perché si comincia piano a far vacillare la morale e a instillare il tarlo che sia giusto che alcuni debbano avere di meno perché altri possano vivere meglio. La società moderna non ha versato il sangue per vivere nel mondo libero, non ha mai conosciuto l’oppressione; appare nelle televisioni, fa sentire fieri di padri che stiamo silenziosamente cercando di soffocare. Non chiniamo la testa, perché qualcuno in tempi neanche troppo lontani ha lottato ed è morto per farla tirare su; non chiniamola e teniamo lo sguardo desto, perché a forza di abbassarla, un giorno, di fronte al fatto più grave, potremmo renderci conto di non poterla più rialzare.

-Gabriele Russo.

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Verso la DisUguaglianza

L’8 marzo è quel momento particolare dell’anno cui, insieme allo sbocciare delle mimose, si festeggia la Donna, spesso e volentieri attraverso manifestazioni che chiedono l’implementazione di diritti a favore delle donne. Questi tipi di festeggiamenti rimandano anche a un’altra data, quella del 25 dicembre, vale a dire la giornata contro la violenza sulle donne: in concomitanza con questa seconda ricorrenza, il 21 dicembre 2017, è stata approvata una nuova legge che, tra l’altro, estende l’ergastolo “automatico” in caso di omicidio di discendenti (figli, nipoti, ecc.) anche al: «coniuge, anche legalmente separato, contro l’altra parte dell’unione civile o contro la persona legata al colpevole da relazione affettiva e con esso stabilmente convivente». Un estensione — vi invito a rileggere — con un grande spirito di uguaglianza; i termini “coniuge” o “persona” sono infatti neutri e possono essere applicati sia agli uomini che alle donne. Per quale motivo, dunque, sia i media che la società hanno salutato questa legge come un provvedimento contro il femminicidio?

Un’analisi commissionata dal Ministero di Giustizia parla di 600 casi di femminicidio in quattro anni; nell’inchiesta si parla di «Genocidio» sul genere femminile. Mi si consenta, come forse molti lettori, di avere dei dubbi: di omicidi volontari, nel 2016, ne sono stati compiuti un migliaio; di questi, facendo un semplice calcolo, la percentuale di femminicidi sarebbe del 15%. Questo dato però si abbassa considerevolmente (intorno a circa il 5%) volendo aggiungere nel calcolo anche gli omicidi non premeditati. In questo caso, seguendo il ragionamento dell’inchiesta, mi si permetta di dire che se il femminicidio fosse considerato alla stregua di un genocidio, gli omicidi dovrebbero essere equiparati allo sterminio dell’intera specie. Provando ad andare ancora più in là e lasciando da parte la discussione sull’utilità o meno di una legge del genere, mi concentrerei sull’efficacia: nei media e nel mondo dei diritti per le donne si è molto parlato di questa legge, che è stata accolta anche con un certo fervore. Ma siamo sicuri che non si tratti di un semplice “contentino” per far dimenticare altri problemi più spinosi? Se ammettessimo che tutti i 600 omicidi detti per femminicidio siano perpetrati dal partner, ci ritroveremo con un’applicazione che “aiuterebbe” ben lo 0.002% della popolazione femminile (0.001% di quella italiana). Chiaramente, la legge non si occupa solamente della condanna all’ergastolo dell’omicida — cosa che a ben vedere la renderebbe quasi del tutto inefficace, in quanto non potrebbe aiutare di certo la donna morta — ma, di contro, non costituisce nemmeno un deterrente visto che, secondo il rapporto, più della metà degli omicidi sono «pulsionali».

Per quale motivo questa legge può essere considerata un contentino? Perché, sempre a dicembre 2017, è stata varata la nuova legge di bilancio. Fra le varie voci, vi è quella relativa al “Fondo nazionale per politiche sociali”. I soldi previsti per il fondo quest’anno non variano: 300 milioni (ed è il minimo, poiché una legge del 2014 impedisce che venga varata una cifra inferiore). È stato previsto però che dal 2017 questi stessi fondi debbano coprire anche il nuovo Reddito d’Inclusione (REI) e che l’ammontare destinato a questa nuova voce sarà pari a 200 milioni. Che cosa c’entra questo con le donne e la violenza? Le cosiddette “case sicure”, i centri antiviolenza, vengono pagate in buona parte proprio da questo Fondo, e le case sicure non interessano lo 0.002% delle donne, ma il 26.4% («dichiara di aver subito una violenza psicologica ed economica da un partner attuale», ISTAT, 2014) che sarebbe anche il 13.2% della popolazione.

Un’ultima riflessione può essere fatta se si osservano i dati sul congedo genitoriale: lo scarso congedo di maternità (due mesi prima e tre dopo il parto) non riguarda infatti lo 0.001%, ma potenzialmente il 52%; se poi dovesse arrivare anche un vero congedo di paternità (attualmente ben 2+2 giorni obbligatori) sarebbe il 100% potenziale. Non dimentichiamoci che l’attuazione del congedo di paternità renderebbe non solo moralmente e direttamente corresponsabili entrambi i genitori — abbattendo definitivamente l’idea che i figli siano della madre (nel senso dell’esclusività del dovere nelle cure) e che questa debba rinunciare al lavoro, mentre in altri paesi capita anche il contrario — ma toglierebbe anche l’idea che l’unico responsabile del mantenimento economico della famiglia sia il padre, eliminando forse anche quella parte di omicidi-suicidi di famiglia che capitano quando il padre perde il lavoro.

Per l’8 marzo si andrà a manifestare; spero che sia per l’uguaglianza vera di tutti.

 

-Joël David Guerrazzi.

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Nuit Debout – Cos’è rimasto dell’insurrezione alla Francese?

Durante la Primavera del 2016 Parigi, insieme ad altre città francesi, ha conosciuto uno dei pochi movimenti insurrezionisti spontanei posteriori al 1968. Auto-organizzazione, democrazia partecipativa, ridefinizione del progetto sociale e politico nacquero simbolicamente in Place de la République. Il suo nuovo carattere, indefinibile, è solo banalmente riassumibile in una serie di rivendicazioni, che ha sconvolto la classe politica. Nonostante sia stato represso poco dopo l’estate e diviso in vari gruppi, bisogna chiedersi cosa sia effettivamente rimasto di quel movimento oggi, nella Francia di Macron.

Contesto

Il movimento di insurrezione spontaneo detto «Nuit Debout» – che si può tradurre malamente in “Notte ritta” – nacque con l’intento di creare una coscienza cittadina che rifiutava di “addormentarsi”. Tutto ebbe il 31 marzo del 2016, in reazione alla legge proposta dall’ex-ministro del Lavoro Myriam El-Khomri, pericolosamente simile al Jobs Act italiano. Si trattò di un movimento auto-proclamato nel contesto delle manifestazioni contro la cosiddetta “Loi Travail” (“Legge sul Lavoro”), organizzato dai movimenti giovanili e dai sindacati, che ben presto raggiunse il numero massimo di un milione di partecipanti. Si distinse inoltre dalle precedenti manifestazioni Francesi per la sua lunghezza e per la sua capacità organizzativa, ferma nella volontà di creare un’alternativa al di là della semplice protesta contro la legge.

Utopie in cerca di autore

Nel quadro malato della politica francese, contagiato sia dalla bassissima popolarità del Presidente della Repubblica, François Hollande (Partito Socialista), che dalla generale delusione giovanile nei confronti della politica, Nuit Debout mise in opera diversi esperimenti con l’obiettivo di sanare la ferita tra cittadini e politica. Alle riunioni dei vari collettivi di Piazza della Repubblica poté partecipare chiunque: lo scopo era di occuparla di continuo, di far incontrare studenti, operai e lavoratori di ogni tipo. Il movimento era riuscito ad alternare manifestazioni durante la giornata e riunioni durante la sera. Si impostarono esperimenti di democrazia partecipativa e varie commissioni tematiche per creare spazi di incontro e discussione: dall’ecologia politica alle violenze delle forze dell’ordine, dall’economia al femminismo, ma vi furono esperimenti più concreti come le biblioteche aperte con orari prolungati o gruppi di conferenze per l’educazione popolare. Venne rievocata la possibilità di creare di nuovo un’Assemblea Costituente, di ridistribuire il tempo di parola in modo più giusto. Un’iniziativa studentesca – “Alterfac” – tentò di aprire le università a tutti, non-studenti compresi (non si può entrare in una università senza tessera in Francia). Tuttavia ci si è dovuti porre la questione inevitabile del leader: chi sarebbe stato il capo di questo movimento? L’assenza di un leader definito – come d’altronde di una meta precisa – venne spesso criticata poiché impediva decisioni più concrete. Tuttavia alcune personalità politiche del Nouveau Parti Anticapitaliste del Partito di Sinistra, che diventerà poi la France Insoumise di Mélenchon, e degli ecologisti furono molto presenti durante le riunioni. E d’altra parte, numerosi erano i militanti senza nessuna tessera che si opponevano a qualsiasi operazione di “recupero” politico.

Ispirazioni

Nuit Debout è spesso stata paragonata al movimento spagnolo degli “Indignados” madrileni, anche per l’uso che venne fatto dei social network o per il coinvolgimento univoco di movimenti studenteschi, disoccupati, sindacati ed operai. Uno dei maggiori ispiratori nell’ambito della politica francese è stato il giornalista François Ruffin, autore del documentario Merci Patron! (“Grazie, boss!”) che denunciava le condizioni del lavoro salariato in Francia. Venne sviluppata, inoltre, una simbolica specifica che faceva riferimento a vari movimenti di insurrezione: l’Agorà Greca, l’uso del rosso e del nero come nel 1968, un rinnovamento del calendario con il mese di marzo simbolicamente infinito che ricordava quello dei Rivoluzionari del 1789 o quello Napoleonico. Inoltre le conferenze della commissione di educazione popolare si riferirono spesso a episodi rivoluzionari francesi famosi come il 1789, la Comune del 1870 ed il 1968.

Macerie Prime – Nuit Debout oggi

Nuit Debout si è sciolto dopo l’estate del 2016 a causa delle forze di polizia e dello scoraggiamento generale dei partecipanti, che vedevano una campagna elettorale in cui sembrava dominare la destra. I suoi militanti più attivi rimpolparono i ranghi del movimento “La France Insoumise” di Mélenchon oppure entrarono in altri gruppi anarchici, altri invece preferirono essere coinvolti nell’azione associativa piuttosto che nella politica. Nel 2017 è uscito a riguardo il documentario “L’Assemblée” della regista Mariana Otero. Il movimento tuttavia rimane vivo tutt’ora tramite il suo blog e alcune mobilitazioni che si focalizzano intorno ai diversi mutamenti cui si oppone, come la nuova legge sul lavoro del governo di Edouard Philippe, l’attuale primo ministro, o la “perennizzazione” dello Stato di Emergenza…

Le critiche che sono piovute sul movimento proponevano ognuna una diagnosi riguardo la smobilitazione avvenuta: per il regista ex-trotskista Romain Goupil sia l’assenza di un leader dichiarato che l’implicita gola che fece Nuit Debout a ogni movimento di sinistra hanno altresì impedito ogni progresso organizzativo. Per alcuni giornali, principalmente di destra, le debolezze del movimento risiedevano nella scarsità delle proposte, mentre l’uniformità ideologica era fortissima.

Alcuni link
– trailer del documentario L’Assemblée : https://vimeo.com/238592777
– servizio sul movimento di DW English : https://www.youtube.com/watch?v=vB4fJ2zFmeU
– il blog : https://nuitdebout.fr/blog/category/democratie/
– trailer di Merci Patron ! (in inglese) : https://www.youtube.com/watch?v=ch0HsuYu_TI

-Clelia Di Pasquale.

Studenti di tutto il mondo, unitevi!

Tous pour le peuple, rien par le peuple”. Così si esprimeva Voltaire a proposito di un tema scottante ai suoi tempi come ai nostri, il popolo; la visione del filosofo francese su un ipotetico cambiamento sociale, auspicato dall’intero movimento dell’Illuminismo, esclude la gente comune, vista semplicemente come “plebaglia”, e pretende di porre il fardello (quindi la libertà) di tale cambiamento su qualcun altro. Chi è questo qualcun altro? Gli intellettuali. Infatti chi frequentava i caffè? Chi dirigeva i giornali? Chi ideò il Dispotismo Illuminato?
Allo stesso modo, sembrerebbe che “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità” tanto esaltata da Kant non fosse, in realtà, per ogni uomo, ma soltanto per chi si arrogava il diritto di metterla in pratica. Ma da dove proveniva questa arroganza? Perché gli intellettuali si sentivano come gli uomini d’oro della Repubblica di Platone? La risposta sta nel fatto che questi individui provenivano tutti dallo stesso ceto sociale, la borghesia.
Ai tempi di Voltaire, infatti, i borghesi cominciavano a pesare sempre di più nel bilancio sociale delle nazioni europee; non solo erano un ceto di crescente potenza economica, ma stavano anche iniziando a costruirsi un’identità sociale, in modo da contraddistinguersi, e in ciò erano aiutati dal fatto che l’aristocrazia era, ormai, odiata per il governo scellerato di Luigi XIV e che i contadini erano esausti, esauriti dal lungo e faticoso regno del Re Sole. I borghesi trovarono il perno della loro identità nella Ragione, intesa come capacità di sfruttare le risorse del mondo grazie al loro intelletto (metaforicamente, allo stesso modo di Robinson Crusoe nel romanzo eponimo di Defoe). Questo, unito all’Etica del Lavoro e all’Onestà, li aiutò a distinguersi dal parassitismo aristocratico e all’ottundimento contadino. In realtà, tuttavia, questa Ragione di cui tanto si vantavano i borghesi non era altro che capacità negli affari, che gli permetteva di accumulare capitale e che ha cominciato a fargli pensare che tutto potesse essere posseduto con il solo pagamento di una somma di denaro; di conseguenza, l’Etica del Lavoro era mera cupidigia e l’Onestà soltanto ipocrisia. Appare chiaro, a questo punto, che l’“uscita […] dallo stato di minorità”, i borghesi se la sono comprata, acquistando la cultura presso le istituzioni educative. Proprio come Voltaire.
Nella borghesia di oggi, invece, il mito della Ragione è ovviamente sfumato: nello scenario da Morte di Dio in cui viviamo il ragionamento, la capacità di esercitare la propria razionalità, non trova più spazio, perciò i borghesi sono stati presi in possesso da forze irrazionali. La conseguenza più tragica di ciò è stata lo svilupparsi della cosiddetta Politica di Pancia, ovvero quel tipo di politica non più basata sull’ideologia come guida dell’azione e sulla democrazia come collaborazione tra cittadini, bensì sulla demagogia e, nei casi più estremi, sulla violenza.
Lo spazio in cui queste forze irrazionali trovano sfogo sono le manifestazioni, ma la manifestazione non è uno strumento di protesta borghese, in quanto la caratteristica principale dei borghesi, come afferma Marx nel Manifesto, è l’“Indolenza”. E, allora, chi è che dà loro “la sveglia”? chi ammaestra le loro pance e le sfrutta per rendersi potente? Nell’Italia di oggi, il Movimento 5 Stelle. Basti pensare agli strilli di Grillo, che attirano folle oceaniche di borghesi, in quanto hanno un effetto deviatamente catartico, perché non purificano ma fomentano. Il carisma perverso dei volti celebri del M5S avrebbe anche una connotazione erotica, poiché sembrerebbe fare breccia nella frustrazione sessuale borghese (andate a sentire cosa dicono le donne a Di Battista…). Ma non tutte le manifestazioni sono dettate dalla necessità di sfogo libidinoso, esistono anche quelle pienamente giustificate dalla richiesta di diritti. Fino all’epoca pre-Statuto alla seconda categoria appartenevano le manifestazioni operaie, manifestazioni proletarie in piena regola, perché messe in atto da persone il cui unico bene erano i figli (questa è, infatti, la definizione etimologica), le quali avevano e dovevano avere la speranza in un futuro migliore. In tempi recenti la manifestazione Contro la Buona Scuola, tenutasi a Roma il 17 novembre, rappresenta un esempio perfetto di questo tipo di proteste; centinaia di studenti, l grido di “lotta per la scuola, riprendiamoci i nostri diritti”, hanno marciato in mutande (come in una sorta di rivisitazione amaramente sarcastica del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo) da Piramide al Miur. Ciò che apparenta questi studenti e, in generale, tutti gli studenti di oggi ai proletari di ieri è la loro nuova posizione nella catena sociale. Se una volta gli studenti provenivano da famiglie borghesi e, quindi, avevano gli studi pagati dai genitori, adesso la maggior parte di loro sono anche lavoratori. Il fatto di dover pagare da sé i propri studi, ovvero di doversi dare al “lavoro salariato” (sempre Marx dal Manifesto), li rende più esposti alle contraddizioni del Capitalismo e allo sfruttamento dell’operaio che esso comporta. E ciò, in conclusione, fa nascere negli studenti il desiderio di lottare e di credere nel futuro inteso come Progresso Sociale (in questo caso, come rinnovo delle istituzioni educative per una migliore e più equa elargizione della cultura).

Manifestazione studenti 17 Novembre 2017

-Lorenzo Sgro.

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Autunni caldi

Chi di voi non ha partecipato almeno una volta nell’arco della sua vita, soprattutto liceale, ad una manifestazione studentesca?

Per alcuni era un momento di fondamentale discussione e contestazione sulle tematiche scolastiche attuate in quel preciso periodo, per altri un semplice modo di non andare a scuola quel giorno o, per altri ancora, un pretesto per creare scompiglio e mettere in atto la propria voglia di generare caos; in qualsiasi gruppo vi collochiate, però, è evidente che quel semplice giorno, mese, periodo vi è rimasto impresso, contribuendo a creare dei vividi ricordi. Ora, ci siamo mai chiesti come i vari slogan, movimenti e battaglie si siano evoluti in tutto questo tempo e durante tutti questi “autunni caldi”?
Di qualche mese fa sono gli ultimi eventi che hanno visto protagonisti gli studenti nelle piazze: il 13 ottobre e il 17 novembre 2017, ma il malessere che viene sottolineato dai ragazzi ha radici ben più lontane.
«Forse lo schermo era veramente uno schermo, schermava noi, dal mondo. Ma ci fu una sera nella primavera del ’68 in cui il mondo finalmente sfondò lo schermo»: questa citazione del film di Bernardo Bertolucci The Dreamers – I sognatori può essere un buon punto di partenza per ben delineare il famoso Maggio francese durante la primavera del 1968, da molti considerato l’apice della contestazione sessantottina in Europa. L’ondata che travolse la Francia in quel periodo non fu autunnale bensì primaverile, ma non ebbe ripercussioni solo nell’ambito studentesco (ed è proprio questo a sottolineare l’importanza di questo momento storico) ma coinvolse tutti gli ambiti della società francese degli anni ’60 del Novecento, tanto da far convenire gli storici su una suddivisione degli eventi in tre fasi: un “periodo studentesco” (3-13 maggio), un “periodo sociale” (13-26 maggio) e un “periodo politico” (27-30 maggio). Da Nanterre alla Sorbonne di Parigi, la protesta dilagò in tutta la Francia: la miccia che innescò l’incendio fu una riforma, proposta da Christian Fouchet (ministro dell’Educazione nel governo gollista di Georges Pompidou), che tendeva a creare un legame più stretto fra università e mondo lavorativo. All’inizio del 1968 il progetto, definito “tecnocratico”, creò diffusi malumori soprattutto nelle facoltà umanistiche, che si sentivano marginalizzate; il 22 marzo si registrò il primo atto di protesta, in cui circa 200 studenti occuparono la Facoltà di lettere dell’Università di Nanterre, sobborgo di Parigi. Ma Fouchet era solo una miccia casuale: già dal 1967 tutti gli ambienti giovanili d’Europa erano in fermento.

Ma quali erano i motivi che spingevano gli studenti a protestare?
Sovraffollamento delle università, incertezza degli sbocchi professionali, crisi dei valori tradizionali, scarso ricambio nelle classi dirigenti: in Germania l’epicentro del movimento fu Berlino Ovest, patria di Rudi Dutschke, capo carismatico degli studenti di sinistra. Quanto all’Italia, tutto era iniziò a Trento, dove gli studenti avevano occupato la Facoltà di sociologia con mesi di anticipo rispetto ai loro colleghi di Nanterre. Articolati in gruppi diversi, i vari movimenti dell’Europa Occidentale erano accomunati da alcune parole d’ordine: antiautoritarismo, anticonsumismo, rifiuto della “società borghese”. Da una certa fase in poi li accomunò anche una diffusa violenza, sia inferta che subita: l’Italia ebbe il suo “battesimo del fuoco” il 1° marzo, con la “battaglia di Valle Giulia”, nata dal tentativo di un corteo di entrare a forza nella Facoltà di architettura presidiata dalla polizia, mentre in Francia tutto precipitò quando le istituzioni decisero di usare il pugno di ferro contro gli studenti che si barricarono in altre università, dapprima quelle parigine e poi quelle dell’intera nazione. Da quel momento la protesta cambiò volto; ormai il “Maggio” non era più una semplice protesta studentesca, ma si era saldata con vertenze contrattuali di varia categoria, creando un connubio con il mondo operaio che di lì a poco sarebbe riuscito a paralizzare il paese con numerosi scioperi. Per la Francia gollista tutto ciò era inaccettabile e anzi, aveva quasi un sapore di eversione, percepita come tale non solo per i caratteri violenti che ebbe in alcune fasi, ma soprattutto per la denigrazione delle istituzioni e dei modelli di comportamenti tradizionali da parte dei rebelles della Sorbonne. Successivamente un ulteriore segmento della popolazione francese scese in piazza preoccupato di un probabile razionamento della benzina che sarebbe stato causato dai numerosi scioperi, e chiedendo a voce alta che venisse ristabilito, quanto prima possibile, l’ordine pubblico; il generale Charles De Gaulle sbalordì tutti, sciogliendo le camere e andando ad elezioni anticipate, senza ascoltare gli appelli dell’opposizione che chiedevano un governo di unità nazionale. Si concluse così quelli che molti definiscono una rivoluzione mancata, ma che comunque ha segnato (nel bene e nel male) un’intera generazione. Nei decenni successivi, sopratutto a causa del terrorismo di matrice politica, i movimenti e le proteste studentesche cominciarono a spegnersi un po’ in tutta Europa: nell’Italia degli ultimi tempi, complici le riforme volute da vari ministri nel corso dell’ultimo decennio del ‘900 e dei primi anni 2000, le proteste sono ritornate in auge portando istanze diverse (ma non distanti) rispetto alle corrispettive degli anni ’60. La scena politica italiana però è completamente diversa, come diverso è il mondo nei quali i ragazzi si trovano a “combattere” per ottenere voce in capitolo su ciò che li riguarda: i tagli alla spesa pubblica, in primis al sistema scolastico e universitario; una carenza di credibilità nella democrazia rappresentativa e nei partiti, che sembrano non prendersi più carico delle istanze della propria base elettorale; riforme scolastiche volte a una scuola pubblica maggiormente privatizzata; l’alternanza scuola-lavoro; l’accesso alle facoltà a numero chiuso e la conseguente difesa al diritto all’istruzione sono temi ricorrenti in questi ultimi anni di proteste studentesche, che nelle ultime settimane si sono legate anche ad una battaglia di carattere civile come quella dello Jus Soli.

Nell’autunno caldo (anche e soprattutto climaticamente parlando) del 2017 sembra che vi sia una nuova forza vitale all’interno di questa generazione di studenti consapevoli, pronti a lottare per diritti tutt’altro che garantiti. Nell’ultima manifestazione, organizzata dall’UDU il 17 novembre scorso, si chiedevano garanzie di natura economica e prospettive lavorative che non sempre devono essere cercate all’estero – altra parola chiave di chi in questi anni cerca di specializzarsi compiendo studi universitari e che vede fuori dal nostro paese l’unica possibilità per realizzarsi ed essere realmente considerati come professionisti. Nel mondo globalizzato di oggi gli studenti hanno ancora motivo di alzare la voce per far sentire le proprie istanze? Serve a loro, alle future generazioni, affinché credere in un mondo dove studiare ed essere retribuiti per quello in cui ci si è specializzati non debba essere visto come semplice utopia, ma come una realtà quotidiana.

«Un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la stessa politica.»
(Stefano Rodotà)

-Lucilla Troiano.

 

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Una sommessa utopia per l’avvenire

Viviamo in un’epoca, non storica ma personale, densa di contrasti che riguardano il singolo individuo: l’età che portiamo sulla nostra pelle ci identifica come un gruppo ben definito, ma solo a parole, una burocrazia di intenzioni, concetti espressi solo teoricamente ma mai resi tangibili. È latente nei fatti un impegno nel far sì che la gioventù possa alzare la testa verso il cielo e sperare nel bel tempo; ma non esiste un contrasto.

Tra giovani e vecchi, ovvero coloro che dovrebbero dare una mano ai primi, non possiamo che stabilire una inutile faida che mina la società dal suo interno e la proietta nella malattia più incurabile: l’incancrenirsi di tutte le speranze. Da sempre si è ragionato asserendo che i giovani sono sottostimati e i cosiddetti vecchi posti sopra uno scranno dal quale giudicano e tengono strette le redini del destino, perché no, di una nazione. In Italia abbiamo un numero impressionante di ragazzi in costante ricerca di un approdo lavorativo senza vedere mai l’orizzonte proprio a causa della strutturazione di una gerarchia, di una piramide alla base della quale si trova una generazione di under 20-30 e sulla sommità gli inamovibili vegliardi sulle cui spalle riposa un mantello di (nefaste) decisioni infrangibili.

Se si smettesse di considerare in modo differente individui di diverse età allora forse si livellerebbe il distacco, si viaggerebbe sulla stessa strada e non si verrebbe a creare un conflitto che dà vita solo a tensioni cicliche.

È inutile crogiolarsi nel disordine che stiamo vivendo oggigiorno, bisogna iniziare a scansare gli ostacoli e cambiare il modo di pensare; non solo il nostro, proprio dei rappresentanti di un mondo giovanile, studentesco, universitario o come lo si vuol definire, ma piuttosto di una società bisognosa di polmoni nuovi per respirare l’aria incerta dei tempi che verranno.

-Luciano De Vivo.

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Vorrei che il velluto tornasse di moda

Manifestazioni, cortei e scioperi sono stati indetti dagli studenti di tutta Italia, stanchi di essere presi come lo “zimbello d’Europa” o di sentirsi porre la fatidica domanda: «Ma quando ti laurei?» senza poter raccontare di come le condizioni in cui si studia, o si cerca di studiare, non siano le migliori per finire in tempo qualcosa di così importante il più presto possibile e al meglio, per evitare di essere tagliati fuori da quel mondo del lavoro per cui si sta studiando. Vittime sacrificabili di un sistema che non funziona, sempre gli ultimi nella lista delle priorità di quei ministri che rappresentano l’Italia e che dovrebbero tutelarci. Era giunto il momento di passare all’azione: il 17 novembre ricorre infatti la Giornata dello Studente, proclamata nel 1989 a seguito dell’eccidio di professori e studenti cecoslovacchi da parte delle autorità naziste e dopo la “Rivolta del Politecnico” di Atene. In questa giornata, nata appunto per poter mettere in rilievo la figura dello studente, spesso considerata alla stregua di un automa privo di opinioni, plagiato a immagine e somiglianza degli insegnanti, è stato proclamato nel 2017 uno sciopero che coinvolgeva gli studenti di tutte le età, dalla scuola superiore agli universitari, ultimo di una lunga serie di scioperi cominciati ad ottobre con l’apertura delle scuole. “Sembra il ’68 ma non è!”, verrebbe da pensare guardando la portata delle adesioni e i tumulti delle ultime settimane, ma è solo una facciata destinata a cadere. Un’altra rivoluzione che mi viene in mente, invece, è la Rivoluzione di Velluto: insorta a Praga da un corteo pacifico di studenti, la Rivoluzione di Velluto, anche detta “Gentile”, fece crollare “gentilmente” l’opprimente governo del paese in poco più di un mese. Considerando i tempi e le tendenze del momento, io mi considero una sognatrice convinta e penso a quanto sarebbe bello se da un movimento giovanile si scombussolasse questo sistema fermo da 10 anni. Un’utopia, forse, considerando che tra un progetto di alternanza scuola-lavoro praticamente inutile e un sistema di tasse universitarie aumentato del 60% in 10 anni, di pretesti se ne potrebbero trovare moltissimi, per una rivoluzione, ma nulla si sta muovendo in tale senso. Il 23 ottobre gli studenti Medi sono scesi in piazza per l’alternanza scuola-lavoro, o per meglio dire la non-alternanza scuola-lavoro. Sì, perché l’alternanza c’è stata (e pure troppa), ma di lavoro inerente all’indirizzo invece non ve n’è stato nemmeno per sbaglio: un percorso di perdita – economica, temporale e materiale – invece che di acquisizione di competenze utili al loro futuro. La ricompensa? Un’ottima preparazione nel tagliare i segnaposti, nel finire una serie TV sul PC in una redazione radio, nel servire le colazioni o un misero panino nel fast-food più famoso del mondo. In ambito universitario, invece, la situazione è più tragica del previsto, un allarme rosso a tutti gli effetti: l’Italia è infatti la terza in Europa per tasse universitarie più alte e dedica il 7,1% di PIL all’istruzione. inoltre, la ricerca è sottofinanziata.

-Caterina Calicchio.

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La festa delle donne

Due amici, Marco e Mario, hanno appena assistito a una mostra sui disegni di Leonardo da Vinci: Marco, appassionato di arte rinascimentale, l’ha apprezzata molto, ma non ha proprio capito perché nella prima sala è stata appesa una strana copia della Gioconda, scarabocchiata da un certo Duchamp e con il misterioso titolo L.H.O.O.Q. – opera che Mario invece ha molto apprezzato.

Essendo sabato sera, usciti dal museo i due decidono di andare in uno dei tanti pub del circondario – il quartiere, fino a pochi anni prima malfamato e pieno di prostitute, era stato bonificato e trasformato in un centro della movida cittadina, pieno di luoghi di ritrovo di ogni genere.

Mentre si dirigono verso una buona birra, Marco inizia a raccontare all’amico cosa avrebbe fatto con la sua ragazza il giorno dopo, per la Festa della Donna…

 

 

Marco: Prima di tutto le farò consegnare delle rose bianche – quelle rosse ormai sono trite e ritrite – e un biglietto con su scritto «Per ‘colei che solo a me par donna»; Petrarca eh, mica Francesco Sole! Poi la sera la porterò nel nostro ristorante preferito, un localino carino e pure abbordabile; poi anche al cinema a vedere un film-evento sul femminismo – dodici euro a biglietto! però spesi bene dopotutto – e alla fine finalmente a casa a… goderci la nottata d’amore! Che ne pensi? non ti sembra un bel piano?

Mario: …

Marco: Tu che farai con la tua?

Mario: Sesso anale.

Marco: Cosa?! Vuoi buttarglielo al culo?! Il giorno della Festa della Donna?!

Mario: Nonnò, voglio che lei lo butti al culo a me.

Marco: COSA?! Ma sei impazzito?! Come ti è venuto in mente?!

Mario: Io sono stato dentro di lei tante volte, per il suo giorno vorrei che lei provi la sensazione di stare dentro di me.

Marco: Ma questo non è naturale! Lei non ha il cazzo!

Mario: La Natura non vuol dire niente, e comunque le comprerò uno strap-on dildo: costa un po’, ma sono soldi spesi bene però.

Marco: Non ha un cazzo di senso! Lei non potrà sentire niente perché il dildo non è parte del suo corpo!

Mario: Sì invece che sentirà, ci sono persone che sentono le proprie protesi come parte di sé, e ci sono anche protesi robotiche che garantiscono una sensibilità naturale – e comunque noi ci amiamo, già sentiamo qualcosa di grande l’uno per l’altra.

Marco: Ma non è naturale!

Mario: No, ma il progresso sociale permette appunto di colmare le lacune della Natura.

Marco: Ma che stronzata è mai questa! Senti, capisco che tu sei un bisessuale, donne e uomini sono uguali per te, ma al culo lo puoi prendere solo da altri uomini, non da donne!

Mario: E questo è vero, ma quando stavo col mio ragazzo il rapporto era reciproco, lo mettevamo e lo prendevamo entrambi l’uno all’altro, e questo ci permetteva di stare alla pari; voglio che sia così anche con la mia ragazza.

Marco: Ma con le donne non si può fare! non può esserci reciprocità!

Mario: Questo lo dici tu perché sei soltanto etero e credi che in tutte le coppie ci sia la dinamica attivo-passivo, ma se andassi oltre i tuoi confini ti accorgeresti che non deve per forza essere così perché in realtà non è così.

Marco: E questa è un’altra stronzata! Se la mia natura è di essere eterosessuale che ci posso fare io? Me la tengo! non c’è nessun confine da oltrepassare! E comunque qui non stiamo parlando di sesso ma di rapporto tra i generi.

Mario: Appunto, il rapporto tra i generi è proprio di natura sessuale, quello con la madre, quello con la sorella e, dall’adolescenza in poi, quello con il femminile in generale: e soltanto passando attraverso il sesso si potrà raggiungere l’equilibrio.

Marco: E tu questo “equilibrio” lo vorresti raggiungere proprio il giorno della Festa delle Donne!

Mario: Certo, perché la Festa delle Donne rappresenta la volontà e l’aspirazione del genere femminile di raggiungere una condizione di uguaglianza al genere maschile.

Marco: Quindi vorresti dirmi che anche gli uomini dovrebbero essere uguali alle donne? Perciò dovrebbero, ad esempio, pure partorire?

Mario: Chissà, magari un giorno il progresso lo permetterà.

Marco: Tu sei pazzo! – Lasciamo perdere tutta questa questione, sennò non la finiamo più… Dimmi soltanto una cosa, che ne pensi della citazione di Petrarca sul biglietto con i fiori?

Mario: Penso che sia azzeccatissima, considerando la poesia da cui l’hai tratta, ma la mia preferita è questa:

«Ciò che piace al mondo è breve sogno».

-Lorenzo Sgro.