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“My parents said “don’t come back”. I come back.”

Oggi è il 25 Aprile, festa della Liberazione d’Italia dal regime nazifascista. Ma siamo davvero liberi dall’odio e dalle divisioni, dal terrore e dalle implicazioni di uno Stato che ci obbliga ad essere come vuole? Al via, proprio oggi, 25 Aprile, la mostra dedicata ai vincitori del World Press Photo 2019 concorso giunto ormai alla sessantaduesima edizione, specchio chiaro e definito delle vicende antropologiche della contemporaneità che viene espressa tramite gli scatti fotogiornalistici di reporter dipendenti da testate o indipendenti, al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Come si vede dal pannello che apre l’intera esposizione, dal 1955 per gli anni a venire, questo concorso fotografico ha avuto il compito non solo di documentare con un brillante gusto estetico le vicende del mondo, ma anche quello di descrivere in modo dettagliato e attento i problemi che hanno afflitto il nostro pianeta: vicende storiche come guerre e crisi si sono succedute e hanno trovato spazio ed espressione negli scatti, alcuni dei quali hanno realmente “fatto la storia” dell’arte fotografica e sono diventate iconiche per intere generazioni. Non è, pertanto, complesso intuire quali siano i temi più trattati e ricorrenti delle foto vincitrici del 2018 scelte fra 78,801 immagini realizzate da 4,783 fotografi provenienti da 129 Stati diversi: crisi ambientale e umanitaria la fanno da padrone nelle vicende storiche e culturali del 2018.

Quest’anno finalisti e candidati ai premi sono stati 43 provenienti da ben 25 diversi Paesi, il 32 % dei quali sono donne contro l’esiguo 12% dello scorso anno. In aumento la componente femminile anche nella giuria stessa del concorso in cui, su 17 giurati, 9 erano donne. Tra i vincitori quest’anno anche ben 4 italiani di cui uno premiato per il settore digitale. Numerose, infatti, sono state le novità di quest’anno. Presente e vivo ormai da più di mezzo secolo, il World Press Photo oltre a narrare e descrivere le vicende caratterizzanti del pianeta ha avuto e continua a sentire necessariamente il bisogno di rinnovarsi e rimodernarsi insieme al mondo stesso. Per questa ragione è stato istituito un nuovo premio dedicato al Digital Storytelling, una delle nuove frontiere del fotogiornalismo dell’epoca digitale.

Vincitore del World Press Photo del 2018 è lo scatto di John Moore Crying Girl on the Border in cui si vede piangere la piccola Yanela Sanchez mentre viene perquisita sua mamma Sandra alla frontiera al confine con il Texas. Originarie dell’Honduras, sono un caso emblematico di ciò che rappresentano oggi le spinte migratorie e la crisi umanitaria. Divenuta subito virale, ha senza dubbio contribuito a far rallentare grazie alla pessima risonanza mediatica la politica di Donald Trump ed è divenuta strumento politico utilizzato sia da esponenti di destra che di sinistra per portare avanti le proprie idee. Al primo posto per le Photo Stories il repotage sul medesimo argomento, The Migrant Caravan, documentato dagli scatti di Pieter Ten Hooper. Nato con lo scopo di realizzare foto d’amore, è divenuto una documentazione dettagliata della vita quotidiana vissuta dai migranti durante il viaggio nelle carovane. Di seguito lo slideshow.

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Il titolo stesso dell’articolo, però, si riferisce al progetto vincitore del terzo premio Short realizzato da Matteo Delbò e Chiara Avesani che hanno seguito il rientro in patria di Ghadeer il quale, una volta rientrato a Mosul dopo aver vissuto per circa 6 anni in Europa, decide di impegnarsi per aprire una radio libera, priva di alcuna affiliazione politica con libertà di espressione che possa puntare all’empowerment of the youth.
La sua generazione che oggi si trova sulla trentina d’anni, nel corso della sua vita ha assistito ad almeno quattro diverse guerre tutte con conseguenze spiacevoli e sanguinose. Dopo il suo viaggio in Europa, una volta entrato in contatto con la storia dei Paesi europei, ha studiato un modo per ripartire, emulando una Germania rinata dopo il grigiore della seconda guerra mondiale. Quando i suoi genitori lo hanno messo di fronte alla miseria che vivevano ancora nel loro Paese, consigliandogli di non tornare, Ghadeer ha invece deciso di riprendere in mano la sua vita e, nel suo piccolo, il suo Paese perché aveva la visione di qualcosa che stava per iniziare con impegno, sacrificio e passione. Ciò che più ha colpito lo stesso Delbò è stata la capacità di questo giovane di conoscere e riscoprire il dopoguerra europeo e ricominciare prendendo esempio da quello che spesso gli europei stessi, giovani e non, dimenticano.
In un giorno come il 25 Aprile, arrivato anche grazie alla fruizione di radio segrete, un messaggio come quello di Ghadeer è ancora più importante e pregno di speranza per un nuovo inizio.

-Beatrice Tominic

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Il grigio e il giallo illuminano la città

Esperienze estetiche di ogni tipo e ad ogni livello percettivo si susseguono in questo plumbeo ma contemporaneamente eclettico paesaggio metropolitano. Semafori giallo elettrico emergono dal grigiore dello scenario scandendo la cronemica interiore della città.

Dentro a questi contenitori di umanità, mentre artisti survivalisti o sedicenti tali si chiudono nei loro “atelier” divertendosi in trovate creative o in esercizi accademici che tendono più all’autarchico e all’autoreferenziale, altri, invece, affascinati, traumatizzati o terrorizzati, scelgono di esprimere e appropriarsi di tutte quelle dissonanze contemporanee che nella urbanità conoscono i propri massimi estremi. Tra questi ultimi rientra sicuramente l’artista sudcoreana Kimsooja che presenta all’interno della mostra La strada dove si crea il mondo presso il Maxxi fino al 28 aprile 2019, una propria video-performance, intitolata A needle woman. Nell’opera, Kimsooja  si pone come soggetto al centro dell’inquadratura fissa dando le spalle all’osservatore e confrontandosi con tutte le (non)reazioni dei passanti che camminandole davanti finiscono così per rappresentare un’ondata indistinta e inafferrabile di individualità. Osservare senza essere osservati, come davanti ad una sorta di acquario. Sono ora  possibili riflessioni rivolte in realtà a noi stessi ( in quanto a propria volta parte di un habitat urbano) a partire dagli altri, ma a patto di fermarci almeno per un istante e alzare lo sguardo in maniera attiva e consapevole.

Questo è quello che ci chiede per esempio l’artista cileno Alfredo Jaar per poterci accorgere della presenza delle sue affissioni “pubblicitarie” nell’opera Chiaroscuro distribuite in alcuni appositi spazi per le strade di Roma oltre che all’interno del Maxxi. In questi suoi manifesti è riportata la storica citazione di Antonio Gramsci “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Forse il gesto veramente rivoluzionario, sembra consigliarci Jaar, è scoprirsi capaci di una consapevole sensibilità anche di fronte alle suggestioni che ci offre il quotidiano, nei soliti luoghi e attraverso le stesse vie che compiamo ogni giorno.

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A questo punto non possiamo non realizzare come, razionalmente o involontariamente, nelle produzioni di tali artisti l’universo metropolitano irrompa prepotentemente riflettendosi, tra le sue tante manifestazioni, in un sottofondo di solitario smarrimento e in esperienze di immersiva asocialità. Ne è un esempio il video“Pre-umage ( Blind as the mother tangue)” realizzato dall’artista Hiwa K. in cui si fa riprendere mentre cammina tra sentieri, porti e rumori urbani tenendo in equilibrio sul naso una specie di asta con vari specchietti grazie ai quali si orienta, vagando senza meta tra anti-estetici e a-cromatici paesaggi sub-urbani e portuali.

Alla fine forse, davanti a tutte queste immagini che possano fare in un qualsiasi modo da finestra su tali realtà, si ha come l’impressione che le varie possibili riflessioni tendano a sintetizzarsi verso una sola: da questo sfondo grigio di umanità potrà mai di nuovo concretizzarsi una persona e diventare il centro del nostro interesse, magari sotto la vertigine della ricerca di una delle nostre metà perse o almeno che sia “Uno” e non più “chiunque”?

 

-Michele Espinoza

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Slogan contro i pregiudizi

A Roma, nei pressi dell’Ara Pacis, tra un vicolo e l’altro, si nasconde la magia di un “cortile nascosto”. Al suo interno, Palazzo Borghese ospita la Galleria del Cembalo che mette a disposizione i suoi spazi per meeting, conferenze, sfilate di moda, ricevimenti e mostre. È proprio di una mostra che vi voglio parlare oggi.

Nobody can love you more than you è il titolo di questa enigmatica mostra fotografica presente fino al 6 aprile e che vanta 20 opere fotografiche dell’attivista visiva sudafricana Zanele Muholi. Le parole dell’artista sottolineano l’obbiettivo della sua ricerca:

riscrivere una storia visiva del Sudafrica dal punto di vista della comunità nera, lesbica e trans, affinché il mondo conosca la nostra resistenza ed esistenza in un periodo in cui i crimini generati dall’odio sono all’apice, in Sudafrica e non solo.

Gli scatti fotografici catturano un volto femminile che assume ogni volta un nuovo aspetto. Parrucche, costumi e oggetti di uso quotidiano, dalle mollette per stendere i panni, alle pagliette di metallo per pulire le pentole, dalle cannucce per le bibite, alle grucce per appendere gli abiti. Quello che cattura l’osservatore è lo stile fotografico in bianco e in nero, nonostante non si vedano colori, l’artista gioca d’effetto con il colore della sua pelle, senza prendersi sul serio e andando contro lo stereotipo del nero. Contrastando la sua pelle e a volte schiarendosi le labbra, accentua le proprie caratteristiche fisiche per riaffermare la sua identità. Se guardassimo tutte le foto assieme noteremmo un punto in comune. In ognuna di esse la protagonista con il suo sguardo attraversa l’obbiettivo e sembra guardarci negli occhi, con tono di sfida e mai di vergogna, fiera di ciò che è. Non ci sono occhi abbassati ma teste alte e fiere. Perché quel volto femminile che ci guarda è lei, Zanele Muholi che con i suoi autoritratti denuncia le ingiustizie sociali.

Una mostra piacevole da vedere ma che fa soprattutto riflettere. Impossibile rimanere indifferenti di fronte a queste immagini che ci fanno pensare su quanto troppo spesso i pregiudizi ci condizionino, particolarmente in un periodo storico-politico in cui  discussioni su temi come immigrazione, diritti umani, razzismo e omosessualità sono all’ordine del giorno. Quest’artista è stata una vera scoperta per me e spero lo sia per molti altri; il suo modo di essere e di fare fotografia mi ha incuriosito e merita di essere approfondito.

 

-Geraldine Aureli

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SCAVARE FOSSATI-NUTRIRE COCCODRILLI – ZEROCALCARE AL MAXXI

Zerocalcare, alias Michele Rech, ha 36 anni, vive a Roma nel quartiere di Rebibbia, “terra di corpi reclusi e cuori grandi”, e attraverso i suoi disegni caricaturali ci racconta il periodo sociale e politico dagli anni ’90 ad oggi.
Racconta storie di periferia, di quotidianità, di scuola e amici, racconta la precarietà di una generazione sfortunata, di una denuncia alla società in cui viviamo.
Racconta storie di lotte per i diritti di tutti gli esseri umani, di manifestazioni di libertà e uguaglianze, di abusi nei confronti di chi è vittima, storie di occupazioni, sgomberi, di governi fascisti e poteri razzisti, di anticultura e social network.

La mostra a lui dedicata, Scavare fossati-nutrire coccodrilli, al MAXXI di Roma dal 10 novembre 2018 al 10 marzo 2019, raccoglie più di 600 opere e lavori disegnati dal fumettista nel corso degli anni.

Salendo una scalinata su cui si staglia il mammuth di Rebibbia “qui ci manca tutto e non ci serve niente” è raccontata in breve la vita di Michele, i suoi esordi con autoproduzioni e Bassotti che occupano il deposito di Zio Paperone,  di corsi di fumetto e dell’arrivo del nome ZeroCalcare dalla pubblicità di un detergente, di collaborazioni con periodici e testate (Internazionale, L’Espresso, La Repubblica e molti altri), del suo sito Ink4Riot e del successo dei suoi 9 libri, pubblicati per la BAO Publishing.

La grande sala espositiva, che ha dall’alto la forma dell’armadillo (suo storico compagno di avventure, personificazione della sua coscienza), è organizzata in 4 sezioni:

– Pop
Storie di quotidianità e vita personale, rapporti con parenti, amici e adulti, ambientati in un’Italia che cambia, dall’infanzia del benessere economico del game boy, di supereroi e cartoni animati in televisione a tutte le ore, alla matura precarietà di una nuova crisi economica senza lavoro e vie di futuro;

– Tribù
In un’età in cui ci si sente disadattatati e contro il mondo, c’è solo un (non)luogo in cui ci si sente accettati: la tribù, il tuo gruppo, i tuoi amici, persone che la pensano proprio come te.
Il (non)luogo di Michele è la tribù della musica punk.
Tavole, copertine di dischi e locandine ci raccontano di concerti, centri sociali e delle mille sfumature e sottoculture del genere;


– Lotte e Resistenze

Vignette, manifesti, volantini, poster e illustrazioni per raccontare le lotte e le resistenze alle ingiustizie, per raccontare di assemblee, cortei, scioperi, occupazioni e militanza, “con rabbia e con amore”;


– Non Reportage

Fatti di cronaca nazionale e internazionale, vissuti spesso in primo piano dall’artista.
I massacri del G8 di Genova (evento significativo nella sua vita) con le tavole “In ogni caso nessun rimorso”, “La memoria è un ingranaggio collettivo”; i “diari” dei viaggi in Kurdistan, per dare voce e immagine, attraverso la raccolta “Kobane calling”, a un conflitto silenzioso, a una ricerca di libertà di un popolo che i media ignorano e distorcono; la denuncia per la città di Roma e lo stato in cui è abbandonata.

Una grande parete, ricoperta da manifesti disegnati negli anni, ci descrive un periodo: concerti, festival, dibattiti, assemblee, i cortei #MaiconSalvini e quelli del 25 aprile, i 10 anni di Borghetta, quando è andato a fuoco il CSOA La Strada, le manifestazioni antifasciste, per i diritti alla casa, alla ribellione, per ricordare compagni come Carlo, Federico, Stefano, Renato.

Un’immersione in un mondo di valori e ideali di rispetto, integrazione, uguaglianza e libertà, che oggi troppo spesso rischiano di essere (invano!) sopraffatti e cancellati.

 

-Irene Iodice

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Restare Umili, la mostra di Zerocalcare

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Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni

La parola sogno, di per sé associata alla parte della giornata in cui si dorme, è anche collegata ad una condizione essenzialmente felice; non è un caso che in molte situazioni della nostra vita in cui siamo particolarmente euforici ci ritroviamo a dire: “mi sembra un sogno!”. Uno dei padri della psicanalisi, Sigmund Freud, diceva: “l’interpretazione dei sogni è la via regia per la conoscenza dell’inconscio, il fondamento più sicuro della psicoanalisi e il campo in cui ogni praticante deve maturare il proprio convincimento e perseguire il proprio perfezionamento”. Questo perché i sogni affascinano ed è proprio “su una loro rappresentazione che tocca le idee di spirito, emozione, incanto”, riprendendo testualmente le sue parole, che Danilo Eccher ha incentrato la mostra Dream, allestita nella suggestiva location del Chiostro del Bramante di Roma, dal 29 settembre 2018 al 5 maggio 2019. È la degna conclusione di una trilogia di mostre assieme a Love ed Enjoy.

Quando ho visto per la prima volta il cartellone della mostra, con la mente sono tornata a mio nonno, che quando era giovane, per racimolare qualche soldo, si improvvisò cartomante leggendo il significato dei sogni ai più tristi. Non tutti nasciamo con le stesse fortune, sognare assume per ognuno di noi un significato diverso nella vita. Tra chi pensa “non smettere mai di sognare” e chi invece che “i sogni nel cassetto fanno la muffa”, c’è la combinazione di due parole che cambiano significato a seconda di come le si legge: ‘basta crederci’. Charles Bukowski.

Ad ognuno i propri, l’elemento fondamentale della mostra è proprio l’individualità. Ogni notte si sogna, anche se non sempre lo si ricorda, ma i sogni che si fanno possono scatenare diversi sentimenti e reazioni a seconda del tema e del coinvolgimento personale. Ecco, lo stesso accade nel visitare Dream, ogni opera è pensata per avere un impatto differente su ogni osservatore, proprio perché l’autore parte dall’assunto che ogni opera possa naturalmente scatenare in ognuno una reazione diversa, come quando si sogna, nella realtà.

La voce guida aiuta nella concentrazione e nell’immedesimazione. Ci sono 14 sale che giocano su elementi sensoriali e visivi, in tutte è presente una targhetta che spiega il significato associato al sognare una determinata cosa. Nell’ultima ci si può anche sdraiare per guardare dei numeri sul soffitto; mi è rimasta particolarmente impressa questa istallazione perché in matematica io ero una capra! La mia stanza preferita è però quella a tema “la vertigine e il sogno”, che è legata al sognare la paura per l’instabilità.

Alla fine della mostra ci sono più pareti totalmente ricoperte di post-it su cui ogni visitatore può imprimere il proprio sogno più grande. Nella speranza che andrete anche voi a scrivere il vostro e che saprete mantenere il segreto, vi dico il mio; in una sola parola, America.

 

 -Carmen Ciccone

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Winckelmann – Capolavori diffusi nei Musei Vaticani

L’unica via per noi di diventare grandi e – se possibile – insuperabili è l’imitazione degli antichi.

Le immagini della mostra sono disponibili al seguente link
Foto di Giulia Tramet

In occasione del 250° anniversario della sua morte, i Musei Vaticani dedicano a Johann Joachim Winckelmann una mostra per celebrare l’importanza che il suo pensiero ed i suoi studi hanno avuto per la cultura dei suoi tempi e per quelli successivi, in particolar modo per lo sviluppo dei Musei così come possiamo ammirarli oggi. L’archeologo tedesco, dopo aver conseguito gli studi in Germania, si trasferì a Roma dove, nel 1764, venne nominato Sopraintendente alle Antichità e poté dedicarsi allo studio della cultura classica, di cui lui era fortemente appassionato. Egli riteneva che l’Arte dovesse avere delle prerogative ben definitive: nobile semplicità e quieta grandezza. La sua concezione era, dunque, quella di un’arte basata sulla contraddizione tra tempestas e tranquillitas. Celebre è, infatti, il paragone che fece tra la struttura dei capolavori greci e il mare in burrasca: nonostante siano agitate da passioni, le figure greche mostrano sempre un’espressione posata così come il mare può apparire calmo in superficie sebbene mosso da forti correnti in profondità. Pertanto Winckelmann asseriva la superiorità dell’arte greca su tutte le altre, compresa quella romana, ritenendo che in quest’ultima non fosse possibile ritrovare la purezza propria di quella ellenica, che è la sola che si possa considerare libera, essendo prosperata nel periodo dello sviluppo della democrazia ateniese. Le opere che maggiormente sono in grado di rappresentarne questi ideali sono sculture classiche quali l’Antinoo (custodito ai Musei Capitolini), l’Apollo del Belvedere (tipico esempio dell’armonia delle proporzioni) e il Laocoonte (emblema della grazia).
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Winckelmann viene considerato non solo come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo ma anche come il fondatore della storia dell’arte intesa modernamente. È a lui, ad esempio, che si deve la predilezione del colore bianco delle scultoree marmoree, il colore perfetto che comprendeva tutti gli altri. Importante influenza ebbe inoltre il suo pensiero sulle opere di artisti come Mengs, Canova, Ingres e Jacques-Louis David. La mostra Winckelmann. Capolavori diffusi nei Musei Vaticani, che sarà allestita fino al 9 marzo 2019, è stata progettata come un percorso a tappe in cui si mettono in risalto circa 50 opere conservate nel complesso museale che maggiormente ebbero un impatto nella formazione artistica di Winckelmann, capolavori non solo di archeologia classica greco-romana ma anche di arte egizia ed etrusca fino al Rinascimento. Un omaggio che i Musei Vaticani hanno voluto rendere a questo grande studioso al quale debbono la loro odierna forma strutturale e concettuale. Celebrazione che trova il suo apice nella Sala XVII della Pinacoteca in cui è stata allestita una presentazione del personaggio e della sua epoca, nonché un’esposizione delle sue più importanti produzioni letterarie.

-Giulia Tramet

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Madri e figli alla festa del cinema di Roma

Kursk, My Dear Prime Minister, Boy Erased, sono alcuni dei film in concorso alla tredicesima Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre) che abbiamo seguito per CulturArte. Nelle tre pellicole citate emerge in vari modi la forza del legame tra madri e figli, tre progetti culturalmente molto lontani ma che evidenziano l’universalità del rapporto più forte al mondo.

Filo rosso delle tre storie è l’ispirazione a fatti realmente accaduti (Kursk e Boy Erased) o comunque di vita quotidiana (My Dear Prime Minister). Kursk, regia di Thomas Vinterberg, ripercorre la tragica fine dell’omonimo sottomarino russo con le vicende umane delle famiglie dei marinai e gli intrecci diplomatici nei disperati tentativi di salvare l’equipaggio; Boy Erased, diretto da Joel Edgerton, è invece tratto dall’autobiografia di Garrard Conley Boy Erased: a memoir e approfondisce le complicate vite di ragazzi americani omosessuali costretti a terapie di riorientamento sessuale tenute in contesti religiosi; storie molto diverse ma entrambe portate con ottimi risultati sul grande schermo. Cast importante per Kursk con Lea Seydoux, Colin Firth e l’ottima performance da protagonista del belga Matthias Schoenaerts; stesso discorso per Boy Erased con Nicole Kidman e Russell Crowe genitori di un sempre più convincente Lucas Hedges (classe ’96, già candidato per l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 2016 con Manchester by the Sea) e la presenza, pur in un ruolo minore, di Xavier Dolan.

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Discorso a parte invece per My Dear Prime Minister, con regia di Rakeysh Omprakash Mehra, film indiano molto lontano dal nostro mondo occidentale che affronta i disagi quotidiani della bidonville di Gandhinagar, in particolar modo la piaga della mancanza di bagni ed i rischi per le donne di subire abusi. Il film è toccante, i toni quasi da commedia e le scene stile Bollywood che caratterizzano la prima parte sono spazzati via bruscamente dal dramma dello stupro, realtà purtroppo quotidiana in vaste aree del subcontinente indiano, ma trionfa la speranza grazie alle peripezie dei bambini della baraccopoli. Nella gara degli applausi tra i tre film è proprio My Dear Prime Minister a vincere, sincero tributo al regista, presente in sala, da parte di un pubblico commosso e colpito dai dati reali sulla carenza di servizi igienici e numero di stupri riportati a fine proiezione. Come già detto, progetti lontani ed un denominatore comune: il legame indissolubile tra madri e figli. Che la storia sia ambientata nel Mare di Barents, negli Stati Uniti o nelle baracche di una città indiana è poco rilevante; che il figlio abbia 5, 10 o 20 anni è ancora una volta poco rilevante; che la madre sia la perfetta consorte di un predicatore, la sposa di un marinaio o la ragazza madre in una realtà complicata non ha importanza. Madri che lottano per il bene dei loro figli e figli che lottano per il bene delle loro madri (commovente in particolar modo il rapporto singolare in My Dear Prime Minister), personaggi forti e coraggiosi, risoluti nell’affrontare situazioni complicatissime che si presentano nella loro vita, forza morale che però non risulta monolitica ma lascia anzi un notevole spazio allo sviluppo dei personaggi nel corso della storia, componente di formazione che troviamo maggiormente in Boy Erased, da brividi la scena della “fuga” dal centro di riabilitazione. Potente e allo stesso tempo delicata l’interpretazione di Lea Seydoux in Kursk, donna autrice di gesti forti in un clima politico teso, tempra che dimostrerà anche il figlio nel drammatico momento dell’ultimo saluto al padre; quest’ultimo film merita inoltre una menzione a parte per la caratterizzazione maggiormente approfondita di tutti i personaggi che ruotano intorno al nucleo principale e la capacità di valorizzare i due piani narrativi con la stessa forza, le vicende in mare e la battaglia delle famiglie; ancora un appunto positivo per la pellicola di Vintenberg per quanto riguarda la fotografia e le colonne sonore.

BOY ERASED

Le donne di cui abbiamo parlato comunicano il messaggio forte di madri che conservano la loro individualità e che non sono subalterne a nessuno, sono storie di coraggio, di teste che non si piegano e lottano per ciò che sentono giusto, ma allo stesso modo sono storie di figli che crescono in fretta ed assumono ruoli determinanti in queste vicende. Emerge essenzialmente questo indissolubile legame di sostegno reciproco tra madri e figli, in ogni tempo ed ogni luogo, comunque lo si guardi, unico.

 

-Gabriele Russo

 

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Sognando un altro ’68: cosa ci rimane cinquant’anni dopo?

Giovani rivoluzionari, visionari e pieni di speranza. Sognatori.
Sono questi i protagonisti dei 171 scatti che l’AGI, in collaborazione con altri archivi fotografici della stampa straniera, ha voluto portare all’attenzione del pubblico allestendo la mostra fotografica “Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”, fino al 7 ottobre al Museo di Roma in Trastevere.

Numerosi anche i filmati originali che ricostruiscono i momenti cruciali, nonché le prime pagine dei giornali dell’epoca e una piccola esposizione di memorabilia (un juke boxe, un ciclostile, una macchina da scrivere Valentine, la Coppa originale vinta dalla Nazionale italiana ai Campionati Europei, la maglia della nazionale italiana indossata da Tarcisio Burgnich durante la finale con la Jugoslavia e la fiaccola delle Olimpiadi di Città del Messico).

Il 1968 è stato un anno di svolta per l’Italia e per il mondo: cinquant’anni fa nacque una nuova concezione di guardare al futuro e alla società, cercando di far cambiare le cose partendo dal basso, dalle piazze e dalle università. Un nuovo modo di intendere il costume, le relazioni e il ruolo anche simbolico che lo sport ebbe in quell’anno.
Una parte della mostra è proprio dedicata al Maggio Francese (netto è il riferimento al film cult di Bernardo Bertolucci “The Dreamers” all’interno del titolo della mostra stessa) e non si può non rimanere impressionati dalle foto che ritraggono ragazze e ragazzi nelle strade di Parigi che manifestarono non solo per cercare di cambiare il sistema scolastico allora vigente ma anche di fianco agli operai che chiedevano migliori condizioni salariali e contrattuali. Tornando con lo sguardo in Italia, rare e toccanti sono le foto d’epoca che ricostruiscono i cosiddetti fatti di Villa Giulia, dai quali si scatenò un serio dibattito pubblico su come si dovesse affrontare quel determinato bisogno di richieste di “modernità”, in particolare la mostra ci ricorda la lettura che Pier Paolo Pasolini diede di quel momento ponendo il visitatore davanti ad un pannello dove è riportata la trascrizione diretta della poesia “Il Pci ai giovani” pubblicata sull’Espresso il 16 giugno di quell’anno.

Dagli studenti, alla cultura di massa, passando dai personaggi che contraddistinsero quegli anni: da Martin Luther King Jr. a Bob Kennedy senza dimenticare le “Olimpiadi dei Pugni neri” di Messico ’68 e la rivoluzione musicale portata avanti dal rock e dal folk impegnato. Interessante è la sezione che ripropone scatti d’epoca dei maggiori personaggi della musica, del cinema e della cultura italiana che non rimasero immuni al cambiamento che quell’anno coinvolse ogni angolo della società italiana e del quale alcuni si fecero importanti portavoce.

Ma lo scopo principale della mostra è ben chiarito proprio all’inizio: “Dreamers è una mostra sul futuro. Una strada per ricominciare a sognare”.
Per chi ha vissuto quel determinato periodo è come tornare indietro di decenni grazie ad una macchina del tempo che, tramite le foto e i video d’epoca, trascina con sé ricordi di una vita passata e di persone con le quali si è vissuto un determinato momento; è stato bello vedere come molta gente fosse pervasa dalla malinconia, dal ricordo che scaturiva da una determinata foto o da un racconto contenuto in un documento all’interno della lunga linea temporale che è la mostra stessa.
Per tutti quelli che come me non hanno vissuto quegli anni è un modo per comprendere direttamente e senza filtri un momento cardine della nostra storia, per capire quello che siamo oggi grazie a quegli avvenimenti che cinquant’anni fa sconvolsero l’Occidente e soprattutto per imparare a ricominciare a sognare anche nel 2018.

Per ricominciare a credere che un mondo nuovo e migliore sia possibile costruirlo con le nostre forze.
#dreamers68

 

 

-Lucilla Troiano

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Andrea Gandini e i mondi paralleli di Roma

“Le opere che faccio in strada sono dipinti, opere d’arte, proprio perché creano un’emozione in chi le vede: ci sono poesie in quelle sculture”.

E’ così che Andrea Gandini, scultore emergente romano, definisce il suo lavoro iniziato pochi anni fa in un angusto garage per poi diffondersi nei luoghi più reconditi dell’Urbe. A differenza di un quadro però i suoi tronchi morti, parti finali di arbusti ormai abbandonati e da lui scolpiti, non sono semplici oggetti d’arte osservabili in un museo, ma piuttosto soggetti di un’arte che viene creata davanti a tutti e alla quale ognuno, a modo proprio, può partecipare. Sono performance di strada che si adattano e mutano grazie ai suggerimenti del suo pubblico. Opere vive e deperibili come il legno in cui sono scolpite, ma anche collettive poiché seguono le percezioni di coloro che le vedono e le vivono in prima persona. Sono persone comuni: ora impiegati, spesso finanzieri o banchieri, in entrata o uscita dal lavoro, ora registi e attori, ma anche barboni e semplici fruitori della città.

_Troncomorto 27_, Via Cola di Rienzo (Roma)

Molto dipende anche dall’orario, dalla via. Ogni volta però è bellissimo perché è una cosa unica, un’esperienza prima di tutto umana”.

Scolpite in un materiale vivo e tuttavia deperibile come il legno queste sculture sembrano prendere nuova vita sotto lo scalpello di un ragazzo appena ventunenne che in pochi anni ha creato una realtà parallela difficile da eludere. E’ quella dei volti e delle figure che lui ritrae, sospese in un mondo a sé, quasi membri di una civiltà nascosta che ha molti tratti in comune con la nostra. L’artista paragona il materiale da lui usato ad un “osso di balena”. Come la balena, che trae origine da un embrione e poi, da morta, si riduce a un semplice cumulo di ossa, il legno ha potuto godere di un’iniziale vita propria e, in questo senso, operare sul legno è simile ad operare sui resti di un essere vivente. Esattamente come nella vita reale, il rischio è alto: si può riuscire o, al contrario, rischiare di rovinare l’opera, frantumandola e mandandola in polvere.

_San Francesco e San Sebastiano_, 5m, Via Appia (Roma)

Altrettanto significativa è poi la scelta del luogo. Come lo scultore afferma infatti “non si può fare un’opera se non si considera il luogo in cui verrà inserita”. La scelta non è semplice, ma la Città Eterna sembra essere il luogo ideale per le sue realizzazioni. “Roma ha il fascino della città decadente e a me questo piace tantissimo; è in parte abbandonata a se stessa e questo, secondo me, almeno dal punto di vista artistico, rappresenta un po’ un secondo romanticismo. Infatti, nel periodo del Grand Tour, venivano scoperte le prime cattedrali gotiche abbandonate”. Ora, afferma l’artista, “stiamo facendo arte nelle fabbriche abbandonate, nei centri commerciali allagati”. In questo senso l’arte di Gandini come quella di tanti altri coetanei e colleghi rappresenta nella sua unicità un momento di svolta, di rivalutazione del “brutto” o del fatiscente che nell’oscurità può rinascere in una nuova arte, più “semplice” e diretta. Un’arte pubblica, perché si avvale di elementi comuni, eppure inserita nel contesto eterno di Roma, una città che non è destinata a deperire, ma piuttosto a rinascere, assieme a chi la vive ogni giorno e non intende dimenticarla.

_Tronco Morto 6_, Via E. Jenner (Roma)

Le sue opere, presenti in oltre sessanta luoghi di Roma sono apprezzate da un vasto pubblico. All’interno della serie Tronco Morto particolarmente mirabili risultano quelle in via E. Jenner, sul Lungotevere e in via Cola di Rienzo. Fra le altre sculture vi sono poi “San Francesco e San Sebastiano” in via Appia, “La Papessa” sul Lungotevere e “Albero Vetusto” in Via Cassia Veientana.

-Daniela Di Placido