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Shepard Fairey. 3 decades of dissent

Agli inizi di ottobre, ho avuto il piacere di recarmi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma per vedere la mostra di Shepard Fairey, street artist di fama internazionale. Si tratta di un progetto espositivo esclusivo, curato dallo stesso Shepard congiuntamente a Claudio Crescentini, Federica Pirani e la Wunderkammerm Gallery.

Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle sempre più stringenti misure di contenimento della pandemia, che hanno richiesto il sacrificio di molti settori, tra cui quello artistico, con la chiusura di tutti i musei. Tengo così vicino a me il ricordo di questa mostra, nell’attesa della riapertura dei centri culturali, ninfa vitale, a mio parere, di tutti noi.

La “legge del dissenso”

Shepard Fairey è un urban artist, divenuto famoso in tutto il mondo grazie alla sua campagna di sticker iniziata nel 1989. Le sue opere, di forte impronta social-politica, denotano una spiccata sensibilità dell’artista nei confronti di temi come la violenza contro le donne, discriminazione razziale, integrazione, pace nel mondo, infanzia violata.

Attraverso le sue raffigurazioni, trasmette messaggi di grande impatto visivo, chiari ed incisivi, che non lasciano scelta allo spettatore se non quella di recepire quanto egli vuole comunicare, ma soprattutto ad interrogarsi. Ciò che trovo affascinante è che le opere di Fairey si sono fatte spazio all’interno di un mondo artistico, quello contemporaneo, caratterizzato sempre più da opere con chiavi di lettura polivalenti, o spesso di difficile comprensione.

La street art, invece, riesce a mettere in scena una sorta di ritorno al passato, ad un’arte più immediata, quasi alla stregua delle opere che possiamo trovare nelle chiese medievali, dove anche l’analfabeta aveva modo di comprendere ciò che l’opera voleva/doveva comunicare; allo stesso modo gli stencil utilizzati dall’artista sono in grado di comunicare con qualsiasi tipo di pubblico, anche quello completamente a digiuno nei confronti delle nuove correnti di arte contemporanea. Lui definisce l’arte come una “legge del dissenso”, la quale deve avere una funzione prima di tutto pubblica.

Curiosa, però, è la nascita del famoso sticker “Obey Giant”, raffigurante il wrestler Andrè the Giant, con la scritta “obbedisci”, Shepard, infatti, ha dichiarato che in realtà tale creazione non ha particolari significati nascosti, è stato solo frutto di una sorta di sfida con un suo compagno universitario. La speranza di Fairey è comunque quella che lo spettatore, interrogandosi riguardo al vero significato dello sticker, applichi lo stesso spirito critico ad ogni contenuto visivo che gli viene sottoposto, smettendo di accettare passivamente tutto ciò che vede senza farsi domande, ma reagendo attivamente. La scritta “OBEYche campeggia sotto il volto del gigante è un trucco di psicologia inversa: non obbedire, fatti domande, ribellati al sistema.

Le interferenze d’arte, una connessione di temi

Il tema del dissenso alla Galleria d’Arte Moderna va a connettersi con opere di altri artisti, l’esposizione infatti, chiamata Interferenze d’Arte, si caratterizza per l’accostamento di capolavori di vari artisti, che esprimono gli stessi valori.

A mio parere questo non sempre risulta evidente e alcune opere, più che al tema di fondo caro a Fairey, sembrano essere accumunate soltanto da similitudini decorative; questo è particolarmente evidente nei casi dei ritratti femminili e delle composizioni floreali. 

Quando ci si ritrova di fronte all’intenso, ma in fondo manieristico, olio di Giacomo Balla, Il Dubbio, ritratto di Elisa moglie dell’artista, non risulta chiara la vicinanza con il poster Defend the dignity di Shepard, ritratto di Maribel Valdez Gonzalez, facente parte delle serigrafie “We The People”, in risposta diretta ai sentimenti xenofobi, razzisti e anti-immigrati.

Sarebbe risultata sicuramente utile una didascalia esplicativa “dell’interferenza” che dovrebbe legare le opere selezionate e messe a confronto. Si alternano così accostamenti che riescono effettivamente a caricare ed enfatizzare il messaggio che vuole essere trasmesso, ad altri molto meno chiari.

In mostra per le Interferenze d’arte opere di: Claudio Abate, Carla Accardi, Giacomo Balla, Domenico Belli, Felice Casorati, Emanuele Cavalli, Primo Conti, Nino Costa, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Francesco Guerrieri, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Fabio Mauri, Cipriani Efisio Oppo, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Fausto Pirandello, Giuseppe Salvatori, Mario Schifano, Scipione, Mario Sironi, Giulio Turcato e altri artisti.

-Elisa Ciaffi

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Cruor, la personale di Renata Rampazzi

È stata inaugurata di recente a Roma Cruor, mostra che il museo Carlo Bilotti – spazio espositivo nato, dopo decenni di degrado e usi impropri, all’interno dell’Aranciera di Villa Borghese, dalla generosità del signor Bilotti, la cui collezione vanta 22 opere tra dipinti, disegni e sculture – dedica a Renata Rampazzi, accompagnata nella curatela da Claudio Strianti. La pittrice astrattista approfondisce la delicata tematica della violenza di genere, attraverso la realizzazione di 14 tele, nelle quali terra e pigmenti si mescolano insieme dando vita ad immagini che evocano la deturpazione del corpo femminile.

Le opere in mostra

In un piccolo ambiente si sviluppa la ricerca dell’artista in un susseguirsi di ampie tele, caratterizzate da vaste campiture, nelle quali la Rampazzi ha saputo utilizzare sapientemente la spatola per donare alle immagini carica allusiva. Accanto a queste, vi sono poi opere dalle minori dimensioni ma ugualmente persuasive. A dominare in ognuna è la metafora del sangue, declinato con differenti gradazioni del colore rosso, dalla più tenue a quella più vivida. La Rampazzi, con il metodo del dripping, crea macchie e filamenti che rimandano con forza brutale alle lacerazioni e mutilazioni delle parti più intime e private della donna. Lo spettatore viene inevitabilmente indotto ad immergersi emotivamente nella realtà prospettata dai quadri; è così condotto a riflettere sulla tragica realtà delle offese e sofferenze delle vittime di fronte alla sopraffazione maschile.

Il viaggio del visitatore giunge al suo apice con l’ultima opera esposta; si tratta di un’installazione che lo coinvolge anche fisicamente, attraverso un percorso a ritroso all’interno dell’utero femminile: veniamo infatti invitati ad addentrarci in un labirinto di garze e teli che pendono dalla parete sovrastante, intrisi di un rosso cupo, accompagnati costantemente dalle musiche di Minassian, Ligeti e Gerbarec, udibili in sottofondo, che contribuiscono ancor più a rendere inquietante lo spazio circostante.

“Cruor – sangue sparso di donne” al museo Carlo Bilotti
L’intento dell’artista

Il messaggio che la Rampazzi vuole comunicare emerge con potenza ed evidente urgenza dalle meravigliose ma allo stesso tempo angoscianti tele. La giovane pittrice appartiene infatti a quella categoria di artisti dediti all’astrazione concepita come contenuto e significato, non solo come ornamento e composizione. La mostra rappresenta il suo grido personale, la sua opera di denuncia verso comportamenti e azioni ancora generalmente taciuti ma che costituiscono un fenomeno che inquina tristemente la nostra società attuale.

Ruolo catartico dell’Arte

L’arte è uno strumento comunicativo ineguagliabile in quanto capace di scuotere gli animi di una platea eterogena di spettatori. La Rampazzi riesce nel suo intento con una mostra dal contenuto fortemente disturbante che permette al pubblico di attivare processi critici e genera costernazione.  Non si tratta di un semplice susseguirsi di immagini, il visitatore ha l’occasione di intraprendere un viaggio dentro e fuori il corpo femminile. Invito chiunque a prendere parte a questa esperienza sensoriale, in particolar modo il pubblico maschile. Ancora una volta l’arte contemporanea si pone al centro del dibattitto sociale e si avvalora il pensiero della capostipite delle arti figurative Marina Abramović, ”The beautiful or not beautiful is not important, have to be true.”

-Rebecca Linguanti


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Tlamess: un film dall’estetica sensoriale

Il MedFIlm Festival si dimostra essere, ancora una volta, un palco cinematografico mai banale. Nell’ultima serata alla quale ho partecipato, ci ha offerto un’esperienza pienamente visionaria e sensoriale: Tlamess. Come il film di apertura del Festival, It Must Be Heaven (link all’articolo: http://www.culturarte.it/2019/11/11/medfilm-festival-un-mare-fra-spagna-e-palestina/), anche quest’opera si presenta quasi del tutto priva di dialoghi, lasciando alle immagini il fardello della narrazione.

Scritto e diretto da Ala Eddine Slim, Tlamess è una coproduzione franco-tunisina, presentato a Cannes il maggio scorso. È la storia di un soldato, S. (interpretato dal poeta e musicista Abdullah Miniawy), che riceve un congedo di una settimana dopo aver assistito al suicidio di un suo commilitone ed essere venuto a conoscenza della morte della madre; S. torna a casa e coglie l’occasione per disfarsi di quegli abiti militari che lo hanno condotto alla solitudine e alla disperazione. Qui il film assume toni thriller: nel suo quartiere parte una caccia all’uomo, S. diviene la preda di alcuni ufficiali di polizia; scopre così di essere un fuggiasco. Ferito e senza abiti si indirizza verso la foresta, dove si nasconderà senza far mai ritorno.

Alcuni anni dopo la storia si sposta su una donna, F. (Souhir Ben Amara), che scopre e comunica a suo marito di essere incinta proprio nel momento in cui il suo matrimonio sembra soffrire una condizione di noia ed assenza del partner. In questa fase drammatica della pellicola anche F. si scopre in fuga: una mattina si avventura per una passeggiata nella foresta circostante la sua casa senza far mai più ritorno.

S. ed F. si incontrano in questo luogo al tempo stesso di perdizione, riscatto e salvezza, in una foresta che trattiene a sé ma al tempo stesso dà modo di ricercare una propria nuova identità. Il film in questa ultima fase cambia registro: non è più un dramma, non è più un thriller, bensì assume dei toni mistici, surreali. I due comunicheranno senza parlare, attraverso i loro sguardi installeranno un canale empatico che non li lascerà mai. In Tlamess torna il tema dell’imbarbarimento, gli uomini stanno tornando ad essere scimmie? Dal punto di vista di chi scrive il film non si offre una valida risposta a questo quesito, segnando a mio giudizio una nota a suo sfavore.

Slim realizza un film che ripercorre le tappe simboliche della ricerca dell’identità e del significato della vita, temi che quest’anno sembrano cari al MedFilm Festival. Il comparto tecnico del film, tra cui spiccano sicuramente la fotografia e il sound-design, si mantiene alto per tutto il film. Un tono più basso lo si registra in alcuni passaggi per quel che riguarda la narrazione.

La pellicola non nasconde dei chiari richiami al cinema di Kubrick. Innanzitutto, la sequenza del suicidio del soldato nei primi minuti del film strizza con evidenza l’occhio al celebre suicidio di Palla di lardo in Full Metal Jacket. Ma Slim non si limita a questo e forza il citazionismo inserendo addirittura il monolite di 2001: Odissea nello Spazio. La scelta non si rivela infelice o fastidiosa, poiché offre una palpabile chiave di lettura dell’opera a chi un minimo conosce la filosofia del capolavoro del buon vecchio Stanley.

 

-Alessandro Berti

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“My parents said “don’t come back”. I come back.”

Oggi è il 25 Aprile, festa della Liberazione d’Italia dal regime nazifascista. Ma siamo davvero liberi dall’odio e dalle divisioni, dal terrore e dalle implicazioni di uno Stato che ci obbliga ad essere come vuole? Al via, proprio oggi, 25 Aprile, la mostra dedicata ai vincitori del World Press Photo 2019 concorso giunto ormai alla sessantaduesima edizione, specchio chiaro e definito delle vicende antropologiche della contemporaneità che viene espressa tramite gli scatti fotogiornalistici di reporter dipendenti da testate o indipendenti, al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Come si vede dal pannello che apre l’intera esposizione, dal 1955 per gli anni a venire, questo concorso fotografico ha avuto il compito non solo di documentare con un brillante gusto estetico le vicende del mondo, ma anche quello di descrivere in modo dettagliato e attento i problemi che hanno afflitto il nostro pianeta: vicende storiche come guerre e crisi si sono succedute e hanno trovato spazio ed espressione negli scatti, alcuni dei quali hanno realmente “fatto la storia” dell’arte fotografica e sono diventate iconiche per intere generazioni. Non è, pertanto, complesso intuire quali siano i temi più trattati e ricorrenti delle foto vincitrici del 2018 scelte fra 78,801 immagini realizzate da 4,783 fotografi provenienti da 129 Stati diversi: crisi ambientale e umanitaria la fanno da padrone nelle vicende storiche e culturali del 2018.

Quest’anno finalisti e candidati ai premi sono stati 43 provenienti da ben 25 diversi Paesi, il 32 % dei quali sono donne contro l’esiguo 12% dello scorso anno. In aumento la componente femminile anche nella giuria stessa del concorso in cui, su 17 giurati, 9 erano donne. Tra i vincitori quest’anno anche ben 4 italiani di cui uno premiato per il settore digitale. Numerose, infatti, sono state le novità di quest’anno. Presente e vivo ormai da più di mezzo secolo, il World Press Photo oltre a narrare e descrivere le vicende caratterizzanti del pianeta ha avuto e continua a sentire necessariamente il bisogno di rinnovarsi e rimodernarsi insieme al mondo stesso. Per questa ragione è stato istituito un nuovo premio dedicato al Digital Storytelling, una delle nuove frontiere del fotogiornalismo dell’epoca digitale.

Vincitore del World Press Photo del 2018 è lo scatto di John Moore Crying Girl on the Border in cui si vede piangere la piccola Yanela Sanchez mentre viene perquisita sua mamma Sandra alla frontiera al confine con il Texas. Originarie dell’Honduras, sono un caso emblematico di ciò che rappresentano oggi le spinte migratorie e la crisi umanitaria. Divenuta subito virale, ha senza dubbio contribuito a far rallentare grazie alla pessima risonanza mediatica la politica di Donald Trump ed è divenuta strumento politico utilizzato sia da esponenti di destra che di sinistra per portare avanti le proprie idee. Al primo posto per le Photo Stories il repotage sul medesimo argomento, The Migrant Caravan, documentato dagli scatti di Pieter Ten Hooper. Nato con lo scopo di realizzare foto d’amore, è divenuto una documentazione dettagliata della vita quotidiana vissuta dai migranti durante il viaggio nelle carovane. Di seguito lo slideshow.

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Il titolo stesso dell’articolo, però, si riferisce al progetto vincitore del terzo premio Short realizzato da Matteo Delbò e Chiara Avesani che hanno seguito il rientro in patria di Ghadeer il quale, una volta rientrato a Mosul dopo aver vissuto per circa 6 anni in Europa, decide di impegnarsi per aprire una radio libera, priva di alcuna affiliazione politica con libertà di espressione che possa puntare all’empowerment of the youth.
La sua generazione che oggi si trova sulla trentina d’anni, nel corso della sua vita ha assistito ad almeno quattro diverse guerre tutte con conseguenze spiacevoli e sanguinose. Dopo il suo viaggio in Europa, una volta entrato in contatto con la storia dei Paesi europei, ha studiato un modo per ripartire, emulando una Germania rinata dopo il grigiore della seconda guerra mondiale. Quando i suoi genitori lo hanno messo di fronte alla miseria che vivevano ancora nel loro Paese, consigliandogli di non tornare, Ghadeer ha invece deciso di riprendere in mano la sua vita e, nel suo piccolo, il suo Paese perché aveva la visione di qualcosa che stava per iniziare con impegno, sacrificio e passione. Ciò che più ha colpito lo stesso Delbò è stata la capacità di questo giovane di conoscere e riscoprire il dopoguerra europeo e ricominciare prendendo esempio da quello che spesso gli europei stessi, giovani e non, dimenticano.
In un giorno come il 25 Aprile, arrivato anche grazie alla fruizione di radio segrete, un messaggio come quello di Ghadeer è ancora più importante e pregno di speranza per un nuovo inizio.

-Beatrice Tominic

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Il grigio e il giallo illuminano la città

Esperienze estetiche di ogni tipo e ad ogni livello percettivo si susseguono in questo plumbeo ma contemporaneamente eclettico paesaggio metropolitano. Semafori giallo elettrico emergono dal grigiore dello scenario scandendo la cronemica interiore della città.

Dentro a questi contenitori di umanità, mentre artisti survivalisti o sedicenti tali si chiudono nei loro “atelier” divertendosi in trovate creative o in esercizi accademici che tendono più all’autarchico e all’autoreferenziale, altri, invece, affascinati, traumatizzati o terrorizzati, scelgono di esprimere e appropriarsi di tutte quelle dissonanze contemporanee che nella urbanità conoscono i propri massimi estremi. Tra questi ultimi rientra sicuramente l’artista sudcoreana Kimsooja che presenta all’interno della mostra La strada dove si crea il mondo presso il Maxxi fino al 28 aprile 2019, una propria video-performance, intitolata A needle woman. Nell’opera, Kimsooja  si pone come soggetto al centro dell’inquadratura fissa dando le spalle all’osservatore e confrontandosi con tutte le (non)reazioni dei passanti che camminandole davanti finiscono così per rappresentare un’ondata indistinta e inafferrabile di individualità. Osservare senza essere osservati, come davanti ad una sorta di acquario. Sono ora  possibili riflessioni rivolte in realtà a noi stessi ( in quanto a propria volta parte di un habitat urbano) a partire dagli altri, ma a patto di fermarci almeno per un istante e alzare lo sguardo in maniera attiva e consapevole.

Questo è quello che ci chiede per esempio l’artista cileno Alfredo Jaar per poterci accorgere della presenza delle sue affissioni “pubblicitarie” nell’opera Chiaroscuro distribuite in alcuni appositi spazi per le strade di Roma oltre che all’interno del Maxxi. In questi suoi manifesti è riportata la storica citazione di Antonio Gramsci “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Forse il gesto veramente rivoluzionario, sembra consigliarci Jaar, è scoprirsi capaci di una consapevole sensibilità anche di fronte alle suggestioni che ci offre il quotidiano, nei soliti luoghi e attraverso le stesse vie che compiamo ogni giorno.

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A questo punto non possiamo non realizzare come, razionalmente o involontariamente, nelle produzioni di tali artisti l’universo metropolitano irrompa prepotentemente riflettendosi, tra le sue tante manifestazioni, in un sottofondo di solitario smarrimento e in esperienze di immersiva asocialità. Ne è un esempio il video“Pre-umage ( Blind as the mother tangue)” realizzato dall’artista Hiwa K. in cui si fa riprendere mentre cammina tra sentieri, porti e rumori urbani tenendo in equilibrio sul naso una specie di asta con vari specchietti grazie ai quali si orienta, vagando senza meta tra anti-estetici e a-cromatici paesaggi sub-urbani e portuali.

Alla fine forse, davanti a tutte queste immagini che possano fare in un qualsiasi modo da finestra su tali realtà, si ha come l’impressione che le varie possibili riflessioni tendano a sintetizzarsi verso una sola: da questo sfondo grigio di umanità potrà mai di nuovo concretizzarsi una persona e diventare il centro del nostro interesse, magari sotto la vertigine della ricerca di una delle nostre metà perse o almeno che sia “Uno” e non più “chiunque”?

 

-Michele Espinoza

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Slogan contro i pregiudizi

A Roma, nei pressi dell’Ara Pacis, tra un vicolo e l’altro, si nasconde la magia di un “cortile nascosto”. Al suo interno, Palazzo Borghese ospita la Galleria del Cembalo che mette a disposizione i suoi spazi per meeting, conferenze, sfilate di moda, ricevimenti e mostre. È proprio di una mostra che vi voglio parlare oggi.

Nobody can love you more than you è il titolo di questa enigmatica mostra fotografica presente fino al 6 aprile e che vanta 20 opere fotografiche dell’attivista visiva sudafricana Zanele Muholi. Le parole dell’artista sottolineano l’obbiettivo della sua ricerca:

riscrivere una storia visiva del Sudafrica dal punto di vista della comunità nera, lesbica e trans, affinché il mondo conosca la nostra resistenza ed esistenza in un periodo in cui i crimini generati dall’odio sono all’apice, in Sudafrica e non solo.

Gli scatti fotografici catturano un volto femminile che assume ogni volta un nuovo aspetto. Parrucche, costumi e oggetti di uso quotidiano, dalle mollette per stendere i panni, alle pagliette di metallo per pulire le pentole, dalle cannucce per le bibite, alle grucce per appendere gli abiti. Quello che cattura l’osservatore è lo stile fotografico in bianco e in nero, nonostante non si vedano colori, l’artista gioca d’effetto con il colore della sua pelle, senza prendersi sul serio e andando contro lo stereotipo del nero. Contrastando la sua pelle e a volte schiarendosi le labbra, accentua le proprie caratteristiche fisiche per riaffermare la sua identità. Se guardassimo tutte le foto assieme noteremmo un punto in comune. In ognuna di esse la protagonista con il suo sguardo attraversa l’obbiettivo e sembra guardarci negli occhi, con tono di sfida e mai di vergogna, fiera di ciò che è. Non ci sono occhi abbassati ma teste alte e fiere. Perché quel volto femminile che ci guarda è lei, Zanele Muholi che con i suoi autoritratti denuncia le ingiustizie sociali.

Una mostra piacevole da vedere ma che fa soprattutto riflettere. Impossibile rimanere indifferenti di fronte a queste immagini che ci fanno pensare su quanto troppo spesso i pregiudizi ci condizionino, particolarmente in un periodo storico-politico in cui  discussioni su temi come immigrazione, diritti umani, razzismo e omosessualità sono all’ordine del giorno. Quest’artista è stata una vera scoperta per me e spero lo sia per molti altri; il suo modo di essere e di fare fotografia mi ha incuriosito e merita di essere approfondito.

 

-Geraldine Aureli

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SCAVARE FOSSATI-NUTRIRE COCCODRILLI – ZEROCALCARE AL MAXXI

Zerocalcare, alias Michele Rech, ha 36 anni, vive a Roma nel quartiere di Rebibbia, “terra di corpi reclusi e cuori grandi”, e attraverso i suoi disegni caricaturali ci racconta il periodo sociale e politico dagli anni ’90 ad oggi.
Racconta storie di periferia, di quotidianità, di scuola e amici, racconta la precarietà di una generazione sfortunata, di una denuncia alla società in cui viviamo.
Racconta storie di lotte per i diritti di tutti gli esseri umani, di manifestazioni di libertà e uguaglianze, di abusi nei confronti di chi è vittima, storie di occupazioni, sgomberi, di governi fascisti e poteri razzisti, di anticultura e social network.

La mostra a lui dedicata, Scavare fossati-nutrire coccodrilli, al MAXXI di Roma dal 10 novembre 2018 al 10 marzo 2019, raccoglie più di 600 opere e lavori disegnati dal fumettista nel corso degli anni.

Salendo una scalinata su cui si staglia il mammuth di Rebibbia “qui ci manca tutto e non ci serve niente” è raccontata in breve la vita di Michele, i suoi esordi con autoproduzioni e Bassotti che occupano il deposito di Zio Paperone,  di corsi di fumetto e dell’arrivo del nome ZeroCalcare dalla pubblicità di un detergente, di collaborazioni con periodici e testate (Internazionale, L’Espresso, La Repubblica e molti altri), del suo sito Ink4Riot e del successo dei suoi 9 libri, pubblicati per la BAO Publishing.

La grande sala espositiva, che ha dall’alto la forma dell’armadillo (suo storico compagno di avventure, personificazione della sua coscienza), è organizzata in 4 sezioni:

– Pop
Storie di quotidianità e vita personale, rapporti con parenti, amici e adulti, ambientati in un’Italia che cambia, dall’infanzia del benessere economico del game boy, di supereroi e cartoni animati in televisione a tutte le ore, alla matura precarietà di una nuova crisi economica senza lavoro e vie di futuro;

– Tribù
In un’età in cui ci si sente disadattatati e contro il mondo, c’è solo un (non)luogo in cui ci si sente accettati: la tribù, il tuo gruppo, i tuoi amici, persone che la pensano proprio come te.
Il (non)luogo di Michele è la tribù della musica punk.
Tavole, copertine di dischi e locandine ci raccontano di concerti, centri sociali e delle mille sfumature e sottoculture del genere;


– Lotte e Resistenze

Vignette, manifesti, volantini, poster e illustrazioni per raccontare le lotte e le resistenze alle ingiustizie, per raccontare di assemblee, cortei, scioperi, occupazioni e militanza, “con rabbia e con amore”;


– Non Reportage

Fatti di cronaca nazionale e internazionale, vissuti spesso in primo piano dall’artista.
I massacri del G8 di Genova (evento significativo nella sua vita) con le tavole “In ogni caso nessun rimorso”, “La memoria è un ingranaggio collettivo”; i “diari” dei viaggi in Kurdistan, per dare voce e immagine, attraverso la raccolta “Kobane calling”, a un conflitto silenzioso, a una ricerca di libertà di un popolo che i media ignorano e distorcono; la denuncia per la città di Roma e lo stato in cui è abbandonata.

Una grande parete, ricoperta da manifesti disegnati negli anni, ci descrive un periodo: concerti, festival, dibattiti, assemblee, i cortei #MaiconSalvini e quelli del 25 aprile, i 10 anni di Borghetta, quando è andato a fuoco il CSOA La Strada, le manifestazioni antifasciste, per i diritti alla casa, alla ribellione, per ricordare compagni come Carlo, Federico, Stefano, Renato.

Un’immersione in un mondo di valori e ideali di rispetto, integrazione, uguaglianza e libertà, che oggi troppo spesso rischiano di essere (invano!) sopraffatti e cancellati.

 

-Irene Iodice

Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni

La parola sogno, di per sé associata alla parte della giornata in cui si dorme, è anche collegata ad una condizione essenzialmente felice; non è un caso che in molte situazioni della nostra vita in cui siamo particolarmente euforici ci ritroviamo a dire: “mi sembra un sogno!”. Uno dei padri della psicanalisi, Sigmund Freud, diceva: “l’interpretazione dei sogni è la via regia per la conoscenza dell’inconscio, il fondamento più sicuro della psicoanalisi e il campo in cui ogni praticante deve maturare il proprio convincimento e perseguire il proprio perfezionamento”. Questo perché i sogni affascinano ed è proprio “su una loro rappresentazione che tocca le idee di spirito, emozione, incanto”, riprendendo testualmente le sue parole, che Danilo Eccher ha incentrato la mostra Dream, allestita nella suggestiva location del Chiostro del Bramante di Roma, dal 29 settembre 2018 al 5 maggio 2019. È la degna conclusione di una trilogia di mostre assieme a Love ed Enjoy.

Quando ho visto per la prima volta il cartellone della mostra, con la mente sono tornata a mio nonno, che quando era giovane, per racimolare qualche soldo, si improvvisò cartomante leggendo il significato dei sogni ai più tristi. Non tutti nasciamo con le stesse fortune, sognare assume per ognuno di noi un significato diverso nella vita. Tra chi pensa “non smettere mai di sognare” e chi invece che “i sogni nel cassetto fanno la muffa”, c’è la combinazione di due parole che cambiano significato a seconda di come le si legge: ‘basta crederci’. Charles Bukowski.

Ad ognuno i propri, l’elemento fondamentale della mostra è proprio l’individualità. Ogni notte si sogna, anche se non sempre lo si ricorda, ma i sogni che si fanno possono scatenare diversi sentimenti e reazioni a seconda del tema e del coinvolgimento personale. Ecco, lo stesso accade nel visitare Dream, ogni opera è pensata per avere un impatto differente su ogni osservatore, proprio perché l’autore parte dall’assunto che ogni opera possa naturalmente scatenare in ognuno una reazione diversa, come quando si sogna, nella realtà.

La voce guida aiuta nella concentrazione e nell’immedesimazione. Ci sono 14 sale che giocano su elementi sensoriali e visivi, in tutte è presente una targhetta che spiega il significato associato al sognare una determinata cosa. Nell’ultima ci si può anche sdraiare per guardare dei numeri sul soffitto; mi è rimasta particolarmente impressa questa istallazione perché in matematica io ero una capra! La mia stanza preferita è però quella a tema “la vertigine e il sogno”, che è legata al sognare la paura per l’instabilità.

Alla fine della mostra ci sono più pareti totalmente ricoperte di post-it su cui ogni visitatore può imprimere il proprio sogno più grande. Nella speranza che andrete anche voi a scrivere il vostro e che saprete mantenere il segreto, vi dico il mio; in una sola parola, America.

 

 -Carmen Ciccone

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Winckelmann – Capolavori diffusi nei Musei Vaticani

L’unica via per noi di diventare grandi e – se possibile – insuperabili è l’imitazione degli antichi.

Le immagini della mostra sono disponibili al seguente link
Foto di Giulia Tramet

In occasione del 250° anniversario della sua morte, i Musei Vaticani dedicano a Johann Joachim Winckelmann una mostra per celebrare l’importanza che il suo pensiero ed i suoi studi hanno avuto per la cultura dei suoi tempi e per quelli successivi, in particolar modo per lo sviluppo dei Musei così come possiamo ammirarli oggi. L’archeologo tedesco, dopo aver conseguito gli studi in Germania, si trasferì a Roma dove, nel 1764, venne nominato Sopraintendente alle Antichità e poté dedicarsi allo studio della cultura classica, di cui lui era fortemente appassionato. Egli riteneva che l’Arte dovesse avere delle prerogative ben definitive: nobile semplicità e quieta grandezza. La sua concezione era, dunque, quella di un’arte basata sulla contraddizione tra tempestas e tranquillitas. Celebre è, infatti, il paragone che fece tra la struttura dei capolavori greci e il mare in burrasca: nonostante siano agitate da passioni, le figure greche mostrano sempre un’espressione posata così come il mare può apparire calmo in superficie sebbene mosso da forti correnti in profondità. Pertanto Winckelmann asseriva la superiorità dell’arte greca su tutte le altre, compresa quella romana, ritenendo che in quest’ultima non fosse possibile ritrovare la purezza propria di quella ellenica, che è la sola che si possa considerare libera, essendo prosperata nel periodo dello sviluppo della democrazia ateniese. Le opere che maggiormente sono in grado di rappresentarne questi ideali sono sculture classiche quali l’Antinoo (custodito ai Musei Capitolini), l’Apollo del Belvedere (tipico esempio dell’armonia delle proporzioni) e il Laocoonte (emblema della grazia).
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Winckelmann viene considerato non solo come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo ma anche come il fondatore della storia dell’arte intesa modernamente. È a lui, ad esempio, che si deve la predilezione del colore bianco delle scultoree marmoree, il colore perfetto che comprendeva tutti gli altri. Importante influenza ebbe inoltre il suo pensiero sulle opere di artisti come Mengs, Canova, Ingres e Jacques-Louis David. La mostra Winckelmann. Capolavori diffusi nei Musei Vaticani, che sarà allestita fino al 9 marzo 2019, è stata progettata come un percorso a tappe in cui si mettono in risalto circa 50 opere conservate nel complesso museale che maggiormente ebbero un impatto nella formazione artistica di Winckelmann, capolavori non solo di archeologia classica greco-romana ma anche di arte egizia ed etrusca fino al Rinascimento. Un omaggio che i Musei Vaticani hanno voluto rendere a questo grande studioso al quale debbono la loro odierna forma strutturale e concettuale. Celebrazione che trova il suo apice nella Sala XVII della Pinacoteca in cui è stata allestita una presentazione del personaggio e della sua epoca, nonché un’esposizione delle sue più importanti produzioni letterarie.

-Giulia Tramet