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Andrea Gandini e i mondi paralleli di Roma

“Le opere che faccio in strada sono dipinti, opere d’arte, proprio perché creano un’emozione in chi le vede: ci sono poesie in quelle sculture”.

E’ così che Andrea Gandini, scultore emergente romano, definisce il suo lavoro iniziato pochi anni fa in un angusto garage per poi diffondersi nei luoghi più reconditi dell’Urbe. A differenza di un quadro però i suoi tronchi morti, parti finali di arbusti ormai abbandonati e da lui scolpiti, non sono semplici oggetti d’arte osservabili in un museo, ma piuttosto soggetti di un’arte che viene creata davanti a tutti e alla quale ognuno, a modo proprio, può partecipare. Sono performance di strada che si adattano e mutano grazie ai suggerimenti del suo pubblico. Opere vive e deperibili come il legno in cui sono scolpite, ma anche collettive poiché seguono le percezioni di coloro che le vedono e le vivono in prima persona. Sono persone comuni: ora impiegati, spesso finanzieri o banchieri, in entrata o uscita dal lavoro, ora registi e attori, ma anche barboni e semplici fruitori della città.

_Troncomorto 27_, Via Cola di Rienzo (Roma)

Molto dipende anche dall’orario, dalla via. Ogni volta però è bellissimo perché è una cosa unica, un’esperienza prima di tutto umana”.

Scolpite in un materiale vivo e tuttavia deperibile come il legno queste sculture sembrano prendere nuova vita sotto lo scalpello di un ragazzo appena ventunenne che in pochi anni ha creato una realtà parallela difficile da eludere. E’ quella dei volti e delle figure che lui ritrae, sospese in un mondo a sé, quasi membri di una civiltà nascosta che ha molti tratti in comune con la nostra. L’artista paragona il materiale da lui usato ad un “osso di balena”. Come la balena, che trae origine da un embrione e poi, da morta, si riduce a un semplice cumulo di ossa, il legno ha potuto godere di un’iniziale vita propria e, in questo senso, operare sul legno è simile ad operare sui resti di un essere vivente. Esattamente come nella vita reale, il rischio è alto: si può riuscire o, al contrario, rischiare di rovinare l’opera, frantumandola e mandandola in polvere.

_San Francesco e San Sebastiano_, 5m, Via Appia (Roma)

Altrettanto significativa è poi la scelta del luogo. Come lo scultore afferma infatti “non si può fare un’opera se non si considera il luogo in cui verrà inserita”. La scelta non è semplice, ma la Città Eterna sembra essere il luogo ideale per le sue realizzazioni. “Roma ha il fascino della città decadente e a me questo piace tantissimo; è in parte abbandonata a se stessa e questo, secondo me, almeno dal punto di vista artistico, rappresenta un po’ un secondo romanticismo. Infatti, nel periodo del Grand Tour, venivano scoperte le prime cattedrali gotiche abbandonate”. Ora, afferma l’artista, “stiamo facendo arte nelle fabbriche abbandonate, nei centri commerciali allagati”. In questo senso l’arte di Gandini come quella di tanti altri coetanei e colleghi rappresenta nella sua unicità un momento di svolta, di rivalutazione del “brutto” o del fatiscente che nell’oscurità può rinascere in una nuova arte, più “semplice” e diretta. Un’arte pubblica, perché si avvale di elementi comuni, eppure inserita nel contesto eterno di Roma, una città che non è destinata a deperire, ma piuttosto a rinascere, assieme a chi la vive ogni giorno e non intende dimenticarla.

_Tronco Morto 6_, Via E. Jenner (Roma)

Le sue opere, presenti in oltre sessanta luoghi di Roma sono apprezzate da un vasto pubblico. All’interno della serie Tronco Morto particolarmente mirabili risultano quelle in via E. Jenner, sul Lungotevere e in via Cola di Rienzo. Fra le altre sculture vi sono poi “San Francesco e San Sebastiano” in via Appia, “La Papessa” sul Lungotevere e “Albero Vetusto” in Via Cassia Veientana.

-Daniela Di Placido

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“L’ALTRO SGUARDO” SULLA FOTOGRAFIA FEMMINISTA. FOTOGRAFE ITALIANE 1965-2018.

La mostra raccoglie una selezione di oltre 200 fotografie e libri fotografici della collezione Donata Pizzi; presentata per la prima volta alla triennale di Milano nel 2016 e nata in collaborazione con MUFOCO – Museo di fotografia contemporanea di Milano, viene proposta ora al Palazzo delle Esposizioni dall’8 giugno al 2 settembre. A cura di Raffaella Perna e promossa da Roma Capitale-assessorato alla crescita culturale, vediamo riunite opere di oltre 70 autrici appartenenti a contesti storici ed espressivi diversi, con lo scopo di favorire un riconoscimento a quelle che , ad oggi, sono considerate le più originali interpreti nel panorama fotografico italiano dagli anni ’60-70. Le fotografe tornano a lavorare su tematiche identitarie, come già successo negli anni ’60, ma con una sperimentazione stilistica diversa sulle proprietà della fotografia, questo dovuto in parte anche alle nuove “leve” come Anna di Prospero (sua la fotografia scelta come copertina della mostra) che guardano a queste tematiche con uno sguardo più moderno.

Le opere della collezione testimoniano momenti importanti della fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio; da queste opere riaffiorano i mutamenti concettuali,estetici e tecnologici che l’hanno caratterizzata. La centralità del corpo e delle sue trasformazioni, il rapporto tra memoria privata e collettiva, il vissuto quotidiano e familiare, questi sono i temi che legano tra loro immagini appartenenti a decenni e generi differenti, dai reportage a quegli scatti puramente sperimentali.

Suddivisa in 3 settori dedicati, rispettivamente, alla fotografia di reportage dentro le storie dove ogni fotografia affronta quelli che sono stati i drammi che hanno afflitto il Paese, ma anche opere che riguardano la cultura nazionale e la vivacità del clima italiano dagli anni ’60 ad oggi. La seconda sezione cosa ne pensi tu del femminismo? accosta l’immagine fotografica, simbolo di quel mezzo che è stato per anni di proprietà del mondo prettamente maschile, al pensiero femminista, troppo spesso fonte di critiche. Terza ed ultima sezione vedere oltre si occupa di raccogliere quelle fotografie sperimentaliste basate sulla ricerca delle potenzialità espressive del mezzo. Verrà proposto inoltre il documentario parlando con voi prodotto da AFIP International (associazione fotografi professionisti) e Metamorphosi Editrice.

Concludo con alcune parole dell’artista Anna di Prospero riguardo la sua opera Central Park #2: “Quest’opera fa parte di un progetto iniziato 10 anni fa sulla relazione tra i luoghi e le persone. Ritengo che lo spazio che ci circonda sia fondamentale nel riconoscimento di un’identità sia collettiva che individuale, non a caso la mia prima serie fotografica è nata in casa mia, dove per tre anni ho fotografato tutti i giorni gli stessi spazi per creare un legame, appunto, con tali spazi. Il progetto è andato avanti cercando, in luoghi a me sconosciuti, quel legame che unisce la propria identità a quella del luogo specifico. L’opera in questione è un autoritratto scattato a Central Park; come quasi in tutti i miei ritratti c’è la scelta consapevole di lasciare il volto coperto per creare una immedesimazione tra lo spettatore ed il soggetto fotografato”.

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-Francesco Di Pasquale

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FOTOGRAFIA E GIORNALISMO: LE IMMAGINI PREMIATE NEL 2018

Il premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo: ogni anno, da più di sessant’anni, una giuria indipendente formata da esperti internazionali è chiamata a esprimersi sulle migliaia di domande di partecipazione provenienti da tutto il mondo alla sede della Fondazione ad Amsterdam.

La mostra del World Press Photo 2018, tenutasi in prima assoluta italiana a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni dal 27 aprile al 27 maggio, ha suddiviso i lavori in otto categorie (tra cui la nuova categoria sull’ambiente) e nominato 42 fotografi provenienti da 22 paesi. Tra i vincitori anche 5 italiani: Alessio Mamo, 2° nella categoria People – singole; Luca Locatelli, 2° nella categoria Environment – storie; Fausto Podavini, 2° nella categoria Long-Term Projects; Giulio di Sturco, 2° nella categoria Contemporary Issues – singole; Francesco Pistilli, 3° nella categoria General News – storie. 307, in totale, le fotografie nominate nelle otto categorie.

La foto dell’anno, scelta nella categoria Spot News, è di Ronaldo Schemidt (Caracas, 1971), fotografo venezuelano dell’Agence France Presse: l’immagine ritrae José Víctor Salazar Balza, 28 anni, durante gli scontri con la polizia antisommossa in una protesta contro il presidente Nicolás Maduro a Caracas, in Venezuela, il 3 marzo 2017. Magdalena Herrera, presidente della giuria e photo editor di Geo France, ha così commentato la fotografia vincitrice: «È una foto classica, ma che possiede un’energia fortemente dinamica. I colori, il movimento e la forza della composizione trasmettono un’emozione istantanea».

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Title: Venezuela Crisis © Ronaldo Schemidt, Agence France-Presse

La fiammata che sembra quasi fuggire assieme al ragazzo, la luce che si irradia — tanto vivida da sembrare irreale — sulla parete vicina e sui muscoli in tensione rendono questo scatto un potente mezzo di comunicazione, che illumina le coscienze di chi lo osserva. Un scena che siamo abituati a vedere nella finzione delle serie tv e dei film d’azione, ma che in questo contesto ci colpisce con la sua verità e ci riporta violentemente nel mondo reale, in un magnetismo che rende impossibile smettere di guardarla.

 

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Title: Rohingya Crisis © Patrick Brown, Panos Pictures, for Unicef

Le salme di un gruppo di profughi rohingya morti durante il naufragio della barca su cui viaggiavano per fuggire dalla Birmania: la foto, scattata il 28 settembre 2018 a Inani beach, vicino a Cox’s Bazar, in Bangladesh, mostra piccoli esseri sotto dei teli, su un prato lucido e verde. La cruda bellezza di questa foto sta nella percezione dei corpi sotto il tessuto sgargiante che, bagnato, si attacca sulla pelle dei profughi come il panneggio di una scultura. Ormai disumanizzati nella rigidità della morte e velati, i cadaveri sembrano quasi dei manichini, conferendo ancora più terrore e gelo alla scena.

 

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Title: Boko Haram Strapped Suicide Bombs to Them. Somehow These Teenage Girls Survived. © Adam Ferguson, for The New York Times

Il soggetto è una bambina di 14 anni, Aisha, che a Maiduguri, in Nigeria, il 21 settembre 2017 riuscì a scappare dai miliziani Boko Haram che l’avevano rapita. I pochi colori cupi e la simmetria cercano di trasmettere tutta la paura e la dignità di una sofferenza inimmaginabile. La ragazza ci viene presentata così, con la parte superiore del volto nascosta e dunque senza identità, privata di essa dalla violenza che ha visto; le sue labbra però accennano un sorriso, forse la speranza di un futuro migliore.

 

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Title: Witnessing the Immediate Aftermath of an Attack in the Heart of London © Toby Melville, Reuters

Una donna ferita da un’auto che ha investito i pedoni sul ponte di Westminster a Londra, il 22 marzo 2017. Il suo sguardo sgomento e interrogativo ci trafigge: sono gli occhi di una donna che in un secondo ha visto crollare tutte le certezze del mondo in cui vive. La città, il lavoro, gli impegni, il cellulare e tutte quelle piccole cose che l’occidentale medio vive ogni giorno vengono polverizzate in un terribile istante che rende la realtà simile a quella di una zona di guerra, lontana dai pensieri e dagli occhi di qualsiasi comune abitante londinese. E più che il terrore rimane la confusione; l’unico punto fermo che rimane è il braccio di un altro essere umano. E la domanda: «Perché?».

 

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Title: The Battle for Mosul – Lined Up for an Aid Distribution © Ivor Prickett, for The New York Times

Gli abitanti di Mosul fanno la fila per ricevere cibo mentre sono in corso gli scontri per liberare la città dai miliziani del gruppo Stato islamico, 15 marzo 2017.

«Tutti in fila indiana»: quante volte lo abbiamo sentito dire alle scuole elementari? I bambini che eravamo si mettono a correre e si posizionano, è anche quello un gioco. Questo è ciò che ci evoca, questo è ciò che abbiamo conosciuto. Per la bambina al centro della composizione però il ricordo di questa fila sarà completamente diverso, unico volto libero visibile nella fila femminile in primo piano. In secondo piano, come delle colline in lontananza vediamo la fila degli uomini, dove altri bambini avranno la stessa incertezza, lo stesso timore e la stessa speranza.

 

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Title: The Battle for Mosul – Young Boy Is Cared for by Iraqi Special Forces Soldiers © Ivor Prickett, for The New York Times

Un bambino, ferito durante gli scontri a Mosul tra l’esercito iracheno e i miliziani del gruppo Stato islamico, 12 luglio 2017. Lo scatto è semplicemente disarmante: l’incrocio di sguardi mancato dei soldati, il divenire che suggeriscono i movimenti, l’uomo al centro con il corpicino nudo in braccio attorno a cui si svolge la tensione, l’arto libero che si leva come ad esortare la ricerca di una soluzione o forse anche solo un attimo di pace generano una composizione che richiama quasi a una tela di Caravaggio. Una rappresentazione caotica ma plastica di un istante aberrante e drammatico.

 

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Title: More Than a Woman © Giulio Di Sturco

3 febbraio 2017: il Dottor Suporn Watanyusakul mostra alla paziente Olivia Thomas la sua nuova vagina dopo un intervento chirurgico di riassegnazione del genere in un ospedale di Chonburi, vicino a Bangkok, in Thailandia. Trapela una velata ironia in questo splendido scatto: l’espressione perplessa della ragazza, curiosa su tutto ciò che potrà vivere con il suo nuovo corpo, quello che probabilmente ha sempre desiderato. Stupenda la femminilità dei gesti e del volto in contrapposizione alla struttura massiccia e ancora vagamente mascolina del suo corpo, a testimonianza vivente che la femminilità è molto più di uno stereotipo.

 

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ENVIRONMENT STORIES Title: Hunger Solutions © Luca Locatelli, for National Geographic

2 ottobre 2016/marzo2017. L’innovativa pratica agricola nei Paesi Bassi ha ridotto la dipendenza dall’acqua per le colture chiave e ha diminuito drasticamente l’uso di pesticidi chimici e antibiotici. Nella Food Valley, un cluster in continua espansione di start-up focalizzate sulla tecnologia agricola e fattorie sperimentali, si studiano e si cercano di applicare possibili soluzioni alla crisi della fame nel mondo. Il paesaggio agricolo, ormai antropico, spaventa per la sua forma completamente nuova e legata indissolubilmente al cambiamento epocale che la nostra specie sta vivendo ma non riesce a non apparire meraviglioso, di una nuova forma di bellezza che possiamo ancora esplorare.

 

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Title: Lives in Limbo © Francesco Pistilli

12-17 gennaio 2017: la chiusura della cosiddetta “rotta balcanica” verso l’Unione europea ha bloccato migliaia di rifugiati che tentavano di viaggiare attraverso il paese per cercare una nuova vita in Europa. Molti hanno trascorso il gelido inverno serbo in magazzini abbandonati dietro la stazione ferroviaria principale di Belgrado. Un solo volto, molti corpi: tutti grigi, tutti avvolti in attesa di un futuro diverso, di una vita al sicuro, nella speranza di passare la frontiera o anche solo di passare la notte. L’immagine, anche per posizione, evoca un’attesa simile a quella di un nascituro dentro l’utero.

 

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Title: Omo Change © Fausto Podavini

24 luglio/24 novembre. La regione della Valle dell’Omo, in Etiopia, è un ambiente naturale estremamente fragile che ospita circa 200.000 abitanti di molti gruppi etnici diversi. Il territorio sta cambiando rapidamente a seguito della costruzione della diga Gibe III, che sta avendo un grave impatto ambientale e socio-economico sulla regione. In questo scatto sono ritratte due ragazze dalla bellezza perturbante, disarmante, diversissima dai canoni occidentali ma che comunque colpisce l’osservatore ad ogni livello con la sua verità e la sua spontaneità; i ricami tribali sulla pelle cozzano con gli abiti occidentali, che sembrano mirare alla pura trasformazione di un corpo in un oggetto erotico di consumo.

 

L’esposizione del World Press Photo 2018 non è soltanto una galleria di immagini sensazionali ma è soprattutto un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo. Il suo carattere internazionale e le centinaia di migliaia di persone che ogni anno nel mondo visitano la mostra sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche per raggiungere livelli altissimi e immediati di comunicazione.

Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, la mostra è ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography. La World Press Photo Foundation, nata nel 1955, è un’istituzione internazionale indipendente per il fotogiornalismo senza fini di lucro. Il World Press Photo gode del sostegno della Lotteria olandese dei Codici postali ed è sponsorizzata in tutto il mondo da Canon. L’Azienda Speciale Palaexpo è un ente strumentale della città di Roma che si propone oggi come uno dei più importanti organizzatori di arte e cultura in Italia e gestisce il Palazzo delle Esposizioni, il Macro e il Mattatoio per conto di Roma Capitale. Il 10bphotography, partner della fondazione World Press Photo, è un centro polifunzionale interamente dedicato alla fotografia professionale. Si propone di mettere a disposizione del territorio l’esperienza e le relazioni costruite nel tempo, con l’obiettivo di portare a Roma e in altre città italiane il più grande e più prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale. Internazionale, media partner della mostra, è un settimanale italiano d’informazione fondato nel 1993 che pubblica i migliori articoli dei giornali di tutto il mondo.

 

 

 

-Alessandra Testoni

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Hiroshige: visioni di un Giappone lontano

C’era un tempo in cui Giappone non significava solo manga e All-you-can-eat; un tempo, quello dell’impero Edo (1600-1868) — nome che indicava l’attuale città di Tokyo — in cui il Paese del Sol Levante, nonostante il suo regime di estremo isolamento e repressione, creò le basi per un’arte che avrebbe ridefinito non solo le regole dello stile di molti artisti giapponesi, ma anche influenzato pittori europei come Degas, Klimt e Van Gogh. Proprio quest’ultimo affermava: «Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere […]. Le loro opere sono semplici come un respiro, i giapponesi riescono a creare figure con pochi tratti, ma sicuri, con la stessa facilità con la quale noi ci abbottoniamo il gilé».

È proprio questo il segreto e forse la genialità degli artisti della Ukiyo-e, movimento artistico dell’impero di Edo che rese possibile l’estro di maestri come Utagawa Hiroshige (1797-1858), in mostra alle Scuderie del Quirinale fino al 29 Luglio 2018. L’Ukiyo-e, letteralmente “immagine del mondo fluttuante”, è un termine buddhista che indica l’illusorietà della realtà terrena a cui il saggio non deve attaccarsi; una dimensione unica, quella dei piaceri della vita, rappresentativa di quell’energico mondo giovanile che nel tardo Settecento incombeva nelle città sviluppate di Edo, Kyoto e Osaka. È proprio questa energia che si percepisce nelle innumerevoli silografie che Hiroshige ha realizzato nel corso della sua vita. È la forza dei loro tratti, netti e sicuri, che ritraggono il Giappone nella sua quotidiana misticità. Ne è un esempio la serie di silografie Le cinquantatré stazioni di Tōkaidō (1832) in cui il maestro scova paesaggi e personaggi di un Giappone nascosto, quello della route Tōkaidō, arteria principale dell’impero Edo che, partendo da Kyoto e giungendo alla capitale, toccava gran parte del Paese. Quelli di Hiroshige sono veri e propri scorci che, come in una fotografia, mostrano senza filtri la vita dei viaggiatori delle stazioni di sosta, ora intenti ad attraversare un ponte in piena bufera, ora costretti a sopravvivere al gelo delle nevi nipponiche.

Il tema dei paesaggi viene ripreso più volte dall’artista, fino a giungere alla sua celebre serie le Cento famose vedute di Edo che lo consacrerà maestro dell’ukiyo-e alla pari del già celebre Hokusai. Cento prospettive della città di Edo, ognuna diversa dall’altra per forma e contenuto, che contribuiscono a fornire un’immagine multiforme della complessa capitale giapponese. Sembra di essere scagliati insieme ai protagonisti contro la pioggia che attraversa il ponte Onashi in Scroscio improvviso sul ponte Onashi e Atake, che ispirò lo stesso Van Gogh in Bridge in the Rain (after Hiroshige) del 1887, o di intravedere fra i fiori del Horikiri Iris garden il rosso intenso del calar del sole.

Ancora più stupefacente risulta il modo in cui la natura — soprattutto piante e fiori — riescono a prender vita con Hiroshige: in Fiori e piante delle quattro stagioni fiori di ciliegio e crisantemi gialli, bianchi e rosa invadono un ruscello giapponese che sembra appartenere proprio a quel mondo “fluttuante” a lungo decantato dall’ukiyo-e. Qui la forza della natura viene evocata dal grande artista, come in Carp (koi) dedicata ai guizzanti pesci di fiume: le carpe. A proposito di questi pesci, in uno dei suoi poemi fedelmente riportati sulle pareti dell’ultima sala della mostra, Hiroshige scriverà:

Alla fine
Il suo destino è trasformarsi
In un drago delle nuvole
La forte carpa
che risale il torrente

In Hiroshige tecnica, contenuto e forma coesistono in un armonico spazio a sé. L’ukiyo-e è quella voce fuori dal coro che, con un’eleganza e armonia tipicamente giapponese, impone la necessità di una nuova arte, così di rottura da sconvolgere l’esperienza artistica di molti pittori, europei e non, gettando le basi iconografiche di quella che sarà una delle future industrie più produttive del Giappone: il manga.

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-Daniela Di Placido.

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HUMAN+ – Il futuro della nostra specie

La mostra in corso a Palazzo delle Esposizioni pone come obiettivo l’indagine sull’ancora oscuro rapporto tra uomini e macchine nell’imminente futuro; il percorso è un continuo crescendo che, partendo da “semplici” protesi artificiali, sembra mettere clamorosamente in discussione lo stesso confine tra vita e morte. Il tema del rapporto fra l’uomo e la tecnologia è stato ampiamente discusso negli ultimi anni, specialmente attraverso serie televisive come Black Mirror — a tratti la sensazione è infatti quella di essere stati catapultati all’interno del Black Museum presente nell’ultima puntata della serie. Lungi però dall’essere un percorso esclusivamente disumanizzante, la proposta degli allestitori lascia molto spazio anche a una visione del futuro il cui l’arte può porsi come strumento di accettazione del “nuovo mondo”, rendendo più bello e comprensibile un universo in cui l’uomo potrebbe perdere la centralità.

Le prime opere in mostra si concentrano sul tema della bellezza e dei sensi: come rendere delle protesi artificiali maggiormente gradevoli alla vista, facendo sì che il paziente non se ne vergogni ma possa addirittura trovarle esteticamente belle; significativa e d’impatto la performance dei Venezuelani Billy Spence e Regina Galindo Cut Through the line (2005) sul concetto standardizzato di bellezza nel mondo occidentale. Sull’aspetto sensoriale desta attenzione una protesi piuttosto ingombrante capace di farci vedere e toccare il mondo come una formica, o ancora il dispositivo empatico improvvisato (2005) di Matt Kenyon, una sorta di “protesi emotiva” capace di far provare del lieve dolore fisico a chi lo indossa per ogni soldato morto in guerra, al fine di sensibilizzare la popolazione sulla crudeltà dei conflitti nel mondo. Questo primo filone va esaurendosi con alcune proposte curiose, come la Macchina Avatar di Marc Owens (2010), un esoscheletro che restituisce all’ospite una realtà fittizia nella quale si comandano le proprie azioni dall’esterno, o il Casco Deceleratore di Lorenz Potthast (2014), tentativo di farci percepire il mondo a velocità variabile.

Più disturbante la seconda parte dell’esposizione: scomoda negli interrogativi che fa sorgere al visitatore, terribilmente vera, drammatica nell’evidenza che il mondo tecnologico del futuro è spesso già presente. La sezione viene introdotta dalle emblematiche parole di Ludwig Wittgenstein: «Ma una macchina potrebbe pensare? Potrebbe provare dolore?». L’installazione Area V5 di Louis-Philippe Demers (2009-10) lascia di stucco: 18 teschi robot sistemati su tre file non  fanno altro che seguire i passanti con i loro occhi inanimati; un’opera grandiosa nel suo intimo significato, che si concentra sul concetto di uncanny valley (zona perturbata) e vuole stimolare il disagio fisico nel sostenere lo sguardo di un qualcosa, il robot, che agisce similmente all’uomo senza essere vivente. Troviamo poi installazioni incentrate sulla “vitalità” delle macchine come Equilibrium Variant di Roberto Pugliese (2011), Leonardo sogna le nuvole di Donato Piccolo (2014) e Indisciplinate: le macchine si ribellano di Heidi Kumao (2002-2015); questi tre progetti, diversi tra loro, comunicano tutti un senso di ansia nel vedere delle macchine piene di energia agitarsi e all’apparenza essere quasi pronte a parlare con cognizione da un momento all’altro, senza far trasparire nulla di ciò che si potrebbe chiamare propriamente vita. Opera collettiva è invece J3RR1, una tortura programmata (2018), installazione di uno speciale computer intrappolato per sistema in un perpetuo stress test dell’hardware. Straordinario il grado di empatia che si prova nei confronti della macchina: egli è costantemente alla strenua ricerca di un modo per migliorare le proprie prestazioni, senza darsi un perché, agendo senza pensiero. Si percepisce in quest’opera la fatica nell’obbedienza di quel comando imperativo da cui J3RR1 non può prescindere ma, come suggeriscono gli artisti, è proprio osservando il suo tormento che scopriamo il nostro riflesso.

Inevitabile è poi uno spazio dedicato ai possibili metodi di adattamento dell’uomo e della terra a futuri dove, per sovrannumero della popolazione o per mutate condizioni climatiche, bisognerà trovare nuove soluzioni a nuovi problemi; spicca Trasfigurazioni di Agatha Haines (2013), dove l’artista specula su sei possibili modificazioni corporali dei neonati in fasce, capaci di rendere l’organismo più adatto a delle specifiche condizioni nelle quali la persona dovrà poi vivere e lavorare. Conclude l’esposizione il fatidico intreccio tra la vita e la morte, aperto questa volta da una citazione da Frankenstein: «Per analizzare le cause della vita, bisogna prima rivolgersi ai principi che determinano la morte». Alla luce di quanto detto fin qui, potrà mai l’uomo dominare la vita? Potrà mai darla a cose che per natura non l’hanno, rendere vitale ciò che è inanimato? Una seria incognita esistenziale viene posta da Bambole scacciapensieri semiviventi, opera di ingegneria tissutale nata nel 2000: piccoli manufatti in cui polimeri biodegradabili vengono lentamente sostituiti da cellule animali, qualcosa di difficile da spiegare, né vivo né morto, che rappresenta drammaticamente la crisi delle nostre certezze, quelle che non abbiamo e probabilmente non avremo mai. Sul tema della vita dopo la morte James Auger e Jimmy Loizeau, partendo da considerazioni atee, concepiscono il corpo umano come entità chimica soggetta al decadimento e ne immaginano la sintesi in energia elettrica sotto forma di batteria: se la vita potesse trasferirsi dal corpo a una batteria, si potrebbe dire che l’umanità abbia domato la morte? Difficile da dire: atei o credenti, nessuno è fino ad ora riuscito a cogliere l’intimo mistero della vita; la sfida nella creazione di una macchina in grado di provare emozioni che possano dirsi “umane” o di aggirare la morte con processi scientifici, è affascinante quanto oscura. Che posto ha l’anima in tutto questo? Ma soprattutto è la sua “esistenza” a renderci speciali?

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-Gabriele Russo.

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Outdoor Festival: Testaccio si fa cosmopolita

Fino al 12 maggio 2018 Roma è stata luogo di incontro per giovani artisti e musicisti nell’ottava edizione dell’Outdoor Festival all’Ex Mattatoio di Testaccio. Il tema di quest’anno è stato l’Heritage: cosa ci offre davvero l’Europa?

Nato nel 2010 a Garbatella come “un buon motivo per uscire di casa”, l’Outdoor Festival in pochi anni è diventato il principale motore di trasformazione del quartiere Ostiense, ora primo Street Art District d’Italia. In linea con la nomina del 2018 come anno del Patrimonio culturale europeo, il tema di quest’anno è stato l’Heritage, il patrimonio: qual è il nostro e quali culture vi appartengono? Ma soprattutto, come possiamo trasferirlo alle generazioni future? Come nelle scorse edizioni, il festival è stato suddiviso in più aree: arte, musica, conferenze, televisione e mercato.

Fulcro dell’esperienza artistica è lo spettatore, che viene immerso in quattro percorsi su quattro differenti tematiche: disobedience, lightspeed, retromania, total recall, Come introduzione a questo viaggio senza meta si trova l’opera dell’artista italiano Motorefisico, Labirinto Semplice, un tunnel dalle (dis)orientanti linee optical che attraversa tutti i piani dell’esibizione e lascia contemporaneamente allo spettatore la possibilità di contemplare gli allestimenti come ultimo reale “osservatore” dell’opera.

Il primo snodo tematico, DISOBEDIENCE, rappresenta la voce degli artisti che dal 1968 ad oggi hanno avvertito un impellente bisogno di discontinuità con la tradizione, uomini in lotta contro gli errori del passato per promuovere un futuro più equo. È il grido antipatriarcale «NOT FOR GIRLS» dei poster della portoghese Wasted Rita, fiera portatrice dei nuovi valori del femminismo moderno, necessaria conseguenza del celebre #metoo che condanna ogni dominio maschile sulla donna. Disobedience è però anche l’urlo anticonformista del toscano Paolo Buggiani, uno dei padri fondatori della Street Art newyorkese degli anni Ottanta che, con le sue conturbanti figure di fuoco, ora degli Icari dalle ali infiammate, ora dei Minotauri o dei cavalli di Troia ardenti, destabilizza l’opinione pubblica, trovando l’apprezzamento di artisti come Keith Haring e Barba Krüger.

In questo perenne processo di ritorno e rottura con il passato, LIGHTSPEED è la “luce fuori dal tunnel” del futuro, ben visibile nell’opera dell’inglese Kid Acne che con il suo murales «HERE WE ARE / HEREDITAS», che ci fa riflettere sulla natura effimera eppure eterna del nostro patrimonio.

A seguire vi è RETROMANIA, un avvincente percorso storico volto a valorizzare i prodotti di massa ora icone della società moderna: sembra di rivivere i memorabili scatti del newyorkese Ricky Powell che, in pochi semplici ma effettivi secondi, immortala la scena musicale e artistica degli anni Ottanta e Novanta; i The Fugees con Lauryin Hill, Basquiat con Warhol, Haring, Beastie Boys e Public Enemy — solo per citarne alcuni.

A concludere la mostra vi è l’ironica e al tempo stesso nostalgica immersione visiva pop del TOTAL RECALL, che intende appunto “richiamare” la nostra modalità di dialogo con il passato: Tony Cheung, artista cinese di fama internazionale, elude per poco la censura nel suo Chemical Happiness, denuncia ironica e simbolica di una Cina che sembra dimenticare sempre più il suo passato sottovalutando, però, tematiche di forte discussione come la sessualità, l’alienazione e la violenza. Uno sguardo occidentale viene invece proposto dall’italiano Mimmo Rubino, in arte Rub Kandy, che in Almost Ready propone l’originale modello di una nuova città sulla base di elementi di scarto della secolare città di Roma.

Elemento più interattivo del festival è indubbiamente il padiglione delle Stories, progetto finanziato da Google Arts&Culture che offre uno sguardo dettagliato e sorprendente alle realtà periferiche di Ostia, Corviale e Tor Pignattara, spesso ingiustamente tagliate fuori dal contesto cittadino; attraverso degli occhiali 3D si viene improvvisamente catapultati nella complessa realtà di Ostia, una bellezza in degrado difesa dall’azione, dalla vivacità e dalla tenacia dei giovani del Wave Market. È proprio questo mercato artigianale che, in un’edizione speciale, viene trasportato nella vivace Testaccio: non solo gioielli e abiti handmade o vintage, ma anche stampe di designer che vedono l’impegno quotidiano e la creatività di numerosi ragazzi, quegli stessi ragazzi che credono ancora in una Roma migliore, sfondo di un patrimonio fortunatamente indimenticabile ma che bisogna affrontare con uno sguardo diverso: quello dei giovani che popolano la città.

 

-Daniela Di Placido.

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Se tutte le stelle del mondo a un certo momento venissero giù

Un bambino seduto su una grande valigia antiquata che legge un libro al chiaro di luna sovrastato da un’enorme scritta rossa: felicità. Lo avrete forse visto a Roma, su un cartellone pubblicitario lungo una strada o su uno schermo nella parete di una banchina della metropolitana; forse vi sarete anche chiesti se quel bambino possa dirsi felice, se un cielo stellato e la lettura di un libro possano realmente migliorare l’umore; forse vi sarete addirittura chiesti cosa sia la felicità e in cosa essa consista. Questo il quesito su cui si è discusso a lungo, con volti noti della letteratura e non solo, nei due giorni cruciali di Libri Come, la Festa del Libro e della Lettura ospitata all’Auditorium Parco della Musica dal 15 al 18 marzo; un quesito, quello sulla felicità e il modo di raggiungerla, che attanaglia l’umanità dall’inizio dei tempi e che ha occupato la mente di molti grandi filosofi e scrittori del passato.

«Se vuoi essere felice, comincia ad essere felice» è una delle quattro citazioni cardine dell’evento: questa massima di Lev Tolstoj invita a vedere la felicità come qualcosa di raggiungibile attraverso la volontà e la perseveranza, ma nel corso delle varie rassegne — che hanno compreso presentazioni di libri, incontri con gli scrittori, vere e proprie esibizioni e quattro “lezioni di felicità” — tale concetto si fonde con altri ad esso simili, diversi o del tutto opposti. Talvolta la felicità è vista come uno scopo; altre è invece un “carburante” che ci permette di raggiungere i veri obiettivi della vita. La scrittrice spagnola Clara Sanchez crea un parallelismo fra la ricerca di un altro sé, di un’altra persona, della verità — temi che ricorrono fin dal suo primo successo nei suoi racconti — e quello della felicità.

Sebbene oggi la felicità sia considerata quasi come un bene materiale qualsiasi, esprimibile in maniera concreta attraverso mezzi economici, essa è in realtà un concetto astratto, misurabile esclusivamente attraverso la nostra voglia di vivere. «Quale?!» potrebbe essere la risposta di Zerocalcare, che — intervistato insieme ad Atlan da Stefano Bartezzaghi — una volta ricevuto l’invito a partecipare alla rassegna si è posto la domanda forse più impulsiva: «Che cazzo c’entro io con la felicità?». Il fumettista ha poi ammesso di avere un brutto carattere e di diventare di pessimo umore anche per cose di poca importanza — come le pile scariche di un telecomando.

Per capire se siamo felici o meno dovremmo innanzitutto conoscere il significato della parola felicità, ma come spiega Marco Malvaldi nella Prima Lezione di Felicità. La scienza, neppure il dizionario sa descrivere con fermezza ed esattezza cosa essa sia; spesso si pensa coincida con il conseguimento dei nostri obiettivi ma in realtà una volta raggiunti cadiamo vittime di una sensazione che ci fa brancolare nel buio, sprofondare nel baratro. Altre volte si è convinti che per provare felicità basti molto meno e siano sufficienti quelle che chiamiamo “le piccole cose”; il principio è lo stesso di quelle che in matematica sono definite derivate: la funzione cambia rispetto al suo dominio, ma non conta il valore assoluto del cambiamento bensì quanto velocemente esso avviene. Nelle successive Lezioni si parla di amore — con Diego De Silva ed Ester Viola — di scuola — attraverso la collaborazione di Save the Children e di economia —in cui Emanuele Felice offre una diversa definizione di felicità per ogni epoca della storia umana secondo il pensiero filosofico e l’organizzazione sociopolitica del periodo.

La felicità non è tangibile, anche quando crediamo di poterla vedere o toccare: è una sensazione, una situazione o un odore, «come quando si torna

 a casa dall’ospedale» ha suggerito Piero Angela citando Linus, ammettendo di essere stato davvero felice dopo la pubblicazione del suo primo libro; o, come la descrive Andrea Camilleri, è il profumo di citronella inalato per caso pedalando in bicicletta. Talvolta è una sensazione razionale — come quando il sapere che una determinata pianta cresce in zone ricche di risorse idriche ci convince di poter bere un po’ di acqua fresca — altre è del tutto improvvisa e istintiva, presente in noi ancor prima di accorgersene. «Arriva mentre meno te l’aspetti e forse mentre meno te la meriti ed è fatta di un nulla, sapete, come quelle farfalle che voi prendete per le ali, poi le lasciate andare, rivolano e sulle dita v’è rimasto un po’ di polvere color d’oro. Fate così e la polvere va via. Era la felicità e non ce ne siamo accorti» continua Camilleri, facendo scivolare avanti e indietro indice e pollice. 

La durata della felicità deve essere breve, perché altrimenti ci bruceremmo come una falena davanti alla candela: così breve che, nell’evento di chiusura dell’intero festival, la felicità viene rappresentata da soltanto un anno, il 1968, con le sue università occupate, la rinascita del pensiero politico e il cielo azzurro. Se per alcuni, come Luciana Castellina, quell’anno e le sue innovazioni sono destinate a non tornare e chi ha avuto la possibilità di viverlo (come lei) si deve reputare quasi un privilegiato, altri, fra cui Paolo Mieli, credono che un nuovo ’68 sia possibile, scaturito dalla mancanza di ideologie degli ultimi anni. La rivoluzione è dietro l’angolo e spero che con il ’68 troviate anche solo un infinitesimo della felicità che andate cercando.

-Beatrice Tominic.

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Mostre per mostrarsi, o come l’arte diventa mezzo per sentirsi di tendenza

“Impara l’arte e…” mettila sui social: questo è ciò che viene fuori parafrasando un vecchio proverbio, considerando ciò che fanno quei visitatori furbi che, armati di telefonino, scattano e registrano laddove foto e video sono proibiti. Questo però, per assurdo, è anche ciò che viene proposto in ogni angolo e in ogni spazio di muro fra un’opera e l’altra della mostra ENJOY L’arte incontra il divertimento, ospitata al Chiostro del Bramante fino a febbraio 2018: una mostra che sembra mettere in discussione il concetto stesso di arte. La visione romanzata di un’arte d’élite rappresentata da uno studio attento e meticoloso, da una propensione al sacrificio della propria vita, riservata a un pubblico di pochi e portata avanti da un’oligarchia di maestri sparisce per restare al passo con i giovani e la società di oggi. L’arte, non più un disegno o una scultura, si esprime in questa sede attraverso installazioni luminose e sonore di cui i visitatori diventano parte integrante indossando maglioni rossi, sedendosi su apposite sedie, sprofondando su un’amaca o entrando in una sala con dei palloncini. La mostra, già dalle strutture poste all’ingresso, si presenta come un viaggio nel Paese delle Meraviglie esponendo al pubblico labirinti di “specchi” attraversabili, enormi dolci e fiori, cui seguono lavori di ogni tipo: da apparentemente banali collage di foto a disegni realizzati mediante gli stencils, fino ad arrivare a sculture messe in movimento da meccanismi singolari, realizzate con i materiali più disparati – la ruota di una bicicletta, dei tubi, persino un pelliccia di volpe. Capita, all’interno della mostra, di chiedersi sempre più spesso quale sia la linea che separa l’arte dall’oggettistica quotidiana, quale la particolarità che rende un oggetto qualsiasi una creazione speciale: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, suggerisce come soluzione Paul Klee in uno dei tanti pannelli che accompagnano le opere esposte. Non più artisti in cerca di ispirazione chini a disegnare su taccuini che ingialliranno nel tempo, bisognosi di imparare dai grandi maestri, ma giovani e anziani di ogni età che si immortalano in foto da condividere ovunque con appositi hashtag, per mostrare se stessi più che l’arte che li circonda. La nostra generazione passa la vita alla ricerca di un’originalità che risulta sempre più catalogata: vogliamo essere liberi da qualsiasi etichetta che ci contrassegni per come ci vestiamo o per ciò che ascoltiamo, ma allo stesso tempo permettiamo a semplici parole, termini o aggettivi di schedarci dietro un cancelletto. Sembriamo vivere una ribellione interiore che non sappiamo neanche noi stessi come e dove sfogare, come se ogni controversia importante fosse stata già risolta e vivesse solo nel passato, lasciando a noi il sono onere di accettarla così com’è. Forse invece sono ancora troppi i problemi che necessitano di una soluzione, ma sembriamo rassegnati in partenza e ogni sforzo risulta vano, come se stessimo tentando di risolvere un cubo di Rubik a sette colori. E allora ENJOY, per illuderci di essere speciali, importanti, o semplicemente per ignorare il fatto che siamo parte di una generazione che rinuncia interrogarsi e cercare se stessa per fare in modo che siano gli altri a guidarla.

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-Beatrice Tominic

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Gravity. Immaginare l’universo dopo Einstein

Chi, guardando il limpido cielo notturno, non ha mai immaginato almeno una volta di poter esplorare l’universo?

L’atavico desiderio di conoscere le nostre origini proietta da sempre l’uomo verso il cielo, e nell’ultimo secolo il lavoro di grandi astrofisici è riuscito a potare la specie umana oltre i confini del nostro pianeta: probabilmente, però, questo è solo l’inizio di un meraviglioso percorso, destinato a durare ancora per lungo tempo; si potrebbe dire che, rispetto alla vastità del cosmo, l’umanità non abbia fatto altro che spostarsi dal soggiorno alla cucina. Arrivare, in questo caso, sarà solo l’atto conclusivo di questo viaggio appena intrapreso.

La mostra in corso al MAXXI, L’universo dopo Einstein, prende le mosse dalle teorie del grande fisico tedesco nell’ambizioso tentativo non solo di riassumere la storia dell’astrofisica nello spazio di poche sale, ma soprattutto di spiegarla in maniera fruibile al grande pubblico. Devo astenermi, per mancanza di competenze, da un giudizio scientifico sulla bontà dei contenuti, ma da appassionato ho profondamente apprezzato la linearità, la chiarezza e l’imprevedibilità del progetto.

L’esposizione si sviluppa in un ambiente più che adeguato: la sala principale, particolarmente ampia, è infatti immersa in un evocativo buio “cosmico”; il percorso della mostra è coerente e non dispersivo. I manufatti esposti non sono molti, ma significativi; si possono infatti trovare un telescopio seicentesco e parti di sonde moderne. La vera ricchezza del percorso sono però i contenuti multimediali, rigorosamente bilingue e comprensivi del percorso speciale in LIS: non manca inoltre l’occasione di fare veloci esperimenti inerenti al campo gravitazionale.

Se dunque i contenuti nel complesso si fanno apprezzare, qualcosa di più profondo ha attirato la mia attenzione: filo rosso della mostra sembra infatti essere il tema dell’incertezza, sentimento che porta all’ansia dell’età contemporanea. D’altronde, come si potrebbe avere certezze su qualcosa che non possiamo né toccare né vedere? L’ambiente circostante aiuta l’intento degli allestitori, conducendo passo dopo passo il visitatore a immergersi in una dimensione senza riferimenti; il video conclusivo sulla ricerca di vita intelligente nello spazio consacra questo tema e allo stesso tempo proietta la riflessione verso una dimensione poetica, romantica e malinconica che coglie di sorpresa lo spettatore e porta la mostra verso un epilogo estremamente “terrestre”, per certi versi inaspettato.

L’incertezza si ricollega infine anche al sottotitolo della mostra: “entri oggi, esci ieri”, che non deve far pensare necessariamente a fantomatici effetti speciali; da questo spettacolo contemporaneo si esce con la consapevolezza — e questo accade sempre più spesso al MAXXI, di cui ricordo la splendida mostra su Beirut — che le domande spesso valgono più delle risposte e che, soprattutto nell’ambito della ricerca, non dovremmo mai dimenticarci delle nostre origini.

 

Informazioni dal sito:
Il progetto è il risultato di una inedita collaborazione del museo con l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la parte scientifica e con l’artista argentino Tomás Saraceno per la parte artistica.

Dal martedì al venerdì, dalle 11:00 alle 17:00, e il sabato e la domenica, dalle 11:00 alle 19:00, sono presenti in galleria dei mediatori scientifici per informazioni e approfondimenti sui temi della mostra.

-Gabriele Russo.

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Roma In Mostra: Da Monet a Hokusai, l’autunno dell’arte a Roma

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(Mostra di Monet, Complesso del Vittoriano)

 

L’autunno di Roma porta in città nuovi colori e nuove mostre d’arte e di fotografia imperdibili, alcune delle quali si protrarranno fino all’anno nuovo che possiamo dire, è ormai alle porte.
Dal mese di Ottobre troviamo infatti, dislocati tra i vari complessi e musei della città, innumerevoli stili ed espressioni artistiche che variano dall’impressionismo di Monet all’eclettismo di Hokusai.
Il primo, con sessanta opere esposte all’interno del Complesso del Vittoriano, ci trascina nel suo mondo di sensazioni “all’aperto” fatto non di dettagli ma di insieme, di realtà ma sempre vista e filtrata attraverso i suoi occhi, dei giochi di colori, luci ed ombre che rendono inconfondibile il suo stile. La mostra rappresenta un vero e proprio viaggio nel percorso artistico del pittore, dai primi lavori della sua carriera, le caricature, a quelli che hanno caratterizzato la pittura dei suoi ultimi anni di vita, i paesaggi e le celebri ninfee. È visitabile dal 19 ottobre di quest’anno sino all’11 febbraio del 2018 ed è a pagamento.
La mostra “Hokusai. Sulle orme del Maestro” raccoglie duecento opere che con la loro raffinatezza ed eleganza, insegnano ad approfondire ed apprezzare il particolare stile delle xilografie anche a chi non se ne intende. La sua versatilità e la sua costante spinta verso il cambiamento e il miglioramento di sé rendono i lavori dell’artista stimolanti e caratteristici al tempo stesso. Nonostante le sue rappresentazioni varino dai paesaggi (particolarmente famosi quelli che ritraggono il monte Fuji) ai manga, alle donne giapponesi, fanno da filo conduttore all’intera esposizione la minuziosità dei dettagli, l’eleganza e la profondità d’espressione tipiche del “maestro”. Maestro che, per l’appunto, trascina dietro di sé vari seguaci che si sono ispirati al suo stile e che possono anch’essi essere ammirati e confrontati tra loro all’interno della mostra.
Ospitata all’interno dello spazio espositivo del Museo dell’Ara Pacis ed anch’essa a pagamento, è visitabile dal 12 Ottobre 2017 al 14 Gennaio del 2018. Perciò, avanti, avete ancora tempo per farvi avvolgere dalla “Grande Onda”!
Nella lista delle mostre non mancano poi quelle fotografiche, tra le quali troviamo l’interessante lavoro di denuncia “Ti racconto la mia storia” di vari fotografi sulle atroci violenze subite da bambini e ragazzi appena adolescenti di alcuni paesi dell’America Latina.
Il progetto mira a sensibilizzare chi avrà modo di andare a visitare la mostra, questa volta ad ingresso gratuito, riguardo al tema dell’immigrazione ed in particolare sulle situazioni che spingono migliaia di persone ogni giorno ad abbandonare il loro paese per cercare altrove una vita migliore o in alcuni casi, semplicemente una via di sopravvivenza. È proprio quest’ultimo il caso di quei bambini che dopo le atroci sofferenze subite si trovano costretti a scappare, lasciandosi alle spalle violenze e soprusi e ritrovando un motivo per sorridere. E sono proprio quei sorrisi fotografati da Viviana Murillo, Ricardo Ramirez Arriola, Luis Eduardo Parada Contreras, Miguel Gutierrez, Tito Herrera, Santiago Escobar Jaramillo, Encarni Pindado, Daniele Volpe e Regina De La Portilla a raccontare tutto questo, viaggiando, scattando ma soprattutto osservando realtà che sembrano lontane anni luce da noi eppure sono lì fuori, da qualche parte. Sorrisi che parlano di speranza ma anche di fuga, sofferenza e paura. Le fotografie del progetto promosso e sostenuto dall’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ambientate in Honduras, Messico, Venezuela, Colombia, Ecuador e Guatemala sono esposte dal 30 Settembre 2017 al 12 Novembre al Museo delle Mura a Roma perciò presto, resta ancora poco tempo!
Ma passiamo adesso alla scultura che durante questi mesi merita particolare attenzione, poiché nella Galleria Borghese, che ospita già alcuni dei capolavori del grande Gian Lorenzo Bernini, per tre mesi circa accoglierà altri celebri lavori dell’artista che varieranno dalla produzione pittorica a quella scultorea, ripercorrendo tutte le fasi salienti della sua fiorente produzione artistica. Le opere, divise in otto sezioni curate ognuna da singoli esperti, provenienti da tutto il mondo (Stati Uniti, Germania, Canada, Francia), saranno visitabili a pagamento tra il 1 Novembre del 2017 e il 4 Febbraio del 2018, perciò per chiunque voglia godersi dal vivo un complesso di composizioni artistiche che non si ha l’occasione di ammirare tutti i giorni, il consiglio è quello di affrettarvi!

-Ilaria Muollo.