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REISSUE: Twinkle Echo, Casiotone For The Painfully Alone

Nei primi anni ‘80 la multinazionale Casio lanciò sul mercato diversi modelli di sintetizzatori a basso costo chiamati Casiotone, capaci di emulare diversi strumenti a totale discrezione del musicista; la resa sonora di questi apparecchi però, non accurata, grossolana e dai suoni meccanici, era incapace di accontentare i professionisti. Non c’è quindi da stupirsi se, ad oggi, la loro produzione sia stata praticamente abbandonata e la tecnologia per essi utilizzata sopravviva ancora soltanto in quelle piccole tastierine che solitamente accompagnano i libri illustrati per bambini.
Nel 1997, circa dieci anni dopo, il ventenne californiano Owen Ashworth abbandona a metà gli studi di cinema, mette su carta un paio di pensieri e cerca di tramutarli in musica col solo ausilio di una vecchia tastiera Casio, fino ad allora lasciata a prender polvere. L’idea originale di usare il Casiotone per tracciare uno schizzo da far elaborare ad eventuali musicisti diventerà in seguito un suo esclusivo tratto stilistico: il suo progetto prenderà quindi il nome di Casiotone For The Painfully Alone.
Twinkle Echo (2003) è il suo terzo disco: opera matura quanto atipica, rappresenta un eccellente specchio della sua musica e della sua filosofia compositiva. Grezzi synth e metalliche drum-machine testimoniano la natura bozzettistica dell’offerta: si tratta di una combinazione estremamente pericolosa da maneggiare che tende in molti casi a sfociare in una noiosa cacofonia; questo rischio viene scongiurato grazie a una costruzione melodica fondata sul contrasto tra la dolcezza dei synth e una resa rozza — per così dire — delle percussioni, ai limiti del finto. Il risultato finale ci restituisce una sorta di stramba dolcezza malinconica, in cui il lato percussivo fa sia da accompagnamento ritmico che, quasi, da disturbo alla fluidità delle tastiere.
Non si può però parlare del progetto di Ashworth senza soffermarsi sui testi, vero propulsore e fiore all’occhiello della sua musica. Come è facile aspettarsi da un ex-studente di cinema, Casiotone decide di partire dal concreto, dal ricordo e dal quotidiano, isolando piccole sezioni di un momento o riassumendo una storia più grande tramite un montaggio di immagini significative. To My Mr. Smith si accontenta ad esempio di raccontare il ritorno a casa di un passante fermo ad aspettare il bus, tentando di immaginare i suoi pensieri con commovente delicatezza; Calloused Fingers Won’t Make You Strong, Edith Wong monta attimi della solitaria vita di una violinista e usa i suoi calli e la sua dedizione allo strumento come metafora della sua incolmabile solitudine.
Molti sono i nomi di persona che ricorrono nelle 14 tracce dell’album, le cui storie sono spesso accumunate da un inspiegabile tristezza, la cui cura sembra solamente la nostalgia: Jeane (Jeane, If You’re Ever In Portland) è il ricordo di una fugace notte d’amore durante un tour, rotta dalla partenza verso un’altra meta in cui suonare; Toby (Toby, Take A Bow) è un povero disgraziato che spende le sue giornate chiuso tra quattro mura, saltando da una canzone degli Smiths all’altra, sfiduciato e impaurito dal mondo esterno.
Tante piccole storie che vengono raccontate in poche parole, con una durata media dei brani di appena 2 minuti. Questa scelta, se da un lato forse aiuta a non far venire a noia la grezza composizione musicale, dall’altro fa della condensazione di emozioni forti in singole frasi la sua arma principale, grazie anche al supporto di un cantato poco tecnico ma marcatamente espressivo che ben sa giocare con le pause e le ripetizioni. Un esempio di tutto ciò è l’intenso verso «True love is hard to find» che chiude con una tristezza apocalittica il brano Roberta C., o le due strofe ripetute che costituiscono l’interezza di Giant.
Tirando le somme, Twinkle Echo non è certamente un album le cui sonorità sono fruibili da un ascoltatore casuale ma non è neppure un album che pretende di essere ascoltato distrattamente; è un disco sincero, che fa della sua spontaneità motivo di ammirazione per chiunque cerchi nella musica storie, sentimenti, ricordi e quel pizzico di magia nel sentirli raccontare.

-Vincenzo “Notta” Riccardi.

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REISSUE: Tao Of The Dead, …And You Will Know Us By The Trail Of Dead

Nell’epoca di Spotify, del singolo che acquista più importanza dell’album, della fruizione disinteressata e di sottofondo della musica, cosa è rimasto della suite rock? Nei primi anni ‘70 il rock progressivo era dominato dal trend del brano che occupava l’intera facciata del vinile, se non che si estendesse anche fino al lato B. “Close To The Edge” degli  Yes, “Third” dei Soft Machine, “Thick As A Brick” dei Jethro Tull sono solo alcuni degli esempi possibili, talmente celebri da non necessitare una descrizione. E risulterebbe anche snob parlarne adesso, quasi 50 anni dopo, in un panorama musicale sicuramente mutato, in meglio o in peggio che lo si possa ritenere. Si possono tuttavia riallacciare i rapporti col passato senza che ciò appaia come fuori posto, incomprensibile alle logiche moderne, lontano e irraggiungibile?

Gli …And You Will Know Us By The Trail Of Dead ci sono riusciti, con qualcosa che va al di là del semplice, spesso stantio, tributo. Dopo il successo underground dal piglio hardcore di “Source Tags And Codes” (valutato con un sorprendente 10 sulla famosa webzine Pitchfork) nel 2002, i texani avevano iniziato un percorso di  sperimentazione  e di messa in discussione del loro suono, che in Tao Of The Dead raggiunge finalmente piena completezza. Dai primi dischi, legati strettamente a un hardcore mai tuttavia troppo grezzo, il loro suono si è infatti evoluto nei dischi successivi in uno  sfaccettato totem che unisce indie, alternative e sperimentazioni con richiami depotenziati del loro passato, in cerca di un’identità che, con questo settimo lavoro datato 2010, sembrano aver raggiunto. La divisione delle tracce è già peculiare: due parti dalla diversa accordatura, la prima (in Re) può essere vista sia come una suite da 36 minuti, sia come 11 tracce godibili separatamente, dando quasi la sensazione di una manciata di singoli uniti solo dal miracolo del mixaggio. Le sonorità sono sorprendentemente eterogenee pur restando sempre moderne e di matrice alternative, quasi un art rock piegato all’hardcore che tuttavia non difetta in melodia: si passa agilmente dalla sfuriata “chitarrosa” di “Summer Of All Dead Souls” alla percussiva quiete di “Fall Of The Empire”; dallo spoken word di “Cover The Days Like A Tidal Wave” alla jam psichedelica di “The Fairlight Pendant”, senza dimenticarci del pezzo forse più rappresentativo del lotto, “Weight Of The Sun (Or, The Post-Modern Prometheus)”, che si divide tra la sua impostazione squisitamente melodica e l’esplosione chiassosa del ritornello, egregiamente dosate in appena due minuti e mezzo di durata. La seconda parte del disco (in Fa) contiene invece la vera e propria suite: “Strange News From Another Planet”, un pregevole esperimento di 17 minuti che se nella struttura ricorda sicuramente una suite prog con tutti i crismi, dal lato musicale è praticamente una colossale traccia alternative che prende la sua forza da un incredibile spirito camaleontico: partendo dal potente e suggestivo inizio, ogni cambio di ritmo è introdotto magistralmente e in modo perfettamente coerente per creare un caleidoscopio emotivo che ha dell’incredibile se pensiamo che è generato col solo uso della classica strumentazione rock.

In sintesi potremmo dire che, se da una parte “Tao Of The Dead” non è assolutamente accostabile al prog per sonorità, lo è sicuramente negli intenti: al di là degli evidenti richiami strutturali già sottolineati, il grande spirito mimetico che i 4 imprimono in ogni traccia evidenzia la cura per ogni passaggio, di cui la fruibilità per intero è solo un pregio a posteriori.

 

Tracklist:
TAO OF THE DEAD PART I

1. Introduction: “Let’s Experiment” – 2:23
2. Pure Radio Cosplay – 5:26
3.Summer of All Dead Souls – 4:17
4. Cover the Days Like a Tidal Wave – 2:51
5. Fall of the Empire – 2:27
6. The Wasteland – 2:33
7. Spiral Jetty – 1:48
8. Weight of the Sun (Or, the Post-Modern Prometheus) – 2:19
9. Pure Radio Cosplay (Reprise) – 3:18
10. Ebb Away” – 2:41
11. The Fairlight Pendant” – 5:43

TAO OF THE DEAD PART II

12. Strange News From Another Planet – 16:32

 

-Vincenzo “Notta” Riccardi.

 

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REISSUE: Illinois, Sufjan Stevens

Quanto può interessarci un concept album sullo Stato dell’Illinois?
Non stiamo neanche parlando della California, del Texas o dello Stato di New York, tutti luoghi che seppur lontani lasciano in noi un certo immaginario quasi magico, esotico, un senso di evasione verso una terra migliore.
Parliamo dell’Illinois. Una terra accidentata e rurale, con Chicago a rappresentare l’unica area metropolitana sul territorio. Intorno a lui piccole città idustriali, sobborghi, piccole aziende agricole. Un luogo intimo e quasi riservato, come un microcosmo, qualcosa che sembra poco c’entri con l’idea di America che tanto amiamo e che vediamo continuamente riconfermata dai nostri film e serie tv preferite.
La materia Illinois è di conseguenza parecchio blanda, incapace di brillare di luce propria come farebbero tanti altri stati e città americane. Almeno che non ci sia dietro una grande penna a farne le veci, quale si dimostra essere in questo lavoro Sufjan Stevens.
Classe 1975, questo folle cantautore americano (dal tuttavia strano nome di origine persiana) accumula per un paio d’anni nozioni storiche e racconti di amici o sconosciuti in chat rooms su questo Stato che tanto lo affascina, plasmando poi queste suggestioni nelle 22 tracce di questo disco, sotto le forme di un indie molto crepuscolare, per certi versi vicino al chamber pop (tra gli esempi più celebri, i primi Arcade Fire), filtrato tuttavia da un abilità da polistrumentista senza pari: in Illinois convivono chitarre, piano, sassofono, flauti, trombe e tanto altro ancora, senza che tuttavia la musica risulti tronfia o virtuosistica, come se una grandiosa orchestra riuscisse a suonare nelle quattro pareti di uno stanzino angusto.
Come On! Feel The Illinoise!” nè è un ottimo esempio: Un piano dismesso esplode improvvisamente in un suono sfacettato e pieno, arricchito addirittura da un coro femminile che non fa altro che conferire al pezzo un clima assolutamente spensierato e orecchiabile.
Ogni suono è incredibilmente necessario e mai ingombrante, e quando le atmosfere si fanno più scarne, lo fanno senza perderne in profondità: “John Wayne Gacy, Jr.” è una soffusa ballata per chitarra e pianoforte, dedicata alla vita del celebre serial killer clown di Chicago. La scrittura e l’interpretazione di Sufjan son talmente perfette da riuscire a farti provare come una sincera pena anche per un pluriomicida, confezionando in assoluto uno dei pezzi più riusciti del disco e uno di quelli più difficili da dimenticare, insieme alla soffusa “Casimir Pulaski Day”, storia di un amore stroncato da un cancro alle ossa, sospeso tra le domande senza risposta a un Dio assente e frammenti di vita quotidiana insieme.
Ma non mi piacerebbe lasciare l’immagine di Illinois come un disco che si piange addosso: la filastrocca per banjo “Decatur, or, Round of Applause for Your Stepmother!“, la quiete e la tempesta rock del richiamo a Superman in “The Man of Metropolis Steals Our Hearts”, passando per l’invasione zombie con coro di cheerleader di “They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back from the Dead!! Ahhhh!” sono solo alcuni degli highlights dell’album, che ci restituiscono una particolarissima eterogeneità dell’offerta, dove a dominare è certo il registro malinconico senza però tuttavia spingersi sullo smielato o sul lagnoso.
La malinconia di Illinois è infatti una malinconia giocosa, beffarda, come lo star toccando il fondo tenendo però gli occhi fissi sulla luce accecante dell’uscita.
Basti solo guardare la tracklist, la presenza invasiva di tracce di brevissima durata, che comunicano grazie ai loro simpatici quanto logorroici titoli (la seconda traccia del disco, che si risolve in una strumentale di appena due minuti) che spesso altro non sono che brevi intermezzi, o continuazioni delle tracce che le precedono oltre a fornire citazioni più precise sulla storia e sui luoghi dell’Illinois.
Se infatti i richiami precisi al soggetto del concept non manchino, non si pensi tuttavia a Illinois come a un album talmente chiuso da renderlo godibile solo a chi conosce ciò a cui Sufjan fa riferimento.
Se per esempio “Chicago” è una bellissima canzone sulle paure e le ansie del viaggio verso la grande metropoli, essa regge tuttavia per descrivere qualsiasi grande viaggio che si concretizzi in avventura. Parla semplicemente delle emozioni generate da un grande cambiamento di prospettiva, tema che ci tocca tutti in modi e momenti diversi della nostra vita.
Tracciando una linea, potremmo dire quindi che l’Illinois esce fuori quasi come un pretesto, un luogo in cui riunire storie, uno stratagemma retorico che ha lo scopo di farle sembrare più vere e tangibili.
Storie di serial killer da compiangere, di bambini che vanno allo zoo durante un inondazione, di morsi di zanzara evitati che fanno sbocciare amori infantili. Storie che solo Sufjan Stevens sa narrare in maniera così viscerale da farmi desiderare di essere lì.

Tracklist:

1. Concerning the UFO Sighting near Highland, Illinois
2. The Black Hawk War, or, How to Demolish an Entire Civilization and Still Feel Good About Yourself in the Morning, or, We Apologize for the Inconvenience but You’re Going to Have to Leave Now, or, ‘I Have Fought the Big Knives and Will Continue to Fight Them Until They Are Off Our Lands!
3. Come On! Feel the Illinoise!
4. John Wayne Gacy, Jr.
5. Jacksonville
6. A Short Reprise for Mary Todd, Who Went Insane, but for Very Good Reasons
7. Decatur, or, Round of Applause for Your Stepmother!
8. One Last ‘Whoo-Hoo!’ for the Pullman!!
9. Chicago
10. Casimir Pulaski Day
11. To the Workers of the Rock River Valley Region, I Have an Idea Concerning Your Predicament
12. The Man of Metropolis Steals Our Hearts
13. Prairie Fire That Wanders About
14. A Conjunction of Drones Simulating the Way in Which Sufjan Stevens Has an Existential Crisis in the Great Godfrey Maze
15. The Predatory Wasp of the Palisades Is Out to Get Us!
16. They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back from the Dead!! Ahhhh!
17. Let’s Hear That String Part Again, Because I Don’t Think They Heard It All the Way Out in Bushnell
18. In This Temple as in the Hearts of Man for Whom He Saved the Earth
19. The Seer’s Tower
20. The Tallest Man, the Broadest Shoulders
21. Riffs and Variations on a Single Note for Jelly Roll, Earl Hines, Louis Armstrong, Baby Dodds, and the King of Swing, to Name a Few
22. Out of Egypt, into the Great Laugh of Mankind, and I Shake the Dirt from My Sandals as I Run