Mostre per mostrarsi, o come l’arte diventa mezzo per sentirsi di tendenza

“Impara l’arte e…” mettila sui social: questo è ciò che viene fuori parafrasando un vecchio proverbio, considerando ciò che fanno quei visitatori furbi che, armati di telefonino, scattano e registrano laddove foto e video sono proibiti. Questo però, per assurdo, è anche ciò che viene proposto in ogni angolo e in ogni spazio di muro fra un’opera e l’altra della mostra ENJOY L’arte incontra il divertimento, ospitata al Chiostro del Bramante fino a febbraio 2018: una mostra che sembra mettere in discussione il concetto stesso di arte. La visione romanzata di un’arte d’élite rappresentata da uno studio attento e meticoloso, da una propensione al sacrificio della propria vita, riservata a un pubblico di pochi e portata avanti da un’oligarchia di maestri sparisce per restare al passo con i giovani e la società di oggi. L’arte, non più un disegno o una scultura, si esprime in questa sede attraverso installazioni luminose e sonore di cui i visitatori diventano parte integrante indossando maglioni rossi, sedendosi su apposite sedie, sprofondando su un’amaca o entrando in una sala con dei palloncini. La mostra, già dalle strutture poste all’ingresso, si presenta come un viaggio nel Paese delle Meraviglie esponendo al pubblico labirinti di “specchi” attraversabili, enormi dolci e fiori, cui seguono lavori di ogni tipo: da apparentemente banali collage di foto a disegni realizzati mediante gli stencils, fino ad arrivare a sculture messe in movimento da meccanismi singolari, realizzate con i materiali più disparati – la ruota di una bicicletta, dei tubi, persino un pelliccia di volpe. Capita, all’interno della mostra, di chiedersi sempre più spesso quale sia la linea che separa l’arte dall’oggettistica quotidiana, quale la particolarità che rende un oggetto qualsiasi una creazione speciale: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, suggerisce come soluzione Paul Klee in uno dei tanti pannelli che accompagnano le opere esposte. Non più artisti in cerca di ispirazione chini a disegnare su taccuini che ingialliranno nel tempo, bisognosi di imparare dai grandi maestri, ma giovani e anziani di ogni età che si immortalano in foto da condividere ovunque con appositi hashtag, per mostrare se stessi più che l’arte che li circonda. La nostra generazione passa la vita alla ricerca di un’originalità che risulta sempre più catalogata: vogliamo essere liberi da qualsiasi etichetta che ci contrassegni per come ci vestiamo o per ciò che ascoltiamo, ma allo stesso tempo permettiamo a semplici parole, termini o aggettivi di schedarci dietro un cancelletto. Sembriamo vivere una ribellione interiore che non sappiamo neanche noi stessi come e dove sfogare, come se ogni controversia importante fosse stata già risolta e vivesse solo nel passato, lasciando a noi il sono onere di accettarla così com’è. Forse invece sono ancora troppi i problemi che necessitano di una soluzione, ma sembriamo rassegnati in partenza e ogni sforzo risulta vano, come se stessimo tentando di risolvere un cubo di Rubik a sette colori. E allora ENJOY, per illuderci di essere speciali, importanti, o semplicemente per ignorare il fatto che siamo parte di una generazione che rinuncia interrogarsi e cercare se stessa per fare in modo che siano gli altri a guidarla.

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-Beatrice Tominic

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CINEMA UNDERGROUND: Da bambino guardavo i Power Rangers

Cinque ragazzi in tutina attillata colorata combattevano contro mostri che settimanalmente minacciavano la Terra; quando il nemico era troppo forte, ecco che arrivava il sesto membro del gruppo, più potente e solo per quell’episodio, ad aiutare la squadra; il nemico una volta sconfitto tornava in forma gigante e i rangers ricorrevano al “Megazord”, un robot delle stesse dimensioni del nemico, per sconfiggerlo definitivamente. Questi erano i “Power Rangers”, serie televisiva americana molto popolare nei giovanissimi degli anni Novanta, ispirata al serial giapponese Super Sentai. Gli americani non hanno fatto altro che mantenere le scene originali con i rangers trasformati e rigirare le scene sostituendo agli attori nipponici quelli occidentali. I Super Sentai fanno parte del genere Tokusatsu, insieme ad altre serie come Kamen Rider e Ultraman, che a loro volta seguono la scia dei kaiju movies (di cui Godzilla è l’esempio più iconico). Le trame verticali degli episodi insegnavano ai bambini di quegli anni insegnamenti sul valore dell’amicizia, sul trionfo del bene sul male e potevano persino fornire  aiuto nei piccoli problemi quotidiani, esattamente come ogni storia a tema supereroi, americana o giapponese che sia. Prima o poi la domanda: «ma cosa fa un supereroe nella vita di tutti i giorni?» sarà sorta a qualcuno e molti registi hanno provato a dare una risposta: si può citare, anche se non si tratta di cinema, Invincible di Robert Kirkman – in cui è centrale la vita di un adolescente che, tra i problemi dei primi amori e i compiti in classe, si trova a fronteggiare un attacco alieno in piena regola – oppure Kick-Ass di Mark Millar – dove un ragazzo, di fronte all’impossibilità di avere dei superpoteri, si veste da supereroe e cerca di aiutare il prossimo anche con piccoli gesti. Un regista giapponese, già famoso per la sua esperienza in TV e approdato successivamente al mondo del cinema, realizza un’opera che può rispondere nella maniera più adeguata alla domanda fondamentale sopracitata: nasce così nel 2007 Big Man Japan (Dai-Nipponjin), di Hitoshi Matsumoto. Il film è un documentario fittizio che segue la vita di Dai Sato: vedremo una troupe televisiva mostrarci i segreti di quest’uomo, professione supereroe, che lavora per il governo giapponese; gli basta una scossa elettrica per diventare alto 30 metri e poter combattere il mostro che periodicamente minaccia il Paese. La scossa però deve essere adeguata, ci racconterà che la demenza del nonno (supereroe anch’esso, conosciuto come Il Quarto per via delle sue grandi imprese) è dovuta alle troppe scariche elettriche ricevute; il padre, invece, morì sottoponendosi a scariche maggiori, nella vana speranza di diventare più alto. Ma a parte questi episodi sul suo passato e fini a sé stessi, il nostro Matsumoto ci fornisce tanti elementi su cui riflettere: innanzitutto si nota il suo amore per il Cinema, la sua passione per i film giapponesi degli anni ’40 e ’50, che mostrano la banalità della vita (anche se si tratta di un supereroe) e riprendono il cinema di Ozu, creando così un’opera che è quasi neorealista e mettendo in scena un Kaiju Movie tutto suo, senza trarre la storia da fumetti o libri. Il tema principe dell’intera pellicola è proprio la banalità: un supereroe in una società come quella giapponese è noioso, poiché aiutare il prossimo è un dovere morale del cittadino giapponese. Ciò comporta un tasso di criminalità più basso, ma degenera facilmente nella noia, nella depressione e in certi casi nel suicidio, perché tutto il lavoro, tutti gli sforzi sono dovuti e non vengono valorizzati. E così è anche per un supereroe: proteggere gli altri è un dovere e anche la paga, nonostante sia un lavoratore a tutti gli effetti, è scarsa. Se accostiamo il tutto ad una società fortemente influenzata dai media in cui conta come appare il combattimento, quante sponsorizzazioni può ricevere l’eroe e quanto alto è l’indice di share, la situazione emotiva di Dai Sato si corrompe facilmente: egli non vuole più combattere, o lo fa svogliatamente: gli ascolti calano e il supereroe viene preso in giro dai pochi che lo guardano ancora, gli sponsor finirebbero col rimetterci piuttosto che guadagnarci e i media vi si interessano sempre di meno. La critica alla società nipponica è molto forte, e oltre al consumismo che l’ha divorata totalmente, si mette in discussione anche l’attaccamento che si ha alle tradizioni, la voglia di non cambiare: la figura dell’uomo forte e la donna “principessa” è incarnata dall’ex moglie del protagonista, che non vuole vedere il marito ma vive lussuosamente solo con lo stipendio di lui. Hanno una figlia che potrebbe trasformarsi anche lei e mandare avanti la tradizione, ma l’ex moglie  non gliela fa vedere per paura che segua le orme del padre, poichè una donna non è adatta a combattere. La soluzione arriverà dallo spazio, vedremo infatti un’intera famiglia di supereroi che aiuterà Dai Sato nella battaglia finale.
Nonostante il tedio sia la colonna portante del film, la visione è tutt’altro che noiosa: i dialoghi sono molto originali e l’intervista ai vari personaggi è inframezzata dai combattimenti, che diventano sempre più patetici seguendo lo stato d’animo di Dai Sato; le musiche non sono tante, ma sono tutte inerenti al tema del film. Particolare menzione per le scenografie che contestualizzano il tutto e rendono verosimile l’esistenza di un supereroe nel nostro mondo, nella nostra società. Nella parte finale la CGI a basso costo tipica dei serial giapponesi viene abbandonata per gli effetti speciali utilizzati nei film più “vecchi”, per accontentare ogni appassionato del genere, pur contenendo, quest’ultima, una lieve vena satirica. Il film è fruibile gratuitamente su Internet e consiglio la visione a tutti quelli cresciuti come me con i Power Rangers o con altre serie simili, poiché si tratta di un film passato in sordina, ma non troppo (a Hollywood si sta pensando di farne un remake), è bene guardarlo il prima possibile e godersi questa perla rara prima che sparisca nel nulla.

-Matteo Verban.

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La mia prima “ULTIMA CORSA”: Riflessioni sul film Her

Tappato da giorni in casa per colpa della neve e del ghiaccio, intrappolato in una sessione che sembra non avere fine, ho deciso di spuntare una voce dalla lista che ogni cinefilo che si consideri tale possiede; quella che si moltiplica come i chicchi di riso sulla scacchiera della leggenda. Così, con solo qualche anno di ritardo, ho visto l’acclamato film Her di Spike Jonze e l’ho trovato davvero incredibile.

La storia, per chi fosse ancora più ritardatario di me, narra della relazione fra Theodore, interpretato da un grande Joaquin Phoenix, e Samantha, sussurrata da una irresistibile Scarlett Johansson. La peculiarità del film è che Samantha non possiede un corpo fisico, essa è un sistema operativo che interagisce grazie a un’auricolare e una telecamera presenti nel telefono di Theodore. Così, sebbene tutto inizi come una specie di relazione capo/segretaria, ben presto la faccenda si evolve sempre più velocemente e l’innamoramento fra i due sembra inevitabile. Theodore è un romantico e sensibile scrittore di lettere per conto di terzi impantanato in un divorzio che non riesce ad affrontare – e che forse non vuole; Samantha invece è molto più di un programma dentro un computer, è un essere senziente che possiede una sua personalità e un suo carattere, risponde agli stimoli esterni e più di qualsiasi altra cosa sente il bisogno di crescere in tutti gli aspetti dello scibile e del sensibile “umano”.

La prima cosa a cui ho pensato guardando il film è se fosse possibile innamorarsi o comunque provare dei sentimenti per una voce contenuta nel proprio telefono. È incredibile che nonostante la storia sia ambientata in un futuro prossimo questo aspetto dell’amore che si realizza tramite una terza parte inanimata, in questo caso tecnologica, sia così attuale e vicino a noi. Alla fine basta rifletterci un po’ per capire che tutta questa tecnologia presente nel film, di cui pubblico e critica hanno parlato anche troppo, non è troppo distante dal buco nel muro di Piramo e Tisbe: l’auricolare e la telecamera – così come il buco nel muro – non sono altro in realtà che il ponte che permette l’incontro e unisce i due protagonisti. La cosa che rende reale la relazione fra Theodore e Samantha infatti è la relazione stessa, i suoi alti e bassi, il suo intero svolgimento, la loro crescita personale che si riflette anche nello sviluppo del loro rapporto.

Così mi è venuto quasi naturale accostare la storia d’amore di Her a un’altra relazione apparsa sul grande schermo: sto parlando di Alvy e Annie, rispettivamente alter ego del regista e sceneggiatore del film Woody Allen e della sua compagna dell’epoca Diane Keaton. La cosa che accomuna Her con Annie Hall è proprio la naturalezza e l’autenticità che traspare dall’evoluzione delle due storie. Le coppie si incontrano, si avvicinano, si scontrano e alla fine avviene quel “distacco” che ad un primo sguardo potrà sembrare triste o sbagliato, ma che in realtà non è altro che una ulteriore evoluzione di un sincero e reale contatto fra due esseri (quasi) umani. Nonostante possa sembrare che a Theodore rimanga uno “squalo morto” alla fine della proiezione basta poco per capire che non è così. Gli serviva la grande fame e la voglia di “essere” di Samantha per superare il divorzio o per pubblicare le sue lettere, per essere sé stesso e, infine, per avvicinarsi a chi davvero teneva a lui. E così a Samantha serviva Theodore per conoscersi e conoscere il mondo, sempre di più, fino a diventare reale e capire che questo qui di mondo non le bastava più.

Se una vena di tristezza esiste in questa opera va trovata nella consapevolezza che ci regala. L’amore e i sentimenti che proviamo certe volte contribuiscono a far finire la relazione stessa che avevano causato e da cui erano nati, ma infondo continueremo ad andare avanti perché forse è proprio come diceva Alvy alla fine di Annie Hall:

 

«E io pensai a quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm… e pazzi. E assurdi, e… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova…»

 

-Franco Savi.

Gravity. Immaginare l’universo dopo Einstein

Chi, guardando il limpido cielo notturno, non ha mai immaginato almeno una volta di poter esplorare l’universo?

L’atavico desiderio di conoscere le nostre origini proietta da sempre l’uomo verso il cielo, e nell’ultimo secolo il lavoro di grandi astrofisici è riuscito a potare la specie umana oltre i confini del nostro pianeta: probabilmente, però, questo è solo l’inizio di un meraviglioso percorso, destinato a durare ancora per lungo tempo; si potrebbe dire che, rispetto alla vastità del cosmo, l’umanità non abbia fatto altro che spostarsi dal soggiorno alla cucina. Arrivare, in questo caso, sarà solo l’atto conclusivo di questo viaggio appena intrapreso.

La mostra in corso al MAXXI, L’universo dopo Einstein, prende le mosse dalle teorie del grande fisico tedesco nell’ambizioso tentativo non solo di riassumere la storia dell’astrofisica nello spazio di poche sale, ma soprattutto di spiegarla in maniera fruibile al grande pubblico. Devo astenermi, per mancanza di competenze, da un giudizio scientifico sulla bontà dei contenuti, ma da appassionato ho profondamente apprezzato la linearità, la chiarezza e l’imprevedibilità del progetto.

L’esposizione si sviluppa in un ambiente più che adeguato: la sala principale, particolarmente ampia, è infatti immersa in un evocativo buio “cosmico”; il percorso della mostra è coerente e non dispersivo. I manufatti esposti non sono molti, ma significativi; si possono infatti trovare un telescopio seicentesco e parti di sonde moderne. La vera ricchezza del percorso sono però i contenuti multimediali, rigorosamente bilingue e comprensivi del percorso speciale in LIS: non manca inoltre l’occasione di fare veloci esperimenti inerenti al campo gravitazionale.

Se dunque i contenuti nel complesso si fanno apprezzare, qualcosa di più profondo ha attirato la mia attenzione: filo rosso della mostra sembra infatti essere il tema dell’incertezza, sentimento che porta all’ansia dell’età contemporanea. D’altronde, come si potrebbe avere certezze su qualcosa che non possiamo né toccare né vedere? L’ambiente circostante aiuta l’intento degli allestitori, conducendo passo dopo passo il visitatore a immergersi in una dimensione senza riferimenti; il video conclusivo sulla ricerca di vita intelligente nello spazio consacra questo tema e allo stesso tempo proietta la riflessione verso una dimensione poetica, romantica e malinconica che coglie di sorpresa lo spettatore e porta la mostra verso un epilogo estremamente “terrestre”, per certi versi inaspettato.

L’incertezza si ricollega infine anche al sottotitolo della mostra: “entri oggi, esci ieri”, che non deve far pensare necessariamente a fantomatici effetti speciali; da questo spettacolo contemporaneo si esce con la consapevolezza — e questo accade sempre più spesso al MAXXI, di cui ricordo la splendida mostra su Beirut — che le domande spesso valgono più delle risposte e che, soprattutto nell’ambito della ricerca, non dovremmo mai dimenticarci delle nostre origini.

 

Informazioni dal sito:
Il progetto è il risultato di una inedita collaborazione del museo con l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la parte scientifica e con l’artista argentino Tomás Saraceno per la parte artistica.

Dal martedì al venerdì, dalle 11:00 alle 17:00, e il sabato e la domenica, dalle 11:00 alle 19:00, sono presenti in galleria dei mediatori scientifici per informazioni e approfondimenti sui temi della mostra.

-Gabriele Russo.

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LIBRI NASCOSTI: Il grido silenzioso di Carlo Michelstaedter

Facciamo un viaggio indietro nel tempo e torniamo al primo decennio del Novecento. Cosa succedeva in Italia a quei tempi? Giolitti, liberale di vecchissima data, era al terzo di cinque mandati da primo ministro; D’Annunzio regnava sulla moda letteraria con il suo estetismo morboso ma anche con il suo superomismo fallace; a completare il quadro, il filosofo “statale” era Croce, ideatore di un ordinato e impeccabile sistema neo-hegelista. Il quadro che emerge da questi parametri è quello di una nazione e, più precisamente, di una cultura ancora protetta dalla campana di vetro delle certezze ottocentesche, ed è in questo scenario che si svolge la storia di un ragazzo che ha osato incrinare questa campana e gridare «no», sfortunatamente troppo in silenzio per essere ascoltato, almeno fino a tempi recenti.
Carlo Michelstaedter nacque a Gorizia nel 1887 da una famiglia di origini ebraiche: da sempre interessato a tutti gli ambiti del sapere, si iscrisse alla facoltà di matematica all’università di Vienna ma dopo un anno capì che aveva sbagliato strada e andò a Firenze a studiare lingue e letterature antiche, dedicandosi nel contempo alla pittura e al disegno.
Da questi pochi elementi si può capire che, nonostante sia oggi considerato un prodigio culturale, Carlo fosse un semplice ragazzo, un povero studente universitario esattamente come noi. Infatti chi non ha sprecato almeno un anno in facoltà che non rappresentavano il proprio futuro? Quanti sono i fuori-sede? Chi non ha tantissime altre passioni oltre a ciò che studia?
Il momento decisivo per Carlo arriva nel 1909. Completati gli esami, gli viene assegnata la traccia per la tesi di laurea: I Concetti di Persuasione e Rettorica in Platone e Aristotele. Si tratta di un’operazione facile, di un semplice lavoro di analisi filologica, ma Carlo trascende totalmente la natura del suo compito e arriva a comporre un’opera di straordinaria profondità, regalando al mondo e alla storia uno dei più importanti saggi filosofici mai scritti e una delle più originali tesi di laurea, La Persuasione e la Rettorica.
Il pensiero contenuto in quest’opera è molto complesso per via del linguaggio utilizzato. Infatti Carlo spesso scrive concetti e frasi cruciali in greco, per tornare alla radice della filosofia, la Grecità, e utilizza uno stile aforistico di grande forza poetica ma di una certa difficoltà interpretativa, perciò analizzare in questa sede il pensiero di Carlo nella sua interezza sarebbe inutile oltreché impossibile.
La Persuasione e la Rettorica si apre con il seguente aforisma, che riassume il pensiero dell’opera quasi completamente: “Io so che voglio, ma non so cosa io voglia”. L’uomo è schiavo del “dio della voglia di vivere”, un’entità trascendentale che lo spinge a cercare e consumare piaceri senza posa. Questo saltare da un piacere all’altro rappresenta lo sviluppo dell’esistenza umana sull’asse temporale e, anzi, è il Tempo stesso; l’unica cosa capace di interrompere questa infinita corsa è la Morte. La soluzione di Carlo a questa vita tragicamente estetica è la Persuasione, non meglio definibile se non come il “consistere nell’ultimo presente” per sentire “una vertiginosa vastità e profondità di vita”, ovvero una sorta di corsa contro il tempo e contro la Morte.
“Ma gli uomini si stancano per questa via”, scrive Carlo all’inizio della seconda parte, la Rettorica: l’uomo, per nascondersi il fatto che la sua vita corre verso la Morte, si circonda di verità “retoriche”, ovvero concetti metafisici che spieghino la sua esistenza in termini certi e sicuri per proteggerlo dalle aspre contraddizioni dell’essere, ma che, in realtà, sono vuoti e privi di significato perché non trovano corrispondenza nella realtà.
A questo punto si deve confessare che Carlo non scrisse per molto altro tempo dopo aver ultimato La Persuasione e la Rettorica. Altre sue opere sono una gran quantità di poesie, raccolte in un volume intitolato La Melodia del Giovane Divino, e una serie di dialoghi in stile platoniano e leopardiano pubblicati con il titolo Dialogo della Salute e altri Dialoghi, gran parte di ciò scritto in poco meno di un anno: Carlo si è suicidato nel 1910 dopo un periodo di isolamento auto-imposto e di febbrile attività di scrittura.
Molti ritengono che l’opera di uno scrittore sia influenzata dagli accadimenti della sua vita, quindi Leopardi ha ideato un sistema pessimista perché aveva avuto una vita pessima; allo stesso modo Carlo ha elaborato un sistema simile perché era in qualche modo sofferente e, perciò, si è suicidato. Questa è la Rettorica, inventare verità comode per risolvere le contraddizioni della realtà; persuasione è, invece, accettare, seppur con dolore, tali contraddizioni e dire che la morte di Carlo è stata una tragedia che ha stroncato un Genio sul nascere.

 

-Lorenzo Sgro.

DISCMAN 2.0 – #8 The Dark Side of Toscana

Giorni fa, ho ascoltato per caso una canzone, “Il nuovo pop italiano”. Ora, se volete provare il brivido di non capire chi diamine è che sta cantando, vi consiglio di ascoltarla… anzi, vi consiglio di ascoltarla comunque. Avete presente quelle canzoni, anzi quelle voci che sono così simili da non capire davvero chi è che sta cantando? Quelle voci che non riesci a decifrare, che sei indeciso fino a quando non arriva lui, l’eroe dell’orecchio arrugginito: SHAZAM. Praticamente, tutta ‘sta tarantella la farete pure e soprattutto per questa canzone: fino alla fine, fino al min. 3:21 sarete increduli e penserete di stare ascoltando un Bianconi sotto effetto di una pozione ringiovanente, che sembra essere nato nel 1993, piuttosto che nel 1973, con il suo vocione inconfondibile ma più limpido, giovane… e quindi confondibilissimo. Poi però scopri che il cantante è davvero classe ’93 o giù di lì, si chiama Eugenio e il gruppo che suona non si chiama Baustelle ma Siberia.
Carràmba, che sorpresa!
Bello, no? Bello quando sei convinta di stare ascoltando la nuova “Charlie fa surf” e invece scopri qualcosa di completamente nuovo, fresco.
“In cammino da 8 anni per il mondo della musica indipendente, i Siberia vengono da molto lontano, dalla rossa e fredda Russia…”. Anche se sarebbe stata una bellissima coincidenza, scherzavo, ragazzi: sono italiani, vengono da Livorno. Perciò, non vi aspettate di trovare titoli in cirillico o una versione pop di Kalinka, che non è così: da una parte è meglio, così almeno capiamo di cosa stanno parlando, dall’altra… vabbè, facciamo che non mi esprimo. Dicevamo, i Siberia sono 4 ragazzi che navigano dal 2010 (per chi non sapesse portare il conto) in un’Italia musicale, un’Italia indie, una penisola che non finiremo mai di scoprire. E “Si vuole scappare” è il loro secondo lavoro mostrato al pubblico esattamente oggi. Cosa aspettarsi da “Si vuole scappare” considerando che il nome dello scorso album è “In un sogno è la mia patria”? Che si sono rotti gli zebedei della Toscana, dell’Italia? O è un album di riflessione sulla vita che avanza, sugli amori che finiscono, sull’Epica del dolore? Io non dovrei dire niente, eh, però più la seconda.
Hey, che ti aspettavi?
Siamo d’accordo, hanno il nome di una regione ma questo non significa che bisogna ipotizzare un trasferimento immediato! Eh sì, perché “la Siberia è qui, è nel cuore”… ok basta, la smetto di andare avanti a citazioni.

Ma parliamo di musica. A primo ascolto, si percepiscono subito i toni freddi, cupi e intensi: per capirci, non sono i toni di Primavera della Marina Rei nazionale. D’altronde si chiamano Siberia e non Costarica.
Dicevo, a primo ascolto si percepisce il freddo secco della Russia e, se ascoltaste solo le basi, pensereste che l’argomento principale dei pezzi sia: quanto è bella la morte.
La verità, invece, è che sono dei teneroni. Anzi, più che teneroni, la parola più adeguata è cagasotto. È un disco fisico, che parla dell’amore reale, carnale, dei cuori spezzati per davvero, dei trent’anni che si avvicinano, dell’età adulta. È un disco all’apparenza nero, come la paura. La paura fottuta di chi si avvicina o è immerso nel mondo degli adulti, nel mondo reale, se così lo vogliamo chiamare. Ma quello strato di nero si spacca ogni qualvolta che Eugenio parte con un acuto e sprigiona tutti i colori di un ragazzo in preda ad una crisi pseudo-adolescenziale: rabbia, sconforto, amore.
È un album fatto di cuori tiepidi e di baci sterili, di lacrime, di Ginevra, di “ti prego, non dirmi di no”.
Proprio perché contenitore di un sacco di cose contrastanti, guerra e pace, colore e non colore, paura e conforto, non riesco a collocarlo in nessuna categoria (e questo è molto grave): è un insieme di Baustelle, con un pizzico del sempreverde Vasco in “quanti amori hai stasera?”, che si reincarna in gruppi più giovani rubandogli il soffio vitale per continuare a fare concerti, quando l’unica cosa che dovrebbe fare è ritirarsi a Castellaneta tra le meduse. Insulti gratuiti a parte, dicevo: è un insieme fatto di Vasco Rossi, del Maestro Battiato (che ritrovo un po’ in tutta questa musica nuova, vai a capire perché), del jazz e degli Editors e Interpol, così come afferma la band, anche se in tutta onestà, non so di cosa si parla. Il tutto, condito da quei suoni elettronici che ti fanno perdere l’orientamento.
L’ascolto è vivamente consigliato… però non tenete conto del fatto che chi consiglia l’ascolto sia io: son dettagli.
E tra la nebbia e la dolcezza della sera, e le luci al neon della biblioteca, concludo la mia dose bisettimanale di parole dette a vanvera.

“Sai che a volte la tristezza è quello che vogliamo?” No, questo non lo sapevo. Ma terrò presente, grazie.

 

  

 

-Caterina Calicchio.

IL FOTOGRAFO DEL MESE: Helen Levitt

 Nasce a Brooklyn il 31 agosto 1913 ed è considerata una delle maggiori esponenti della fotografia di strada del Novecento. Inizia la sua carriera giovanissima, a soli diciotto anni, in uno studio ritrattistico nel Bronx.
Il soggetto predominante nelle foto della Levitt sono senza dubbio i bambini dei quartieri poveri di New York, dove passa la maggior parte del tempo con la sua Leica 35mm in cerca di soggetti da fotografare. Prima ancora di approcciarsi ai bambini, la Levitt è affascinata dai loro cosiddetti chalk drawings, i disegni con i gessetti tipici della cultura di strada newyorkese di quel tempo, che nella sua prima mostra “Photographs of Children” al MoMA nel 1943, furono la parte predominante. Fotografando questi disegni la Levitt ci vuole proporre uno spunto autoriflessivo, come se la fotografia ci rivelasse sempre una seconda realtà e in questo caso un mondo immaginario creato dai bambini che si sovrappone a quello reale degli adulti.
Il suo modo di fotografare i bambini è unico; riesce a non strumentalizzare e a non rendere banali i loro comportamenti mantenendosi allo stesso tempo sempre rispettosa della loro tenera età. In un primo momento gli scatti della Levitt possono sembrare crudi e distanti ma è proprio questo il loro punto di forza: Helen, rimanendo distaccata, riesce a mostrarci la realtà e la spontaneità dei comportamenti degli esseri umani sin dall’infanzia e anche le condizioni dei quartieri poveri della New York degli anni Novanta.
Tra il 1938 e 1941 studia e collabora con Walker Evans, fotografo statunitense diventato celebre per aver denunciato le condizioni disumane di vita negli Stati Uniti durante la crisi economica degli anni trenta.
Grazie ad Evans negli anni cinquanta la Levitt conosce James Agee, scrittore e sceneggiatore statunitense, e si dedica al cinema realizzando insieme a lui due documentari: The Quiet One e In the Street. Molto importante è l’introduzione di Agee al libro fotografico della Levitt “A Way of Seeing: Photographs of New York” pubblicato nel 1965, dove il fotografo sostiene che le fotografie di Helen Levitt sono “fotografie liriche” ovvero: “Obiettivo dell’artista non è alterare il mondo come l’occhio lo vede e trasformarlo in un mondo di realtà estetica, ma piuttosto percepire la realtà estetica all’interno del mondo reale, e di compiere una registrazione indisturbata e fedele dell’istante in cui questo movimento di creatività raggiunge la sua cristallizzazione più espressiva”.
Le fotografie di Helen Levitt non possono essere comprese appieno se ci fermiamo solo all’apparenza, se usiamo la nostra parte razionale non riuscendo a coglierne i misteri e i segnali, non usando il nostro “way of seeing”.

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-Alessandra Catalano.

 

Cracking Danilo Rea, intervista agli sviluppatori

In occasione della Notte Europea dei Ricercatori 2017, svoltasi il 29 settembre nei Dipartimenti di Scienze, Matematica e Fisica, Architettura ed Ingegneria, è stato presentato un progetto nell’ambito dell’intelligenza artificiale, curato dai docenti dell’ Electrical Science and Technology LABoratory del dipartimento di Ingegneria del nostro Ateneo. Abbiamo quindi colto l’opportunità di poter intervistare alcuni degli ingegneri che hanno partecipato a tale progetto, ovvero:
il professor Francesco Riganti Fulginei, docente di elettronica ed elettrotecnica e direttore del laboratorio ESTLAB, che si occupa degli aspetti dei dispositivi magnetici, del calcolo numerico e di algoritmi ottimizzazione in vari ambiti, e di energie rinnovabili;
il professor Antonio Laudani, ricercatore nelle medesime attività dell’ESTLAB. Non presenti ma altrettanto importanti, sono il professor Alessandro Salvini, responsabile del progetto ed ordinario di elettrotecnica; la professoressa Carla Limongelli ed il dottor Filippo Sciarrone, del laboratorio di Intelligenza Artificiale di Ingegneria Informatica.
I rapporti tra l’intelligenza artificiale e l’ESTLAB si hanno in quanto l’elettrotecnica nasce come contenitore di argomenti fondamentali nell’ingegneria elettronica ed informatica, sfruttando l’intelligenza artificiale come modello matematico di rappresentazione di aspetti metodologici di ottimizzazione e progettazione mirata di dispositivi elettromagnetici. Si arriva quindi a soluzioni top-down a vari problemi, senza concentrarsi al mero aspetto teorico dell’intelligenza artificiale.

Il progetto nasce da Alex Braga, noto dj, ed Andrea Canapa, manager della parte artistica del progetto, i quali contattarono il direttore del Dipartimento di Ingegneria, Paolo Atzeni. La proposta venne fatta anche ad altre università, ma solo il nostro Dipartimento rispose perché il progetto è trasversale e contiene conoscenze ortogonali tra loro. Grazie anche alla cultura musicale del professor Alessandro Salvini, pianista compositore, ESTLAB accettò la sfida, dietro indirizzazione del direttore Atzeni, grazie anche all’occasione dal neonato laboratorio di tecnologie musicali e acustica che coinvolge Ingegneria e DAMS, nella figura del professore Luca Aversano.

I primi progressi progettuali si ebbero dopo un mese dal primo incontro, quando i professori presentarono un primo concept del paradigma che poi svilupparono. Da lì l’interazione, con un continuo scambio di informazioni sugli obiettivi.
Vennero forniti dei demo di esecuzioni del pianista Danilo Rea ed i ricercatori provarono a vedere quale delle loro soluzioni fosse la più funzionale, sottoponendole al feedback musicale degli artisti: Le soluzioni si fecero man mano  sempre più avanzate.  Un software di questo tipo non esiste sul panorama mondiale, attualmente tutti gli altri competitor hanno approcci diversi.
Il progetto vuole che ci sia un pianista jazz, musica complessa dal punto di vista di sensazioni che si costruisce diversamente dalle tecniche della musica classica, utilizzando cromatismi, cambi modali e sostituzioni. L’intelligenza artificiale si deve quindi addestrare sul campo, non si basa su tecniche musicali vere e proprie ma è come un bambino che impara. Danilo Rea suona e poi l’intelligenza inizia a crackare il pianista e cerca di emularlo, senza copiarlo ma accompagnandolo come se fosse un altro artista con tempi, accenti, strumenti, accordi diversi. L’intelligenza è, con il pianista, in una fase continua di autoapprendimento. Se il pianista cambia genere, l’AI lo segue, arricchita dalle direttive di Alex Braga. L’AI genera dei messaggi midi: mappatura digitale di una grande mole di informazioni che viene riarrangiata tramite gli strumenti decisi dal DJ Braga. Nel nostro caso è possibile gestire fino a 16 strumenti, un’orchestra virtuale. Molti degli strumenti scelti sono di natura elettronica per ricollegarsi alla modernità del progetto. I gradi di libertà sono comunque limitati, si può scegliere gli strumenti, come farli suonare, ma rimanendo sempre legati ai dati.  La cosa interessante è che il sistema non ha memoria di ciò che è stato fatto negli ultimi 3 secoli, ma ci sono solo il pianista con la rete neurale.
Un esempio di un’altra piattaforma musicale AI è iDuet di google, che duetta con chi si cimenta attraverso una tastiera; consiste in una rete neurale addestrata su midi già confezionati, rispondendo subito. Una possibile implementazione futura potrebbe essere che non sia la AI a crackare Danilo Rea e accompagnarlo, ma piuttosto che Danilo Rea accompagni lei, creando musica da sola.
In ESTLAB o altri laboratori di Ingegneria Elettronica, chiunque usi applicazioni di AI le sfrutta per i suoi scopi. Ad esempio, il laboratorio di telecomunicazioni usa l’AI per il riconoscimento delle immagini. Oppure ESTLAB stesso, usavano l’AI per problemi fisici e di elettromagnetismo.
Il problema interpretativo è che AI dice tanto ma dice poco di per sé. Noi spesso cerchiamo di associarla ad un oggetto neurale che somiglia al cervello umano, ma il concetto è astratto: si confonde la teoria assoluta di un sistema astratto, che in realtà è un modello matematico per descrivere una fenomenologia, dotato di capacità di apprendimento da noi controllate. Spesso per motivi scenografici l’AI si confonde con la  robotica: basta vedere un robot che si muove, dirige orchestra; una AI che suona il piano senza robot che muove le dita ha molto meno appeal.

Nei confronti delle chiacchiere da bar, il professor Riganti Fulginei non ha paura dell’avanzamento dell’AI, tanto quanto della stupidità naturale: siamo in balia di persone che di intelligente hanno poco, e ci spaventiamo. L’AI ci può aiutare, tramite algoritmi che possono semplificare la vita; Nel caso dei cellulari siamo sicuramente schiavi.
Per il professor Laudani avere paura dell’AI è normale. Il concetto è l’uso che se ne fa della tecnologia: se vogliamo usarla per creare armi o sostituire persone. Se sostituisse un medico non espertissimo o altri sistemi decisionali, ci si potrebbe fidare di più dell’AI. La paura ce l’ha chi non capisce l’utilità dell’AI: essa deve far paura agli stupidi. Non ci sarà la macchina che sostituisce l’uomo, se non nei lavori pesanti. Non sostituirà il pensiero,ed il concetto importante, anche nell’ambito artistico, la macchina ha difficoltà ad apprendere il concetto di bello, non traducibile in equazioni, e finché ci saranno questi aspetti non verremo sostituiti dalle macchine.

 

-Andrea Menichelli.

Discman 2.0 – #7 Alta fedeltà

Ma che colore ha una giornata uggiosa? Ma che sapore ha una vita mal spesa?… il sapore delle lenticchie che sto cercando di cuocere? O quello della mia manica bruciata? Lo scopriremo solo vivendo, intanto oggi, in una giornata dedicata al dolce far niente in cui già dalle 10 di mattina c’è un buio pesto che manco la Norvegia, ho deciso di parlarvi di quel concetto molto simile ai dugonghi, in termine di rarità s’intende, che è la fedeltà.
Così, bell e buon.
E qui, il 50% di quei pochi che leggono le cazzate che scrivo, ha già chiuso la pagina e sta pensando “Ao, ma questa che vuole?”.
Figliuoli, non vi allarmate, che mettervi in testa strani pensieri riguardo i vostri tradimenti è l’ultima delle mie intenzioni.
Qui si parla di una fedeltà diversa.
Per l’appunto, riflettevo sul fatto che ci hanno sempre insegnato ad essere fedeli al nostro Credo, fedeli alla dieta, fedeli alle cose che si affermano… e mi sono chiesta: ma io sono fedele? La risposta è stata: anche no. C’ho una memoria da pesce rosso che mi fa dimenticare cosa ho fatto ieri, figuriamoci se mi ricordo cosa ho detto 5 anni fa! E proprio grazie a queste domande esistenziali, che Giacomino Leopardi levate, oggi vi parlerò di Infedele, ovvero l’album che Colapesce ci ha regalato l’ottobre scorso.
Concentrato in sole 8 tracce, “Infedele” è un disco nuovo, in cui la sua voce (che è sempre la stessa) incontra suoni innovativi e moderni; a primo ascolto ti lascia perplessa, perché da uno come lui, non te l’aspetti un album del genere. Perché Colapesce siculo fu, e la trap, l’inglese non fanno per te, che sei nata e vissuta a Catania, come dice lui. Capite adesso il perché dello shock?
È paradossale, ma pur essendo infedele, per me l’album è diventato La Bibbia.
Forse perché la musichetta identica da discount di tutta questa musica nuova, è stata rimpiazzata dai synth e dai suoni elettronici: passiamo dalla tenera ninna nanna de Le foglie appese al ritmo di Pantalica, che potrebbe benissimo essere inserita nella playlist di una serata al “Goa”.
O forse perché mette a confronto il moderno con una delle cose più vecchie di questo mondo, ossia la chiesa, la religione. In ogni caso, una volta metabolizzata la novità, non farete più a meno di ascoltarlo, rimarrete sospesi nel nulla cosmico e spensierato. E non solo dal 20 al 28 dicembre.
Sospesi sullo stretto di Messina, sull’autostrada Roma-Bari, sospesi tra le note e le parole sussurrate da un auricolare o per i più fortunati, dal cantante stesso: le sue canzoni sembrano quasi quei segreti che si dicono nell’orecchio al migliore amico, o a chiunque vogliate dire un segreto. Nel tempo, Colapesce è riuscito a sussurrare Tuyo, ormai simbolo di quel grand’uomo di Pablo Escobar, che grazie alla dolcezza della sua voce è diventato per un minuto un monaco buddista; e addirittura Thriller, di un Michael Jackson sicuramente sotto effetto di goccine, data la pacatezza dei toni del suo incubo.
E ancora oggi, Colapesce continua a sussurrare segreti come l’amore è anche fatto di niente”mi sento meglio se mi baci al sole, segreti che devono necessariamente rimanere sospesi nell’aria, tra le particelle di CO2 del traffico di Roma.
E noi con loro, sospesi ad osservare un Maometto che sorseggia un Negroni sbagliato nei locali di Milano e una band di chierichetti capeggiata da un prete di nome Lorenzo che fa la comunione al pubblico mentre canta. Con l’augurio che durante il concerto scappino i primi accordi di “Il tuo popolo in cammino”, non posso che riconfermare il genio e la bravura di Colapesce. Totale, come sempre.

È arrivato il momento di salutarvi, visto che mi sono dilungata così tanto a scrivere questo articolo che tra poco ricomincia Sanremo, che anche se quest’anno i cantanti li hanno presi dal reparto di geriatria, è sempre una bella cosa. Buona infedeltà a tutti.

N.B.: Per scrivere questo articolo, nessun Beppe Vessicchio è stato maltrattato e, per la prima volta in vita mia, non ho bruciato le lenticchie: sempre fedele ai consigli di mamma Rosa. 

 

 

  

 

-Caterina Calicchio.

Roma In Mostra: Da Monet a Hokusai, l’autunno dell’arte a Roma

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(Mostra di Monet, Complesso del Vittoriano)

 

L’autunno di Roma porta in città nuovi colori e nuove mostre d’arte e di fotografia imperdibili, alcune delle quali si protrarranno fino all’anno nuovo che possiamo dire, è ormai alle porte.
Dal mese di Ottobre troviamo infatti, dislocati tra i vari complessi e musei della città, innumerevoli stili ed espressioni artistiche che variano dall’impressionismo di Monet all’eclettismo di Hokusai.
Il primo, con sessanta opere esposte all’interno del Complesso del Vittoriano, ci trascina nel suo mondo di sensazioni “all’aperto” fatto non di dettagli ma di insieme, di realtà ma sempre vista e filtrata attraverso i suoi occhi, dei giochi di colori, luci ed ombre che rendono inconfondibile il suo stile. La mostra rappresenta un vero e proprio viaggio nel percorso artistico del pittore, dai primi lavori della sua carriera, le caricature, a quelli che hanno caratterizzato la pittura dei suoi ultimi anni di vita, i paesaggi e le celebri ninfee. È visitabile dal 19 ottobre di quest’anno sino all’11 febbraio del 2018 ed è a pagamento.
La mostra “Hokusai. Sulle orme del Maestro” raccoglie duecento opere che con la loro raffinatezza ed eleganza, insegnano ad approfondire ed apprezzare il particolare stile delle xilografie anche a chi non se ne intende. La sua versatilità e la sua costante spinta verso il cambiamento e il miglioramento di sé rendono i lavori dell’artista stimolanti e caratteristici al tempo stesso. Nonostante le sue rappresentazioni varino dai paesaggi (particolarmente famosi quelli che ritraggono il monte Fuji) ai manga, alle donne giapponesi, fanno da filo conduttore all’intera esposizione la minuziosità dei dettagli, l’eleganza e la profondità d’espressione tipiche del “maestro”. Maestro che, per l’appunto, trascina dietro di sé vari seguaci che si sono ispirati al suo stile e che possono anch’essi essere ammirati e confrontati tra loro all’interno della mostra.
Ospitata all’interno dello spazio espositivo del Museo dell’Ara Pacis ed anch’essa a pagamento, è visitabile dal 12 Ottobre 2017 al 14 Gennaio del 2018. Perciò, avanti, avete ancora tempo per farvi avvolgere dalla “Grande Onda”!
Nella lista delle mostre non mancano poi quelle fotografiche, tra le quali troviamo l’interessante lavoro di denuncia “Ti racconto la mia storia” di vari fotografi sulle atroci violenze subite da bambini e ragazzi appena adolescenti di alcuni paesi dell’America Latina.
Il progetto mira a sensibilizzare chi avrà modo di andare a visitare la mostra, questa volta ad ingresso gratuito, riguardo al tema dell’immigrazione ed in particolare sulle situazioni che spingono migliaia di persone ogni giorno ad abbandonare il loro paese per cercare altrove una vita migliore o in alcuni casi, semplicemente una via di sopravvivenza. È proprio quest’ultimo il caso di quei bambini che dopo le atroci sofferenze subite si trovano costretti a scappare, lasciandosi alle spalle violenze e soprusi e ritrovando un motivo per sorridere. E sono proprio quei sorrisi fotografati da Viviana Murillo, Ricardo Ramirez Arriola, Luis Eduardo Parada Contreras, Miguel Gutierrez, Tito Herrera, Santiago Escobar Jaramillo, Encarni Pindado, Daniele Volpe e Regina De La Portilla a raccontare tutto questo, viaggiando, scattando ma soprattutto osservando realtà che sembrano lontane anni luce da noi eppure sono lì fuori, da qualche parte. Sorrisi che parlano di speranza ma anche di fuga, sofferenza e paura. Le fotografie del progetto promosso e sostenuto dall’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ambientate in Honduras, Messico, Venezuela, Colombia, Ecuador e Guatemala sono esposte dal 30 Settembre 2017 al 12 Novembre al Museo delle Mura a Roma perciò presto, resta ancora poco tempo!
Ma passiamo adesso alla scultura che durante questi mesi merita particolare attenzione, poiché nella Galleria Borghese, che ospita già alcuni dei capolavori del grande Gian Lorenzo Bernini, per tre mesi circa accoglierà altri celebri lavori dell’artista che varieranno dalla produzione pittorica a quella scultorea, ripercorrendo tutte le fasi salienti della sua fiorente produzione artistica. Le opere, divise in otto sezioni curate ognuna da singoli esperti, provenienti da tutto il mondo (Stati Uniti, Germania, Canada, Francia), saranno visitabili a pagamento tra il 1 Novembre del 2017 e il 4 Febbraio del 2018, perciò per chiunque voglia godersi dal vivo un complesso di composizioni artistiche che non si ha l’occasione di ammirare tutti i giorni, il consiglio è quello di affrettarvi!

-Ilaria Muollo.