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DISCMAN 2.0 – #5 Vorrei essere te così poi (non) m’ammazzerei

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)


Ciao, lui è Giancane e non è un cantautore di merda.
Ciao, sono Caterina e io invece forse lo sono un po’, un “omm e’ merd”: mi son fatta trasportare da panettoni, pranzi chilometrici e tombole (fatelo voi un Natale al sud!) e mi son ridotta al 4 gennaio per finire tutto ciò.
Però eccomi qui, ce l’ho fatta.
È stata davvero un’impresa intervistarlo, bisogna dirlo: tra il traffico della capitale e un parcheggio che non si trova, un’intera classe di arabo che mi ascolta mentre parlo al telefono, buste di taralli promesse e scivolate nel corridoio…  però ne è valsa la pena.
Che lo chiamiate Giancarlo, Cangiarlo, Giancane o Piersilvio (ecco, magari Piersilvio proprio no) è poco rilevante: lo amereste comunque dopo aver ascoltato l’ultimo capolavoro pubblicato a novembre, “Ansia e disagio”… ragazzi, ha dedicato un pezzo a una splendida bionda in bottiglia, ma che ve lo dico a fare!
Giancane appartiene a quella categoria di cantautori che prima di tutto è consapevole di essere un ragazzo comune, che canta di quello che pensa, di quello che vede, senza utilizzare filtri. Mi azzardo a chiamarlo verismo cantautorale, o anche Giancanismo. Si tratta di un cantautorato-verità  in cui non si deve né “reimparare a camminare” perché la ragazza t’ha lasciato, né tanto meno “ricordarsi dello zucchero filato”. Il bello è proprio questo: riconoscere una Roma, quella di Ansia e Disagio, veritiera e senza fronzoli. Una Roma piena di disagio, piena di bambini che strillano perché i genitori non riescono a contenerli, una Roma piena di fascisti e un Giancane che ci sta dentro e che la racconta nel bene e, soprattutto, nel suo bellissimo male.
E tra sottilette e limoni, l’ipocondria e la Peroni mando voi in avanscoperta verso quel fantastico rebus che è l’album.
Buona lettura.

Come prima domanda: ti senti più Giancarlo o Giancane? E chi è Giancarlo e chi Giancane?

Praticamente sono la stessa cosa. Con Giancane mi sento meno finto, ho meno filtri che nella vita normale: quando canto non mi pongo limiti, mentre nella vita di Giancarlo sì […che alla fine, dovrebbe essere il contrario… O no?] Beh in realtà sì, forse sì… Solo che non so perché ma con me funziona in maniera inversa, funziono forse in maniera inversa.

Volevo chiederti, invece, che ti è successo? Sei passato dallo scorso album “Una vita al top” a questo che si chiama “Ansia e disagio”… Anche se non si parla tanto di una vita al top, perché questo cambio di rotta?

No, infatti, era il contrasto… Una vita al top per dire “Una vita di merda”, però “di merda” sembrava brutto. Diciamo che a un certo punto abuso di questo termine ma perché suona bene e rende molto l’idea. Quindi in realtà è tutto collegato: se si ascoltano entrambi gli album attaccati, più o meno hanno un senso.

Invece, perché un cruciverba come copertina dell’album?

Sì, beh perché in tour li facciamo sempre, compriamo sempre la Settimana enigmistica, in furgone ci passiamo il tempo. Poi mi piace fare le grafiche riconoscibili dei dischi, cioè che prendano spunto da quello che poi è un qualcosa che viviamo. Per esempio, le sottilette perché erano l’unica cosa che avevo nel frigo mentre registravo lo scorso album, e la Settimana Enigmistica che continuiamo a fare. Nel libretto dell’album, a parte il cruciverba, ci sono tutti i giochi [ma le parole invece? Io pensavo fossero i titoli delle canzoni, invece no…]. No, sono collegate ai testi, testi nuovi e testi vecchi, cose che succedono nella vita quotidiana e ogni gioco nel libretto è riferito ad un pezzo: è tutto un collegamento strano che ho voluto creare per non scrivere il classico testo, fare giocare per arrivare ad un punto. Al testo, ecco.>>

In riferimento a “Vorrei essere te”, ti chiedo appunto: come chi vorresti essere?

Beh dipende, perché lì poi mi ammazzo… come voglio essere in maniera positiva o negativa? [in maniera positiva dai… anzi, anche negativa]. Per la parte positiva, preferisco accontentarmi di quello che c’ho, quindi facciamo me stesso. Per la parte negativa, beh, puoi tagliare un sacco di rami secchi in questo modo… ci devo riflettere, andiamo avanti e intanto ci penso.

In ambito musicale, invece, a chi ti ispiri?

Diciamo che gli ascolti sono molto vari, per esempio ieri sera stavo ascoltando Tiziano Ferro. Faccio dischi per gli altri, il mio vero lavoro è fare il produttore, quindi ascolto un mare di musica, dalla più brutta alla più bella. In questo senso, il disco vecchio era leggermente più folk a livello sonoro… Poi, non è che è cambiato tanto, in realtà è folk anche l’altro ma c’è più elettronica. Diciamo che il primo disco aveva un approccio un po’ più irish, penso io, per come me lo ricordo, ecco. Questo qui invece, sempre un po’ irish ma va più verso l’elettronica, verso il cazzeggio, mi è venuto molto spontaneo, diciamo: lì ero proprio da solo, in questo no.

Bene, sai che faccio parte del giornale universitario di Roma Tre; non so se ti è giunta voce dell’incontro organizzato nella nostra università da persone riconducibili a CasaPound nel mese di dicembre. Visto che nel tuo album è presente “Adotta un fascista”, nata da una puntata del Webshow Kahbum, vorrei da te 3 motivi per adottare un fascista.

Non ci sono […per aiutarli  ,dai]. Per aiutarli, sì. Il brano è nato in una situazione particolare, 90 minuti con un tema che in questo caso era Adotta un fascista; noi abbiamo ribaltato il tutto, abbiamo pensato alla cosa che potrebbe dare più fastidio ad un fascista ed è l’essere omosessuale, quindi magari, essere adottato da un omosessuale potrebbe raddrizzargli il cervello, credo. È un consiglio.

Prima hai parlato di Folk, irish e, visto che in quest’ultimo lavoro c’è un po’ di Muro del Canto, c’è un assolo rock dedicato ad una splendida bionda, la Peroni da 66 e c’è anche (almeno io l’ho sentito) l’inizio di Redemption Song di Bob Marley in Hogan blu, volevo chiederti: dove ti collochi nella scena musicale romana?

Oh mamma. E questa è una bella domanda. Più o meno nel cantautorato per forza, però non mi piace come etichetta; l’approccio live è molto più
Old School punk-rock, però il disco non lo è. È un ibrido strano, mi colloco in mezzo tra il folk, il pop e punk… Non so come possa etichettare questa cosa. Poi, i pezzi sono molto variegati, un po’ la Peroni, un po’ pezzi dance… Diciamo che non mi sono posto dei limiti, quindi pure un’etichetta non te la saprei dare: comunque cantautorato, dai.

Hai riflettuto sulla domanda di prima?

Come chi vorrei essere per essere ucciso? Ci sto ancora pensando, cavolo, però non mi viene.  Ne possiamo pescare uno a caso nei testi… Forse come chi indossa le Hogan in generale.

Un’ultima domanda e poi ti lascio: visto che siamo al 20 di dicembre, la domanda casca a fagiolo: come ti stai preparando al compleanno di Gesù? Come l’affronti?

Guarda, vado a suonare. Saremo in tour. La parte della famiglia ce la teniamo per il Natale e poi partiamo. Ma non è che senta molto questa festività, in genere. Però, le classiche cose: cenone, poi il giorno dopo sono a casa di amici e il 26 suoniamo. Saremo in tour fino a… Boh, per un anno, immagino. Sarà un bel periodo.

 

 

 

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 -#4 Serra nei via vai

C’era una volta una biblioteca sempre piena, un banchetto di RDS e delle ragazze molto infreddolite a causa delle porte dell’atrio sempre aperte (se le chiudete quando uscite per fumare, non vi prendete una multa, ‘cci vostra). Tra i pinguini e i caffè delle macchinette, Luana mi narrò di un suo compagno di banco del liceo, un certo Serra che scrive canzoni e che, ovviamente, le canta pure. Mi disse che sarebbe venuto qui a Roma a suonare, perché, a detta sua “Lui è bravo ma è timido e si vergogna. Menomale che l’ho convinto a venire qui e a suonare.”
Io son sicura che adesso state pensando: “Eeeh va be’, ogni scarrafone è bello a mamma sua, lei dice che è bravo perché è amico suo!”
E invece no, Matteo è bravo davvero.
Ora, chiudete gli occhi e immaginate un ragazzo dai capelli scompigliati con una chitarra tra le mani, che passeggia sulla spiaggia, per le strade, tra i palazzi e canta di tutto quello che gli succede intorno.
Tra un uccellino che entra nel locale, bimbi che strillano e autobus che non arrivano mai, Serra mi racconta la sua fiaba moderna.
E io la racconto a voi.
Buona lettura.

Chi è Serra?

Ho iniziato a scrivere a 13 anni e mi fa molto piacere raccontare come. Mentre guardavo il serale di “Amici”, Pierdavide Carone cantò una canzone di nome “Di notte”; parlando con i miei amici, qualcuno disse: “Dai, è plateale che questa canzone l’ha scritta per una ragazza!”. In terza media, c’era una ragazza che mi piaceva e ho pensato che anch’io avrei voluto scrivere una canzone per lei! E così è nato il mio primo pezzo; poi, dato che mi sono affezionato allo scrivere e al suonare, ho continuato. Lo scorso febbraio, ho finalmente comprato il microfono e il computer e ho iniziato a registrare dei miei brani che poi ho pubblicato a maggio. E da quel momento sono arrivate alcune occasioni: ho suonato qui a Roma, ho partecipato al Music Village di Peschici (tipo “Camp Rock”, hai presente?) dove ho incontrato tantissimi ragazzi proveniente da tutta Italia, produttori, musicisti… È stata un’esperienza molto bella.

Perché ti chiami Serra e non Matteo?

Eh, perché Serra… Dalle mie parti c’è un piccolo rione che si affaccia sul mare e che si chiama Serra: lì c’è la casa di un mio amico dove, quando avevamo sedici anni, ci rinchiudevamo il sabato sera, per bere e per divertirci. Lì ho iniziato a cantare le mie canzoni e dato che sono un tipo nostalgico, ho voluto riprendere quei ricordi e riportarli in quello che faccio adesso.

Cosa raccontano le tue canzoni? Ho sentito di reggiseni su un tavolo, di gente che legge Baudelaire e volevo capire: le tue canzoni parlano di cose reali o di cose che hai nella testa?

Molto spesso sono cose che mi sono capitate: per esempio c’è L‘universitaria che ho scritto a Parma, quando sono andato a trovare un mio amico. Mentre eravamo a lezione di psicologia, ho visto una ragazza che si legava i capelli ed ho provato ad immaginarmi la sua vita, riprendendo anche tutte le situazioni che mi raccontano le mie amiche universitarie [nel frattempo è entrato un uccello e mentre lui parla io penso che potrebbe cacarci addosso]. Serra e gli uccelli… intervista cacata, intervista fortunata.
Dicevo, in quella canzone ho voluto riprendere tutta quella realtà, quindi si parla di una ragazza che racchiude tutte le cose delle altre. Anche perché anche io sono universitario.

Cosa studi?

Lettere moderne.

Invece, parliamo di Sorda nei via vai

Ecco, qui c’è la persona specifica ed è stata l’ultima che ho registrato ma la prima che ho pubblicato, perché era quella che più mi rappresentava in quel momento. Sorda nei via vai parla della situazione che si crea quando ti lasci con la tua ragazza, non la senti da un sacco di tempo e non sai più nulla di lei: infatti l’ho scritta sei mesi dopo che mi sono lasciato. Nella canzone infatti, ci sono molte cose che vorrei chiederle.

Ma questa ragazza sa che l’hai scritta per lei?

L’ha ascoltata e penso abbia capito, anche perché mi ha scritto proprio quando l’ho pubblicata. Se conosci la situazione, ti riconosci nelle parole.

Da cosa nasce il pezzo Interrail?

Interrail è nata grazie ad un mio amico da cui ho tratto ispirazione: aveva problemi con la ragazza e altri casini ed è partito. In quello stesso periodo, inoltre, stavo ascoltando molto Portovenere dei Canova, una canzone estiva dal ritmo travolgente. Avevo l’idea di comporre una canzone malinconica ma anche trascinante, che facesse cantare: allora ho aggiunto alle storie che mi raccontava il mio amico in viaggio per le capitali (Amsterdam, Oslo…) un motivetto allegro. Raccontando di lui, mi ci sono riconosciuto anch’io. È una canzone liberatoria, me ne vado perché mi sono rotto le scatole.

Pronostici per il futuro?

Vorrei finire al più presto la triennale e spostarmi da Lecce per avere più possibilità, incontrare gente. Non penso oltre, sarebbe inutile.

Ultima domanda, che il mio amico Robbo mi consiglia sempre di fare: cosa ti dà la musica? Cosa dai tu alla musica?

La musica mi dà sfogo. La maggior parte dei miei testi, li scrivo di notte. Scrivere mi fa stare bene e mi dà l’opportunità di far conoscere i fatti miei. Non capisco la gente che ha paura di pubblicare la propria musica: nel momento in cui si scrive, si è felici a prescindere di mostrare ciò che si scrive, è proprio una specie di bisogno. Io, invece, alla musica regalo storie.

 

 

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #3 Ho tanta voglia di infinite prugne del Pam

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)

 

Dal Brasile a Milano, passando per la Via di Gioia fino ad arrivare a Roma: sembra un pezzo di Jovanotti, invece è solamente quello che due settimane fa è successo al Monk.
Un concerto pazzesco, un connubio perfetto tra i Selton e gli Eugenio in Via di Gioia.
Se dovessi collocarli in una categoria, direi che loro fanno parte dei fuorisede della musica alternative italiana, espressione che d’altronde manda in subbuglio le ragazzine in preda a esplosioni ormonali.
C’è chi attraversa in lungo l’Italia per studiare Design a Torino e chi attraversa una discreta pozza d’acqua, anche chiamata Oceano, per cercare il paradiso in una città in cui di paradiso ci sono solo le merendine Kinder… Ecco, capite bene che i fuorisede per eccellenza sono loro e non una Caterina (io) che viene dal profondo sud con millemila valigie da 50kg!
Ora, la domanda è: perché  hanno suonato la stessa sera, nello stesso posto, a dieci minuti di distanza l’uno dall’altro? Perché entrambi i gruppi sono formati da 4 persone? Perché vengono dal “Norde” entrambi? Penso non lo saprò mai e, anche se in  questo momento mi sento una liceale che parafrasa la Divina Commedia, son sicura che è stato un puro caso!
Allegorie a parte, sono rimasta estasiata ancora una volta dai concerti di queste due boy baaands che già da tempo avevano conquistato un posto nel mio cuorecinico, insieme a Noci, al Brasile, all’estate, alla “bossa”, alle prugne e a tante altre cose che non sto qui ad elencarvi.
Sarebbe perciò “gajardo” (ho imparato un nuovo termine romano e mi sembrava giusto metterlo in mezzo) se dopo aver letto il mio articolo gajardo, apriste loro le porte del vostro cuore gajardo.

Per descrivere gli Eugenio in Via di Gioia, “pazzi” è l’unico aggettivo che mi viene in mente. Pazzi o geniali, anzi: pazzi e geniali… Quindi sono due gli aggettivi che mi vengono in mente se penso a loro (che per pigrizia chiamerò Eugenio e basta perché, ragazzi, ma che nome chilometrico vi siete scelti?!). Che Eugenio è un giovane illuminato, si sapeva già; per appurare invece che anche tutti gli altri componenti sono illuminati, vi basta sentirli suonare dal vivo: con un batterista che si trasforma in un cane, un bassista/nomedelprimoalbum che si crede una rockstar e un tastierista che dal reparto bio Valsoia di un supermercato ci catapulta tra gli animali dell’Africa, ditemi voi se non sono illuminati!
La cosa più bella però (ovviamente dopo il barrito dell’elefante) è che durante I concerti, questa loro illuminazione la trasmettono anche al pubblico… sempre a risparmio energetico, s’intende: è un clima di amicizia generale, che anche se fuori da quella stanza vorresti prendere a schiaffi la tizia con la pelliccia fucsia, durante il concerto, entri nel loro mondo stravagante fatto di cubi di Rubik, gente con sette camicie e cani su Facebook… e tutti ti sembrano più simpatici.

Dall’altra parte, invece, e dico proprio così perché è dall’altra parte della sala che hanno suonato, i romantici Selton.
Sì, perché i Selton sono uno di quei gruppi che farebbero nascere il dotto lacrimale anche a una pietra! Non so se avete presente il genere, e se non ce l’avete presente, ascoltate Stella rossa, tra le altre. Stella rossa è uno di quei pezzi che ti toglie le forze: se l’ascolti passeggiando per strada e casualmente incroci lo sguardo di un individuo del sesso opposto, beh, penserai sia un colpo di fulmine e che lui sia la tua stella rossa… mentre lui, invece, starà pensando di chiamare l’ospedale per un T.S.O. immediato.
Amore a parte, i Selton sono patchwork: dai ritmi brasiliani che farebbero sculettare anche mio nonno, al “romanticismo esaggeraaato” come direbbero a Napulè, fino alla Banana à Milanesa, album di cover di Enzo Jannacci per cercare di riconoscersi in una grigia ma paradisiaca Milano.

Nonostante con le loro canzoni cerchino di convincerti che Milano sia un paradiso e che nel 2050 diventeremo tutti vegani, vi consiglio vivamente di ascoltarli, meglio se dal vivo.
E sarete più felici e spensierati.
E mi ringrazierete. 

 

 

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #2 Galeffi vince la partita del cuore

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)

Vi è mai capitato di voler bene a una persona senza neanche conoscerla?
È difficile da spiegare, è una specie di saudade ma in senso positivo, è il sincero voler bene a una persona che riesce a dire le cose che tu pensi ma in maniera migliore di come l’avresti fatto tu.
Ecco, a me è successo con Galeffi, esattamente quella persona che tutti vorrebbero come amico… o perlomeno io.
A primo ascolto potrebbe sembrarvi l’ultimo Edroado di turno ma vi assicuro che non è così: Galeffi è il cantante delle piccole cose.
Piccole come il caffè la mattina, come un libro di poesie, come una partita di calcio. Tutto questo è Scudetto, album d’esordio pubblicato con Maciste Dischi il 24 novembre scorso.
Dunque, non so ancora bene come (in realtà lo so ma di solito si dice così quando succede qualcosa di molto bello e che non ti aspetti,no?) ho avuto il piacere di scoprire cosa Scudetto significasse per lui, cosa ci fosse dietro una semplice tazza di té, cosa nascondesse dietro gli occhialetti da Harry Potter e sotto quel cappellino marrone.
Ok ho finito con il sentimentalismo, vi lascio all’intervista (anche perché con le parole, lui è molto più bravo di me) con la speranza che sia sempre innamorato di qualsiasi cosa e che non finisca mai di fare musica.
Chili d’amore per tutti.
Buona lettura

Chi è Galeffi? E quando lo sei diventato?

Galeffi è Marco, un ragazzo di 26 anni innamorato delle cose belle e dell’amore. Da un anno mi sono buttato in questo percorso iniziando a scrivere pezzi in italiano e adesso non vedo l’ora di continuare a fare belle canzoni.

Cosa dai alla musica? E cosa la musica ti dà?

Alla musica posso donare la mia passione e il mio rispetto, nient’altro. La musica invece mi accompagna da sempre, nelle giornate tristi e in quelle felici. È un’amica vera, che non tradisce mai

In “Tazza di tè”  parli di capire cosa vuoi diventare. Ecco, volevo sapere se adesso l’hai capito.

È una domanda che tutti ci poniamo più o meno sempre. Guardando i nostri genitori magari, prendiamo spunto su cosa vogliamo essere da grandi. Io qualche idea ce l’ho, ma è tutto sempre in evoluzione. Per fortuna niente va come ti immagini.

Come nasce Scudetto?

Scudetto nasce dalla voglia di sfogare del romanticismo nelle canzoni, senza pensare di farci un disco ma solo di dedicarle. Avevo messo in stand by la musica per dedicarmi al giornalismo e al lavoro in una pizzeria, però poi c’era troppa voglia di rimettermi in gioco dopo qualche band fallimentare. E meno male che è andata così, senza pensarci troppo.

Quanto Marco c’è nei tuoi pezzi?

Direi abbastanza, non al 100% perché  il processo di scrittura è  un’indagine infinita, una ricerca, uno scoprirsi poco a poco. Un venire incontro a se stessi, è accettarsi. Però c’è  molto Marco: c’è  Kerouac, c’è Pessoa, c’è Monet, c’è Totti, c’è il caffè, c’è il tè, c’è Harry Potter…tante piccole cose a cui sono affezionato.

Cosa dobbiamo aspettarci da te?

Canzoni da cantare a squarciagola e tornare un po’ bambini.

 

Io, non vedo l’ora.

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-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #1 Sul treno di Frah Quintale

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)

 

Hai mai visto mai un ragazzo di nome Francesco che scrive, disegna, cammina per Brescia, viaggia nei treni la notte? Beh, dovresti… anzi dovreste. E subito.
Ecco a voi Frah Quintale, cantante hip hop / rap che sbarca in tutta Italia dalla scena lombarda con furore… o col furgone,ancora non s’è capito, con il suo album d’esordio “Regardez-moi”, fuori il 24 novembre.
La maggior parte degli ascoltatori, tuttavia, la sua maschera di cartapesta a forma di pallone  l’aveva già vista da tempo . Infatti , progetto “Fratelli Quintale” a parte, il Frah aveva già fatto parlare di sé pubblicando i suoi singoli in una playlist di Spotify, Lungolinea. Ed è proprio così che gli ascoltatori di musica incalliti (io) l’hanno scoperto: a me per esempio, mesi fa è partita Colpa del vino in casuale su Spotify e da quel momento non ho potuto più fare a meno di ascoltare i suoi pezzi.
Sì, perché Frah Quintale con le sue parole semplici che raccontano di un amore complicato e mai corrisposto, che parlano di una Brescia con il suo graffito di Filippo Minelli su un hotel lussuoso mai utilizzato nei pressi della stazione, ti inebria. E questa volta non per colpa del vino.
Tra borghesi incazzati e rumeni ubriachi, un autobus perso, un amico che ti aspetta alla fermata e una ragazza che proprio non ti si fila perché sei solo un accattone, l’album è l’esatta immagine di quello che un ragazzo di 25 anni vive ogni giorno della sua vita, da qui alla fine dell’adolescenza (perché così si può chiamare, visti i tempi). Un ragazzo che vorrebbe fare tante cose ma che alla fine rimane sempre lo stesso, bloccato da forze maggiori nella sua città a fumare e bere con gli amici, con in testa sempre la stessa persona.
È un’immagine, anche perché le copertine sono tutte diverse, disegnate a mano da lui, che è entrato nel “ghetto” ma bresciano in questo caso della cultura hip hop nel 2002, proprio dipingendo.
Con la schiettezza che solo lui sa usare e una parte strumentale che dal ritmo tranquillo di Fare su, passa per il ritmo veloce e costante di Sì, ah (lascio scoprire a voi il perché ) per poi esplodere in pezzi come Gravità, Frah Quintale si è piazzato al centro di in un panorama, quello del rap italiano, così vasto da poter rimanere facilmente nell’ombra.
In poco tempo ha conquistato 8 miliardi di persone, facendo scuola a più della metà degli “pseudo rapper” di oggi.

“E sarò un disperato e non ci hai mai sperato, ma sono ancora qui
Se vado a fondo, grazie, imparo a usar le branchie”

Sarà per questo?

Regardez-le.

 

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-Caterina Calicchio.