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Napoli in tuta acetata

Per questa edizione di Discman vi avevo promesso emozioni forti: ebbene, dopo Raffaella Carrà, per ragioni anche a me sconosciute, ho deciso di parlarvi di un gruppo poco conosciuto, ma che tutti prima o poi dovrebbero ascoltare per vivere più felici.

È successo che tra maggio e aprile scorso, la mia home di Facebook era invasa da questa copertina giallo sbiadito con un disegno al centro: tutti ne parlavano benissimo ed erano molto entusiasti, ma io sono sempre troppo poco curiosa; un bel giorno però, andando contro i miei pigri principi, decisi di ascoltarlo, nonostante avessi abbastanza paura si trattasse del nuovo album di Gigi D’Alessio: sapete, da un disco che si chiama Nuova Napoli, ci si può  aspettare di tutto. E invece no, Nuova Napoli è una delle più belle scoperte di tutto l’anno e definire la musica dei Nu Guinea innovativa o semplicemente strana sarebbe riduttivo: in questi casi, geniale penso sia l’aggettivo corretto… almeno per quanto mi riguarda.

Nu Guinea è un duo italiano, di Napoli per l’appunto, immigrato a Berlino, perché, si sa, nonostante sia la patria delle salsicce e dei crauti, la fredda capitale tedesca è anche il bacino dei suoni elettronici e della musica techno. E così, Massimo Di Lena e Lucio Aquilino, dal 2014 si sono trasformati per il mondo intero nei Nu Guinea e io non potrei essere più contenta. A prescindere dal nome discutibile e incognito, che ancora non mi spiego, l’album Nuova Napoli è così pieno di grinta, energia e bassi che persino Clara si alzerebbe dalla sedia a rotelle per ballare con Heidi e le caprette!

Definiti (da me medesima) gli Abba dei Quartieri Spagnoli, i Nu Guinea mischiano nella stessa traccia le sonorità più tipiche della disco anni ’80, quelle piene di energia, di colore e di coretti femminili degni dei Bee Gees o degli Abba, per l’appunto. In aggiunta, però, la parte meridionale del tutto: il magnifico dialetto partenopeo che rende tutto più popolare, più paesano. Ascoltando le tracce, sembrerà di stare nella strada di Forcella o a San Domenico, le vrenzole sui balconi che chiacchierano e un venditore ambulante che cerca di venderti persino un pelo pubico.

Penso che tra i suoni sintetizzati e un soave “A signor ‘re pizz fritte nun ce sta’ cchiù” si crei una chimica tale da non riuscire a stoppare il disco e a smettere di muovere i fianchi. Con questo disco nelle orecchie, non servirà più fare 4 ore di macchine per giungere alla città più focosa del Mediterraneo e mangiare la pizza più buona del mondo – sappiate che quando si tratta di cibo, sono molto seria – e bere il caffè perfetto.

… Bene, magari per il caffè vi consiglio di non affidarvi alle mie manine di fata e a rivolgervi al bar sotto casa, che magari assomiglia di più a quello napoletano, per tutto il resto, basta aprire bene le orecchie, ascoltare per credere!

 

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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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DISCMAN 2.0 – A Cuore Pesante

ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!

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Nella seconda stagione di Discman 2.0 ho deciso di spogliarmi davanti ai vostri occhi e di farvi realmente scoprire quello che ascolto ogni giorno della mia vita nonostante si siano rotti gli auricolari.
Finalmente, dopo anni di ascolti, ho dato un senso a quello che ho sempre fatto inconsapevolmente: ascoltare musica del secolo passato, dalla musica dance al cantautorato, dal rock’n’roll alla cumbia.
Ascoltando musica di gente per lo più morta o stagionata, mi sono resa conto che, nel marasma che è la musica a me contemporanea, mi sento di salvare all’incirca 10 nomi su 1000, di cui vi parlerò mentre il nuovo CD gira all’interno del Discman.
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Dieci su mille ce la fanno.
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Ed eccomi, dunque, a parlarvi di Riccardo Sinigallia.
Sinigallia, che i diversamente giovani ricorderanno nei Tiromancino, è un cantante a cui voler bene: due occhi chiari all’ingiù, piercing al sopracciglio ed un cespuglio di capelli ricci e scuri. Sarebbe la descrizione dell’uomo della mia vita, se non fosse che potrebbe benissimo essere, se non mio padre, mio zio.
Ricordo di averlo scoperto per la prima volta al festival di Sanremo, nel lontano 2014, anno dei Perturbazione e di Zibba: con “Prima di andare via” ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!
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È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva

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Sebbene di lui non si abbiano molte tracce, è riuscito a far sapere a tutti che ha scritto un nuovo disco e che presto lo farà ascoltare in tutta Italia.
E così, il 14 settembre 2018 esce Ciao cuore: 9 tracce e una chitarra che non suona più la stessa musica.
Ad oggi, Sinigallia non è pop, nè alternativo, nè rock: Sinigallia è Sinigallia, e Ciao cuore non è un disco facile da comprendere, o almeno non lo è stato per me.
È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva che si rivela quello più vero, con mille cose da dire ma che non ha mai il coraggio di fiatare, fino a quando non trova la persona giusta. E la pubblicazione dell’album descrive esattamente questo: l’arrivo della persona giusta che lo ha spinto a cantare di nuovo e non solo a produrre gli altri; lo ha spinto a mettersi in gioco, ad innovarsi e accantonare la chitarra acustica per dedicarsi ai suoni elettronici, ad essere aggiunto nuovamente nella playlist di Spotify “Indie Italia”… qui ci sarebbe molto da dire, ma non voglio tediarvi più di tanto.
Nonostante la voglia di mettersi in gioco, Ciao cuore rimane un disco ermetico, difficile da interpretare al primo ascolto ma anche dopo: un senso di insoddisfazione rimane nelle orecchie, perché senti di non aver capito tutto quello che aveva da dire.
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Gli spartiti e i testi di tutto l’album oscillano tra razionalità e filosofia, hanno la
capacità di far viaggiare la mente altrove e poi farla ritornare nella tua camera,
ricordandoti che le uniche dimensioni esistenti sono lo spazio e il tempo: quando mi interrompi a colpi di realtà.
Filosofia e ragione, un ossimoro, una guerra perpetua nel corso dei secoli: da una parte la filosofia che apre la mente e fa uscire dagli schemi, dall’altra la ragione, un treno che segue i binari e non deraglia mai; e, da un’altra parte ancora, le donne: che siano di destra con le unghie smaltate o che sia Dudù, all’interno dell’album passeggiano donne da una traccia all’altra, senza pensieri, leggere.
Donne anche sul palco, la sua donna sul palco: la compagna che da sempre è al suo fianco, che lo ha sostenuto sia con il basso che con il cuore, la stessa donna che guarda intensamente negli occhi mentre la chitarra suona: una sinfonia perfetta, colonna sonora dell’incontro di due cuori complementari, del mondo moderno in
equilibrio tra la pace e l’amore vero… “seh, ciao cuore!”
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-Caterina Calicchio

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DISCMAN 2.0 – Come vuoi chiamarlo questo “Tormentone”?

 

Ben ritrovati con la rubrica bi-settimanale di musica più bella che ci sia: ben ritrovati su Discman 2.0. L’anno scorso mi hanno rimproverato il fatto che scrivessi articoli come se stessi facendo “quattro chiacchiere al bar con gli amici”. Ecco, nonostante sia proprio quello che voglio far intendere, cioè parlare con amici immaginari, quest’anno ho deciso di scrivere come si deve. O almeno ci provo.

Il primo pezzo di quest’anno parla di un cantautore conosciuto per caso nel 2016: Scarda. Con la voce graffiante, tipica da uomo del sud (e per sud si intende da Roma in giù) e una sensibilità che pochi ormai conservano, Scarda è il cantautore classe 1986 che il  27 ottobre 2018 potrete ascoltare in concerto a Largo Venue (RM). Per di più Scarda è il cantautore che, da quando sono a Roma, mi ha preso per mano e mi ha aiutato ad affrontare qualsiasi situazione: il terremoto, gli attacchi nostalgici, prendere una non relazione con filosofia.

Galeotto fu per me il brano “Io lo so”, un colpo di fulmine a ciel sereno: una canzone che vuole parlare di te, di tutto quello che sei e di tutto quello che non vorresti essere, anche se è la prima volta in vita tua che la ascolti. E tutt’ora, con il nuovo album, continua a voler parlarmi, a rendermi partecipe della vita che va avanti e continua a volermi svelare la verità, anche se nessuno gli ha chiesto nulla. Però almeno lo fa con le parole più belle che si possano usare.

A maggio 2018 mi è capitato di intervistarlo quasi per caso e, dato che tutti ci stavamo chiedendo cosa sarebbe stato il prossimo album, dopo aver ascoltato il primo singolo Bianca, gliel’ho chiesto; la risposta?

Amore, amore, amore!”,  tanto per citare un film a caso.

Ebbene, cari lettori, questo è Tormentone: un disco che parla d’amore. L’amore, però, a tutto tondo: l’amore bello e quello triste, l’amore impossibile e quello che non è mai iniziato. Perché la tristezza è bella quanto la felicità. Perché l’amore, siamo sinceri, non è essenziale, certo, ma a volte è necessario. Tanto per fare un esempio che mi rappresenta, l’amore è come i pomodori secchi: sei consapevole che se te ne mangi uno, devi fare il doppio delle ore in palestra, sei consapevole che sono una bomba ipercalorica con tutto quell‘olio che cola soavemente  sul pane, però dei pomodori secchi non ne puoi fare a meno perché sono la cosa più buona del mondo. Capite, adesso?

È un disco che suona diversamente da quello passato, è un disco nuovo, con più tastiere e un arrangiamento decisamente pop, sebbene la chitarra acustica sia sempre viva e si faccia sentire. Però, nonostante l’innovazione, le parole restano quelle di sempre, vere e genuine: un sorriso, la fine del sole, una schiena illuminata dalla luna piena, una ragazza che nasconde i pensieri tra i capelli sciolti, l’insicurezza dei sentimenti dei giovani d’oggi.

Quindi, voi che potete, andate ad ascoltare questo bel ragazzo sabato 27 ottobre 2018 a Largo Venue. Sicuramente non sarà come vederlo suonare alle due di notte in un locale di San Lorenzo “Disperato erotico stomp” con un bicchiere in mano, però sono sicura che ne varrà ugualmente la pena.

¡Buena suerte!

 

-Caterina Calicchio

 

 

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DISCMAN 2.0 – #16 MOCIpenso e vi dico

Da venerdì 22 giugno Roma e il mondo intero hanno un nuovo brano da ascoltare e un nuovo video da guardare: Fugazi
«Cosa sarebbe Fugazi, Caterina?» Fugazi è il secondo singolo di Moci, cantautore romano agli esordi.

Dopo Perso, biglietto da visita per il pubblico, il nostro caro Marco ci regala una chitarra toccata piano e una voce da bambino che racconta di una fuga, del sonno perenne, di un cielo logorroico che non viene ascoltato.
Una ninna nanna moderna per tutti  quegli adolescenti che si credono già adulti, esattamente quello che serve per provare a uscire vivi da due fuochi che ardono e ti consumano: l’adolescenza e la maturità. È una melodia lieve per addormentare quel turbinio di pensieri ed emozioni che frullano in testa.

Che poi, si sa, nel momento in cui ti metti a letto e non ti addormenti entro i 2 minuti è la fine: cominci a pensare al ragazzo che ti piace che chissà cosa starà facendo adesso, agli esami che devi dare tra una settimana e alla sessione che sembra non avere fine − e alla prova costume che anche quest’anno si fa l’anno prossimo puntando nuovamente, purtroppo per voi, sulla simpatia. Si comincia a pensare che “la vita è puttanella” e che il karma ti sta punendo perché in un’altra vita sarai stata la nipote di Pablo Escobar.
Ma soprattutto pensi al fatto che c’è gente, come Moci, che alla tua stessa età scrive canzoni, vince concorsi e l’8 luglio suonerà al Roma Brucia a Villa Ada, mentre tu ti fai delle domande e ti rispondi da sola, incarnando alla perfezione la figura dell’esaurita che sei − cioè sono. Però che ci vuoi fare, per questa vita è andata così… e magari nella prossima nascerò gnocca come Sophia Loren e con la voce di Mina.
Bene, per oggi la dose di negatività è sufficiente: e pensare che tutto è partito da una ninna nanna.  

Con la speranza che i dischi prodotti da Sbaglio Dischi non siano veramente sbagliati vi auguro un’estate piena di notti d’amore, musica e concerti, piena di pennichelle e nuotate… Io evito di dirvi in quale mare sto navigando in questo momento.
Mando un bacio a labbra salate a tutti voi.
A presto.

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #15 All’IMBRUNIRE, ci divertiremo

Non ho mai creduto nelle conoscenze virtuali. Forse perché sono “vecchio stampo” e ho bisogno di avere davanti una persona in carne e ossa cui poter stringere la mano o tirare uno spintone se dice qualcosa di sbagliato; qualcuno con cui poter parlare di ciò che è la vita e di ciò che era, con cui commentare il nuovo governo, il ciuffo di Trump o il nuovo modo di fare musica… magari in compagnia di una birra. Cinque mesi fa, però, è successo che un certo Limbrunire Fra, dall’immagine del profilo cupa e sospetta, mi contatta dicendomi che ha letto il mio articolo su Colapesce e che gli piacerebbe essere protagonista di un mio articolo (pensa te, che culo!). Quindi, detto fatto, ve lo presento subito: lui è Francesco, per il resto del mondo Limbrunire, vive vicino La Spezia, tra le Cinque Terre e la Versilia, è ghiotto di noci e, nonostante scriva da circa 15 anni, “la canzone più bella deve ancora scriverla”.
Non so dirvi se è alto, basso, bello o brutto perché non ci siamo mai incontrati e in ogni caso mi interessa poco: so dirvi però che nelle sue canzoni, in ogni singola nota o parola, ci mette l’anima e il cuore. E che l’ultimo lavoro in uscita, La spensieratezza è esattamente questo: un connubio di sentimenti, di batticuore, di ricordi e dell’essere consapevoli che la vita ormai non ha più colori, ma è grigia e cupa; con sonorità a metà tra Battiato e Cosmo, con parole semplicissime ma allo stesso tempo ricercate, Limbrunire si lascia andare e suggerisce anche a noi di farlo. 

A voi la sintesi di tutto quello che ci siamo detti per 5 mesi, passando dalla carbonara a Little Tony. A voi, lo spensierato Limbrunire. 

 

In due parole: chi è Limbrunire? 

Fra: Limbrunire è un semplice ragazzo cresciuto a pane e musica, curioso della vita, assetato di scoperta. È un ragazzo che cerca di dire la sua dopo anni d’interrogativi, studio e ammirazione per chi ce l’ha fatta.

Cosa racconta la tua musica, il tuo nuovo lavoro in uscita l’8 giugno? 

Fra: La mia musica racconta ciò che eravamo e quel che abbiamo, alterna momenti di riflessione nostalgica — ma mai malinconica — e parallelismi contemporanei, ipotesi possibiliste, idiosincrasie e schietta quotidianità accompagnata da una giusta componente ironica.

Chi o cosa è la tua fonte di ispirazione? E come o chi vorresti diventare? 

Fra: La mia fonte d’ispirazione non ha regole precise o iter prestabiliti, sono un grande osservatore quindi ho incipit sensoriali perennemente attivi verso ciò che mi circonda. Leggo molto, mi aiuta ad aprire la mente e a fidelizzare immagini, anche se ultimamente, ahimè, non riesco a farlo come vorrei. Alle volte prendo appunti e li lascio lievitare: spesso trovo melodie interessanti mentre sono alla guida, capita spesso che prenda l’auto solo per girare ore e ore senza meta. Mi piacerebbe diventare o invecchiare come Jovanotti, Sting o Tiziano Terzani, gente che ha trovato un’equilibrio stimabile e il giusto compromesso all’esistenza nell’essenza. Mi piacerebbe scrivere un libro, o forse più di uno e magari un giorno proporre una mia personalissima mostra fotografica.

Mi hai parlato di un vecchio gruppo in cui suonavi, completamente diverso da quello che è adesso il tuo stile: perché questa svolta improvvisa?

Fra: Avevo un un gruppo rock-pop, si chiamava Trenet, composto da Francesco Zanetti, mio attuale batterista nei live e Giacomo Spagnoli, amico fraterno e attuale bassista di Francesco Gabbani. Con loro ho attraversato momenti di crescita significativi: siamo arrivati secondi al Premio Lunezia 2009 tra le “Nuove Proposte”; abbiamo inciso un disco ai Drum Code Studio, dove prima di noi avevano registrato i Marlene Kunz; abbiamo avuto il piacere di girare un videoclip agli ordini di Daniele Barraco (fotografo e videomaker di Francesco De Gregori, tra i tanti); abbiamo sfogato la nostra incoscienza su diversi palchi, tra i quali quello della F.I.M. di Genova, arrivando infine ad aprire un concerto di Morgan. A quel punto ho sentito la necessità di sperimentare altre sonorità, di battere nuovi sentieri, e la band mi limitava nella fase produttiva: non è facile spiegare ad altri due musicisti, seppur bravissimi, le proprie idee. Da solo ho accorciato le tempistiche e ciò che ho in mente lo butto giù di getto adottando tecniche “d’artigianato” e un successivo lavoro di cesello in fase di post-produzione.

Cosa dai alla musica? E cosa la musica ti dà?

Fra: La musica per me È. Mi tiene a galla! È la ciambella di salvataggio in mare aperto e allo stesso tempo l’onda che arriva nelle giornate di secca, dove fai a gara con gli amici per entrarci dentro; è la scintilla che m’accompagna dal mattino alla sera e oltre. Non è un’alternativa: è la certezza che comunque vada continuerò a dedicarle attenzione maniacale, così come fa il centauro con la sua Harley. Non sono semplici note, parole, ritmo tribale o soave leggerezza: è passione mistica, armonia e sudore, è una spinta ad andare, l’autoscontro e lo zucchero filato, è un sax che suona sotto i portici e il vento tra i capelli su una Pagoda del ’70. È comunicazione, è sinergia, è chimica. È un flusso continuo e uno spirito libero. È coraggio, dedizione e pazienza.

Qual è il tuo stato d’animo, ad oggi? 

Fra: A oggi sono determinato più che mai e pronto… ma ovviamente anche un po’ teso: provo quella giusta tensione che si ha prima del gran debutto, lo stomaco chiuso la notte prima della maturità. Non vedo l’ora di sapere che ne sarà di me dopo questo turbinio d’emozioni. Quel che è certo è che continuerò a scrivere nuove canzoni, perché per me non è un traguardo bensì un punto di partenza dal quale evolvere e migliorare.

 

 

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #14 I leoni dei trulli

Come penso avrete capito dopo ben 14 articoli, Roma mi ha adottata, ma la mia mamma è un’altra: la Puglia. Il mio è un paese dell’alta Murgia, nella regione chiamata “la Jamaica italiana”: forse perché siamo un po’ scuretti di pelle, perché c’è un clima perfetto per la crescita di qualsiasi tipo di piantagione o perché abbiamo il sole in fronte (alcuni ne hanno anche troppo). Jamaica forse per la musica: il reggae. In tanti hanno provato a suonare quelle melodie per le quali il sedere si stacca e balla da solo mentre tu sei con una torcia in mano a cercare la bellezza della vita, e tra quelli che ci hanno provato e che continuano a farlo voglio presentarvi un gruppo a cui tengo particolarmente, che ho visto nascere, crescere e… volare. Direttamente dai trulli di Alberobello, i Lion’s Cage.

Per presentarveli al meglio, ho voluto che loro stessi vi parlassero della loro musica e dei loro dread: ecco a voi le mie 4 chiacchiere con Irven, il cantante.

Long live Reggae music, buona lettura.

Comincio col dire che io vi conosco dai tempi della “Giornata dell’arte” del liceo ma non vi ho mai chiesto come mai vi chiamate così. Ebbene, adesso è arrivato il momento: cosa significa Lion‘s Cage? Perché “la gabbia del leone”?

La gabbia del leone rappresenta la vita e ogni suo aspetto, rappresenta l’esperienza, le difficoltà e le gioie: un cammino lunghissimo, anche se la gabbia ci appare piccola e stretta. Il Leone è la gabbia, come la Gabbia è il leone. L’individuo è il mondo, come il mondo rappresenta tutte le realtà che l’individuo si costruisce intorno: la realtà è il riflesso di come ci poniamo ad essa, il prodotto di ciò che vogliamo vedere. Niente è meglio di una gabbia per produrre in qualcuno la sensazione di essere più grande di ciò che si è, per trasmettergli la voglia di aprirla e di fare lo sforzo di lavorare su se stessi per capire quali limiti ci si pone senza nemmeno aver provato!

Perché il pubblico dovrebbe ascoltare proprio voi e non un altro gruppo reggae? Convincetemi.

Il pubblico non dovrebbe ascoltare noi al posto di un altro gruppo reggae… ma potrebbe farlo per curiosità, per distaccarsi dalle solite tematiche che girano intorno alla scena reggae, per la ricerca di un sound differente!

Continuando a parlare dell’immagine, ho notato che quasi tutti avete i dread, siete rastaman: tra le tante cose, condividete tutti il pensiero rastafari o è solo una coincidenza?

Come dico nel brano Dreadlock: «a volte avere i dreadlock è solo una bella acconciatura». Ci sono molti dei temi Rastafariani come libertà, uguaglianza e ribellione che condividiamo sicuramente, ma non sono i soli messaggi che cerchiamo di dare con la nostra musica e con la nostra immagine. Certo, l’acconciatura dà un tocco esotico al gruppo, ma di rastafariano c’è ben poco! Io, ad esempio, sono di una religione che ama la buona volontà ed il fine stesso della vita: l’esperienza.

Cosa rappresenta Real life, questo primo album che avete pubblicato?

Real Life è la rappresentazione tangibile di tutti gli elementi caratteriali, fisici ed energetici della vita terrena: nove step, al settimo si trova la vita reale, l’illuminazione. Ma non è lì che si raggiunge l’apertura della famosa “Gabbia del leone”; vivere la vita reale in tutta la sua purezza lo si può solo con l’esperienza (traccia che chiude l’album). Real Life è l’inizio di un racconto che durerà quanto una vita di cambiamenti, avventure, storie e lezioni che aiuteranno il leone a crescere man mano.

Rispetto all’impronta ska iniziale state andando sempre più verso il “reggae delle 4:20” (permettetemelo). Avete voluto sperimentare o questa è la scelta definitiva?

Il reggae delle 4:20 mi piace, funziona! È un reggae fatto per rilassarsi e pensare, ballare e stare in compagnia di se stessi; siamo cresciuti dai tempi di Bredda Mikael, dando al nostro reggae l’impronta jazz e “pesante” tipica del genere più vicino alle radici che lo caratterizzano. Ma i Lion’s hanno una vena guerriera, ne sentirete delle belle!

Cosa dobbiamo aspettarci da voi? Progetti futuri?

Statene certi! I Lion’s Cage stanno viaggiando nel cosmo in cerca di nuove idee e soprattutto di se stessi, sempre più vicini a un punto saldo e resistente (“un centro di gravità permanente”), avranno come tutti delle difficoltà lungo il cammino, ma sarà in queste che vedranno delle opportunità! Nasce così il secondo album che ti annuncio in anteprima: We Care Of All Dem. Detto ciò, tenete ampi gli spiriti, che vi veniamo a prendere!

 

 

 -Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #13 L’evoluzione delle scimmie artiche

Prima di scrivere questo articolo mi sono presa un po’ di tempo: quando decidi di scrivere su una delle band più apprezzate di questo secolo (almeno fino a questo momento) ci devi pensare due volte — ma anche tre o quattro — senza esserne convinto lo stesso.
Perciò mi sono fatta aiutare da Matteo, fan della prima ora, decisamente più esperto della loro musica. 

Dopo aver ascoltato l’ultimo album Tranquillity Base Hotel & Casino no-stop per quasi una settimana, siamo entrambi giunti a una conclusione diametralmente opposta alla reazione dei fan della prima ora — che, a questo punto, forse tanto fan non sono: questo album è un capolavoro. Un disco necessario, esattamente la chiave di volta per capire tutto quello che non si può capire: l’arrivo dei trent’anni e la decadenza di Hollywood racchiusa in una stanza.
Confusi? Tranquilli, è normale. 

Gli Arctic Monkeys si sono presi parecchio tempo per metabolizzare il successo estremo di AM e i conseguenti 150 concerti in solo un anno e mezzo, tanto che nell’ultimo lavoro hanno quasi completamente stravolto i loro schemi, sorprendendo il pubblico. C’è chi lo boccia completamente, chi ancora non ha realizzato e chi come noi pensa sia un capolavoro. Una sola cosa è certa: l’era dell’indie rock è finita e tanti cari saluti a Julian Casablancas.
Forse però era già finita nel 2014, quando Alex Turner ha affermato «Rock’n’roll it seems like it’s faded away sometimes but I’ll never die. And there’s nothing you can do about it»; o forse quando, per i suoi trent’anni, ha ricevuto un pianoforte per regalo e ha deciso di abbandonare le chitarre scrivendo un disco senza destinazione… e qui la domanda sorge spontanea sin dal primo ascolto: ma è un disco solista o è il successore di AM?
Una squallida camera d’albergo di Los Angeles, un pianoforte, un poster della Roma di Fellini sul letto e un registratore analogico a bobina: signore e signori, ecco a voi il disco.

Innovativo, caotico e controverso: se le note del primo brano sembrano preannunciare un programma televisivo in cui Alex Turner parla del suo sogno — infranto — di diventare «uno degli Strokes», gli ultimi quattro pezzi (da Science Fiction in poi, per intenderci) sono delle canzonette old style e, a mio parere, la parte più bella dell’albumÈ un disco nostalgico, quasi completamente anni ’70 e pieno zeppo di riferimenti: dal refrain di Do I Wanna know? sparso tra più brani, alle sonorità dei The Last Shadow Puppets; dal marziano David Bowie a suoni psichedelici che, esagerando tantissimo, ricordano uno dei più grandi gruppi rock britannici (cui nome non menzionerò perché, avendoli probabilmente sentiti solo io, le probabilità di essere presa a pizze in faccia sono alte); dalla stessa sala di registrazione parigina di Nick Cave al vecchio album Humbug. 

Il bello di quest’album è proprio questo: i riferimenti, le diverse sonorità, il pianoforte creano un vortice che ti trascina nel loro mondo; così, più lo ascolti, meno capisci.
È di una bellezza quasi pericolosa, che  potrebbe portare a conseguenze catastrofiche: mi riferisco al fatto che la band, conosciuta e apprezzata ancora di più nel Nuovo Mondo, è sempre stata un’influencer sulla scena musicale mondiale. A ben pensarci questo potrebbe essere davvero un problema: cosa dovremmo aspettarci quindi dai manieristi degli Arctic Monkeys? La stessa confusione inebriante o il completo rigetto di questo nuovo modo di fare musica? 

Senza poi andare lontano e pronosticare troppo il futuro è lecito domandarsi: cosa bisogna aspettarsi dai concerti di Roma e Milano? Anzi, cosa deve aspettarsi Matteo, che è riuscito ad acciuffare i biglietti? Io non ci ho nemmeno provato, mi mettono molta ansia queste cose.
Dalla scaletta (e a detta sua) lo spettacolo sarà esattamente il riflesso della loro carriera, delle loro «mangiare in testa ad altri gruppi contemporanei» e della loro cazzimma (perdonate il francesismo). Ma soprattutto quale sarà la reazione delle “Regazzinas”*? Voleranno reggiseni sul palco anche questa volta oppure questo album non è abbastanza commerciale?

Vi lasciamo il beneficio del dubbio, che sarà svelato tra meno 10 giorni.

Suck it and see

 

 

*Regazzinas: temine coniato da Matteo che indica quella categoria di ragazze fomentate per un determinato cantante solo perché va di moda e non perché ascoltano davvero la musica. Le Regazzinas sono presenti in tutto il mondo, regazzinas può essere chiunque (purtroppo). 

 

 

-Caterina Calicchio.

 

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DISCMAN 2.0 – #12 Un nuovo articolo facile

Giovedì scorso sono andata al concerto dei Baustelle ed è stato stupefacente.
Forse perché lo aspettavo da tanto, troppo tempo; forse perché l’ultimo album descrive quasi perfettamente quell’ingorgo di emozioni che ho nel cervello; forse perché ho un debole per la musica dal vivo, sia in compagnia di qualcuno, magari con una birra (lì andate sicuri), che da soli: in ogni caso, le mie aspettative non sono state deluse.
Partendo dal più disomogeneo pubblico mai visto, continuando con i giochi di luce semplici ma efficaci e terminando con la voce di Bianconi, che con la sua magrezza ti fa sorgere spontanea la domanda «da dove prende tutto ‘sto vocione?» l’intero concerto è stato un’esperienza catartica, condivisa con tutti coloro che hanno avuto bisogno almeno una volta di amore, di violenza: dal caschetto nero con la camicia color pesca che aveva bisogno di una doccia posizionato davanti a me alla nonnetta sugli spalti che filmava tutto, da gente in giacca e camicia a una ragazza vestita peggio di me (e ce ne vuole), fino a una coppia che si baciava dolcemente mentre dal palco arrivava “Baby, baby come on”, Veronica, N.2. 

Sto realizzando solo ora, mentre scrivo, quello che è stato il concerto e la grandezza di ciò che sono i Baustelle: lavori in corso, un cantiere sempre pronto a evolversi e crescere durante gli anni. Lavori in corso anche durante l’intero concerto: tra sintetizzatori, pianoforte e sonagli c’è Bianconi fermo, immobile in tutta la sua magrezza, illuminato dal basso che sembrava un dio dell’Olimpo; c’è l’immensa Rachele Bestreghi che balla, si muove da una parte all’altra del palco suonandosi addosso il tamburello (vi ricordo che sono miope, quindi io ho visto un tamburello, che vi piaccia o no), piena di grinta e con una voce intensa e cristallina allo stesso tempo, ci sono il basso e la batteria.

Con un’apertura violenta, come se in un attimo ti volessero buttare nella verità più cruda e assoluta, lo spettacolo in cantiere di  L’amore e la violenza vol.1 e vol.2 rappresenta esattamente questo: una crescita, con la consapevolezza che L’amore è negativo e che a volte non si può avere quello che si vuole; che c’è Lei malgrado te, la via più semplice e immediata, che sfido chiunque a non prendere (o perlomeno a non pensarci). C’è l’LP di Amanda Lear e una storia finita, c’è Betty che finge quando sorride, con un bel profilo e delle belle fotografie, c’è la triste realtà del Vangelo di Giovanni.
I Baustelle mi piacciono perché hanno la capacità di parlare dell’amore maturo, della dipendenza, dello schifo di mondo che ci circonda tramite pezzi facili, apparentemente pacati e privi di emozioni che, attraverso parole semplicissime, ti spiattellano la realtà nuda e cruda, lasciandoti dare l’interpretazione che più ti piace.
Per i loro pezzi l’interpretazione (o parafrasi, che dir si voglia) è sempre stata necessaria, sebbene si senta la differenza tra i primi album e gli ultimi due: dai ritmi accelerati e quasi adolescenziali a un pianoforte molto più “adulto” (forse perché “adolescenti” non lo sono più), da temi sociali a temi personali. 

Proprio per apprendere appieno l’oracolo in musica, non ho foto né video di nessun momento della serata: perché andare ai concerti, cari lettori, non significa restare con le braccia alzate per tutta la durata e far bestemmiare quello che malauguratamente si trova dietro di voi, significa godersi la musica più da vicino, con tutte le stecche, le imperfezioni, significa condividere un canto stonato con tutto il pubblico. È sentirsi meglio e non pensare a niente. 

Lasciate stare il cellulare per una volta, andate ai concerti solamente con le orecchie e il cuore aperto, fa bene all’anima.

  

 

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #11 Motta(non)sonopiùio

Ben ritrovati su Discman 2.0, rubrica musicale creata con l’unico intento di ricevere un discman come regalo inaspettato grazie alle mie capacità di intrattenervi con le parole – o, più probabilmente, grazie a quelle di ammorbarvi fino a farvi esclamare «Eddai! Regaliamogliene uno!».
Questa settimana ho deciso di parlarvi di un artista che, poco a poco, sta subendo una metamorfosi che non mi piace per niente (in realtà non è che non mi piaccia, piuttosto non la accetto poiché è quel tipo di cambiamento che avverrà anche in me, prima o poi). Alto, magro, capelli ricci, faccia con chili di droga sotto le occhiaie: no, non è Galeffi, è Motta. Lo so, non potrà mai reggere il confronto con il caschetto di Ruggero, ma diciamo che i suoi riccioli hanno quel “non so che” di necessario: Motta rappresenta per me la colonna sonora di un’adolescenza di pianti, cuori spezzati e sorrisi senza motivo… o, forse, rappresentava. Parlo al passato perché oramai mi sa che l’amore gli ha dato alla testa e quel senso di spleen e di incertezza generale che mi faceva sentire a mio agio, non c’è più. Chissà cosa gli ha fatto, la «Cagna maledetta»…

Se nel suo primo lavoro, La fine dei vent’anni, la cattiveria, la rabbia e i ritmi tribali dei Criminal Jockers erano onnipresenti, adesso le cose sono un po’ cambiate ed è proprio per questo che ho deciso di raccontarvi della mia relazione con la sua musica adesso, perché ho paura di un prossimo album fatto più col cuore, che col disagio.
Paroliere come pochi, Motta è sempre stato la nota macabra in un panorama pieno di felicità: basti pensare a pezzi come Bestie o Fango, o più semplicemente all’immagine di lui a torso nudo che canta mentre suona la batteria. Pazzesco, no? Come la magia della noia, come Roma che mi prende dal collo e poi mi lascia per terra, come la paura di dovere stare bene che prima o poi ci passerà; pazzesco come sentirsi dedicare Sei bella davvero senza capire effettivamente il senso di questa dedica perché non te l’hanno mai spiegato senza giri di parole, senza quella concretezza di cui ogni tanto abbiamo bisogno. Questa parola, che sembra avere il peso di una tonnellata di cemento armato dovrebbe in realtà fare bene più che spaventare; è infatti la concretezza che ha portato Motta a scrivere La nostra ultima canzone, ricominciando a parlare di “noi”, per essere felici senza pensare troppo a quello che viene dopo, solo per il gusto di esserlo o perché lo si vuole essere. 

Perché, d’altronde, il peso delle parole è soggettivo e dipende da quanta paura – e quanta voglia – si ha di affrontarle; in questo modo persino un elefante potrebbe pesare quanto un colibrì nell’immaginazione, ma tutto deve partire dal proverbiale criceto che gira nel cervello. Dato però che il mio di criceto si è svegliato e ha deciso che ho fame, concludo questo articolo non troppo simpatico con la strofa tatuata nella mia mente e che, insieme al benedetto stile di vita “sticazzi”, mi fa essere quello che sono adesso: un po’ a cazzo di cane. Ma che volete fare, è andata così.

 

«Le parole son qualcosa di importante, di cui ti armi per uccidermi la mente».

Nota: ogni riferimento non è assolutamente casuale.

 

 

 

-Caterina Calicchio.