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DISCMAN 2.0 – #8 The Dark Side of Liguria

Giorni fa, ho ascoltato per caso una canzone, “Il nuovo pop italiano”. Ora, se volete provare il brivido di non capire chi diamine è che sta cantando, vi consiglio di ascoltarla… anzi, vi consiglio di ascoltarla comunque. Avete presente quelle canzoni, anzi quelle voci che sono così simili da non capire davvero chi è che sta cantando? Quelle voci che non riesci a decifrare, che sei indeciso fino a quando non arriva lui, l’eroe dell’orecchio arrugginito: SHAZAM. Praticamente, tutta ‘sta tarantella la farete pure e soprattutto per questa canzone: fino alla fine, fino al min. 3:21 sarete increduli e penserete di stare ascoltando un Bianconi sotto effetto di una pozione ringiovanente, che sembra essere nato nel 1993, piuttosto che nel 1973, con il suo vocione inconfondibile ma più limpido, giovane… e quindi confondibilissimo. Poi però scopri che il cantante è davvero classe ’93 o giù di lì, si chiama Eugenio e il gruppo che suona non si chiama Baustelle ma Siberia.
Carràmba, che sorpresa!
Bello, no? Bello quando sei convinta di stare ascoltando la nuova “Charlie fa surf” e invece scopri qualcosa di completamente nuovo, fresco.
“In cammino da 8 anni per il mondo della musica indipendente, i Siberia vengono da molto lontano, dalla rossa e fredda Russia…”. Anche se sarebbe stata una bellissima coincidenza, scherzavo, ragazzi: sono italiani, vengono dalla Liguria. Perciò, non vi aspettate di trovare titoli in cirillico o una versione pop di Kalinka, che non è così: da una parte è meglio, così almeno capiamo di cosa stanno parlando, dall’altra… vabbè, facciamo che non mi esprimo. Dicevamo, i Siberia sono 4 ragazzi che navigano dal 2010 (per chi non sapesse portare il conto) in un’Italia musicale, un’Italia indie, una penisola che non finiremo mai di scoprire. E “Si vuole scappare” è il loro secondo lavoro mostrato al pubblico esattamente oggi. Cosa aspettarsi da “Si vuole scappare” considerando che il nome dello scorso album è “In un sogno è la mia patria”? Che si sono rotti gli zebedei della Liguria, dell’Italia? O è un album di riflessione sulla vita che avanza, sugli amori che finiscono, sull’Epica del dolore? Io non dovrei dire niente, eh, però più la seconda.
Hey, che ti aspettavi?
Siamo d’accordo, hanno il nome di una regione ma questo non significa che bisogna ipotizzare un trasferimento immediato! Eh sì, perché “la Siberia è qui, è nel cuore”… ok basta, la smetto di andare avanti a citazioni.

Ma parliamo di musica. A primo ascolto, si percepiscono subito i toni freddi, cupi e intensi: per capirci, non sono i toni di Primavera della Marina Rei nazionale. D’altronde si chiamano Siberia e non Costarica.
Dicevo, a primo ascolto si percepisce il freddo secco della Russia e, se ascoltaste solo le basi, pensereste che l’argomento principale dei pezzi sia: quanto è bella la morte.
La verità, invece, è che sono dei teneroni. Anzi, più che teneroni, la parola più adeguata è cagasotto. È un disco fisico, che parla dell’amore reale, carnale, dei cuori spezzati per davvero, dei trent’anni che si avvicinano, dell’età adulta. È un disco all’apparenza nero, come la paura. La paura fottuta di chi si avvicina o è immerso nel mondo degli adulti, nel mondo reale, se così lo vogliamo chiamare. Ma quello strato di nero si spacca ogni qualvolta che Eugenio parte con un acuto e sprigiona tutti i colori di un ragazzo in preda ad una crisi pseudo-adolescenziale: rabbia, sconforto, amore.
È un album fatto di cuori tiepidi e di baci sterili, di lacrime, di Ginevra, di “ti prego, non dirmi di no”.
Proprio perché contenitore di un sacco di cose contrastanti, guerra e pace, colore e non colore, paura e conforto, non riesco a collocarlo in nessuna categoria (e questo è molto grave): è un insieme di Baustelle, con un pizzico del sempreverde Vasco in “quanti amori hai stasera?”, che si reincarna in gruppi più giovani rubandogli il soffio vitale per continuare a fare concerti, quando l’unica cosa che dovrebbe fare è ritirarsi a Castellaneta tra le meduse. Insulti gratuiti a parte, dicevo: è un insieme fatto di Vasco Rossi, del Maestro Battiato (che ritrovo un po’ in tutta questa musica nuova, vai a capire perché), del jazz e degli Editors e Interpol, così come afferma la band, anche se in tutta onestà, non so di cosa si parla. Il tutto, condito da quei suoni elettronici che ti fanno perdere l’orientamento.
L’ascolto è vivamente consigliato… però non tenete conto del fatto che chi consiglia l’ascolto sia io: son dettagli.
E tra la nebbia e la dolcezza della sera, e le luci al neon della biblioteca, concludo la mia dose bisettimanale di parole dette a vanvera.

“Sai che a volte la tristezza è quello che vogliamo?” No, questo non lo sapevo. Ma terrò presente, grazie.

 

  

 

-Caterina Calicchio.

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IL FOTOGRAFO DEL MESE: Helen Levitt

 Nasce a Brooklyn il 31 agosto 1913 ed è considerata una delle maggiori esponenti della fotografia di strada del Novecento. Inizia la sua carriera giovanissima, a soli diciotto anni, in uno studio ritrattistico nel Bronx.
Il soggetto predominante nelle foto della Levitt sono senza dubbio i bambini dei quartieri poveri di New York, dove passa la maggior parte del tempo con la sua Leica 35mm in cerca di soggetti da fotografare. Prima ancora di approcciarsi ai bambini, la Levitt è affascinata dai loro cosiddetti chalk drawings, i disegni con i gessetti tipici della cultura di strada newyorkese di quel tempo, che nella sua prima mostra “Photographs of Children” al MoMA nel 1943, furono la parte predominante. Fotografando questi disegni la Levitt ci vuole proporre uno spunto autoriflessivo, come se la fotografia ci rivelasse sempre una seconda realtà e in questo caso un mondo immaginario creato dai bambini che si sovrappone a quello reale degli adulti.
Il suo modo di fotografare i bambini è unico; riesce a non strumentalizzare e a non rendere banali i loro comportamenti mantenendosi allo stesso tempo sempre rispettosa della loro tenera età. In un primo momento gli scatti della Levitt possono sembrare crudi e distanti ma è proprio questo il loro punto di forza: Helen, rimanendo distaccata, riesce a mostrarci la realtà e la spontaneità dei comportamenti degli esseri umani sin dall’infanzia e anche le condizioni dei quartieri poveri della New York degli anni Novanta.
Tra il 1938 e 1941 studia e collabora con Walker Evans, fotografo statunitense diventato celebre per aver denunciato le condizioni disumane di vita negli Stati Uniti durante la crisi economica degli anni trenta.
Grazie ad Evans negli anni cinquanta la Levitt conosce James Agee, scrittore e sceneggiatore statunitense, e si dedica al cinema realizzando insieme a lui due documentari: The Quiet One e In the Street. Molto importante è l’introduzione di Agee al libro fotografico della Levitt “A Way of Seeing: Photographs of New York” pubblicato nel 1965, dove il fotografo sostiene che le fotografie di Helen Levitt sono “fotografie liriche” ovvero: “Obiettivo dell’artista non è alterare il mondo come l’occhio lo vede e trasformarlo in un mondo di realtà estetica, ma piuttosto percepire la realtà estetica all’interno del mondo reale, e di compiere una registrazione indisturbata e fedele dell’istante in cui questo movimento di creatività raggiunge la sua cristallizzazione più espressiva”.
Le fotografie di Helen Levitt non possono essere comprese appieno se ci fermiamo solo all’apparenza, se usiamo la nostra parte razionale non riuscendo a coglierne i misteri e i segnali, non usando il nostro “way of seeing”.

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Working Title/Artist: New York [Button to Secret Passage] Department: Photographs Culture/Period/Location: HB/TOA Date Code: Working Date: 1938 photography by mma, digital file DP109593.tif scanned and retouched by film and media (jn) 5_12_05  Levitt5  Levitt6  Levitt7  Levitt8

-Alessandra Catalano.

 

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Cracking Danilo Rea, intervista agli sviluppatori

In occasione della Notte Europea dei Ricercatori 2017, svoltasi il 29 settembre nei Dipartimenti di Scienze, Matematica e Fisica, Architettura ed Ingegneria, è stato presentato un progetto nell’ambito dell’intelligenza artificiale, curato dai docenti dell’ Electrical Science and Technology LABoratory del dipartimento di Ingegneria del nostro Ateneo. Abbiamo quindi colto l’opportunità di poter intervistare alcuni degli ingegneri che hanno partecipato a tale progetto, ovvero:
il professor Francesco Riganti Fulginei, docente di elettronica ed elettrotecnica e direttore del laboratorio ESTLAB, che si occupa degli aspetti dei dispositivi magnetici, del calcolo numerico e di algoritmi ottimizzazione in vari ambiti, e di energie rinnovabili;
il professor Antonio Laudani, ricercatore nelle medesime attività dell’ESTLAB. Non presenti ma altrettanto importanti, sono il professor Alessandro Salvini, responsabile del progetto ed ordinario di elettrotecnica; la professoressa Carla Limongelli ed il dottor Filippo Sciarrone, del laboratorio di Intelligenza Artificiale di Ingegneria Informatica.
I rapporti tra l’intelligenza artificiale e l’ESTLAB si hanno in quanto l’elettrotecnica nasce come contenitore di argomenti fondamentali nell’ingegneria elettronica ed informatica, sfruttando l’intelligenza artificiale come modello matematico di rappresentazione di aspetti metodologici di ottimizzazione e progettazione mirata di dispositivi elettromagnetici. Si arriva quindi a soluzioni top-down a vari problemi, senza concentrarsi al mero aspetto teorico dell’intelligenza artificiale.

Il progetto nasce da Alex Braga, noto dj, ed Andrea Canapa, manager della parte artistica del progetto, i quali contattarono il direttore del Dipartimento di Ingegneria, Paolo Atzeni. La proposta venne fatta anche ad altre università, ma solo il nostro Dipartimento rispose perché il progetto è trasversale e contiene conoscenze ortogonali tra loro. Grazie anche alla cultura musicale del professor Alessandro Salvini, pianista compositore, ESTLAB accettò la sfida, dietro indirizzazione del direttore Atzeni, grazie anche all’occasione dal neonato laboratorio di tecnologie musicali e acustica che coinvolge Ingegneria e DAMS, nella figura del professore Luca Aversano.

I primi progressi progettuali si ebbero dopo un mese dal primo incontro, quando i professori presentarono un primo concept del paradigma che poi svilupparono. Da lì l’interazione, con un continuo scambio di informazioni sugli obiettivi.
Vennero forniti dei demo di esecuzioni del pianista Danilo Rea ed i ricercatori provarono a vedere quale delle loro soluzioni fosse la più funzionale, sottoponendole al feedback musicale degli artisti: Le soluzioni si fecero man mano  sempre più avanzate.  Un software di questo tipo non esiste sul panorama mondiale, attualmente tutti gli altri competitor hanno approcci diversi.
Il progetto vuole che ci sia un pianista jazz, musica complessa dal punto di vista di sensazioni che si costruisce diversamente dalle tecniche della musica classica, utilizzando cromatismi, cambi modali e sostituzioni. L’intelligenza artificiale si deve quindi addestrare sul campo, non si basa su tecniche musicali vere e proprie ma è come un bambino che impara. Danilo Rea suona e poi l’intelligenza inizia a crackare il pianista e cerca di emularlo, senza copiarlo ma accompagnandolo come se fosse un altro artista con tempi, accenti, strumenti, accordi diversi. L’intelligenza è, con il pianista, in una fase continua di autoapprendimento. Se il pianista cambia genere, l’AI lo segue, arricchita dalle direttive di Alex Braga. L’AI genera dei messaggi midi: mappatura digitale di una grande mole di informazioni che viene riarrangiata tramite gli strumenti decisi dal DJ Braga. Nel nostro caso è possibile gestire fino a 16 strumenti, un’orchestra virtuale. Molti degli strumenti scelti sono di natura elettronica per ricollegarsi alla modernità del progetto. I gradi di libertà sono comunque limitati, si può scegliere gli strumenti, come farli suonare, ma rimanendo sempre legati ai dati.  La cosa interessante è che il sistema non ha memoria di ciò che è stato fatto negli ultimi 3 secoli, ma ci sono solo il pianista con la rete neurale.
Un esempio di un’altra piattaforma musicale AI è iDuet di google, che duetta con chi si cimenta attraverso una tastiera; consiste in una rete neurale addestrata su midi già confezionati, rispondendo subito. Una possibile implementazione futura potrebbe essere che non sia la AI a crackare Danilo Rea e accompagnarlo, ma piuttosto che Danilo Rea accompagni lei, creando musica da sola.
In ESTLAB o altri laboratori di Ingegneria Elettronica, chiunque usi applicazioni di AI le sfrutta per i suoi scopi. Ad esempio, il laboratorio di telecomunicazioni usa l’AI per il riconoscimento delle immagini. Oppure ESTLAB stesso, usavano l’AI per problemi fisici e di elettromagnetismo.
Il problema interpretativo è che AI dice tanto ma dice poco di per sé. Noi spesso cerchiamo di associarla ad un oggetto neurale che somiglia al cervello umano, ma il concetto è astratto: si confonde la teoria assoluta di un sistema astratto, che in realtà è un modello matematico per descrivere una fenomenologia, dotato di capacità di apprendimento da noi controllate. Spesso per motivi scenografici l’AI si confonde con la  robotica: basta vedere un robot che si muove, dirige orchestra; una AI che suona il piano senza robot che muove le dita ha molto meno appeal.

Nei confronti delle chiacchiere da bar, il professor Riganti Fulginei non ha paura dell’avanzamento dell’AI, tanto quanto della stupidità naturale: siamo in balia di persone che di intelligente hanno poco, e ci spaventiamo. L’AI ci può aiutare, tramite algoritmi che possono semplificare la vita; Nel caso dei cellulari siamo sicuramente schiavi.
Per il professor Laudani avere paura dell’AI è normale. Il concetto è l’uso che se ne fa della tecnologia: se vogliamo usarla per creare armi o sostituire persone. Se sostituisse un medico non espertissimo o altri sistemi decisionali, ci si potrebbe fidare di più dell’AI. La paura ce l’ha chi non capisce l’utilità dell’AI: essa deve far paura agli stupidi. Non ci sarà la macchina che sostituisce l’uomo, se non nei lavori pesanti. Non sostituirà il pensiero,ed il concetto importante, anche nell’ambito artistico, la macchina ha difficoltà ad apprendere il concetto di bello, non traducibile in equazioni, e finché ci saranno questi aspetti non verremo sostituiti dalle macchine.

 

-Andrea Menichelli.

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Discman 2.0 – #7 Alta fedeltà

Ma che colore ha una giornata uggiosa? Ma che sapore ha una vita mal spesa?… il sapore delle lenticchie che sto cercando di cuocere? O quello della mia manica bruciata? Lo scopriremo solo vivendo, intanto oggi, in una giornata dedicata al dolce far niente in cui già dalle 10 di mattina c’è un buio pesto che manco la Norvegia, ho deciso di parlarvi di quel concetto molto simile ai dugonghi, in termine di rarità s’intende, che è la fedeltà.
Così, bell e buon.
E qui, il 50% di quei pochi che leggono le cazzate che scrivo, ha già chiuso la pagina e sta pensando “Ao, ma questa che vuole?”.
Figliuoli, non vi allarmate, che mettervi in testa strani pensieri riguardo i vostri tradimenti è l’ultima delle mie intenzioni.
Qui si parla di una fedeltà diversa.
Per l’appunto, riflettevo sul fatto che ci hanno sempre insegnato ad essere fedeli al nostro Credo, fedeli alla dieta, fedeli alle cose che si affermano… e mi sono chiesta: ma io sono fedele? La risposta è stata: anche no. C’ho una memoria da pesce rosso che mi fa dimenticare cosa ho fatto ieri, figuriamoci se mi ricordo cosa ho detto 5 anni fa! E proprio grazie a queste domande esistenziali, che Giacomino Leopardi levate, oggi vi parlerò di Infedele, ovvero l’album che Colapesce ci ha regalato l’ottobre scorso.
Concentrato in sole 8 tracce, “Infedele” è un disco nuovo, in cui la sua voce (che è sempre la stessa) incontra suoni innovativi e moderni; a primo ascolto ti lascia perplessa, perché da uno come lui, non te l’aspetti un album del genere. Perché Colapesce siculo fu, e la trap, l’inglese non fanno per te, che sei nata e vissuta a Catania, come dice lui. Capite adesso il perché dello shock?
È paradossale, ma pur essendo infedele, per me l’album è diventato La Bibbia.
Forse perché la musichetta identica da discount di tutta questa musica nuova, è stata rimpiazzata dai synth e dai suoni elettronici: passiamo dalla tenera ninna nanna de Le foglie appese al ritmo di Pantalica, che potrebbe benissimo essere inserita nella playlist di una serata al “Goa”.
O forse perché mette a confronto il moderno con una delle cose più vecchie di questo mondo, ossia la chiesa, la religione. In ogni caso, una volta metabolizzata la novità, non farete più a meno di ascoltarlo, rimarrete sospesi nel nulla cosmico e spensierato. E non solo dal 20 al 28 dicembre.
Sospesi sullo stretto di Messina, sull’autostrada Roma-Bari, sospesi tra le note e le parole sussurrate da un auricolare o per i più fortunati, dal cantante stesso: le sue canzoni sembrano quasi quei segreti che si dicono nell’orecchio al migliore amico, o a chiunque vogliate dire un segreto. Nel tempo, Colapesce è riuscito a sussurrare Tuyo, ormai simbolo di quel grand’uomo di Pablo Escobar, che grazie alla dolcezza della sua voce è diventato per un minuto un monaco buddista; e addirittura Thriller, di un Michael Jackson sicuramente sotto effetto di goccine, data la pacatezza dei toni del suo incubo.
E ancora oggi, Colapesce continua a sussurrare segreti come l’amore è anche fatto di niente”mi sento meglio se mi baci al sole, segreti che devono necessariamente rimanere sospesi nell’aria, tra le particelle di CO2 del traffico di Roma.
E noi con loro, sospesi ad osservare un Maometto che sorseggia un Negroni sbagliato nei locali di Milano e una band di chierichetti capeggiata da un prete di nome Lorenzo che fa la comunione al pubblico mentre canta. Con l’augurio che durante il concerto scappino i primi accordi di “Il tuo popolo in cammino”, non posso che riconfermare il genio e la bravura di Colapesce. Totale, come sempre.

È arrivato il momento di salutarvi, visto che mi sono dilungata così tanto a scrivere questo articolo che tra poco ricomincia Sanremo, che anche se quest’anno i cantanti li hanno presi dal reparto di geriatria, è sempre una bella cosa. Buona infedeltà a tutti.

N.B.: Per scrivere questo articolo, nessun Beppe Vessicchio è stato maltrattato e, per la prima volta in vita mia, non ho bruciato le lenticchie: sempre fedele ai consigli di mamma Rosa. 

 

 

  

 

-Caterina Calicchio.

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Roma In Mostra: Da Monet a Hokusai, l’autunno dell’arte a Roma

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(Mostra di Monet, Complesso del Vittoriano)

 

L’autunno di Roma porta in città nuovi colori e nuove mostre d’arte e di fotografia imperdibili, alcune delle quali si protrarranno fino all’anno nuovo che possiamo dire, è ormai alle porte.
Dal mese di Ottobre troviamo infatti, dislocati tra i vari complessi e musei della città, innumerevoli stili ed espressioni artistiche che variano dall’impressionismo di Monet all’eclettismo di Hokusai.
Il primo, con sessanta opere esposte all’interno del Complesso del Vittoriano, ci trascina nel suo mondo di sensazioni “all’aperto” fatto non di dettagli ma di insieme, di realtà ma sempre vista e filtrata attraverso i suoi occhi, dei giochi di colori, luci ed ombre che rendono inconfondibile il suo stile. La mostra rappresenta un vero e proprio viaggio nel percorso artistico del pittore, dai primi lavori della sua carriera, le caricature, a quelli che hanno caratterizzato la pittura dei suoi ultimi anni di vita, i paesaggi e le celebri ninfee. È visitabile dal 19 ottobre di quest’anno sino all’11 febbraio del 2018 ed è a pagamento.
La mostra “Hokusai. Sulle orme del Maestro” raccoglie duecento opere che con la loro raffinatezza ed eleganza, insegnano ad approfondire ed apprezzare il particolare stile delle xilografie anche a chi non se ne intende. La sua versatilità e la sua costante spinta verso il cambiamento e il miglioramento di sé rendono i lavori dell’artista stimolanti e caratteristici al tempo stesso. Nonostante le sue rappresentazioni varino dai paesaggi (particolarmente famosi quelli che ritraggono il monte Fuji) ai manga, alle donne giapponesi, fanno da filo conduttore all’intera esposizione la minuziosità dei dettagli, l’eleganza e la profondità d’espressione tipiche del “maestro”. Maestro che, per l’appunto, trascina dietro di sé vari seguaci che si sono ispirati al suo stile e che possono anch’essi essere ammirati e confrontati tra loro all’interno della mostra.
Ospitata all’interno dello spazio espositivo del Museo dell’Ara Pacis ed anch’essa a pagamento, è visitabile dal 12 Ottobre 2017 al 14 Gennaio del 2018. Perciò, avanti, avete ancora tempo per farvi avvolgere dalla “Grande Onda”!
Nella lista delle mostre non mancano poi quelle fotografiche, tra le quali troviamo l’interessante lavoro di denuncia “Ti racconto la mia storia” di vari fotografi sulle atroci violenze subite da bambini e ragazzi appena adolescenti di alcuni paesi dell’America Latina.
Il progetto mira a sensibilizzare chi avrà modo di andare a visitare la mostra, questa volta ad ingresso gratuito, riguardo al tema dell’immigrazione ed in particolare sulle situazioni che spingono migliaia di persone ogni giorno ad abbandonare il loro paese per cercare altrove una vita migliore o in alcuni casi, semplicemente una via di sopravvivenza. È proprio quest’ultimo il caso di quei bambini che dopo le atroci sofferenze subite si trovano costretti a scappare, lasciandosi alle spalle violenze e soprusi e ritrovando un motivo per sorridere. E sono proprio quei sorrisi fotografati da Viviana Murillo, Ricardo Ramirez Arriola, Luis Eduardo Parada Contreras, Miguel Gutierrez, Tito Herrera, Santiago Escobar Jaramillo, Encarni Pindado, Daniele Volpe e Regina De La Portilla a raccontare tutto questo, viaggiando, scattando ma soprattutto osservando realtà che sembrano lontane anni luce da noi eppure sono lì fuori, da qualche parte. Sorrisi che parlano di speranza ma anche di fuga, sofferenza e paura. Le fotografie del progetto promosso e sostenuto dall’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ambientate in Honduras, Messico, Venezuela, Colombia, Ecuador e Guatemala sono esposte dal 30 Settembre 2017 al 12 Novembre al Museo delle Mura a Roma perciò presto, resta ancora poco tempo!
Ma passiamo adesso alla scultura che durante questi mesi merita particolare attenzione, poiché nella Galleria Borghese, che ospita già alcuni dei capolavori del grande Gian Lorenzo Bernini, per tre mesi circa accoglierà altri celebri lavori dell’artista che varieranno dalla produzione pittorica a quella scultorea, ripercorrendo tutte le fasi salienti della sua fiorente produzione artistica. Le opere, divise in otto sezioni curate ognuna da singoli esperti, provenienti da tutto il mondo (Stati Uniti, Germania, Canada, Francia), saranno visitabili a pagamento tra il 1 Novembre del 2017 e il 4 Febbraio del 2018, perciò per chiunque voglia godersi dal vivo un complesso di composizioni artistiche che non si ha l’occasione di ammirare tutti i giorni, il consiglio è quello di affrettarvi!

-Ilaria Muollo.

 

 

 

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Discman 2.0 – #6 L’articolo delle cose semplici

Nella tracklist nr. 6 del mio CD personale che continua a girare settimana dopo settimana, avrei potuto benissimo parlare del nuovo disco di Cosmo (che tanto per la cronaca è una bomba) ma sarebbe stato troppo scontato; avrei potuto parlare del nuovo pezzo super mina di Calcutta e invece no. Dato che oggi è il mio compleanno, ho deciso di farmi un regalo. Anzi, voglio fare a voi il più bel regalo di compleanno di sempre: voglio regalarvi Un mondo raro. “Ah, un mondo raro… ma vedi tu!” Direte voi. Vi fermo subito: non si tratta di un’utopia, né di una frase detta tra fidanzati, no. Un mondo raro è un disco, è un romanzo, è la più bella dichiarazione di amore che si possa fare a qualcuno: è l’encomio che Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata tutt’ora cantano in onore di Chavela Vargas.
Conoscendo già la versione spagnola di Concha Buika e Chucho Valdes, all’inizio ero abbastanza scettica e la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: «Madonna, vai a vedere che hanno fatto una versione alla “Ad ogni costo” di Vasco Rossi». Nemmeno due secondi dopo, però, ho capito che sarebbe stato uno dei miei cantanti preferiti a realizzare l’album e ho pensato che la vita potrebbe essere bella, ancora per poco.
Poi, il fatto che dal momento in cui ho messo le cuffie e ho spinto play, non ho più ben capito dov’è che mi trovavo, se a Roma, in Sicilia o in Messico, ne è stata la conferma. Non mi credete? Allora fate così: passate a prendere (sempre se ne avete voglia, eh) quella persona che di solito, di un discorso, riesce a capire le virgole e le pause e non i messaggi schietti e precisi… per capirci, quella persona con una testa leggera che vive di cose semplici, come cantare per la strada perché il sole le mette allegria (ogni riferimento è puramente casuale); cercate l’album, chiudete gli occhi e fatelo partire… O forse, prima premete play e poi chiudete gli occhi, meglio. Ah, visto che ci siete procuratevi anche una bottiglia di tequila, perché con la tequila è sempre tutto più bello.
Ora, immaginate di trovarvi in Messico… o in una città in Sicilia… o per i vicoli di Roma in preda al caos più totale: insomma, mentre state camminando ignari di tutto in questo luogo ibrido della vostra testa, vi accorgete che nell’aria risuonano una chitarra classica e parole come:

“Però ormai ti amo
e non c’è rimedio
e se resti con me è per amore
non capisco la storia delle classi sociali
se anche tu mi vuoi bene
come io a te.”

Bene: se avete seguito le mie istruzioni per l’ascolto, adesso sarete quasi sicuramente ubriachi ma anche innamorati e, soprattutto, starete pensando che il Messico non è solo Frida Kahlo, un sombrero o la meta dopo un salto della quaglia riuscito male. Per questo motivo, starete immaginando di aver messo in moto e di dirigervi verso l’agenzia viaggi di fiducia per prenotare il biglietto aereo che vi cambierà la vita. Ora, per carità, se avete 615 euro in tasca da spendere, io son contenta per voi… ma non è necessario, o almeno non in questo momento. Non è necessario attraversare un oceano intero per scoprire che le cose semplici sono qui a Roma, sono lì in Puglia… sono dove le cercate.
Di Martino, Cammarata e le chitarre dei Macorinos registrate nel “nuovo mondo” sono stati necessari per riscoprire una grande artista, per scoprire che un mundo raro è anche la Sicilia dei pupi, dei feticci e delle leggende, è una donna che piange, è adorare essere amico dei ladri: un mundo raro è tutto quello che avete sempre avuto davanti ma che non avete mai considerato degno di attenzioni.
Ora, è molto strano da spiegare perché in realtà non ha molto senso quello che sto per dirvi, perché si tratta di una traduzione e io, di solito, le traduzioni non le considero molto (deformazione professionale) ma ho amato questo album per un motivo in particolare: i testi. Sembrano pensati in italiano, sembrano descrivere esattamente il sud Italia e i suoi racconti, piuttosto che il Messico. Vi parlo del sud Italia perché è da lì che vengo, ma le storie, la necessità di fuga e di pensare a qualcuno per poter piangere un po’ è la stessa al centro, al nord o dove cazzarola vi pare.
E penso che questa cosa qua, abbia un qualcosa di veramente magico.

Adesso, aprite pure gli occhi, e questa volta, fatelo sul serio.

 

 

-Caterina Calicchio.

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Kids, o la vita segreta degli adolescenti

<<Sono interessato a creare opere che mi soddisfino, mostrando le vite delle persone che di solito non vengono mostrate. Se potessi vederle da qualche altra parte, non sentirei il bisogno di fare questi film.>> 

E’ proprio su questa dichiarazione che si basa tutta la produzione artistica di Larry Clark. Che lo si consideri fotografo o regista, è possibile trovare elementi ricorrenti: situazioni o soggetti controversi, disturbanti, che non vengono mostrati dai media “tradizionali” e che non vogliamo che ci vengano mostrati, ma allo stesso tempo suscitano curiosità; ad esempio, tutti siamo a conoscenza di quegli esseri umani che per vari motivi si abbandonano all’assunzione di droghe pesanti, li vediamo per strada e nelle metro in quelle situazioni grottesche in cui fanno l’elemosina con la speranza di comprarsi un’altra dose, però nessuno sa cosa facciano una volta tornati a casa od ovunque essi vivano, a meno che qualcuno armato di fotocamera o macchina da presa decida di esplorare questi mondi, “rompere” i tabù e portare alla luce queste realtà nascoste. Clark espleta questo compito di “reporter controverso” con Tulsa (1971), la sua prima pubblicazione fotografica. Imprime su pellicola tutte quelle scene di vita estreme che lui stesso ha vissuto, suscitando ovviamente scalpore. Dirà di sé <<Sono nato a Tulsa, Oklahoma. A 16 anni ho iniziato a spararmi anfetamine. Mi sono fatto […] per tre anni e poi ho lasciato la città, ma negli anni successivi ci sono tornato. L’ago, una volta entrato, non esce più.>>. Con le sue successive pubblicazioni – Tenage Lust (1983) e Perfect Childhood (1992) – Larry inizierà a focalizzarsi principalmente, anche morbosamente, al mondo dell’adolescenza, forse la realtà più oscura dei nostri tempi. Alcuni critici considereranno la sua addirittura un’ossessione nei confronti degli adolescenti. Questo suo desiderio di mostrare la vita dei ragazzi dai 12 ai 19 anni sarà la componente principale anche del suo cinema, a partire da Kids, la sua opera prima.
La pellicola uscì nel 1995, un anno prima di Trainspotting, anche se nonostante entrambi trattino più o meno gli stessi temi, Kids ha un approccio diametralmente opposto all’opera di Boyle, piuttosto sembra seguire la scia di Amore Tossico del maestro Caligari. Scritto da un giovanissimo e promettente Harmony Korine (Che ricorderete sicuramente per Spring Breakers), il film ci fa addentrare nel mondo di un gruppo di adolescenti a Manhattan, passando una giornata intera in loro compagnia. Clark ci mostra in maniera quasi documentaristica la vita di questi ragazzi, alle prese con le prime esperienze sessuali – non protette – e le malattie che da queste derivano (proprio negli anni ’90 si diffondeva il virus dell’HIV) ma anche del loro uso totalmente privo di inibizioni di droghe e alcool, che qui vengono messi sullo stesso livello. Korine e Clark, nonostante siano stati consumatori di droghe, vogliono dirci che entrambe nuocciono alla nostra salute, non c’è motivo di fare distinzioni; assistiamo inoltre al loro senso di ribellione che giungerà a picchi estremi. In una sola scena, però, vedremo che forse, un barlume di speranza ancora c’è, ricordandoci che in fondo anche loro sono esseri umani capaci di provare compassione. Seguiremo infine il viaggio di Jennie alla ricerca di Telly, il ragazzo che senza saperlo le ha trasmesso l’AIDS. Quello che manca è il senso di critica nei confronti di questa realtà. Il regista si limita a mettere in scena nel modo più crudo e ai limiti del sopportabile, sfidando anche la censura (Ken Park, il suo quinto lungometraggio, è tutt’ora bandito in Australia) ciò che a quei tempi non si soleva far vedere, con l’unico scopo di avvertire gli adulti, che ciò che vedono corrisponde a ciò che fanno i loro figli quando non sono a casa, <<qualcuno si salverà, qualcuno rinnegherà la propria adolescenza, qualcun altro ancora si autodistruggerà.>>. Complessivamente il film scorre senza troppa fatica, particolare riguardo per la rappresentazione delle situazioni e dei dialoghi, è chiaro che Korine sapesse bene di cosa stesse parlando. Il film vanta anche di alcune giovani promesse, quali Chloe Sevigny e Rosario Dawson, che all’epoca delle riprese avevano rispettivamente 21 e 16 anni. La colonna sonora e’ stata curata da Lou Barlow, e i brani non fanno che rendere piu’ verosimili gli ambienti che si vanno ad esplorare.
E questo è quanto. Ci sarebbe molto altro da dire sulla pellicola, ma, onde evitare spoiler, è giusto che siate voi a visionarla e magari approfondire tutta la filmografia di questo cineasta che, nonostante sia stato fonte d’ispirazione per registi del calibro di Scorsese, purtroppo rimane nella scena underground e sia noto a pochi.

-Matteo Verban.

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DISCMAN 2.0 – #5 Vorrei essere te così poi (non) m’ammazzerei

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)


Ciao, lui è Giancane e non è un cantautore di merda.
Ciao, sono Caterina e io invece forse lo sono un po’, un “omm e’ merd”: mi son fatta trasportare da panettoni, pranzi chilometrici e tombole (fatelo voi un Natale al sud!) e mi son ridotta al 4 gennaio per finire tutto ciò.
Però eccomi qui, ce l’ho fatta.
È stata davvero un’impresa intervistarlo, bisogna dirlo: tra il traffico della capitale e un parcheggio che non si trova, un’intera classe di arabo che mi ascolta mentre parlo al telefono, buste di taralli promesse e scivolate nel corridoio…  però ne è valsa la pena.
Che lo chiamiate Giancarlo, Cangiarlo, Giancane o Piersilvio (ecco, magari Piersilvio proprio no) è poco rilevante: lo amereste comunque dopo aver ascoltato l’ultimo capolavoro pubblicato a novembre, “Ansia e disagio”… ragazzi, ha dedicato un pezzo a una splendida bionda in bottiglia, ma che ve lo dico a fare!
Giancane appartiene a quella categoria di cantautori che prima di tutto è consapevole di essere un ragazzo comune, che canta di quello che pensa, di quello che vede, senza utilizzare filtri. Mi azzardo a chiamarlo verismo cantautorale, o anche Giancanismo. Si tratta di un cantautorato-verità  in cui non si deve né “reimparare a camminare” perché la ragazza t’ha lasciato, né tanto meno “ricordarsi dello zucchero filato”. Il bello è proprio questo: riconoscere una Roma, quella di Ansia e Disagio, veritiera e senza fronzoli. Una Roma piena di disagio, piena di bambini che strillano perché i genitori non riescono a contenerli, una Roma piena di fascisti e un Giancane che ci sta dentro e che la racconta nel bene e, soprattutto, nel suo bellissimo male.
E tra sottilette e limoni, l’ipocondria e la Peroni mando voi in avanscoperta verso quel fantastico rebus che è l’album.
Buona lettura.

Come prima domanda: ti senti più Giancarlo o Giancane? E chi è Giancarlo e chi Giancane?

Praticamente sono la stessa cosa. Con Giancane mi sento meno finto, ho meno filtri che nella vita normale: quando canto non mi pongo limiti, mentre nella vita di Giancarlo sì […che alla fine, dovrebbe essere il contrario… O no?] Beh in realtà sì, forse sì… Solo che non so perché ma con me funziona in maniera inversa, funziono forse in maniera inversa.

Volevo chiederti, invece, che ti è successo? Sei passato dallo scorso album “Una vita al top” a questo che si chiama “Ansia e disagio”… Anche se non si parla tanto di una vita al top, perché questo cambio di rotta?

No, infatti, era il contrasto… Una vita al top per dire “Una vita di merda”, però “di merda” sembrava brutto. Diciamo che a un certo punto abuso di questo termine ma perché suona bene e rende molto l’idea. Quindi in realtà è tutto collegato: se si ascoltano entrambi gli album attaccati, più o meno hanno un senso.

Invece, perché un cruciverba come copertina dell’album?

Sì, beh perché in tour li facciamo sempre, compriamo sempre la Settimana enigmistica, in furgone ci passiamo il tempo. Poi mi piace fare le grafiche riconoscibili dei dischi, cioè che prendano spunto da quello che poi è un qualcosa che viviamo. Per esempio, le sottilette perché erano l’unica cosa che avevo nel frigo mentre registravo lo scorso album, e la Settimana Enigmistica che continuiamo a fare. Nel libretto dell’album, a parte il cruciverba, ci sono tutti i giochi [ma le parole invece? Io pensavo fossero i titoli delle canzoni, invece no…]. No, sono collegate ai testi, testi nuovi e testi vecchi, cose che succedono nella vita quotidiana e ogni gioco nel libretto è riferito ad un pezzo: è tutto un collegamento strano che ho voluto creare per non scrivere il classico testo, fare giocare per arrivare ad un punto. Al testo, ecco.>>

In riferimento a “Vorrei essere te”, ti chiedo appunto: come chi vorresti essere?

Beh dipende, perché lì poi mi ammazzo… come voglio essere in maniera positiva o negativa? [in maniera positiva dai… anzi, anche negativa]. Per la parte positiva, preferisco accontentarmi di quello che c’ho, quindi facciamo me stesso. Per la parte negativa, beh, puoi tagliare un sacco di rami secchi in questo modo… ci devo riflettere, andiamo avanti e intanto ci penso.

In ambito musicale, invece, a chi ti ispiri?

Diciamo che gli ascolti sono molto vari, per esempio ieri sera stavo ascoltando Tiziano Ferro. Faccio dischi per gli altri, il mio vero lavoro è fare il produttore, quindi ascolto un mare di musica, dalla più brutta alla più bella. In questo senso, il disco vecchio era leggermente più folk a livello sonoro… Poi, non è che è cambiato tanto, in realtà è folk anche l’altro ma c’è più elettronica. Diciamo che il primo disco aveva un approccio un po’ più irish, penso io, per come me lo ricordo, ecco. Questo qui invece, sempre un po’ irish ma va più verso l’elettronica, verso il cazzeggio, mi è venuto molto spontaneo, diciamo: lì ero proprio da solo, in questo no.

Bene, sai che faccio parte del giornale universitario di Roma Tre; non so se ti è giunta voce dell’incontro organizzato nella nostra università da persone riconducibili a CasaPound nel mese di dicembre. Visto che nel tuo album è presente “Adotta un fascista”, nata da una puntata del Webshow Kahbum, vorrei da te 3 motivi per adottare un fascista.

Non ci sono […per aiutarli  ,dai]. Per aiutarli, sì. Il brano è nato in una situazione particolare, 90 minuti con un tema che in questo caso era Adotta un fascista; noi abbiamo ribaltato il tutto, abbiamo pensato alla cosa che potrebbe dare più fastidio ad un fascista ed è l’essere omosessuale, quindi magari, essere adottato da un omosessuale potrebbe raddrizzargli il cervello, credo. È un consiglio.

Prima hai parlato di Folk, irish e, visto che in quest’ultimo lavoro c’è un po’ di Muro del Canto, c’è un assolo rock dedicato ad una splendida bionda, la Peroni da 66 e c’è anche (almeno io l’ho sentito) l’inizio di Redemption Song di Bob Marley in Hogan blu, volevo chiederti: dove ti collochi nella scena musicale romana?

Oh mamma. E questa è una bella domanda. Più o meno nel cantautorato per forza, però non mi piace come etichetta; l’approccio live è molto più
Old School punk-rock, però il disco non lo è. È un ibrido strano, mi colloco in mezzo tra il folk, il pop e punk… Non so come possa etichettare questa cosa. Poi, i pezzi sono molto variegati, un po’ la Peroni, un po’ pezzi dance… Diciamo che non mi sono posto dei limiti, quindi pure un’etichetta non te la saprei dare: comunque cantautorato, dai.

Hai riflettuto sulla domanda di prima?

Come chi vorrei essere per essere ucciso? Ci sto ancora pensando, cavolo, però non mi viene.  Ne possiamo pescare uno a caso nei testi… Forse come chi indossa le Hogan in generale.

Un’ultima domanda e poi ti lascio: visto che siamo al 20 di dicembre, la domanda casca a fagiolo: come ti stai preparando al compleanno di Gesù? Come l’affronti?

Guarda, vado a suonare. Saremo in tour. La parte della famiglia ce la teniamo per il Natale e poi partiamo. Ma non è che senta molto questa festività, in genere. Però, le classiche cose: cenone, poi il giorno dopo sono a casa di amici e il 26 suoniamo. Saremo in tour fino a… Boh, per un anno, immagino. Sarà un bel periodo.

 

 

 

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 -#4 Serra nei via vai

C’era una volta una biblioteca sempre piena, un banchetto di RDS e delle ragazze molto infreddolite a causa delle porte dell’atrio sempre aperte (se le chiudete quando uscite per fumare, non vi prendete una multa, ‘cci vostra). Tra i pinguini e i caffè delle macchinette, Luana mi narrò di un suo compagno di banco del liceo, un certo Serra che scrive canzoni e che, ovviamente, le canta pure. Mi disse che sarebbe venuto qui a Roma a suonare, perché, a detta sua “Lui è bravo ma è timido e si vergogna. Menomale che l’ho convinto a venire qui e a suonare.”
Io son sicura che adesso state pensando: “Eeeh va be’, ogni scarrafone è bello a mamma sua, lei dice che è bravo perché è amico suo!”
E invece no, Matteo è bravo davvero.
Ora, chiudete gli occhi e immaginate un ragazzo dai capelli scompigliati con una chitarra tra le mani, che passeggia sulla spiaggia, per le strade, tra i palazzi e canta di tutto quello che gli succede intorno.
Tra un uccellino che entra nel locale, bimbi che strillano e autobus che non arrivano mai, Serra mi racconta la sua fiaba moderna.
E io la racconto a voi.
Buona lettura.

Chi è Serra?

Ho iniziato a scrivere a 13 anni e mi fa molto piacere raccontare come. Mentre guardavo il serale di “Amici”, Pierdavide Carone cantò una canzone di nome “Di notte”; parlando con i miei amici, qualcuno disse: “Dai, è plateale che questa canzone l’ha scritta per una ragazza!”. In terza media, c’era una ragazza che mi piaceva e ho pensato che anch’io avrei voluto scrivere una canzone per lei! E così è nato il mio primo pezzo; poi, dato che mi sono affezionato allo scrivere e al suonare, ho continuato. Lo scorso febbraio, ho finalmente comprato il microfono e il computer e ho iniziato a registrare dei miei brani che poi ho pubblicato a maggio. E da quel momento sono arrivate alcune occasioni: ho suonato qui a Roma, ho partecipato al Music Village di Peschici (tipo “Camp Rock”, hai presente?) dove ho incontrato tantissimi ragazzi proveniente da tutta Italia, produttori, musicisti… È stata un’esperienza molto bella.

Perché ti chiami Serra e non Matteo?

Eh, perché Serra… Dalle mie parti c’è un piccolo rione che si affaccia sul mare e che si chiama Serra: lì c’è la casa di un mio amico dove, quando avevamo sedici anni, ci rinchiudevamo il sabato sera, per bere e per divertirci. Lì ho iniziato a cantare le mie canzoni e dato che sono un tipo nostalgico, ho voluto riprendere quei ricordi e riportarli in quello che faccio adesso.

Cosa raccontano le tue canzoni? Ho sentito di reggiseni su un tavolo, di gente che legge Baudelaire e volevo capire: le tue canzoni parlano di cose reali o di cose che hai nella testa?

Molto spesso sono cose che mi sono capitate: per esempio c’è L‘universitaria che ho scritto a Parma, quando sono andato a trovare un mio amico. Mentre eravamo a lezione di psicologia, ho visto una ragazza che si legava i capelli ed ho provato ad immaginarmi la sua vita, riprendendo anche tutte le situazioni che mi raccontano le mie amiche universitarie [nel frattempo è entrato un uccello e mentre lui parla io penso che potrebbe cacarci addosso]. Serra e gli uccelli… intervista cacata, intervista fortunata.
Dicevo, in quella canzone ho voluto riprendere tutta quella realtà, quindi si parla di una ragazza che racchiude tutte le cose delle altre. Anche perché anche io sono universitario.

Cosa studi?

Lettere moderne.

Invece, parliamo di Sorda nei via vai

Ecco, qui c’è la persona specifica ed è stata l’ultima che ho registrato ma la prima che ho pubblicato, perché era quella che più mi rappresentava in quel momento. Sorda nei via vai parla della situazione che si crea quando ti lasci con la tua ragazza, non la senti da un sacco di tempo e non sai più nulla di lei: infatti l’ho scritta sei mesi dopo che mi sono lasciato. Nella canzone infatti, ci sono molte cose che vorrei chiederle.

Ma questa ragazza sa che l’hai scritta per lei?

L’ha ascoltata e penso abbia capito, anche perché mi ha scritto proprio quando l’ho pubblicata. Se conosci la situazione, ti riconosci nelle parole.

Da cosa nasce il pezzo Interrail?

Interrail è nata grazie ad un mio amico da cui ho tratto ispirazione: aveva problemi con la ragazza e altri casini ed è partito. In quello stesso periodo, inoltre, stavo ascoltando molto Portovenere dei Canova, una canzone estiva dal ritmo travolgente. Avevo l’idea di comporre una canzone malinconica ma anche trascinante, che facesse cantare: allora ho aggiunto alle storie che mi raccontava il mio amico in viaggio per le capitali (Amsterdam, Oslo…) un motivetto allegro. Raccontando di lui, mi ci sono riconosciuto anch’io. È una canzone liberatoria, me ne vado perché mi sono rotto le scatole.

Pronostici per il futuro?

Vorrei finire al più presto la triennale e spostarmi da Lecce per avere più possibilità, incontrare gente. Non penso oltre, sarebbe inutile.

Ultima domanda, che il mio amico Robbo mi consiglia sempre di fare: cosa ti dà la musica? Cosa dai tu alla musica?

La musica mi dà sfogo. La maggior parte dei miei testi, li scrivo di notte. Scrivere mi fa stare bene e mi dà l’opportunità di far conoscere i fatti miei. Non capisco la gente che ha paura di pubblicare la propria musica: nel momento in cui si scrive, si è felici a prescindere di mostrare ciò che si scrive, è proprio una specie di bisogno. Io, invece, alla musica regalo storie.

 

 

-Caterina Calicchio.

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REISSUE: Illinois, Sufjan Stevens

Quanto può interessarci un concept album sullo Stato dell’Illinois?
Non stiamo neanche parlando della California, del Texas o dello Stato di New York, tutti luoghi che seppur lontani lasciano in noi un certo immaginario quasi magico, esotico, un senso di evasione verso una terra migliore.
Parliamo dell’Illinois. Una terra accidentata e rurale, con Chicago a rappresentare l’unica area metropolitana sul territorio. Intorno a lui piccole città idustriali, sobborghi, piccole aziende agricole. Un luogo intimo e quasi riservato, come un microcosmo, qualcosa che sembra poco c’entri con l’idea di America che tanto amiamo e che vediamo continuamente riconfermata dai nostri film e serie tv preferite.
La materia Illinois è di conseguenza parecchio blanda, incapace di brillare di luce propria come farebbero tanti altri stati e città americane. Almeno che non ci sia dietro una grande penna a farne le veci, quale si dimostra essere in questo lavoro Sufjan Stevens.
Classe 1975, questo folle cantautore americano (dal tuttavia strano nome di origine persiana) accumula per un paio d’anni nozioni storiche e racconti di amici o sconosciuti in chat rooms su questo Stato che tanto lo affascina, plasmando poi queste suggestioni nelle 22 tracce di questo disco, sotto le forme di un indie molto crepuscolare, per certi versi vicino al chamber pop (tra gli esempi più celebri, i primi Arcade Fire), filtrato tuttavia da un abilità da polistrumentista senza pari: in Illinois convivono chitarre, piano, sassofono, flauti, trombe e tanto altro ancora, senza che tuttavia la musica risulti tronfia o virtuosistica, come se una grandiosa orchestra riuscisse a suonare nelle quattro pareti di uno stanzino angusto.
Come On! Feel The Illinoise!” nè è un ottimo esempio: Un piano dismesso esplode improvvisamente in un suono sfacettato e pieno, arricchito addirittura da un coro femminile che non fa altro che conferire al pezzo un clima assolutamente spensierato e orecchiabile.
Ogni suono è incredibilmente necessario e mai ingombrante, e quando le atmosfere si fanno più scarne, lo fanno senza perderne in profondità: “John Wayne Gacy, Jr.” è una soffusa ballata per chitarra e pianoforte, dedicata alla vita del celebre serial killer clown di Chicago. La scrittura e l’interpretazione di Sufjan son talmente perfette da riuscire a farti provare come una sincera pena anche per un pluriomicida, confezionando in assoluto uno dei pezzi più riusciti del disco e uno di quelli più difficili da dimenticare, insieme alla soffusa “Casimir Pulaski Day”, storia di un amore stroncato da un cancro alle ossa, sospeso tra le domande senza risposta a un Dio assente e frammenti di vita quotidiana insieme.
Ma non mi piacerebbe lasciare l’immagine di Illinois come un disco che si piange addosso: la filastrocca per banjo “Decatur, or, Round of Applause for Your Stepmother!“, la quiete e la tempesta rock del richiamo a Superman in “The Man of Metropolis Steals Our Hearts”, passando per l’invasione zombie con coro di cheerleader di “They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back from the Dead!! Ahhhh!” sono solo alcuni degli highlights dell’album, che ci restituiscono una particolarissima eterogeneità dell’offerta, dove a dominare è certo il registro malinconico senza però tuttavia spingersi sullo smielato o sul lagnoso.
La malinconia di Illinois è infatti una malinconia giocosa, beffarda, come lo star toccando il fondo tenendo però gli occhi fissi sulla luce accecante dell’uscita.
Basti solo guardare la tracklist, la presenza invasiva di tracce di brevissima durata, che comunicano grazie ai loro simpatici quanto logorroici titoli (la seconda traccia del disco, che si risolve in una strumentale di appena due minuti) che spesso altro non sono che brevi intermezzi, o continuazioni delle tracce che le precedono oltre a fornire citazioni più precise sulla storia e sui luoghi dell’Illinois.
Se infatti i richiami precisi al soggetto del concept non manchino, non si pensi tuttavia a Illinois come a un album talmente chiuso da renderlo godibile solo a chi conosce ciò a cui Sufjan fa riferimento.
Se per esempio “Chicago” è una bellissima canzone sulle paure e le ansie del viaggio verso la grande metropoli, essa regge tuttavia per descrivere qualsiasi grande viaggio che si concretizzi in avventura. Parla semplicemente delle emozioni generate da un grande cambiamento di prospettiva, tema che ci tocca tutti in modi e momenti diversi della nostra vita.
Tracciando una linea, potremmo dire quindi che l’Illinois esce fuori quasi come un pretesto, un luogo in cui riunire storie, uno stratagemma retorico che ha lo scopo di farle sembrare più vere e tangibili.
Storie di serial killer da compiangere, di bambini che vanno allo zoo durante un inondazione, di morsi di zanzara evitati che fanno sbocciare amori infantili. Storie che solo Sufjan Stevens sa narrare in maniera così viscerale da farmi desiderare di essere lì.

Tracklist:

1. Concerning the UFO Sighting near Highland, Illinois
2. The Black Hawk War, or, How to Demolish an Entire Civilization and Still Feel Good About Yourself in the Morning, or, We Apologize for the Inconvenience but You’re Going to Have to Leave Now, or, ‘I Have Fought the Big Knives and Will Continue to Fight Them Until They Are Off Our Lands!
3. Come On! Feel the Illinoise!
4. John Wayne Gacy, Jr.
5. Jacksonville
6. A Short Reprise for Mary Todd, Who Went Insane, but for Very Good Reasons
7. Decatur, or, Round of Applause for Your Stepmother!
8. One Last ‘Whoo-Hoo!’ for the Pullman!!
9. Chicago
10. Casimir Pulaski Day
11. To the Workers of the Rock River Valley Region, I Have an Idea Concerning Your Predicament
12. The Man of Metropolis Steals Our Hearts
13. Prairie Fire That Wanders About
14. A Conjunction of Drones Simulating the Way in Which Sufjan Stevens Has an Existential Crisis in the Great Godfrey Maze
15. The Predatory Wasp of the Palisades Is Out to Get Us!
16. They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back from the Dead!! Ahhhh!
17. Let’s Hear That String Part Again, Because I Don’t Think They Heard It All the Way Out in Bushnell
18. In This Temple as in the Hearts of Man for Whom He Saved the Earth
19. The Seer’s Tower
20. The Tallest Man, the Broadest Shoulders
21. Riffs and Variations on a Single Note for Jelly Roll, Earl Hines, Louis Armstrong, Baby Dodds, and the King of Swing, to Name a Few
22. Out of Egypt, into the Great Laugh of Mankind, and I Shake the Dirt from My Sandals as I Run