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SCAVARE FOSSATI-NUTRIRE COCCODRILLI – ZEROCALCARE AL MAXXI

Zerocalcare, alias Michele Rech, ha 36 anni, vive a Roma nel quartiere di Rebibbia, “terra di corpi reclusi e cuori grandi”, e attraverso i suoi disegni caricaturali ci racconta il periodo sociale e politico dagli anni ’90 ad oggi.
Racconta storie di periferia, di quotidianità, di scuola e amici, racconta la precarietà di una generazione sfortunata, di una denuncia alla società in cui viviamo.
Racconta storie di lotte per i diritti di tutti gli esseri umani, di manifestazioni di libertà e uguaglianze, di abusi nei confronti di chi è vittima, storie di occupazioni, sgomberi, di governi fascisti e poteri razzisti, di anticultura e social network.

La mostra a lui dedicata, Scavare fossati-nutrire coccodrilli, al MAXXI di Roma dal 10 novembre 2018 al 10 marzo 2019, raccoglie più di 600 opere e lavori disegnati dal fumettista nel corso degli anni.

Salendo una scalinata su cui si staglia il mammuth di Rebibbia “qui ci manca tutto e non ci serve niente” è raccontata in breve la vita di Michele, i suoi esordi con autoproduzioni e Bassotti che occupano il deposito di Zio Paperone,  di corsi di fumetto e dell’arrivo del nome ZeroCalcare dalla pubblicità di un detergente, di collaborazioni con periodici e testate (Internazionale, L’Espresso, La Repubblica e molti altri), del suo sito Ink4Riot e del successo dei suoi 9 libri, pubblicati per la BAO Publishing.

La grande sala espositiva, che ha dall’alto la forma dell’armadillo (suo storico compagno di avventure, personificazione della sua coscienza), è organizzata in 4 sezioni:

– Pop
Storie di quotidianità e vita personale, rapporti con parenti, amici e adulti, ambientati in un’Italia che cambia, dall’infanzia del benessere economico del game boy, di supereroi e cartoni animati in televisione a tutte le ore, alla matura precarietà di una nuova crisi economica senza lavoro e vie di futuro;

– Tribù
In un’età in cui ci si sente disadattatati e contro il mondo, c’è solo un (non)luogo in cui ci si sente accettati: la tribù, il tuo gruppo, i tuoi amici, persone che la pensano proprio come te.
Il (non)luogo di Michele è la tribù della musica punk.
Tavole, copertine di dischi e locandine ci raccontano di concerti, centri sociali e delle mille sfumature e sottoculture del genere;


– Lotte e Resistenze

Vignette, manifesti, volantini, poster e illustrazioni per raccontare le lotte e le resistenze alle ingiustizie, per raccontare di assemblee, cortei, scioperi, occupazioni e militanza, “con rabbia e con amore”;


– Non Reportage

Fatti di cronaca nazionale e internazionale, vissuti spesso in primo piano dall’artista.
I massacri del G8 di Genova (evento significativo nella sua vita) con le tavole “In ogni caso nessun rimorso”, “La memoria è un ingranaggio collettivo”; i “diari” dei viaggi in Kurdistan, per dare voce e immagine, attraverso la raccolta “Kobane calling”, a un conflitto silenzioso, a una ricerca di libertà di un popolo che i media ignorano e distorcono; la denuncia per la città di Roma e lo stato in cui è abbandonata.

Una grande parete, ricoperta da manifesti disegnati negli anni, ci descrive un periodo: concerti, festival, dibattiti, assemblee, i cortei #MaiconSalvini e quelli del 25 aprile, i 10 anni di Borghetta, quando è andato a fuoco il CSOA La Strada, le manifestazioni antifasciste, per i diritti alla casa, alla ribellione, per ricordare compagni come Carlo, Federico, Stefano, Renato.

Un’immersione in un mondo di valori e ideali di rispetto, integrazione, uguaglianza e libertà, che oggi troppo spesso rischiano di essere (invano!) sopraffatti e cancellati.

 

-Irene Iodice

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Restare Umili, la mostra di Zerocalcare

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Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni

La parola sogno, di per sé associata alla parte della giornata in cui si dorme, è anche collegata ad una condizione essenzialmente felice; non è un caso che in molte situazioni della nostra vita in cui siamo particolarmente euforici ci ritroviamo a dire: “mi sembra un sogno!”. Uno dei padri della psicanalisi, Sigmund Freud, diceva: “l’interpretazione dei sogni è la via regia per la conoscenza dell’inconscio, il fondamento più sicuro della psicoanalisi e il campo in cui ogni praticante deve maturare il proprio convincimento e perseguire il proprio perfezionamento”. Questo perché i sogni affascinano ed è proprio “su una loro rappresentazione che tocca le idee di spirito, emozione, incanto”, riprendendo testualmente le sue parole, che Danilo Eccher ha incentrato la mostra Dream, allestita nella suggestiva location del Chiostro del Bramante di Roma, dal 29 settembre 2018 al 5 maggio 2019. È la degna conclusione di una trilogia di mostre assieme a Love ed Enjoy.

Quando ho visto per la prima volta il cartellone della mostra, con la mente sono tornata a mio nonno, che quando era giovane, per racimolare qualche soldo, si improvvisò cartomante leggendo il significato dei sogni ai più tristi. Non tutti nasciamo con le stesse fortune, sognare assume per ognuno di noi un significato diverso nella vita. Tra chi pensa “non smettere mai di sognare” e chi invece che “i sogni nel cassetto fanno la muffa”, c’è la combinazione di due parole che cambiano significato a seconda di come le si legge: ‘basta crederci’. Charles Bukowski.

Ad ognuno i propri, l’elemento fondamentale della mostra è proprio l’individualità. Ogni notte si sogna, anche se non sempre lo si ricorda, ma i sogni che si fanno possono scatenare diversi sentimenti e reazioni a seconda del tema e del coinvolgimento personale. Ecco, lo stesso accade nel visitare Dream, ogni opera è pensata per avere un impatto differente su ogni osservatore, proprio perché l’autore parte dall’assunto che ogni opera possa naturalmente scatenare in ognuno una reazione diversa, come quando si sogna, nella realtà.

La voce guida aiuta nella concentrazione e nell’immedesimazione. Ci sono 14 sale che giocano su elementi sensoriali e visivi, in tutte è presente una targhetta che spiega il significato associato al sognare una determinata cosa. Nell’ultima ci si può anche sdraiare per guardare dei numeri sul soffitto; mi è rimasta particolarmente impressa questa istallazione perché in matematica io ero una capra! La mia stanza preferita è però quella a tema “la vertigine e il sogno”, che è legata al sognare la paura per l’instabilità.

Alla fine della mostra ci sono più pareti totalmente ricoperte di post-it su cui ogni visitatore può imprimere il proprio sogno più grande. Nella speranza che andrete anche voi a scrivere il vostro e che saprete mantenere il segreto, vi dico il mio; in una sola parola, America.

 

 -Carmen Ciccone

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Napoli in tuta acetata

Per questa edizione di Discman vi avevo promesso emozioni forti: ebbene, dopo Raffaella Carrà, per ragioni anche a me sconosciute, ho deciso di parlarvi di un gruppo poco conosciuto, ma che tutti prima o poi dovrebbero ascoltare per vivere più felici.

È successo che tra maggio e aprile scorso, la mia home di Facebook era invasa da questa copertina giallo sbiadito con un disegno al centro: tutti ne parlavano benissimo ed erano molto entusiasti, ma io sono sempre troppo poco curiosa; un bel giorno però, andando contro i miei pigri principi, decisi di ascoltarlo, nonostante avessi abbastanza paura si trattasse del nuovo album di Gigi D’Alessio: sapete, da un disco che si chiama Nuova Napoli, ci si può  aspettare di tutto. E invece no, Nuova Napoli è una delle più belle scoperte di tutto l’anno e definire la musica dei Nu Guinea innovativa o semplicemente strana sarebbe riduttivo: in questi casi, geniale penso sia l’aggettivo corretto… almeno per quanto mi riguarda.

Nu Guinea è un duo italiano, di Napoli per l’appunto, immigrato a Berlino, perché, si sa, nonostante sia la patria delle salsicce e dei crauti, la fredda capitale tedesca è anche il bacino dei suoni elettronici e della musica techno. E così, Massimo Di Lena e Lucio Aquilino, dal 2014 si sono trasformati per il mondo intero nei Nu Guinea e io non potrei essere più contenta. A prescindere dal nome discutibile e incognito, che ancora non mi spiego, l’album Nuova Napoli è così pieno di grinta, energia e bassi che persino Clara si alzerebbe dalla sedia a rotelle per ballare con Heidi e le caprette!

Definiti (da me medesima) gli Abba dei Quartieri Spagnoli, i Nu Guinea mischiano nella stessa traccia le sonorità più tipiche della disco anni ’80, quelle piene di energia, di colore e di coretti femminili degni dei Bee Gees o degli Abba, per l’appunto. In aggiunta, però, la parte meridionale del tutto: il magnifico dialetto partenopeo che rende tutto più popolare, più paesano. Ascoltando le tracce, sembrerà di stare nella strada di Forcella o a San Domenico, le vrenzole sui balconi che chiacchierano e un venditore ambulante che cerca di venderti persino un pelo pubico.

Penso che tra i suoni sintetizzati e un soave “A signor ‘re pizz fritte nun ce sta’ cchiù” si crei una chimica tale da non riuscire a stoppare il disco e a smettere di muovere i fianchi. Con questo disco nelle orecchie, non servirà più fare 4 ore di macchine per giungere alla città più focosa del Mediterraneo e mangiare la pizza più buona del mondo – sappiate che quando si tratta di cibo, sono molto seria – e bere il caffè perfetto.

… Bene, magari per il caffè vi consiglio di non affidarvi alle mie manine di fata e a rivolgervi al bar sotto casa, che magari assomiglia di più a quello napoletano, per tutto il resto, basta aprire bene le orecchie, ascoltare per credere!

 

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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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Winckelmann – Capolavori diffusi nei Musei Vaticani

L’unica via per noi di diventare grandi e – se possibile – insuperabili è l’imitazione degli antichi.

Le immagini della mostra sono disponibili al seguente link
Foto di Giulia Tramet

In occasione del 250° anniversario della sua morte, i Musei Vaticani dedicano a Johann Joachim Winckelmann una mostra per celebrare l’importanza che il suo pensiero ed i suoi studi hanno avuto per la cultura dei suoi tempi e per quelli successivi, in particolar modo per lo sviluppo dei Musei così come possiamo ammirarli oggi. L’archeologo tedesco, dopo aver conseguito gli studi in Germania, si trasferì a Roma dove, nel 1764, venne nominato Sopraintendente alle Antichità e poté dedicarsi allo studio della cultura classica, di cui lui era fortemente appassionato. Egli riteneva che l’Arte dovesse avere delle prerogative ben definitive: nobile semplicità e quieta grandezza. La sua concezione era, dunque, quella di un’arte basata sulla contraddizione tra tempestas e tranquillitas. Celebre è, infatti, il paragone che fece tra la struttura dei capolavori greci e il mare in burrasca: nonostante siano agitate da passioni, le figure greche mostrano sempre un’espressione posata così come il mare può apparire calmo in superficie sebbene mosso da forti correnti in profondità. Pertanto Winckelmann asseriva la superiorità dell’arte greca su tutte le altre, compresa quella romana, ritenendo che in quest’ultima non fosse possibile ritrovare la purezza propria di quella ellenica, che è la sola che si possa considerare libera, essendo prosperata nel periodo dello sviluppo della democrazia ateniese. Le opere che maggiormente sono in grado di rappresentarne questi ideali sono sculture classiche quali l’Antinoo (custodito ai Musei Capitolini), l’Apollo del Belvedere (tipico esempio dell’armonia delle proporzioni) e il Laocoonte (emblema della grazia).
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Winckelmann viene considerato non solo come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo ma anche come il fondatore della storia dell’arte intesa modernamente. È a lui, ad esempio, che si deve la predilezione del colore bianco delle scultoree marmoree, il colore perfetto che comprendeva tutti gli altri. Importante influenza ebbe inoltre il suo pensiero sulle opere di artisti come Mengs, Canova, Ingres e Jacques-Louis David. La mostra Winckelmann. Capolavori diffusi nei Musei Vaticani, che sarà allestita fino al 9 marzo 2019, è stata progettata come un percorso a tappe in cui si mettono in risalto circa 50 opere conservate nel complesso museale che maggiormente ebbero un impatto nella formazione artistica di Winckelmann, capolavori non solo di archeologia classica greco-romana ma anche di arte egizia ed etrusca fino al Rinascimento. Un omaggio che i Musei Vaticani hanno voluto rendere a questo grande studioso al quale debbono la loro odierna forma strutturale e concettuale. Celebrazione che trova il suo apice nella Sala XVII della Pinacoteca in cui è stata allestita una presentazione del personaggio e della sua epoca, nonché un’esposizione delle sue più importanti produzioni letterarie.

-Giulia Tramet

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DISCMAN 2.0 – A Cuore Pesante

ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!

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Nella seconda stagione di Discman 2.0 ho deciso di spogliarmi davanti ai vostri occhi e di farvi realmente scoprire quello che ascolto ogni giorno della mia vita nonostante si siano rotti gli auricolari.
Finalmente, dopo anni di ascolti, ho dato un senso a quello che ho sempre fatto inconsapevolmente: ascoltare musica del secolo passato, dalla musica dance al cantautorato, dal rock’n’roll alla cumbia.
Ascoltando musica di gente per lo più morta o stagionata, mi sono resa conto che, nel marasma che è la musica a me contemporanea, mi sento di salvare all’incirca 10 nomi su 1000, di cui vi parlerò mentre il nuovo CD gira all’interno del Discman.
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Dieci su mille ce la fanno.
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Ed eccomi, dunque, a parlarvi di Riccardo Sinigallia.
Sinigallia, che i diversamente giovani ricorderanno nei Tiromancino, è un cantante a cui voler bene: due occhi chiari all’ingiù, piercing al sopracciglio ed un cespuglio di capelli ricci e scuri. Sarebbe la descrizione dell’uomo della mia vita, se non fosse che potrebbe benissimo essere, se non mio padre, mio zio.
Ricordo di averlo scoperto per la prima volta al festival di Sanremo, nel lontano 2014, anno dei Perturbazione e di Zibba: con “Prima di andare via” ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!
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È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva

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Sebbene di lui non si abbiano molte tracce, è riuscito a far sapere a tutti che ha scritto un nuovo disco e che presto lo farà ascoltare in tutta Italia.
E così, il 14 settembre 2018 esce Ciao cuore: 9 tracce e una chitarra che non suona più la stessa musica.
Ad oggi, Sinigallia non è pop, nè alternativo, nè rock: Sinigallia è Sinigallia, e Ciao cuore non è un disco facile da comprendere, o almeno non lo è stato per me.
È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva che si rivela quello più vero, con mille cose da dire ma che non ha mai il coraggio di fiatare, fino a quando non trova la persona giusta. E la pubblicazione dell’album descrive esattamente questo: l’arrivo della persona giusta che lo ha spinto a cantare di nuovo e non solo a produrre gli altri; lo ha spinto a mettersi in gioco, ad innovarsi e accantonare la chitarra acustica per dedicarsi ai suoni elettronici, ad essere aggiunto nuovamente nella playlist di Spotify “Indie Italia”… qui ci sarebbe molto da dire, ma non voglio tediarvi più di tanto.
Nonostante la voglia di mettersi in gioco, Ciao cuore rimane un disco ermetico, difficile da interpretare al primo ascolto ma anche dopo: un senso di insoddisfazione rimane nelle orecchie, perché senti di non aver capito tutto quello che aveva da dire.
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Gli spartiti e i testi di tutto l’album oscillano tra razionalità e filosofia, hanno la
capacità di far viaggiare la mente altrove e poi farla ritornare nella tua camera,
ricordandoti che le uniche dimensioni esistenti sono lo spazio e il tempo: quando mi interrompi a colpi di realtà.
Filosofia e ragione, un ossimoro, una guerra perpetua nel corso dei secoli: da una parte la filosofia che apre la mente e fa uscire dagli schemi, dall’altra la ragione, un treno che segue i binari e non deraglia mai; e, da un’altra parte ancora, le donne: che siano di destra con le unghie smaltate o che sia Dudù, all’interno dell’album passeggiano donne da una traccia all’altra, senza pensieri, leggere.
Donne anche sul palco, la sua donna sul palco: la compagna che da sempre è al suo fianco, che lo ha sostenuto sia con il basso che con il cuore, la stessa donna che guarda intensamente negli occhi mentre la chitarra suona: una sinfonia perfetta, colonna sonora dell’incontro di due cuori complementari, del mondo moderno in
equilibrio tra la pace e l’amore vero… “seh, ciao cuore!”
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-Caterina Calicchio

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Madri e figli alla festa del cinema di Roma

Kursk, My Dear Prime Minister, Boy Erased, sono alcuni dei film in concorso alla tredicesima Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre) che abbiamo seguito per CulturArte. Nelle tre pellicole citate emerge in vari modi la forza del legame tra madri e figli, tre progetti culturalmente molto lontani ma che evidenziano l’universalità del rapporto più forte al mondo.

Filo rosso delle tre storie è l’ispirazione a fatti realmente accaduti (Kursk e Boy Erased) o comunque di vita quotidiana (My Dear Prime Minister). Kursk, regia di Thomas Vinterberg, ripercorre la tragica fine dell’omonimo sottomarino russo con le vicende umane delle famiglie dei marinai e gli intrecci diplomatici nei disperati tentativi di salvare l’equipaggio; Boy Erased, diretto da Joel Edgerton, è invece tratto dall’autobiografia di Garrard Conley Boy Erased: a memoir e approfondisce le complicate vite di ragazzi americani omosessuali costretti a terapie di riorientamento sessuale tenute in contesti religiosi; storie molto diverse ma entrambe portate con ottimi risultati sul grande schermo. Cast importante per Kursk con Lea Seydoux, Colin Firth e l’ottima performance da protagonista del belga Matthias Schoenaerts; stesso discorso per Boy Erased con Nicole Kidman e Russell Crowe genitori di un sempre più convincente Lucas Hedges (classe ’96, già candidato per l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 2016 con Manchester by the Sea) e la presenza, pur in un ruolo minore, di Xavier Dolan.

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Discorso a parte invece per My Dear Prime Minister, con regia di Rakeysh Omprakash Mehra, film indiano molto lontano dal nostro mondo occidentale che affronta i disagi quotidiani della bidonville di Gandhinagar, in particolar modo la piaga della mancanza di bagni ed i rischi per le donne di subire abusi. Il film è toccante, i toni quasi da commedia e le scene stile Bollywood che caratterizzano la prima parte sono spazzati via bruscamente dal dramma dello stupro, realtà purtroppo quotidiana in vaste aree del subcontinente indiano, ma trionfa la speranza grazie alle peripezie dei bambini della baraccopoli. Nella gara degli applausi tra i tre film è proprio My Dear Prime Minister a vincere, sincero tributo al regista, presente in sala, da parte di un pubblico commosso e colpito dai dati reali sulla carenza di servizi igienici e numero di stupri riportati a fine proiezione. Come già detto, progetti lontani ed un denominatore comune: il legame indissolubile tra madri e figli. Che la storia sia ambientata nel Mare di Barents, negli Stati Uniti o nelle baracche di una città indiana è poco rilevante; che il figlio abbia 5, 10 o 20 anni è ancora una volta poco rilevante; che la madre sia la perfetta consorte di un predicatore, la sposa di un marinaio o la ragazza madre in una realtà complicata non ha importanza. Madri che lottano per il bene dei loro figli e figli che lottano per il bene delle loro madri (commovente in particolar modo il rapporto singolare in My Dear Prime Minister), personaggi forti e coraggiosi, risoluti nell’affrontare situazioni complicatissime che si presentano nella loro vita, forza morale che però non risulta monolitica ma lascia anzi un notevole spazio allo sviluppo dei personaggi nel corso della storia, componente di formazione che troviamo maggiormente in Boy Erased, da brividi la scena della “fuga” dal centro di riabilitazione. Potente e allo stesso tempo delicata l’interpretazione di Lea Seydoux in Kursk, donna autrice di gesti forti in un clima politico teso, tempra che dimostrerà anche il figlio nel drammatico momento dell’ultimo saluto al padre; quest’ultimo film merita inoltre una menzione a parte per la caratterizzazione maggiormente approfondita di tutti i personaggi che ruotano intorno al nucleo principale e la capacità di valorizzare i due piani narrativi con la stessa forza, le vicende in mare e la battaglia delle famiglie; ancora un appunto positivo per la pellicola di Vintenberg per quanto riguarda la fotografia e le colonne sonore.

BOY ERASED

Le donne di cui abbiamo parlato comunicano il messaggio forte di madri che conservano la loro individualità e che non sono subalterne a nessuno, sono storie di coraggio, di teste che non si piegano e lottano per ciò che sentono giusto, ma allo stesso modo sono storie di figli che crescono in fretta ed assumono ruoli determinanti in queste vicende. Emerge essenzialmente questo indissolubile legame di sostegno reciproco tra madri e figli, in ogni tempo ed ogni luogo, comunque lo si guardi, unico.

 

-Gabriele Russo

 

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DISCMAN 2.0 – Come vuoi chiamarlo questo “Tormentone”?

 

Ben ritrovati con la rubrica bi-settimanale di musica più bella che ci sia: ben ritrovati su Discman 2.0. L’anno scorso mi hanno rimproverato il fatto che scrivessi articoli come se stessi facendo “quattro chiacchiere al bar con gli amici”. Ecco, nonostante sia proprio quello che voglio far intendere, cioè parlare con amici immaginari, quest’anno ho deciso di scrivere come si deve. O almeno ci provo.

Il primo pezzo di quest’anno parla di un cantautore conosciuto per caso nel 2016: Scarda. Con la voce graffiante, tipica da uomo del sud (e per sud si intende da Roma in giù) e una sensibilità che pochi ormai conservano, Scarda è il cantautore classe 1986 che il  27 ottobre 2018 potrete ascoltare in concerto a Largo Venue (RM). Per di più Scarda è il cantautore che, da quando sono a Roma, mi ha preso per mano e mi ha aiutato ad affrontare qualsiasi situazione: il terremoto, gli attacchi nostalgici, prendere una non relazione con filosofia.

Galeotto fu per me il brano “Io lo so”, un colpo di fulmine a ciel sereno: una canzone che vuole parlare di te, di tutto quello che sei e di tutto quello che non vorresti essere, anche se è la prima volta in vita tua che la ascolti. E tutt’ora, con il nuovo album, continua a voler parlarmi, a rendermi partecipe della vita che va avanti e continua a volermi svelare la verità, anche se nessuno gli ha chiesto nulla. Però almeno lo fa con le parole più belle che si possano usare.

A maggio 2018 mi è capitato di intervistarlo quasi per caso e, dato che tutti ci stavamo chiedendo cosa sarebbe stato il prossimo album, dopo aver ascoltato il primo singolo Bianca, gliel’ho chiesto; la risposta?

Amore, amore, amore!”,  tanto per citare un film a caso.

Ebbene, cari lettori, questo è Tormentone: un disco che parla d’amore. L’amore, però, a tutto tondo: l’amore bello e quello triste, l’amore impossibile e quello che non è mai iniziato. Perché la tristezza è bella quanto la felicità. Perché l’amore, siamo sinceri, non è essenziale, certo, ma a volte è necessario. Tanto per fare un esempio che mi rappresenta, l’amore è come i pomodori secchi: sei consapevole che se te ne mangi uno, devi fare il doppio delle ore in palestra, sei consapevole che sono una bomba ipercalorica con tutto quell‘olio che cola soavemente  sul pane, però dei pomodori secchi non ne puoi fare a meno perché sono la cosa più buona del mondo. Capite, adesso?

È un disco che suona diversamente da quello passato, è un disco nuovo, con più tastiere e un arrangiamento decisamente pop, sebbene la chitarra acustica sia sempre viva e si faccia sentire. Però, nonostante l’innovazione, le parole restano quelle di sempre, vere e genuine: un sorriso, la fine del sole, una schiena illuminata dalla luna piena, una ragazza che nasconde i pensieri tra i capelli sciolti, l’insicurezza dei sentimenti dei giovani d’oggi.

Quindi, voi che potete, andate ad ascoltare questo bel ragazzo sabato 27 ottobre 2018 a Largo Venue. Sicuramente non sarà come vederlo suonare alle due di notte in un locale di San Lorenzo “Disperato erotico stomp” con un bicchiere in mano, però sono sicura che ne varrà ugualmente la pena.

¡Buena suerte!

 

-Caterina Calicchio

 

 

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Sognando un altro ’68: cosa ci rimane cinquant’anni dopo?

Giovani rivoluzionari, visionari e pieni di speranza. Sognatori.
Sono questi i protagonisti dei 171 scatti che l’AGI, in collaborazione con altri archivi fotografici della stampa straniera, ha voluto portare all’attenzione del pubblico allestendo la mostra fotografica “Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”, fino al 7 ottobre al Museo di Roma in Trastevere.

Numerosi anche i filmati originali che ricostruiscono i momenti cruciali, nonché le prime pagine dei giornali dell’epoca e una piccola esposizione di memorabilia (un juke boxe, un ciclostile, una macchina da scrivere Valentine, la Coppa originale vinta dalla Nazionale italiana ai Campionati Europei, la maglia della nazionale italiana indossata da Tarcisio Burgnich durante la finale con la Jugoslavia e la fiaccola delle Olimpiadi di Città del Messico).

Il 1968 è stato un anno di svolta per l’Italia e per il mondo: cinquant’anni fa nacque una nuova concezione di guardare al futuro e alla società, cercando di far cambiare le cose partendo dal basso, dalle piazze e dalle università. Un nuovo modo di intendere il costume, le relazioni e il ruolo anche simbolico che lo sport ebbe in quell’anno.
Una parte della mostra è proprio dedicata al Maggio Francese (netto è il riferimento al film cult di Bernardo Bertolucci “The Dreamers” all’interno del titolo della mostra stessa) e non si può non rimanere impressionati dalle foto che ritraggono ragazze e ragazzi nelle strade di Parigi che manifestarono non solo per cercare di cambiare il sistema scolastico allora vigente ma anche di fianco agli operai che chiedevano migliori condizioni salariali e contrattuali. Tornando con lo sguardo in Italia, rare e toccanti sono le foto d’epoca che ricostruiscono i cosiddetti fatti di Villa Giulia, dai quali si scatenò un serio dibattito pubblico su come si dovesse affrontare quel determinato bisogno di richieste di “modernità”, in particolare la mostra ci ricorda la lettura che Pier Paolo Pasolini diede di quel momento ponendo il visitatore davanti ad un pannello dove è riportata la trascrizione diretta della poesia “Il Pci ai giovani” pubblicata sull’Espresso il 16 giugno di quell’anno.

Dagli studenti, alla cultura di massa, passando dai personaggi che contraddistinsero quegli anni: da Martin Luther King Jr. a Bob Kennedy senza dimenticare le “Olimpiadi dei Pugni neri” di Messico ’68 e la rivoluzione musicale portata avanti dal rock e dal folk impegnato. Interessante è la sezione che ripropone scatti d’epoca dei maggiori personaggi della musica, del cinema e della cultura italiana che non rimasero immuni al cambiamento che quell’anno coinvolse ogni angolo della società italiana e del quale alcuni si fecero importanti portavoce.

Ma lo scopo principale della mostra è ben chiarito proprio all’inizio: “Dreamers è una mostra sul futuro. Una strada per ricominciare a sognare”.
Per chi ha vissuto quel determinato periodo è come tornare indietro di decenni grazie ad una macchina del tempo che, tramite le foto e i video d’epoca, trascina con sé ricordi di una vita passata e di persone con le quali si è vissuto un determinato momento; è stato bello vedere come molta gente fosse pervasa dalla malinconia, dal ricordo che scaturiva da una determinata foto o da un racconto contenuto in un documento all’interno della lunga linea temporale che è la mostra stessa.
Per tutti quelli che come me non hanno vissuto quegli anni è un modo per comprendere direttamente e senza filtri un momento cardine della nostra storia, per capire quello che siamo oggi grazie a quegli avvenimenti che cinquant’anni fa sconvolsero l’Occidente e soprattutto per imparare a ricominciare a sognare anche nel 2018.

Per ricominciare a credere che un mondo nuovo e migliore sia possibile costruirlo con le nostre forze.
#dreamers68

 

 

-Lucilla Troiano