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“L’ALTRO SGUARDO” SULLA FOTOGRAFIA FEMMINISTA. FOTOGRAFE ITALIANE 1965-2018.

La mostra raccoglie una selezione di oltre 200 fotografie e libri fotografici della collezione Donata Pizzi; presentata per la prima volta alla triennale di Milano nel 2016 e nata in collaborazione con MUFOCO – Museo di fotografia contemporanea di Milano, viene proposta ora al Palazzo delle Esposizioni dall’8 giugno al 2 settembre. A cura di Raffaella Perna e promossa da Roma Capitale-assessorato alla crescita culturale, vediamo riunite opere di oltre 70 autrici appartenenti a contesti storici ed espressivi diversi, con lo scopo di favorire un riconoscimento a quelle che , ad oggi, sono considerate le più originali interpreti nel panorama fotografico italiano dagli anni ’60-70. Le fotografe tornano a lavorare su tematiche identitarie, come già successo negli anni ’60, ma con una sperimentazione stilistica diversa sulle proprietà della fotografia, questo dovuto in parte anche alle nuove “leve” come Anna di Prospero (sua la fotografia scelta come copertina della mostra) che guardano a queste tematiche con uno sguardo più moderno.

Le opere della collezione testimoniano momenti importanti della fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio; da queste opere riaffiorano i mutamenti concettuali,estetici e tecnologici che l’hanno caratterizzata. La centralità del corpo e delle sue trasformazioni, il rapporto tra memoria privata e collettiva, il vissuto quotidiano e familiare, questi sono i temi che legano tra loro immagini appartenenti a decenni e generi differenti, dai reportage a quegli scatti puramente sperimentali.

Suddivisa in 3 settori dedicati, rispettivamente, alla fotografia di reportage dentro le storie dove ogni fotografia affronta quelli che sono stati i drammi che hanno afflitto il Paese, ma anche opere che riguardano la cultura nazionale e la vivacità del clima italiano dagli anni ’60 ad oggi. La seconda sezione cosa ne pensi tu del femminismo? accosta l’immagine fotografica, simbolo di quel mezzo che è stato per anni di proprietà del mondo prettamente maschile, al pensiero femminista, troppo spesso fonte di critiche. Terza ed ultima sezione vedere oltre si occupa di raccogliere quelle fotografie sperimentaliste basate sulla ricerca delle potenzialità espressive del mezzo. Verrà proposto inoltre il documentario parlando con voi prodotto da AFIP International (associazione fotografi professionisti) e Metamorphosi Editrice.

Concludo con alcune parole dell’artista Anna di Prospero riguardo la sua opera Central Park #2: “Quest’opera fa parte di un progetto iniziato 10 anni fa sulla relazione tra i luoghi e le persone. Ritengo che lo spazio che ci circonda sia fondamentale nel riconoscimento di un’identità sia collettiva che individuale, non a caso la mia prima serie fotografica è nata in casa mia, dove per tre anni ho fotografato tutti i giorni gli stessi spazi per creare un legame, appunto, con tali spazi. Il progetto è andato avanti cercando, in luoghi a me sconosciuti, quel legame che unisce la propria identità a quella del luogo specifico. L’opera in questione è un autoritratto scattato a Central Park; come quasi in tutti i miei ritratti c’è la scelta consapevole di lasciare il volto coperto per creare una immedesimazione tra lo spettatore ed il soggetto fotografato”.

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-Francesco Di Pasquale

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“Cause for every lost soul there’s a blender to love”

Cotto e Frullato è stata una delle webseries italiane che ho seguito con più piacere nel corso degli anni, vuoi perché non sembra amatoriale sotto molti punti di vista, vuoi perché non copia spudoratamente la serie britannica Misfits.
Il format è quello tipico dei programmi di cucina ma ogni ricetta è destinata a finire in un frullatore e ad essere bevuta anziché mangiata. Col passare degli episodi poi si era sviluppata una trama orizzonta molto interessante: infatti gli stessi spettatori su YouTube facevano parte della serie, i personaggi con i loro profili personali andavano a commentare gli episodi facendo sì che lo sviluppo della trama non si limitasse alla sola durata dell’episodio ma continuasse a livello social. Inoltre il fatto che alcuni attori come Maurizio Merluzzo o anche il regista Paolo Cellammare abbiano interpretato loro stessi fa cadere la quarta parete e dona un forte senso di realismo (molti spettatori caddero a tal punto nel meccanismo da credere Maurizio veramente morto) pur se mitigato dalla presenza di elementi fantastici.
Dopo la prima stagione, conclusasi nel 2013, ne è seguita una seconda nel 2015 che ha avuto uno sviluppo molto particolare: il quinto episodio termina con un cliffhanger che sfonda di nuovo la quarta parete, poiché la richiesta di un riscatto è in realtà una campagna di crowdfunding per realizzare un film conclusivo. Con Cotto e Frullato Z: The Crystal Gear si compie il balzo da YouTube al grande schermo. Il film è da poco uscito in DVD e questo ha permesso ai fan che si erano persi le proiezioni-evento nelle varie sale italiane, tra i quali, ahimé, io, di scopire la fine delle vicende di Maurizio. Ora che ho potuto vederlo posso finalmente parlarvene.

Innanzitutto c’è da dire che la mole di rimandi sia a vari registi – come la sequenza che grazie al montaggio frenetico ricorda Requiem For A Dream di Darren Aronofsky – sia agli episodi della serie, con l’aggiunta delle classiche gag di Maurizio e altri elementi grotteschi ricorrenti, porterà i fan ad apprezzare la pellicola con molta facilità. Io però voglio fare un’analisi leggermente più approfondita. C’è da fare un plauso alle interpretazioni di Maurizio Merluzzo e Gianandrea Muià (che forse qualcuno conoscerà per il suo canale di doppiaggio Orion – Web Dubbing), veramente impeccabili; gli altri ricadono ancora in una performance troppo “amatoriale” e si crea in tal senso un contrasto non molto piacevole all’interno della pellicola. In ogni caso la scrittura dei personaggi non mi è dispiaciuta, il problema sta, secondo me, solo nelle interpretazioni appunto. Anche la vicenda è molto scorrevole, si segue con piacere e ha quell’aggiunta di fantastico – il Crystal Gear – che non stona per niente ma anzi si adatta benissimo all’universo di Cotto e Frullato. Si fanno apprezzare le musiche, tra le quali spicca Bestie di Seitan  dei Nanowar Of Steel, ma anche gli altri brani non sono da meno.
Concludendo, rimane una pellicola godibile, Paolo Cellammare ha dimostrato di saper realizzare un discreto prodotto e sicuramente in futuro saprà offrirci anche di meglio, rimango speranzoso e continuerò a supportare i suoi lavori perché il cinema indipendente, se valido, va sempre supportato.

 

 

-Matteo Verban

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FOTOGRAFIA E GIORNALISMO: LE IMMAGINI PREMIATE NEL 2018

Il premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo: ogni anno, da più di sessant’anni, una giuria indipendente formata da esperti internazionali è chiamata a esprimersi sulle migliaia di domande di partecipazione provenienti da tutto il mondo alla sede della Fondazione ad Amsterdam.

La mostra del World Press Photo 2018, tenutasi in prima assoluta italiana a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni dal 27 aprile al 27 maggio, ha suddiviso i lavori in otto categorie (tra cui la nuova categoria sull’ambiente) e nominato 42 fotografi provenienti da 22 paesi. Tra i vincitori anche 5 italiani: Alessio Mamo, 2° nella categoria People – singole; Luca Locatelli, 2° nella categoria Environment – storie; Fausto Podavini, 2° nella categoria Long-Term Projects; Giulio di Sturco, 2° nella categoria Contemporary Issues – singole; Francesco Pistilli, 3° nella categoria General News – storie. 307, in totale, le fotografie nominate nelle otto categorie.

La foto dell’anno, scelta nella categoria Spot News, è di Ronaldo Schemidt (Caracas, 1971), fotografo venezuelano dell’Agence France Presse: l’immagine ritrae José Víctor Salazar Balza, 28 anni, durante gli scontri con la polizia antisommossa in una protesta contro il presidente Nicolás Maduro a Caracas, in Venezuela, il 3 marzo 2017. Magdalena Herrera, presidente della giuria e photo editor di Geo France, ha così commentato la fotografia vincitrice: «È una foto classica, ma che possiede un’energia fortemente dinamica. I colori, il movimento e la forza della composizione trasmettono un’emozione istantanea».

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Title: Venezuela Crisis © Ronaldo Schemidt, Agence France-Presse

La fiammata che sembra quasi fuggire assieme al ragazzo, la luce che si irradia — tanto vivida da sembrare irreale — sulla parete vicina e sui muscoli in tensione rendono questo scatto un potente mezzo di comunicazione, che illumina le coscienze di chi lo osserva. Un scena che siamo abituati a vedere nella finzione delle serie tv e dei film d’azione, ma che in questo contesto ci colpisce con la sua verità e ci riporta violentemente nel mondo reale, in un magnetismo che rende impossibile smettere di guardarla.

 

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Title: Rohingya Crisis © Patrick Brown, Panos Pictures, for Unicef

Le salme di un gruppo di profughi rohingya morti durante il naufragio della barca su cui viaggiavano per fuggire dalla Birmania: la foto, scattata il 28 settembre 2018 a Inani beach, vicino a Cox’s Bazar, in Bangladesh, mostra piccoli esseri sotto dei teli, su un prato lucido e verde. La cruda bellezza di questa foto sta nella percezione dei corpi sotto il tessuto sgargiante che, bagnato, si attacca sulla pelle dei profughi come il panneggio di una scultura. Ormai disumanizzati nella rigidità della morte e velati, i cadaveri sembrano quasi dei manichini, conferendo ancora più terrore e gelo alla scena.

 

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Title: Boko Haram Strapped Suicide Bombs to Them. Somehow These Teenage Girls Survived. © Adam Ferguson, for The New York Times

Il soggetto è una bambina di 14 anni, Aisha, che a Maiduguri, in Nigeria, il 21 settembre 2017 riuscì a scappare dai miliziani Boko Haram che l’avevano rapita. I pochi colori cupi e la simmetria cercano di trasmettere tutta la paura e la dignità di una sofferenza inimmaginabile. La ragazza ci viene presentata così, con la parte superiore del volto nascosta e dunque senza identità, privata di essa dalla violenza che ha visto; le sue labbra però accennano un sorriso, forse la speranza di un futuro migliore.

 

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Title: Witnessing the Immediate Aftermath of an Attack in the Heart of London © Toby Melville, Reuters

Una donna ferita da un’auto che ha investito i pedoni sul ponte di Westminster a Londra, il 22 marzo 2017. Il suo sguardo sgomento e interrogativo ci trafigge: sono gli occhi di una donna che in un secondo ha visto crollare tutte le certezze del mondo in cui vive. La città, il lavoro, gli impegni, il cellulare e tutte quelle piccole cose che l’occidentale medio vive ogni giorno vengono polverizzate in un terribile istante che rende la realtà simile a quella di una zona di guerra, lontana dai pensieri e dagli occhi di qualsiasi comune abitante londinese. E più che il terrore rimane la confusione; l’unico punto fermo che rimane è il braccio di un altro essere umano. E la domanda: «Perché?».

 

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Title: The Battle for Mosul – Lined Up for an Aid Distribution © Ivor Prickett, for The New York Times

Gli abitanti di Mosul fanno la fila per ricevere cibo mentre sono in corso gli scontri per liberare la città dai miliziani del gruppo Stato islamico, 15 marzo 2017.

«Tutti in fila indiana»: quante volte lo abbiamo sentito dire alle scuole elementari? I bambini che eravamo si mettono a correre e si posizionano, è anche quello un gioco. Questo è ciò che ci evoca, questo è ciò che abbiamo conosciuto. Per la bambina al centro della composizione però il ricordo di questa fila sarà completamente diverso, unico volto libero visibile nella fila femminile in primo piano. In secondo piano, come delle colline in lontananza vediamo la fila degli uomini, dove altri bambini avranno la stessa incertezza, lo stesso timore e la stessa speranza.

 

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Title: The Battle for Mosul – Young Boy Is Cared for by Iraqi Special Forces Soldiers © Ivor Prickett, for The New York Times

Un bambino, ferito durante gli scontri a Mosul tra l’esercito iracheno e i miliziani del gruppo Stato islamico, 12 luglio 2017. Lo scatto è semplicemente disarmante: l’incrocio di sguardi mancato dei soldati, il divenire che suggeriscono i movimenti, l’uomo al centro con il corpicino nudo in braccio attorno a cui si svolge la tensione, l’arto libero che si leva come ad esortare la ricerca di una soluzione o forse anche solo un attimo di pace generano una composizione che richiama quasi a una tela di Caravaggio. Una rappresentazione caotica ma plastica di un istante aberrante e drammatico.

 

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Title: More Than a Woman © Giulio Di Sturco

3 febbraio 2017: il Dottor Suporn Watanyusakul mostra alla paziente Olivia Thomas la sua nuova vagina dopo un intervento chirurgico di riassegnazione del genere in un ospedale di Chonburi, vicino a Bangkok, in Thailandia. Trapela una velata ironia in questo splendido scatto: l’espressione perplessa della ragazza, curiosa su tutto ciò che potrà vivere con il suo nuovo corpo, quello che probabilmente ha sempre desiderato. Stupenda la femminilità dei gesti e del volto in contrapposizione alla struttura massiccia e ancora vagamente mascolina del suo corpo, a testimonianza vivente che la femminilità è molto più di uno stereotipo.

 

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ENVIRONMENT STORIES Title: Hunger Solutions © Luca Locatelli, for National Geographic

2 ottobre 2016/marzo2017. L’innovativa pratica agricola nei Paesi Bassi ha ridotto la dipendenza dall’acqua per le colture chiave e ha diminuito drasticamente l’uso di pesticidi chimici e antibiotici. Nella Food Valley, un cluster in continua espansione di start-up focalizzate sulla tecnologia agricola e fattorie sperimentali, si studiano e si cercano di applicare possibili soluzioni alla crisi della fame nel mondo. Il paesaggio agricolo, ormai antropico, spaventa per la sua forma completamente nuova e legata indissolubilmente al cambiamento epocale che la nostra specie sta vivendo ma non riesce a non apparire meraviglioso, di una nuova forma di bellezza che possiamo ancora esplorare.

 

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Title: Lives in Limbo © Francesco Pistilli

12-17 gennaio 2017: la chiusura della cosiddetta “rotta balcanica” verso l’Unione europea ha bloccato migliaia di rifugiati che tentavano di viaggiare attraverso il paese per cercare una nuova vita in Europa. Molti hanno trascorso il gelido inverno serbo in magazzini abbandonati dietro la stazione ferroviaria principale di Belgrado. Un solo volto, molti corpi: tutti grigi, tutti avvolti in attesa di un futuro diverso, di una vita al sicuro, nella speranza di passare la frontiera o anche solo di passare la notte. L’immagine, anche per posizione, evoca un’attesa simile a quella di un nascituro dentro l’utero.

 

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Title: Omo Change © Fausto Podavini

24 luglio/24 novembre. La regione della Valle dell’Omo, in Etiopia, è un ambiente naturale estremamente fragile che ospita circa 200.000 abitanti di molti gruppi etnici diversi. Il territorio sta cambiando rapidamente a seguito della costruzione della diga Gibe III, che sta avendo un grave impatto ambientale e socio-economico sulla regione. In questo scatto sono ritratte due ragazze dalla bellezza perturbante, disarmante, diversissima dai canoni occidentali ma che comunque colpisce l’osservatore ad ogni livello con la sua verità e la sua spontaneità; i ricami tribali sulla pelle cozzano con gli abiti occidentali, che sembrano mirare alla pura trasformazione di un corpo in un oggetto erotico di consumo.

 

L’esposizione del World Press Photo 2018 non è soltanto una galleria di immagini sensazionali ma è soprattutto un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo. Il suo carattere internazionale e le centinaia di migliaia di persone che ogni anno nel mondo visitano la mostra sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche per raggiungere livelli altissimi e immediati di comunicazione.

Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, la mostra è ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography. La World Press Photo Foundation, nata nel 1955, è un’istituzione internazionale indipendente per il fotogiornalismo senza fini di lucro. Il World Press Photo gode del sostegno della Lotteria olandese dei Codici postali ed è sponsorizzata in tutto il mondo da Canon. L’Azienda Speciale Palaexpo è un ente strumentale della città di Roma che si propone oggi come uno dei più importanti organizzatori di arte e cultura in Italia e gestisce il Palazzo delle Esposizioni, il Macro e il Mattatoio per conto di Roma Capitale. Il 10bphotography, partner della fondazione World Press Photo, è un centro polifunzionale interamente dedicato alla fotografia professionale. Si propone di mettere a disposizione del territorio l’esperienza e le relazioni costruite nel tempo, con l’obiettivo di portare a Roma e in altre città italiane il più grande e più prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale. Internazionale, media partner della mostra, è un settimanale italiano d’informazione fondato nel 1993 che pubblica i migliori articoli dei giornali di tutto il mondo.

 

 

 

-Alessandra Testoni

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DISCMAN 2.0 – #16 MOCIpenso e vi dico

Da venerdì 22 giugno Roma e il mondo intero hanno un nuovo brano da ascoltare e un nuovo video da guardare: Fugazi
«Cosa sarebbe Fugazi, Caterina?» Fugazi è il secondo singolo di Moci, cantautore romano agli esordi.

Dopo Perso, biglietto da visita per il pubblico, il nostro caro Marco ci regala una chitarra toccata piano e una voce da bambino che racconta di una fuga, del sonno perenne, di un cielo logorroico che non viene ascoltato.
Una ninna nanna moderna per tutti  quegli adolescenti che si credono già adulti, esattamente quello che serve per provare a uscire vivi da due fuochi che ardono e ti consumano: l’adolescenza e la maturità. È una melodia lieve per addormentare quel turbinio di pensieri ed emozioni che frullano in testa.

Che poi, si sa, nel momento in cui ti metti a letto e non ti addormenti entro i 2 minuti è la fine: cominci a pensare al ragazzo che ti piace che chissà cosa starà facendo adesso, agli esami che devi dare tra una settimana e alla sessione che sembra non avere fine − e alla prova costume che anche quest’anno si fa l’anno prossimo puntando nuovamente, purtroppo per voi, sulla simpatia. Si comincia a pensare che “la vita è puttanella” e che il karma ti sta punendo perché in un’altra vita sarai stata la nipote di Pablo Escobar.
Ma soprattutto pensi al fatto che c’è gente, come Moci, che alla tua stessa età scrive canzoni, vince concorsi e l’8 luglio suonerà al Roma Brucia a Villa Ada, mentre tu ti fai delle domande e ti rispondi da sola, incarnando alla perfezione la figura dell’esaurita che sei − cioè sono. Però che ci vuoi fare, per questa vita è andata così… e magari nella prossima nascerò gnocca come Sophia Loren e con la voce di Mina.
Bene, per oggi la dose di negatività è sufficiente: e pensare che tutto è partito da una ninna nanna.  

Con la speranza che i dischi prodotti da Sbaglio Dischi non siano veramente sbagliati vi auguro un’estate piena di notti d’amore, musica e concerti, piena di pennichelle e nuotate… Io evito di dirvi in quale mare sto navigando in questo momento.
Mando un bacio a labbra salate a tutti voi.
A presto.

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #15 All’IMBRUNIRE, ci divertiremo

Non ho mai creduto nelle conoscenze virtuali. Forse perché sono “vecchio stampo” e ho bisogno di avere davanti una persona in carne e ossa cui poter stringere la mano o tirare uno spintone se dice qualcosa di sbagliato; qualcuno con cui poter parlare di ciò che è la vita e di ciò che era, con cui commentare il nuovo governo, il ciuffo di Trump o il nuovo modo di fare musica… magari in compagnia di una birra. Cinque mesi fa, però, è successo che un certo Limbrunire Fra, dall’immagine del profilo cupa e sospetta, mi contatta dicendomi che ha letto il mio articolo su Colapesce e che gli piacerebbe essere protagonista di un mio articolo (pensa te, che culo!). Quindi, detto fatto, ve lo presento subito: lui è Francesco, per il resto del mondo Limbrunire, vive vicino La Spezia, tra le Cinque Terre e la Versilia, è ghiotto di noci e, nonostante scriva da circa 15 anni, “la canzone più bella deve ancora scriverla”.
Non so dirvi se è alto, basso, bello o brutto perché non ci siamo mai incontrati e in ogni caso mi interessa poco: so dirvi però che nelle sue canzoni, in ogni singola nota o parola, ci mette l’anima e il cuore. E che l’ultimo lavoro in uscita, La spensieratezza è esattamente questo: un connubio di sentimenti, di batticuore, di ricordi e dell’essere consapevoli che la vita ormai non ha più colori, ma è grigia e cupa; con sonorità a metà tra Battiato e Cosmo, con parole semplicissime ma allo stesso tempo ricercate, Limbrunire si lascia andare e suggerisce anche a noi di farlo. 

A voi la sintesi di tutto quello che ci siamo detti per 5 mesi, passando dalla carbonara a Little Tony. A voi, lo spensierato Limbrunire. 

 

In due parole: chi è Limbrunire? 

Fra: Limbrunire è un semplice ragazzo cresciuto a pane e musica, curioso della vita, assetato di scoperta. È un ragazzo che cerca di dire la sua dopo anni d’interrogativi, studio e ammirazione per chi ce l’ha fatta.

Cosa racconta la tua musica, il tuo nuovo lavoro in uscita l’8 giugno? 

Fra: La mia musica racconta ciò che eravamo e quel che abbiamo, alterna momenti di riflessione nostalgica — ma mai malinconica — e parallelismi contemporanei, ipotesi possibiliste, idiosincrasie e schietta quotidianità accompagnata da una giusta componente ironica.

Chi o cosa è la tua fonte di ispirazione? E come o chi vorresti diventare? 

Fra: La mia fonte d’ispirazione non ha regole precise o iter prestabiliti, sono un grande osservatore quindi ho incipit sensoriali perennemente attivi verso ciò che mi circonda. Leggo molto, mi aiuta ad aprire la mente e a fidelizzare immagini, anche se ultimamente, ahimè, non riesco a farlo come vorrei. Alle volte prendo appunti e li lascio lievitare: spesso trovo melodie interessanti mentre sono alla guida, capita spesso che prenda l’auto solo per girare ore e ore senza meta. Mi piacerebbe diventare o invecchiare come Jovanotti, Sting o Tiziano Terzani, gente che ha trovato un’equilibrio stimabile e il giusto compromesso all’esistenza nell’essenza. Mi piacerebbe scrivere un libro, o forse più di uno e magari un giorno proporre una mia personalissima mostra fotografica.

Mi hai parlato di un vecchio gruppo in cui suonavi, completamente diverso da quello che è adesso il tuo stile: perché questa svolta improvvisa?

Fra: Avevo un un gruppo rock-pop, si chiamava Trenet, composto da Francesco Zanetti, mio attuale batterista nei live e Giacomo Spagnoli, amico fraterno e attuale bassista di Francesco Gabbani. Con loro ho attraversato momenti di crescita significativi: siamo arrivati secondi al Premio Lunezia 2009 tra le “Nuove Proposte”; abbiamo inciso un disco ai Drum Code Studio, dove prima di noi avevano registrato i Marlene Kunz; abbiamo avuto il piacere di girare un videoclip agli ordini di Daniele Barraco (fotografo e videomaker di Francesco De Gregori, tra i tanti); abbiamo sfogato la nostra incoscienza su diversi palchi, tra i quali quello della F.I.M. di Genova, arrivando infine ad aprire un concerto di Morgan. A quel punto ho sentito la necessità di sperimentare altre sonorità, di battere nuovi sentieri, e la band mi limitava nella fase produttiva: non è facile spiegare ad altri due musicisti, seppur bravissimi, le proprie idee. Da solo ho accorciato le tempistiche e ciò che ho in mente lo butto giù di getto adottando tecniche “d’artigianato” e un successivo lavoro di cesello in fase di post-produzione.

Cosa dai alla musica? E cosa la musica ti dà?

Fra: La musica per me È. Mi tiene a galla! È la ciambella di salvataggio in mare aperto e allo stesso tempo l’onda che arriva nelle giornate di secca, dove fai a gara con gli amici per entrarci dentro; è la scintilla che m’accompagna dal mattino alla sera e oltre. Non è un’alternativa: è la certezza che comunque vada continuerò a dedicarle attenzione maniacale, così come fa il centauro con la sua Harley. Non sono semplici note, parole, ritmo tribale o soave leggerezza: è passione mistica, armonia e sudore, è una spinta ad andare, l’autoscontro e lo zucchero filato, è un sax che suona sotto i portici e il vento tra i capelli su una Pagoda del ’70. È comunicazione, è sinergia, è chimica. È un flusso continuo e uno spirito libero. È coraggio, dedizione e pazienza.

Qual è il tuo stato d’animo, ad oggi? 

Fra: A oggi sono determinato più che mai e pronto… ma ovviamente anche un po’ teso: provo quella giusta tensione che si ha prima del gran debutto, lo stomaco chiuso la notte prima della maturità. Non vedo l’ora di sapere che ne sarà di me dopo questo turbinio d’emozioni. Quel che è certo è che continuerò a scrivere nuove canzoni, perché per me non è un traguardo bensì un punto di partenza dal quale evolvere e migliorare.

 

 

-Caterina Calicchio.

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Hiroshige: visioni di un Giappone lontano

C’era un tempo in cui Giappone non significava solo manga e All-you-can-eat; un tempo, quello dell’impero Edo (1600-1868) — nome che indicava l’attuale città di Tokyo — in cui il Paese del Sol Levante, nonostante il suo regime di estremo isolamento e repressione, creò le basi per un’arte che avrebbe ridefinito non solo le regole dello stile di molti artisti giapponesi, ma anche influenzato pittori europei come Degas, Klimt e Van Gogh. Proprio quest’ultimo affermava: «Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere […]. Le loro opere sono semplici come un respiro, i giapponesi riescono a creare figure con pochi tratti, ma sicuri, con la stessa facilità con la quale noi ci abbottoniamo il gilé».

È proprio questo il segreto e forse la genialità degli artisti della Ukiyo-e, movimento artistico dell’impero di Edo che rese possibile l’estro di maestri come Utagawa Hiroshige (1797-1858), in mostra alle Scuderie del Quirinale fino al 29 Luglio 2018. L’Ukiyo-e, letteralmente “immagine del mondo fluttuante”, è un termine buddhista che indica l’illusorietà della realtà terrena a cui il saggio non deve attaccarsi; una dimensione unica, quella dei piaceri della vita, rappresentativa di quell’energico mondo giovanile che nel tardo Settecento incombeva nelle città sviluppate di Edo, Kyoto e Osaka. È proprio questa energia che si percepisce nelle innumerevoli silografie che Hiroshige ha realizzato nel corso della sua vita. È la forza dei loro tratti, netti e sicuri, che ritraggono il Giappone nella sua quotidiana misticità. Ne è un esempio la serie di silografie Le cinquantatré stazioni di Tōkaidō (1832) in cui il maestro scova paesaggi e personaggi di un Giappone nascosto, quello della route Tōkaidō, arteria principale dell’impero Edo che, partendo da Kyoto e giungendo alla capitale, toccava gran parte del Paese. Quelli di Hiroshige sono veri e propri scorci che, come in una fotografia, mostrano senza filtri la vita dei viaggiatori delle stazioni di sosta, ora intenti ad attraversare un ponte in piena bufera, ora costretti a sopravvivere al gelo delle nevi nipponiche.

Il tema dei paesaggi viene ripreso più volte dall’artista, fino a giungere alla sua celebre serie le Cento famose vedute di Edo che lo consacrerà maestro dell’ukiyo-e alla pari del già celebre Hokusai. Cento prospettive della città di Edo, ognuna diversa dall’altra per forma e contenuto, che contribuiscono a fornire un’immagine multiforme della complessa capitale giapponese. Sembra di essere scagliati insieme ai protagonisti contro la pioggia che attraversa il ponte Onashi in Scroscio improvviso sul ponte Onashi e Atake, che ispirò lo stesso Van Gogh in Bridge in the Rain (after Hiroshige) del 1887, o di intravedere fra i fiori del Horikiri Iris garden il rosso intenso del calar del sole.

Ancora più stupefacente risulta il modo in cui la natura — soprattutto piante e fiori — riescono a prender vita con Hiroshige: in Fiori e piante delle quattro stagioni fiori di ciliegio e crisantemi gialli, bianchi e rosa invadono un ruscello giapponese che sembra appartenere proprio a quel mondo “fluttuante” a lungo decantato dall’ukiyo-e. Qui la forza della natura viene evocata dal grande artista, come in Carp (koi) dedicata ai guizzanti pesci di fiume: le carpe. A proposito di questi pesci, in uno dei suoi poemi fedelmente riportati sulle pareti dell’ultima sala della mostra, Hiroshige scriverà:

Alla fine
Il suo destino è trasformarsi
In un drago delle nuvole
La forte carpa
che risale il torrente

In Hiroshige tecnica, contenuto e forma coesistono in un armonico spazio a sé. L’ukiyo-e è quella voce fuori dal coro che, con un’eleganza e armonia tipicamente giapponese, impone la necessità di una nuova arte, così di rottura da sconvolgere l’esperienza artistica di molti pittori, europei e non, gettando le basi iconografiche di quella che sarà una delle future industrie più produttive del Giappone: il manga.

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-Daniela Di Placido.

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IL FOTOGRAFO DEL MESE: Robert Doisneau

Immaginiamo una città viva, densa di persone, accesa nel suo brulicante e florido campo di emozioni da cogliere: era probabilmente così che Robert Doisneau percepiva la Parigi del ‘900, dai minuscoli dettagli di una “rue” ombreggiata agli ampi spazi d’una veduta panoramica. Fra i più noti e rilevanti fotografi della storia, Doisneau percorse con il suo lavoro quasi tutto il secolo scorso, imprimendo nelle menti dei contemporanei e dei posteri la sua idea di realtà. Egli affermò che, attraverso la fotografia, era possibile dimostrare l’esistenza di «un mondo in cui si sentisse bene, dove la gente fosse gentile e dove trovare tenerezza». La sua indagine si rivolgeva in primis alle persone: chiunque, incontrato anche camminando per strada, riuscisse a destare in lui particolare curiosità o empatia; quanto agli spazi, perlopiù esterni, essi fungevano da cornice agli scenari di una realtà quotidiana, semplice e spensierata. Doisneau amava far dialogare profondamente individui e luoghi, ricercandovi sfumature poetiche e superando il puro concetto di ritratto. Per questo, viene annoverato fra i maggiori esponenti della corrente dell’umanismo fotografico, di cui fecero parte giganti come Eugène Atget e Henri Cartier Bresson, suoi modelli. Un’indagine sociale, dunque, quella propria dell’universo di Doisneau, che si permea di vitalità grazie ai soggetti scelti per animare gli scatti. Fra i suoi preferiti ricordiamo sicuramente le folle di passanti, i bambini e gli innamorati, come i due giovani amanti della celeberrima “Le baiser de l’hôtel de Ville”, 1950. Immortalò inoltre noti artisti e intellettuali, che non mancò di cogliere sempre in situazioni semplici e quotidiane. Per citare degli esempi: “Les pains de Picasso”, 1952, con Pablo Picasso a tavola, o “Jacques Prévert au guéridon”, 1955, in cui il poeta siede al tavolo di un bistrot con il suo cane ai piedi. Doisneau e Prévert, in particolare, instaurarono un rapporto di stima, amicizia e vivace scambio intellettuale; erano soliti incontrarsi per passeggiare a lungo, anche silenziosamente, facendosi suggestionare dalle mille sfaccettature che Parigi mostrava loro. Questa città, infatti, fu quinta inevitabile per le scene del fotografo, il quale contribuì fortemente a restituirne un’immagine romantica e poetica che conserviamo ancora oggi. Potremmo azzardare dicendo che Doisneau sia riuscito a fissare con nitidezza e serenità quella Parigi sbiadita e “spleenetica” che l’Ottocento impressionista e maledetto aveva trasmesso. Certamente il suo fu un meraviglioso filtro di filantropia e vitalità, semplice come la realtà, sublime come la poesia che vi seppe cogliere.

Les jardins du Champs de Mars, 1944

Le baisier de l’hôtel de Ville, 1950

Les tabliers de la Rue de Rivoli, 1978

La Dame Indignée, 1948

 

-Gioia Toscana De Col.

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CINEMA UNDERGROUND: Harmony Korine, tra underground e mainstream

Esistono artisti con idee e concezioni del mondo alquanto fuori dal comune, che nel corso della loro vita decidono di rappresentare queste loro strane manie senza preoccuparsi affatto del possibile scarso successo ma, al contrario, ponendo particolare attenzione nel creare scandalo tra i fruitori “medi” delle loro opere; esistono altri invece che tentano solo di farsi conoscere, per poter entrare nel grande mondo del cinema mainstream e magari ambire opzionalmente alla celeberrima statuetta dorata; Harmony Korine non appartiene propriamente a nessuna delle due categorie o, per meglio dire, costituisce un caso molto particolare. L’articolo con cui venne inaugurata questa rubrica parlava di Larry Clark, fotografo e regista che ha influenzato tanti artisti attraverso le sue opere prettamente di stampo underground: Korine può essere considerato il “costato” di Clark. Harmony collabora infatti con Clark sin dalla sua prima opera: è lo sceneggiatore di Kids e vi farà anche un cameo; per lui scriverà il famoso e censuratissimo Ken Park; contemporaneamente alle collaborazioni varie però si dedicherà anche alla creazione di una sua filmografia, a partire dal 1997 con Gummo.

La filmografia di Korine può essere suddivisa in due parti. La prima parte è composta da film che seguono la scia tracciata da Clark, rappresentando i sobborghi americani non solo attraverso gli occhi degli adolescenti, ma utilizzando quelli di qualsiasi comunità etnica che li compone. La componente “underground” in questi film è molto forte: tutto ciò che la società considera inusuale viene impresso su pellicola, da storie di finzione altamente disturbanti come Trash Humpers fino a un film — mai completato — in cui lo stesso regista si fa riprendere in giro per New York strafatto di droghe pesanti e intento a farsi picchiare dai passanti. Fa parte di questa categoria anche il film che, secondo la leggenda, gli venne commissionato da Lars Von Trier: Julien Donkey-Boy, il primo ad aderire al Dogma ’95 su territorio extra-europeo. Opera davvero particolare perché Korine sfrutta appieno la situazione per sperimentare con la macchina da presa e, anche se non rispetta tutti i punti imposti dal Dogma, mette in scena un lavoro davvero alternativo e in linea con gli ideali del movimento del cineasta danese. Nella pellicola viene mostrato uno stralcio della vita di Julien, ragazzo schizofrenico che lavora in una scuola per non vedenti, e della sua famiglia, composta dal padre cinico e autoritario, dal fratello desideroso di diventare un wrestler e dalla la sorella messa incinta dallo stesso Julien. Desta particolare interesse l’abilità di messa in scena quasi documentaristica del regista, maturata a partire dalla scrittura di Kids: se però in quest’ultimo la finzione era in un certo senso percepibile, in Julien si fa veramente fatica a credere che siano solo attori. È anche grazie al cast che ciò diventa possibile: abbiamo infatti Ewen Bremner – famoso per aver interpretato Spud in Trainspotting – affiancato da Chloe Sevigny, il regista tedesco Werner Herzog e un’infinità di “freaks” che fungono da contorno al racconto —anche se non si può definire tanto un racconto quanto piuttosto una carrellata di immagini trainate dallo stesso filo conduttore.

La seconda parte della filmografia mantiene spesso e volentieri le caratteristiche tipiche citate poc’anzi, ma in una forma un po’ più attenuata al fine di rendere la fruizione dell’opera più adatta anche alle grandi masse: tra questi spiccano il famosissimo Spring Breakers e Mister Lonely. Se il primo non ha bisogno di presentazioni, il secondo sì: uscito nel 2007, è il primo tentativo di Korine di avvicinarsi quanto più possibile al cinema per le grandi masse. Nella pellicola viene narrata la storia di un sosia di Michael Jackson, definibile anche un Michael Jackson “de Latina”, che fa l’artista di strada a Parigi e che un giorno si imbatte nella sosia di Marilyn Monroe; insieme a lei andrà in Scozia in una comune popolata da soli sosia di vari personaggi, da James Dean a Cappuccetto Rosso. Al contempo seguiremo le vicende di un prete (interpretato di nuovo da Herzog) alle prese con un gruppo di suore che miracolosamente riescono a sopravvivere a qualsiasi tipo di caduta, anche se lanciate da un aereo senza paracadute. Qui è importante sottolineare il contesto che ha portato alla creazione di quest’opera: disintossicatosi da poco e ormai abbandonato da Chloe Sevigny, Korine si sposa con Rachel Korine. Questo film  sembra comunicare la speranza di un posto al mondo per chiunque, anche quando si commettono errori, anche quando si desidera essere qualcun altro: a tutto c’è rimedio, basta crederci veramente per far diventare possibile l’impossibile (e qui la metafora delle suore calza a pennello). Dal punto di vista tecnico, Korine abbandona la pellicola, le registrazioni in VHS e quant’altro e si dedica al digitale, evolvendo e adattando a questo “nuovo” metodo le sue abilità artistiche. Nonostante lo consideri il suo lavoro minore, è comunque una pellicola degna di nota.

In conclusione, Korine è tra quei “giovani” che sicuramente hanno molto altro da raccontare (è già in cantiere un nuovo film con protagonisti Matthew McConaughey e Snoop Dogg e si pensa di diffondere un’essenza alla cannabis in sala durante l’intera proiezione della pellicola, per favorirne il coinvolgimento dello spettatore) e che lasceranno il segno nella storia del cinema contemporaneo. A me non resta che consigliare la visione dei suoi film, affiancati ai lavori di Clark.

 

-Matteo Verban.

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DISCMAN 2.0 – #14 I leoni dei trulli

Come penso avrete capito dopo ben 14 articoli, Roma mi ha adottata, ma la mia mamma è un’altra: la Puglia. Il mio è un paese dell’alta Murgia, nella regione chiamata “la Jamaica italiana”: forse perché siamo un po’ scuretti di pelle, perché c’è un clima perfetto per la crescita di qualsiasi tipo di piantagione o perché abbiamo il sole in fronte (alcuni ne hanno anche troppo). Jamaica forse per la musica: il reggae. In tanti hanno provato a suonare quelle melodie per le quali il sedere si stacca e balla da solo mentre tu sei con una torcia in mano a cercare la bellezza della vita, e tra quelli che ci hanno provato e che continuano a farlo voglio presentarvi un gruppo a cui tengo particolarmente, che ho visto nascere, crescere e… volare. Direttamente dai trulli di Alberobello, i Lion’s Cage.

Per presentarveli al meglio, ho voluto che loro stessi vi parlassero della loro musica e dei loro dread: ecco a voi le mie 4 chiacchiere con Irven, il cantante.

Long live Reggae music, buona lettura.

Comincio col dire che io vi conosco dai tempi della “Giornata dell’arte” del liceo ma non vi ho mai chiesto come mai vi chiamate così. Ebbene, adesso è arrivato il momento: cosa significa Lion‘s Cage? Perché “la gabbia del leone”?

La gabbia del leone rappresenta la vita e ogni suo aspetto, rappresenta l’esperienza, le difficoltà e le gioie: un cammino lunghissimo, anche se la gabbia ci appare piccola e stretta. Il Leone è la gabbia, come la Gabbia è il leone. L’individuo è il mondo, come il mondo rappresenta tutte le realtà che l’individuo si costruisce intorno: la realtà è il riflesso di come ci poniamo ad essa, il prodotto di ciò che vogliamo vedere. Niente è meglio di una gabbia per produrre in qualcuno la sensazione di essere più grande di ciò che si è, per trasmettergli la voglia di aprirla e di fare lo sforzo di lavorare su se stessi per capire quali limiti ci si pone senza nemmeno aver provato!

Perché il pubblico dovrebbe ascoltare proprio voi e non un altro gruppo reggae? Convincetemi.

Il pubblico non dovrebbe ascoltare noi al posto di un altro gruppo reggae… ma potrebbe farlo per curiosità, per distaccarsi dalle solite tematiche che girano intorno alla scena reggae, per la ricerca di un sound differente!

Continuando a parlare dell’immagine, ho notato che quasi tutti avete i dread, siete rastaman: tra le tante cose, condividete tutti il pensiero rastafari o è solo una coincidenza?

Come dico nel brano Dreadlock: «a volte avere i dreadlock è solo una bella acconciatura». Ci sono molti dei temi Rastafariani come libertà, uguaglianza e ribellione che condividiamo sicuramente, ma non sono i soli messaggi che cerchiamo di dare con la nostra musica e con la nostra immagine. Certo, l’acconciatura dà un tocco esotico al gruppo, ma di rastafariano c’è ben poco! Io, ad esempio, sono di una religione che ama la buona volontà ed il fine stesso della vita: l’esperienza.

Cosa rappresenta Real life, questo primo album che avete pubblicato?

Real Life è la rappresentazione tangibile di tutti gli elementi caratteriali, fisici ed energetici della vita terrena: nove step, al settimo si trova la vita reale, l’illuminazione. Ma non è lì che si raggiunge l’apertura della famosa “Gabbia del leone”; vivere la vita reale in tutta la sua purezza lo si può solo con l’esperienza (traccia che chiude l’album). Real Life è l’inizio di un racconto che durerà quanto una vita di cambiamenti, avventure, storie e lezioni che aiuteranno il leone a crescere man mano.

Rispetto all’impronta ska iniziale state andando sempre più verso il “reggae delle 4:20” (permettetemelo). Avete voluto sperimentare o questa è la scelta definitiva?

Il reggae delle 4:20 mi piace, funziona! È un reggae fatto per rilassarsi e pensare, ballare e stare in compagnia di se stessi; siamo cresciuti dai tempi di Bredda Mikael, dando al nostro reggae l’impronta jazz e “pesante” tipica del genere più vicino alle radici che lo caratterizzano. Ma i Lion’s hanno una vena guerriera, ne sentirete delle belle!

Cosa dobbiamo aspettarci da voi? Progetti futuri?

Statene certi! I Lion’s Cage stanno viaggiando nel cosmo in cerca di nuove idee e soprattutto di se stessi, sempre più vicini a un punto saldo e resistente (“un centro di gravità permanente”), avranno come tutti delle difficoltà lungo il cammino, ma sarà in queste che vedranno delle opportunità! Nasce così il secondo album che ti annuncio in anteprima: We Care Of All Dem. Detto ciò, tenete ampi gli spiriti, che vi veniamo a prendere!

 

 

 -Caterina Calicchio.

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LIBRI NASCOSTI: Le maschere di Oscar Wilde

Tra tutte le maschere indossate da Oscar Wilde probabilmente quella di autore di fiabe è la meno nota. Sì, maschere; perché, durante tutta la sua carriera, Wilde non ha fatto altro che fingere di essere chi non era e travestirsi. Non ha forse scritto, infatti, che «dal punto di vista del sentimento la professione dell’attore è esemplare»? E poi, parafrasando D’Annunzio, se “bisogna fare della propria vita un’opera d’arte” non si deve forse avere l’animo disposto, almeno un po’, al travestimento e alla finzione?

Così, accanto al campione di estetismo del Ritratto di Dorian Gray e all’esperto di satira sociale dell’Importanza di chiamarsi Ernesto, c’era anche l’autore di fiabe, che ha trovato occasione di esprimersi nella raccolta Il Principe Felice e Altri Racconti. Non bisogna assolutamente pensare però che questa maschera sia così diversa dalle altre: dopotutto Wilde, come ogni altro artista, aveva dei sani principi stilistici e credeva fermamente nel potere dell’arte — proprio per questo scriveva «tutta l’arte è perfettamente inutile». Il suo pensiero può essere ritrovato in ognuna delle fiabe contenute in questo volume, caratterizzate da una feroce critica sociale, soprattutto ne L’Amico Devoto. Questa fiaba vede come protagonisti due uomini agli antipodi, un mugnaio ricco e un contadino povero. Il mugnaio rappresenta ovviamente la grassa e ipocrita borghesia britannica, mentre il contadino l’ottuso proletariato vessato dai patrizi. Il loro rapporto di subordinazione appare chiaro dall’episodio della carriola: il mugnaio dice al contadino di volergli regalare la sua vecchia e ormai quasi marcia carriola perché, tanto, ne ha un’altra nuova di zecca; qualche giorno dopo però piomba in casa del contadino pretendendo che egli porti un sacco di farina al mercato e, al rifiuto di quest’ultimo a causa dell’affaticamento dovuto al lavoro, il mugnaio lo accusa di essere pigro e ingrato, dato che lui gli ha promesso in regalo la carriola (promessa che, ovviamente, non sarà mantenuta.

Da bravo dandy sbruffone (e con mirabile acume) Wilde non solo condanna l’assistenzialismo ipocrita dei nobili e dei borghesi britannici — dediti alla beneficienza come un bohémien all’oppio — ma anche l’ottusa ingenuità dei proletari.

Tuttavia la storia in cui Wilde riesce a sintetizzare alla perfezione critica sociale e riflessione estetica sull’arte — addolcendo il tutto con il sublime e lieve linguaggio della fiaba — è sicuramente Il Principe Felice. Il principe in questione è la statua (parlante) di un bambino, ampiamente decorata con foglie d’oro e pietre preziose; tutti la ammirano per la sua bellezza, compreso un consigliere cittadino che però la considera anche “non molto utile”. Toccato da queste parole, il principe compie il sacrificio estremo e, grazie all’aiuto di un uccellino che aveva fatto il nido su di lui, dà via tutte le sue foglie d’oro e tutte le pietre preziose di cui era rivestito ai poveri della città, rimanendo totalmente spoglio. Nonostante il gesto dolorosamente altruistico, il sindaco e tutti i cittadini buttano giù la statua del principe asserendo che “poiché non è più bello, non è più utile”. Nonostante queste storie, essendo fiabe, siano pensate per i bambini, emanano un pessimismo lancinante.

 

-Lorenzo Sgro.