, , ,

Shepard Fairey. 3 decades of dissent

Agli inizi di ottobre, ho avuto il piacere di recarmi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma per vedere la mostra di Shepard Fairey, street artist di fama internazionale. Si tratta di un progetto espositivo esclusivo, curato dallo stesso Shepard congiuntamente a Claudio Crescentini, Federica Pirani e la Wunderkammerm Gallery.

Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle sempre più stringenti misure di contenimento della pandemia, che hanno richiesto il sacrificio di molti settori, tra cui quello artistico, con la chiusura di tutti i musei. Tengo così vicino a me il ricordo di questa mostra, nell’attesa della riapertura dei centri culturali, ninfa vitale, a mio parere, di tutti noi.

La “legge del dissenso”

Shepard Fairey è un urban artist, divenuto famoso in tutto il mondo grazie alla sua campagna di sticker iniziata nel 1989. Le sue opere, di forte impronta social-politica, denotano una spiccata sensibilità dell’artista nei confronti di temi come la violenza contro le donne, discriminazione razziale, integrazione, pace nel mondo, infanzia violata.

Attraverso le sue raffigurazioni, trasmette messaggi di grande impatto visivo, chiari ed incisivi, che non lasciano scelta allo spettatore se non quella di recepire quanto egli vuole comunicare, ma soprattutto ad interrogarsi. Ciò che trovo affascinante è che le opere di Fairey si sono fatte spazio all’interno di un mondo artistico, quello contemporaneo, caratterizzato sempre più da opere con chiavi di lettura polivalenti, o spesso di difficile comprensione.

La street art, invece, riesce a mettere in scena una sorta di ritorno al passato, ad un’arte più immediata, quasi alla stregua delle opere che possiamo trovare nelle chiese medievali, dove anche l’analfabeta aveva modo di comprendere ciò che l’opera voleva/doveva comunicare; allo stesso modo gli stencil utilizzati dall’artista sono in grado di comunicare con qualsiasi tipo di pubblico, anche quello completamente a digiuno nei confronti delle nuove correnti di arte contemporanea. Lui definisce l’arte come una “legge del dissenso”, la quale deve avere una funzione prima di tutto pubblica.

Curiosa, però, è la nascita del famoso sticker “Obey Giant”, raffigurante il wrestler Andrè the Giant, con la scritta “obbedisci”, Shepard, infatti, ha dichiarato che in realtà tale creazione non ha particolari significati nascosti, è stato solo frutto di una sorta di sfida con un suo compagno universitario. La speranza di Fairey è comunque quella che lo spettatore, interrogandosi riguardo al vero significato dello sticker, applichi lo stesso spirito critico ad ogni contenuto visivo che gli viene sottoposto, smettendo di accettare passivamente tutto ciò che vede senza farsi domande, ma reagendo attivamente. La scritta “OBEYche campeggia sotto il volto del gigante è un trucco di psicologia inversa: non obbedire, fatti domande, ribellati al sistema.

Le interferenze d’arte, una connessione di temi

Il tema del dissenso alla Galleria d’Arte Moderna va a connettersi con opere di altri artisti, l’esposizione infatti, chiamata Interferenze d’Arte, si caratterizza per l’accostamento di capolavori di vari artisti, che esprimono gli stessi valori.

A mio parere questo non sempre risulta evidente e alcune opere, più che al tema di fondo caro a Fairey, sembrano essere accumunate soltanto da similitudini decorative; questo è particolarmente evidente nei casi dei ritratti femminili e delle composizioni floreali. 

Quando ci si ritrova di fronte all’intenso, ma in fondo manieristico, olio di Giacomo Balla, Il Dubbio, ritratto di Elisa moglie dell’artista, non risulta chiara la vicinanza con il poster Defend the dignity di Shepard, ritratto di Maribel Valdez Gonzalez, facente parte delle serigrafie “We The People”, in risposta diretta ai sentimenti xenofobi, razzisti e anti-immigrati.

Sarebbe risultata sicuramente utile una didascalia esplicativa “dell’interferenza” che dovrebbe legare le opere selezionate e messe a confronto. Si alternano così accostamenti che riescono effettivamente a caricare ed enfatizzare il messaggio che vuole essere trasmesso, ad altri molto meno chiari.

In mostra per le Interferenze d’arte opere di: Claudio Abate, Carla Accardi, Giacomo Balla, Domenico Belli, Felice Casorati, Emanuele Cavalli, Primo Conti, Nino Costa, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Francesco Guerrieri, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Fabio Mauri, Cipriani Efisio Oppo, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Fausto Pirandello, Giuseppe Salvatori, Mario Schifano, Scipione, Mario Sironi, Giulio Turcato e altri artisti.

-Elisa Ciaffi

, , ,

Cruor, la personale di Renata Rampazzi

È stata inaugurata di recente a Roma Cruor, mostra che il museo Carlo Bilotti – spazio espositivo nato, dopo decenni di degrado e usi impropri, all’interno dell’Aranciera di Villa Borghese, dalla generosità del signor Bilotti, la cui collezione vanta 22 opere tra dipinti, disegni e sculture – dedica a Renata Rampazzi, accompagnata nella curatela da Claudio Strianti. La pittrice astrattista approfondisce la delicata tematica della violenza di genere, attraverso la realizzazione di 14 tele, nelle quali terra e pigmenti si mescolano insieme dando vita ad immagini che evocano la deturpazione del corpo femminile.

Le opere in mostra

In un piccolo ambiente si sviluppa la ricerca dell’artista in un susseguirsi di ampie tele, caratterizzate da vaste campiture, nelle quali la Rampazzi ha saputo utilizzare sapientemente la spatola per donare alle immagini carica allusiva. Accanto a queste, vi sono poi opere dalle minori dimensioni ma ugualmente persuasive. A dominare in ognuna è la metafora del sangue, declinato con differenti gradazioni del colore rosso, dalla più tenue a quella più vivida. La Rampazzi, con il metodo del dripping, crea macchie e filamenti che rimandano con forza brutale alle lacerazioni e mutilazioni delle parti più intime e private della donna. Lo spettatore viene inevitabilmente indotto ad immergersi emotivamente nella realtà prospettata dai quadri; è così condotto a riflettere sulla tragica realtà delle offese e sofferenze delle vittime di fronte alla sopraffazione maschile.

Il viaggio del visitatore giunge al suo apice con l’ultima opera esposta; si tratta di un’installazione che lo coinvolge anche fisicamente, attraverso un percorso a ritroso all’interno dell’utero femminile: veniamo infatti invitati ad addentrarci in un labirinto di garze e teli che pendono dalla parete sovrastante, intrisi di un rosso cupo, accompagnati costantemente dalle musiche di Minassian, Ligeti e Gerbarec, udibili in sottofondo, che contribuiscono ancor più a rendere inquietante lo spazio circostante.

“Cruor – sangue sparso di donne” al museo Carlo Bilotti
L’intento dell’artista

Il messaggio che la Rampazzi vuole comunicare emerge con potenza ed evidente urgenza dalle meravigliose ma allo stesso tempo angoscianti tele. La giovane pittrice appartiene infatti a quella categoria di artisti dediti all’astrazione concepita come contenuto e significato, non solo come ornamento e composizione. La mostra rappresenta il suo grido personale, la sua opera di denuncia verso comportamenti e azioni ancora generalmente taciuti ma che costituiscono un fenomeno che inquina tristemente la nostra società attuale.

Ruolo catartico dell’Arte

L’arte è uno strumento comunicativo ineguagliabile in quanto capace di scuotere gli animi di una platea eterogena di spettatori. La Rampazzi riesce nel suo intento con una mostra dal contenuto fortemente disturbante che permette al pubblico di attivare processi critici e genera costernazione.  Non si tratta di un semplice susseguirsi di immagini, il visitatore ha l’occasione di intraprendere un viaggio dentro e fuori il corpo femminile. Invito chiunque a prendere parte a questa esperienza sensoriale, in particolar modo il pubblico maschile. Ancora una volta l’arte contemporanea si pone al centro del dibattitto sociale e si avvalora il pensiero della capostipite delle arti figurative Marina Abramović, ”The beautiful or not beautiful is not important, have to be true.”

-Rebecca Linguanti


, , , ,

Non ripetere il mio errore

Sono stato assente per un po’. Ricominciare (ancora una volta) è strano. Sono successe veramente un sacco di cose nel frattempo, ma non voglio ammorbarvi con ciò che mi passa per la testa ogni volta che torno a scrivere su questa rubrica. Mi è mancato tutto questo, ma ora andiamo al dunque.

Un argomento che ho trattato poco riguarda l’altra mia grande passione: i videogiochi. Non solo i film, ma anche questa tipologia alternativa di narrazione ha saputo lasciarmi qualcosa e ispirarmi nella vita, così come nel lavoro. Ho deciso quindi che in futuro e con la costanza che finora non ho avuto, ma su cui sto lavorando, cercherò di alternare articoli sul cinema ad altri sui miei videogiochi preferiti. Questa volta, tanto per iniziare a scaldarsi, sperimenterò una forma ibrida.

Il titolo che sto giocando in maniera assidua ultimamente è Animal Crossing: New Horizons, per Nintendo Switch (per chi non lo sapesse è una serie di videogiochi di casa Nintendo, il cui primo capitolo risale al 2001). Appartenente alla categoria dei simulatori di vita, Animal Crossing narra di un personaggio che si trasferisce in un villaggio o un’isola deserta e questi dovrà letteralmente crearsi una nuova vita, alternativa a quella reale: ci saranno edifici da costruire, fossili da scovare e collezionare, frutti e piante da coltivare, tanti amici dalle fattezze animali da conoscere; e ancora, ci sono lavori da svolgere, debiti da pagare, rapporti che si creano, altri che si incrinano e così via. Un’ingente mole di attività che oltre a divertire in mille modi diversi, permettendo a chi gioca di personalizzare al massimo la propria esperienza, fa assumere al tutto un valore educativo, soprattutto se a giocare non sono persone adulte. Questo, infatti, a mio parere, ha determinato il successo della saga. Rispetto ad altri simulatori di vita (mi viene in mente The Sims), è molto meno complesso nelle dinamiche e questo non fa altro che rendere il gioco più leggero e rilassante possibile, eppure è pieno di elementi che fanno ragionare il giocatore. Il/la bambino/a che si approccia al gioco dovrà fare amicizia con altri personaggi e mantenere il rapporto sano, apprenderà il valore della gratitudine e della diversità; addirittura, attraverso la compravendita delle rape, si avrà un’infarinatura generale e molto semplificata sul funzionamento del mercato azionario. Si tratta di un titolo intelligente e originale. Parlo per lo più di un pubblico giovane, perché mi auguro che un adulto conosca il significato del rispetto per il prossimo, dell’amore contrapposto all’odio e quant’altro, ma forse è bene specificare che è rivolto a chiunque.
Permette anche di esprimere al meglio la propria creatività, non solo attraverso la possibilità di terraforming del villaggio/isola; mi riferisco per esempio alla modalità foto, che ha permesso ad alcuni utenti di Twitter di ricreare una famosa scena del film The Lighthouse di Robert Eggers.

‘Bad luck to kill a sea bird’


Questa grande parentesi mi permette, infine, di affermare che se queste caratteristiche sono valide ed estremamente efficaci, e hanno determinato il successo di ogni capitolo della saga, altrettanto non si può dire se queste vengono applicate al cinema.

Animal Crossing – Il Film, uscito nel 2006 per la regia di Jōji Shimura, è l’esempio perfetto di come non si realizza la trasposizione di un videogioco sul grande schermo. Spinto dalla curiosità mi sono deciso a guardarlo recentemente; ora ho capito perché si tratta di una pellicola inedita al di fuori del Giappone.

La trama è la seguente: una ragazza di nome Ai si trasferisce nel villaggio degli animali; successivamente all’acquisto della sua casa, inizierà a lavorare per ripagare il costo dell’abitazione, farà amicizia con gli abitanti del villaggio, andrà a caccia di fossili per la collezione del museo, raccoglierà della frutta per cucinare delle deliziose torte. Questo permea i quasi novanta minuti di durata della pellicola. Il finale – decisamente spiazzante, aggiungo – è una sorpresa che lascio scoprire ai più curiosi e coraggiosi di voi. Ora concentriamoci sul punto della questione.

Tutte le attività che svolge Ai nel corso del film sono riprese, se non proprio copiate, dal videogioco, nel senso che lo stesso rituale di azioni che nel gaming permette, ad esempio, di raccogliere i frutti dagli alberi, viene ripetuto dai personaggi del film; e se nel primo caso ciò genera il divertimento e la semplificazione che rendono godibile il gameplay, quando sei costretto a fare da spettatore, la cosa non funziona. Vuoi perché l’attività, “fisica”, prettamente individuale, non ti coinvolge personalmente; vuoi perché l’immagine cinematografica deve per forza di cose andare a parare da qualche parte, dunque se non deve mandare avanti la trama (caratteristica inevitabile, dato che la saga videoludica originale ne è per lo più priva), deve trasmettere almeno qualcosa: un significato, un’emozione e, parafrasando le parole di Scorsese, già questo è difficile di per sé.

Cercando di scovare il motivo che ha spinto a realizzare questo film, mi sembra che l’intento alla base di tutto fosse quello di raggiungere il pubblico più giovane, poiché più redditizio (per ogni bambino equivalgono almeno 2 biglietti strappati: il suo e quello del genitore). L’operazione per catturare questo pubblico corrisponde dunque a far rivivere le stesse esperienze di quando ci si trova davanti alla console; durante la visione infatti si proverà rabbia all’incontro del “capitalista insensibile” Tom Nook, si faranno grasse risate quando i personaggi tentano in ogni modo di evitare le lezioni di storia di Blatero etc. Ma oltre questo non c’è altro.


Secondo me un’operazione del genere dovrebbe considerare due elementi fondamentali: il coinvolgimento del genitore, dell’adulto, attraverso la creazione di “strati” di fruizione e anche quello del bambino, facendolo magari immedesimare nel/la protagonista; elementi che appartengono al videogioco, tra l’altro.È pur vero che rimane una pellicola per bambini, ma dovremmo ricordarci che non stiamo parlando di persone incapaci di intendere e di volere, quindi anche loro meriterebbero prodotti di qualità.

Finisce qui la mia analisi da nerd incallito e fanboy. Mi auguro di aver invogliato ad imbracciare il controller e iniziare l’avventura su New Horizons… e di avervi convinto a evitare il film. Ora posso dedicarmi alla prossima pellicola da portarvi, prometto che sarà estrema e underground, come piace a noi.

-Matteo Verban

, ,

A ciascuno il suo “Duel”

È complicato, a distanza di così tanto tempo dall’ultima recensione, ritrovarsi a scrivere qualcosa di nuovo su questa rubrica. Soprattutto se è un periodo in cui hai messo in discussione il ruolo del critico amatoriale e ti senti un po’ in colpa per aver fatto passare per verità assolute – e condite di arroganza – quelle che sono state le tue impressioni su questo o quel prodotto audiovisivo. Mi piace tantissimo crogiolarmi in questa zona neutrale, ma credo sia arrivato anche il momento di provare a fare un passo oltre. Quindi eccomi di nuovo, ma in una veste diversa, a parlare dei film che mi hanno lasciato qualcosa e che sento di consigliarvi.

L’Ultimo Piano è il film che corona la fine del triennio degli studenti della scuola di cinema Gian Maria Volonté. Il progetto infatti ha coinvolto, divisi tra tutte le mansioni, circa sessanta ragazzi. Nove di questi hanno curato la regia (Giulia Cacchioni, Marcello Caporiccio, Egidio Alessandro Carchedi, Francesco Di Nuzzo, Francesco Fulvio Ferrari, Luca Iacoella, Giulia Lapenna, Giansalvo Pinocchio, Sabrina Podda), tutti giovanissimi ma con del potenziale. La pellicola segue le vicende di vari personaggi: Mattia, un rider che pedala da una parte all’altra della Capitale per consegnare cibo a domicilio; Diana, una studentessa fuori sede; Flora, una mamma single che non ha ancora abbandonato l’adolescenza; infine Aurelio, ex musicista imprigionato nel passato. Vite diverse, storie diverse, accomunate da una sola cosa: un appartamento, quello in cui vivono tutti. Sarà infine l’arrivo di Adriano, il figlio di Flora, a cambiare le loro vite.

1 Pranzo.jpg

La prima cosa sulla quale voglio soffermarmi è il cast; spiccano i nomi di Francesco Acquaroli (Samurai in Suburra La Serie) e Simone Liberati (Zero ne La Profezia Dell’Armadillo), in un cast che nel complesso vede attori ben calati nel ruolo. I personaggi quindi, oltre ad essere interpretati molto bene, risultano verosimili sia per la caratterizzazione che per le situazioni in cui si trovano ad interagire. Si vede che chi li ha scritti conosce bene ciò di cui sta parlando, infatti proprio gli autori affermano: “abbiamo tutti un’età molto vicina a quella dei personaggi che raccontiamo. Con loro condividiamo la precarietà e molti timori, ma anche una delicata indefinitezza che in questo film […] abbiamo cercato di raccontare con sincerità”.
Personalmente avrei preferito che qualche questione fosse approfondita maggiormente, ma forse questa assenza di dettagli è il vero punto di forza del film.

Traendo le conclusioni, L’Ultimo Piano è la prova di maturità di questi ragazzi, un po’ come è stato per Spielberg con Duel. Tratta argomenti maturi e le carenze passano comunque in secondo piano per via della qualità di mezzi e persone che ci sono dietro. Nonostante la dimensione corale e accademica del progetto, non si avverte un’eccessiva mancanza di visione d’autore, punto sul quale auguro ai nove giovani registi di aver modo di continuare a lavorare in futuro, mettendo su altri progetti, così da poter mostrare liberamente al mondo non solo il talento tecnico, ma anche la loro visione individuale del mondo. Magari ci regaleranno anche un cinema diverso in Italia.

-Matteo Verban

, , ,

Tlamess: un film dall’estetica sensoriale

Il MedFIlm Festival si dimostra essere, ancora una volta, un palco cinematografico mai banale. Nell’ultima serata alla quale ho partecipato, ci ha offerto un’esperienza pienamente visionaria e sensoriale: Tlamess. Come il film di apertura del Festival, It Must Be Heaven (link all’articolo: http://www.culturarte.it/2019/11/11/medfilm-festival-un-mare-fra-spagna-e-palestina/), anche quest’opera si presenta quasi del tutto priva di dialoghi, lasciando alle immagini il fardello della narrazione.

Scritto e diretto da Ala Eddine Slim, Tlamess è una coproduzione franco-tunisina, presentato a Cannes il maggio scorso. È la storia di un soldato, S. (interpretato dal poeta e musicista Abdullah Miniawy), che riceve un congedo di una settimana dopo aver assistito al suicidio di un suo commilitone ed essere venuto a conoscenza della morte della madre; S. torna a casa e coglie l’occasione per disfarsi di quegli abiti militari che lo hanno condotto alla solitudine e alla disperazione. Qui il film assume toni thriller: nel suo quartiere parte una caccia all’uomo, S. diviene la preda di alcuni ufficiali di polizia; scopre così di essere un fuggiasco. Ferito e senza abiti si indirizza verso la foresta, dove si nasconderà senza far mai ritorno.

Alcuni anni dopo la storia si sposta su una donna, F. (Souhir Ben Amara), che scopre e comunica a suo marito di essere incinta proprio nel momento in cui il suo matrimonio sembra soffrire una condizione di noia ed assenza del partner. In questa fase drammatica della pellicola anche F. si scopre in fuga: una mattina si avventura per una passeggiata nella foresta circostante la sua casa senza far mai più ritorno.

S. ed F. si incontrano in questo luogo al tempo stesso di perdizione, riscatto e salvezza, in una foresta che trattiene a sé ma al tempo stesso dà modo di ricercare una propria nuova identità. Il film in questa ultima fase cambia registro: non è più un dramma, non è più un thriller, bensì assume dei toni mistici, surreali. I due comunicheranno senza parlare, attraverso i loro sguardi installeranno un canale empatico che non li lascerà mai. In Tlamess torna il tema dell’imbarbarimento, gli uomini stanno tornando ad essere scimmie? Dal punto di vista di chi scrive il film non si offre una valida risposta a questo quesito, segnando a mio giudizio una nota a suo sfavore.

Slim realizza un film che ripercorre le tappe simboliche della ricerca dell’identità e del significato della vita, temi che quest’anno sembrano cari al MedFilm Festival. Il comparto tecnico del film, tra cui spiccano sicuramente la fotografia e il sound-design, si mantiene alto per tutto il film. Un tono più basso lo si registra in alcuni passaggi per quel che riguarda la narrazione.

La pellicola non nasconde dei chiari richiami al cinema di Kubrick. Innanzitutto, la sequenza del suicidio del soldato nei primi minuti del film strizza con evidenza l’occhio al celebre suicidio di Palla di lardo in Full Metal Jacket. Ma Slim non si limita a questo e forza il citazionismo inserendo addirittura il monolite di 2001: Odissea nello Spazio. La scelta non si rivela infelice o fastidiosa, poiché offre una palpabile chiave di lettura dell’opera a chi un minimo conosce la filosofia del capolavoro del buon vecchio Stanley.

 

-Alessandro Berti

, ,

Parole, parole, parole

Puntualmente mi stupisco di quanto le coincidenze siano così spontanee e impossibili nello stesso tempo. Mi sono stupita, soprattutto, nel momento in cui avevo in programma di scrivere qualcosa di nuovo, senza sapere ancora su chi. Tutto d’un tratto, però, direttamente da via del Valco di San Paolo, è arrivata la chiamata della professoressa di portoghese: una ricerca sulle canzoni brasiliane che hanno una versione italiana. Capite che coincidenza astrale? Ecco, in realtà forse non lo capite perché ancora non vi ho detto di chi sto per parlare.

L’artista in questione si chiama Mina Anna Maria Mazzini. La tigre di Cremona, conosciuta per la sua voce sublime e senza eguali in tutto il mondo, di cui il Brasile fa parte. Canzoni come A Banda, Canto de Ossanha, capisaldi del bossa brasiliano, sono state interpretate e raccolte nel meraviglioso album Mina Canta o Brasil, che, guarda caso, l’anno scorso ho trovato nel mercatino di un piccolo paese e che custodisco gelosamente, perché ragazzi, dai, cosa c’è di più perfetto e sublime di Mina che canta in brasiliano? Niente, ve lo dico io.

Si dà il caso, dunque, che l’universo mi abbia mandato un messaggio forte e chiaro, illuminandomi la retta via che per un attimo avevo smarrito, con la luce dell’eterna diva che protegge e sorveglia il popolo dal paradiso fiscale in cui vive. E se l’universo vi manda un messaggio, voi che fate, non lo ascoltate? Certamente sì, visto che è un periodo – in realtà sarebbero anni – di Saturno contro, altroché la fortuna è cieca.

Ordunque, affinché l’universo non mi si rivolti ancora di più contro, quello che farò in questo articolo non sarà un elogio (perché le parole non saranno mai abbastanza belle e non vorrei dire corbellerie), piuttosto vi racconterò la mia esperienza con la sua musica. In particolare, non potendo parlare di tutti i successi e degli album nemmeno in maniera generale – si parla di 62 album, abbiate pazienza – mi soffermerò su uno dei primissimi album, un album che esplode di giovinezza e voce limpida, cristallina: Studio Uno.

Siamo nel marzo del 1965, Mina ha soltanto 25 anni, ma è già la voce della musica italiana, anzi, la ragazza della voce italiana. Infatti, Studio Uno, oltre ad essere il nome dell’album, è anche un programma televisivo che la stessa Mina ha presentato. Perché dovete sapere, carissimi giovanotti, che Mina non è solo una cantante: Mina è la televisione italiana degli anni ‘70, Mina è presentatrice, è patrimonio italiano, è l’artista a tutto tondo: Mina è diva (come direbbe Rose, fanatica più di me della musica anni 70).

Senza dilungarmi ulteriormente, che sembra stia scrivendo la Bibbia, l’album contiene al suo interno canzoni come È l’uomo per me, Se piangi, se ridi, Città vuota – canzone che tutti cantano ma di cui nessuno conosce il titolo – e, per dirne una in più So che mi vuoi, cover di It’s for you scritta direttamente da John Lennon e Paul McCartney, mai inciso dagli scarafag… dai Bealtes.

Da tutto l’album, da ogni traccia, da ogni singola parola, fuoriesce l’immagine di una donna che sa quello che vuole e che non scende a compromessi. Quello che amo di Mina è proprio questo: la consapevolezza di valere qualcosa, di essere una donna forte, consapevole dei suoi punti deboli e di quello che è l’essere maschile (vorrei sottolineare che si è sposata ben 4 volte) e che nonostante tutto ne esce vincitrice, a testa alta. Tutto questo, si tradurrebbe con un semplice termine  napoletano, 8 lettere e tanta cattiveria: la cazzimma.

Attenzione però, badate bene che i testi sono scritti da autori diversi; la cazzimma dunque, si vede nel momento in cui riesce a far venire i brividi grazie alla sua voce sublime, grazie alla sua personalità eccentrica, al suo sguardo penetrante… d’altronde, stiamo parlando di una creatura divina.

La grandezza di Mina è data dal fatto che, con la stessa voce, ha cantato dell’uomo per lei, sicuro di sé, ha cantato romanticherie da diabete come uno come te, io non lo troverò mai più, ma anche canzoni, che più che dediche sotto i video musicali di RTL, sembrano invettive contro il genere maschile e la combriccola di amanti ed ex che lo circonda. Lei è la Voce delle Mille bolle blu, delle parole, parole, parole del portati via tutto questo amore che non è mai amore e mi fermo qui con le citazioni, che sennò finiamo a Natale prossimo. Una voce, dicevo, che copre quasi 3 ottave intere, una voce che sia da giovane che da matura, ha donato quasi mezzo panorama della musica italiana odierna: canzoni da cantare sotto la doccia, canzoni con cui piangere di nascosto, canzoni da interpretare o semplicemente da ascoltare col sorriso sulle labbra.

Parlo di voce perché ormai ci è rimasta solo quella, dato che 40 anni fa ha deciso di abbandonare il piccolo schermo ormai prossimo alla deriva, il palco, i riflettori e si è dedicata alla cosa che a mio parere, è la più importante: la musica. Capite adesso perché prima parlavo di luce divina che protegge? Mina è l’occhio del Grande Fratello, che osserva tutto quello che succede, lavora in silenzio, senza dare nell’occhio, appunto.

Non vi nego che vedere un concerto di Mina sarebbe un sogno, ma anche un’utopia, data la situazione. Sembra tanto strano che una ragazza di 22 anni ascolti e scriva di un’artista nata nel 1940? Cioè, ragazzi, ci rendiamo conto? Mentre Adolfo cercava di conquistare il mondo insieme al suo amichetto del cuore, ovunque c’era guerra e la gente moriva di fame… a Busto Arsizio nasceva lei, la ragazza della musica italiana.

E mentre vi racconto di Mina che ha vissuto gli anni d’oro della TV, aveva come amica Raffaella, ha duettato con Totò e molti altri, io mi ritrovo nel salotto di casa con Barbarella e Cristiano Malgioglio che mi insegnano a vivere. Coincidenze? Io non credo.

 

-Caterina Calicchio

, ,

“My parents said “don’t come back”. I come back.”

Oggi è il 25 Aprile, festa della Liberazione d’Italia dal regime nazifascista. Ma siamo davvero liberi dall’odio e dalle divisioni, dal terrore e dalle implicazioni di uno Stato che ci obbliga ad essere come vuole? Al via, proprio oggi, 25 Aprile, la mostra dedicata ai vincitori del World Press Photo 2019 concorso giunto ormai alla sessantaduesima edizione, specchio chiaro e definito delle vicende antropologiche della contemporaneità che viene espressa tramite gli scatti fotogiornalistici di reporter dipendenti da testate o indipendenti, al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Come si vede dal pannello che apre l’intera esposizione, dal 1955 per gli anni a venire, questo concorso fotografico ha avuto il compito non solo di documentare con un brillante gusto estetico le vicende del mondo, ma anche quello di descrivere in modo dettagliato e attento i problemi che hanno afflitto il nostro pianeta: vicende storiche come guerre e crisi si sono succedute e hanno trovato spazio ed espressione negli scatti, alcuni dei quali hanno realmente “fatto la storia” dell’arte fotografica e sono diventate iconiche per intere generazioni. Non è, pertanto, complesso intuire quali siano i temi più trattati e ricorrenti delle foto vincitrici del 2018 scelte fra 78,801 immagini realizzate da 4,783 fotografi provenienti da 129 Stati diversi: crisi ambientale e umanitaria la fanno da padrone nelle vicende storiche e culturali del 2018.

Quest’anno finalisti e candidati ai premi sono stati 43 provenienti da ben 25 diversi Paesi, il 32 % dei quali sono donne contro l’esiguo 12% dello scorso anno. In aumento la componente femminile anche nella giuria stessa del concorso in cui, su 17 giurati, 9 erano donne. Tra i vincitori quest’anno anche ben 4 italiani di cui uno premiato per il settore digitale. Numerose, infatti, sono state le novità di quest’anno. Presente e vivo ormai da più di mezzo secolo, il World Press Photo oltre a narrare e descrivere le vicende caratterizzanti del pianeta ha avuto e continua a sentire necessariamente il bisogno di rinnovarsi e rimodernarsi insieme al mondo stesso. Per questa ragione è stato istituito un nuovo premio dedicato al Digital Storytelling, una delle nuove frontiere del fotogiornalismo dell’epoca digitale.

Vincitore del World Press Photo del 2018 è lo scatto di John Moore Crying Girl on the Border in cui si vede piangere la piccola Yanela Sanchez mentre viene perquisita sua mamma Sandra alla frontiera al confine con il Texas. Originarie dell’Honduras, sono un caso emblematico di ciò che rappresentano oggi le spinte migratorie e la crisi umanitaria. Divenuta subito virale, ha senza dubbio contribuito a far rallentare grazie alla pessima risonanza mediatica la politica di Donald Trump ed è divenuta strumento politico utilizzato sia da esponenti di destra che di sinistra per portare avanti le proprie idee. Al primo posto per le Photo Stories il repotage sul medesimo argomento, The Migrant Caravan, documentato dagli scatti di Pieter Ten Hooper. Nato con lo scopo di realizzare foto d’amore, è divenuto una documentazione dettagliata della vita quotidiana vissuta dai migranti durante il viaggio nelle carovane. Di seguito lo slideshow.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il titolo stesso dell’articolo, però, si riferisce al progetto vincitore del terzo premio Short realizzato da Matteo Delbò e Chiara Avesani che hanno seguito il rientro in patria di Ghadeer il quale, una volta rientrato a Mosul dopo aver vissuto per circa 6 anni in Europa, decide di impegnarsi per aprire una radio libera, priva di alcuna affiliazione politica con libertà di espressione che possa puntare all’empowerment of the youth.
La sua generazione che oggi si trova sulla trentina d’anni, nel corso della sua vita ha assistito ad almeno quattro diverse guerre tutte con conseguenze spiacevoli e sanguinose. Dopo il suo viaggio in Europa, una volta entrato in contatto con la storia dei Paesi europei, ha studiato un modo per ripartire, emulando una Germania rinata dopo il grigiore della seconda guerra mondiale. Quando i suoi genitori lo hanno messo di fronte alla miseria che vivevano ancora nel loro Paese, consigliandogli di non tornare, Ghadeer ha invece deciso di riprendere in mano la sua vita e, nel suo piccolo, il suo Paese perché aveva la visione di qualcosa che stava per iniziare con impegno, sacrificio e passione. Ciò che più ha colpito lo stesso Delbò è stata la capacità di questo giovane di conoscere e riscoprire il dopoguerra europeo e ricominciare prendendo esempio da quello che spesso gli europei stessi, giovani e non, dimenticano.
In un giorno come il 25 Aprile, arrivato anche grazie alla fruizione di radio segrete, un messaggio come quello di Ghadeer è ancora più importante e pregno di speranza per un nuovo inizio.

-Beatrice Tominic

, ,

Prequel pericolosi

Prendete in considerazione una grande storia, la vostra preferita. Ora immaginate che l’autore abbia avuto l’idea di approfondire quell’universo da lui creato: può farlo continuando la storia, con un sequel, oppure raccontando i fatti accaduti precedentemente, che hanno condotto alla storia principale, con un prequel. Proprio nel caso di quest’ultimo, tra i tanti fattori che delineeranno una buona storia o meno, uno solo è fondamentale: la coerenza. Senza di questa non ci troviamo di fronte ad un approfondimento su un personaggio o su un evento, bensì avanti ad una baraonda di fatti che si succedono e vanno ipoteticamente a creare un universo alternativo. Ciò si verifica difficilmente quando a scrivere è lo stesso autore, ma esistono comunque occasioni di incoerenza narrativa (vero Mrs. Rowling?); ma la maggioranza dei casi persiste quando sullo stesso argomento sono più persone a metterci le mani su. Per fare un esempio, la saga cinematografica degli X-Men ha avuto problemi sia con il capitolo Conflitto Finale, che con alcuni spin-off/prequel dedicati ad esempio al personaggio di Wolverine, per via proprio della moltitudine di registi e sceneggiatori che hanno ampliato l’universo supereroistico con le loro molteplici visioni; errori che sono stati prontamente cancellati nella maniera più intelligente possibile, introducendo in un altro film il tema dei viaggi nel tempo e quindi modificando tutta quella porzione di eventi “ribrezzevoli”.

Tutto ciò per introdurre la seconda stagione di Suburra, disponibile su Netflix. Prequel dell’omonimo film diretto da Stefano Sollima, già famoso per le serie TV Romanzo Criminale e Gomorra, la serie ci ripropone Spadino, Aureliano, la famiglia Anacleti, ma aggiunge anche personaggi inediti: Gabriele e il politico Amedeo Cinaglia. La prima stagione più che sviluppare una trama ricca di elementi, si è presa i suoi tempi e ha introdotto tutti i personaggi, creando un ottimo background. Quest’ultimo è la struttura portante per la stagione appena uscita dove si passa finalmente allo sviluppo della trama vero e proprio: vediamo l’ascesa dei personaggi all’interno del sistema malavitoso romano. Numerosi i rimandi al tema dell’immigrazione, a famiglie dai nomi conosciuti, a un partito in particolare che concorre a governare la capitale e quant’altro. Sono interessanti anche i tre flashback che aprono gli ultimi episodi dedicati ai tre protagonisti: Lele, Spadino e Aureliano. Non mi è piaciuta la colonna sonora però, l’ho trovata completamente distaccata dalle atmosfere della serie, nonostante ogni singolo brano sia a sé stante molto valido. Nel complesso, dunque, sono soddisfatto di questa seconda stagione, ma ora arriviamo al punto centrale di questo articolo: la coerenza.

Nonostante tutto le vicende dei vari personaggi sappiamo già come andranno a finire, poiché il film di Sollima ne costituisce l’epilogo. La serie, che è prodotta da Michele Placido, quindi vittima del passaggio di mano a cui accennavo sopra, in questo senso potrebbe però riallacciarsi alle vicende future in modo non perfetto, ed è ciò che spaventa la maggior parte dei fan. Il problema è costituito dal rapporto che si instaura tra Spadino e Aureliano: nella serie il primo finisce per innamorarsi del secondo, mentre nel film, quindi successivamente, i due sembrano conoscersi giusto per nome. Ora, so benissimo che la seconda stagione non è affatto quella finale, ma ragionando un po’ su quanto accaduto finora, credo che, salvo tempi dilatati, la terza stagione potrebbe essere l’ultima. Quindi nell’arco di una decina di episodi dovrebbe accadere quel qualcosa che porterà all’apocalisse narrato nel film. In ogni caso ripongo fiducia negli autori, so che possono fare un buon lavoro trovando una soluzione che non consista nell’introdurre viaggi nel tempo e a noi spettatori non resta che attendere gli esiti finali.

 

-Matteo Verban

,

Il grigio e il giallo illuminano la città

Esperienze estetiche di ogni tipo e ad ogni livello percettivo si susseguono in questo plumbeo ma contemporaneamente eclettico paesaggio metropolitano. Semafori giallo elettrico emergono dal grigiore dello scenario scandendo la cronemica interiore della città.

Dentro a questi contenitori di umanità, mentre artisti survivalisti o sedicenti tali si chiudono nei loro “atelier” divertendosi in trovate creative o in esercizi accademici che tendono più all’autarchico e all’autoreferenziale, altri, invece, affascinati, traumatizzati o terrorizzati, scelgono di esprimere e appropriarsi di tutte quelle dissonanze contemporanee che nella urbanità conoscono i propri massimi estremi. Tra questi ultimi rientra sicuramente l’artista sudcoreana Kimsooja che presenta all’interno della mostra La strada dove si crea il mondo presso il Maxxi fino al 28 aprile 2019, una propria video-performance, intitolata A needle woman. Nell’opera, Kimsooja  si pone come soggetto al centro dell’inquadratura fissa dando le spalle all’osservatore e confrontandosi con tutte le (non)reazioni dei passanti che camminandole davanti finiscono così per rappresentare un’ondata indistinta e inafferrabile di individualità. Osservare senza essere osservati, come davanti ad una sorta di acquario. Sono ora  possibili riflessioni rivolte in realtà a noi stessi ( in quanto a propria volta parte di un habitat urbano) a partire dagli altri, ma a patto di fermarci almeno per un istante e alzare lo sguardo in maniera attiva e consapevole.

Questo è quello che ci chiede per esempio l’artista cileno Alfredo Jaar per poterci accorgere della presenza delle sue affissioni “pubblicitarie” nell’opera Chiaroscuro distribuite in alcuni appositi spazi per le strade di Roma oltre che all’interno del Maxxi. In questi suoi manifesti è riportata la storica citazione di Antonio Gramsci “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Forse il gesto veramente rivoluzionario, sembra consigliarci Jaar, è scoprirsi capaci di una consapevole sensibilità anche di fronte alle suggestioni che ci offre il quotidiano, nei soliti luoghi e attraverso le stesse vie che compiamo ogni giorno.

maxxi-768x512

A questo punto non possiamo non realizzare come, razionalmente o involontariamente, nelle produzioni di tali artisti l’universo metropolitano irrompa prepotentemente riflettendosi, tra le sue tante manifestazioni, in un sottofondo di solitario smarrimento e in esperienze di immersiva asocialità. Ne è un esempio il video“Pre-umage ( Blind as the mother tangue)” realizzato dall’artista Hiwa K. in cui si fa riprendere mentre cammina tra sentieri, porti e rumori urbani tenendo in equilibrio sul naso una specie di asta con vari specchietti grazie ai quali si orienta, vagando senza meta tra anti-estetici e a-cromatici paesaggi sub-urbani e portuali.

Alla fine forse, davanti a tutte queste immagini che possano fare in un qualsiasi modo da finestra su tali realtà, si ha come l’impressione che le varie possibili riflessioni tendano a sintetizzarsi verso una sola: da questo sfondo grigio di umanità potrà mai di nuovo concretizzarsi una persona e diventare il centro del nostro interesse, magari sotto la vertigine della ricerca di una delle nostre metà perse o almeno che sia “Uno” e non più “chiunque”?

 

-Michele Espinoza

,

Slogan contro i pregiudizi

A Roma, nei pressi dell’Ara Pacis, tra un vicolo e l’altro, si nasconde la magia di un “cortile nascosto”. Al suo interno, Palazzo Borghese ospita la Galleria del Cembalo che mette a disposizione i suoi spazi per meeting, conferenze, sfilate di moda, ricevimenti e mostre. È proprio di una mostra che vi voglio parlare oggi.

Nobody can love you more than you è il titolo di questa enigmatica mostra fotografica presente fino al 6 aprile e che vanta 20 opere fotografiche dell’attivista visiva sudafricana Zanele Muholi. Le parole dell’artista sottolineano l’obbiettivo della sua ricerca:

riscrivere una storia visiva del Sudafrica dal punto di vista della comunità nera, lesbica e trans, affinché il mondo conosca la nostra resistenza ed esistenza in un periodo in cui i crimini generati dall’odio sono all’apice, in Sudafrica e non solo.

Gli scatti fotografici catturano un volto femminile che assume ogni volta un nuovo aspetto. Parrucche, costumi e oggetti di uso quotidiano, dalle mollette per stendere i panni, alle pagliette di metallo per pulire le pentole, dalle cannucce per le bibite, alle grucce per appendere gli abiti. Quello che cattura l’osservatore è lo stile fotografico in bianco e in nero, nonostante non si vedano colori, l’artista gioca d’effetto con il colore della sua pelle, senza prendersi sul serio e andando contro lo stereotipo del nero. Contrastando la sua pelle e a volte schiarendosi le labbra, accentua le proprie caratteristiche fisiche per riaffermare la sua identità. Se guardassimo tutte le foto assieme noteremmo un punto in comune. In ognuna di esse la protagonista con il suo sguardo attraversa l’obbiettivo e sembra guardarci negli occhi, con tono di sfida e mai di vergogna, fiera di ciò che è. Non ci sono occhi abbassati ma teste alte e fiere. Perché quel volto femminile che ci guarda è lei, Zanele Muholi che con i suoi autoritratti denuncia le ingiustizie sociali.

Una mostra piacevole da vedere ma che fa soprattutto riflettere. Impossibile rimanere indifferenti di fronte a queste immagini che ci fanno pensare su quanto troppo spesso i pregiudizi ci condizionino, particolarmente in un periodo storico-politico in cui  discussioni su temi come immigrazione, diritti umani, razzismo e omosessualità sono all’ordine del giorno. Quest’artista è stata una vera scoperta per me e spero lo sia per molti altri; il suo modo di essere e di fare fotografia mi ha incuriosito e merita di essere approfondito.

 

-Geraldine Aureli