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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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Winckelmann – Capolavori diffusi nei Musei Vaticani

L’unica via per noi di diventare grandi e – se possibile – insuperabili è l’imitazione degli antichi.

Le immagini della mostra sono disponibili al seguente link
Foto di Giulia Tramet

In occasione del 250° anniversario della sua morte, i Musei Vaticani dedicano a Johann Joachim Winckelmann una mostra per celebrare l’importanza che il suo pensiero ed i suoi studi hanno avuto per la cultura dei suoi tempi e per quelli successivi, in particolar modo per lo sviluppo dei Musei così come possiamo ammirarli oggi. L’archeologo tedesco, dopo aver conseguito gli studi in Germania, si trasferì a Roma dove, nel 1764, venne nominato Sopraintendente alle Antichità e poté dedicarsi allo studio della cultura classica, di cui lui era fortemente appassionato. Egli riteneva che l’Arte dovesse avere delle prerogative ben definitive: nobile semplicità e quieta grandezza. La sua concezione era, dunque, quella di un’arte basata sulla contraddizione tra tempestas e tranquillitas. Celebre è, infatti, il paragone che fece tra la struttura dei capolavori greci e il mare in burrasca: nonostante siano agitate da passioni, le figure greche mostrano sempre un’espressione posata così come il mare può apparire calmo in superficie sebbene mosso da forti correnti in profondità. Pertanto Winckelmann asseriva la superiorità dell’arte greca su tutte le altre, compresa quella romana, ritenendo che in quest’ultima non fosse possibile ritrovare la purezza propria di quella ellenica, che è la sola che si possa considerare libera, essendo prosperata nel periodo dello sviluppo della democrazia ateniese. Le opere che maggiormente sono in grado di rappresentarne questi ideali sono sculture classiche quali l’Antinoo (custodito ai Musei Capitolini), l’Apollo del Belvedere (tipico esempio dell’armonia delle proporzioni) e il Laocoonte (emblema della grazia).
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Winckelmann viene considerato non solo come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo ma anche come il fondatore della storia dell’arte intesa modernamente. È a lui, ad esempio, che si deve la predilezione del colore bianco delle scultoree marmoree, il colore perfetto che comprendeva tutti gli altri. Importante influenza ebbe inoltre il suo pensiero sulle opere di artisti come Mengs, Canova, Ingres e Jacques-Louis David. La mostra Winckelmann. Capolavori diffusi nei Musei Vaticani, che sarà allestita fino al 9 marzo 2019, è stata progettata come un percorso a tappe in cui si mettono in risalto circa 50 opere conservate nel complesso museale che maggiormente ebbero un impatto nella formazione artistica di Winckelmann, capolavori non solo di archeologia classica greco-romana ma anche di arte egizia ed etrusca fino al Rinascimento. Un omaggio che i Musei Vaticani hanno voluto rendere a questo grande studioso al quale debbono la loro odierna forma strutturale e concettuale. Celebrazione che trova il suo apice nella Sala XVII della Pinacoteca in cui è stata allestita una presentazione del personaggio e della sua epoca, nonché un’esposizione delle sue più importanti produzioni letterarie.

-Giulia Tramet

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Restare Umili, la mostra di Zerocalcare

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DISCMAN 2.0 – A Cuore Pesante

ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!

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Nella seconda stagione di Discman 2.0 ho deciso di spogliarmi davanti ai vostri occhi e di farvi realmente scoprire quello che ascolto ogni giorno della mia vita nonostante si siano rotti gli auricolari.
Finalmente, dopo anni di ascolti, ho dato un senso a quello che ho sempre fatto inconsapevolmente: ascoltare musica del secolo passato, dalla musica dance al cantautorato, dal rock’n’roll alla cumbia.
Ascoltando musica di gente per lo più morta o stagionata, mi sono resa conto che, nel marasma che è la musica a me contemporanea, mi sento di salvare all’incirca 10 nomi su 1000, di cui vi parlerò mentre il nuovo CD gira all’interno del Discman.
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Dieci su mille ce la fanno.
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Ed eccomi, dunque, a parlarvi di Riccardo Sinigallia.
Sinigallia, che i diversamente giovani ricorderanno nei Tiromancino, è un cantante a cui voler bene: due occhi chiari all’ingiù, piercing al sopracciglio ed un cespuglio di capelli ricci e scuri. Sarebbe la descrizione dell’uomo della mia vita, se non fosse che potrebbe benissimo essere, se non mio padre, mio zio.
Ricordo di averlo scoperto per la prima volta al festival di Sanremo, nel lontano 2014, anno dei Perturbazione e di Zibba: con “Prima di andare via” ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!
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È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva

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Sebbene di lui non si abbiano molte tracce, è riuscito a far sapere a tutti che ha scritto un nuovo disco e che presto lo farà ascoltare in tutta Italia.
E così, il 14 settembre 2018 esce Ciao cuore: 9 tracce e una chitarra che non suona più la stessa musica.
Ad oggi, Sinigallia non è pop, nè alternativo, nè rock: Sinigallia è Sinigallia, e Ciao cuore non è un disco facile da comprendere, o almeno non lo è stato per me.
È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva che si rivela quello più vero, con mille cose da dire ma che non ha mai il coraggio di fiatare, fino a quando non trova la persona giusta. E la pubblicazione dell’album descrive esattamente questo: l’arrivo della persona giusta che lo ha spinto a cantare di nuovo e non solo a produrre gli altri; lo ha spinto a mettersi in gioco, ad innovarsi e accantonare la chitarra acustica per dedicarsi ai suoni elettronici, ad essere aggiunto nuovamente nella playlist di Spotify “Indie Italia”… qui ci sarebbe molto da dire, ma non voglio tediarvi più di tanto.
Nonostante la voglia di mettersi in gioco, Ciao cuore rimane un disco ermetico, difficile da interpretare al primo ascolto ma anche dopo: un senso di insoddisfazione rimane nelle orecchie, perché senti di non aver capito tutto quello che aveva da dire.
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Gli spartiti e i testi di tutto l’album oscillano tra razionalità e filosofia, hanno la
capacità di far viaggiare la mente altrove e poi farla ritornare nella tua camera,
ricordandoti che le uniche dimensioni esistenti sono lo spazio e il tempo: quando mi interrompi a colpi di realtà.
Filosofia e ragione, un ossimoro, una guerra perpetua nel corso dei secoli: da una parte la filosofia che apre la mente e fa uscire dagli schemi, dall’altra la ragione, un treno che segue i binari e non deraglia mai; e, da un’altra parte ancora, le donne: che siano di destra con le unghie smaltate o che sia Dudù, all’interno dell’album passeggiano donne da una traccia all’altra, senza pensieri, leggere.
Donne anche sul palco, la sua donna sul palco: la compagna che da sempre è al suo fianco, che lo ha sostenuto sia con il basso che con il cuore, la stessa donna che guarda intensamente negli occhi mentre la chitarra suona: una sinfonia perfetta, colonna sonora dell’incontro di due cuori complementari, del mondo moderno in
equilibrio tra la pace e l’amore vero… “seh, ciao cuore!”
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-Caterina Calicchio

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Madri e figli alla festa del cinema di Roma

Kursk, My Dear Prime Minister, Boy Erased, sono alcuni dei film in concorso alla tredicesima Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre) che abbiamo seguito per CulturArte. Nelle tre pellicole citate emerge in vari modi la forza del legame tra madri e figli, tre progetti culturalmente molto lontani ma che evidenziano l’universalità del rapporto più forte al mondo.

Filo rosso delle tre storie è l’ispirazione a fatti realmente accaduti (Kursk e Boy Erased) o comunque di vita quotidiana (My Dear Prime Minister). Kursk, regia di Thomas Vinterberg, ripercorre la tragica fine dell’omonimo sottomarino russo con le vicende umane delle famiglie dei marinai e gli intrecci diplomatici nei disperati tentativi di salvare l’equipaggio; Boy Erased, diretto da Joel Edgerton, è invece tratto dall’autobiografia di Garrard Conley Boy Erased: a memoir e approfondisce le complicate vite di ragazzi americani omosessuali costretti a terapie di riorientamento sessuale tenute in contesti religiosi; storie molto diverse ma entrambe portate con ottimi risultati sul grande schermo. Cast importante per Kursk con Lea Seydoux, Colin Firth e l’ottima performance da protagonista del belga Matthias Schoenaerts; stesso discorso per Boy Erased con Nicole Kidman e Russell Crowe genitori di un sempre più convincente Lucas Hedges (classe ’96, già candidato per l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 2016 con Manchester by the Sea) e la presenza, pur in un ruolo minore, di Xavier Dolan.

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Discorso a parte invece per My Dear Prime Minister, con regia di Rakeysh Omprakash Mehra, film indiano molto lontano dal nostro mondo occidentale che affronta i disagi quotidiani della bidonville di Gandhinagar, in particolar modo la piaga della mancanza di bagni ed i rischi per le donne di subire abusi. Il film è toccante, i toni quasi da commedia e le scene stile Bollywood che caratterizzano la prima parte sono spazzati via bruscamente dal dramma dello stupro, realtà purtroppo quotidiana in vaste aree del subcontinente indiano, ma trionfa la speranza grazie alle peripezie dei bambini della baraccopoli. Nella gara degli applausi tra i tre film è proprio My Dear Prime Minister a vincere, sincero tributo al regista, presente in sala, da parte di un pubblico commosso e colpito dai dati reali sulla carenza di servizi igienici e numero di stupri riportati a fine proiezione. Come già detto, progetti lontani ed un denominatore comune: il legame indissolubile tra madri e figli. Che la storia sia ambientata nel Mare di Barents, negli Stati Uniti o nelle baracche di una città indiana è poco rilevante; che il figlio abbia 5, 10 o 20 anni è ancora una volta poco rilevante; che la madre sia la perfetta consorte di un predicatore, la sposa di un marinaio o la ragazza madre in una realtà complicata non ha importanza. Madri che lottano per il bene dei loro figli e figli che lottano per il bene delle loro madri (commovente in particolar modo il rapporto singolare in My Dear Prime Minister), personaggi forti e coraggiosi, risoluti nell’affrontare situazioni complicatissime che si presentano nella loro vita, forza morale che però non risulta monolitica ma lascia anzi un notevole spazio allo sviluppo dei personaggi nel corso della storia, componente di formazione che troviamo maggiormente in Boy Erased, da brividi la scena della “fuga” dal centro di riabilitazione. Potente e allo stesso tempo delicata l’interpretazione di Lea Seydoux in Kursk, donna autrice di gesti forti in un clima politico teso, tempra che dimostrerà anche il figlio nel drammatico momento dell’ultimo saluto al padre; quest’ultimo film merita inoltre una menzione a parte per la caratterizzazione maggiormente approfondita di tutti i personaggi che ruotano intorno al nucleo principale e la capacità di valorizzare i due piani narrativi con la stessa forza, le vicende in mare e la battaglia delle famiglie; ancora un appunto positivo per la pellicola di Vintenberg per quanto riguarda la fotografia e le colonne sonore.

BOY ERASED

Le donne di cui abbiamo parlato comunicano il messaggio forte di madri che conservano la loro individualità e che non sono subalterne a nessuno, sono storie di coraggio, di teste che non si piegano e lottano per ciò che sentono giusto, ma allo stesso modo sono storie di figli che crescono in fretta ed assumono ruoli determinanti in queste vicende. Emerge essenzialmente questo indissolubile legame di sostegno reciproco tra madri e figli, in ogni tempo ed ogni luogo, comunque lo si guardi, unico.

 

-Gabriele Russo

 

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DISCMAN 2.0 – Come vuoi chiamarlo questo “Tormentone”?

 

Ben ritrovati con la rubrica bi-settimanale di musica più bella che ci sia: ben ritrovati su Discman 2.0. L’anno scorso mi hanno rimproverato il fatto che scrivessi articoli come se stessi facendo “quattro chiacchiere al bar con gli amici”. Ecco, nonostante sia proprio quello che voglio far intendere, cioè parlare con amici immaginari, quest’anno ho deciso di scrivere come si deve. O almeno ci provo.

Il primo pezzo di quest’anno parla di un cantautore conosciuto per caso nel 2016: Scarda. Con la voce graffiante, tipica da uomo del sud (e per sud si intende da Roma in giù) e una sensibilità che pochi ormai conservano, Scarda è il cantautore classe 1986 che il  27 ottobre 2018 potrete ascoltare in concerto a Largo Venue (RM). Per di più Scarda è il cantautore che, da quando sono a Roma, mi ha preso per mano e mi ha aiutato ad affrontare qualsiasi situazione: il terremoto, gli attacchi nostalgici, prendere una non relazione con filosofia.

Galeotto fu per me il brano “Io lo so”, un colpo di fulmine a ciel sereno: una canzone che vuole parlare di te, di tutto quello che sei e di tutto quello che non vorresti essere, anche se è la prima volta in vita tua che la ascolti. E tutt’ora, con il nuovo album, continua a voler parlarmi, a rendermi partecipe della vita che va avanti e continua a volermi svelare la verità, anche se nessuno gli ha chiesto nulla. Però almeno lo fa con le parole più belle che si possano usare.

A maggio 2018 mi è capitato di intervistarlo quasi per caso e, dato che tutti ci stavamo chiedendo cosa sarebbe stato il prossimo album, dopo aver ascoltato il primo singolo Bianca, gliel’ho chiesto; la risposta?

Amore, amore, amore!”,  tanto per citare un film a caso.

Ebbene, cari lettori, questo è Tormentone: un disco che parla d’amore. L’amore, però, a tutto tondo: l’amore bello e quello triste, l’amore impossibile e quello che non è mai iniziato. Perché la tristezza è bella quanto la felicità. Perché l’amore, siamo sinceri, non è essenziale, certo, ma a volte è necessario. Tanto per fare un esempio che mi rappresenta, l’amore è come i pomodori secchi: sei consapevole che se te ne mangi uno, devi fare il doppio delle ore in palestra, sei consapevole che sono una bomba ipercalorica con tutto quell‘olio che cola soavemente  sul pane, però dei pomodori secchi non ne puoi fare a meno perché sono la cosa più buona del mondo. Capite, adesso?

È un disco che suona diversamente da quello passato, è un disco nuovo, con più tastiere e un arrangiamento decisamente pop, sebbene la chitarra acustica sia sempre viva e si faccia sentire. Però, nonostante l’innovazione, le parole restano quelle di sempre, vere e genuine: un sorriso, la fine del sole, una schiena illuminata dalla luna piena, una ragazza che nasconde i pensieri tra i capelli sciolti, l’insicurezza dei sentimenti dei giovani d’oggi.

Quindi, voi che potete, andate ad ascoltare questo bel ragazzo sabato 27 ottobre 2018 a Largo Venue. Sicuramente non sarà come vederlo suonare alle due di notte in un locale di San Lorenzo “Disperato erotico stomp” con un bicchiere in mano, però sono sicura che ne varrà ugualmente la pena.

¡Buena suerte!

 

-Caterina Calicchio

 

 

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Sognando un altro ’68: cosa ci rimane cinquant’anni dopo?

Giovani rivoluzionari, visionari e pieni di speranza. Sognatori.
Sono questi i protagonisti dei 171 scatti che l’AGI, in collaborazione con altri archivi fotografici della stampa straniera, ha voluto portare all’attenzione del pubblico allestendo la mostra fotografica “Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”, fino al 7 ottobre al Museo di Roma in Trastevere.

Numerosi anche i filmati originali che ricostruiscono i momenti cruciali, nonché le prime pagine dei giornali dell’epoca e una piccola esposizione di memorabilia (un juke boxe, un ciclostile, una macchina da scrivere Valentine, la Coppa originale vinta dalla Nazionale italiana ai Campionati Europei, la maglia della nazionale italiana indossata da Tarcisio Burgnich durante la finale con la Jugoslavia e la fiaccola delle Olimpiadi di Città del Messico).

Il 1968 è stato un anno di svolta per l’Italia e per il mondo: cinquant’anni fa nacque una nuova concezione di guardare al futuro e alla società, cercando di far cambiare le cose partendo dal basso, dalle piazze e dalle università. Un nuovo modo di intendere il costume, le relazioni e il ruolo anche simbolico che lo sport ebbe in quell’anno.
Una parte della mostra è proprio dedicata al Maggio Francese (netto è il riferimento al film cult di Bernardo Bertolucci “The Dreamers” all’interno del titolo della mostra stessa) e non si può non rimanere impressionati dalle foto che ritraggono ragazze e ragazzi nelle strade di Parigi che manifestarono non solo per cercare di cambiare il sistema scolastico allora vigente ma anche di fianco agli operai che chiedevano migliori condizioni salariali e contrattuali. Tornando con lo sguardo in Italia, rare e toccanti sono le foto d’epoca che ricostruiscono i cosiddetti fatti di Villa Giulia, dai quali si scatenò un serio dibattito pubblico su come si dovesse affrontare quel determinato bisogno di richieste di “modernità”, in particolare la mostra ci ricorda la lettura che Pier Paolo Pasolini diede di quel momento ponendo il visitatore davanti ad un pannello dove è riportata la trascrizione diretta della poesia “Il Pci ai giovani” pubblicata sull’Espresso il 16 giugno di quell’anno.

Dagli studenti, alla cultura di massa, passando dai personaggi che contraddistinsero quegli anni: da Martin Luther King Jr. a Bob Kennedy senza dimenticare le “Olimpiadi dei Pugni neri” di Messico ’68 e la rivoluzione musicale portata avanti dal rock e dal folk impegnato. Interessante è la sezione che ripropone scatti d’epoca dei maggiori personaggi della musica, del cinema e della cultura italiana che non rimasero immuni al cambiamento che quell’anno coinvolse ogni angolo della società italiana e del quale alcuni si fecero importanti portavoce.

Ma lo scopo principale della mostra è ben chiarito proprio all’inizio: “Dreamers è una mostra sul futuro. Una strada per ricominciare a sognare”.
Per chi ha vissuto quel determinato periodo è come tornare indietro di decenni grazie ad una macchina del tempo che, tramite le foto e i video d’epoca, trascina con sé ricordi di una vita passata e di persone con le quali si è vissuto un determinato momento; è stato bello vedere come molta gente fosse pervasa dalla malinconia, dal ricordo che scaturiva da una determinata foto o da un racconto contenuto in un documento all’interno della lunga linea temporale che è la mostra stessa.
Per tutti quelli che come me non hanno vissuto quegli anni è un modo per comprendere direttamente e senza filtri un momento cardine della nostra storia, per capire quello che siamo oggi grazie a quegli avvenimenti che cinquant’anni fa sconvolsero l’Occidente e soprattutto per imparare a ricominciare a sognare anche nel 2018.

Per ricominciare a credere che un mondo nuovo e migliore sia possibile costruirlo con le nostre forze.
#dreamers68

 

 

-Lucilla Troiano

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SYLVIA PLATH: LA VITA SOTTO UNA CAMPANA DI VETRO

E’ sempre difficile trovare le parole per descrivere un romanzo che ci ha coinvolto profondamente, che ha toccato in noi corde sensibili e scoperte e lo ha fatto con una maestria e una grazia non comuni. La campana di vetro di Sylvia Plath è un libro di questo genere, un libro che lascia un segno nell’anima. Pubblicata nel 1963, l’opera è quasi un’autobiografia della scrittrice che si racconta con lo pseudonimo di Esther Greenwood. Con una disarmante semplicità Sylvia mette su carta tutto il dolore della sua vita spezzata accompagnando il lettore nel percorso oscuro della depressione che distrusse la sua adolescenza. Esther è una ragazza brillante che vince un soggiorno di un mese a New York offerto dalla rivista che ha pubblicato un suo racconto, alla quale dovrà collaborare come guest editor. Sebbene abbia dimostrato fin da bambina un’intelligenza estremamente vivace e creativa Esther non ha una vita felice: è nata dal matrimonio di due immigrati negli Stati Uniti, la madre austriaca e il padre tedesco. Quest’ultimo è un uomo duro e autoritario e non ha mai nascosto il fatto che avrebbe preferito un figlio maschio; il sentimento verso di lui è una miscela di amore e odio. Cresciuta in una cittadina di provincia la giovane fatica a stringere legami con i suoi coetanei e un vago senso di malessere e straniamento accompagna costantemente la sua esistenza. La relazione con Buddy, figlio di amici di famiglia, finisce per un tradimento di quest’ultimo e l’esperienza, unita al difficile rapporto col padre, contribuisce a formare in lei la concezione del maschio come dominatore e crudele. Nella lontananza da casa e nel lavoro con la rivista, Esther spera di trovare uno stimolo per dare una svolta definitiva alla sua vita e completare gli studi al college. Invece l’impatto con la grande metropoli è un colpo tremendo, le mostra il vero aspetto della società borghese americana, una società pervasa dalla competizione sfrenata in ogni ambito, dominata dal moralismo, dall’ipocrisia, che sotto la maschera protettiva e accogliente nasconde un volto di violenza, crudeltà, spietatezza. Proprio durante il suo soggiorno a New York i Rosenberg vengono uccisi sulla sedia elettrica; la ragazza si ritrova spiazzata, un angoscioso senso di solitudine e incomprensione la attanaglia e in tutte le persone che incontra ritrova il medesimo conformismo, l’adesione inconscia a quella società che le è tanto estranea. Le ragazze con cui lavora le sembrano plasmate in una catena di montaggio con le stesse aspettative, le stesse idee, la stessa rassegnazione: sposarsi, essere mogli devote e sottomesse e buone madri. La scrittura viene considerata da loro un frivolo hobby e il lavoro con la rivista un’occasione per conoscere l’uomo giusto da sposare. Esther inizia a sentirsi soffocare, come se una grande campana di vetro l’avesse ricoperta e le togliesse l’aria e la vita, uccidendola lentamente. Trascorre gli ultimi giorni a New York senza riuscire a scrivere, a studiare, in una tetra malinconia. La sera precedente la sua partenza una sua amica tenta di farla svagare portandola ad una festa ma il ragazzo che le viene presentato cerca di stuprarla e la ragazza fugge nella sua stanza d’albergo, traumatizzata. Qui, come immersa in un’amara trance e in una delle scene più toccanti della storia, lascia cadere dalla finestra tutti i suoi vestiti uno ad uno guardandoli mentre vengono portati via dal vento notturno. Il ritorno nella cittadina natale acuisce terribilmente la sua crisi depressiva; la ragazza passa intere giornate a letto, in solitudine. La vita le appare come un interminabile, insensato susseguirsi di giorni bui e vuoti. La madre, disperata, la porta in visita da uno psichiatra ed Esther spera di trovare in lui qualcuno che la ascolti e la segua in un percorso di aiuto ma il medico è un uomo insensibile e distaccato che non la comprende e non le presta nessun soccorso. Le condizioni della ragazza peggiorano di giorno in giorno e il dottore la sottopone ad un elettroshock senza anestesia. L’esperienza è devastante, la giovane si rifiuta di proseguire la cura e il suo malessere cresce a dismisura, la soverchia senza lasciarle scampo, tanto che il suicidio le appare come l’unico rimedio, la sola cosa capace di distruggere per sempre la campana di vetro. Prima del gesto estremo Esther si ricongiunge simbolicamente al padre, morto di malattia diversi anni prima; fra i singhiozzi di un pianto doloroso la ragazza abbraccia la lapide del genitore sotto una pioggia battente: “Papà, papà, bastardo, è finita” scriverà più tardi in una amara poesia. Lascia poi una lettera di addio a sua madre e ingerisce una dose letale di sonniferi. Ma sua madre, rincasata prima del previsto, la trova e chiama i soccorsi che riescono a salvarla. A questo punto per Esther si aprono le porte di un nuovo calvario e viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico dove le prescrivono un ciclo di elettroshock. La vita nell’ospedale si svolge malinconica e fredda, quando le persone a lei più vicine vengono a farle visita sembrano non riuscire a capire quanta sofferenza lei stia attraversando né le motivazioni profonde del suo malessere. Ma alla fine la ragazza viene considerata guarita. Dopo la sua dimissione Esther si sente libera, leggera, decisa a riprendere le redini della sua vita. Tuttavia sente anche che la campana di vetro incombe alta sulla sua testa ed è pronta a calare di nuovo in qualsiasi istante, un triste presagio che Sylvia concepiva in modo lucido per il suo futuro, segnato da tremende ricadute nella depressione che sarebbero sfociate nel tragico epilogo della sua vita. E’ un romanzo potente, diretto e crudo, un pugno allo stomaco del lettore che pure non riesce a staccarsi dalla lettura e se ne sente catturato dall’inizio alla fine, complice l’adozione di uno stile di scrittura lineare e paratattico. L’uso della narrazione in prima persona e la suddivisione della storia ricalcano il modello del diario: Sylvia scrisse diari fin da bambina per quasi tutta la sua vita e probabilmente attinse dalle sue memorie sia per i contenuti che per lo stile del libro. Il romanzo conobbe grande fortuna presso la critica che vi rintracciò molte e diverse chiavi di lettura, alcuni lo considerano più che una semplice autobiografia un racconto allegorico inscrivibile nella narrativa di iniziazione; nel manicomio in cui è rinchiusa Esther affronta un rito di purificazione, muore e rinasce simbolicamente per proseguire la sua vita grazie all’accettazione della solitudine e dell’alienazione a cui tutti gli individui sono costretti dalla società. La critica femminista mise l’accento sull’importanza data nel libro alla ricerca di un’affermazione femminile al di fuori degli schemi prestabiliti, alla volontà della scrittrice di dimostrare il proprio valore  senza le costrizioni del matrimonio, della maternità, del puritanesimo ipocrita, delle convenzioni sociali e religiose che relegano la donna ad un ruolo subalterno e passivo. Ancora, è possibile ravvisare una forte polemica contro le istituzioni: la famiglia tradizionale, l’università spersonalizzante e burocratizzata, gli ospedali psichiatrici dominati da un dispotismo brutale e senza empatia, la società statunitense nel suo complesso.

Ma questo libro è soprattutto uno sfogo, un ultimo grido di disperazione; la sua uscita precedette solo di un mese il suicidio di Sylvia a soli 30 anni, logorata come Esther da un mondo che non sentiva suo.

Alessandro Troisi

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Andrea Gandini e i mondi paralleli di Roma

“Le opere che faccio in strada sono dipinti, opere d’arte, proprio perché creano un’emozione in chi le vede: ci sono poesie in quelle sculture”.

E’ così che Andrea Gandini, scultore emergente romano, definisce il suo lavoro iniziato pochi anni fa in un angusto garage per poi diffondersi nei luoghi più reconditi dell’Urbe. A differenza di un quadro però i suoi tronchi morti, parti finali di arbusti ormai abbandonati e da lui scolpiti, non sono semplici oggetti d’arte osservabili in un museo, ma piuttosto soggetti di un’arte che viene creata davanti a tutti e alla quale ognuno, a modo proprio, può partecipare. Sono performance di strada che si adattano e mutano grazie ai suggerimenti del suo pubblico. Opere vive e deperibili come il legno in cui sono scolpite, ma anche collettive poiché seguono le percezioni di coloro che le vedono e le vivono in prima persona. Sono persone comuni: ora impiegati, spesso finanzieri o banchieri, in entrata o uscita dal lavoro, ora registi e attori, ma anche barboni e semplici fruitori della città.

_Troncomorto 27_, Via Cola di Rienzo (Roma)

Molto dipende anche dall’orario, dalla via. Ogni volta però è bellissimo perché è una cosa unica, un’esperienza prima di tutto umana”.

Scolpite in un materiale vivo e tuttavia deperibile come il legno queste sculture sembrano prendere nuova vita sotto lo scalpello di un ragazzo appena ventunenne che in pochi anni ha creato una realtà parallela difficile da eludere. E’ quella dei volti e delle figure che lui ritrae, sospese in un mondo a sé, quasi membri di una civiltà nascosta che ha molti tratti in comune con la nostra. L’artista paragona il materiale da lui usato ad un “osso di balena”. Come la balena, che trae origine da un embrione e poi, da morta, si riduce a un semplice cumulo di ossa, il legno ha potuto godere di un’iniziale vita propria e, in questo senso, operare sul legno è simile ad operare sui resti di un essere vivente. Esattamente come nella vita reale, il rischio è alto: si può riuscire o, al contrario, rischiare di rovinare l’opera, frantumandola e mandandola in polvere.

_San Francesco e San Sebastiano_, 5m, Via Appia (Roma)

Altrettanto significativa è poi la scelta del luogo. Come lo scultore afferma infatti “non si può fare un’opera se non si considera il luogo in cui verrà inserita”. La scelta non è semplice, ma la Città Eterna sembra essere il luogo ideale per le sue realizzazioni. “Roma ha il fascino della città decadente e a me questo piace tantissimo; è in parte abbandonata a se stessa e questo, secondo me, almeno dal punto di vista artistico, rappresenta un po’ un secondo romanticismo. Infatti, nel periodo del Grand Tour, venivano scoperte le prime cattedrali gotiche abbandonate”. Ora, afferma l’artista, “stiamo facendo arte nelle fabbriche abbandonate, nei centri commerciali allagati”. In questo senso l’arte di Gandini come quella di tanti altri coetanei e colleghi rappresenta nella sua unicità un momento di svolta, di rivalutazione del “brutto” o del fatiscente che nell’oscurità può rinascere in una nuova arte, più “semplice” e diretta. Un’arte pubblica, perché si avvale di elementi comuni, eppure inserita nel contesto eterno di Roma, una città che non è destinata a deperire, ma piuttosto a rinascere, assieme a chi la vive ogni giorno e non intende dimenticarla.

_Tronco Morto 6_, Via E. Jenner (Roma)

Le sue opere, presenti in oltre sessanta luoghi di Roma sono apprezzate da un vasto pubblico. All’interno della serie Tronco Morto particolarmente mirabili risultano quelle in via E. Jenner, sul Lungotevere e in via Cola di Rienzo. Fra le altre sculture vi sono poi “San Francesco e San Sebastiano” in via Appia, “La Papessa” sul Lungotevere e “Albero Vetusto” in Via Cassia Veientana.

-Daniela Di Placido

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“L’ALTRO SGUARDO” SULLA FOTOGRAFIA FEMMINISTA. FOTOGRAFE ITALIANE 1965-2018.

La mostra raccoglie una selezione di oltre 200 fotografie e libri fotografici della collezione Donata Pizzi; presentata per la prima volta alla triennale di Milano nel 2016 e nata in collaborazione con MUFOCO – Museo di fotografia contemporanea di Milano, viene proposta ora al Palazzo delle Esposizioni dall’8 giugno al 2 settembre. A cura di Raffaella Perna e promossa da Roma Capitale-assessorato alla crescita culturale, vediamo riunite opere di oltre 70 autrici appartenenti a contesti storici ed espressivi diversi, con lo scopo di favorire un riconoscimento a quelle che , ad oggi, sono considerate le più originali interpreti nel panorama fotografico italiano dagli anni ’60-70. Le fotografe tornano a lavorare su tematiche identitarie, come già successo negli anni ’60, ma con una sperimentazione stilistica diversa sulle proprietà della fotografia, questo dovuto in parte anche alle nuove “leve” come Anna di Prospero (sua la fotografia scelta come copertina della mostra) che guardano a queste tematiche con uno sguardo più moderno.

Le opere della collezione testimoniano momenti importanti della fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio; da queste opere riaffiorano i mutamenti concettuali,estetici e tecnologici che l’hanno caratterizzata. La centralità del corpo e delle sue trasformazioni, il rapporto tra memoria privata e collettiva, il vissuto quotidiano e familiare, questi sono i temi che legano tra loro immagini appartenenti a decenni e generi differenti, dai reportage a quegli scatti puramente sperimentali.

Suddivisa in 3 settori dedicati, rispettivamente, alla fotografia di reportage dentro le storie dove ogni fotografia affronta quelli che sono stati i drammi che hanno afflitto il Paese, ma anche opere che riguardano la cultura nazionale e la vivacità del clima italiano dagli anni ’60 ad oggi. La seconda sezione cosa ne pensi tu del femminismo? accosta l’immagine fotografica, simbolo di quel mezzo che è stato per anni di proprietà del mondo prettamente maschile, al pensiero femminista, troppo spesso fonte di critiche. Terza ed ultima sezione vedere oltre si occupa di raccogliere quelle fotografie sperimentaliste basate sulla ricerca delle potenzialità espressive del mezzo. Verrà proposto inoltre il documentario parlando con voi prodotto da AFIP International (associazione fotografi professionisti) e Metamorphosi Editrice.

Concludo con alcune parole dell’artista Anna di Prospero riguardo la sua opera Central Park #2: “Quest’opera fa parte di un progetto iniziato 10 anni fa sulla relazione tra i luoghi e le persone. Ritengo che lo spazio che ci circonda sia fondamentale nel riconoscimento di un’identità sia collettiva che individuale, non a caso la mia prima serie fotografica è nata in casa mia, dove per tre anni ho fotografato tutti i giorni gli stessi spazi per creare un legame, appunto, con tali spazi. Il progetto è andato avanti cercando, in luoghi a me sconosciuti, quel legame che unisce la propria identità a quella del luogo specifico. L’opera in questione è un autoritratto scattato a Central Park; come quasi in tutti i miei ritratti c’è la scelta consapevole di lasciare il volto coperto per creare una immedesimazione tra lo spettatore ed il soggetto fotografato”.

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-Francesco Di Pasquale