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Come se fosse vita

Esseri iperconnessi
ma non comunicanti.
Incomunicabili
i nostri sentimenti.
I nostri patimenti
da nascondere.
Mostriamo
alla platea virtuale
una vita di soli applausi,
sbornie
e sorrisi ammiccanti.
Come se altro non fossimo,
noi grigi manichini
in una vetrina a Led.
Come se questa fosse
la nostra vita.

Arianna Piccolini

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Non sono un pericolo, ma la spinta di tutto

“Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole” – queste le parole di Diego Cugia sotto lo pseudonimo di Jack Folla nella sua poesia Donne in rinascita. Quello di questo mese è un numero delicato ma al tempo stesso forte. Lo pensavamo già da un po’, era il nostro sogno nel cassetto. Volevamo parlare della Donna consapevoli di aver più che mai bisogno di trovare le parole più armoniose, perché quando si parla di noi vanno scelte attentamente le parole, e non solo.

Poniamo attenzione alla sintassi, alle virgole, all’intonazione. Si potrebbero definire come peculiarità dell’esser Donna. Tramite le storie qui raccolte la Donna emerge non come oggetto ma come soggetto (vedete, basta una consonante a ribaltare la situazione), come protagonista principale di ciò che accade.

Protagonista indipendentemente dal credo, dalle origini, dai tratti somatici… c’è chi la definisce come motore del mondo, ed è così che ve la presentiamo nelle sue infinite sfaccettature, analizzate da più angolazioni. Vestita dei suoi dubbi, delle sue certezze, delle sue domande; perché la Donna si interroga sempre, ad ogni età. Non esiste argomento che venga ignorato da essa, che sia come nasce un fiore o perché c’è tutto questo odio al mondo, Lei si interroga. Implicitamente consapevole fin da piccola che l’interrogarsi sarà una di quelle azioni che l’accompagnerà per tutta la vita, principalmente quando le sembrerà che tutto stia andando per il verso sbagliato.

“È da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così scomposta in mille coriandoli che ricomincerai, perché una Donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti”, troverà sempre un modo per far nascere da quel dolore uno dei fiori più belli, Lei stessa; non si sa da dove ma comincerà, all’inizio sarà difficile, completamente nuda davanti al mondo intero e sopratutto davanti ai suoi occhi; nuda ai giudizi della gente che osserverà con occhio critico ogni minimo passo aspettando di vederla cadere, sbagliare, fallire.

Ed è così che la Donna diventa implacabile arbitro di se stessa. Non è per niente facile a causa della cultura puramente maschilista che sempre più prende piede al giorno d’oggi. Basti pensare ad un avvenimento assai recente: il festival di Sanremo in cui si sa che ogni anno da quella passerella scenderà un pezzo di gnocca che lascerà tutti per un momento senza fiato e senza parole. Ma cosa accade se, come quest’anno, oltre ad essere bella è anche con un pizzico di intelligenza? Ciò che è capitato alla Leotta che ha deciso di spendere due minuti a incitare le Donne a denunciare qualsiasi tipo di violenza ed è proprio da parte del pubblico femminile che le giungono critiche, con la classica frase “con un vestito del genere non si può parlar di privacy” non è bullismo, forse?

Nonostante ciò la Donna è l’equilibrio di cui un uomo ha bisogno nel suo percorso, la Donna è sorpresa, è un “non me lo sarei mai aspettato, eppure è una Donna”. Essere Donne significa mettersi alla prova ogni giorno, significa essere sotto la luce forte dei riflettori, è sinonimo di bersaglio a cui tutti mirano e di identificazione tramite il giudizio maschile.

È un ruolo difficile, a volte sottovalutato, costellato da giudizi, minacce, commenti, critiche; probabilmente si tratta di avere tanta energia, forza di volontà e riuscire a guardare sempre avanti perché non è permesso abbassar lo sguardo nonostante Lei, spesso, vorrebbe tanto lasciarsi andare e mollare la presa.

Ma non lo fa, perché consapevole già delle conseguenze. Non lo fa e stringe i denti e i pugni, sorride ai suoi figli e prepara la cena, come tutti i giorni, come tutte le sere.

Essere Donne, però, è anche andare oltre. Oltre la famiglia, i figli, la casa. Non siamo più gli angeli del focolare (o forse non lo siamo mai state). Non ci sforziamo più, o almeno non dovremmo, di apparire perfette agli occhi di un uomo o di altre Donne: brave in cucina, nella cura della casa, nei lavori consoni al gentil sesso. Non siamo più il gentil sesso.

Ormai siamo quelle che vanno a prendersi ciò che vogliono anche con arroganza, che aprono gli occhi ad un mondo addormentato su cuscini di piume d’oca e pensieri antiquati. Non abbiamo più bisogno di emergere agli occhi della gente per darci un valore: siamo già un valore. Non siamo grandi soltanto quando ci troviamo dietro ai Grandi Uomini: siamo già noi i Grandi Uomini. Abbiamo una testa pensante e gambe su cui poter camminare da sole: poco importa se ai piedi portiamo scarpe con il tacco, scegliamo noi la direzione e i passi da compiere.

Eppure siamo le Donne di politica che vengono giudicate per il colore del completo che indossano, che sia dal verde al blu elettrico; siamo quelle che non riusciranno mai a trovare stabilità nella vita a meno che non riescano a trovare un uomo in grado di soddisfare le loro aspirazioni; siamo quelle che non possono pretendere di continuare a lavorare se hanno anche il desiderio di diventare madri: vuoi fare troppe cose, poi. Siamo quelle che non sono libere di allattare in pubblico perché è da molti considerato un atto osceno. Siamo quelle che se il rossetto è troppo scuro ma cosa ti salta per la mente, non è adeguato!

Siamo le nipoti delle streghe che non avete bruciato, ma anche le ragazze che diventano merce, non appena si scoprono un po’ di più. Dovremmo essere meno prede e più leonesse. Meno Natura Madre e più forza distruttrice. Dovremmo essere libere. Di poter scegliere, coltivare sogni, camminare per strada indossando un vestito senza dover abbassare lo sguardo o sentir fischi o apprezzamenti poco piacevoli.

Siamo nate Donne, non madri. Il ciclo non deve essere un tabù e l’aborto, quando si effettua per scelta, non deve essere l’ennesimo punto da aggiungere ad un curriculum da sgualdrina perché se solo tu ci avessi pensato prima…

Siamo nate Donne, non schiave. Non abbiamo padroni, abbiamo padri e mariti, fratelli e zii, ma la nostra vita deve restare nelle nostre mani, tutto il resto è uno sfondo.

Siamo nate Donne, non oggetti. Anche se per le menti ristrette sembra impossibile, facciamo persino ragionamenti insieme al caffè e aggiustiamo situazioni oltre ai vecchi jeans, e le nostre labbra non sono solamente un oggetto di decoro ma ci permettono di farci sentire dal resto del mondo.

Siamo nate Donne, non amanti. Alcune si sposeranno e saranno mogli fedeli e devote almeno quanto i loro mariti nel percorso d’amore dai fiori d’arancio in poi, altre saranno sole, altre sceglieranno di essere sole ad esclusione dei weekend, altre sceglieranno di non essere mai sole, altre ancora di iniziare a vivere in coppia dopo anni.

Siamo nate Donne, non creature indifese. Combattiamo e ci difendiamo da tutto e tutti: dagli sguardi animali su un tram e da chi crede che tu abbia venduto anima e corpo pur di raggiungere determinati traguardi o chi spera che tu non li raggiunga mai. Iniziamo battaglie e facciamo diventare vittorie persino le sconfitte. Combattiamo contro persone, ideali e malattie alcune delle quali hanno persino un nome, come cancro o tumore, ma si è troppo spaventati per chiamarli diversamente da “Grosso Male”.

Siamo nate Donne, ma anche uomini. Perché è strano sentire come anche gli amici più cari e vicini si stupiscano quando ascoltano i nostri discorsi che sono così simili per così tanti aspetti ai loro. Siamo anche uomini, perché da qualsiasi occhio venga osservata la vita, bisogna viverla sempre al massimo.

Donne, coscienti della difficoltà del ruolo che ci è stato affidato e coscienti del potenziale che possediamo per non lasciarci scappare nessuna giornata, nessuna opportunità, nessun sorriso.

Martina Grujić, Francesca Romana Petrucci, Beatrice Tominic

Foto di Alessandra Catalano

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Facciamo un gioco

Come bambini che giocano
a guardarsi negli occhi e non ridere
Così siamo trasportati dall’amore
Dal fatto che
– ti devo parlare, ma non vorrei
vedi, volevo dirti
sai, tu per me –
Ma rimaniamo sempre in ombra, mai che scopriamo le nostre carte
E rimaniamo qui, a dirci che non sia amore
E se è amore passerà
ma sarebbe come ridere, sarebbe come perdere
mai vorrei
tu sapessi cosa sento, è un segreto che solo al buio puoi vedere
Di giorno sparisco ma la notte
ti vengo a cercare
– Facciamo un gioco – si dicono i bambini
– Guardiamoci negli occhi, il primo che ride ha perso-
Allora facciamo un gioco
Spegni la luce e quando la riaccendo dimentichiamo tutto
– volevo dirti –
Signorina, lei si è ammalata
Hai riso, hai perso, conosco le tue carte, le regole del gioco
Siamo bambini che giocano
Guardiamoci negli occhi
il primo che si innamora, ha perso

Simone Iacovelli

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Un attimo di sbadataggine

In una sera di tanto pensare mi sono ritrovato a chiedermi
cos’è che cerchiamo davvero?
Intendo, vedi
non si può cercare la felicità, che subito se ne immagina la fine
Che triste dev’essere trovare la felicità per poi perderla, dirsi che felicità non era
perché dovremmo soffrire così?
Insomma cerchiamo qualcosa di bello, ma che sia bello sempre
insomma vorremmo smettere di cercare
E la perfezione, la perfezione cos’è?
Cos’è che ti spinge a dire
questo è giusto, questo è sbagliato, questo è perfetto
tanto, poi, continueremmo a indagare, ad avvicinarci per guardare meglio e trovare qualcosa che non va
Insomma, cerchiamo la perfezione che poi non c’è
Quando ti capita di stare bene è un solo attimo
La felicità, vedi, è quell’attimo tra il sorriso e la consapevolezza che prima o poi passerà
La perfezione è qualcosa che si ammira da lontano, cercando di non avvicinarsi troppo
perché a guardarle bene, le cose, cambiano
Eppure in certi momenti
quando stai in silenzio, un piano d’acqua tutto piatto
poche foglie e certe onde
ti verrebbe da chiamarla perfezione
Eppure in certi momenti
quando sorridi e non ti accorgi
che tra le braccia, sotto gli occhi, sulla pelle
esiste qualcosa di bello
la chiami felicità
Vedi, la felicità, la perfezione
sono attimi di distrazione
che a pensarci su passano, e prendono confini
La perfezione è un attimo di sbadataggine che ti capita quando stai zitto

Simone Iacovelli

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Soffocare

Mirtilla danzava leggera,
perché solo leggera sapeva essere,
con il cuore pesante, soffocante come un masso,
il ventre vuoto, e le ossa stanche.
Mirtilla era nuda davanti allo specchio e si esaminava,
con occhi scuri, neri come il suo riso,
incontrando deformità animali.
Mirtilla dalle caviglie sottili come spine,
ascoltava la musica e smaniava luoghi lontani,
svanendo, in un drappo di sogni.

Alessandra Martellini

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Se tu fossi qui

Se tu fossi qui, ti sussurrerei la mia essenza,
ti racconterei dei miei sogni di bimba,
delle fiabe paterne che lusingavano il sonno,
carezzandoti il volto con le mie ciglia.

Se tu fossi qui, ma proprio qui accanto,
ti dipingerei angosce e salmastri tormenti,
ti singhiozzerei addosso tutti i rimpianti,
e saresti lì, pronto, a quietarli.
Se tu fossi qui, e quanto vorrei,
sarei spogliata di ogni incertezza,
nuda e fragile nel mio candore,
svestita intera, nel mio vero odore.
Se tu fossi qui, come non sei,
sapresti insegnarmi un colmo silenzio,
che l’assenza è quasi mai danno,
che dietro ad un bacio non vi è sempre imbroglio.

Ed io, mio utopico amore,
bramo, smanio nel darti un nome,
di offrirti, benché sia assai poco,
tutta me stessa e queste parole.
Attendo.

Alessandra Martellini

Un tavolo ricoperto di dubbi e colori

Un tavolo circolare rinchiuso nel piano terra di una casa tetra. Due leggeri spiragli di luce si proiettano lungo il corridoio all’arrivo di quattro figure maschili. Vestiti in maniera elegante, dall’esterno appaiono come quattro manichini, lunghi e snelli. Finalmente si sistemano lungo il tavolo per giostrare con i loro scacchi sui meccanismi del mondo.

Essere giovani oggi. Immersi involontariamente nella vorticosa realtà odierna, in cui può capitare di avere dei momenti di smarrimento e la strana sensazione che sia tutto già deciso; che le nostre azioni, addirittura i nostri sentimenti, siano pura espressione di un disegno meccanicistico della vita già prestabilito da qualcun altro. Un percorso già delineato, magari proprio da un tavolo circolare.

La seguente immagine, dai tratti cinematografici, è una piccola sintesi degli umori che emergono da alcuni articoli dedicati a questo numero. Raccontare delle storie, scoprirle, soffrirle e apprezzarle, nel tentativo di graffiare il tavolo circolare dell’abitazione tetra con più colori possibili.

Questo è il tema principale del numero di Culturarte di Dicembre. In questo puzzle di storie ci siamo fissati un obiettivo fondamentale, sfuggire a logiche ordinate e a strutture rigide, fino a incatenare le varie storie in un tempo e uno spazio indefinito. Anche questo editoriale, questo piccolo spazio introduttivo, è assolutamente confuso.

Dunque, la scelta di opporre a questo momento storico di profondi cambiamenti strutturali, sociali, culturali e tecnologici l’amore per la cultura, per la curiosità e per la sensibilità diventa un atto coraggioso, di sicuro saggio, a tratti indispensabile.

Domenica 27 Novembre il quotidiano La Repubblica ha lanciato all’interno del proprio giornale un nuovo inserto culturale, Robinson. Qualche giorno prima sul sito online della testata giornalistica veniva descritto in questo modo:

Perché in un’epoca tempestosa bisogna salvarsi dal naufragio e la cultura può essere un’isola di salvezza. Robinson vuole essere un compagno di viaggio, capace di illuminare la strada, di dare indicazioni preziose ma anche di ascoltare, di prestare attenzione ai segnali del mondo.

Noi di Culturarte, nel nostro piccolo, abbiamo provato a fare qualcosa di simile. Le storie raccontate sono diverse e simili tra di loro, contornate da personaggi, sensazioni, riflessioni e speranze. Storie da conoscere e sulle quali riflettere. Dai temi più impegnati a storie di testimonianze significative fino al nostro imprescindibile spazio dedicato al mondo dell’arte e del cinema.

Il numero di Dicembre è un secondo passo nella realizzazione del grande contenitore di temi e di idee che vuole costruire il giornale universitario Culturarte. Per collaborare con noi e per i vostri suggerimenti: redazione@culturarte.it

Marcello Caporiccio

L’esercito del surf

Le prime riunioni della nuova redazione di CulturArte sono state contraddistinte oltre che da un irrefrenabile entusiasmo, da una vivace discussione su quale dovesse essere la colonna sonora più adatta  alla nostra idea di giornale, da mantenere oggi fino al prossimo futuro. La colonna sonora ti dà un tono e per certi versi ti valorizza.

Ma chi decide la colonna sonora? I promotori del progetto? Noi della redazione?  O voi che ci leggete? In attesa di rispondere con correttezza e lungimiranza a questo quesito, che ai più potrà apparire banale, proviamo quantomeno a fare delle ipotesi.     Fortunatamente, prima di azzuffarci sulle nostre diverse idee musicali ci siamo buttati a capofitto nel mare di idee che avevamo e ne siamo usciti, anche un po’ sorpresi, con questo numero.

Abbiamo deciso di dedicare il numero di questo mese alla città di Roma, osservata e raccontata con umiltà e rispetto nelle più varie sfaccettature e nella sua complessità. È un primo esperimento per testare un nuovo modo di sentire la redazione, l’università e la città in cui tutto questo si trova. Una sperimentazione per tentare di costruire un grande contenitore, aperto e non chiuso, pieno di temi e di immagini, dove immergersi e avventurarsi alla ricerca di qualsiasi cosa, una strofa di Battiato, un film neorealista, un gol all’ultimo minuto. Roba del genere

Ritornando alla colonna sonora, adesso che ci penso, selezionarne solamente una, per di più all’inizio di un percorso, sarebbe riduttivo e sbagliato . Bisogna sperimentare, provare e confrontarsi continuamente su più temi, culturali e sociali. In questo difficile processo ci servirà anche il vostro aiuto. Fateci sapere se trovate qualcosa interessante o meno, mandateci i vostri commenti, le vostre critiche, i vostri suggerimenti alle nostre pagine social oppure all’email m.caporiccioculturarte.it. Poi se volete collaborare con noi o semplicemente conoscere più a fondo il progetto e la redazione scriveteci a redazione@culturarte.it

Dunque, oltre che invitarvi a gettare le mani all’interno di questo contenitore, fino a sporcarvele, posso  consigliarvi, nella mia ingenuità , di portare con voi più generi musicali possibili prima di intraprendere questo viaggio, o quantomeno questo numero.

Ritornando alla colonna sonora, anzi al”sound” come direbbe un mio amico, possiamo decidere insieme la canzone da inserire all’inizio della prossima riunione di redazione. Così poi magari passate anche a salutarci.

Io nel mio piccolo avevo pensato a “I giovani del surf”.                                                                                                                                       Nel 1964 una giovanissima e bellissima Catherine Spaak cantava “noi siamo i giovani, i giovani, siamo l’esercito, l’esercito del surf”. Giovani lo siamo, allegri anche e poi sono sicuro che un giorno di questi qualcuno di noi riuscirà a tirare fuori dal contenitore perfino una tavola da surf.

Marcello Caporiccio