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SYLVIA PLATH: LA VITA SOTTO UNA CAMPANA DI VETRO

E’ sempre difficile trovare le parole per descrivere un romanzo che ci ha coinvolto profondamente, che ha toccato in noi corde sensibili e scoperte e lo ha fatto con una maestria e una grazia non comuni. La campana di vetro di Sylvia Plath è un libro di questo genere, un libro che lascia un segno nell’anima. Pubblicata nel 1963, l’opera è quasi un’autobiografia della scrittrice che si racconta con lo pseudonimo di Esther Greenwood. Con una disarmante semplicità Sylvia mette su carta tutto il dolore della sua vita spezzata accompagnando il lettore nel percorso oscuro della depressione che distrusse la sua adolescenza. Esther è una ragazza brillante che vince un soggiorno di un mese a New York offerto dalla rivista che ha pubblicato un suo racconto, alla quale dovrà collaborare come guest editor. Sebbene abbia dimostrato fin da bambina un’intelligenza estremamente vivace e creativa Esther non ha una vita felice: è nata dal matrimonio di due immigrati negli Stati Uniti, la madre austriaca e il padre tedesco. Quest’ultimo è un uomo duro e autoritario e non ha mai nascosto il fatto che avrebbe preferito un figlio maschio; il sentimento verso di lui è una miscela di amore e odio. Cresciuta in una cittadina di provincia la giovane fatica a stringere legami con i suoi coetanei e un vago senso di malessere e straniamento accompagna costantemente la sua esistenza. La relazione con Buddy, figlio di amici di famiglia, finisce per un tradimento di quest’ultimo e l’esperienza, unita al difficile rapporto col padre, contribuisce a formare in lei la concezione del maschio come dominatore e crudele. Nella lontananza da casa e nel lavoro con la rivista, Esther spera di trovare uno stimolo per dare una svolta definitiva alla sua vita e completare gli studi al college. Invece l’impatto con la grande metropoli è un colpo tremendo, le mostra il vero aspetto della società borghese americana, una società pervasa dalla competizione sfrenata in ogni ambito, dominata dal moralismo, dall’ipocrisia, che sotto la maschera protettiva e accogliente nasconde un volto di violenza, crudeltà, spietatezza. Proprio durante il suo soggiorno a New York i Rosenberg vengono uccisi sulla sedia elettrica; la ragazza si ritrova spiazzata, un angoscioso senso di solitudine e incomprensione la attanaglia e in tutte le persone che incontra ritrova il medesimo conformismo, l’adesione inconscia a quella società che le è tanto estranea. Le ragazze con cui lavora le sembrano plasmate in una catena di montaggio con le stesse aspettative, le stesse idee, la stessa rassegnazione: sposarsi, essere mogli devote e sottomesse e buone madri. La scrittura viene considerata da loro un frivolo hobby e il lavoro con la rivista un’occasione per conoscere l’uomo giusto da sposare. Esther inizia a sentirsi soffocare, come se una grande campana di vetro l’avesse ricoperta e le togliesse l’aria e la vita, uccidendola lentamente. Trascorre gli ultimi giorni a New York senza riuscire a scrivere, a studiare, in una tetra malinconia. La sera precedente la sua partenza una sua amica tenta di farla svagare portandola ad una festa ma il ragazzo che le viene presentato cerca di stuprarla e la ragazza fugge nella sua stanza d’albergo, traumatizzata. Qui, come immersa in un’amara trance e in una delle scene più toccanti della storia, lascia cadere dalla finestra tutti i suoi vestiti uno ad uno guardandoli mentre vengono portati via dal vento notturno. Il ritorno nella cittadina natale acuisce terribilmente la sua crisi depressiva; la ragazza passa intere giornate a letto, in solitudine. La vita le appare come un interminabile, insensato susseguirsi di giorni bui e vuoti. La madre, disperata, la porta in visita da uno psichiatra ed Esther spera di trovare in lui qualcuno che la ascolti e la segua in un percorso di aiuto ma il medico è un uomo insensibile e distaccato che non la comprende e non le presta nessun soccorso. Le condizioni della ragazza peggiorano di giorno in giorno e il dottore la sottopone ad un elettroshock senza anestesia. L’esperienza è devastante, la giovane si rifiuta di proseguire la cura e il suo malessere cresce a dismisura, la soverchia senza lasciarle scampo, tanto che il suicidio le appare come l’unico rimedio, la sola cosa capace di distruggere per sempre la campana di vetro. Prima del gesto estremo Esther si ricongiunge simbolicamente al padre, morto di malattia diversi anni prima; fra i singhiozzi di un pianto doloroso la ragazza abbraccia la lapide del genitore sotto una pioggia battente: “Papà, papà, bastardo, è finita” scriverà più tardi in una amara poesia. Lascia poi una lettera di addio a sua madre e ingerisce una dose letale di sonniferi. Ma sua madre, rincasata prima del previsto, la trova e chiama i soccorsi che riescono a salvarla. A questo punto per Esther si aprono le porte di un nuovo calvario e viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico dove le prescrivono un ciclo di elettroshock. La vita nell’ospedale si svolge malinconica e fredda, quando le persone a lei più vicine vengono a farle visita sembrano non riuscire a capire quanta sofferenza lei stia attraversando né le motivazioni profonde del suo malessere. Ma alla fine la ragazza viene considerata guarita. Dopo la sua dimissione Esther si sente libera, leggera, decisa a riprendere le redini della sua vita. Tuttavia sente anche che la campana di vetro incombe alta sulla sua testa ed è pronta a calare di nuovo in qualsiasi istante, un triste presagio che Sylvia concepiva in modo lucido per il suo futuro, segnato da tremende ricadute nella depressione che sarebbero sfociate nel tragico epilogo della sua vita. E’ un romanzo potente, diretto e crudo, un pugno allo stomaco del lettore che pure non riesce a staccarsi dalla lettura e se ne sente catturato dall’inizio alla fine, complice l’adozione di uno stile di scrittura lineare e paratattico. L’uso della narrazione in prima persona e la suddivisione della storia ricalcano il modello del diario: Sylvia scrisse diari fin da bambina per quasi tutta la sua vita e probabilmente attinse dalle sue memorie sia per i contenuti che per lo stile del libro. Il romanzo conobbe grande fortuna presso la critica che vi rintracciò molte e diverse chiavi di lettura, alcuni lo considerano più che una semplice autobiografia un racconto allegorico inscrivibile nella narrativa di iniziazione; nel manicomio in cui è rinchiusa Esther affronta un rito di purificazione, muore e rinasce simbolicamente per proseguire la sua vita grazie all’accettazione della solitudine e dell’alienazione a cui tutti gli individui sono costretti dalla società. La critica femminista mise l’accento sull’importanza data nel libro alla ricerca di un’affermazione femminile al di fuori degli schemi prestabiliti, alla volontà della scrittrice di dimostrare il proprio valore  senza le costrizioni del matrimonio, della maternità, del puritanesimo ipocrita, delle convenzioni sociali e religiose che relegano la donna ad un ruolo subalterno e passivo. Ancora, è possibile ravvisare una forte polemica contro le istituzioni: la famiglia tradizionale, l’università spersonalizzante e burocratizzata, gli ospedali psichiatrici dominati da un dispotismo brutale e senza empatia, la società statunitense nel suo complesso.

Ma questo libro è soprattutto uno sfogo, un ultimo grido di disperazione; la sua uscita precedette solo di un mese il suicidio di Sylvia a soli 30 anni, logorata come Esther da un mondo che non sentiva suo.

Alessandro Troisi

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Una emozionante Serie A 2.0

Una stagione straordinaria quella appena trascorsa con la new entry VAR, Koulibaly che fa fatto sognare Napoli per una settimana e l’Inter che dopo sei anni torna tra le grandi europee.

La novità principale della stagione appena terminata si chiama VAR (acronimo di Video Assistant
Referee), la cosiddetta “moviola in campo”. L’arbitro centrale – cui spetterà sempre la decisione finale – è in collegamento costante con due suoi colleghi che sono in una postazione con quattro video; loro hanno la possibilità di rivedere le azioni e comunicare all’arbitro dubbi su eventuali scorrettezze sfuggite. Anche l’arbitro, se non convinto, può rivedere le azioni su uno schermo posto a bordo campo e prendere determinate decisioni. L’applicazione della VAR può riguardare le seguenti situazioni: gol (da convalidare o meno), rigori (su concessione o mancata concessione di un penalty), espulsioni (correttezza del
provvedimento disciplinare) e scambi di persona (individuare senza errore il giocatore da sanzionare con cartellino giallo o rosso).

Il primo anno di VAR è stato un successo, come anche dichiarato dall’ex arbitro Rizzoli ora designatore degli arbitri di A, ma non sono mancati errori che in pochissimi casi hanno influenzato il risultato finale dell’incontro. I casi più celebri si sono verificati in Genoa-Juventus, dove c’è stato un rigore assegnato ai rossoblù che non andava dato per un precedente fuorigioco di Galabinov, in Lazio-Torino, dove l’arbitro Giacomelli non vede in area di rigore un tocco di mano da parte di Iago Falque, e quando Mazzoleni non assegna un rigore al Bologna nel match contro il Napoli, in cui il tiro di Palacio viene stoppato dalla mano di Koulibaly: il direttore di gara non va nemmeno a
rivedere l’azione sul proprio monitor e sbaglia in maniera clamorosa la sua decisione.

Protagonista in positivo della stagione, a parte l‘episodio appena citato, è senza dubbio il difensore senegalese del Napoli Kalidou Koulibaly, che con un colpo di testa negli ultimi minuti all’Allianz Arena ha portato il Napoli ad un solo punto dalla Juventus, prima in classifica. Ma il sogno chiamato scudetto è durato poco, troppo poco: una settimana, quando al Franchi di
Firenze la squadra gigliata si è imposta 3-0 sulla formazione partenopea facendo tornare la Juventus a +4 a poche giornate dalla fine del campionato. Da lì in poi la squadra campione in carica non sbaglierà un colpo se non a titolo già praticamente
vinto, in trasferta a Roma contro i giallorossi pareggiando per 0-0, costringendo il Napoli a recriminare su un finale di stagione beffardo.

Un finale di stagione diverso lo ha vissuto l’Inter che, a distanza di sei anni, torna a giocare la Champions League, la quale ha ottenuto il pass per i gironi all’ultima giornata contro la Lazio. La sfida dell’Olimpico è stata tra le più belle di tutto il campionato e soltanto a dieci minuti dal termine la Serie A ha conosciuto la sua quarta forza grazie ad un gol di Vecino.

La Lazio, che ha molto da recriminare per il modo in cui ha avuto la possibilità di chiudere il discorso “qualificazione” varie volte prima dello scontro diretto, si ritroverà a disputare l’Europa League insieme all’Atalanta e alla ripescata Fiorentina, per via dell‘esclusione dalle coppe europee inferta al Milan dalla Fifa.

Questa ormai conclusasi è stata anche la stagione degli allenatori “nuovi” come Di Francesco con la sua Roma, che, alla prima esperienza in una big, ha saputo eliminare il Barcellona ai quarti di
finale di Champions; Gattuso, subentrato a metà stagione nel Milan di Montella, è riuscito a dare una quadratura ben precisa alla squadra; ultimo ma non ultimo Zenga, che per poco non è riuscito nel miracolo chiamato “Crotone ancora in A”. Ma anche allenatori che si sono confermati, basti pensare al tecnico dell’Atalanta Gasperini che, dopo aver disputato una stupenda avventura in europa ed essere stato eliminato per un solo gol da una “squadretta” chiamata Borussia
Dortmund, si è riconfermato in campionato arrivando settimo, ed pronto a rivivere una stagione
come quella appena trascorsa.

La Serie A 2018-2019 si appresta a vivere una stagione spumeggiante con le new entry Empoli, vincente del campionato cadetto, Parma, protagonista di un’impresa sportiva nel tornare dopo pochi anni in A dopo il fallimento e Frosinone, che dopo aver perso all’ultima giornata la possibilità
di una risalita diretta è passato per i playoff vincendo in finale contro il Palermo.

La griglia di partenza sembra essere completa: ora non ci resta che aspettare l’inizio tra un colpo di calciomercato e una amichevole estiva.

Andrea Tartaglia.

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‘‘Ai posteri l’ardua sentenza’’ – intervista ai membri del MeP

Quando ci si trova a camminare tra le strade di città come Firenze, Bologna, Perugia, Roma e molte altre, può capitare di imbattersi in una poesia stampata su un foglio bianco attaccato ad un muro, cosa rara al giorno d’oggi, abituati come siamo a vedere per strada graffiti, disegni o semplici scritte. C’è qualcuno che ha interesse a rimettere il verso poetico sotto gli occhi della gente, di incitare la massa a riprendere familiarità con la carta e la parola scritta, si chiama Movimento per l’emancipazione della Poesia ed ho avuto modo di incontrare dei referenti grazie ai contatti trovati sul loro sito http://mep.netsons.org/beta/, rimanendo stupito dalla dimensione che questo movimento ha assunto a partire dalla sua nascita nel 2010.

Cos’è il MeP?

Sono tante le risposte che possono darsi a questa domanda, perché il MeP di oggi è molto di più rispetto a ciò che era il MeP al momento della sua nascita e chissà cosa sarà tra qualche anno. Il Movimento si struttura come un discorso animato costantemente dalle idee che ogni membro riporta, dal continuo rinnovamento delle nostre prassi. In ogni caso, il trait d’union è l’aggregazione su base nazionale di nuclei cittadini composti da poeti militanti che condividono il fine di emancipare la poesia dallo stato emergenziale in cui versava negli anni dieci, uno stato in cui la poesia viene in un certo senso dimenticata dalla massa, circoscritta nell’ambito dei programmi scolastici dei grandi autori, strettamente legata agli scambi privati che i poeti fanno tra loro dei propri componimenti, abbandonando l’idea di pubblicare. Uno stato di necessità che si palesava a partire dall’opinione che la gente aveva del poeta, oggetto della buffa dicotomia dello ‘sfigatello’ che non ha trovato altro modo di sfogare le pulsioni adolescenziali se non con la poesia e del genio incompreso. È da qui che siamo partiti: dalla volontà di restituire alla poesia ciò che gli appartiene, restituirle il senso d’essere, nella quotidianità, arte viva. Scegliamo di essere un movimento perché di fronte ad un unico problema la soluzione non è una, non può essere una soltanto, quindi il rinnovamento del MeP si spiega in forza della continua riflessione su noi stessi.

Le poesie che attaccate non riportano il loro autore, sembra quasi che l’autore sia il MeP stesso. Perché agite nell’anonimato?

Se entro in un museo e mi dicono che quel quadro è di Matisse, guarderò quel quadro con più attenzione e interesse dimenticandomi l’approccio critico che ogni forma d’arte vuole stimolare nei soggetti che ne godono. Adottiamo una linea di anonimato per due motivi sostanziali. Anzitutto perché al centro delle nostre pratiche ci deve essere la poesia e nient’altro: non è importante per noi l’autore, vogliamo ‘purificare’ il componimento da personalizzazioni al fine di far apprezzare la poesia in sé e non perché è ‘la poesia di’. Uno dei nostri antagonisti è proprio quell’idea che valuta l’apprezzamento e la ‘vendibilità’ di un prodotto per la semplice associazione della cosa ad una persona. Nei primi anni di vita del MeP i dati statistici di vendita di libri di poesie riportavano ai vertici Ligabue e Sandro Bondi, ad oggi la situazione non è così cambiata, si vendono prodotti fatti passare per poesia per il sol fatto di essere scritti da un soggetto famoso. Abolizione del personalismo però non vuol dire dimenticare che dietro ogni poesia vi è un poeta, anzi riconosciamo il sacro legame che intercorre tra poesia e poeta, quindi ecco spiegato il perché delle sigle che favoriscono un senso critico e fanno si che non ci si lasci convincere della bontà di una cosa per il solo nome che ne sta alla base. Il secondo motivo è di tipo giuridico: parte di ciò che facciamo è illecito quindi evitare i nomi dei soggetti componenti il MeP serve a tutelarci. Pur consapevoli di occupare spazio pubblico privi di permessi, agiamo forti della volontà di riappropriarci di questo come spazio di proprietà di chi lo vive ogni giorno e non dello Stato. Pratichiamo una illegalità coscienti di una moralità più alta che ci dice che quella illegalità è legittima.

Quali sono le vostre pratiche?

Nel movimento si fanno tante cose, tra le varie azioni con cui agiamo quella privilegiata è l’attacchinaggio perché più di altri fornisce l’impatto desiderato. Il modus operandi dell’attacchinaggio è ispirato ad un’etica di profondo rispetto verso tutte le opere d’arte e monumenti; non invadiamo mai monumenti né muri storici e neanche quelli puliti. Preferiamo ‘attacchinare’ dove c’è già degrado, dove l’affissione di un componimento non arreca danni, al contrario dona un valore aggiunto. All’attacchinaggio affianchiamo forme di diffusione meno invadenti come il “leghinaggio” o dei semplici abbandoni; ci facciamo intervistare, partecipiamo ad eventi, collaboriamo con compagnie teatrali, musicisti, street artist eccetera. Continua a leggere

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Come se fosse vita

Esseri iperconnessi
ma non comunicanti.
Incomunicabili
i nostri sentimenti.
I nostri patimenti
da nascondere.
Mostriamo
alla platea virtuale
una vita di soli applausi,
sbornie
e sorrisi ammiccanti.
Come se altro non fossimo,
noi grigi manichini
in una vetrina a Led.
Come se questa fosse
la nostra vita.

Arianna Piccolini

Facciamo un gioco

Come bambini che giocano
a guardarsi negli occhi e non ridere
Così siamo trasportati dall’amore
Dal fatto che
– ti devo parlare, ma non vorrei
vedi, volevo dirti
sai, tu per me –
Ma rimaniamo sempre in ombra, mai che scopriamo le nostre carte
E rimaniamo qui, a dirci che non sia amore
E se è amore passerà
ma sarebbe come ridere, sarebbe come perdere
mai vorrei
tu sapessi cosa sento, è un segreto che solo al buio puoi vedere
Di giorno sparisco ma la notte
ti vengo a cercare
– Facciamo un gioco – si dicono i bambini
– Guardiamoci negli occhi, il primo che ride ha perso-
Allora facciamo un gioco
Spegni la luce e quando la riaccendo dimentichiamo tutto
– volevo dirti –
Signorina, lei si è ammalata
Hai riso, hai perso, conosco le tue carte, le regole del gioco
Siamo bambini che giocano
Guardiamoci negli occhi
il primo che si innamora, ha perso

Simone Iacovelli

Un attimo di sbadataggine

In una sera di tanto pensare mi sono ritrovato a chiedermi
cos’è che cerchiamo davvero?
Intendo, vedi
non si può cercare la felicità, che subito se ne immagina la fine
Che triste dev’essere trovare la felicità per poi perderla, dirsi che felicità non era
perché dovremmo soffrire così?
Insomma cerchiamo qualcosa di bello, ma che sia bello sempre
insomma vorremmo smettere di cercare
E la perfezione, la perfezione cos’è?
Cos’è che ti spinge a dire
questo è giusto, questo è sbagliato, questo è perfetto
tanto, poi, continueremmo a indagare, ad avvicinarci per guardare meglio e trovare qualcosa che non va
Insomma, cerchiamo la perfezione che poi non c’è
Quando ti capita di stare bene è un solo attimo
La felicità, vedi, è quell’attimo tra il sorriso e la consapevolezza che prima o poi passerà
La perfezione è qualcosa che si ammira da lontano, cercando di non avvicinarsi troppo
perché a guardarle bene, le cose, cambiano
Eppure in certi momenti
quando stai in silenzio, un piano d’acqua tutto piatto
poche foglie e certe onde
ti verrebbe da chiamarla perfezione
Eppure in certi momenti
quando sorridi e non ti accorgi
che tra le braccia, sotto gli occhi, sulla pelle
esiste qualcosa di bello
la chiami felicità
Vedi, la felicità, la perfezione
sono attimi di distrazione
che a pensarci su passano, e prendono confini
La perfezione è un attimo di sbadataggine che ti capita quando stai zitto

Simone Iacovelli

Soffocare

Mirtilla danzava leggera,
perché solo leggera sapeva essere,
con il cuore pesante, soffocante come un masso,
il ventre vuoto, e le ossa stanche.
Mirtilla era nuda davanti allo specchio e si esaminava,
con occhi scuri, neri come il suo riso,
incontrando deformità animali.
Mirtilla dalle caviglie sottili come spine,
ascoltava la musica e smaniava luoghi lontani,
svanendo, in un drappo di sogni.

Alessandra Martellini

Se tu fossi qui

Se tu fossi qui, ti sussurrerei la mia essenza,
ti racconterei dei miei sogni di bimba,
delle fiabe paterne che lusingavano il sonno,
carezzandoti il volto con le mie ciglia.

Se tu fossi qui, ma proprio qui accanto,
ti dipingerei angosce e salmastri tormenti,
ti singhiozzerei addosso tutti i rimpianti,
e saresti lì, pronto, a quietarli.
Se tu fossi qui, e quanto vorrei,
sarei spogliata di ogni incertezza,
nuda e fragile nel mio candore,
svestita intera, nel mio vero odore.
Se tu fossi qui, come non sei,
sapresti insegnarmi un colmo silenzio,
che l’assenza è quasi mai danno,
che dietro ad un bacio non vi è sempre imbroglio.

Ed io, mio utopico amore,
bramo, smanio nel darti un nome,
di offrirti, benché sia assai poco,
tutta me stessa e queste parole.
Attendo.

Alessandra Martellini