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Cracking Danilo Rea, intervista agli sviluppatori

In occasione della Notte Europea dei Ricercatori 2017, svoltasi il 29 settembre nei Dipartimenti di Scienze, Matematica e Fisica, Architettura ed Ingegneria, è stato presentato un progetto nell’ambito dell’intelligenza artificiale, curato dai docenti dell’ Electrical Science and Technology LABoratory del dipartimento di Ingegneria del nostro Ateneo. Abbiamo quindi colto l’opportunità di poter intervistare alcuni degli ingegneri che hanno partecipato a tale progetto, ovvero:
il professor Francesco Riganti Fulginei, docente di elettronica ed elettrotecnica e direttore del laboratorio ESTLAB, che si occupa degli aspetti dei dispositivi magnetici, del calcolo numerico e di algoritmi ottimizzazione in vari ambiti, e di energie rinnovabili;
il professor Antonio Laudani, ricercatore nelle medesime attività dell’ESTLAB. Non presenti ma altrettanto importanti, sono il professor Alessandro Salvini, responsabile del progetto ed ordinario di elettrotecnica; la professoressa Carla Limongelli ed il dottor Filippo Sciarrone, del laboratorio di Intelligenza Artificiale di Ingegneria Informatica.
I rapporti tra l’intelligenza artificiale e l’ESTLAB si hanno in quanto l’elettrotecnica nasce come contenitore di argomenti fondamentali nell’ingegneria elettronica ed informatica, sfruttando l’intelligenza artificiale come modello matematico di rappresentazione di aspetti metodologici di ottimizzazione e progettazione mirata di dispositivi elettromagnetici. Si arriva quindi a soluzioni top-down a vari problemi, senza concentrarsi al mero aspetto teorico dell’intelligenza artificiale.

Il progetto nasce da Alex Braga, noto dj, ed Andrea Canapa, manager della parte artistica del progetto, i quali contattarono il direttore del Dipartimento di Ingegneria, Paolo Atzeni. La proposta venne fatta anche ad altre università, ma solo il nostro Dipartimento rispose perché il progetto è trasversale e contiene conoscenze ortogonali tra loro. Grazie anche alla cultura musicale del professor Alessandro Salvini, pianista compositore, ESTLAB accettò la sfida, dietro indirizzazione del direttore Atzeni, grazie anche all’occasione dal neonato laboratorio di tecnologie musicali e acustica che coinvolge Ingegneria e DAMS, nella figura del professore Luca Aversano.

I primi progressi progettuali si ebbero dopo un mese dal primo incontro, quando i professori presentarono un primo concept del paradigma che poi svilupparono. Da lì l’interazione, con un continuo scambio di informazioni sugli obiettivi.
Vennero forniti dei demo di esecuzioni del pianista Danilo Rea ed i ricercatori provarono a vedere quale delle loro soluzioni fosse la più funzionale, sottoponendole al feedback musicale degli artisti: Le soluzioni si fecero man mano  sempre più avanzate.  Un software di questo tipo non esiste sul panorama mondiale, attualmente tutti gli altri competitor hanno approcci diversi.
Il progetto vuole che ci sia un pianista jazz, musica complessa dal punto di vista di sensazioni che si costruisce diversamente dalle tecniche della musica classica, utilizzando cromatismi, cambi modali e sostituzioni. L’intelligenza artificiale si deve quindi addestrare sul campo, non si basa su tecniche musicali vere e proprie ma è come un bambino che impara. Danilo Rea suona e poi l’intelligenza inizia a crackare il pianista e cerca di emularlo, senza copiarlo ma accompagnandolo come se fosse un altro artista con tempi, accenti, strumenti, accordi diversi. L’intelligenza è, con il pianista, in una fase continua di autoapprendimento. Se il pianista cambia genere, l’AI lo segue, arricchita dalle direttive di Alex Braga. L’AI genera dei messaggi midi: mappatura digitale di una grande mole di informazioni che viene riarrangiata tramite gli strumenti decisi dal DJ Braga. Nel nostro caso è possibile gestire fino a 16 strumenti, un’orchestra virtuale. Molti degli strumenti scelti sono di natura elettronica per ricollegarsi alla modernità del progetto. I gradi di libertà sono comunque limitati, si può scegliere gli strumenti, come farli suonare, ma rimanendo sempre legati ai dati.  La cosa interessante è che il sistema non ha memoria di ciò che è stato fatto negli ultimi 3 secoli, ma ci sono solo il pianista con la rete neurale.
Un esempio di un’altra piattaforma musicale AI è iDuet di google, che duetta con chi si cimenta attraverso una tastiera; consiste in una rete neurale addestrata su midi già confezionati, rispondendo subito. Una possibile implementazione futura potrebbe essere che non sia la AI a crackare Danilo Rea e accompagnarlo, ma piuttosto che Danilo Rea accompagni lei, creando musica da sola.
In ESTLAB o altri laboratori di Ingegneria Elettronica, chiunque usi applicazioni di AI le sfrutta per i suoi scopi. Ad esempio, il laboratorio di telecomunicazioni usa l’AI per il riconoscimento delle immagini. Oppure ESTLAB stesso, usavano l’AI per problemi fisici e di elettromagnetismo.
Il problema interpretativo è che AI dice tanto ma dice poco di per sé. Noi spesso cerchiamo di associarla ad un oggetto neurale che somiglia al cervello umano, ma il concetto è astratto: si confonde la teoria assoluta di un sistema astratto, che in realtà è un modello matematico per descrivere una fenomenologia, dotato di capacità di apprendimento da noi controllate. Spesso per motivi scenografici l’AI si confonde con la  robotica: basta vedere un robot che si muove, dirige orchestra; una AI che suona il piano senza robot che muove le dita ha molto meno appeal.

Nei confronti delle chiacchiere da bar, il professor Riganti Fulginei non ha paura dell’avanzamento dell’AI, tanto quanto della stupidità naturale: siamo in balia di persone che di intelligente hanno poco, e ci spaventiamo. L’AI ci può aiutare, tramite algoritmi che possono semplificare la vita; Nel caso dei cellulari siamo sicuramente schiavi.
Per il professor Laudani avere paura dell’AI è normale. Il concetto è l’uso che se ne fa della tecnologia: se vogliamo usarla per creare armi o sostituire persone. Se sostituisse un medico non espertissimo o altri sistemi decisionali, ci si potrebbe fidare di più dell’AI. La paura ce l’ha chi non capisce l’utilità dell’AI: essa deve far paura agli stupidi. Non ci sarà la macchina che sostituisce l’uomo, se non nei lavori pesanti. Non sostituirà il pensiero,ed il concetto importante, anche nell’ambito artistico, la macchina ha difficoltà ad apprendere il concetto di bello, non traducibile in equazioni, e finché ci saranno questi aspetti non verremo sostituiti dalle macchine.

 

-Andrea Menichelli.

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Tecnologia distorta, uno sguardo poco piacevole al futuro

Come si può descrivere il cinema in una sola parola? Intrattenimento, compagnia, riflessione, emozione, insomma un qualcosa che ti porta ad un determinato ragionamento e che ti mostra la visione di determinati argomenti con un’ottica diversa dalla tua. Il cinema ci ha portato molte volte nel futuro e mostrato che la tecnologia non ha limiti e di come possa cambiare la vita umana in positivo; ci sono però altre prospettive con cui vedere il futuro dell’uomo e alcune di queste non sono proprio piacevoli. Vari sottogeneri cinematografici, come il cyberpunk, affrontano l’avanzata della tecnologia e della scienza che si inoltrano con prepotenza nella nostra vita insieme a cambiamenti radicali nella società portando dunque anche a ribellioni e guerre. Gli esempi da prendere in considerazione sarebbero molti ma mettiamo in evidenza quelli più significativi che hanno un impatto visivo maggiore sullo spettatore. In questo breve articolo vorrei mettere in evidenza come la visione pessimistica verso le nuove tecnologie abbia influenzato alcune pellicole negli ultimi cinquant’anni.

Qui le 3 pellicole prese in esempio:

  • 2001: Odissea nello spazio (1968, Stanley Kubrick) considerato l’archetipo della fantascienza e come uno dei migliori film mai realizzati. Un film che vede evolversi il rapporto uomo\macchina, che spiega come tutto ebbe inizio e come tutto potrebbe evolversi attraverso un lunghissimo viaggio diviso in episodi, dove ognuno di questi si relaziona con gli altri tramite l’evoluzione della tecnologia. Una pellicola che è una risposta alle mille domande dell’uomo sulla vita ma che pone in evidenza parecchie riflessioni. Prima c’era il paradiso ma dopo il peccato originale (mela = tecnologia) siamo circondati sempre più da insensibilità che ci porterà all’inferno.
  • Brazil (1985, Terry Gilliam) una favola cupa che vuole scoccare la sua unica freccia contro una società che di umano ha ben poco e dove domina la tecnologia. Una specie di versione aggiornata di “1984” ovvero uno dei più celebri romanzi di George Orwell dove i diritti umani e la libertà sono ridotte ai minimi termini. Una pellicola che non rinuncia all’ironia (poiché il regista è parte del gruppo comico britannico Monty Python) seppur in modo freddo data l’atmosfera del film.
  • Matrix (1999, Larry e Andy Wachowski) uno dei film più significativi degli ultimi decenni e di grande impatto culturale, rappresenta una critica aspra e cinica contro un mondo assente in cui le persone ignorano o non sono del tutto consapevoli di tutto ciò che accade intorno a loro. Il mondo che conoscevamo è morto e di lui è rimasta solo un’illusione, quella in cui viviamo adesso secondo gli autori. Un film in cui il protagonista per essere ritenuto davvero umano deve essere sottoposto ad una terapia riabilitativa poiché in questa versione del futuro, in cui l’umanità sta combattendo contro le macchine ormai dotate di intelligenza artificiale, gli umani non nascono ma vengono coltivati per poi diventare fonte di energia per le stesse macchine. La pensione dell’uomo e la vita per le macchine.

Menzione speciale:          

  • Tetsuo (1989, Shinya Tsukamoto) non un film sulla tecnologia in senso stretto ma una versione cronenberghiana di essa. Una visione disturbante sulla mutazione\trasformazione da un uomo in mostro\cyborg con risvolti “horror”. Un incubo claustrofobico dove la mutazione del protagonista rispecchia quella che si crea nell’uomo moderno e che può portarci direttamente in un futuro dove la distinzione tra uomo e macchina sarà quasi assente.

Con questo capolavoro in bianco e nero si conclude questo viaggio attraverso gli occhi di diversi autori, un viaggio verso l’inferno di un mondo distopico che attende l’umanità e chissà che una di queste paranoie cinematografiche non diventi realtà.

-Ciro Guerriero.

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Discman 2.0 – #7 Alta fedeltà

Ma che colore ha una giornata uggiosa? Ma che sapore ha una vita mal spesa?… il sapore delle lenticchie che sto cercando di cuocere? O quello della mia manica bruciata? Lo scopriremo solo vivendo, intanto oggi, in una giornata dedicata al dolce far niente in cui già dalle 10 di mattina c’è un buio pesto che manco la Norvegia, ho deciso di parlarvi di quel concetto molto simile ai dugonghi, in termine di rarità s’intende, che è la fedeltà.
Così, bell e buon.
E qui, il 50% di quei pochi che leggono le cazzate che scrivo, ha già chiuso la pagina e sta pensando “Ao, ma questa che vuole?”.
Figliuoli, non vi allarmate, che mettervi in testa strani pensieri riguardo i vostri tradimenti è l’ultima delle mie intenzioni.
Qui si parla di una fedeltà diversa.
Per l’appunto, riflettevo sul fatto che ci hanno sempre insegnato ad essere fedeli al nostro Credo, fedeli alla dieta, fedeli alle cose che si affermano… e mi sono chiesta: ma io sono fedele? La risposta è stata: anche no. C’ho una memoria da pesce rosso che mi fa dimenticare cosa ho fatto ieri, figuriamoci se mi ricordo cosa ho detto 5 anni fa! E proprio grazie a queste domande esistenziali, che Giacomino Leopardi levate, oggi vi parlerò di Infedele, ovvero l’album che Colapesce ci ha regalato l’ottobre scorso.
Concentrato in sole 8 tracce, “Infedele” è un disco nuovo, in cui la sua voce (che è sempre la stessa) incontra suoni innovativi e moderni; a primo ascolto ti lascia perplessa, perché da uno come lui, non te l’aspetti un album del genere. Perché Colapesce siculo fu, e la trap, l’inglese non fanno per te, che sei nata e vissuta a Catania, come dice lui. Capite adesso il perché dello shock?
È paradossale, ma pur essendo infedele, per me l’album è diventato La Bibbia.
Forse perché la musichetta identica da discount di tutta questa musica nuova, è stata rimpiazzata dai synth e dai suoni elettronici: passiamo dalla tenera ninna nanna de Le foglie appese al ritmo di Pantalica, che potrebbe benissimo essere inserita nella playlist di una serata al “Goa”.
O forse perché mette a confronto il moderno con una delle cose più vecchie di questo mondo, ossia la chiesa, la religione. In ogni caso, una volta metabolizzata la novità, non farete più a meno di ascoltarlo, rimarrete sospesi nel nulla cosmico e spensierato. E non solo dal 20 al 28 dicembre.
Sospesi sullo stretto di Messina, sull’autostrada Roma-Bari, sospesi tra le note e le parole sussurrate da un auricolare o per i più fortunati, dal cantante stesso: le sue canzoni sembrano quasi quei segreti che si dicono nell’orecchio al migliore amico, o a chiunque vogliate dire un segreto. Nel tempo, Colapesce è riuscito a sussurrare Tuyo, ormai simbolo di quel grand’uomo di Pablo Escobar, che grazie alla dolcezza della sua voce è diventato per un minuto un monaco buddista; e addirittura Thriller, di un Michael Jackson sicuramente sotto effetto di goccine, data la pacatezza dei toni del suo incubo.
E ancora oggi, Colapesce continua a sussurrare segreti come l’amore è anche fatto di niente”mi sento meglio se mi baci al sole, segreti che devono necessariamente rimanere sospesi nell’aria, tra le particelle di CO2 del traffico di Roma.
E noi con loro, sospesi ad osservare un Maometto che sorseggia un Negroni sbagliato nei locali di Milano e una band di chierichetti capeggiata da un prete di nome Lorenzo che fa la comunione al pubblico mentre canta. Con l’augurio che durante il concerto scappino i primi accordi di “Il tuo popolo in cammino”, non posso che riconfermare il genio e la bravura di Colapesce. Totale, come sempre.

È arrivato il momento di salutarvi, visto che mi sono dilungata così tanto a scrivere questo articolo che tra poco ricomincia Sanremo, che anche se quest’anno i cantanti li hanno presi dal reparto di geriatria, è sempre una bella cosa. Buona infedeltà a tutti.

N.B.: Per scrivere questo articolo, nessun Beppe Vessicchio è stato maltrattato e, per la prima volta in vita mia, non ho bruciato le lenticchie: sempre fedele ai consigli di mamma Rosa. 

 

 

  

 

-Caterina Calicchio.